Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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lunedì 21 gennaio 2013

Mali, la nuova frontiera di Hollande: ecco perchè


Mettendo fine a mesi di indugi e trattative internazionali, nel fine settimana appena trascorso il presidente francese, François Hollande, ha deciso di aprire un nuovo fronte di guerra in Africa occidentale, inviando centinaia di soldati e avviando una campagna di bombardamenti aerei in Mali, ufficialmente per contenere l’avanzata sempre più minacciosa dei ribelli islamisti nel nord del paese.
Ad innescare l’offensiva della Francia sarebbe stato l’ingresso il 10 gennaio scorso nella città di Konna, a oltre 600 km a nord-est della capitale del Mali, Bamako, delle forze ribelli, le quali hanno costretto l’esercito regolare alla fuga, minacciando di prendere possesso delle località cruciali di Mopti e Sevaré, dove sorge una base aerea di fondamentale importanza strategica. Con il resto del paese africano a rischio di cadere nelle mani dei ribelli, il giorno successivo Parigi ha perciò ordinato l’impiego delle proprie forze aeree, grazie alle quali Konna è tornata subito nelle mani del governo centrale.
Le bombe francesi avrebbero causato un centinaio di morti a Konna, dei quali, secondo quanto riferito ad Al Jazeera da un portavoce del gruppo integralista Ansar Dine, solo 5 guerriglieri e il resto civili. Inoltre, un pilota di un elicottero francese e una decina di soldati maliani sarebbero rimasti uccisi durante le operazioni. Nonostante la cacciata dei ribelli da Konna, come ha affermato il ministro della Difesa transalpino, Jean-Yves Le Drian, l’area attorno alla città rimane teatro di “intensi scontri”.
I bombardamenti sono continuati anche nei giorni successivi. Domenica, gli aerei francesi hanno preso di mira località più a nord, come Gao e Kidal, dove i ribelli avevano stabilito le proprie basi nei mesi scorsi. Pubblicamente, i principali alleati della Francia hanno espresso il proprio sostegno all’operazione. Gli Stati Uniti hanno offerto supporto logistico e di intelligence ma nessun soldato, mentre la Gran Bretagna soltanto velivoli per facilitare il trasporto delle truppe.
La lenta preparazione delle forze di terra africane per contrastare i ribelli islamici nel nord del Mali, seguita alla recente risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e inizialmente prevista per il prossimo settembre, sembra avere subito un’accelerazione con l’iniziativa presa da Parigi. I governi che fanno parte della Comunità Economica dei Paesi dell’Africa Occidentale (ECOWAS) stanno infatti organizzando vari contingenti da inviare in Mali a sostegno dello sforzo francese.
Il Senegal e la Nigeria, ad esempio, avrebbero già inviato delle truppe, mentre 500 soldati dal Burkina Faso dovrebbero giungere nei prossimi giorni. Alla guida provvisoria dell’ECOWAS, va ricordato, c’è in questo momento il presidente della Costa d’Avorio, l’ex funzionario del Fondo Monetario Internazionale Alassane Ouattara, installato al potere proprio grazie all’intervento armato nella ex colonia dell’esercito francese nell’aprile del 2011 dopo le discusse elezioni del novembre precedente.
Il governo di Parigi ha in ogni caso tenuto a precisare non solo che i raid dei giorni scorsi hanno già fermato l’avanzata dei “terroristi” ma, come ha affermato domenica il ministro degli Esteri, Laurent Fabius, che l’intervento francese in Mali sarà solo “questione di settimane” e servirà ad aprire la strada alla forza multinazionale organizzata dai paesi vicini. Nonostante la massiccia campagna aerea, però, i ribelli hanno fatto segnare progressi nella giornata di lunedì, strappando all’esercito regolare la località di Diabaly, nel Mali centrale e a soli 400 km dalla capitale.
Il Mali, colonia francese fino al 1960, era precipitato nel caos lo scorso marzo, quando un colpo di stato guidato da un capitano dell’esercito addestrato negli Stati Uniti, Amadou Sanogo, aveva deposto il presidente uscente Amadou Toumani Touré. Pochi giorni più tardi, un’alleanza di ribelli Tuareg e integralisti islamici aveva facilmente cacciato le forze di un esercito regolare allo sbando dalle postazioni nel nord del paese. In seguito, i gruppi jihadisti avevano proceduto ad emarginare i Tuareg, imponendo le norme della legge islamica (Sharia) nelle aree da loro controllate ed attirando guerriglieri islamisti da svariati paesi africani, asiatici ed europei.

lunedì 31 dicembre 2012

Governo Hollande

I primi sei mesi del governo Hollande: la pericolosità di un presidente “normale”

