Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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martedì 25 giugno 2013

Sentenza Ruby, la sconfitta della politica

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Un collegio giudicante composto di tre donne, già definite da Berlusconi femministe e comuniste, ha condannato Silvio Berlusconi per concussione (elevata a costrizione) e prostituzione minorile a 7 anni di reclusione più l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, un anno in più dei sei chiesti dall’accusa nella requisitoria finale di Ilda Boccassini, la più femminista e comunista di tutte agli occhi dell’ex premier. Una sentenza del tutto prevedibile data la mole di indizi, testimonianze e intercettazioni a sostegno dell’accusa, quasi tutte peraltro note all’opinione pubblica già prima della celebrazione del processo, e probabilmente foriera di un nuovo allargamento dell’inchiesta giudiziaria, dato il rinvio a riconsiderare le eventuali responsabilità penali dei/delle testimoni della difesa che contiene, e che sembra prendere molto sul serio il giudizio già espresso da Boccassini sull’esistenza ad Arcore di un vero e proprio ”sistema prostitutivo”. Mentre i siti web di tutto il mondo battono la breaking new, mentre piovono le dichiarazioni di Fabrizio Cicchitto sulla fine dello Stato di diritto, di Daniela Santanché sulla sentenza ”vergognosa” di un processo che ”non si doveva nemmeno celebrare”, di Giuliano Ferrara sulla sinistra talebana, mentre l’avvocato Ghedini prova disperatamente ad aggrapparsi agli atti processuali, i commenti politici si spostano già tutti, a destra e a sinistra e al centro, sulle conseguenze della sentenza per il governo: reggeranno le larghe intese, non reggeranno? Berlusconi si metterà a fare l’agitatore extraparlamentale, o farà finta di niente aspettando il secondo e il terzo grado di giudizio? E Letta (Enrico), come gestirà l’incontro di domani sera con l’ex premier? E del Pdl che ne sarà, si compatterà sul suo monarca o si dissolverà? La politica ufficiale è fatta così, getta sempre il cuore oltre l’ostacolo. Svanisce il merito di una vicenda che solo tre anni fa aveva squarciato il velo sulla pasta di cui era fatto il regime di Berlusconi, costringendoci a riflettere non solo su di lui ma su di noi, sul consenso allucinato e complice che più di mezza Italia gli aveva garantito, sulle complicità incoffessabili col suo sistema di valori che l’altra metà aveva interiorizzato. Svanisce il merito di una vicenda tutta politica perché incentrata sul rapporto fra i sessi che è materia politica, una vicenda cominciata ben prima del caso Ruby con la denuncia di Veronica Lario, una vicenda che tuttavia la politica ufficiale, di centrodestra e di centrosinistra, ha preferito considerare materia privata finché, col caso Ruby, non è diventata materia penale, delegabile, per il centrosinistra, a un tribunale. La vera domanda non è sugli effetti politici di questa sentenza giudiziaria; è sulla capacità della politica di sconfiggere Berlusconi e il suo sistema di valori a prescindere dalle e prima delle sentenze giudiziarie. Fin qui non ne è stata capace: è una sentenza giudiziaria, non una sentenza politica, a interdire Berlusconi dai pubblici uffici. Il Pd, as usual, di fronte alla sentenza del Tribunale di Milano «prende atto e rispetta». Il governo delle larghe intese può andare avanti, salvo che sia Berlusconi a farlo saltare.

venerdì 31 maggio 2013

Suicidio con raccomandazione !

- controlacrisi -
E' un argomento purtroppo riccorente in questi tempi quello del suicidio. Ne abbiamo anche noi scritto in numerose circostanze battendo soprattutto la dura realtà della disperazione della crisi che spinge i più fragili a non trovare altra via di uscita, se non quella del suicidio, appunto.
Ma a tanto ancora non eravamo arrivai ancora.
“Silvio Berlusconi, pensa tu alla mia famiglia”, ed e' questo il messaggio di un ingegnere di 44 anni padre di una bambina di 5 anni e con la moglie incinta che con queste parole ha deciso di raccomandare la sua famiglia all’ex premier Silvio Berlusconi prima di togliersi la vita, poi si e' impiccano nella sua abitazione in via Sant’Antonio, a Castro, in Salento.Nel biglietto ha chieto scusa ai suoi cari "per non essere stato un bravo ingegnere e non aver saputo progettare bene la nuova casa nella quale sarebbero dovuti andare a vivere tutti insieme".
Alla fine del messaggio precisa di essere "tra coloro che parlano bene dell’ex premier e lo invita a prendersi cura di moglie e figli dato che lui non si fida delle istituzioni. Il professionista era molto conosciuto a Castro, ma non risulta fosse un attivista politico".

domenica 12 maggio 2013

LA VOCE DEL LADRONE (Marco Travaglio)

 Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano
Bella l’idea del pellegrinaggio nella sua Medjugorje privata, Brescia, dove da vent’anni sogna di traslocare i processi da Milano. Purtroppo per lui, anziché dai giudici amici, il Cainano ha trovato ad accoglierlo migliaia di contestatori col dito medio alzato, cori “In galera” e cartelli con scritto “Hai le orge contate”. Il pretesto della scampagnata era sostenere un tal Adriano Paroli, il solito ciellino candidato a sindaco. Il quale, a cose fatte, è salito sul palco affiancato – per peggiorare la sua già penosa condizione – dalla Gelmini. E si è scusato di esistere: “Non era previsto un mio saluto…”.
Intanto il Popolo delle Libertà – qualche migliaio di poveretti – sfollava rapidamente la piazza, come alla fine dei concerti quando arrivano gli elettricisti e i facchini a portar via gli strumenti. Il meglio era accaduto prima, quando l’anziano delinquente (parola del Tribunale e della Corte d’appello), aveva intrattenuto i complici sull’imprescindibile tema dei cazzi suoi. Raramente s’erano viste scene più paradossali (a parte il silenzio di Pd, Letta e Napolitano, troppo impegnati contro i 5Stelle per accorgersi di quanto accade a Brescia). Un vecchietto di 77 anni coi capelli bicolori – gialli sulla calotta asfaltata, neri ai lati –, gli occhi che non si aprono più, la dentiera che fischia e una preoccupante emiparesi al labbro superiore, annuncia un piano ventennale per salvare l’Italia da lui governata per 10 anni su 12 (un premier con qualche potere in più di Mussolini, un Parlamento ridotto a bivacco di manipoli, una Consulta e una Giustizia a sua immagine e somiglianza). Un monumentale evasore promette a quelli che pagano le tasse al posto suo di ridurgliele, dopo averle votate (così come Equitalia). Il politico più ricco del mondo lacrima il suo “struggimento per chi ha perso il lavoro” a causa dei suoi governi. Un imputato recidivo che da vent’anni si trincera dietro l’immunità e le leggi ad personam suam per non farsi processare, si paragona a Tortora che rinunciò all’immunità per farsi processare.
Il leader del terzo partito dà ordini al primo, da vero padrone del governo Letta (“ci ho lavorato a lungo, l’ho voluto io, è un fatto storico, epocale”). E quando gli iloti sotto il palco urlano “chi non salta comunista è”, ridacchia: “Io non posso saltare perché coi comunisti ci governo insieme!”. Il vicepremier e ministro dell’Interno Alfano, col ministro Lupi, noti moderati non divisivi e fautori della pacificazione, sfilano contro un altro potere dello Stato. Molto applaudite le parole dello spirito di mamma Rosa: “Mi diceva che sono troppo buono per far politica: da bambino mi impediva di legarmi campanelli alle caviglie per avvertire le formichine del mio passaggio e non schiacciarle”. Due sole volte il Cainano perde il buonumore. Quando evoca Grillo, la mascella si contrae, gli occhi a fessura saettano, la gente tumultua. Quando cita “gli eventi drammatici di questi giorni” si pensa alle donne uccise o sfigurate con l’acido, ai morti di Genova, alla guerra in Siria. Invece lui parla della sua condanna, “me lo chiedono tutti”.
Segue la solita sbobba piduista sulla responsabilità civile dei giudici (che c’è già dal 1988), la separazione delle carriere, i pm ridotti ad “avvocati dell’accusa che vanno dai giudici col cappello in mano” (come Previti quando andava da Squillante col cappello pieno di banconote), le intercettazioni (non gli piacciono, a parte quella Consorte-Fassino), la carcerazione preventiva (non si arresta uno prima del processo: se scappa o delinque ancora, tanto meglio). Poi viene finalmente al punto: “Le carceri sono un inferno”. Lo sanno bene i suoi guardagingilli Castelli, Alfano e Palma, che le hanno ridotte così. Prossima mossa: una bella amnistia. Così escono un po’ di delinquenti e soprattutto non ne entrano altri, tipo lui. Ma questo non lo dice, non è ancora il momento: “Mi fermo qui, sono sopraffatto dalla commozione”. Appena pensa alla sua cella, gli vien da piangere.

