Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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mercoledì 29 maggio 2013

Depressione, e non recessione

di Roberto Romano - sbilanciamoci -
I dati Eurostat mostrano che parlare di recessione è ormai un eufemismo a buon mercato. Nel periodo 2008-2012 l'Italia ha strutturalmente imboccato la strada della depressione
La crisi economica internazionale ha colpito tutti i paesi a capitalismo avanzato. A partire dal 2008 tutti i principali indicatori economici europei, Pil, occupazione, investimenti, produzione industriale, hanno il segno meno davanti ad ogni indicatore da almeno 4 anni, ma l’Italia ha manifestato una caduta di reddito, occupazione, produzione e investimenti molto peggiore della media dei paesi europei. Per l’Italia, infatti, più che di recessione è più corretto parlare di depressione. La crisi ha costretto un po’ tutti i Paesi a misurarsi con una situazione inedita e senza precedenti, se non per alcuni tratti simile alla grande crisi del ’29, ma l’Italia ha indicatori economici (Eurostat) che travalicano la recessione economica: il nostro paese consuma (brucia) il presente e, aspetto ben più grave, rinuncia al futuro.
Utilizzando i dati Eurostat (2008-2013) relativi a Pil, investimenti, produzione industriale e al tasso di occupazione, indicatore molto più rappresentativo della crisi occupazionale, l’Italia è un paese in piena depressione. I tassi di crescita del Pil (cumulati) tra il 2008 e il 2013, prendendo per buone le previsioni per 2013 di Eurostat e Def, sono negative per 8,3 punti percentuali, contro una crescita del 4,3% della Germania. Nel periodo considerato nessun paese di area euro è riuscito a fare peggio. Solo la Spagna si avvicina un po’ all’Italia con una crescita negativa di 5,6 punti percentuali. Quindi l’Italia ha maturato un gap di crescita molto prossimo a quello di un paese sull’orlo di un precipizio. Non bisogna mai dimenticare che un punto di Pil è pari a quasi 15 mld di euro.
Ma come spesso accade, dietro il Pil si celano fattori e oggetti che meglio di altri fotografano la crisi di struttura. Infatti, tra il 2008 e il 2012 i tassi di variazione della produzione industriale cumulata è pari a meno 21%. Tutti i paesi hanno eroso una parte della propria struttura produttiva, ma il meno 21 per cento dell’Italia non regge il confronto con nessun paese europeo. L’area euro tra il 2008 e il 2012 ha contratto la propria produzione di 10 punti percentuali, mentre la Francia, altro grande ammalato dell’Europa, ha perso il 16%. Quindi, solo l’Italia ha compromesso così in profondità la sua struttura produttiva.
Gli effetti sociali potevano anche essere peggiori se non ci fosse lo stato sociale, al quale, però, non si possono chiedere miracoli.
Le ricadute occupazionali, più precisamente il tasso di occupazione, sono senza precedenti storici. Se consideriamo che il tasso di occupazione dell’Italia, già mediamente più basso di 7 punti percentuali di quello medio europeo, l’ulteriore contrazione di 2 punti percentuali intervenuta tra il 2008 e il 2012, la maggiore tra i paesi di area euro, è lecito sostenere che l’Italia non è più un Paese europeo. La combinazione di minore crescita della produzione industriale, di minore crescita del Pil e di una ulteriore riduzione del tasso di occupazione, fanno dell’Italia un malato particolare. Parlare di recessione è un eufemismo a buon mercato. L’Italia ha strutturalmente imboccato la strada della depressione.
Ma la situazione economica e industriale è ancora più grave se guardiamo al futuro, cioè alla volontà del sistema industriale nazionale di uscire dalla crisi attraverso nuovi investimenti. L’Italia è sempre stato un paese che ha investito più della media dei paesi europei, ma il crollo intervenuto tra il 2008 e il 2012 ha un significato economico storico e senza precedenti. Infatti, l’industria italiana ha sempre investito per inseguire i paesi che generavano innovazione, cioè gli investimenti, pur non giocando il ruolo strategico che meritavano, hanno concorso a tenere agganciato il paese all’Europa; nell’attuale situazione, invece, le imprese italiane de-industrializzano. Utilizzando sempre i dati Eurostat, il tasso di variazione degli investimenti è crollato del 17 per cento tra il 2008 e il 2013, contro una media europea del meno 10 per cento. Non tutti i paesi hanno reagito allo stesso modo. Per esempio, nello stesso periodo, la Germania ha investito il 5,5 per cento in più, la Finlandia l’1 per cento e gli Stati Uniti il 6,5 per cento. In qualche modo l’industria italiana produce beni di consumo immediati, e non si preoccupa più della produzione futura.
Il governo Letta punta su un riordino della pressione fiscale e qualche altro intervento di tutela del lavoro, ma l’impressione è quella di un governo, ma forse anche di un Paese, che ha deciso di rimuovere dalla discussione politica dai problemi veri del paese. Prima iniziamo a discutere di questi problemi, cioè di depressione, de-industrializzazione, assenza di investimenti, meglio sarà per tutti.
Solo in questo modo sarà possibile discutere dell’abissale distanza dell’Italia dai paesi che formano l’euro, e impostare una discussione seria su industria, bilancio, occupazione e giovani.