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di Lorenzo Battisti per Marx21.it
Sei mesi fa, l’attenzione di tutta Europa si era concentrata sulle elezioni francesi. Molte speranze erano state riposte nell’esito di quella consultazione, poiché avveniva in uno dei due paesi che stavano imponendo le misure di austerità verso il resto dell’area euro. Ogni proposizione del programma di Hollande è stata letta e discussa diffusamente anche fuori dal paese, e in molti hanno seguito la notte delle elezioni. Ma quali sono i risultati dei primi mesi di governo?
La Francia e i Piigs
La sconfitta di Sarkozy è stato sicuramente un risultato importante, sia sul piano interno che internazionale. Questo è infatti stato, senza dubbio, il presidente più liberista e filo-atlantista della storia della Repubblica Francese: basti pensare che ha riportato la Francia nel comando Nato dopo la decisione presa da de Gaulle di uscirne negli anni ‘60. Inoltre è stato il presidente che ha supportato politicamente tutte le decisioni della Germania sulla politica europea. Senza dimenticare il ruolo svolto nella guerra alla Libia.
D’altra parte questa vittoria politica non ha potuto cambiare le condizioni oggettive della Francia all’interno dell’Europa. Se infatti si prende come criterio di distinzione tra centro e periferia europea il saldo della bilancia commercialei (le esportazioni meno le importazioni), si osserva subito che la Francia non fa parte del centro: la sua bilancia è negativa ormai da anni, quindi da un punto di vista economico somigliava già da tempo ai paesi Piigs. La politica di Sarkozy quindi, oltre che insensata, era anche insostenibile.
La vittoria di Hollande è quindi stata letta da molti come una positiva inversione di tendenza. In sostanza si pensava che la Francia avesse preso coscienza della sua vicinanza economica ai paesi periferici e che quindi usasse il proprio peso economico e politico nel dibattito europeo per contrastare le politiche tedesche. E d’altra parte Hollande aveva alimentato queste speranze, promettendo una rinegoziazione dei trattati europeiii, mostrando così di porsi alla testa dei Piigs.
L’austerità socialista
Non si può di certo trarre giudizi definitivi dopo soli sei mesi di governo. Però questi sono già un tempo sufficiente per capire che tendenza hanno le politiche del governo socialista.
Purtroppo la speranza sembra essere stata tradita, confermando i dubbi che avevamo esposto in precedenza.
I trattati europei non sono stati ridiscussi, è solo stato aggiunto un patto sulla crescita i cui obiettivi sono chiaramente incompatibili con quello di stabilità. La Francia ha inserito la regola del pareggio di bilancio tra le leggi francesi di rango costituzionaleiii così come volevano gli accordi e si è impegnata nella riduzione del deficit e del debito così come stabilito dal fiscal compact. Queste manovre, in chiaro contrasto con quanto affermato in precedenza, hanno trovato la sola opposizione dei parlamentari comunisti e del Front de Gauche, mentre i Verdi e i Radicali di Sinistra hanno deciso in maggioranza di sostenere tali decisioni.

lunedì 24 settembre 2012

Austerità, lavoro, redistribuzione. La strada stretta della Francia di Hollande

di Anna Maria Merlo

Viaggio in Europa

Tagli di spesa ma tasse ai più ricchi, licenziamenti nell’industria ma assunzioni nella scuola, Fiscal compact da votare ma fuori dalla Costituzione. Il governo socialista-verde francese cerca una via intermedia tra ortodossia e cambiamento
 
PARIGI. Dopo un’estate affrontata con molta calma (“tranquillou” ha ironizzato con l’accento del sud Jean-Luc Mélenchon del Front de Gauche), a poco più di quattro mesi dall’elezione François Hollande è ora di fronte a una prima prova del nove per la sua maggioranza, mentre la popolazione già manifesta grande impazienza e i sondaggi rivelano che la fiducia nel nuovo presidente e nel governo Ayrault è già crollata sotto il 50%: nei prossimi giorni, dopo aver presentato la finanziaria 2013 (28 settembre) con i tagli annunciati di 10 miliardi sulle spese e gli aumenti di 20 miliardi di prelievi fiscali, dal 2 ottobre il Parlamento è chiamato al voto per la ratifica del Trattato di stabilità, coordinamento e governance (Tscg, il “Fiscal compact”) e del suo corollario, la legge organica sulle finanze pubbliche (già presentata in Consiglio dei ministri la scorsa settimana), che integra nel diritto francese la “regola aurea”, cioè l’obbligo di avere i conti “in equilibrio o in eccedenza”. Si tratta della principale misura del Tscg, che Sarkozy voleva introdurre nella Costituzione, secondo le preferenze di Bruxelles, ma che Hollande ha scelto di trasporre sotto forma di legge organica (comunque superiore, in diritto francese, alle leggi ordinarie, a cui appartiene la finanziaria). Nel frattempo, il Front de gauche e tutta l’area contestatrice organizzano per il 30 settembre una manifestazione contro la ratifica del Tscg e in favore di un referendum. Un’analoga richiesta è avanzata anche dal Fronte nazionale e dai “sovranisti” ostili a trasferire nuovi poteri all’Europa. Secondo un recente sondaggio, il 67% dei francesi pensa che negli ultimi vent’anni la Ue sia andata “piuttosto nella cattiva direzione” e il 76% ritiene che “non agisca in modo efficace per limitare gli effetti della crisi attuale”. Hollande non ha potuto mantenere la promessa elettorale di “rinegoziare” il Tscg, ma spera che la maggioranza si accontenti del modesto “Patto di crescita” di 120 miliardi che si vanta di aver fatto aggiungere al Trattato.
Al parlamento lo scontro si annuncia feroce all’interno della maggioranza, con il rischio che il Tscg passi grazie ai voti della destra: l’ala sinistra del Ps e con molta probabilità una parte importante degli ecologisti minacciano di votare “no” al Tscg, perché ritengono che la regola aurea e l’istituzione dell’Alto Consiglio delle finanze pubbliche, che ne giudicherà il rispetto, limitano le prerogative del Parlamento, tra le quali figura in primo piano l’adozione della finanziaria. Il parlamento, affermano – contrariamente al Consiglio costituzionale che ha stabilito con grande sollievo di Hollande che con il Tscg non ci sono nuovi trasferimenti di sovranità e che quindi la Costituzione non deve essere modificata – avrà le mani legate dagli obblighi verso Bruxelles e margini di manovra sempre più limitati. Per sormontare questo scoglio, Hollande ha mandato in prima linea il ministro degli affari europei, Bernard Cazeneuve, scelto a sorpresa nel maggio scorso non tra i numerosi europeisti del Ps, ma tra coloro che si erano schierati per il “no” al referendum del 2005 sul Trattato costituzionale, bocciato in Francia (e in Olanda) con una buona maggioranza. Più che di una pratica leninista, si tratta del “metodo Hollande”: smorzare le divisioni, creare il consenso prendendo tutto il tempo necessario.