martedì 30 aprile 2013

Letta, Grillo, Berlusconi e le dieci bugie oggi di moda

“E’ tutta colpa di Grillo”. E’ sempre colpa di Grillo. Se cade il governo, se piove, se c’è il sole. La tesi autossolutoria del Pd – il cui elettorato tende incredibilmente a ingoiare di tutto, passando dalla fregola per l’iper-democrazia al giubilo per l’abbraccio mortale con Berlusconi – è ora quella di ripetere che “il governissimo c’è perché Grillo ci ha portato a farlo”. Sarebbe vero se non ci fosse stata l’apertura Rodotà. Ma quell’apertura c’è stata. Nel gioco delle percentuali, il Pd ha il 70% delle colpe e l’ortodossia di Grillo il 30%. Il M5S ha sbagliato a non fare un nome al secondo giro di consultazioni (non sarebbe cambiato nulla, ma avrebbe tolto alibi al Partito Disastro), ma da Rodotà in poi è stato impeccabile: appoggiate questo nome (più vostro che nostro) e faremo un percorso insieme. A dire no è stato il Pd. Perché? Perché ha sempre voluto – nella maggioranza dei suoi parlamentari – l’inciucio. Infatti è stato scelto Enrico Letta, lo zio di suo zio. Quello che “è meglio votare Berlusconi che Grillo”.
“Su Rodotà non c’era maggioranza”. Bugia a metà. C’era la maggioranza degli elettori del Pd, ma non della maggioranza dei parlamentari piddini. Ciò significa, inequivocabilmente, che tra elettorato e rappresentanti c’è una scollatura drammatica. I Boccia non rappresentano nessuno, se non se stessi. Però decidono.
“Rodotà non è stato eletto Presidente perché scelto solo da 4mila persone”. Macché. Le Quirinarie sono state fantozziane, ma se i modi risultano discutibili non lo sono (stati) i contenuti. Per quanto raffazzonate, hanno portato alla scelta di un nome condiviso da milioni di italiani: la piazza reale, non virtuale (quella piazza che tanto terrorizza i giovani vecchi del Pd, tipo Speranza, uno che non merita quel cognome. Un po’ come se Ghedini si chiamasse Figo). Rodotà è stato il treno del cambiamento perso. Perso dal Pd e solo dal Pd: non da altri. Di questa colpa risponderà alla storia e, per il momento, agli elettori (infatti è un partito morto, che può vincere solo se si affida a ribelli come Serracchiani). Rodotà non è stato votato perché: 1) è stato proposto da Grillo (motivazione-asilo Mariuccia); 2) è troppo di sinistra; 3) è troppo laico (cioè “mangiapreti”); 4) è troppo intelligente, quindi libero e non irreggimentabile; 5) è troppo antiberlusconiano (e questo, per il Pd, è davvero inaccettabile).
“Sì, ma 4mila persone sono proprio poche”. Certo che lo sono. Ma sono comunque molto più delle persone (una) che avevano scelto Marini e poi (seicento) Napolitano.
“Non faremo mai il governissimo”. Per due mesi, o poco meno, Bersani e la sua ghenga tragicomica hanno ripetuto che il governissimo non l’avrebbero mai fatto. Qualche esempio (antologizzato stamani da Civati nel suo blog). «Pensare che dopo 20 anni di guerra civile in Italia, nasca un governo Bersani-Berlusconi non ha senso. Il governissimo come è stato fatto in Germania qui non è attuabile» (Enrico Letta, 8 aprile 2013). «Il Pd è unito su una proposta chiara. Noi diciamo no a ipotesi di governissimi con la destra» (Anna Finocchiaro, 5 marzo 2013). «I nostri elettori non capirebbero un accordo con Berlusconi» (Ivan Scalfarotto, 28 febbraio). «Un governo Pd-Pdl è inimmaginabile» (Matteo Orfini, 27 marzo 2013). Eccetera. Adesso avviene il contrario (e chi osa ricordarlo è un disfattista). Perché? Perché il Pd è bravissimo a sbagliare. E perché senza Berlusconi il Pd non esiste: ne è la più grande polizza assicurativa. Così facendo, il Pd imploderà (e questo tutto sommato è un bene) e regalerà a Berlusconi una nuova vittoria (e questo decisamente è un disastro).
“Letta ha vinto lo streaming”. Questa non è una bugia. E’ la verità. Che non stupisce. Letta fa politica da quando ha sei mesi. E’ nato vecchio, un Benjamin Button che mai diventerà Brad Pitt. Nella supercazzola democristiana (parlare e parlare senza dire nulla) nessuno lo batte. Con Crimi e Lombardi, che continuano a sbagliare tutto, ha usato la Tecnica-Asciugo: li ha intortati con una grandinata di nulla politichese. E li ha storditi. Quando si è trovato in difficoltà (Rodotà), ha detto al Duo Harakiri che “dovevate votare Prodi”. Sarebbe bastato rispondere: “Prodi non l’avete votato neanche voi, forse neanche lei. Con quale faccia incolpate noi?”. Ma non l’hanno detto. Come nulla o quasi hanno detto su conflitto di interessi, leggi ad personam, franchi tiratori, incoerenza sul no-inciucio. E via così. Letta ha vinto per mancanza di avversari. Esaurita tale erezione triste per la vittoriuccia di Pirro di Benjamin Letta, vorrei però che i giubilanti di adesso tenessero bene a mente che il loro hero sta lavorando per un governo con i D’Alema, gli Amato e i Brunetta. Un’apocalisse farebbe meno male.
“Non ci sono alternative”. No. C’erano: bastava votare Rodotà. Ma non è stato fatto. Ora il governissimo – il vero obiettivo di Pd e Pdl, sin dall’inizio – viene spacciato come “governo di salvezza nazionale”. Ma de che? Cosa può fare un governo che contempli contemporaneamente Civati e Mussolini? Al massimo una legge elettorale anti-M5S, atta anzitutto a disinnescarli. Berlusconi sta al senso dello Stato come Robinho alle quadriplette. Opera per salvare se stesso e in questo è un fenomeno. Il governo Letta sarà un tirare a campare. Un ulteriore arroccarsi dei politicanti nel Parlamento-bunker. Mi si dirà: “L’alternativa è andare al voto, ovvero un’oscenità”. No: persino andare subito al voto sarebbe più onesto. Anche con la stessa legge elettorale. Un pareggio non ci sarebbe, non stavolta. Vincerebbe Berlusconi, si ridimensionerebbe Grillo, crollerebbe il Pd. Brutta prospettiva? Sì. Ma è l’Italia, baby. E quantomeno avremmo un governo Berlusconi evidente e dichiarato, senza questa ipocrisia nauseabonda delle “larghe intese”.
“Il Movimento ha abbassato i toni”. Ma figuriamoci. Dopo lo schiaffo in faccia ricevuto su Rodotà, il M5S farà solo e soltanto opposizione. I toni sono stati abbassati unicamente da Pisolo Crimi e Simpatia Lombardi, che ieri dormivano (e un po’ li capisco) mentre parlava Benjamin Letta. Dopo il caso Rodotà, la rottura tra M5S e Pd è definitiva. Insanabile. Eterna.
“Il Movimento 5 Stelle è in calo”. Bugia a metà. In Friuli la tramvata è stata evidente, pur con tutte le attenuanti, ma agli occhi di molti elettori 5 Stelle la trama degli ultimi giorni ha confermato che Pd e Pdl pari sono o giù di lì. I sondaggi (Swg) li danno al 27 percento. Se questo è un calo, il Pd è già allo stadio di decomposizione. E’ però vero che il M5S è percepito da molti come una forza che sa dire solo di no. E questo, per loro, è un male. Aggiungo poi che esiste nel Movimento un problema di rappresentanza. L’anomalia non è che Mastrangeli sia stato (giustamente) espulso, ma che sia stato (clamorosamente) prima scelto e poi eletto. E a proposito di espulsioni, che – secondo quasi tutta la stampa – sono giuste se le decide il Pd e sinonimo di fascismo se le appluica il M5S: caro Civati, prendi atto che nel Pd sei un corpo estraneo e vola altrove. Magari nel “cantiere della sinistra” a cui sta lavorando Vendola, ampolloso e barocco come sempre ma tra i pochi ad essere risultato coerente e coraggioso negli ultimi giorni. Questa “critica dall’interno” è sterile , pleonastica e alla lunga pure noiosa.
“La stampa deve cooperare”. E’ l’ultima trovata di Re Giorgio e dei suoi prodi discepoli (quasi tutti), Scalfari e derivati in testa. L’intoccabilità di Napolitano ha ormai del leggendario. Ho rispetto della persona, e della sua età, come lo ho per la memoria storica. Il migliorista Napolitano è sempre stato un “comunista di destra”. Gaber, quelli come lui, li chiamava “grigi compagni del Pci”. Napolitano è quello che appoggiò i cingolati sovietici contro la rivolta ungherese (salvo poi dire decenni dopo che “Mi sono sbagliato, aveva ragione Nenni”), quello che attaccò Berlinguer (Enrico) sulla questione morale, quello che a fine 2011 ci ha imposto Monti allungando la vita politica di Berlusconi (e rafforzando involontariamente Grillo); è quello del “non ho sentito il boom”, delle telefonate a Mancino, delle firme alle leggi vergogna. Capisco la stima, ma Pertini era un’altra cosa. Come lo è il giornalismo. Che non deve “cooperare”, ma raccontare e talvolta denunciare. L’invito a cooperare di Napolitano, dopo l’orrore dello scorso weekend (tra i più neri nella storia della Repubblica italiana), mi ricorda l’adagio del “ci pisciano in testa e poi dicono che piove”. Si ha la sensazione che qualcuno ci abbia conficcato ben bene l’ombrello di Altan. E che quel qualcuno, adesso, ci dica “Ehi, non lamentarti, altrimenti sei un irresponsabile”. Un po’ troppo, come masochismo.

