Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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martedì 21 maggio 2013

Brancaccio: “Senza una riforma europea, la prospettiva di un’uscita dall’euro diventa prioritaria”

    
Brancaccio: “Senza una riforma europea, la prospettiva di un’uscita dall’euro diventa prioritaria”

Pubblicato il 20 mag 2013

di Cinzia Peluso -
«Il piano di garanzia europeo per i giovani? Pochi spiccioli, che non bastano per risolvere il dramma del lavoro al Sud». È fortemente critico l’economista Emiliano Brancaccio. Il piano di Giovannini per l’occupazione non lo convince affatto. «Se il governo non riuscirà ad ottenere dall’Europa una vera riforma della politica economica, l’unica prospettiva sarà l’uscita dall’euro» osserva Brancaccio, ricercatore e docente di economia politica all’Università del Sannio e autore di diversi saggi tra cui L’austerità è di destra e sta distruggendo l’Europa.
Professore, il ministro ha confermato ieri che entro giugno arriveranno i provvedimenti sull’occupazione. Come giudica le ipotesi allo studio?
«Sono iniziative al di sotto delle attese. Giovannini si è concentrato sull’esigenza di riformare i servizi all’impiego. I servizi dovrebbero favorire l’incontro tra domanda e offerta, ma il vero nodo è che il lavoro non c’è affatto. Si punta anche sul superamento delle rigidità nella stipula dei contratti a tempo determinato. Eppure non è questo il vero motivo per cui le imprese non assumono. Il problema è la mancanza di ordini e il crollo delle vendite».
Non le sembra positivo, però, il piano che punta a recuperare risorse dall’Europa?
«Complessivamente, il piano europeo di garanzia per i giovani ammonta a 6 miliardi, che significano appena 400 milioni a livello italiano. Se mettiamo a confronto tutte le manovre restrittive che ci ha imposto l’Europa, che hanno un valore di ben 81 miliardi di euro, è evidente che questi 400 milioni sono briciole».
Che cosa servirebbe in particolare per risolvere il nodo dell’occupazione giovanile al Sud?
«L’esecutivo dovrebbe ottenere da Bruxelles una riforma della politica economica. Ma è difficile, perché la crisi oggi è asimettrica, colpisce soprattutto i cosiddetti Mezzogiorni d’Europa e meno il Nord del Vecchio Continente. Il rischio è che se l’Europa non eroga più risorse per l’occupazione in questa situazione drammatica, la prospettiva di uscita dall’euro diventa prioritaria per l’Italia».
Si è creato un asse tra 4 Regioni per chiedere un allentamento del Patto di stabilità. Mentre Giovannini ha invitato ieri le amministrazioni a concentrare i fondi disponibili sulle azioni più rilevanti…
«È vero che negli anni scorsi una quota di risorse destinate alle Regioni è stata sprecata in prebende clientelari. Quindi, Giovannini fa bene a lanciare questo monito. Ma è anche vero che il taglio dei trasferimenti complessivi dallo Stato alle Regioni è stato del 40% negli ultimi cinque anni. Con queste politiche di austerità, quindi, serve a poco uno spostamento da una voce di spreco ad una più efficiente»
Il Mattino

venerdì 11 gennaio 2013

“Servizio Pubblico” un corno!

 
BerlusconiSantoro
di Emiliano Brancaccio
Silvio Berlusconi poteva essere attaccato per avere impresso una tremenda accelerazione ai processi di precarizzazione del mercato del lavoro italiano; per aver contribuito più di altri al depotenziamento della contrattazione nazionale sui salari; per avere assecondato un micidiale regresso culturale, oltre che giuridico, nel campo dei diritti civili; più in generale, per esser stato convinto propugnatore di una visione aziendale e quindi autoritaria dello Stato. Poteva esser messo sul banco degli imputati politici per avere ridotto la politica industriale nazionale a una scassata congerie di prebende, lassismo fiscale, riduzione dei controlli sulla sicurezza del lavoro. Poteva essere accusato di aver contribuito in modo decisivo al dilagare di una concezione magliara delle relazioni sociali, affettive e sessuali. Berlusconi, insomma, poteva essere presentato come la più fedele incarnazione di un capitalismo nazionale imbolsito, retrivo, perennemente tentato dalla logica della reazione: l’arrocco di un Gulliver monopolista sostenuto da una invereconda miriade di lillipuziani proprietari.

