Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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venerdì 29 giugno 2012

Giacché: "Ai tedeschi va detto chiaro. Pronti a far saltare il banco"

Autore: fabio sebastiani
Al di là di quello che accadrà nella due giorni di supervertice e dell'andamento dei mercati finanziari, sembra che l'unico punto fermo sia l'attacco al lavoro.       
L'attacco al lavoro è una costante ovunque, non soltanto nella zona euro. Le politiche di austerity nel Regno Unito hanno lo stesso segno. C'è il tentativo evidente di recuperare profitti giocando sull'abbassamento del costo del lavoro. Non si tratta di una novità: sono gli stessi trattati europei a far sì che la competitività si giochi sulla riduzione delle tasse alle imprese e abbassando la protezione dei lavoratori. Questo non avviene soltanto nella periferia dell'Europa ma nel centro. Per esempio, la Germania è il paese dell’eurozona in cui il costo del lavoro è maggiormente diminuito in termini reali dal '99 in poi. Adesso però c'è l'attacco definitivo con la scusa del debito pubblico. All’attacco ai salari diretti, direttamente provocato dalla crisi (che riduce il potere negoziale dei lavoratori), si aggiunge l’attacco a servizi sociali e pensioni, ossia ai salari indiretti e differiti. Infine, c'è l'attacco alla regolamentazione del lavoro nella forma delle cosiddette “riforme strutturali per far ripartire la crescita”. È un attacco organico e a 360 gradi.
Tutto questo con quali prospettive?
Anche assumendo il punto di vista di chi teorizza e mette in pratica tutto questo, è evidente che la cosa potrebbe funzionare solo se l'Europa si trasformasse in una grande Germania cioè decidesse di puntare tutte le proprie carte sull'esportazione tralasciando la domanda interna. Ma è assolutamente irrealistico che questo avvenga. Quello che è successo sinora è qualcosa di diverso: i tagli al welfare hanno dato un colpo poderoso alla domanda interna. Con effetti di gravità inaudita: basti pensare al -6% nei consumi di generi alimentari. Assistiamo allo smantellamento del sistema sociale che è stato messo in piedi dalla seconda guerra mondiale. E le conseguenze sono queste.
In tutto questo non sembrano emergere contraddizioni nella borghesia italiana e tra i vari settori economici.
Io credo che le contraddizioni ci siano. C'è un forte disagio in una parte della borghesia italiana, quella che non ha bisogno di terrorizzare i lavoratori abolendo l'articolo 18: altrimenti non si capirebbe la freddezza del presidente di Confindustria Squinzi a questo proposito. C'è molta preoccupazione in giro anche sulla possibile spoliazione del nostro apparato economico e produttivo a causa di quel che sta accadendo. Uno degli atti d'accusa che si possono muovere a questo governo è quello di aver messo in pratica una lettura ideologica della crisi e dei rimedi ad essa: puntando a una risposta basata su meno Stato e più mercato, meno regolamentazione e meno diritti per chi lavora. Questa formula ha due difetti, di essere iniqua e di non funzionare economicamente. Qui però bisogna tener conto che in questa crisi entrano in gioco sia il conflitto tra capitale e lavoro, sia la guerra tra capitali.

Vladimiro Giacchè. Il punto economico-politico su eurozona


5uebandiera
di Daniele Cardetta
Professor Giacchè, il voto greco sembra aver fatto tirare un sospiro di sollievo all’establishment europeo. Pensa che la vittoria di Nuova Democrazia possa traghettare la Grecia verso acque più tranquille? E se avesse vinto Syriza crede che la Merkel e la troika avrebbero accettato di rivedere il memorandum?
“La mia risposta a entrambe le domande e’ negativa. La vittoria di Nuova Democrazia e’ la vittoria del partito che aveva truccato i conti in Grecia. Si continuerà col massacro sociale e con la conseguente depressione economica. I ricchi e gli evasori potranno dormire sonni tranquilli. A proposito, faccio sommessamente notare che l’ “europeista” Nuova Democrazia, appoggiata anche dalla Merkel (del resto al Parlamento europeo sono nello stesso raggruppamento, quello dei popolari), si guarda ben dal rimuovere dalla Costituzione ellenica la norma che prevede che gli armatori non paghino tasse sui profitti maturati all’estero (praticamente tutti: l’anno scorso ammontavano a 15,4 miliardi di euro…), mentre gli “antieuropeisti” di Syriza l’avevano messa nel loro programma. Chi e’ più rigoroso? E in ogni caso il memorandum non vedrà alcuna modifica sostanziale e le cose continueranno ad andare come sono andate sinora: cioè male. Per la Grecia e per l’Europa”.
Il Premio Nobel Krugman sostiene che Atene uscirà comunque dall’Euro. Lei è d’accordo o si sente di concedere maggiori speranze per il futuro?
“Penso che Krugman abbia ragione, e che purtroppo questo avverrà dopo ulteriori sofferenze inflitte al popolo greco. L’unica speranza e’ che l’opposizione a questo governo porti ad assetti politici diversi. E’ proprio l’appeasement ai diktat euro-tedeschi oggi la minaccia più grande. Per la Grecia e non solo. La verità e’ che nessuno in Europa fa niente per scoprire il bluff della Merkel, che guida lo Stato che più ha beneficiato dell’euro e più di tutti perderebbe se l’euro saltasse. Oggi i Tedeschi lucrano sulla crisi dell‘Eurozona (i loro titoli di Stato decennali sono all’1,5% – negativi in termini reali, visto che l’inflazione tedesca e’ al 2,1% – contro il nostro 5,8%: pensate al vantaggio per lo Stato e per le imprese tedesche in termini di costi di raccolta del capitale!), e scaricano tutto il costo dell’aggiustamento sugli Stati più deboli. Per fortuna il loro export verso i Paesi dell’Eurozona si sta inceppando proprio a causa delle misure di austerity che hanno imposto, e questo potrebbe indurre il governo tedesco a più miti consigli”.
Secondo molti osservatori, è stata sorprendente l’affermazione di Syriza. Qua da noi, molti leader politici della sinistra si sono complimentati con Tsipras. Addirittura Ferrero ha lanciato un appello affinchè si “faccia come in Grecia”. Cosa la sinistra italiana secondo lei dovrebbe imparare da quell’esperienza e quanto i contesti sono invece incomparabili?