domenica 21 aprile 2013

Elezione del Presidente della Repubblica – Come ti resuscito un Caimano

 Il Fatto Quotidiano
Berlusconi alla Camera - Elezione Presidente della Repubblica ItalianaÈ un’onda che viene e che va. Soprattutto va. A inizio 2013, Pier Luigi Bersani aveva già vinto e Silvio Berlusconi era finito. Un’altra volta. La situazione, quattro mesi dopo, è appena diversa. Dopo le Primarie, Bersani non poteva non trionfare. Aveva un vantaggio abissale: lo squadrone, il giaguaro da smacchiare, Nanni Moretti a tirargli la volata. Eppure ce l’ha fatta. Rigori su rigori sbagliati, e tutti a porta vuota. Match point sprecati con precisione così fantozzianamente chirurgica da lasciar pensare che, dietro a quei disastri insistiti, ci fosse un metodo. Una collusione. Una connivenza.
In cento giorni o poco più, Bersani è riuscito a sbagliare tutto. Consegnandosi alla storia come il sicario (il più noto, ma non l’unico) del Pd. Una sorta di virus che ha distrutto dall’interno quel che restava del centrosinistra. Spolpandolo con bulimia certosina. Dall’altra parte, o per meglio dire dalla stessa, Berlusconi. Quello che a novembre sembrava un po’ rincitrullito, a gennaio riusciva a far sembrare financo Giletti un giornalista incalzatore (“Me ne vado? Me ne vado?”) e che due sere fa suonava allegramente il pianoforte alla serata dedicata ad Alemanno, dedicando canzoncine amene a Rosy Bindi e gioendo – con tutta la claque – per le dimissioni di Bersani. Ovvero uno dei suoi scudieri più instancabili. L’ennesima resurrezione del Caimano ha i connotati arcinoti.
Un mix di talento mediatico, genialità del male e – soprattutto – insipienza degli avversari. Ogni volta che il centrosinistra lo ha visto in difficoltà, si è guardato bene dall’assestare il colpo definitivo.
Nel ‘97/98 fu la Bicamerale di D’Alema, nel 2007/8 il neonato (già morto) Pd di Veltroni, nel 2011 Napolitano, nel 2013 Bersani. L’elettrocardiogramma di Berlusconi è irregolare. Ogni volta che sembra prossimo alla calma piatta, la presunta opposizione accorre – trafelata – col defibrillatore. La trama non concede particolari variazioni. Funziona così: si arriva ciclicamente a un punto in cui, per mandare Berlusconi in fondo al precipizio, basterebbe una spinta. Una piccola spinta. Anche solo un refolo di vento. È però qui che, puntualmente, accadono due cose: la “sinistra” si intenerisce e – al contempo – Berlusconi recita la parte dello “statista responsabile”.
I primi, con fare pensoso, cominciano a straparlare di rispetto del “nemico” (quale nemico?) e propongono genericissime “larghe intese”. Il secondo, con maestria consolidata, abbassa i toni. Naviga sottotraccia. Non appare. Si nasconde. Rilascia poche considerazioni che i soliti editorialisti cerchiobottisti definiscono (mal celando l’eccitazione) “altamente responsabili”. È avvenuto anche prima del Napolitano Bis. Per osmosi la finta moderazione colpisce anche falchi e colombe, droidi e fedelissimi. Al di là delle irrilevanti pasionarie caricaturali, ora una Mussolini e ora una Biancofiore, i Cicchitto e financo i Gasparri (per quanto possa un Gasparri) paiono meno invasati. Alludono al “paese che ha bisogno di essere governato”. Preconizzano “alleanze per il bene comune”.
Sembrano posseduti dal fuoco sacro della passione politica. La sensazione, vista con occhi minimamente smaliziati, è quella di tanti Jack Torrance (il protagonista di Shining) che a metà film si reinventano Richie Cunningham e ti offrono una gazzosa al bar di Happy Days. Un guasto narrativo che metterebbe in guardia persino Oldoini. Eppure, non si sa come (o forse si sa benissimo), la sinistra ci casca. Sempre. Dicendo e scrivendo: “Dai, Berlusconi in fondo non è poi così cattivo”. Ovviamente, un attimo dopo aver teso la mano (un Presidente, un salvacondotto, un inciucio), Jack Torrance spacca il locale e torna quello di prima.
Tra le resurrezioni del Caimano, quella del 2013 è forse la più scombinata. La sceneggiatura è particolarmente forzata. Del resto è almeno la quarta saga del Lazzaro di Arcore, e anche Rocky IV era più debole del primo episodio. Ciò che non cambia mai è il finale. L’happy ending, però sui generis. In queste pellicole di cinema civile è sempre Jack Torrance che vince. Non tanto perché riesce a uscire dal labirinto, ma perché sono le vittime a indicargli la strada. A porgergli (con sussiego) l’ascia. Nel frattempo i processi restano. La polizia indaga. I testimoni giurano che “è stato lui”. Ma qualcuno, alla fine, un alibi glielo trova sempre. E quel “qualcuno” ha sempre la stessa faccia.
Il Fatto Quotidiano, 21 Aprile 2013