mercoledì 22 maggio 2013

Siamo un Paese che rinuncia al futuro

     
Siamo un Paese che rinuncia al futuro

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Roberto Romano -
La crisi economica internazionale ha colpito tutti i Paesi a capitalismo avanzato. A partire dal 2008 tutti i principali indicatori economici europei, Pil, occupazione, investimenti, produzione industriale, hanno il segno meno davanti ad ogni indicatore da almeno 4 anni, ma l’Italia ha manifestato una caduta di reddito, occupazione, produzione e investimenti molto peggiore della media dei Paesi europei. Per l’Italia, infatti, più che di recessione è più corretto parlare di depressione.
I tassi di crescita del Pil (cumulati) tra il 2008 e il 2013, prendendo per buone le previsioni per 2013 di Eurostat e Def, sono negative per 8,3 punti percentuali, contro una crescita del 4,3% della Germania. Nel periodo considerato nessun Paese di area euro è riuscito a fare peggio. Solo la Spagna si avvicina un po’all’Italia con una crescita negativa di 5,6 punti percentuali. Quindi l’Italia ha maturato un gap di crescita molto prossimo a quello di un Paese sull’orlo di un precipizio. Non bisogna mai dimenticare che un punto di Pil è pari a quasi 15 mld di euro.
Ma come spesso accade, dietro il Pil si celano fattori e oggetti che meglio di altri fotografano la crisi di struttura. Infatti, tra il 2008 e il 2012 i tassi di variazione della produzione industriale cumulata è pari a meno 21%. Tutti i Paesi hanno eroso una parte della propria struttura produttiva, ma il meno 21 per cento dell’Italia non regge il confronto con nessun paese europeo. L’area euro tra il 2008 e il 2012 ha contratto la propria produzione di 10 punti percentuali, mentre la Francia, altro grande ammalato dell’Europa, ha perso il 16%. Quindi, solo l’Italia ha compromesso così in profondità la sua struttura produttiva.
Gli effetti sociali potevano anche essere peggiori se non ci fosse lo stato sociale, al quale, però, non si possono chiedere miracoli.
Le ricadute occupazionali, più precisamente il tasso di occupazione, sono senza precedenti storici. Se consideriamo che il tasso di occupazione dell’Italia, già mediamente più basso di 7 punti percentuali di quello medio europeo, l’ulteriore contrazione di 2 punti percentuali intervenuta tra il 2008 e il 2012, la maggiore tra i paesi di area euro, è lecito sostenere che l’Italia non è più un Paese europeo.
La combinazione di minore crescita della produzione industriale, di minore crescita del Pil e di una ulteriore riduzione del tasso di occupazione, fanno dell’Italia un malato particolare. Parlare di recessione è un eufemismo a buon mercato. L’Italia ha strutturalmente imboccato la strada della depressione.
Ma la situazione economica e industriale è ancora più grave se guardiamo al futuro, cioè alla volontà del sistema industriale nazionale di uscire dalla crisi attraverso nuovi investimenti. L’Italia è sempre stato un Paese che ha investito più della media dei Paesi europei, ma il crollo intervenuto tra il 2008 e il 2012 ha un significato economico storico e senza precedenti. Infatti, l’industria italiana ha sempre investito per inseguire i Paesi che generavano innovazione, cioè gli investimenti, pur non giocando il ruolo strategico che meritavano, hanno concorso a tenere agganciato il Paese all’Europa; nell’attuale situazione, invece, le imprese italiane de-industrializzano. Utilizzando sempre i dati Eurostat, il tasso di variazione degli investimenti è crollato del 17 per cento tra il 2008 e il 2013, contro una media europea del meno 10 per cento. Non tutti i Paesi hanno reagito allo stesso modo. Per esempio, nello stesso periodo, la Germania ha investito il 5,5 per cento in più, la Finlandia l’1 per cento e gli Stati Uniti il 6,5 per cento. In qualche modo l’industria italiana produce beni di consumo immediati, e non si preoccupa più della produzione futura.