giovedì 28 giugno 2012

Europa colonia di Germania.

di Giulietto Chiesa - www.lavocedellevoci.it
Devo fare un'autocritica. Fino a qualche giorno fa ero convinto che la Germania fosse in pieno dibattito politico interno, lacerata dal dilemma se aiutare il resto dell'Europa a uscire dalla crisi, o farsi i fatti propri. Adesso so che non è così. Non c'è alcun dilemma. La Germania è unita nella sua ferma determinazione di essere la guida dell'Europa. Non un primus inter pares, ma un primus punto e basta. E questo consente di vedere molte cose sotto un'altra prospettiva.

Ma prima di tutto devo spiegare che la mia conversione è avvenuta non sulla via di Damasco ma su quella di Lussemburgo, dopo aver ascoltato in rapida successione tedeschi e lussemburghesi (che è come dire tedeschi e tedeschi al quadrato) ribadire che l'Europa che abbiamo è questa; che di altre Europe non c'è bisogno, e che altre Europe non sono all'orizzonte e non ci saranno. Il tutto è avvenuto nella sede dell'Unione Europea di Lussemburgo, in un convegno che è stato aperto da due prolusioni - per la verità di tutt'altro tenore - i cui autori erano Mikhail Gorbaciov e Michel Rocard. I due anziani oratori hanno portato duplici valutazioni critiche dell'assetto mondiale ed europeo.
Ma è stato un prologo che non ha avuto seguito. Dopo di loro è arrivata la commissaria della nuova internazionale brussellese, Viviane Reding, che ha messo tutti i puntini sulle "i", rispondendo, fredda come il diamante, a Gorbaciov (che aveva osato parlare di coinvolgere la Russia) che l'Europa va dall'Atlantico (inclusa la sponda occidentale, s'intende), fino alla frontiera ucraina. Non un centimetro più in là.
A Rocard - che aveva osato invitare a smettere di pensare che il mercato sia in grado di autoregolarsi e che gli equilibri che esso raggiunge siano automaticamente quelli giusti - la Reding ha risposto ribadendo che la costruzione europea non prevede l'uscita dai dogmi della nuova internazionale del denaro. Al più - ha detto - si potrà concedere qualche ritocco della costruzione istituzionale europea, del tipo che il Presidente della Commissione dovrebbe essere anche, simultaneamente, il Presidente del Consiglio; del tipo che sarà il Parlamento Europeo a eleggere la Commissione Europea; del tipo che il Parlamento Europeo dovrà essere il detentore dell'iniziativa legislativa.
Ma poi è cominciata l'offensiva tedesca. A tutto campo. Nel senso che destra conservatrice e socialdemocrazia sono apparse davvero le due ali destre della attuale Germania. E i calibri che hanno parlato non erano quelli dei fucili a pallini.
Per Theo Weigel, ex ministro delle finanze, non c'è nessuna crisi dell'euro. Semmai c'è una crisi del debito, ma l'euro è sano come un pesce. Per Karsten Voigt (altro socialdemocratico) la Germania ha il compito di rieducare l'Europa alla stabilità, perchè erogare denaro in attesa di modifiche strutturali nei comportamenti degli europei indisciplinati significa attendere per sempre modifiche strutturali che non arriveranno mai. Per Lothar Ruehl (ex segretario di Stato e professore all'Università di Colonia) la Germania non potrà mai accettare, a termini di Costituzione, una riduzione della propria sovranità nazionale su questioni di bilancio e di gestione della propria politica economica e sociale. Che è come affermare che noi dobbiamo modificare la nostra Costituzione (per esempio introducendo il pareggio in bilancio, cosa che abbiamo fatto), mentre loro hanno una Costituzione che vale di più della nostra.
Ed è toccato sempre a Lothar Ruehl il compito - che ha svolto con grande entusiasmo - di spiegare al folto uditorio che gremiva il palazzo che la Germania già soffre di una sotto - rappresentazione in Europa e che chiederle di riformare radicalmente le istituzioni europee in un senso più prossimo ai criteri della proporzionalità (una testa un voto) sarebbe considerato inaccettabile per i paesi maggiori (Germania, Francia, Inghilterra) e dunque è una idea che deve rimanere fuori dalla discussione.
Gli altri oratori tedeschi si sono divisi i compiti di dichiarare - confesso la mia ulteriore sorpresa - che il ruolo della Nato non sarà ridimensionato in alcun caso; che è inutile crearsi fastidi nei confronti della riva sud del Mediterraneo, visto che - come ha spiegato il banchiere Horst Mahr - "nessun privato investirà un solo centesimo là dove si fanno le rivoluzioni". E altrettanto sciocco sarebbe pensare di gettare in quei gorghi denaro pubblico, "perche' sarebbero comunque i contribuenti già oberati dai debiti a dover pagare le perdite".
Dunque, tirando le somme, la Germania pensa all'Europa come a una sua colonia. Quanto al resto del mondo l'atteggiamento, paradossalmente, sembra quello di una specie di impossibile, austera autarchia, a base di esportazione di Mercedes, Volkswagen, Bmw. C'è da chiedersi in che mondo viva questa Germania, che non si sa se sia quella dei tedeschi, come popolazione, o quella di una classe politica e imprenditoriale che non è più capace di "leggere" nemmeno il proprio paese, non parliamo dell'Europa e caliamo una coltre di silenziosa pietà sul resto del mondo. Perchè basterebbe porre alla signora Merkel una domanda: si è chiesta, Angela, come la Germania, e l'Europa, potrà reggere di fronte a una Cina che presto avrà, da sola, il 20% della produzione industriale mondiale?
Ecco forse perchè arrivano i Piraten a sconvolgere il quadro, come è arrivata Syriza in Grecia, come Marine Le Pen e Melenchon in Francia, come Beppe Grillo in Italia. E come è già accaduto in Finlandia, in Olanda, in Irlanda. Il patto sociale europeo viene bombardato ogni giorno dalle portaerei della finanza mondiale; i ceti medi affondano in una inattesa proletarizzazione, i partiti tradizionali che si erano assunti il ruolo di garantire l'equilibrio, si rivelano invisibili o si arrendono al più forte, che li ha già comprati.
Il terremoto è già cominciato e i proprietari universali sembrano ignorarlo. Poichè' non possono non averlo sentito, anche loro, non resta che una conclusione: che si preparano a gestire uno scontro violento e prolungato, a colpi di bastone. Si preparano a fare scorrere del sangue.
5 giugno 2012
Fonte: http://www.lavocedellevoci.it/grandifirme1.php?id=217