sabato 16 febbraio 2013

Berlusconi Monti: marciare divisi, colpire uniti

di Nicola Casale - sinistrainrete -

Le prossime elezioni sembravano avere un vincitore annunciato, il centrosinistra. La ricomparsa di Berlusconi e l’aggressività di Monti han fatto barcollare la certezza: Bersani potrebbe vincere, ma anche no. Sarebbe la seconda volta, in poco più di un anno, che il centrosinistra si vedrebbe scippare la vittoria, o l’avrebbe dimezzata. A fine 2011, con la caduta di Berlusconi, fu Napolitano a orchestrare il governo Monti per evitare le elezioni con la sicura vittoria del Pd. Lo stesso obiettivo è perseguito ora da una combinazione di elementi. Berlusconi punta a impedire la vittoria di Pd-Sel almeno al senato, e Monti pure, assieme alla sua compagnia di giro. Un centrosinistra vincitore dimezzato dovrebbe allearsi con Monti in posizione di debolezza. Ciò provocherebbe grandi tensioni nella coalizione Pd-Sel e all’interno dello stesso Pd. Con quali conseguenze? Una probabile esplosione delle contraddizioni, finora rimandate con continui compromessi. Questa volta, però, con un soggetto interno pronto a uscirne con la sua pattuglia di parlamentari, Renzi.

Divisi in campagna elettorale, Berlusconi e Monti puntano, dunque, allo stesso obiettivo: impedire al centrosinistra di governare, e si preparano a provocare la crisi di questo schieramento per una nuova stagione di governo di centro-destra. Berlusconi, peraltro, l’ha detto con chiarezza, con l’offerta a Monti della leadership di un rinnovato centro-destra. Monti ha rifiutato, cercando di tenere lontano, almeno in campagna elettorale, l’ingombro-Berlusconi e soprattutto la Lega, di cui teme l’“anima sociale” (che ha impedito a Berlusconi la riforma delle pensioni) e le spinte alla divisione del paese.

A onor del vero va detto che se anche il centrosinistra vincesse con numeri maggiori è difficile che il suo governo duri molto più dell’ultimo governo Prodi, rimettendo di nuovo la palla al centro-destra.

Come si spiega la paura di un governo di centrosinistra? In generale il programma del Pd non ha nulla di alternativo a Monti: contenere il debito pubblico, sostegno alle imprese per la ripresa, liberalizzazioni, riconquista armata di Medio Oriente e Africa. Le correzioni di Vendola non sono in grado di cambiarne il segno. Quel che preoccupa è la timidissima venatura “sociale” che ancora vi è contenuta, che fa temere incertezza nell’attuare passaggi decisivi su mercato del lavoro, pubblico impiego, scuola e sanità. Quando Monti invita il Pd a separarsi da Cgil, Fiom, Vendola e Fassina non lo fa per paura di questi soggetti, ma perché teme che la vittoria del centrosinistra possa rinfocolare le aspettative di lavoratori, giovani, donne, pensionati di potersi sottrarre all’infinita serie di sacrifici prevista a loro danno per “uscire dalla crisi”.

Si potrebbe pensare eccessiva la preoccupazione, in quanto tutti quei soggetti han dato magnifica prova dell’impegno a evitare ogni resistenza di massa alle politiche di Monti. Ma il problema è: come reagiranno lavoratori, ecc., agli ulteriori e peggiori sacrifici in cantiere? Se vedranno nel successo del centrosinistra una possibilità di tregua nell’attacco alle proprie condizioni, difficilmente accetteranno contro-riforme troppo pesanti. In più, potrebbero iniziare a esigere che i costi della crisi siano addebitati anche altrove, con una patrimoniale seria e una caccia all’evasione che non persegua solo i piccoli. Di fronte al rischio, Monti e Berlusconi preferiscono una sconfitta elettorale del centrosinistra e, in alternativa, preparano il terreno per sconfiggerlo subito dopo le elezioni. Allo stato dei fatti i loro progetti appaiono largamente realizzabili.

Tra Monti e Berlusconi c’è identità di intenti quanto a soggetti sociali da spremere, ma permangono differenze su altri versanti. Berlusconi è, per Monti, un ingombro perché impersona un modello di sfrenata ricerca di arricchimento e godimento consumistico che era utile nella fase precedente, ma non più ora che la crisi richiede tagli a redditi e consumi anche dei “ceti medi”. In più Berlusconi continua a coltivare l’alleanza del Nord che, in caso di insuperabili difficoltà nel trarre l’Italia fuori dalla crisi, potrebbe sconfinare nella separazione del paese in entità distinte e contrapposte. La Lega non è morta e i sentimenti nordisti continuano ad alimentarsi negli strati di piccola imprenditoria, artigiani e lavoratori settentrionali.

venerdì 11 gennaio 2013

“Servizio Pubblico” un corno!