mercoledì 3 aprile 2013

Le tasse, la recessione e la diseguaglianza

di Guglielmo Forges Davanzati

Negli ultimi anni il grado di progressività delle imposte si è significativamente ridotto. Ne hanno beneficiato imprese e contribuenti con redditi elevati, ma non il sistema economico nel suo complesso. È venuto il momento di promuovere una riduzione dell’onere fiscale a beneficio dei redditi più bassi per rilanciare i consumi e la crescita

Nel corso del 2012, la pressione fiscale in Italia ha raggiunto il suo massimo storico, ed è fisiologico il fatto che pressoché tutti i partiti politici dichiarino di volerla ridurre. Si tratta di una congerie di proposte che spesso si basano esclusivamente su ragioni di equità distributiva, a fronte del fatto che la distribuzione dei carichi fiscali ha effetti rilevanti sulla crescita economica. Sebbene implicitamente, esse sono formulate sotto il vincolo del tendenziale pareggio del bilancio pubblico, così che la detassazione di alcuni gruppi sociali non può che implicare l’aumento della pressione fiscale su altri soggetti. E soprattutto si tratta di proposte che non si sa quando e sotto quale forma saranno tradotte in leggi, a fronte del fatto che, nell’immediato, per effetto delle ultime decisioni assunte dal Governo in carica, i contribuenti italiani saranno ulteriormente gravati da tasse (l’incremento dell’IVA e dell’IMU, in primo luogo), per un importo stimato di circa 15 miliardi di euro.

Sulla questione, si confrontano schematicamente due orientamenti.

1) Si ritiene, come si è ritenuto negli ultimi venti anni, che la riduzione delle imposte a beneficio dei lavoratori autonomi, delle imprese e, più in generale, dei redditi elevati generi incrementi di produzione derivanti dal fatto che questi individui reagirebbero (in quanto possono farlo) a una minore tassazione lavorando di più e, per quanto riguarda le imprese, investendo di più. Di fatto, seguendo questa linea, si è prodotta, negli ultimi anni, una condizione nella quale il grado di progressività delle imposte si è significativamente ridotto, ovvero – in termini percentuali – le famiglie con redditi bassi pagano più (o comunque non pagano meno) di quelle con redditi elevati. Al di là di considerazioni che attengono all’equità, va rilevato che queste politiche non hanno prodotto i risultati sperati: il tasso di crescita non è aumentato, e anzi si è ridotto, anche negli anni precedenti lo scoppio della crisi. Si è anche ritenuto che la detassazione dei redditi elevati possa disincentivare l’evasione fiscale. Ma anche questo nesso non ha funzionato: l’evasione fiscale è costantemente aumentata nel corso degli ultimi venti anni, pure a fronte del fatto che l’onere fiscale sugli individui più ricchi si è costantemente e significativamente ridotto. Evidentemente la detassazione non ha alcun effetto sulla “moralità fiscale” dei contribuenti. A ciò occorre aggiungere che l’Italia è arrivata solo nel 2012 all’adozione di provvedimenti di tassazione sulle rendite finanziarie in linea con quelli previsti negli ordinamenti dei maggiori Paesi OCSE.