Nel corso della trasmissione Servizio Pubblico andata in onda stasera, si poteva fare questo ed altro. Ed invece, oltre ad assistere ad una impolitica requisitoria di Marco Travaglio, ci siamo trovati al cospetto di un Michele Santoro impacciato, non competente, disperatamente aggrappato alle smorfiette di disappunto della signora Merkel nel tentativo di dimostrare la questione a suo avviso decisiva: che Berlusconi, agli occhi di chi oggi comanda nell’Unione europea, sarebbe impresentabile. Nel caos di una trasmissione nella quale giornalisti con una preparazione improvvisata si baloccavano con le sequenze macroeconomiche che descrivono la crisi europea, abbiamo persino avuto, sia pure solo per un lunghissimo attimo, la terrificante sensazione che Berlusconi fosse il savio in mezzo agli stolti.
L’apoteosi l’abbiamo raggiunta quando il Caimano, in un modo sia pur pedestre, ha tentato di spiegare quel che gli economisti di professione sanno bene, e che il Fondo Monetario Internazionale e Bankitalia hanno riconosciuto da tempo: che il debito pubblico non è affatto la causa principale dell’andamento dello spread sui tassi d’interesse; e che la determinante prioritaria di quell’andamento risiede nella probabilità di deflagrazione dell’eurozona, che non è stata scongiurata e che le politiche di austerity non riducono ma accrescono. Ma mettere in discussione il mantra del debito pubblico deve esser parso all’ignaro Santoro una vera bestemmia, e un’occasione da non perdere per mandare al rogo l’eretico. Il penoso risultato è che il conduttore progressista ha fatto la figura del frate domenicano Tommaso Caccini, mentre il più celebre narratore nostrano di stantie barzellette anni ’50 si è trovato nel comodo ruolo dell’epigono di Galileo Galilei.
Servizio Pubblico un corno, dunque. C’era quasi da rimpiangere i banali errori contenuti nelle pillole di economia pre-keynesiana sparse nella trasmissione che giorni fa Piero Angela ha dedicato alla crisi. La verità è che, consapevoli o meno che siano, le cosiddette avanguardie del giornalismo progressista nazionale appaiono oggi affezionate all’ideologia dominante persino più delle istituzioni che quella stessa ideologia, anni fa, avevano contribuito a edificare. Un altro dei segni di questo nostro tempo funesto

lunedì 22 ottobre 2012

Intervista a Emiliano Brancaccio: «Il rifugio dell’economia globale sarà il ritorno al protezionismo»