 
BerlusconiSantoro
di Emiliano Brancaccio
Silvio Berlusconi poteva essere attaccato per avere impresso una tremenda accelerazione ai processi di precarizzazione del mercato del lavoro italiano; per aver contribuito più di altri al depotenziamento della contrattazione nazionale sui salari; per avere assecondato un micidiale regresso culturale, oltre che giuridico, nel campo dei diritti civili; più in generale, per esser stato convinto propugnatore di una visione aziendale e quindi autoritaria dello Stato. Poteva esser messo sul banco degli imputati politici per avere ridotto la politica industriale nazionale a una scassata congerie di prebende, lassismo fiscale, riduzione dei controlli sulla sicurezza del lavoro. Poteva essere accusato di aver contribuito in modo decisivo al dilagare di una concezione magliara delle relazioni sociali, affettive e sessuali. Berlusconi, insomma, poteva essere presentato come la più fedele incarnazione di un capitalismo nazionale imbolsito, retrivo, perennemente tentato dalla logica della reazione: l’arrocco di un Gulliver monopolista sostenuto da una invereconda miriade di lillipuziani proprietari.

Nel corso della trasmissione Servizio Pubblico andata in onda stasera, si poteva fare questo ed altro. Ed invece, oltre ad assistere ad una impolitica requisitoria di Marco Travaglio, ci siamo trovati al cospetto di un Michele Santoro impacciato, non competente, disperatamente aggrappato alle smorfiette di disappunto della signora Merkel nel tentativo di dimostrare la questione a suo avviso decisiva: che Berlusconi, agli occhi di chi oggi comanda nell’Unione europea, sarebbe impresentabile. Nel caos di una trasmissione nella quale giornalisti con una preparazione improvvisata si baloccavano con le sequenze macroeconomiche che descrivono la crisi europea, abbiamo persino avuto, sia pure solo per un lunghissimo attimo, la terrificante sensazione che Berlusconi fosse il savio in mezzo agli stolti.
L’apoteosi l’abbiamo raggiunta quando il Caimano, in un modo sia pur pedestre, ha tentato di spiegare quel che gli economisti di professione sanno bene, e che il Fondo Monetario Internazionale e Bankitalia hanno riconosciuto da tempo: che il debito pubblico non è affatto la causa principale dell’andamento dello spread sui tassi d’interesse; e che la determinante prioritaria di quell’andamento risiede nella probabilità di deflagrazione dell’eurozona, che non è stata scongiurata e che le politiche di austerity non riducono ma accrescono. Ma mettere in discussione il mantra del debito pubblico deve esser parso all’ignaro Santoro una vera bestemmia, e un’occasione da non perdere per mandare al rogo l’eretico. Il penoso risultato è che il conduttore progressista ha fatto la figura del frate domenicano Tommaso Caccini, mentre il più celebre narratore nostrano di stantie barzellette anni ’50 si è trovato nel comodo ruolo dell’epigono di Galileo Galilei.
Servizio Pubblico un corno, dunque. C’era quasi da rimpiangere i banali errori contenuti nelle pillole di economia pre-keynesiana sparse nella trasmissione che giorni fa Piero Angela ha dedicato alla crisi. La verità è che, consapevoli o meno che siano, le cosiddette avanguardie del giornalismo progressista nazionale appaiono oggi affezionate all’ideologia dominante persino più delle istituzioni che quella stessa ideologia, anni fa, avevano contribuito a edificare. Un altro dei segni di questo nostro tempo funesto

mercoledì 9 gennaio 2013

I mali del comunismo

Fonte: liberazione.it | Autore: Maria. R. Calderoni
       
Ne hanno dette tante - piccole, grandi, mostruose, esilaranti, imbecilli, feroci, ridicole, strane, fantasiose, persino divertenti - sul comunismo e sui comunisti medesimi. Un elenco infinito (già ai tempi di Marx, con tutta quella «vecchia Europa» in subbuglio armato...), una vera antologia da guiness.
Mangiano i bambini. Mangiano i Bot. Fanno abbeverare i cavalli in San Pietro. Praticano il libero amore. Tolgono i figli alle famiglie e li danno allo Stato. Non credono ai miracoli. Dicono che la religione è l'oppio dei popoli. Sono senza Dio. Sono senza patria. Aboliscono le scuole private. Aboliscono la proprietà privata. Dicono che il sesso non è peccato. Hanno il Kgb. Hanno il conformismo. Non hanno il consumismo. Non comprano le borse di Hermés. Non hanno il libero pensiero. Non hanno la libertà. Hanno dato i missili a Fidel Castro. Hanno la nomenklatura. Hanno il realismo socialista. Fanno film come La Corazzata Potemkin.
In un volume intitolato "Il libro nero del comunismo" non si finisce più di apprenderne di cotte e di crude. 770pagine filate equamente suddivise tra «Crimini Terrore Repressione», mica noccioline. Per dire: il Grande Terrore, il Sistema dei campi di concentramento, le Purghe, la Tattica del colpo su colpo, l'Assassinio come metodo di governo, il gulag, il Genocidio, Stalin, Lenin...
Insomma, di tutto. Ma che tre donne comuniste camuffate da giudici si mettessero insieme per scucire dalle tasche di Berlusconi 200mila euro al giorno sotto forma di alimenti da devolvere alla Veronica sua ex moglie, inaudito, tra i mali del comunismo questo nessuno al mondo l'aveva sentito mai!

domenica 30 dicembre 2012

martedì 11 dicembre 2012

Emiliano Brancaccio: «La speculazione scommette sull’antieuropeismo di Berlusconi»

