Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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lunedì 16 aprile 2012

E' UFFICIALE: STANNO DEPREDANDO LA NOSTRA RISERVA AUREA

Ricordate il video "ALLUCINANTE: ORA LA GERMANIA VUOLE IL NOSTRO ORO!" (che vi proponiamo di seguito) che abbiamo pubblicato Su Facebook il 31 Gennaio, condividendolo anche di recente con l'invito a "fissarlo bene nella memoria, perché quanto illustrato è ciò che succederà nei prossimi mesi" ?

EBBENE, IL MOMENTO "ATTESO" SEMBRA PROPRIO ESSERE ARRIVATO!
Lo aveva previsto anche Nigel Farage, nell'ambito dell'intervista che ci aveva rilasciato in eslusiva il 14 Febbraio. Riportiamo le testuali parole:
"l'Italia, nonostante le sue immense riserve auree, (o forse per preservare la riserva aurea) diventerà certamente l'obbiettivo di un "attacco" della Troika. Questo se non succederà "molto presto", succederà "abbastanza presto".
Le riserve auree italiane sono diminuite (in valore) di 5,669 miliardi SENZA DIRE NIENTE AI CITTADINI! Tutto è andato secondo le (peggiori) previsioni. E' una cosa sconcertante, ma che ormai non ci stupisce. E ci conferma come il "disegno" dei banchieri e delle lobby dell'alta finanza, nonostante i loro giochetti mediatici, sia più prevedibile di quanto vorrebbero. A patto di analizzare le vicende con obiettività e lungimiranza, senza dare ascolto alle TV.
- - - - -
Di seguito l'articolo di "Rischio Calcolato" - tratto da "frontediliberazionedaibanchieri"
L'ITALIA STA VENDENDO LE RISERVE D'ORO, SIAMO SEMPRE PIU' VICINI ALLA GRECIA !
di Mauro Bottarelli
Le riserve auree diminuite in valore di 5,669 miliardi a 98,123 miliardi al 31 marzo 2012. Si vendono l’oro e senza dire niente ai cittadini! Dov’è finito quell’oro: venduto ai russi o ai cinesi, avidi compratori di riserve auree in questo momento? Oppure è andato in pegno alla Bce come collaterale di qualcosa, su richiesta della Bundesbank sempre più terrorizzata dalle perdite potenziale del programma Target 2? Una cosa è certa, l’operazione non nasce dall’emergenza. Lo scorso novembre, infatti, fecero scalpore per qualche ora le dichiarazioni del presidente della Commissione parlamentare per l’Europa del Parlamento tedesco, Gunther Krichbaum, in un’intervista al quotidiano “Rheinischen Post”: per ridurre il debito pubblico, l’Italia deve mettere in vendita una parte delle riserve auree.

lunedì 27 febbraio 2012

Cameriere inciampa e rovescia birra sulla Merkel. Non sara' mica stato greco?! ...



(AGI) - Berlino, 27 feb. - Doccia involontaria di birra per Angela Merkel, che si e' vista rovesciare sul collo un intero boccale da parte di un cameriere che e' inciampato.

Nel corso di una manifestazione della Cdu svoltasi mercoledi' scorso a Demmin, nel Meclemburgo, la Merkel era seduta a un tavolo e si apprestava a pronunciare un discorso. Al momento di servire cinque boccali di birra al suo tavolo un giovane cameriere e' improvvisamente inciampato ed ha innaffiato il cancelliere.

A raccontare l'incidente a Bild e' lo stesso protagonista dell'increscioso episodio, Martin D., 21 anni, subentrato a una collega "troppo emozionata, che mi ha pregato di sostituirla". Arrivato con il vassoio alle spalle della Merkel, "sono stato spinto, ho cercato di salvare i boccali, ma ormai era troppo tardi e ho urlato 'merda'". Investita in pieno dalla doccia, la signora Merkel e' rimasta calmissima, "si e' voltata, mi ha guardato con un ghigno, poi bagnata com'era si e' alzata per andare sul podio".

venerdì 24 febbraio 2012

Greece: European creditor countries are demanding. Parlamento esautorato.