Autore: Marco Berlinguer - controlacrisi
          
La missione che si è dato Emiliano Brancaccio – brillante economista napoletano – è quanto mai difficile. Nientedimeno che rompere un tabù: quello che si è creato attorno alla dottrina del libero commercio mondiale. La sua tesi è che con la crisi della globalizzazione capitalistica, nei fatti nuove forme di protezionsimo e controllo politico stanno crescendo. E che quella dottrina è in crisi e ormai superata. Ed è tempo che la sinistra se ne accorga, se non vuole che le proposte di limitazione dei movimenti di capitali e di merci, che incontrano crescenti consensi – un po’ ovunque e anche in Italia – siano cavalcate soltanto da forze populistiche e nazionaliste.
Il protezionismo sta tornando di moda?
Tra il 2008 e il 2012 la Commissione europea ha registrato 534 nuove misure protezionistiche. Non solo l’Argentina, ma anche colossi come Cina, India, Brasile, Russia e Stati Uniti hanno introdotto restrizioni. L’unica che ancora resiste alla tentazione di introdurre controlli sui movimenti di capitali e di merci è l’Unione europea. Dietro ci sono gli interessi del paese più forte, la Germania, che dal libero scambio trae grandi vantaggi. Tuttavia, man mano che la crisi avanza, anche in Europa e in Italia aumentano i consensi verso misure di controllo dei commerci, di limitazione delle acquisizioni estere e di ripristino della sovranità nazionale sulla moneta. E’ un’illusione pensare di contrastare quest’onda con la solita vuota retorica europeista.
In effetti i segnali di protezionismo non mancano. Lo stesso Marchionne, in qualità di presidente dell’associazione europea dei costruttori automobilistici, ha criticato l’apertura indiscriminata alle importazioni di autoveicoli prodotti in Asia.
Non solo: Marchionne ha pure chiesto alla Commissione europea di governare i tagli di capacità produttiva delle case automobilistiche europee, in modo da lasciare invariate le quote di mercato: una vera e propria pianificazione pubblica europea dei volumi di produzione. È una posizione sensata che tuttavia apre una contraddizione, visto che al tempo stesso Marchionne rivendica piena libertà di trasferimento del capitale di Fiat all’estero ed esige dai lavoratori una totale sottomissione alle leggi del mercato. È l’ennesimo sintomo di crisi del liberismo e dei suoi ideologi, che da un lato si arrampicano sugli specchi per giustificare i massicci aiuti pubblici ai capitali privati, e dall’a ltro continuano a pretendere di avere mani libere nello scontro con i lavoratori.
E la sinistra, dice lei, risalta per il suo silenzio.
Per troppi anni ha subito il condizionamento ideologico del liberismo, dell’idea che la globalizzazione capitalistica fosse un dato ineluttabile e in fin dei conti benefico. Quando Fiat, o i vertici di Alcoa o la famiglia Riva – che hanno ricevuto varie forme di sostegno statale – hanno minacciato di abbandonare l’Italia e investire all’estero, Berlusconi e Monti hanno dato loro man forte sostenendo che un’impresa privata deve esser lasciata libera di trasferirsi dove meglio crede. Non mi risulta che da sinistra si siano levate molte critiche verso questa indiscriminata libertà di spostamento dei capitali.
Molti però mettono in guardia: il protezionismo, dicono, può provocare danni economici, pericolosi nazionalismi e persino guerre.
È un convincimento tanto diffuso quanto privo di evidenze. Il premio Nobel per l’economia Paul Samuelson, che non era un protezionista, ci ha spiegato che in presenza di disoccupazione il libero scambio crea problemi, non certo vantaggi. E l’economista di Harvard Dani Rodrik ci ricorda che negli anni Cinquanta e Sessanta sussistevano numerosi controlli sui movimenti di capitali e di merci, eppure lo sviluppo, l’occupazione e la distribuzione del reddito erano molto migliori di oggi, anche perché quei controlli permettevano ai singoli stati di perseguire obiettivi interni, occupazionali e distributivi. Si potrebbe anche ricordare che la massima liberalizzazione dei movimenti internazionali dei capitali fu raggiunta esattamente alla vigilia della prima guerra mondiale. È dunque proprio un incondizionato liberoscambismo, soprattutto in tempi di gravissima crisi economica, che rischia di alimentare le peggiori pulsioni nazionaliste .
Lei arriva anche ad argomentare che una minaccia ‘neo-protezionista’ da parte dei paesi del Sud Europa potrebbe contribuire a salvare l’unità europea. Ci spiega meglio quest’idea che suona un po’ paradossale? L’Europa può ritrovare coesione interna solo se mette un freno alla competizione salariale al ribasso e attiva un “motore interno” dello sviluppo economico e sociale. Per adesso, tuttavia, ci stiamo muovendo in direzione contraria. La Germania ha imposto ai paesi periferici dellazona euro una ricetta a base di depressione, disoccupazione e fallimenti aziendali.
La stessa Banca centrale europea segue questa linea: è disposta a difendere i paesi periferici dalla speculazione solo a condizione che questi comprimano ulteriormente la spesa pubblica e il costo del lavoro e si dispongano a vendere i capitali nazionali, incluse le banche. Questa violenta ristrutturazione a guida tedesca trasformerà vaste aree del Sud Europa in deserti produttivi, destinati solo a fornire manodopera a buon mercato alle aree più forti. I gruppi d’interesse prevalenti in Germania sanno che questi processi potrebbero scatenare tensioni tali da indurre i paesi del Sud ad abbandonare l’euro, ma questa eventualità non basta a spaventarli. L’unica vera paura dei tedeschi è che con la moneta unica salti anche il mercato unico europeo, sul quale si fonda la loro egemonia: cioè temono che i paesi del Sud introducano limiti alla libera circolazione dei capitali e delle merci in Europa. In Francia di questa opzione si discute da tempo ma il governo socialista non sembra disposto a esplicitare una minaccia protezionista.
In Italia, per evitare tentazioni, abbiamo addirittura messo un irriducibile liberoscambista ai vertici del governo. La crisi però avanza, i nodi verranno al pettine. E se la sinistra insiste con il suo liberoscambismo acritico, a scioglierli verranno chiamate forze completamente estranee alla tradizione del movimento dei lavoratori.