- rifondazione -
Cosa sta succedendo?
Innanzitutto, conviene partire dai dati economici. La Bce pochi giorni fa ha rivisto pesantemente al ribasso le previsioni: nel 2013 l'Europa intera sarà nel mezzo della recessione, e iniziano a sorgere dubbi anche sull’esistenza di un effettivo recupero nel 2014. Viene inoltre confermato il carattere asimmetrico della crisi, che ricade in misura maggiore sull'Italia e sugli altri paesi periferici dell ’Unione. In uno scenario come questo, basta poco per far prevalere i venditori sul mercato finanziario. Molti dicono che la paura dei mercati è l’abbandono delle politiche di austerità.
È una semplificazione. I banchieri e gli speculatori sono affezionati alla lotta di classe, non all’austerity. Del resto, sanno bene che il tentativo di rimettere in equilibrio i conti dell ’eurozona a colpi di tagli e tasse non sta funzionando. Basti guardare al rapporto tra debito pubblico e Pil: la cura Monti non lo ha ridotto ma anzi ha contribuito al suo aumento. La scommessa di fondo degli speculatori è un’altra, e riguarda le probabilità di sopravvivenza della zona euro.
La discesa in campo di Berlusconi può davvero mettere in pericolo l’eurozona e può quindi incentivare la speculazione?
Non bisogna esagerare l’importanza di Berlusconi, un uomo che ha perso molto del suopotere e della sua credibilità. Ma direi che il suo ritorno potrebbe suscitare nuovi dubbi sulla tenuta futura della moneta unica europea. Non dobbiamo dimenticare che sul piano politico Berlusconi non ha mai avuto molto a che spartire con quell'aggregato d'interessi e di tradizioni che si organizza attorno al Partito popolare europeo, e con il suo europeismo.
E cosa rappresenta, invece? Ha sempre aggregato attorno a sé un coacervo di interessi diffusi e parcellizzati: piccole imprese, piccoli
proprietari e rentiers, commercianti, eccetera. Questi soggetti hanno tratto beneficio dalla miscela di politiche di lassismo fiscale e di precarizzazione del lavoro che hanno lungamente caratterizzato l’azione dei suoi governi. Oggi però questo arcipelago di soggetti sociali soffre in modo particolare i vincoli monetari e fiscali ai quali l’Europa ci sottopone. Una campagna contro i danni dell ’euro, di stampo vagamente nazionalista, potrebbe fare molta presa su queste categorie sociali. Dunque tu dici: i mercati scommettono su una campagna elettorale di Berlusconi giocata su questo asse? È un soggetto debole, in declino, è difficile dire fino a che punto potrà spingersi. E’ chiaro tuttavia che in termini generali sceglierà una linea di stampo anti-europeo, soprattutto se rinnoverà l’accordo con la Lega. Al di là delle sue possibilità di successo, questo posizionamento rappresenta un incentivo per i venditori sui mercati finanziari. Anche non dovesse avere successo. Perché incrinerebbe comunque, ulteriormente il consenso in Italia verso l'Europa. Man mano che il tempo passa e la crisi si aggrava, il fronte contro la moneta unica è destinato a ingrossarsi, e la fiducia sulla permanenza futura dell’Italia nella zona euro tende per forza di cose a deteriorarsi. Chi oggi si libera dei titoli scommette su questo: il solo aumento della probabilità di una uscita futura dell’Italia, e quindi di una ridenominazione dei titoli italiani in una moneta deprezzata, determina una caduta del loro valore atteso. Ma i sintomi di crisi economica o politica dell ’euro sono reali di spinge le vendite sul mercato. Eppure nessuno crede che Berlusconi possa vincere. Cosa giustifica tanto allarme sull'Italia? Il Financial Times lo ha spiegato bene. Berlusconi è solo un tassello di un puzzle più complessivo. È soltanto uno dei numerosi attori che oggi possono incarnare un sentimento antieuropeo, e che sanno di potere raccogliere nuovi consensi a seguito della crisi e del fallimento delle politiche di austerity. Per i gruppi d'interesse finanziari che tuttora scommettono sulla crisi della moneta unica, ogni nuovo sintomo di disgregazione dell’europeismo incentiva a fare speculazioni. Il fatto che l'ex- Presidente del consiglio della terza economia europea dichiari che l'uscita dall'euro non deve essere considerato un tabù, è solo uno degli ormai innumerevoli segnali di crisi del consenso intorno al progetto europeo. È in questa ottica che dobbiamo leggere i rimbalzi dei mercati. Senza sopravvalutare Berlusconi. Ma collocandolo dentro una scia di segnali. Ma lasciami aggiungere una preoccupazione di fronte a questo scenario. Quale?
Poiché è possibile che già questa campagna elettorale finisca per organizzarsi lungo questa linea: europeisti da un lato e anti-europeisti di ogni sorta dall'altro...
Ti riferisci a Grillo?
Anche, chiaro. L'arcipelago dell'anti- europeismo è molto articolato, masi sta gonfiando. Questo è ilpunto. La mia preoccupazione è che questa polarizzazione intorno alla moneta unica possa indurre le forze di sinistra ad assumere verso l’Europa un atteggiamento fideistico, acritico, fatto prevalentemente di retorica. Nel breve periodo questa strategia può anche pagare, ma una volta al governo la sinistra rischia di trovarsi in un vicolo cieco: costretta, costi quel che costi, a restar fedele ai tremendi vincoli che l’attuale configurazione della zona euro impone.
E cosa suggerisci?
L’europeismo di sinistra oggi deve essere dialettico. Non si può lasciare ai soli movimenti di destra o vagamente nazionalisti la carta della critica dell'assetto dell'Unione. Un governo italiano sostenuto da forze di sinistra dovrebbe darsi un mandato preciso in Europa: chiarire in sede di trattativa con la Germania che il rischio concreto, che stiamo tutti correndo, è una crisi non solo della moneta unica ma anche del mercato unico europeo. Io credo che questa sia l’ultima carta per tentare di mutare i rapporti di forza interni all ’Unione. Se ci si affiderà invece a un europeismo acritico e indiscriminato, si pagheranno nel più lungo periodo pesanti conseguenze politiche.
Pubblico - 11.12.12

mercoledì 31 ottobre 2012

Lo spread snobba Berlusconi

Fonte: il manifesto | Autore: Francesco Piccioni
       
Solo 6 punti in più dopo la «svolta populista» di venerdì scorso. La finanza globale considera il «ritorno del Caimano» un film che non si farà mai
Non serviva essere esperti di speculazione finanziaria per sapere che la sortita berlusconiana – «decideremo se togliere la fiducia al governo immediatamente» – avrebbe avuto un effetto visibile: lo spread che aumenta. E così è andata: il differenziale tra Btp e Bund tedeschi è salito nella giornata di ieri fino a 353 punti. Nemmeno tanto, appena 6 punti. Come se i mercati avessero ormai archiviato il Cavaliere e tutte le sue giravolte. Una leggera increspatura, insomma, giusto per far capire che se questo paese è tanto fesso da voler ripercorrere una strada chiusa. il suo destino è già segnato.

Meno di un anno fa quel maledetto spread era arrivato a 575 punti, con Silvio barricato a palazzo Chigi. Forse avrebbe resistito ancora qualche giorno, ma in due ore il titolo Mediaset perse il 12%, tanto da esser sospeso dalle contrattazioni per eccesso di ribasso. Berlusconi uscì a mani alzate e Monti prese il suo posto appena 24 ore dopo esser stato innalzato al ruolo di senatore a vita. Se qualcuno crede che sia stato solo un bizzarro «incrocio di coincidenze», può ritirarsi in convento. Ieri il Biscione ha perso appena il 2,1%, in una giornata negativa per tutte le piazze del Continente (Piazzaffari -1,5%) e con Wall Street chiusa per uragano in arrivo.

Dobbiamo concluderne per forza di cose che Berlusconi è politicamente morto e sepolto nella considerazione globale. Il suo «ritorno» è ormai solo una favoletta per cercare di tener buoni quanti, a sinistra, hanno molto da ridire sulle politiche messe in atto dal governo «tecnico»; ma sui tavoli che contano – le piazze finanziarie e le riunioni della troika (Bce, Fmi, Ue) – le sue minacce suonano ormai come il ruggito di una pulce.

La conferma diretta, in forma algida e velenosa più del solito, è venuta dallo stesso Mario Monti, impegnato a Madrid in colloqui con Mariano Rajoy. Perseguitato da giornalisti obbligati a tener d’occhio solo la provincia italiana, prima si è mostrato sorpreso dal possibile collegamento tra andamenti dello spread e comportamenti berlusconiani: «Non ci avevo pensato». Salvo poi dire che «lo spread attuale è ingiustificato; per qualche ragione che mi sfugge era a 330, oggi è a 350, comunque molto meno di un anno fa quando era a 575». Venti punti, invece di 240; questo è quanto Silvio «pesa» oggi.