giovedì 21 giugno 2012


WELCOME BACK 1941-2012
MERKEL-MARKET : Loan only allowed previous contract to buy 170 Leopards,223 guns and 4 discarded submarines (Tyssen-krupp)
"They fucked-up our youth and now they are fucking up our pensions"

mercoledì 20 giugno 2012

Perchè la Grecia non può fallire

Da una parte le nazioni del centro-europa, Germania su tutti, con la loro efficienza, il loro rigore, la loro saccente, cattedratica presupponenza nel voler essere da esempio. Dall'altra quel che rimane delle democrazie in svendita del sud Europa, con la loro inefficienza, il loro permissivismo, la loro inciviltà, la loro corruzione. Ma sotto la patina dei luoghi comuni, a ben vedere, i buoni non sono poi così buoni, e si scopre che i cattivi non erano soli, nella parte. Forse, più semplicemente, tutto il mondo è paese.
Così, accade che l'ex ministro della Difesa greco, Akis Tsochatzopoulos, sia finito dentro con l'accusa di corruzione, insieme alla sua bella moglie di 35 anni più giovane. E se c'è un corrotto, come insegna il caso Mills, da qualche parte c'è un corruttore. Peccato che il corruttore questa volta non sia un greco, ma guardacaso un tedesco. Dodici anni fa, la tedesca Ferrostaal avrebbe pagato sotto banco 8 milioni di euro a Tsochatzopoulos per acquistare quattro sottomarini di Classe U-214, tra l'altro di cui tre ancora da consegnare. Il tutto mentre la Goldman Sachs di cui Draghi era vicepresidente aiutava Atene a falsificare i bilanci, in cambio di 300 milioni di euro. Non male per Berlino, che oggi punta il dito contro la corruzione del popolo greco. Ma c'è di più. Secondo il Wall Street Journal la Merkel avrebbe preteso dalla Grecia, in cambio degli stanziamenti da 130 miliardi della troika, l'acquisto dei suoi armamenti. La Grecia in passato aveva già acquistato dalla Germania 170 panzer Leopard costati 1,7 miliardi di euro, 223 cannoni dismessi dalla la Difesa tedesca e 4 sottomarini prodotti dalla ThyssenKrupp, che Papandreou non voleva (un buon motivo per farlo fuori). Tutta roba usata, di cui il vice di Papandreu aveva denunciato pubblicamente l'inutilità. Come puoi chiedere a un Paese di tagliare i salari e le pensioni, e contemporaneamente obbligarlo a comprare le tue armi? Tra il 2001 e il 2006 la Grecia era il quarto acquirente mondiale in fatto di produzioni belliche, concentrando sulle sue esili spalle il 15% dell'export dell'industria militare tedesca e il 10% di quella francese. Già, perché anche Sarkozy, in una visita di Papndreou a Parigi, ha obbligato Atene ad acquistare 6 fregate e 15 elicotteri francesi, per un totale di 4 miliardi di euro. E venerdì scorso, a due giorni dal voto, i greci hanno comprato dagli olandesi 13 milioni e mezzo di euro in munizioni per i carri armati, quelli tedeschi. Una spesa militare che per il 2012 assommerà a 7 miliardi di euro. Certo, tutti questi miliardi di euro in commesse militari sarebbero di difficile esigibilità per la Germania e per la Francia, se la Grecia fallisse. Se a questo si aggiunge che l'esposizione delle banche tedesche nei confronti di Atene è di 18,6 miliardi, mentre il sistema bancario di Parigi teme addirittura per i suoi 47,9 mliardi, il quadro è completo. L'uscita dall'euro della Grecia non sarebbe un dramma di per sè, dato che una popolazione di 11 milioni di persone con un debito pubblico di 300 e rotti miliardi non è esattamente un Armageddon inaffrontabile. Ma chi pagherebbe i conti delle aziende tedesche e di quelle francesi? Prestiti subito, dunque! Ma per saldare i crediti dell'asse franco-tedesco si usano i soldi degli aiuti internazionali, che sono i nostri!

giovedì 31 maggio 2012

Intervista a Schröder: «Quello che Berlino impone ad Atene non ha senso né politico né economico»