mercoledì 12 settembre 2012

Se anche Hollande si “montizza”

 
Liberation, sabato 8 settembre 2012. ”Levati dalle scatole, ricco coglione”
di Vladimiro Giacché, da Pubblico
La storia è questa: il presidente francese Hollande annuncia una tassa straordinaria del 75% sui redditi da lavoro superiori al milione di euro annuo, dando seguito a quanto promesso in campagna elettorale. Il 23 agosto, 12 industriali francesi con aziende quotate alla Borsa di Parigi criticano la proposta.

Anche Bernard Arnault, amministratore delegato di LVMH e numero uno del lusso a livello mondiale, “mette in guardia” il premier Ayrault sugli effetti del progetto. E fa filtrare la notizia che la sua società starebbe organizzando la fuga all’estero dei suoi manager di primo piano.
Il 6 settembre le Figaro annuncia alcune modifiche alla tassa: il tetto di applicazione della tassa sarà alzato a 2 milioni di euro per le coppie; saranno (chissà perché) esclusi sportivi e artisti; si conferma invece che la tassa varrà solo per i redditi da lavoro (quelli da capitale, notoriamente, sono intoccabili).
Purtroppo però il reddito annuo di Arnault, la cui ricchezza è stimata da Forbes in 41 miliardi di dollari (è il quarto uomo più ricco del mondo e il primo di Francia), è ancora superiore alla nuova soglia di 2 milioni. E non stiamo parlando dei dividendi (335 milioni di euro già nel 2007), che appunto non rientrano nella nuova tassa, ma dei soli redditi percepiti in quanto manager del suo gruppo: i 4 milioni di euro ricevuti ne facevano già nel 2008 il manager più pagato di Francia.
Ed ecco il colpo di scena: l’8 settembre il quotidiano belga Le libre belgique annuncia che Bernard Arnault ha fatto richiesta di cittadinanza in Belgio. Una richiesta che il quotidiano Libération ha commentato con la bella copertina che abbiamo riprodotto.
Ora sembra che Arnault abbia fatto marcia indietro. Vedremo. Anche Hollande in un’intervista a TF1 sembra tornare (ancora) sui suoi passi. Riconferma la soglia del milione di euro per l’applicazione dell’aliquota maggiorata. E parla – senza entrare troppo nel dettaglio – anche di tassazione dei redditi da capitale.
Ma non dice solo questo. Annuncia una manovra straordinaria di bilancio da 30 miliardi di euro, così ripartita: 10 miliardi a carico delle famiglie (tutte, quindi soprattutto quelle sotto il milione di euro), 10 a carico delle imprese (in modi non chiariti), e 10 in tagli alla pubblica amministrazione (ad eccezione di scuola e sicurezza).
Dimentica di aggiungere che una parte di questi miliardi la sta già spendendo in questi giorni. Per salvare dal fallimento l’ennesima banca: il Credit Immobilier de France. Che ha obbligazioni per 1,75 miliardi di euro in scadenza a ottobre che non è in grado di ripagare.
Attendiamo le prossime puntate di questa telenovela. Ma almeno tre cose sono già chiare:
1) Gli Stati continuano a socializzare le perdite maturate da imprese finanziarie private.
2) Tra tasse e riduzione della spesa pubblica, la parte maggiore del carico delle manovre correttive di bilancio continua a gravare sulla classe media e su chi vive del proprio lavoro (al di sotto del milione di euro…).
3) I tentativi di imporre aliquote straordinarie di tassazione per i ricchi si scontrano con le differenti normative fiscali dei diversi paesi europei, che dovrebbero essere rese omogenee almeno tra i paesi che hanno una moneta in comune.
Ma, guarda caso, di unione europea in questo senso non si parla mai.