Infine si è dilungato con noncuranza sulla sortita suicida del fu Caimano: «Minacce di ritiro della fiducia a questo governo non possono essere fatte, perché non lo vivremmo come una minaccia. Siamo stati richiesti di dare un contributo in un momento difficile di questo paese. Pensiamo di stare avendo buoni risultati, ma non spetta a noi valutarlo. Sono ‘minacce’ che a noi non toglierebbero niente, se non l’attività di governo che non è stata da noi ricercata».

domenica 28 ottobre 2012


DE PROFUNDIS  
" Remember, (to Berlusconi)  they even caught ME for taxes reasons ONLY"

mercoledì 10 ottobre 2012


AUTUMN
MILAN FOOTBALL CLUB,SEX,POLITICS...
LEAVES FALL  (in italian LEAVES= FOGLIE   DESIRES= VOGLIE)  =
 

domenica 2 settembre 2012

EX ANCHORMAN EMILIO FEDE IS FOUNDING A NEW PARTY CALLED
“WE WANT TO LIVE”

EMILIO FEDE:” I WANTED TO LIVE”
Emilio Fede is, at present, indicted for favouring prostitution of a minor in the framework of the so-called Rubygate scandal, involving Italian Prime Minister Silvio Berlusconi, dental hygienist Nicole Minetti and Karima El Mahrug Ruby Rubacuori

mercoledì 20 giugno 2012

lunedì 28 maggio 2012

Presidenzialismo travestito

... e mentre in Europa si gioca il nostro destino noi ci stiamo ancora occupando di nani e ballerine! :-(
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Mai come ieri la vita della Repubblica è stata scandita da momenti solenni. E al centro di tutto, ancora lui, Silvio Berlusconi. Primo momento solenne: sale sul banco dei testimoni, a Milano, Marysthell Polanco, che comunica al mondo che il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi amava vederla ancheggiare vestita da Barak Obama. Divertente. Ma ancor più che amava vederla ballare vestita da Ilda Bocassini. Molto divertente. Lo diceva alla Bocassini, peraltro, forse nell’impossibilità di dirlo a Obama. E si permetteva anche qualche notazione critica: “Berlusconi rideva di più quando facevo la Bocassini”. Chissà il disappunto di Obama. Secondo momento solenne: nella splendida cornice del Senato della Repubblica, lo stesso Silvio Berlusconi, il famoso ventriloquo, muoveva a ritmo il suo pupazzo Angelino Alfano, per fargli raccontare l’epocale svolta che la politica italiana aspetta da sempre: una riforma presidenziale alla francese con elezione diretta del Presidente della Repubblica, che, nel caso, potrebbe essere proprio Silvio Berlusconi travestito da Silvio Berlusconi. Ma solo “per senso di responsabilità”, ovviamente, cioè per il nostro bene. Un’ipotesi così remota e incredibile che il pupazzo chiama già il suo ventriloquo “presidente della Repubblica”, con gaffe molto divertente. Certo, se Alfano l’avesse detto vestito da Bocassini sarebbe stato più divertente.
Intanto – altro momento solenne – al tribunale di Milano, il mitico ragionier Spinelli spiegava di aver portato in due anni ad Arcore, per le piccole spese di Silvio Berlusconi, circa 20 milioni in contanti, che finivano in “beneficienza”, cioè a pagare ragazze seminude truccate da Ilda Bocassini. Dicendo anche questo a Ilda Bocassini, però vestita di tutto punto che non rideva per niente. Nel frattempo, nell’altro momento solenne della giornata, alcuni grandi intellettuali di destra esprimevano apprezzamento per le riforme annunciate. “Stiamo parlando di cose alte”, diceva Gasparri travestito da Gasparri. Molto male, perché si sa che a Silvio piacciono basse e senza trucco. E la Santanché chiosava deliziata: “Il PdL è tornato al centro dell’agenda politica”. Certo, l’avesse detto vestita da Obama sarebbe stato più divertente. Per ore i notisti politici hanno discusso a quale dei due momenti solenni dare più risalto, se a Marysthell Polanco vestita da giudice, a Berlusconi vestito da Presidente della Repubblica o a Gasparri vestito da Ronaldinho. Poi hanno deciso: non importa, tanto Obama, quello vero, leggerà tutto lo stesso vestito come vuole lui. E quando incontrerà il prossimo Presidente della Repubblica italiana, si farà qualche risata anche lui. Unica nota stonata, la faccia di Berlusconi mentre guardava Alfano, un mix di depressione e scoramento: possibile che in tanti anni di alta politica non sappia ancora usare come si deve il palo della lap dance? La Minetti! Quella sì che aveva il quid!

giovedì 22 marzo 2012

Cancellare la concussione?

- ilfattoquotidiano -
Massimo Fini denuncia: il reato per cui è imputato Silvio Berlusconi davanti al tribunale di Milano potrebbe essere scorporato in due fattispecie: estorsione e corruzione. Se il presidente del Consiglio non interverrà per fermare questa nuova legge ad-personam, non perderà l'appoggio del Pdl, ma verrà meno la fiducia degli italiani

Il governo Monti ci ha chiesto pesanti sacrifici, resisi necessari dopo trent’anni di dissennata politica clientelare e di corruzione sistematica (la sola prima Tangentopoli ci è costata 630 mila miliardi di lire, un quarto del debito pubblico) e, da ultimo, dalla drammatica inerzia di Silvio Berlusconi che, mentre l’UE chiedeva all’Italia interventi urgenti, si limitava a inviare a Strasburgo una ‘lettera di intenti’. Come l’Italia non si è liberata da sé dal fascismo, così non si è liberata da sé dal pericoloso pagliaccio. È dovuta intervenire la Merkel per farci capire che se continuavamo su quella strada facevamo la fine della Grecia. Berlusconi è stato cacciato, al suo posto è subentrato Monti. E gli italiani, pur se tartassati da tutte le parti, gli hanno dato fiducia, anche per il rigore morale, distrutto durante il quasi ventennio di berlusconismo.

Ora però Monti, per non perdere l’appoggio del Pdl e del Pd, si appresterebbe a varare una legge che cancella il reato di concussione di cui, assieme a quello di prostituzione minorile, Silvio Berlusconi è imputato davanti al Tribunale di Milano. Insomma la classica legge ‘ad personam’. Il Codice penale dà una definizione limpida della concussione all’art. 317: “Il pubblico ufficiale che, abusando della sua qualità o delle sue funzioni, costringe o induce taluno a dare o a promettere indebitamente a lui o a un terzo denaro o altra utilità è punito con la reclusione da quattro a dodici anni”. Berlusconi ci è cascato in pieno. La sola telefonata alla Questura è già, in sé, una indebita induzione, e poco importa che sotto interrogatorio ci fosse la ragazza Ruby, poteva trattarsi di qualsiasi altro. È proprio per l’evidenza del reato che la Procura di Milano ha potuto chiedere il processo per direttissima nel quale Berlusconi non avrebbe avuto scampo (per la prostituzione minorile la questione è più complessa, ma si tratta di una fattispecie meno grave) né avrebbe potuto puntare alla prescrizione perché i fatti sono recentissimi. La concussione, a differenza, poniamo, del “concorso esterno in associazione mafiosa”, non è un reato di nuovo conio, è un reato-base che esiste da quando esiste lo Stato moderno. Modificarla sarebbe come voler modificare il furto o l’omicidio.