di: Andrea Perrone - rinascitaeu -
Grecia: il Parlamento è esautorato
I Paesi europei creditori della Grecia chiedono che entro la fine del mese siano approvati 38 cambiamenti specifici nel fisco, nella spesa pubblica e nelle politiche salariali, oltre a una serie di riforme da attuare nei prossimi due anni. Le richieste, contenute in tre documenti per un totale di 90 pagine, visionate dal quotidiano della City, Financial Times, sono il prezzo accettato da Atene in cambio del nuovo prestito a tassi d’usura da 130 miliardi di euro. La lista delle misure comprende indicazioni di massima e di dettaglio, che vanno dalla modifica delle procedure giudiziarie, delle assicurazioni e del catasto all’acquisto di sistemi informatici per l’Agenzia delle entrate, alle prescrizioni di farmaci e allo stoccaggio di greggio.
In dieci pagine sono racchiuse le azioni prioritarie, da approvare
entro mercoledì: la riduzione della spesa farmaceutica per 1,1 miliardi di
euro, il completamento di centinaia di verifiche fiscali e la liberalizzazione
di attività come quelle dei parrucchieri, delle guide turistiche e dei centri
per le diete. I 38 provvedimenti urgenti, che riguardano tutti i settori
dell'economia nazionale, andranno presi attraverso diversi iter: leggi
parlamentari, circolari ministeriali e decreti presidenziali. Pochissimi
interventi sono già stati attuati o sono in fase di attuazione: tra questi i
tagli alle pensioni per 300 milioni di euro e altri tagli alla spesa pubblica
per 325 milioni. Entro il primo semestre dovranno essere ultimate altre
riforme; si tratta, in molti, casi, di quelle strutturali concordate nel primo
piano di salvataggio, nel 2010. Entro settembre dovranno essere aperte le
professioni più chiuse, come quelle dei farmacisti e degli avvocati, e
liberalizzate le licenze dei taxi. La legge in materia è già passata, ma i
decreti attuativi sono stati più volte rinviati sotto la pressione degli
scioperi. Lo stesso vale per gli appalti della sanità.
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Athens told to change spending and taxes
by Peter Spiegel in Brussels, Gerrit Wiesmann in Berlin and Kerin Hope in Athens

European creditor countries are demanding 38 specific
changes in Greek tax, spending and wage policies by the end of this month and
have laid out extra reforms that amount to micromanaging the country’s
government for two years, according to documents obtained by the Financial
Times.

domenica 8 gennaio 2012

NON PAGATE: La crisi greca in un grande romanzo!

Autore: petros markaris

NON PAGATE
NON PAGATE I DEBITI CHE AVETE CON LE BANCHE. NON PAGATE QUELLO CHE DOVETE ALLA CARTA DI CREDITO. NON PAGATE LE RATE DEI MUTUI. NON PAGATE I VOSTRI PRESTITI AL CONSUMO, NE' I PRESTITI CHE AVETE CONTRATTO PER LE FERIE. NON PAGATE QUELLI CHE VI HANNO FATTO AFFONDARE
NON PAGATE!
NON DOVETE NULLA ALLE BANCHE CHE VI HANNO MANDATO IN ROVINA E VI HANNO SOMMERSO DI DEBITI. LASCIATE CHE VI PORTINO IN TRIBUNALE PER INADEMPIENZA. CI VORRANNO 5 ANNI PRIMA CHE SI ARRIVI ALLA SENTENZA. SE NEL FRATTEMPO NON AVRANNO DICHIARATO BANCAROTTA. MA VEDRETE CHE NON LO FARANNO E CERCHERANNO UNA TRANSAZIONE CHE ANDRA' A VOSTRO VANTAGGIO. E QUEL CHE VI RESTERA' DA PAGARE SARA' MENO E LA RATEIZZAZIONE PIU' LUNGA.
NON PAGATE!
DUE ANNI FA (2008) IL GOVERNO HA DISTRIBUITO ALLE BANCHE 28 MILIARDI DI EURO DI CUI NON AVEVANO ALCUN BISOGNO. FACCIAMO FRONTE CON QUEI 28 MILIARDI AI VOSTRI DEBITI PERCHE' LI HANNO PRESI ALLE VOSTRE TASSE, CIOE' DALLE VOSTRE TASCHE. CHI DI NOI NE CAPISCE, ALMENO UN PO' DI ECONOMIA NON DEVE FAR ALTRO CHE GETTARE UN'OCCHIATA AI BILANCI DELLE BANCHE PER VEDERE I GUADAGNI VERTIGINOSI CHE SONO RIUSCITI A INCAMERARE SOLO NEGLI ULTIMI 10 ANNI
NON PAGATE
NON POSSONO FARVI NIENTE!