Paolo Valentino - controlacrisi -
     Gerhard Schröder: «Merkel pensa in termini elettorali. E sbaglia»
ROMA — «Quello che fa il governo tedesco, cioè dire alla Grecia che bisogna fare contemporaneamente le riforme e la politica di austerità, non ha alcun senso né politico, né economico. È chiaro che hanno bisogno di più tempo. Non posso sottoscrivere in toto la poesia di Günter Grass sulla Grecia, ma ha un argomento forte: non abbiamo dato ad Atene molte chance».
Il giardino dell'Hotel de Russie è un luogo speciale per Gerhard Schröder. Fu qui, alle pendici del Pincio nella primavera del 2005, che l'allora cancelliere tedesco rivelò al suo ministro degli Esteri verde, Joschka Fischer, l'intenzione di voler giocare la carta delle elezioni anticipate. Fu l'inizio della fine per la coalizione rosso-verde: «Joschka era molto deluso, ma io non avevo altra scelta». Schröder perse quella scommessa solo in parte: Angela Merkel divenne cancelliera, ma fu costretta per quattro anni a governare insieme alla Spd.
La ragione di quell'azzardo politico ci riporta direttamente all'oggi. Schröder aveva varato la più radicale e dolorosa riforma del welfare tedesco dai tempi di Bismarck. La base socialdemocratica era in rivolta. La Spd veniva punita in ogni elezione regionale. Per di più la Germania e la Francia, con il permesso dell'Italia, avevano ottenuto di poter violare senza pagar dazio i criteri di Maastricht. «Nessun governo in una democrazia può imporre riforme strutturali e allo stesso tempo attuare una politica di austerità, pena gravi tensioni sociali. Questa fu la situazione tedesca nel 2003. Io avevo appena realizzato l'Agenda, oltre 20 miliardi di euro di tagli e una severa riforma del mercato del lavoro. Ma non potevamo strozzare ulteriormente l'economia. Così abbiamo chiesto un margine più ampio nel rispetto dei criteri. Poi ho perso le elezioni, la signora Merkel ne ha approfittato, l'economia è ripartita, ma questa è un'altra storia. La lezione di allora è che un Paese come la Grecia ha bisogno di più tempo».
C'è un reale pericolo che l'euro si disintegri?
«No, non credo. Analizziamo i termini del problema. Abbiamo un fiscal compact sottoscritto dai Paesi dell'eurozona. C'è stata un'elezione in Francia, con la vittoria di Hollande che chiede di rinegoziarlo. C'è qualche passo in direzione della politica economica comune, cioè verso l'unione politica. Cosa può ottenere in più il nuovo presidente francese? Probabilmente un completamento, non formale ma di sostanza, in direzione di un patto per la crescita, senza bisogno di rimettere in discussione il patto fiscale. Con il che potrà dire che la sua rivendicazione è stata recepita. Di questo faranno parte tre elementi: una concentrazione dei fondi strutturali e di coesione verso i Paesi che ne hanno più bisogno: ci sono ancora risorse significative disponibili per infrastrutture, ricerca, sviluppo. L'aumento della dotazione della Bei, attraverso i cosiddetti project bond, oppure l'aumento del suo capitale. Poi verranno gli eurobond, cioè il primo passo verso l'europeizzazione del debito…».
Ma è ciò che la Germania non vuole…
«È vero, la Germania in questo momento non lo vuole. Ma la questione è che contemporaneamente bisogna fare passi concreti verso il coordinamento delle politiche economiche e finanziarie. Non si possono fare gli eurobond, senza portare a termine le riforme strutturali di cui ogni Paese ha bisogno e senza muoversi allo stesso tempo verso l'unione politica. Queste cose devono marciare insieme. E a queste condizioni, la Germania non avrebbe più argomenti per dire di no».

sabato 19 maggio 2012

La Merkel perde il controllo ...

GRAVISSIMA INTROMISSIONE DELLA MERKEL SU ELEZIONI GRECHE.
Una richiesta gravissima e senza precedenti quella avanzata dalla Merkel al popolo greco. Una dichiarazione che travalica qualsiasi regola democratica tra stati sovrani nelle relazioni bilaterali. Da quanto riportano le agenzie, la cancelliera tedesca Angela Merkel avrebbe oggi "suggerito" che con il voto per le legislative si tenga un referendum sulla permanenza di Atene nell'euro rivolgendosi direttamente all'attuale premier greco ad interim. La proposta è stata formulata dalla cancelliera nel corso della sua telefonata con Karolos Papoulias ed è di fatto un vero è proprio attacco ad un paese sovrano, ed una entrata a gamba tesa nel dibattito interno di un paese democratico. La Merkel, «ha evocato l'idea di un referendum, in parallelo con le elezioni, per sapere se i greci vogliano restare in eurolandia». Ci chiediamo come possa essere tollerato un atto così grave nella democratica Europa, ci chiediamo con quale autorità la Merkel possa permettersi di dare simili consigli. Il popolo greco con le truppe di occupazione tedesche ha chiuso i conti da un pezzo. E' bene che la Merkel se lo ricordi

sabato 3 marzo 2012

Punizione, pagamento, prevenzione. La Grecia di oggi come la Germania di ieri

di Ugo Marani* - sinistrainrete -
La storia di frequente propone ricorsi paradossalmente speculari alle modalità con le quali gli avvenimenti si sono inizialmente presentati. E’ il caso della Germania che si presenta oggi in Europa, nella gestione della crisi del debito sovrano greco e nei preliminari dei nuovi accordi comunitari sulle politiche fiscali, in un ruolo del tutto antitetico a quanto era successo, in ben altro momento, all’indomani della Prima Guerra Mondiale. Il paragone storico sembrerà irriverente; le implicazioni economiche probabilmente no.

Il ventotto giugno del 1919 la delegazione tedesca alla Conferenza di Parigi, guidata dal ministro degli Esteri Brockdorff-Rantzau è chiamata, nel Salone degli Specchi della reggia di Versailles, a firmare il Trattato di Pace con Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti. E’ l’atto finale, tragico, che sancisce un trattamento della nazione sconfitta assai più severo di quanto la delegazione tedesca, confinata all’Hotel des Rèservoirs di Versailles, possa immaginare: il bacino della Saar, la Polonia, la Slesia, ovvero il tredici per cento del territorio, il dieci per cento della popolazione e oltre centoventi miliardi di dollari di riparazioni (MacMillan, 2003).

E’ la logica conclusione di un approccio, quello del primo ministro francese Clemenceau di fatto subito da Lloyd George e da Woodrow Wilson, che poggia su due assunti basilari: la Germania va considerata la responsabile unica del conflitto bellico; il Trattato di Pace deve, di conseguenza, caratterizzarsi per i principi di “Punizione-Pagamento-Prevenzione”(d’ora in avanti PPP; Trachtenberg, 1982).