E invece cosa si appresta a fare il governo Monti? A scorporare la concussione in due reati: l’estorsione, che esiste già e non riguarda precipuamente il pubblico ufficiale, e la corruzione che pure c’è già e riguarda il corrotto e non il corruttore. Si ingenera così una gran confusione alle cui larghissime maglie non sarà difficile sfuggire. L’interesse del Pdl a un pateracchio del genere è evidente.

sabato 17 marzo 2012

L'operazione "nano fetens al Quirinale" procede.

di Salvatore C. in - ListaSinistra -
L'operazione "nano fetens al Quirinale" procede, apparentemente senza intoppi. I possibili ostacoli vengono abbattutti uno dopo l'altro. I più gravi sono naturlamente quelli di natura penale: come cazzo si porta un delinquente patentato lassù al Colle? E' lo stesso problema di come rifare la verginità ad una ninfomane stakanovista di bordello che deve andare sposa illibata al principe ereditario. Come fare? Risposta: molto semplice, togliendogli la patente di delinquente. Se le sentenze di non doversi procedere per prescrizione del reato vengono spacciate per sentenze di assoluzione (o comunque di non-condanna) il nano fetens potrà esibire una fedina penale pulita e potrà spacciarsi per martire del giustizialismo forcaiolo di magistrati comunisti che fanno politica. Se il garante del patto mafia-Stato (Dell'Utri) viene affidato a magistrati compiacenti si cancellerà anche la patente di fondatore della seconda repubblica italo-mafiosa. L'ostacolo oggi più vicino è il processo per quella ladra puttana ex minorenne di Ruby, nel quale il nano fetens deve rispondere di concussione per aver forzato la mano ad un Commissariato per liberare l'imbarazzante puttanella, custode di vergognose porcherie arcoriane. Che fare? Semplice, manipolare il reato di concussione, modificandolo in modo che il suo reato si decriminalizzi; ne verrà fuori una sentenza di assoluzione "perché il fatto non è più previsto come reato" (do you remembere il falso in bilancio?). E' già partita la campagna mediatica che afferma che questo reato non esiste nel resto d'europa. Cazzate. Negli altri paesi europei il comportamento infame del nano fetens è criminoso, anche se non si chiama concussione.
Il nano fetens al Quirinale interessa a tutti i delinquenti della cupola politico-affaristico-mafiosa che ha ammazzato questo paese di merda. 1) Si rende vacante il posto di premier (che può andare a Monti, a Bersani o a Casini). 2) Si elimina la (finta) conflittualità tra i partiti, che potranno dividersi, dalle grandi opere alle municipalizzate, i resti del paese di merda comodamente, fraternamente, senza alcuna preoccupazione e senza dover imbastire (finte) polemiche mediatiche. 3) Il duopolio televisivo Raiset diventerà un blocco monolitico, che consentirà pacifiche spartizioni ed elargizioni di posti, quattrini, prebende e mignotte. Basta poco per essere felici.

S.C.

lunedì 27 febbraio 2012

E’ qui la festa?

di Alessandro Robecchi
Solo un delinquente incallito, i suoi avvocati e i suoi complici potrebbero festeggiare una sentenza come quella emessa ieri dal Tribunale di Milano. Una sentenza che, tradotta in italiano, dice così: la prescrizione è scattata dieci giorni fa, grazie all’ultima disperata mossa perditempo degli on. avv. Ghedini e Longo (la ricusazione dei giudici), dunque non possiamo condannare B.; ma lo sappiamo tutti, visto che l’ha già stabilito la Cassazione, che nel 1999 l’avvocato Mills fu corrotto dalla Fininvest con 600 mila dollari nell’interesse di B., in cambio delle due false testimonianze con cui – come aveva lui stesso confidato al suo commercialista – l’aveva “salvato da un mare di guai”. Cioè gli aveva risparmiato la condanna per le tangenti Fininvest alla Guardia di Finanza.

Condanna che avrebbe fatto di B. un pregiudicato già nel 2001, con devastanti effetti a catena: niente più attenuanti generiche negli altri processi, dunque niente prescrizione dimezzata, ergo una raffica di condanne che oggi farebbero di lui non un candidato al Quirinale, ma un detenuto o un latitante. E se, al netto della falsa testimonianza prezzolata di Mills sulle tangenti alla Gdf, B. sarebbe stato condannato in quel processo, al netto della legge ex Cirielli sarebbe stato condannato anche ieri per avere corrotto Mills. Così come Mills sarebbe stato condannato due anni fa per essere stato corrotto da B. (invece si salvò anche lui grazie alla prescrizione, scattata due mesi prima). Quando infatti fu commesso il reato, nel 1999, la prescrizione per la corruzione giudiziaria scattava dopo 15 anni: dunque il reato si estingueva nel 2014. Ma nel 2005, appena scoprì che la Procura di Milano l’aveva beccato, B. impose la legge ex Cirielli, che tagliava la prescrizione da 15 a 10 anni.

Così il reato si estingueva nel 2009. Per questo la Cassazione, nel febbraio 2010, ha dovuto dichiarare prescritto il reato a carico del corrotto Mills (pur condannandolo a risarcire lo Stato italiano). E per questo ieri il Tribunale ha dovuto fare altrettanto col corruttore B. Fra il calcolo della prescrizione proposto dal pm Fabio de Pasquale e quello suggerito da Ghedini e Longo, il Tribunale ha scelto quello degli avvocati: la miglior prova, l’ennesima, che il Tribunale di Milano non è infestato di assatanate toghe rosse. Anzi, visti i precedenti, se i giudici hanno un pregiudizio, è a favore di B. Il quale, per la sesta volta, incassa una prescrizione a Milano: le altre cinque accertarono che comprò Craxi con 23 miliardi di lire, comprò un giudice per fregarsi la Mondadori e taroccò tre volte i bilanci del gruppo per nascondere giganteschi fondi neri usati per comprare tutto e tutti.

Ora càpita di ascoltare Angelino Jolie, avvocato ripetente, che delira di “folle corsa del pm” (dopo 8 anni di processo!); l’incappucciato Cicchitto che vaneggia di “assoluzione”; e l’imputato impunito che si rammarica (“preferivo l’assoluzione”), ma s’è ben guardato dal rinunciare alla prescrizione per farsi giudicare nel merito. Gasparri, poveretto, vorrebbe cacciare De Pasquale perché ha cercato di non far scattare la prescrizione. Ecco: per lui il compito dei magistrati è assicurare la prescrizione a tutti. Se l’ignoranza si vendesse a chili, sarebbe miliardario.

lunedì 6 febbraio 2012

THE TECHNICAL GOVERNMENT IS THE CONTINUATION OF MY POLITICS BY OTHER MEANS

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