domenica 3 giugno 2012

Uscire dall’euro? c’è modo e modo


di Emiliano Brancaccio - rifondazione -
Al di là delle rettifiche e delle smentite, Beppe Grillo e Silvio Berlusconi non stanno affatto scherzando. Le loro ormai numerose esternazioni contro la moneta unica hanno una logica: misurare di volta in volta la dinamica dei consensi intorno alla opzione di un’uscita dell’Italia dalla zona euro. I riscontri in effetti sembrano difficilmente equivocabili: da mesi cresce il numero dei cittadini che guarderebbe con favore l’opzione di un ritorno alla moneta nazionale.
Non appare dunque molto tempestiva la presa di posizione dell’economista Giacomo Vaciago e dei vari opinionisti che ancora si ostinano a liquidare le proposte di uscita dall’euro con delle battute irridenti. Vaciago sa che il rischio di uno sfascio dell’Unione monetaria europea è concreto, e può evincersi anche dall’andamento degli spreads. Il tempo in cui si poteva ridurlo al rango di mera boutade è dunque passato da un pezzo.
Del resto, sappiamo bene che un maquillage non salverebbe la moneta unica. Dalla Lettera degli economisti del giugno 2010 al Manifesto per l’Europa del Sole 24 Ore, pur nelle diversità che le contraddistinguono, tutte le proposte di riassetto dell’Unione che possano dirsi dotate di un minimo di senso logico richiederebbero una riforma tutt’altro che trascurabile dei Trattati europei. Ma le condizioni per mettervi mano matureranno in tempo utile? In questo momento, rispondere affermativamente appare francamente un azzardo.
Nel libro L’austerità è di destra. E sta distruggendo l’Europa, abbiamo allora cercato di fornire argomenti a sostegno dell’idea che bisogna a questo punto ragionare su due livelli. Ossia, a livello europeo occorre rimarcare l’opportunità di una riforma dei Trattati finalizzata a quella che Reinhart e Rogoff definiscono “repressione” dei mercati finanziari, e alla istituzione di meccanismi europei di pianificazione degli investimenti e di coordinamento della contrattazione salariale. Ma al tempo stesso occorre pure iniziare a definire i termini di una eventuale opzione di uscita dall’euro, mettendo in chiaro che se salta la moneta unica potrebbe saltare anche il mercato unico.
Perché il punto politico è esattamente questo: c’è modo e modo di abbandonare l’euro. Il modo concepibile da Berlusconi e dal coacervo di macro e micro interessi proprietari che lui o altri potrebbero cercare di ricomporre non è troppo difficile da intuire: massiccia svalutazione, totale libertà di fuga dei capitali all’estero, crollo della quota salari sul Prodotto interno lordo, colpo di grazia a quel che resta del sindacato, lotta feroce all’immigrazione. Non sarebbe del tutto inappropriato definirla una variante estrema, al limite vagamente fascistizzata, dell’uscita dallo SME del 1992.
Tuttavia, è bene chiarirlo: questo non è affatto l’unico modo in cui l’uscita dall’euro potrebbe realizzarsi. Nel corso della Storia sono state poste in essere diverse procedure di sganciamento dai regimi di cambi fissi e di libera circolazione di capitali e merci, l’ultima delle quali in Argentina, con diversi limiti e qualche ombra, ma anche con varie luci. La questione chiave, comunque, è che ogni procedura tende a salvaguardare alcuni interessi sociali e a sacrificarne altri: lavoratori subordinati, piccoli o grandi imprenditori, rentiers, capitali esteri o nazionali, eccetera, secondo vari tipi di combinazioni possibili.
La domanda che allora sarebbe il caso di formulare è la seguente: quale tipo di sganciamento avrebbe in mente Grillo? E, se la situazione precipitasse e la soluzione europea tardasse a giungere, cosa farebbero Bersani e Fassina? E Di Pietro, Vendola e Ferrero? Sarebbero in grado di formulare una opzione di uscita definibile “di sinistra” o si farebbero travolgere dai rulli compressori di un montante anti-europeismo di destra?
Chi ancora reputa la domanda prematura sembra trascurare un fatto politico evidente: una posizione di maggior forza in sede europea la si conquista anche avendo idee chiare circa i termini di una eventuale strategia di uscita dall’Unione.

giovedì 15 dicembre 2011

Brancaccio: "In arrivo in Italia una stagione di acquisizioni da parte di capitali stranieri"