Il principio della responsabilità unica della Germania, da cui discende il rigore delle sanzioni è l’aspetto più criticato dalla società tedesca, anche da quella meno benevola nei confronti del militarismo prussiano. Max Weber afferma: “Noi non neghiamo la responsabilità di coloro che erano al potere prima e durante la guerra; crediamo però che tutte le grandi potenze d’Europa coinvolte nel conflitto siano colpevoli” (Luckau, 1971). Il modello PPP prevale su quello della responsabilità collettiva.

Pochi giorni prima della stipula del Trattato e dopo le sue dimissioni dalla delegazione britannica, Keynes scrive a Lloyd George esprimendo, ancora una volta, tutto il suo dissenso per i contenuti degli accordi: “…ho continuato a sperare che trovaste il modo di fare del Trattato un documento giusto e conveniente. Ma ora è troppo tardi, evidentemente. La battaglia è perduta.” (Skidelsky,1992 e 1994).

E questa insoddisfazione costituirà il retroterra delle memorabili pagine de Le Conseguenze Economiche della Pace e delle meno conosciute, ma forse più importanti, valutazioni, nel biennio che segue la Pace di Parigi, sulle relazioni monetarie internazionali.

lunedì 27 febbraio 2012

Cameriere inciampa e rovescia birra sulla Merkel. Non sara' mica stato greco?! ...



(AGI) - Berlino, 27 feb. - Doccia involontaria di birra per Angela Merkel, che si e' vista rovesciare sul collo un intero boccale da parte di un cameriere che e' inciampato.

Nel corso di una manifestazione della Cdu svoltasi mercoledi' scorso a Demmin, nel Meclemburgo, la Merkel era seduta a un tavolo e si apprestava a pronunciare un discorso. Al momento di servire cinque boccali di birra al suo tavolo un giovane cameriere e' improvvisamente inciampato ed ha innaffiato il cancelliere.

A raccontare l'incidente a Bild e' lo stesso protagonista dell'increscioso episodio, Martin D., 21 anni, subentrato a una collega "troppo emozionata, che mi ha pregato di sostituirla". Arrivato con il vassoio alle spalle della Merkel, "sono stato spinto, ho cercato di salvare i boccali, ma ormai era troppo tardi e ho urlato 'merda'". Investita in pieno dalla doccia, la signora Merkel e' rimasta calmissima, "si e' voltata, mi ha guardato con un ghigno, poi bagnata com'era si e' alzata per andare sul podio".

mercoledì 22 febbraio 2012

Se la Germania persegue i suoi interessi

di Roberto Romano - sbilanciamoci -
Dietro la rigidità tedesca sull'equilibrio di bilancio, c'è l'obiettivo di consolidare l'oligopolio della propria industria

Se la macroeconomia e il buon senso contraddicono le politiche europee, se una parte consistente degli economisti insiste su un diverso ruolo della BCE e dei bilanci pubblici, perché alcuni leader europei insistono su linee di politica economica estremiste? Soprattutto, perché la Germania impone a tutti gli stati europei l’equilibrio di bilancio (debito e indebitamento), con delle politiche deflattive senza precedenti, tanto da mettere a rischio l’euro, cioè una svalutazione (implicita) del marco pari al 40% del valore reale?

Forse dobbiamo vedere la realtà da un altro luogo. Se l’obiettivo della Germania e dell’area economica di suo interesse “industriale” puntasse a un nuovo equilibrio internazionale? La prima cosa da mettere a fuoco è la particolare struttura industriale tedesca, che riflette una struttura produttiva (soprattutto manifatturiera) sempre più multinazionale, che compensa gli elevati costi del lavoro con sofisticati fattori d’innovazione tecnologica continua e di organizzazione commerciale. Una struttura che ha beneficiato della svalutazione implicita del marco. Questa ha permesso alla Germania e alla sua area economica di riferimento di consolidare avanzi commerciali, pagati sostanzialmente dagli altri paesi europei.

In qualche misure l’industria tedesca deve affrontare il problema della competitività internazionale, ma si rende conto che le politiche adottate non sono più sufficienti. In particolare, la popolazione tedesca non sarebbe mai disposta a sostenere politiche deflattive come quelle adottate dall’Italia o da altri paesi europei. La stessa industria tedesca le troverebbe insopportabili perché incrinerebbe le buone relazioni sindacali e reddituali delle proprie maestranze. In altre parole, le politiche deflattive colpirebbero la classe media tedesca, il vero cuore della società tedesca. Soprattutto l’industria tedesca non potrebbe mai rinunciare al cuore oligopolistico della propria industria, la quale ha maturato vantaggi in tutti i settori produttivi di scala, assecondati da una ricerca e sviluppo senza pari in Europa, capace anche di anticipare la domanda. Si pensi alla green economy.

martedì 14 febbraio 2012

La Grecia schiacciata. E ancora non basta

di Argiris Panagopoulos ilmanifesto
Il primo ministro Papadimos annuncia elezioni anticipate per aprile. La tensione resta altissima, in piazza e fra i partiti di governo lacerati. Centinaia di feriti tra manifestanti e poliziotti per gli scontri di domenica. Ma le pressioni euro-tedesche continuano e aumentano: "Servono altri impegni scritti"

La massiccia protesta contro il nuovo Memorandum nelle ultime settimane ha decretato la fine del sistema bipartitico in Grecia, visto che altri 43 deputati dei due grandi partiti sono stati espulsi dopo il voto sulle misure recessive imposte dalla « troika» per evitare il fallimento del paese. E ha accelerato la decisione di elezioni anticipate in aprile, come ha annunciato ieri il governo.