Da "Prestiti Scaduti" di Petros Markaris, ed Bompiani
336 pg, 18,90 euro

sabato 24 dicembre 2011

Il debito spiegato ai cittadini

di Maria Lucia Fattorelli. Fonte: asudnet
Questo è il testo di riferimento della relazione presentata dall’autrice al Seminario sull’audit del debito organizzato a Liegi il 12 e13 dicembre scorso dal CADTM, il Comitato per l’annullamento del debito del terzo mondo (www.cadtm.org). Il testo è stato tradotto da Aldo Zanchetta per la Campagna del congelamento del debito ed è disponibile anche sul sito della campagna: http://cnms.it/campagna_congelamento_debito.

Maria Lucia Fattorelli è coordinatrice dal 2001 dell’Audit cittadino del Brasile (www.divida-auditoriacidada.org.br); ha fatto parte della Commissione per l’Audit sul debito dell’Ecuador (2007-2008) ed è stata consigliera tecnica della Commissione di inchiesta parlamentare sul debito pubblico (2009-2010). Essa ringrazia Rodrigo Ávila, João Gabriel Pimentel Lopes e Laura Carneiro de Mello Senza per la loro collaborazione a questo articolo.

La recente crisi del debito negli Stati Uniti e le nuove informazioni sugli attuali problemi economici dei paesi europei rivelano il modo in cui il debito pubblico è stato utilizzato a beneficio del settore bancario e finanziario.

E’ necessario innanzi tutto sottolineare che il debito pubblico non è in sé un fatto negativo. Infatti dovrebbe trattarsi di un importante strumento di finanziamento delle politiche pubbliche, una delle ragioni per le quali gli Stati sono autorizzati a contrarre dei debiti, evidentemente sotto certi limiti e condizioni. I prestiti devono consentire di ottenere dei fondi che, sommati alle altre entrate fiscali, consentono al governo di svolgere il proprio ruolo soddisfacendo i bisogni di base della popolazione. Tuttavia molti studi, audit e inchieste hanno già rivelato che invece di contribuire al progresso delle politiche pubbliche, certe somme significative registrate come debito pubblico non corrispondono a denaro ottenuto mediante prestiti. Inoltre una gran parte del debito sovrano viene utilizzato per pagare interessi e ammortamenti di debiti precedenti la cui contropartita non è nota.

Si può identificare facilmente il problema principale: lo strumento del debito pubblico si trasforma in un mezzo di distrazione di risorse pubbliche. La mancanza di trasparenza in questi processi e la grande quantità di privilegi –sia a livello giuridico che finanziario, con numerose ramificazioni- consente di affermare che questo modello funziona come un “sistema debito” a beneficio di un settore ristretto dei mercati finanziari.

Il “sistema debito” è un affare molto redditizio. Il sistema finanziario privato è un complesso di attori depositari di una serie di privilegi giuridici, politici, finanziari e economici. Questi attori sono grandi imprese con alla loro testa grandi banche e potenti agenzie di rating.

Negli Stati uniti questo sistema si è recentemente mobilitato per salvare le banche dall’imminente rischio di fallimento. La dimensione di questo piano di salvataggio è stata rivelata il 21 luglio scorso dal senatore Bernie Sander[1] che ha presentato i risultati di un audit realizzato dal Government Accountability Office[2] (commissione di inchiesta del Congresso incaricata dell’esame della contabilità pubblica). Questo rapporto dimostra che la Federal Riserve (FED) fra il dicembre 2007 e il giugno 2010 ha speso circa 16.000 miliardi di dollari per i piani di salvataggio, ammontare trasferito direttamente (e segretamente ndt) alle banche e alle grandi imprese applicando un tasso di interesse vicino allo zero

Le rivelazioni di questo rapporto di audit governativo forniscono sicuramente uno degli esempi più rimarchevoli dei privilegi del settore finanziario la cui crisi ha costituito il primo passo dell’attuale crisi del debito sovrano non solo negli Stati uniti ma anche in Europa. Queste somme erogate dalla FED superano il totale del debito pubblico statunitense (stimato attualmente in 14.500 miliardi di dollari) e del prodotto nazionale lordo (14.300 miliardi di dollari nel 2010).

