Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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martedì 25 giugno 2013

Grecia, decine di bambini lasciati agli orfanotrofi. Non ci sono soldi per mantenerli

  
Grecia, decine di bambini lasciati agli orfanotrofi. Non ci sono soldi per mantenerli

Pubblicato il 24 giu 2013

di Davide Falcioni -
Che la Grecia sia schiacciata da una terribile crisi economica è noto a tutti. E che gli effetti siano l’aumento di povertà e disoccupazione idem. Quello che pochi sanno è però un altro dato, forse il più allarmante: sempre di più le famiglie non riescono a prendersi cura dei propri figli. Non ci sono soldi per le visite mediche, né per i libri scolastici. Mancano persino quelli per la sussistenza. Allora in qualche caso i figli si lasciano negli orfanotrofi. Il numero non è altissimo – si parla di qualche decina – ma segnala comunque un disagio crescente in un Paese dove il 10% dei minori rischia di vivere in famiglie precipitate nella povertà più buia.
Un caso, ad esempio, è quello del piccolo Nicolas Eleftheriàdu, raccontato dal quotidiano britannico DailyMail. Al giornalista che gli chiedeva come stesse, ha risposto: “Sono duro come una noce”. Nicolas vive in un istituto per minori dal lunedì al venerdì, da quando i genitori – Olga e Alexandros – hanno perso il lavoro e non possono garantire uno stipendio dignitoso e fisso ogni mese, ma sono costretti ad arrangiarsi come possono, tra lavoretti in nero che – quando va bene – fanno incassare 400 euro. “E’ stato incredibilmente doloroso portare nostro figlio in un istituto. Non riuscivo a sopportarlo, ma adesso lui si è abituato e sta bene, anche perché gli educatori sono persone estremamente premurose”.
Il dramma di Nicolas Eleftheriàdu e della sua famiglia si inserisce in un quadro disastroso, con l’economia a picco e in continua caduta libera che ha prodotto un livello di disoccupazione record in Europa. Un adulto su tre è senza lavoro, e anche due giovani su tre. Le retribuzioni nel settore privato sono calate del 30% in quattro anni e nuove tasse dolorosissime sono state imposte dalla Troika. Nel volgere di qualche anno il paese è stato retrocesso da “Economia sviluppata” a “mercato emergente”. Ne settore pubblico è stato dato il via libera a un massiccio piano di licenziamenti che potrebbe coinvolgere 150mila persone. Con questi numeri, va da sé che le difficoltà per le famiglie siano crescenti e che stia prendendo piede la pratica di cedere i figli a degli istituti in grado di prendersene cura.
fanpage.it