Il ministro della Protezione del Cittadino, come si chiama ormai con certo eufemismo il ministero degli Interni, ha difeso l'operato della polizia dopo la guerriglia di domenica, mentre nel centro di Atene e di altre città si alzava ancora il fumo dai roghi della notte scorsa. Perfino gli ultra ottantenni Glezos e Theodorakisis sono stati ricoverati nell'ambulatorio del parlamento, perché la polizia dello stato democratico gli ha dato una boccata di gas israeliani. Salonicco, Parta, Eraklion a Creta, Corfù e Volos si sono trasformate in campi di battaglia, mentre ad Atene i ripetuti tentativi della polizia di occupare i pochi metri quadrati della piazza Syntagma hanno scatenato l'ira di tanti giovani e hanno offerto una nuova occasione ai «soliti ignoti» di fare terra bruciata.
Il ministro delle Finanze Venizelos non si è stancato di ripetere che la votazione del parlamento doveva essere conclusa domenica notte, prima dell'apertura dei mercati. Quello che non era ancora chiaro era la decisione del governo di Papadimos di offrire anche una immagine «pulita» di Atene ai mezzi di informazione internazionali e agli speculatori.
Il governo non ha esitato a utilizzare tutti i gas disponibili e le cariche della polizia per disperdere con inaudita violenza un'enorme manifestazione pacifica in piazza Syntagma di fronte al parlamento. Trasformando il centro di Atene in un enorme campo di battaglia e di guerriglia urbana, con 47 edifici danneggiati, due cinema storici completamente bruciati, decine di negozi e banche distrutte e 74 cittadini e 68 poliziotti ricoverati nei vari ospedali della capitale con problemi respiratori e vario tipo di ferite. Alla fine la polizia ha annunciato 67 arresti.
Ma chi crede davvero che pochi gruppi di giovanissimi «anarchici» possano scatenare un simile caos? Perfino la comunista Papariga, la segretaria del partito dell'ordine nelle piazze di Atene, ha denunciato ieri nella sua conferenza stampa «la provocazione statale organizzata». Papariga, che con il suo partito sta quasi sempre lontano da piazza Syntagma e fuori dagli «incidenti» ormai tradizionali, ha denunciato anche durante la seduta del parlamento domenica sera il comportamento della polizia. E ha chiesto al governo come potesse sostenere che 50 incappucciati e «opposti estremismi» abbiano creato questo caos. Papariga, Tsipras e Koubelis, i tre leader della sinistra, hanno ripetuto con diverse sfumature la stessa domanda: «Se non ci fosse stata la polizia in piazza, ci sarebbero stati incidenti?».
La polizia c'era, eccome. Per scatenare l'inferno tra le enormi masse umane che hanno riempito all'inverosimile le strade intorno al parlamento, in un raggio di quasi un chilometro. Centinaia di migliaia di pacifici cittadini sono «spariti» dai canali televisivi statali e privati, che mostravano la loro comune linea editoriale: mezzi schermi, con la seduta del parlamento e Venizelos e Papadimos a ricattare con «Memorandum o caos», mentre nell'altra metà degli schermi i cittadini potevano vedere i vero «caos» con i roghi di Atene e la piazza vuota. Poi le tv hanno insistito nel dire che in piazza ci sarebbero state solo 80mila persone. Quasi quanti del solo Kke che si era fermato a centinaia di metri da Syntagma. I greci hanno detto no ai ricatti.
I partiti della «troika», i poteri forti in Grecia, ma anche Bruxelles e Berlino, non hanno ancora capito che la gente non ha paura. Molti greci danno ormai battaglia per sopravvivere alle misure antisociali imposte, ma pochi si rassegnano e ancora più pochi stanno zitti. Lo stato sbaglia di grosso rispondendo con la violenza alle rivendicazioni della gente e specialmente ai giovani, che dovranno vivere con 300 o 400 euro netti se pure trovassero qualche lavoretto nei prossimi anni.
I prossimi giorni e settimane saranno molto difficili per Papadimos e il suo governo, la tensione resterà alta. I due leader del partiti che sostengono il governo di Papadimos dovranno firmare entro mercoledì la lettera della loro resa verso l'Eurogrouppo, in cui accettano e applicheranno il secondo Memorandum. Una prassi cominciata dopo le firme dei politici irlandesi e portoghesi.
Il portavoce del governo Kapsis ha detto che arrivano «le settimane del diavolo» per scrivere la convenzione del nuovo Memorandum e il cambio dei bot greci in mani ai privati con nuove obbligazioni. Kapsis ha fatto presente che Papadimos vuole fare un mini rimpasto del suo governo e ha difeso il ministro degli Interni ed ex commissario europeo Papoutsis per l'atteggiamento della polizia, domenica.

Cremaschi. Come in Grecia, "dobbiamo fermarli"

di Redazione Contropiano
"Se fossi stato in piazza Sintagma avrei anch'io applaudito i black block. Quello che si sta facendo alla Grecia è una violenza autoritaria senza precedenti per l'Europa occidentale, dal '45 ad oggi. Il solo paragone che viene a mente è quando nel 1938, a Monaco, le grandi potenze europee umiliarono la piccola Cecoslovacchia costringendola a cedere la regione dei Sudeti a Hitler.

Allora si disse che l'Europa aveva scelto il disonore per evitare la guerra e avrebbe avuto entrambe. Oggi i governi europei e le banche scelgono il massacro sociale per evitare il fallimento e avranno entrambi. Oramai è chiaro che è criminalità economica quella che viene imposta dalla Troika (Fondo monetario internazionale, Banca europea e Commissione europea), in alleanza con i governi di destra dell'Europa, da Merkel a Monti.

Questa linea provoca terribili devastazioni ma non ha alcuna possibilità di rilanciare la tanto decantata crescita, in questo senso andrà a un clamoroso fallimento. Questa linea distrugge senza produrre alcunché, se non i guadagni grondanti di sangue delle Borse, che oggi festeggiano il massacro greco. Pare che adesso, non contenti, i burocrati e governi europei chiederanno ai partiti greci di sottoscrivere gli impegni, votati da un parlamento totalmente delegittimato, anche per dopo le elezioni. E se il voto dovesse, come è quasi sicuro, cancellarli questi partiti servi dell'Europa delle banche? Allora cosa chiederà l'Europa, un governo tecnico dei colonnelli?