L’audit di questa operazione deve proseguire perchè mostra chiaramente come immensi debiti privati vengono trasformati in debiti pubblici. I principali beneficiari di queste erogazioni della FED sono, secondo il rapporto:

domenica 6 novembre 2011

ECCO CHI SOSTIENTE IL DEFAULT

di FELICE ROBERTO PIZZUTI. Fonte: controlacrisi
Come si può sostenere la giusta battaglia per i beni comuni e contemporaneamente auspicare il fallimento dell’istituzione collettiva che dovrebbe gestirli e amministrarli?
Gli «indignati» – di qualsiasi età, ma soprattutto i giovani – hanno molte buone ragioni per esserlo. Tuttavia, anche le migliori ragioni trovano difficoltà ad affermarsi se sostenute in modo ambiguo e controproducente. Ad esempio, lo slogan «la vostra crisi non la paghiamo» non può essere confuso con la sua parodia «il debito non si paga» o con la sua più becera versione «chi se ne frega del default», il cui sapore avanguardista evoca la violenza prevaricatrice del «blocco nero».
La «indignazione» è un sentimento spontaneamente sorto in tutto il mondo dalla giusta e crescente insofferenza verso il modello socio-economico che nell’ultimo trentennio, favorendo pochi a danno di molti, ha umiliato il lavoro, ha precarizzato la vita, ha saccheggiato la natura, ha aumentato le sperequazioni reddituali e ha subordinato le scelte democratiche prese nell’ambito delle istituzioni pubbliche a quelle decise da poche persone nell’ambito dei mercati. Dalla generalizzata presa di coscienza di queste tendenze e dalla conseguente indignazione potrebbero svilupparsi la forza e le indicazioni politiche per un superamento dello stato di cose presenti; c’è però anche il rischio che questo movimento spontaneo, anziché strutturarsi, sia risucchiato da uno sterile ribellismo qualunquista – praticato nelle piazze e sui giornali – che sarebbe propedeutico ad un esito regressivo.
La crisi globale in corso si avvia a diventare la più grave della storia capitalistica. Per come si manifesta, le sue cause principali sembrerebbero essere di natura finanziaria, ma non è così. Le sue motivazioni sono più strutturalmente connesse alla difficoltà progressivamente aumentata nell’ultimo trentennio nelle economie sviluppate di equilibrare le crescenti capacità produttive con una domanda effettiva (cioè corredata di mezzi di pagamento) adeguata. Tuttavia, al centro del dibattito sulla crisi e come superarla non ci sono gli effetti dovuti alle accresciute diseguaglianze di reddito e ricchezza, allo squilibrio che la globalizzazione ha generato nei rapporti tra le istituzioni pubbliche e i mercati, alla conseguente autonomizzazione dei mercati dalle esigenze produttive e di consumo socialmente ed ecologicamente compatibili.
Invece, la questione che anche in ambienti progressisti ha preso il sopravvento è come fronteggiare i debiti, in particolare quelli degli stati; e sia tra conservatori che tra chi aspira a innovazioni radicali emerge la soluzione del default, ma con differenze che pure vanno notate. Ad esempio, i conservatori tedeschi – sorvolando sia sulle proprie responsabilità per le controproducenti politiche comunitarie e di contrasto alla crisi sia sui vantaggi particolarmente elevati che la Germania ha finora avuto dall’Unione europea e dall’euro – pretendono il default dello stato greco (e poi, se servirà, di quelli italiano, portoghese, spagnolo, ecc.) perché ritengono immorale il comportamento dei suoi cittadini e governanti che vivono al di sopra delle loro possibilità. I fautori nostrani del default lo chiedono invece per il proprio paese, ignorandone gli effetti drammatici, in primo luogo per la maggioranza d’italiani che più sta subendo le cause e le conseguenze della crisi.

venerdì 4 novembre 2011

Berlino ridisegna il capitalismo Ue.

