L'attacco al lavoro è una costante ovunque, non soltanto nella zona euro. Le politiche di austerity nel Regno Unito hanno lo stesso segno. C'è il tentativo evidente di recuperare profitti giocando sull'abbassamento del costo del lavoro. Non si tratta di una novità: sono gli stessi trattati europei a far sì che la competitività si giochi sulla riduzione delle tasse alle imprese e abbassando la protezione dei lavoratori. Questo non avviene soltanto nella periferia dell'Europa ma nel centro. Per esempio, la Germania è il paese dell’eurozona in cui il costo del lavoro è maggiormente diminuito in termini reali dal '99 in poi. Adesso però c'è l'attacco definitivo con la scusa del debito pubblico. All’attacco ai salari diretti, direttamente provocato dalla crisi (che riduce il potere negoziale dei lavoratori), si aggiunge l’attacco a servizi sociali e pensioni, ossia ai salari indiretti e differiti. Infine, c'è l'attacco alla regolamentazione del lavoro nella forma delle cosiddette “riforme strutturali per far ripartire la crescita”. È un attacco organico e a 360 gradi.
Tutto questo con quali prospettive?
Anche assumendo il punto di vista di chi teorizza e mette in pratica tutto questo, è evidente che la cosa potrebbe funzionare solo se l'Europa si trasformasse in una grande Germania cioè decidesse di puntare tutte le proprie carte sull'esportazione tralasciando la domanda interna. Ma è assolutamente irrealistico che questo avvenga. Quello che è successo sinora è qualcosa di diverso: i tagli al welfare hanno dato un colpo poderoso alla domanda interna. Con effetti di gravità inaudita: basti pensare al -6% nei consumi di generi alimentari. Assistiamo allo smantellamento del sistema sociale che è stato messo in piedi dalla seconda guerra mondiale. E le conseguenze sono queste.
In tutto questo non sembrano emergere contraddizioni nella borghesia italiana e tra i vari settori economici.
Io credo che le contraddizioni ci siano. C'è un forte disagio in una parte della borghesia italiana, quella che non ha bisogno di terrorizzare i lavoratori abolendo l'articolo 18: altrimenti non si capirebbe la freddezza del presidente di Confindustria Squinzi a questo proposito. C'è molta preoccupazione in giro anche sulla possibile spoliazione del nostro apparato economico e produttivo a causa di quel che sta accadendo. Uno degli atti d'accusa che si possono muovere a questo governo è quello di aver messo in pratica una lettura ideologica della crisi e dei rimedi ad essa: puntando a una risposta basata su meno Stato e più mercato, meno regolamentazione e meno diritti per chi lavora. Questa formula ha due difetti, di essere iniqua e di non funzionare economicamente. Qui però bisogna tener conto che in questa crisi entrano in gioco sia il conflitto tra capitale e lavoro, sia la guerra tra capitali.
Tutto questo con quali prospettive?
Anche assumendo il punto di vista di chi teorizza e mette in pratica tutto questo, è evidente che la cosa potrebbe funzionare solo se l'Europa si trasformasse in una grande Germania cioè decidesse di puntare tutte le proprie carte sull'esportazione tralasciando la domanda interna. Ma è assolutamente irrealistico che questo avvenga. Quello che è successo sinora è qualcosa di diverso: i tagli al welfare hanno dato un colpo poderoso alla domanda interna. Con effetti di gravità inaudita: basti pensare al -6% nei consumi di generi alimentari. Assistiamo allo smantellamento del sistema sociale che è stato messo in piedi dalla seconda guerra mondiale. E le conseguenze sono queste.
In tutto questo non sembrano emergere contraddizioni nella borghesia italiana e tra i vari settori economici.
Io credo che le contraddizioni ci siano. C'è un forte disagio in una parte della borghesia italiana, quella che non ha bisogno di terrorizzare i lavoratori abolendo l'articolo 18: altrimenti non si capirebbe la freddezza del presidente di Confindustria Squinzi a questo proposito. C'è molta preoccupazione in giro anche sulla possibile spoliazione del nostro apparato economico e produttivo a causa di quel che sta accadendo. Uno degli atti d'accusa che si possono muovere a questo governo è quello di aver messo in pratica una lettura ideologica della crisi e dei rimedi ad essa: puntando a una risposta basata su meno Stato e più mercato, meno regolamentazione e meno diritti per chi lavora. Questa formula ha due difetti, di essere iniqua e di non funzionare economicamente. Qui però bisogna tener conto che in questa crisi entrano in gioco sia il conflitto tra capitale e lavoro, sia la guerra tra capitali.