Fonte: controlacrisi
Dal vertice europeo è emerso di nuovo il dispotismo tedesco, corretto qua e là da elementi tesi più che altro ad abbassare la tensione che a risolvere i problemi. Tu cosa ne pensi?
Il vertice europeo ha dimostrato che ci sono due ordini di problemi che rimangono in sospeso e pressocché irrisolti: primo, tra “fondo salva stati” e Bce, non è chiaro se queste istituzioni avranno uno i mezzi e l’altra il mandato politico per potere contrastare le vendite al ribasso che sicuramente proseguiranno nel corso delle prossime settimane e nei prossimi mesi. Il vertice è stato sotto questo aspetto assolutamente ambiguo e opaco e questo non fa altro che aizzare gli scommettitori. Il secondo problema è che le vendite al ribasso sicuramente si intensificheranno dal momento che dal vertice europeo l’unica cosa che è emersa con chiarezza è l’accentuazione del profilo restrittivo delle politiche di bilancio. Cioè di fatto, il vertice stabilisce che a seguito del pareggio di bilancio e a seguito dell’acquisizione delle sanzioni automatiche verso i paesi che non lo rispettano i singoli paesi saranno costretti ad intensificare l’autmento dei tagli alla spesa e l’aumento delle tasse. La conseguenza sarà molto semplice, si ridurranno le capacità di spesa delle famiglie e le propensioni agli investimienti, l’occupazione e la produzione. Crolleranno i redditi e di conseguenza diventerà più difficile rimborsare i debiti sia pubblici che privati. In questo scenario è evidente che gli speculatori sono indiotti a vendere.

Quale ruolo ha giocato il presidente Mario Monti?
Per quanto riguada la linea del governo Monti purtroppo dobbiamo rilevare che ha scelto di assecondare pressoché integralmente la linea tedesca che si è imposta al vertice europeo. L’unica razionalità che potremmo rilevare in questa scelta dovrebbe prevedere il seguente scambio: a fronte delle maggiori restrizioni a carico dell’Italia la Germania si renderebbe disponibile a mutare il quadro di politica economica europea in senso espansivo e non più restrittivo. Solo in questa logica di scambio politico la linea politica italiana potrebbe avere un senso ma questo scambio non lo vediamo. E quindi l’unica spiegazione che riusciamo a darci è che di fatto allo scenario di recessione ci si è rassegnati e che i gruppi dominanti cercheranno di scaricare i costi sui soggetti più deboli.

Appunto, ormai scaricare sugli ultimi è l’unica cosa che mette d’accordo centrodestra e centrosinistra...
Di fatto ci troviamo al cospetto di uno scontro tra capitali che è fondamentalmente lo scontro che avviene tipicamente nelle fasi di crisi dell’accumulazione capitalistica. Nello scontro tra capitali in atto ci troviamo di fronte ai capitali situati nelle aree centrali che riescono a gestire la crisi ecnoomica con minor disagio dal momento che la liquidità si trova prevalentemente nelle loro mani. E la liquidità consente di prendere tempo. E invece i capitali situati nelle aree periferiche sono prevalentemente indebitati. Quello che sta avevnendo di fatto è che soprattutto nelle aree periferiche del continente i capitali cercano di scaricare le difficoltà riducendo il costo del lavoro e dello stato sociale fino a i loro minimi termini. La cosa più inquietante è che questa strategia, già di per se drammatica, potrebbe in ultima istanza rivelarsi fallimentare perché non fa altro che accentuarare il profilo della crisi e rischia di condurci in quella che viene indicata come una deflazione da debiti nella quale i capitali più fragili sono destinati comunque a soccombere. E ce ne accorgeremo presto, perché è probabile che di qui a poco cominceranno a verificarsi nuove acquisizioni bancarie.

lunedì 14 novembre 2011

Su Monti e i "poteri forti"