di Joseph Halevi. Fonte: ilmanifesto
Sul Sole24Ore di sabato 29 ottobre è apparso un importante articolo di Morya Longo e Fabio Pavesi: «Banche, i veri rischi a Parigi e Berlino».
Viene quantitativamente confermata l'osservazione che facciamo da tempo: i sistemi bancari più infetti sono il tedesco e il francese e quindi anche il belga, strettamente legato a Parigi.
Dallo studio emerge che le banche gallico-teutoniche tuttora detengono un grande ammontare di titoli provenienti dagli anni di bengodi finanziaria in cui sparivano i denari di cassa per trasformarsi in scatole cinesi di derivati e pacchetti strutturati.
Tali titoli appaiono ancora col valore attribuito al momento della loro creazione ma in realtà oggi avrebbero un valore zero o quasi, cosa che comporterebbe il crollo delle banche più esposte. In rapporto al patrimonio di vigilanza la Deutsche Bank é la più contaminata con un'esposizione di oltre il 95%. La altre però non scherzano affatto. La Bnp-Paribas ha un rapporto pari al 37% ed il Credit Agricole del 28%.
Complessivamente la presenza di questi titoli in Italia é molto bassa, solo il 4% del totale; lo stesso dicasi per la Spagna.
Nell'articolo analitico di spalla Fabio Pavesi osserva come nulla sia stato fatto per sterilizzare quei prodotti mentre vengono resi tossici, grazie alle decisioni prese a Berlino, Francoforte e Bruxelles, i titoli pubblici nazionali che sono invece preferiti, proprio perché di Stato, dalle banche italiane e spagnole.
Longo e Pavesi forniscono inoltre un'informazione cruciale per capire le strategie in atto. La European Banking Authority (Eba) ha imposto aumenti di capitale alle banche italiane, spagnole, irlandesi, portoghesi e greche perché piene di buoni del tesoro.
In tal modo l'Eba protegge le banche tedesche e francesi infette e penalizza quelle dei paesi sotto tiro. E' un atto istituzionale il cui messaggio é preciso: sui franco-tedeschi non viene fatta alcuna pressione per liberarsi dei titoli tossici, mentre l'intero peso della paura dell'infezione e del fallimento viene spostato sui buoni pubblici e sulle banche dei paesi dichiarati colpevoli.
Non sono errori di valutazione. Si tratta dell'esercizio puramente machiavellico dei rapporti di forza intercapitalistici a livello europeo. Ancora una volta viene dimostrato che é assurdo parlare di Europa come se fosse uno spazio politico condiviso e comune le cui istituzioni si occupano dei membri discoli.
Francia e Germania vogliono esonerare il proprio sistema bancario da ogni controllo e giudizio esterno mentre intervengono liberamente negli affari degli altri paesi tramite il falso alibi del debito pubblico. A tal fine mobilitano le istituzioni dette europee che non sono per niente democratiche bensi riflettono l'evoluzione dei rapporti di forza.
La crisi del 2008 ha aperto una nuova fase nella dinamica della riconfigurazione del capitalismo europeo. Il processo é diretto dalla Germania convinta che, grazie all'espansione delle sue esportazioni extraeuropee, possa far pesare l'aggiustamento finanziario sia privato che pubblico dell'eurozona soprattutto su alcuni paesi terzi.
Tra questi la Francia non può esserci più di quanto decida Parigi stessa, altrimenti l'impianto su cui poggia la Germania franerebbe. Non possono esserci nemmeno l'Austria e il Benelux perché costituiscono parte essenziale del blocco neomercantilista tedesco. Il fuoco é diretto sia verso i paesi dell eurozona col maggiore debito pubblico che verso quelli che pur essendo stati virtuosi si trovano ora risucchiati nel baratro della depressione economica.

sabato 15 ottobre 2011

Non pagare il debito: come, concretamente?