lunedì 10 settembre 2012

Hollande. Retromarcia sulla maxi-tassa per i ricchi

Hollande verso la retromarcia sulla maxi-tassa per i ricchi
di Leonardo Martinelli
E la tassa sui super ricchi, dov’è finita? Era una delle promesse più eclatanti di François Hollande durante la campagna delle presidenziali: una di quelle giudicate più «di sinistra», che di sicuro hanno contribuito a portare al secondo turno al leader socialista i voti (determinanti) di Jean-Luc Mélenchon, del Front de gauche. Ebbene, entro la fine del mese il Governo francese deve presentare il suo progetto per la finanziaria 2013, da far approvare al più presto al Parlamento. Dovrebbe consistere in una profonda riforma fiscale, proprio l’occasione per introdurre anche la tassa sui super ricchi. Ma, dalle prime indiscrezioni in circolazione, Hollande e compagnia starebbero per alleviare le condizioni previste inizialmente: insomma, vorrebbero fare retromarcia. Mentre in questi giorni, pressione in più in questo senso, è emerso che proprio Bernard Arnault, il più ricco di tutti in Francia (ma pure il numero uno a livello euopeo e quarto nel mondo), ha chiesto la nazionalità belga. In fuga dal fisco del suo Paese.

Quale imposizione per i Paperoni di Francia – Per il momento Oltralpe l’imposta sui reddti personali arriva a un’aliquota massima del 45%, applicata sopra i 150mila euro lordi annui. In più, però, va calcolata la patrimoniale. Nicolas Sarkozy, nel 2007, appena eletto, aveva introdotto uno scudo fiscale che limitava al 50% massimo l’imposizione complessiva, ma questo, già smantellato in parte dall’ex Presidente, è stato fatto fuori del tutto con l’arrivo di Hollande. Il nuovo Presidente, nel febbraio scorso, in piena campagna, era andato oltre annunciando (aveva sorpreso perfino alcuni dei suoi consiglieri) una nuova aliquota del 75% per tutti i redditi oltre il milione di euro annui. Nei prossimi giorni dovrebbe essere resa nota la nuova normativa. Ma, secondo le prime indiscrezioni, Hollande si appresterebbe a fare retromarcia, almeno in parte. Nel caso di una coppia, ad esempio, il limite del milione sarebbe aumentato a due milioni. E si escluderebbero in generale dal calcolo i redditi da capitale.

Arnault, il più ricco di tutti, farà le valigie? – Nel contesto di queste polemiche arriva una notizia bomba. Bernard Arnault, il patron di Lvmh, il colosso del lusso francese, che comprende fra gli altri Louis Vuitton e i maggiori marchi di champagne, ha fatto domanda per ottenere la nazionalità belga. Mercoledì scorso è stato addirittura ricevuto dal premier francese, il socialista Jean-Marc Ayrault, per protestare contro la nuova aliquota in arrivo (a lui, nonostante le probabili eccezioni, si applicherà). In un comunicato, Arnault, che ha fama di spietato uomo della finanza, ha comunque sottolineato che la sua decisione non ha niente a che fare con l’imminente riforma fiscale, ma è legata «alla volontà di realizzare più investimenti in Belgio». Una prospettiva difficile da credere. Tanto più che, se ottenesse la cittadinanza belga, potrebbe andare a risiedere a Monaco e sfruttare i suoi vantaggi fiscali (lì le tasse sui redditi personali sono pari a zero, ma al vantaggio, secondo una convenzione firmata tra Parigi e il Principato, non possono accedere i cittadini francesi, anche se residenti). «La Francia non ama chi ha successo – ha sottolineato François Fillon, ex premier, ai tempi di Sarkozy -. La volontà di Arnault è il frutto delle decisioni stupide del Governo».

I limiti imposti dalla lotta al deficit - Tutta questa vicenda si annuncia un campo minato per Hollande, che proprio in questo periodo sta andando male nei sondaggi: secondo un’inchiesta di Bva, resa nota oggi, il 59% dei francesi non è soddisfatto dal suo operato. Il Presidente deve trovare per la finanziaria 2013 almeno 33 miliardi, fra tagli alla spesa pubblica e crescita del gettito dell’erario (da quest’ultimo fronte dovrebbero arrivare tra 15 e 20 miliardi di euro). Il problema è vedere, appunto, quali saranno le modalità. Nei giorni scorsi il Presidente ha escluso «aumenti delle imposte generali e indifferenziati», precisando che «chi ha di più, deve pagare di più». Ma un’eventuale fuga di capitali, forse già in corso, sarebbe un problema: per questo Hollande tentenna sull’aliquota del 75%. L’obiettivo della finanziaria 2013 è riportare il deficit pubblico al 3% del Pil, dalla stima del 4,5% prevista a fine anno. Da sottolinare: Arnault se ne era già andato dalla Francia per tre anni nel 1981, quando François Mitterrand era arrivato al potere. Già ricco, ma non ricchissimo come oggi, trascorse tre anni negli Stati Uniti. Per poi ritornare a casa dopo che Mitterrand aveva frenato le sue «eccessive» aspirazioni di sinistra.
ilfattoquotidiano.it

domenica 26 agosto 2012

«Patti da rispettare». Anche Hollande non concede respiro

Fonte: il manifesto | Autore: red.