La macchia umana sull’Europa

La Repubblica                                 
                                                                                
Mentre le condizioni dei greci si fanno sempre più disperate e aumentano le critiche all'operato della troika, la istituzioni europee continuano a guardare dall'altra parte. La Commissione dovrebbe essere messa di fronte alle sue responsabilità.
Se almeno avessero le loro divinità antiche: forse i Greci capirebbero meglio quel che vivono, l'ingiustizia che subiscono, l'abulica leggerezza di un'Europa che li aiuta umiliandoli da anni, che dice di non volerli espellere e nell'animo già li ha espulsi. Le divinità d'un tempo, si sapeva bene che erano capricciose, illogiche, si innamoravano e disamoravano presto. Su tutte regnava Ananke: l'inalterabile Necessità, ovvero il fato. A Corinto, Ananke condivideva un tempio con Bia, la Violenza. L'Europa ha per gli Ateniesi i tratti di questa Necessità.
Forse capirebbero, i Greci, come mai a Roma s'è riunito venerdì un vertice di ministri dell'Economia e del Lavoro, tra Italia, Spagna, Francia, Germania, per discutere il lavoro fattosi d'un colpo cruciale, e nessuno di essi ha pensato di convocare la più impoverita delle nazioni: 27 per cento di disoccupazione, più del 62 per cento giovani. Sono i tassi più alti d'Europa. Forse avevano qualcosa da dire, i Greci, sui disastri della guerra che le istituzioni comuni continuano a infliggere con inerte incaponimento, e senza frutti, al paese reo di non fare i compiti a casa, come recita il lessico Ue.
La Grecia è la macchia umana che imbratta l'Europa, da quando è partita la cura d'austerità. Ha pagato per tutti noi, ci è servita al tempo stesso da capro espiatorio e da cavia. In una conferenza stampa del 6 giugno, Simon O'Connor, portavoce del commissario economico Olli Rehn, ha ammesso che per gli Europei è stato un "processo di apprendimento". In altri paesi magari si farà diversamente, ma non per questo scema la soddisfazione: "Non è stata cosa da poco, tenere Atene nell'euro"; "Dissentiamo vivamente da chi dice che non è stato fatto abbastanza per la crescita". Poi ha aggiunto piccato: "Sono accuse del tutto infondate".
O'Connor e Rehn reagivano così a un rapporto appena pubblicato dal Fondo Monetario: lo stesso Fmi che con la Banca centrale europea e la Commissione è nella famosa troika che ha concepito l'austerità nei paesi deficitari e dall'alto li sorveglia. L'atto di accusa è pesante, contro strategie e comportamenti dell'Unione durante la crisi. La Grecia "poteva uscirne meglio", se fin dall'inizio il debito ellenico fosse stato ristrutturato, alleggerendone l'onere. Se non si fosse proceduto con la micidiale lentezza delle decisioni prese all'unanimità. Se per tempo si fosse concordata una supervisione unica delle banche. Se crescita e consenso sociale non fossero stati quantità trascurabili. Solo contava evitare il contagio, e salvaguardare i soldi dei creditori. Per questo la Grecia andava punita. Oggi è paria dell'Unione, e tutti ne vanno fieri perché tecnicamente rimane nell'euro pur essendo outcast sotto ogni altro profilo.
Addio alla troika dunque? È improbabile, visto che nessun cittadino può censurare i suoi misfatti, e visto il sussiego con cui è stato accolto il rapporto del Fondo. L'ideale sarebbe di licenziarla fin dal Consiglio europeo del 27-28 giugno, dedicato proprio alla disoccupazione che le tre Moire della troika hanno così spensieratamente dilatato. Il Parlamento europeo non oserà parlare, e quanto alla Bce, le parole di Draghi sono state evasive, perfino un po' compiaciute: "Di buono, nel rapporto FMI, è che la Banca centrale europea non è criticata". Il Fondo stesso è ambivalente, ogni suo dire è costellato di ossimori (di asserzioni acute-stupide, etimologicamente è questo un ossimoro). Il fallimento c'è, ma è chiamato "necessario". La recessione greca è "più vasta d'ogni previsione", ma è "ineludibile". Il fato illogico regna ancora sovrano, solo che a gestirlo oggi sono gli umani.
In realtà c'è poco da compiacersi. L'Unione non ha compreso la natura politica della crisi – la mancata Europa unita, solidale – e quel che resta è un perverso intreccio di moralismi e profitti calcolati. Resta l'incubo del contagio e dell'azzardo morale. Condonare subito il debito, come chiedevano tanti esperti, significava premiare la colpa. E poi all'Europa stava a cuore proteggere i creditori, dice il rapporto del Fondo, più che scongiurare contagi: dilazionare le decisioni "dava tutto il tempo alle banche di ritirar soldi dalle periferie dell'eurozona". La Banca dei regolamenti internazionali cita il caso tedesco: 270 miliardi di euro hanno abbandonato nel 2010-11 cinque paesi critici (Grecia, Irlanda, Portogallo, Italia, Spagna).