Autore: Luigi Vinci Fonte: controlacrisi
Al pari di tutti i movimenti reali, cioè attivati da circostanze non accidentali, che siano di massa e che riscuotano ampia simpatia sociale, quello in corso da qualche tempo, a base soprattutto giovanile, che per comodità espositiva chiamerò degli “indignados”, tende a estendersi, a mettere sempre meglio a fuoco il nemico, ad alzare il tiro, a definire obiettivi non solamente di fifesa e non solamente immediati. Negli Stati Uniti, sede del nemico numero uno, la grande finanza speculativa, il movimento sta attaccando Wall Street (le quattro maggiori banche d’affari statunitensi attivano quasi il 95% dei “prodotti derivati” operanti a livello planetario, per una cifra che è 4 volte il PIL mondiale e 20 volte quello USA), parimenti esso sta premendo, con l’organizzazione di una manifestazione a Washington, sulla Casa Bianca. In Italia hanno cominciato a essere oggetto di iniziative di contestazione, oltre al governo, le istituzioni tecnocratiche fintamente neutrali, in realtà ultraliberiste e parte attiva fondamentale nella determinazione degli attacchi antisociali di governo, come la Commissione Europea, la Banca Centrale Europea e la Banca d’Italia. E’ molto importante: il contrasto aperto alla mistificazione tecnocratica è tanto essenziale quanto il contrasto aperto al neoliberismo, alle sue pretese di scientificità e di razionalità economica, alle sue promesse alla società, oltre che, ovviamente, ai danni che sta realizzando a spese delle maggioranze sociali e alla stessa capacità del capitalismo occidentale di riprendersi dalla crisi, anzi contribuendo a precipitarlo in una lunga depressione intervallata da cadute recessive gravi. Bene parimenti fanno gli “indignados” europei a indicare obiettivi che non siano più solo il rifiuto delle misure specifiche di governo, per esempio sul piano della scuola o delle condizioni di lavoro, a rivendicare denari per la scuola pubblica e la fine del precariato. E dunque è molto importante che sia stata affrontata la questione del debito pubblico con lo slogan “non vogliamo”, o “non dobbiamo”, “pagare il debito”.

martedì 11 ottobre 2011

Il "punto di vista del creditore" fa danni.


di Emiliano Brancaccio.
Tra le interpretazioni della crisi della zona euro ha finora prevalso quello che potremmo definire “il punto di vista del creditore”. Questo verte sul convincimento che, per salvaguardare il diritto dei creditori al rimborso, i debitori debbano tirare la cinghia e ridurre le spese senza invocare aiuti da parte delle istituzioni europee. I piani di austerità adottati da tutti i paesi europei per far fronte al pagamento dei debiti, l’avanzamento finora timido e contraddittorio del fondo salva-stati e l’incertezza sull’ammontare degli acquisti di titoli che la Bce sarà disposta ad effettuare per sostenere i paesi in difficoltà, derivano esattamente dal prevalere di questa logica. Tuttavia, come stiamo ormai rilevando da diversi mesi, tale orientamento non appare in grado di attenuare la crisi dell’eurozona. Anzi, la sfiducia dei mercati cresce di giorno in giorno, e con essa aumentano i differenziali tra i tassi d’interesse.

Sarebbe ora di riconoscere che il punto di vista del creditore deriva dalla risibile pretesa di applicare le banali regole di un bilancio familiare alla complessità delle relazioni macroeconomiche che intercorrono tra i bilanci degli stati. In realtà tali relazioni seguono regole ben diverse, tutt’altro che intuitive. La prima consiste nel fatto che a livello macro il reddito dei creditori dipende in ultima istanza dalla spesa dei debitori, non dai risparmi di questi ultimi. Consideriamo ad esempio la Germania: per lungo tempo, grazie a una superiore organizzazione dei capitali e a una intensa politica di deflazione relativa dei salari, questo paese ha esportato nel resto d’Europa molte più merci di quante ne importasse. In tal modo la Germania ha accumulato ingenti crediti nei confronti di Grecia, Spagna, Portogallo, Italia, della stessa Francia e di vari altri paesi europei, i quali al contrario importavano più merci di quante ne esportassero. Questo pesante squilibrio in seno all’Europa costituisce indubbiamente un sintomo della competitività del sistema produttivo tedesco. Ma rappresenta anche una prova del fatto che per anni la crescita della produzione e del reddito dei tedeschi è stata in larga misura stimolata dalla domanda e dal relativo indebitamento dei paesi periferici. Ecco perché, nel momento in cui tali paesi vengono chiamati a ridurre le spese, anche la Germania finirà per pagarne le conseguenze in termini di mancata crescita.

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