Non serve più denaro bensì più tempo, sono due giorni che il primo ministro greco Antonis Samaras va ripetendolo da Berlino a Parigi, ma la risposta è sempre la stessa: nessuna proroga alle condizione imposte dall’Unione europea e dal Fondo monetario internazionale per ottenere in cambio i finanziamenti necessari – 130 miliardi di euro – per evitare la bancarotta e l’uscita dall’euro. Il buco nei conti greci sarebbe vicino ai 14 miliardi di euro, rispettare gli impegni presi con l’Europa è una missione impossibile, Samaras lo sa e implora «fateci respirare», ma riceve indietro un no dietro l’altro.
All’Eliseo, ci risiamo, l’incontro di ieri con il presidente francese va come quello del giorno precedente con la cancelliera tedesca Angela Merkel. «La Grecia è nella zona euro e deve rimanerci», rassicura anche François Hollande, il problema di una possibile uscita della Grecia dalla zona euro «non si pone», ma Atene «deve ancora dimostrare la credibilità del programma e l’impegno dei suoi dirigenti». Dunque niente «boccata d’ossigeno» e avanti spediti con il piano di tagli e riforme: oltre a una serie di provvedimenti per ridurre le dimensioni del settore pubblico e il numero dei suoi dipendenti, Atene deve anche procedere a massicce privatizzazioni che entro il 2015 che dovranno portare 19 miliardi di euro nelle casse dello Stato. A ottobre scade il tempo per la verifica della troika (Ue, Fmi, Bce) e solo se il rapporto che stilerà sui «progressi» della Grecia nell’applicazione delle misure previste sarà positivo, il Paese potrà accedere al piano di salvataggio. Altrimenti? Non c’è un piano b.
Samaras a questo punto ripete come un mantra: «Rispetteremo i nostri obbiettivi, ridurremo il deficit, porteremo a termine le riforme strutturali previste, in particolar modo per quel che riguarda le privatizzazioni e la giustizia fiscale», «ce la faremo, rimarremo nell’eurozona». Voleva «ridare speranza, perché senza speranza perdiamo la coesione sociale», ma è costretto a tornare a casa a testa bassa dovendo ammettere che ora «mantenere la coesione sociale non sarà facile».

venerdì 24 agosto 2012

La Grecia chiede tempo Schäuble: sono soldi

Autore: Fr. Pi.
- controlacrisi -
Anche Hollande invita Samaras a «fare gli sforzi necessari» perché Atene possa restare nell’euro
Un vertice a due, come quando bisogna far presto a decidere. Tanto tutti gli altri paesi possono solo seguire, accompagnando quello dei due che offre migliore sostegno ai propri interesse.
L’asse franco-tedesco si è confermato ieri sera (una cena di lavoro terminata troppo tardi per potervene dar conto) intorno alla questione tornata ormai centrale per il futuro dell’eurozona: cosa fare con la Grecia?
La vigilia aveva riproposto due visioni non sempre facilmente convergenti, con Angela Merkel a fare la faccia dura come pretendono i custodi di Bundesbank e il suo ministro delle finanze. La richiesta del premier greco Antonis Samaras, che tra oggi e domani vedrà sia Merkel che Francois Hollande, è nota: servono due anni in più per portare a termine il programma imposto dalla troika (Bce, Ue, Fmi). Ma si accontenterebbe probabilmente anche di qualcosa di meno. In diverse interviste a media tedeschi ha voluto «garantire personalmente che Atene restituirà tutti i soldi» ai contribuenti europei. Ha cercato di terrorizzare i propri concittadini che contestano i tagli parlando di uno «scenario devastante» l’uscita della Grecia dall’euro.
Ma ha sollevato anche un argomento più serio: come possiamo privatizzare (spuntando un prezzo accettabile, ndr) quando ogni giorno i funzionari europei speculano pubblicamente su una potenziale uscita»? Il rischio per i greci è di svendere asset che altri (tedeschi, francesi o inglesi) gradirebbero per l’appunto ceduti in saldo.
Ma Wolfgang Schaeuble ha sbarrato la porta spiegando che «più tempo non è una soluzione del problema, ma solo più soldi da spendere». Altri 20 miliardi di aiuti, hanno quantificato gli analisti. Anche Hollande, entrando nel palazzo della Cancelleria, ha dovuto premere sul tasto della responsabilità di atene, che «deve naturalmente fare gli sforzi necessari»; anche se «è mio auspicio che la Grecia resti nell’eurozona; questa è la nostra volontà e lo diciamo da quando la crisi è iniziata». Ma Merkel ha messo un paletto preciso: per poter prendere qualsiasi decisione si dovrà prima analizzare il rapporto che i funzionari della troika in questo momento al lavoro ad Atene presenteranno ai leader europei. Il margine è insomma molto stretto, i rischi politici, oltre che economici, per l’Europa tornano alti. Il ministro finlandese degli affari europei è arrivato a denunciare – in controtendenza con gli umori prevalenti nel suo governo – la tentazione di erigere un «nuovo muro di Berlino» che separerebbe questa volta nord e sud del continente.
Non solo Citigroup, ormai, considera vicine al 90% le probabilità che Atene esca dalla moneta unica entro 12-18 mesi. Persino i bookmakers britannici quotano le scommesse in merito a 1,15 (l’Italia è data a 9). L’unica consolazione è che le scommesse sarebbero restituite se dall’aeuro uscissero tutti contemporaneamente.

martedì 17 luglio 2012

I primi due mesi di governo di Francois Hollande

- chatait -
1) Abolizione del 100% delle auto blu
"Un dirigente che guadagna 650.000 euro all’anno, se non può permettersi il lusso di acquistare una bella vettura con il proprio guadagno meritato, vuol dire che è troppo avaro, o è stupido, o è disonesto. La nazione non ha bisogno di nessuna di queste tre figure."