E’ utile osservare che, stando alle ultime rilevazioni ISTAT, l’incidenza delle imposte sul reddito per tipologia e classe di reddito è stabilmente superiore per i redditi da lavoro dipendente rispetto al lavoro autonomo. Anche sulla base di questa evidenza, si può sostenere che – al di là della legittimazione ‘scientifica’ di politiche di detassazione delle imprese – la scelta in ordine alla distribuzione del carico fiscale non è affatto neutra, e risente dei rapporti di forza degli attori coinvolti e della loro rappresentanza politica. In altri termini, la ripartizione del carico fiscale sembra essere più il risultato di una contrattazione politica che prescinde da considerazioni relative agli effetti macroeconomici, che non l’esito di una scelta finalizzata a generare maggiore crescita economica. Lo si può affermare tenendo conto di una duplice considerazione. In primo luogo, l’aumento della tassazione sugli utili d’impresa (con particolare riferimento alle imprese di grandi dimensioni) può determinare la loro delocalizzazione, così che può essere sufficiente la sola minaccia di delocalizzazione per spingere il Governo a evitare l’adozione di queste misure. In secondo luogo, l’aumento della tassazione su imprese e banche può avere l’effetto di traslare il maggior carico fiscale su prezzi e tassi di interesse, soprattutto in una condizione nella quale queste operano in forme di mercato con bassa intensità competitiva. A ciò si può aggiungere che, per il solo obiettivo di “fare cassa”, è conveniente tassare maggiormente i lavoratori dipendenti, ai quali è sostanzialmente preclusa la possibilità di evadere.

venerdì 10 agosto 2012

L'Europa mal-trattata

di Economistes atterrés - sbilanciamoci -

Dopo il “Manifesto degli economisti sgomenti” che in Francia ha venduto 80 mila copie – in Italia tradotto da Sbilanciamoci! come e-book Finanza da legare e stampato da Miminum fax – il gruppo di economisti francesi ha pubblicato L'Europe mal-traité (a cura di Benjamin Coriat, Thomas Coutrot, Dany Lang e Henri Sterdyniak, Les liens qui libèrent, 2012)