Le barricate greche sono il segno della sconfitta dell'Europa della finanza e delle banche, i loro stupidi guadagni hanno vita corta. Certo si vuole colpire la Grecia per far pensare agli italiani che in fondo la rinuncia all'articolo 18 è un prezzo tollerabile, visto quello che è successo in quel paese. E può darsi anche che in un parlamento italiano, asservito e delegittimato come quello greco, questa stupidaggine trovi largo consenso. Ma la sostanza è che la rivolta greca è solo l'annuncio della rivolta europea contro la dittatura finanziaria che sta distruggendo democrazia e stato sociale. E' solo questione di tempo e la rivolta in Europa crescerà e travolgerà i governi tecnici e chi li sostiene.

Dobbiamo fermarli. Cominciamo ora.

lunedì 13 febbraio 2012

Fregate, sottomarini e caccia Quelle pressioni di Merkel e Sarkò per ottenere commesse militari

Fonte: Marco Nese - Corriere della Sera - dirittiglobali 13 Febbraio 2012
I greci sono alla fame, ma hanno gli arsenali bellici pieni. E continuano a comprare armi. Quest'anno bruceranno il tre per cento del Pil (prodotto interno lordo) in spese militari. Solo gli Stati Uniti, in proporzione, si possono permettere tanto. Ma cosa spinge Atene a sperperare montagne di soldi? La paura dei turchi? No, è l'ingordigia della Merkel e di Sarkozy. I due leader europei mettono da mesi il governo greco con le spalle al muro: se volete gli aiuti, se volete rimanere nell'euro, dovete comprare i nostri carri armati e le nostre belle navi da guerra.
Le pressioni di Berlino sul governo di Atene per vendere armi sono state denunciate nei giorni scorsi da una stampa tedesca allibita per il cinismo della Merkel, che impone tagli e sacrifici ai cittadini ellenici e poi pretende di favorire l'industria bellica della Germania.
Fino al 2009 i rapporti fra Atene e Berlino andavano a gonfie vele, il governo greco era presieduto da Kostas Karamanlis (centrodestra), grande amico della Merkel. Gli anni di Karamanlis sono stati una vera manna per la Germania. «In quel periodo - ha calcolato una rivista specializzata - i produttori di armi tedeschi hanno guadagnato una fortuna». Una delle commesse di Atene riguardò 170 panzer Leopard, costati 1,7 miliardi di euro, e 223 cannoni dismessi dalla Bundeswehr, la Difesa tedesca.
Nel 2008 i capi della Nato osservavano meravigliati le pazze spese in armamenti che facevano balzare la Grecia al quinto posto nel mondo come nazione importatrice di strumenti bellici. Prima di concludere il suo mandato di premier, Karamanlis fece un ultimo regalo ai tedeschi, ordinò 4 sottomarini prodotti dalla ThyssenKrupp.
Il successore, George Papandreou, socialista, si è sempre rifiutato di farseli consegnare. Voleva risparmiare una spesa mostruosa. Ma Berlino insisteva. Allora il leader greco ha trovato una scusa per dire no. Ha fatto svolgere una perizia tecnica dai suoi ufficiali della Marina, i quali hanno sentenziato che quei sottomarini non reggono il mare.
Ma la verità, ha tuonato il vice di Papandreou, Teodor Pangalos, è che «ci vogliono imporre altre armi, ma noi non ne abbiamo bisogno». Gli ha dato ragione il ministro turco Egemen Bagis che, in un'intervista allo Herald Tribune, ha detto chiaro e tondo: «I sottomarini della Germania e della Francia non servono né ad Atene né ad Ankara».
Tuttavia, Papandreou, alla disperata ricerca di fondi internazionali, non ha potuto dire di no a tutto. L'estate scorsa il Wall Street Journal rivelava che Berlino e Parigi avevano preteso l'acquisto di armamenti come condizione per approvare il piano di salvataggio della Grecia.
E così il leader di Atene si è dovuto piegare. A marzo scorso dalla Germania ha ottenuto uno sconto, invece dei 4 sottomarini ne ha acquistati 2 al prezzo di 1,3 miliardi di euro. Ha dovuto prendere anche 223 carri armati Leopard II per 403 milioni di euro, arricchendo l'industria tedesca a spese dei poveri greci. Un guadagno immorale, secondo il leader dei Verdi tedeschi Daniel Cohn-Bendit.
Papandreou ha dovuto pagare pegno anche a Sarkozy. Durante una visita a Parigi nel maggio scorso ha firmato un accordo per la fornitura di 6 fregate e 15 elicotteri. Costo: 4 miliardi di euro. Più motovedette per 400 milioni di euro.
Alla fine la Merkel è riuscita a liberarsi di Papandreou, sostituito dal più docile Papademos. E i programmi militari ripartono: si progetta di acquisire 60 caccia intercettori. I budget sono subito lievitati. Per il 2012 la Grecia prevede una spesa militare superiore ai 7 miliardi di euro, il 18,2 per cento in più rispetto al 2011, il tre per cento del Pil. L'Italia è ferma a meno dello 0,9 per cento del Pil.
Siccome i pagamenti sono diluiti negli anni, se la Grecia fallisce, addio soldi. Ma un portavoce della Merkel è sicuro che «il governo Papademos rispetterà gli impegni». Chissà se li rispetterà anche il Portogallo, altro Paese con l'acqua alla gola e al quale Germania e Francia stanno imponendo la stessa ricetta: acquisto di armi in cambio di aiuti.
I produttori di armamenti hanno bisogno del forte sostegno dei governi dei propri Paesi per vendere la loro merce. E i governi fanno pressione sui possibili acquirenti. Così nel mondo le spese militari crescono paurosamente: nel 2011 hanno raggiunto i 1800 miliardi di dollari, il 50 per cento in più rispetto al 2001.

sabato 4 febbraio 2012

La Germania problema d'Europa

Stefano Sylos Labini sinistrainrete
La politica egoistica e suicida della Merkel, con il dogma dell'indipendenza della Bce, impedisce di trovare soluzioni alla crisi europea, da cui si può uscire imparando dal passato

I tedeschi hanno il terrore che l’eccesso di debito pubblico spinga la Banca centrale europea a stampare grandi quantità di moneta che farebbe scoppiare l’inflazione. Per questo la Cancelliera Merkel, con la sua intransigenza sul risanamento dei bilanci dei paesi europei più in difficoltà e con la sua posizione contraria verso l’emissione degli Eurobond e verso gli acquisti di titoli del debito pubblico da parte della Bce, sta spingendo l’Europa in una pericolosa recessione e in una crisi di fiducia che potrebbero avere conseguenze devastanti. Ma i tedeschi, che hanno l’economia con la produttività più elevata d’Europa, dovrebbero ricordarsi di ciò che accadde dopo la prima guerra mondiale e di conseguenza dovrebbero essere più lungimiranti per evitare di ripetere gli stessi errori che loro furono costretti a subire.