2) Con i 345 milioni di euro risparmiati, apertura il 15 agosto 2012 di 175 istituti di ricerca scientifica avanzata ad alta tecnologia, assumendo 2.560 giovani scienziati disoccupati “per aumentare la competitività e la produttività della nazione”.

3) Abolizione dello scudo fiscale (definito “socialmente immorale”) ed emanazione di un urgente decreto presidenziale per un'aliquota del 75% di aumento nella tassazione per tutte le famiglie che, al netto, guadagnano più di 5 milioni di euro all’anno.

4) Assunzione di 59.870 laureati disoccupati, di cui 6.900 dal 1 luglio del 2012, e poi altri 12.500 dal 1 settembre come insegnanti nella pubblica istruzione.

5) Eliminazione di sovvenzioni statali alla Chiesa Cattolica per il valore di 2,3 miliardi di euro che finanziavano licei privati esclusivi, e varo (con quei soldi) un piano per la costruzione di 4.500 asili nido e 3.700 scuole elementari avviando un piano di rilancio degli investimenti nelle infrastrutture nazionali.

6) Istituzione del “bonus cultura” presidenziale, un dispositivo che consente di pagare tasse zero a chiunque si costituisca come cooperativa e apra una libreria indipendente assumendo almeno due laureati disoccupati iscritti alla lista dei disoccupati oppure cassintegrati, in modo tale da far risparmiare parecchi quattrini della spesa pubblica, dare un minimo contributo all’occupazione e rilanciare dei nuovi status sociali.

7) Abolizione di tutti i sussidi governativi a riviste, giornali, fondazioni e case editrici, sostituite da comitati di “imprenditori statali” che finanziano aziende culturali sulla base di presentazione di piani business legati a strategie di mercato avanzate.

8) Agevolazioni fiscali alle banche che offrono crediti agevolati ad aziende che producono merci francesi; tassa supplementare su chi offre strumenti finanziari.

9) Decurtazione del 25% dello stipendio di tutti i funzionari governativi, del 32% di tutti i parlamentari e del 40% di tutti gli alti dirigenti statali che guadagnano più di 800mila euro all’anno.

10) Con quella cifra (circa 4 miliardi di euro) ha istituito un fondo garanzia welfare che attribuisce a “donne mamme single” in condizioni finanziarie disagiate uno stipendio garantito mensile per la durata di cinque anni, finché il bambino non va alle scuole elementari, e per tre anni se il bambino è più grande.

Tutto questo senza toccare il pareggio di bilancio. Lo spread addirittura è sceso, arrivando a 101. L’inflazione non è salita. La competitività e la produttività nazionale è aumentata nel mese di giugno per la prima volta da tre anni a questa parte.

Hollande, Qualcosa di Sinistra.

giovedì 31 maggio 2012

La guerra di Hollande ai super stipendi

La guerra di Hollande ai super stipendi- gadlerner -

François Hollande continua la sua battaglia contro gli stipendi troppo alti, nella politica e nelle grandi imprese pubbliche. Dopo aver tagliato del 30% la sua retribuzione e quella dei suoi ministri, a partire dal presidente del consiglio Ayrault, il nuovo inquilino dell’Eliseo sta realizzando un’altra promessa fatta in campagna elettorale, la riduzione dei salari stellari dei top manager. François Hollande aveva sottolineato come fosse ingiusto che il capo di un’azienda guadagnasse più di venti volte rispetto ad un suo dipendente. Attualmente il rapporto è molto superiore, anche nelle imprese a controllo statale, e il governo francese dovrebbe introdurre entro due settimane la nuova normativa che limiterà le retribuzioni nelle cinquantadue grandi imprese controllate o partecipate dallo Stato. Gli effetti della cura Hollande si stanno già vedendo. La buonuscita da 400 mila euro del presidente di Air France Pierre-Henri Gourgeon è stata bloccata dal governo, e nella prossima assemblea della società aeronautica i rappresentanti dell’azionista pubblico proveranno a cambiarla, come si intuisce dal durissimo comunicato rilasciato da Pierre Moscovici, ministro dell’Economia, e di Arnaud Montebourg, responsabile del nuovo dicastero del Risanamento produttivo.