I “COSPIRAZIONISTI” COME AL SOLITO SI SOFFERMANO SU FATTI SUPERFICIALI, E RISULTANO INCAPACI DI ESAMINARE IN PROFONDITA’ IL RAPPORTO TRA IL SINGOLO INDIVIDUO E IL PROCESSO STORICO.
di Emiliano Brancaccio
In questi giorni svariati giornalisti mi hanno chiesto un commento su Mario Monti e sui suoi presunti rapporti con i famigerati “poteri forti”. Dal Foglio a Liberazione, passando per la trasmissione Piazza Pulita, questa domanda mi è stata rivolta da più parti. Qui di seguito provo a fornire una risposta un pochino più articolata di quella che la stampa e la tv del nostro tempo sembrano in grado di recepire.
In primo luogo, considero l’espressione “poteri forti” estremamente ingenua. Essa rientra nel repertorio tipico dei cosiddetti “cospirazionisti”, i quali commettono l’errore di concepire la Storia come se fosse una mera sequenza di complotti orditi da singoli individui o da gruppi organizzati, con tanto di nomi e cognomi. Oggi i cospirazionisti vanno molto di moda, ma la loro lettura del processo storico è semplicistica e fuorviante. Beninteso, che la meccanica politica sia sempre in fin dei conti riconducibile ad azioni individuali, a trame, a coalizioni e a “movimenti di truppe” è del tutto ovvio. Tuttavia, occorre comprendere che le azioni individuali o di gruppo che davvero contano sono soltanto quelle che si muovono lungo il solco tracciato da forze gigantesche di tipo “impersonale”. Il movimento della Storia, in altri termini, dovrebbe in generale esser considerato un “processo senza soggetto“.

Ora, alla luce di questa interpretazione non ingenua del processo storico, che giudizio possiamo dare di Mario Monti? E cosa possiamo attenderci da un eventuale governo da lui presieduto? Per tentare di rispondere può essere utile in primo luogo fornire un breve profilo dei contributi di Monti alla ricerca economica e alla vita politica.

Nel campo della ricerca, di grande rilievo è un suo articolo dal titolo “A theoretical model of bank behaviour and its implications for monetary policy” (L’Industria, 2, 1971). Meglio noto come “modello Klein-Monti”, questo lavoro si inseriva nell’acceso dibattito dell’epoca in merito alla opportunità o meno di disciplinare l’attività bancaria tramite vincoli amministrativi. In particolare, ci si interrogava sul rischio che una forte concorrenza sul versante della raccolta potesse accrescere prima i tassi sui depositi e poi, conseguenzialmente, anche quelli sui prestiti. Per evitare ciò venivano quindi introdotti per legge dei “soffitti” ai tassi massimi che le banche potevano offrire ai depositanti. Ebbene, Klein e Monti dimostrarono che, sotto date condizioni di mercato, i tassi d’interesse che le banche apllicano sui prestiti sono del tutto indipendenti dai tassi sui depositi, il che rende inutile il tentativo di controllare i primi introducendo vincoli amministrativi sui secondi. In aggiunta a ciò, Monti evidenziò pure che il tasso sui depositi deciso da una banca dipende dagli obiettivi che essa intende perseguire: massimizzare il profitto oppure massimizzare i depositi e quindi le dimensioni.

mercoledì 9 novembre 2011

Investimenti pubblici, rilancio dei salari, riequilibrio dell’Europa. Le proposte di Emiliano Brancaccio per uscire dalla crisi.


di Roberto Polidori. Fonte: siderlandia
Emiliano Brancaccio è docente di Fondamenti di Economia Politica ed Economia del Lavoro presso l’Università del Sannio a Benevento; è uno tra i più autorevoli analisti e critici delle teorie economiche dominanti. La ferrea rigorosità scientifica del ragionamento, l’impressionante conoscenza storica degli avvenimenti economici e la chiarezza nell’esposizione di argomenti complessi lo rendono ospite particolarmente gradito sulle colonne di importanti testate giornalistiche italiane e in numerose trasmissioni televisive. Il prof. Brancaccio, promotore con altri colleghi dell’Appello degli economisti del 2006 e della Lettera degli economisti dello scorso anno per un indirizzo alternativo di politica economica, è una delle “cassandre” che aveva previsto la crisi della zona euro, argomento tristemente attuale.

Prof. Brancaccio, vuole spiegare in parole semplici al lettore qual è il compito di un economista, cosa significhi “applicare il metodo scientifico” per prendere decisioni di politica economica e perché, per dirla con i Prof. Roncaglia, molto spesso gli “economisti sbagliano”?