Il testo analizza i cambiamenti nelle regole europee e gli effetti del “Fiscal compact” in via di introduzione in questi mesi. Presentiamo qui le conclusioni del volume, che chiede di rifiutare il “Fiscal compact” – che sarà votato nelle prossime settimane dal parlamento francese – e propone alternative. È in preparazione l'edizione italiana del volume a cura di Sbilanciamoci! Per informazioni
Col “Fiscal compact” siamo arrivati all'”Europa post-democratica”, come afferma il filosofo tedesco Jurgen Habermas? La nostra analisi lo conferma. Il nuovo trattato europeo marginalizza ancora di più parlamenti e popoli. Radicalizzando la logica istituzionale liberista che ha condotto l'Europa in un vicolo cieco, porterà a una disarticolazione della zona euro rispetto all'insieme della costruzione europea. Il caos economico e sociale che ne risulterà avrà conseguenze incalcolabili, confrontabili solo con la crisi degli anni trenta. Gli effetti politici saranno senza dubbio una crescita irreversibile dell'estrema destra (…).
Il “Fiscal compact” avrà effetti depressivi così massicci che non potranno essere compensati da semplici “misure correttive” a scala europea. Tali misure saranno per forza insufficienti, viste le ridottissime dimensioni del bilancio europeo, fermo all'1,2% del Pil dell'Unione (…). Non c'è alternativa alla ricerca di una vera alternativa.
L'eurozona non uscirà dalla crisi attraverso una successione di piani di austerità che puntino a “rassicurare” i mercati finanziari. Una strategia di uscita dalla crisi, per essere efficace e sostenibile, richiede politiche diverse. Gli interventi che proponiamo qui non pretendono di essere una panacea; vogliono mostrare che alternative sono possibili e possono concretizzarsi in misure concrete.
1. Disarmare i mercati finanziari vietando le transazioni speculative (in particolare sui prodotti derivati detenuti senza contropartite reali, in modo che non sia più possibile scommettere sul fallimento degli stati).
2. Far garantire il debito pubblico dalla Banca centrale europea (Bce), in modo che tutti i paesi euro possano finanziarsi con titoli a dieci anni al 2%, il tasso senza rischi. Se necessario, far intervenire la Bce per l'acquisto di titoli di stato in modo da mantenere bassi i tassi d'interesse, come fanno ora le banche centrali di Usa e Regno Unito.
3. Rinegoziare i tassi eccessivi a cui alcuni paesi hanno dovuto indebitarsi a partire dal 2009 e ristrutturare il debito pubblico manifestamente insostenibile. Rimettere in discussione l'assunzione dei debiti delle banche da parte degli stati; in questa logica, non rimborsare i crediti accumulati attraverso l'evasione fiscale.
4. Mettere fine alla concorrenza fiscale tra paesi e avviare una vasta riforma fiscale per far pagare il costo della crisi tassando la finanza, le transazioni finanziarie, i redditi più alti, le imprese multinazionali e i patrimoni gonfiati dalle bolle finanziarie e immobiliari.
5. Vietare alle banche e alle imprese europee di avere attività e filiali nei paradisi fiscali.
6. Riformare profondamente il sistema bancario, concentrando le banche sulla distribuzione del credito, vietando loro le attività speculative, separando le banche di deposito dalle banche d'affari e costituendo un forte polo finanziario pubblico europeo, con un controllo sociale e democratico.
7. Creare Banche pubbliche per lo sviluppo sostenibile che raccolgano il risparmio delle famiglie.
8. Mettere fine alle politiche di austerità, rilanciare l'attività economica e avviare la transizione ecologica anche attraverso fondi raccolti dalle Banche pubbliche per lo sviluppo sostenibile.
9. Costruire un vero bilancio europeo, finanziato in particolare dalla tassazione delle transazioni finanziarie e da una fiscalità ecologica, in modo da assicurare i trasferimenti di risorse necessari alla convergenza delle economie reali.
10. Avviare una strategia di crescita sociale ed ecologica in quattro direzioni: una rivalorizzazione della Politica agricola comune, una forte regolamentazione della finanza, una politica industriale che organizzi l'indispensabile transizione ecologica, la costruzione di un'Europa sociale solida e condivisa.
11. Assicurare un vero coordinamento delle politiche macroeconomiche e una riduzione concertata degli squilibri commerciali tra i paesi europei. In questo quadro, i paesi con forti surplus commerciali dovranno finanziare i paesi in deficit con investimenti diretti o prestiti a lungo termine.
12. Elaborare in modo democratico un vero trattato per il coordinamento delle politiche economiche dei paesi Ue. Questo richiederà obiettivi in termini di convergenza reale delle economie, occupazione, sostenibilità ecologica. Dovrà avviare una strategia economica che utilizzi le politiche monetarie, fiscali, di bilancio, sociali e salariali, oltre alla politica del cambio della zona euro, per avvicinare i paesi alla piena occupazione.
Va da sé che queste dodici proposte non sono l'ultima parola e dovranno essere integrate. Sono però sufficientemente chiare e coerenti per aprire un indispensabile dibattito pubblico sul futuro dell'Europa e della zona euro. Noi, Economisti sgomenti, non possiamo che constatare la ripetuta, esasperante cecità delle élite europee, chiuse nell'autismo neoliberista, che concepiscono la politica economica solo come continua soppressione dei compromessi sociali e delle scelte democratiche. La nostra speranza è in un sussulto collettivo dei popoli europei. L'euro, nonostante la sua architettura distorta e insostenibile nel lungo termine, dà oggi ai popoli europei un interesse comune ad agire: un interesse comune a riappropriarsi delle istituzioni – in particolare della Banca centrale europea – che hanno in mano il loro destino. Il crollo – assai possibile – dell'euro negli anni a venire rischia di portare a un caos economico e politico dalle conseguenze incalcolabili.
È in un percorso comune di rifondazione dell'euro su basi di solidarietà e democrazia che sarà possibile evitare il peggio in Europa. Questo percorso dovrà fondarsi sulle mobilitazioni sociali europee, in quanto i responsabili che sono oggi ai vertici delle istituzioni europee appaiono immobili nei loro dogmi, lontanissimi dalle esigenze attuali. Con questo libro, mettendo queste analisi a disposizione dei cittadini, in collegamento con i nostri colleghi economisti critici di altri paesi europei, vogliamo contribuire, da parte nostra, a illuminare le strade possibili per l'urgente e indispensabile rifondazione di cui l'Europa ha oggi bisogno.