“L’indennità è stata approvata dal precedente governo”, quello di centro-destra, di François Fillon, si legge ancora nel comunicato, “e non si iscrive nel senso delle regole di moderazione e di decenza annunciate dal presidente François Hollande”. I due ministri vanno giù duro: “Quell’indennizzo è inappropriato in un momento in cui l’azienda conosce un momento difficile”
Secondo alcune indiscrezioni, riprese anche dal Financial Times, il presidente di EDF, Henri Proglio, avrebbe accettato una riduzione del 70% del suo compenso, passandoo da un milione e seicentomila a neanche mezzo milione di euro l’anno per rispettare il nuovo rapporto 20 a 1. Il ministro Moscovici ha apprezzato molto la scelta del manager, evidenziando come “chi lavora per una compagnia pubblica, ed è attaccato al proprio paese, deve essere disponibile ad accettare questa paga ridotta”. Atri top manager sono nel mirino del governo, e tutti dovranno adeguarsi alla “decenza” nelle retribuzioni, come l’ha definita il ministro Montebourg, uno dei leader dell’ala sinistra dei socialisti. La svolta di Hollande in tema di grandi ricchezze, iniziata con il taglio del suo stipendio e che prevede ora la drastica riduzione dei salari dei top manager pubblici, proseguirà con l’introduzione di un’aliquota del 75% su chi guadagna più di un milione di euro. Una proposta molto popolare in Francia, e che lo stesso presidente ha definito un atto di moralità e patriottismo.

sabato 12 maggio 2012

Hollande presidente. Speranza per l'Europa

L'elezione di Hollande impensierisce i cantori dell'ortodossia economica e restituisce speranza alla sinistra europea. Il suo programma, pur moderato, può ridare forza a un'Europa diversa
François Hollande ce l’ha fatta: è il nuovo presidente della repubblica in “una Francia in agitazione, inquieta e divisa” (Izraelewicz, 2012). In queste note cerchiamo di analizzare gli aspetti economici del suo programma e di quello dell’altra figura emergente della sinistra, J.-L. Melenchon. Del resto la campagna elettorale si è concentrata in larga parte proprio sui temi dell’economia e del lavoro. Intanto la crisi europea, che sembrava miracolosamente sopita, tende a prendere nuovo vigore. In particolare, i dati recenti sull’economia spagnola appaiono terrificanti: in una situazione di recessione che si annuncia prolungata, ormai una persona su quattro è disoccupata, e lo è il 50% dei giovani; e qualcuno parla della necessità di una ricapitalizzazione delle banche per 100 miliardi di euro. In Grecia invece le ultime stime sull’andamento del Pil per il 2012 parlano di una sua diminuzione del 5%, dopo una caduta del 6,9% nell’anno precedente; il paese è al quinto anno consecutivo di recessione. Si prevede per quest’anno che la disoccupazione raggiunga il livello del 19%.
Le posizioni della stampa legata al mondo del business
Ovviamente non tutti, nelle scorse settimane, hanno auspicato la vittoria del candidato socialista in Francia. Ricordiamo ad esempio la posizione dell’Economist (Economist, 2012). Il settimanale britannico, dopo gli esiti del primo turno, ha previsto che in caso di vittoria di Hollande la stessa prosperità della Francia potrebbe essere a rischio. Per il giornale, l’uomo politico socialista mostra un atteggiamento anti-business e la risposta dei mercati potrebbe essere brutale, danneggiando anche i paesi vicini. Un uomo piuttosto pericoloso, avverte il settimanale economico, in particolare perché potrebbe contestare le riforme che l’Europa deve portare avanti per far sì che l’euro sopravviva. Le posizioni dell’Economist, certamente discutibili, nonché quelle piuttosto ostili del Wall Street Journal, rappresentano il pensiero di una parte maggioritaria degli ambienti finanziari internazionali.
Ma non tutto il mondo del business gli è nemico. Così, ad esempio, gli articolisti del Financial Times si dividono tra quelli dubbiosi e quelli che guardano invece con simpatia al rinnovamento della presidenza francese. Tra i benevoli, alcuni lo fanno anche perché sperano che nella pratica Hollande annacqui almeno un poco il suo programma. E’ lo stesso Financial Times a segnalare come mentre da una parte stanno ritardando gli investimenti in attesa dei risultati delle elezioni, dall’altra gli ambienti economici francesi mostrano una certa simpatia per i socialisti e sembrano pensare che alcune delle misure annunciate da Hollande non saranno poi realizzate (Barber, 2012).
Le idee sull’Europa
Nel programma di Hollande i dati che più hanno colpito l’immaginazione sono, da una parte, l’intenzione di ridiscutere il pacchetto delle misure di austerità approvato a livello europeo nel dicembre 2011, dall’altra l’introduzione di un’aliquota fiscale marginale del 75% sui redditi dei contribuenti più ricchi. Ma vediamo il suo programma e quello di Melenchon più nel dettaglio, facendo riferimento a una sintesi dei programmi dei candidati pubblicata dalla stampa (Le Monde, 2012).
Per quanto riguarda l’Europa, Hollande vuole rinegoziare il cosiddetto fiscal compact da poco approvato. Peraltro, non appare del tutto chiaro se “si limiterà” a chiedere che, accanto al patto di stabilità, venga inserito anche un accordo per la crescita o se domanderà anche un ripensamento delle misure di austerità già decise. Nelle ultime settimane, già la semplice possibilità che Hollande fosse il più votato al primo turno aveva contribuito a cambiare il clima in Europa; rispetto ai precedenti discorsi, concentrati sull’austerità, quasi all’improvviso sono tornati a prevalere quelli preoccupati di individuare misure per la crescita. D’altro canto, sembra che Angela Merkel sia stata sentita dire che lavorare con Hollande potrebbe essere un incubo. Anche se, a dire della stampa, Hollande e la Merkel starebbero già trattando in maniera riservata sulla questione.
Il politico socialista prevede anche una modifica del ruolo della Bce, affinché privilegi l’occupazione e la crescita, introduca euro-obbligazioni per mutualizzare il debito dei vari paesi, vari il federalismo budgetario e l’istituzione di un budget europeo, compreso un programma di investimenti rilevante, in cui abbia un ruolo forte anche la Banca europea per gli investimenti (Bei).
Più radicali di quelle di Hollande, su questo come su altri fronti, appaiono le misure previste da Melenchon, il cui successo al primo turno delle elezioni è stato meno clamoroso del previsto, anche se sulla scena politica del paese si è imposto comunque un nuovo protagonista. Si devono tra l’altro apprezzare in generale le sue posizioni, come sottolinea il direttore del Nouvel Observateur (Joffrin, 2012), perché rappresentano un sentimento di sincera indignazione contro le ingiustizie della mondializzazione e incarnano il sogno persistente di un mondo diverso, più giusto ed umano. Melenchon vorrebbe intanto una maggiore democrazia e una maggiore attenzione ai temi ambientali in seno alle istituzioni europee, meno poteri alla Commissione e maggiori al Parlamento; chiede poi una rifondazione della Bce, con la creazione, tra l’altro, di un fondo di sviluppo sociale, ecologico e solidale; infine, vorrebbe l’uscita dall’euro e dal trattato di Lisbona.