Lezioni di storia
Il Trattato di Versailles fu imposto alla Germania con la minaccia dell’occupazione militare e del blocco economico. Il Trattato istituì una commissione che doveva determinare le esatte dimensioni delle riparazioni che dovevano essere pagate dalla Germania. Nel 1921, questa cifra fu ufficialmente stabilita in 33 miliardi di dollari. John Maynard Keynes criticò duramente il trattato: non prevedeva alcun piano di ripresa economica e l’atteggiamento punitivo e le sanzioni contro la Germania avrebbero provocato nuovi conflitti e instabilità, invece di garantire una pace duratura. Keynes espresse questa visione nel suo saggio The Economic Consequences of the Peace. I problemi economici che questi pagamenti comportarono sono spesso citati come la principale causa della fine della Repubblica di Weimar e dell’ascesa di Adolf Hitler, che inevitabilmente portò allo scoppio della seconda guerra mondiale.
Quando Hitler andò al potere nel 1933 oltre 6 milioni di persone (il 20% della forza lavoro) erano disoccupate ed al limite della soglia della malnutrizione mentre la Germania era gravata da debiti esteri schiaccianti con delle riserve monetarie ridotte quasi a zero. Ma, tra il 1933 e il 1936, si realizzò uno dei più grandi miracoli economici della storia moderna, anche più significativo del tanto celebrato “New Deal” di F.D. Roosevelt. E non furono le industrie d'armamento ad assorbire la manodopera; i settori trainanti furono quello dell'edilizia, dell’automobile e della metallurgia. L’edilizia, grazie ai grandi progetti sui lavori pubblici e alla costruzione della rete autostradale, creò la maggiore occupazione (+209%), seguita dall'industria dell'automobile (+117%) e dalla metallurgia (+83%). Nel miracolo economico degli anni ’30 i nazionalsocialisti si erano creati una teoria monetaria che suonava pressappoco così: “le banconote si possono moltiplicare e spendere a volontà, purché si mantengano costanti i prezzi. Il solo motore necessario per questo meccanismo è la fiducia. Basta creare e mantenere questa fiducia, sia con la suggestione sia con la forza o con entrambe”.

Baratto fra unità economiche

domenica 11 dicembre 2011

L'euro è salvo. Almeno per qualche giorno

di Vincenzo Comito. Fonte: sbilanciamoci
Un accordo dell’ultima ora forse salva l’euro, almeno per ora. Ma politici e “tecnici” non sembrano in grado di far uscire il mondo dalla trappola in cui esso è stato spinto

“…anche se questo accordo funziona, …non c’è niente che risolva il problema di competitività che tocca i paesi più deboli dell’eurozona o che offra loro qualcos’altro che molti anni di dura austerità…” H. Stewart. “…questa, nella sostanza, è una crisi delle bilance dei pagamenti…” M. Wolf. “…noi non stiamo salvando i greci o gli italiani… noi stiamo salvando le nostre banche (quelle tedesche), noi stessi e le nostre poltrone… la questione è tutta qui…” F.-W. Steinmeier, leader della Spd tedesca. “...la percezione della minaccia di un disastro non sempre è sufficiente a impedire che esso poi accada…” The Economist.

Premessa

Appare ormai possibile, anche se non è certo, dopo le misure prese dal governo Monti, nonché gli accordi del vertice europeo del 9 dicembre, la nuova disponibilità ad ampliare i suoi interventi manifestata inoltre dalla Bce e infine la stessa stanchezza degli operatori, che il sistema dell’euro, almeno per il momento, non vada a pezzi e che la partita sia rimandata per qualche tempo. Certamente, comunque, ha probabilmente ragione Claude Junker quando afferma, appena conclusi i lavori, “…non penso che questo sia l’ultimo vertice per salvare l’euro…”.

Va comunque subito sottolineato al riguardo che, come c’era da aspettarsi, quando gli orizzonti della moneta unica sembrano schiarirsi almeno un poco, si trova sempre una qualche agenzia di rating che cerca di fare del sabotaggio; questa volta è toccato a Standard & Poor’s minacciare di degradare il rating di 15 paesi della zona euro, compresa la Germania e anche quello del fondo salva stati.

Vediamo in ogni modo con qualche dettaglio alcuni aspetti delle misure sponsorizzate dalla coppia Merkel-Sarkozy, certamente, come al solito, non clamorose ma che, unite agli altri interventi per il settore finanziario, potrebbero plausibilmente avere l’effetto di calmare un po’ le acque.

Le misure previste

Si era parlato qualche giorno fa di un possibile accordo Merkel-Sarkozy abbastanza impegnativo e che prevedeva che si arrivasse in tempi brevi a una vera e propria “unione fiscale”, con la quale in sostanza i paesi dell’eurozona, con una parziale perdita di sovranità, avrebbero ceduto i loro poteri di decisione sui rispettivi budget pubblici a un’autorità europea, che avrebbe dovuto essere costituita in prima battuta da un commissario al bilancio; l’unione fiscale si sarebbe basata su delle norme molto stringenti e avrebbe previsto rilevanti sanzioni automatiche per i trasgressori, sanzioni che avrebbero dovuto essere incorporate nei trattati dell’Ue. Le violazioni e le relative penalità sarebbero state decise dalla corte di giustizia europea.

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