martedì 22 maggio 2012

È arrivata la seconda depressione globale

il manifesto | Joseph Halevi
       
Una seconda ondata depressiva è ormai in vista ad occhio nudo. I prezzi delle materie prime, greggio compreso, hanno smesso di oscillare e stanno subendo un drastico calo trascinandosi dietro sia i valori azionari delle società minerarie che le monete dei paesi produttori in fase di svalutazione rispetto al dollaro. Le commodities sono un’ottima spia della situazione economica. Nell’autunno del 2008 furono i loro prezzi e i tassi di cambio delle relative monete, a segnalare il passaggio della crisi da finanziaria a «reale» quando molti esperti ancora ne negavano l’esistenza. In questo contesto la crisi europea ed il rallentamento cinese si sommano. La dinamica di Pechino, anche per effetto della situazione europea, sta scendendo sotto la soglia dell’8% di crescita annua che, dati i ritmi di produttività, è considerata come il livello minimo per impedire un’impennata della disoccupazione e l’aggravarsi delle già alte tensioni sociali rendendo così più problematica la traiettoria della già complessa transizione politica in atto.
Ma il fulcro principale della nuova ondata depressiva è pur sempre l’Europa dell’euro. Dalla firma del patto fiscale agli inizi dell’anno siamo stati testimoni dell’aggravamento della posizione debitoria della Grecia malgrado i drastici tagli alla spesa pubblica ed il miglioramento del deficit di bilancio. Il Fondo monetario internazionale stima che per il 2013 il rapporto debito pil raggiungerà il 160%. Anche in Spagna la percentuale del debito pubblico sul pil, tuttora inferiore a quello della Germania, è aumentato dopo le drastiche decurtazioni alla spesa pubblica. È proprio la Spagna ad evidenziare la dimensione usuraia dell’attuale modello europeo. L’insolvenza delle banche spagnole è stata alleggerita dai prestiti concessi dalla Bce ad un saggio dell’1%.
Parte di questi soldi vene poi prestata allo Stato, ad un tasso molto superiore. E malgrado l’usura le banche continuano a fallire per via delle cartacce tossiche in loro possesso e della crisi reale che attanaglia il paese. Infine abbiamo visto la Francia aggiungersi ai paesi meridionali. Ancora recentemente i banchieri centrali più intelligenti, come Ignazio Visco, riconoscevano che l’austerità avrebbe portato alla recessione. Veniva però mantenuta la fiducia che i sacrifici fossero necessari per sanare i conti pubblici.
Ora, grazie al Financial Times , emerge la validità di ciò che ho scritto sin dal 2010. L’austerità non solo produce recessione ma aggrava l’indebitamento ed aumenta la probabilità di un default selvaggio con effetti a catena. Nessuno dei paesi summenzionati può mantenere il regime di austerità. Dovranno, come ha appena fatto Madrid con Bankia, effettuare gigantesche operazioni di salvataggio per tamponare le crisi aggravate dalle politiche in atto. A rendere la situazione completamente ingovernabile è il patto fiscale europeo la cui insostenibilità non viene resa pubblica. Il patto obbliga i paesi contraenti all’equilibrio di bilancio.
Ma ciò è possibile solo se la differenza tra risparmi ed investimenti è uguale alla differenza tra esportazioni ed importazioni. È formalmente impossibile che tutti i paesi europei possano realizzare quest’obiettivo. Imporne l’impossibile raggiungimento significa condannare la Francia ed il resto dell’Europa meridionale all’implosione economica che si trasformerà in depressione europea e in un’ulteriore crisi mondiale.

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