giovedì 10 maggio 2012

Hollande taglia i super stipendi


Hollande taglia i super stipendi La prima misura colpisce l'Eliseo

La prima misura colpisce l'Eliseo

Il presidente della Repubblica guadagnerà il 30% in meno come tutti i ministri. Nelle aziende controllate dallo Stato i manager non potranno guadagnare più di venti volte del dipendente meno pagato

 di GIAMPIERO MARTINOTTI
(09 maggio 2012)

martedì 8 maggio 2012

La Francia chiama

Rossana Rossanda - ilmanifesto -
François Hollande, socialista, è il nuovo presidente di Francia. Ed è la prima grossa spina nel fianco dell'Europa liberista. Della quale rifiuta le politiche di rigore e quindi il trattato intergovernativo sulla regola d'oro. Lo ha ripetuto instancabilmente, ancora domenica a mezzanotte, davanti alla folla stipata sulla piazza della Bastiglia, una folla mai vista, inattesa, che si è raccolta in tutte le piazze dell'esagono, prima di tutto in quella del suo collegio nella Corrèze, poi nel piccolo aeroporto di Brive, poi all'arrivo nell'aeroporto del Bourget e di là un corteo improvvisato di moto, auto, biciclette ad accompagnarlo - corteo allegro fitto e pericoloso - fino a Parigi, dove il servizio d'ordine ha stentato a fargli strada fino al palco sulla Bastiglia.
La gente lo aspettava dalle otto, appena la vittoria era stata annunciata, zeppa di giovani e giovanissimi, di inattese bandiere di altri paesi, di gente felice. Felice era anche lui, Hollande, ma - ha subito aggiunto - «felici sì, euforici no, molte difficoltà ci attendono. Dovremo batterci, sia io che voi».
Non si può dire che abbia seminato illusioni. È il primo presidente socialista dopo Mitterrand, ma nel 1981 la situazione era meno grave di oggi. Ha ribadito, martellandoli, gli impegni cui non potrà sottrarsi. Due prioritari: più uguaglianza nei mezzi (dunque più lavoro, priorità alla grande disoccupazione giovanile, più potere d'acquisto con aumento subito del salario minimo) e nei diritti (fine di ogni discriminazione degli immigrati). E più giustizia redistributiva. Fine dei tagli nei servizi sociali, sessantamila nuovi impieghi fra sanità e scuola. E tutto questo pagato come? Non solo con i risparmi, ma con la crescita e tassando gli alti redditi fino al 75 per cento - cagnara dell'opposizione, ignara che Roosevelt era arrivato all'83. Tira un'aria di new deal, la destra e i moderati di Le Monde mettono le mani avanti.
Rossana Rossanda È vero, ma Hollande, differentemente da Sarkozy, è un economista; uscito dalla Ena ai primi posti, sa che cosa è un bilancio, non straparla. Sa che la Francia ha un debito pubblico maggiore del nostro, anche se di minori proporzioni rispetto al Pil, ma sa anche che il rigore unilaterale non porta da nessuna parte, se non alla catastrofe economica della Spagna e a quella anche politica di una Grecia spaccata in quattro. Sa che di crescita si parla ormai un po' dappertutto, ma le ricette sono opposte: Hollande precisa che la sua si fa con l'aumento degli occupati, l'incremento delle tecnologie, e la tassazione degli alti redditi. Non crede affatto che si cresca tassando duramente pensioni, salari, servizi sociali ed enti locali, che riducono sia il potere d'acquisto dei più deboli sia le entrate pubbliche, e non è affatto persuaso - come Monti e la sinistra italiana - che i ricchi non devono essere disturbati perché investano nella produzione. Essi investono nella finanza «ed è la finanza - ha detto - il mio nemico». Pareva, al trio Merkel Sarkozy Monti e alla stampa al loro seguito, che dovesse venire giù il mondo. Ma i mercati sono più innervositi dalla Grecia che dalla svolta francese.

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