Talvolta si usa dire che l’economia politica è quella scienza che tenta di rispondere alle seguenti domande: cosa produrre; quanto produrre; come produrre; come distribuire i prodotti realizzati all’interno di un dato sistema sociale. Il problema è che le risposte cambiano a seconda del contesto storico, e possono essere più o meno agevoli. Per esempio, per quanto riguarda il modo di produzione capitalistico, comprendere le sue “leggi di movimento” per rispondere a quelle domande è cosa molto difficile. Il motivo è che, a differenza dei sistemi precedenti, il capitalismo si caratterizza per un meccanismo impersonale, decentrato, che cioè regola i comportamenti di una miriade di soggetti non coordinati tra di loro. E’ proprio questa intrinseca complessità del capitalismo che ha dato luogo alla nascita della scienza economica, che prima non esisteva. Naturalmente, mi si potrebbe obiettare che una “scienza” può dirsi tale se, oltre a saper descrivere i fenomeni, sa anche prevederli. Accetto volentieri la provocazione. E dico, a questo riguardo, che la scienza economica, oltre ad essere più “giovane”, è anche più difficile delle scienze cosiddette “dure”, come ad esempio la fisica e la chimica. Il motivo è che la previsione delle conseguenze degli atti umani è un’ambizione gigantesca, persino superiore a quella di Galileo, che puntava più modestamente a prevedere il movimento degli astri. Tuttavia, pur nelle difficoltà di una scienza “giovane”, è già possibile attribuire all’economia una capacità non solo descrittiva ma anche previsionale. Sotto questo aspetto è necessario chiarire l’affermazione di Alessandro Roncaglia, il quale si riferiva non agli economisti in generale, ma ad una particolare categoria di economisti: vale a dire gli esponenti del cosiddetto mainstream, cioè della teoria economica attualmente dominante. Questi, secondo Roncaglia, ma anche secondo me, si sono fatti portatori di una visione del funzionamento del sistema capitalistico discutibile nelle sue premesse, che conduce a valutare il meccanismo capitalistico in termini più ottimistici di quanto non sia. E’ per questo che gli economisti del mainstream sono rimasti spiazzati – secondo le loro stesse ammissioni – dalla crisi economica esplosa tra il 2007 e il 2008.

martedì 11 ottobre 2011

Il "punto di vista del creditore" fa danni.


di Emiliano Brancaccio.
Tra le interpretazioni della crisi della zona euro ha finora prevalso quello che potremmo definire “il punto di vista del creditore”. Questo verte sul convincimento che, per salvaguardare il diritto dei creditori al rimborso, i debitori debbano tirare la cinghia e ridurre le spese senza invocare aiuti da parte delle istituzioni europee. I piani di austerità adottati da tutti i paesi europei per far fronte al pagamento dei debiti, l’avanzamento finora timido e contraddittorio del fondo salva-stati e l’incertezza sull’ammontare degli acquisti di titoli che la Bce sarà disposta ad effettuare per sostenere i paesi in difficoltà, derivano esattamente dal prevalere di questa logica. Tuttavia, come stiamo ormai rilevando da diversi mesi, tale orientamento non appare in grado di attenuare la crisi dell’eurozona. Anzi, la sfiducia dei mercati cresce di giorno in giorno, e con essa aumentano i differenziali tra i tassi d’interesse.

Sarebbe ora di riconoscere che il punto di vista del creditore deriva dalla risibile pretesa di applicare le banali regole di un bilancio familiare alla complessità delle relazioni macroeconomiche che intercorrono tra i bilanci degli stati. In realtà tali relazioni seguono regole ben diverse, tutt’altro che intuitive. La prima consiste nel fatto che a livello macro il reddito dei creditori dipende in ultima istanza dalla spesa dei debitori, non dai risparmi di questi ultimi. Consideriamo ad esempio la Germania: per lungo tempo, grazie a una superiore organizzazione dei capitali e a una intensa politica di deflazione relativa dei salari, questo paese ha esportato nel resto d’Europa molte più merci di quante ne importasse. In tal modo la Germania ha accumulato ingenti crediti nei confronti di Grecia, Spagna, Portogallo, Italia, della stessa Francia e di vari altri paesi europei, i quali al contrario importavano più merci di quante ne esportassero. Questo pesante squilibrio in seno all’Europa costituisce indubbiamente un sintomo della competitività del sistema produttivo tedesco. Ma rappresenta anche una prova del fatto che per anni la crescita della produzione e del reddito dei tedeschi è stata in larga misura stimolata dalla domanda e dal relativo indebitamento dei paesi periferici. Ecco perché, nel momento in cui tali paesi vengono chiamati a ridurre le spese, anche la Germania finirà per pagarne le conseguenze in termini di mancata crescita.

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