venerdì 7 giugno 2013

La Grecia ha pagato per l’euro


7 giugno 2013
To Vima Atene

L’Fmi ha ammesso che i sacrifici di Atene sono serviti soltanto a salvaguardare i creditori e il resto dell’eurozona. Ora i greci devono ribellarsi a questa enorme ingiustizia.
Allora è così: il piano di aiuti era falsato fin dall'inizio. Un piano che ha portato a conseguenze devastanti. Un piano che avrebbe dovuto "salvare" la Grecia, ma che in realtà è servito a salvare l'euro attraverso la condanna morte della Grecia.
Chi lo dice? Uno dei tre membri della troika (Bce, Ue, Fmi), il Fondo monetario internazionale. E la sua critica interessa tanto i suoi partner quanto se stesso e il governo greco. Tutti insieme sono andati verso una catastrofe che non aveva altro scopo se non quello di far guadagnare tempo agli altri paesi della zona euro.
Il documento dell'Fmi pubblicato il 5 giugno è uno vero e proprio schiaffo non solo alla politica di "salvataggio", ma soprattutto all'"Europa" – cioè alla Germania – e anche al governo greco dell'epoca guidato dal [socialista George Papandreou], che aveva firmato il primo memorandum. Non solo [i creditori] distruggono, ma sembrano anche voler utilizzare la crisi greca per proteggere e riorganizzare la zona euro a scapito della Grecia.
Il documento ha provocato grande irritazione. L'Fmi confessa il suo crimine ma non ammette le proprie responsabilità; rivela nel modo più ufficiale possibile il motivo senza spiegare come questa tragedia che interessa tutto il paese – e dovuta non al debito, ma al piano di salvataggio – possa essere affrontata una volta riconosciuti gli errori. Una posizione di un cinismo esasperante.
Ovviamente questo mette in una situazione molto difficile quella classe politica greca che sosteneva il piano di aiuti e lo presentava come l'unica opzione per il paese. Un piano che ha obbligato la Grecia a piegarsi a questo diktat mortale con l'alibi del suo salvataggio. Un salvataggio che, come ha riconosciuto l'Fmi, si è rivelato catastrofico.
La classe politica non si è battuta per gli interessi del paese, ma ha preferito la strada più facile e si è preoccupata solo di restare al potere. I politici si sono dichiarati pronti a rinunciare alla sovranità del paese, cedendo a uno stupido ricatto.
Se il governo greco avesse un minimo di rispetto sia per la parola "greco" che per la parola "governo", non dovrebbe chiudere gli occhi sulle ammissioni dell'Fmi. Al contrario, questa volta dovrebbe rispondere alla domanda: è possibile che uno dei tre membri del direttorio che esercita il controllo economico sul paese continui a seguire questa strategia senza che [il governo greco] reagisca?
Forse è proprio per questo che il rapporto è stato realizzato e pubblicato: per dare ad Atene la possibilità di rimettere in discussione il metodo adottato finora. In ogni caso l'idea che improvvisamente l'Fmi si sia "reso conto del suo errore" appare piuttosto ingenua.
La Grecia dovrebbe fare qualcosa. Che cosa aspetta? Se non lo fa adesso, quando lo farà? Ora dovranno rivedere la loro posizione tutti coloro che dicevano che questa soluzione era un "salvataggio", che la Grecia era la prima responsabile delle sue sventure e che i greci dovevano sopportare tutto.
I creditori hanno fatto autocritica. Adesso è il momento che anche i loro sostenitori facciano lo stesso. E vediamo infine tutti insieme come si potrà sfruttare tutto ciò per mettere fine a quella catastrofe che chiamiamo salvataggio. Anche se ormai è troppo tardi, perché la Grecia ha perso tutte le sue armi. Per colpa sua.
Traduzione di Andrea De Ritis

sabato 20 aprile 2013

Austerità globale, 5,8 miliardi i colpiti

- sbilanciamoci -

L’austerità e i tagli alla spesa pubblica non colpiscono solo l’Europa, sono diventate la regola nella maggior parte dei paesi del mondo, toccano 5,8 miliardi di persone. I più colpiti sono sempre i più deboli
Nel dibattito degli ultimi mesi spesso sembra che le politiche di austerità siano prerogative dell'Unione europea. È vero che le istituzioni europee e la Troika (Commissione europea, Bce e Fmi) si sono contraddistinte per una visione a senso unico della crisi e soprattutto di come uscirne: diversi Paesi europei sono “indisciplinati”, hanno speso troppo per welfare stato sociale e devono ora rimettere a posto i propri conti pubblici, pena l'insindacabile condanna dei mercati finanziari.
È però altrettanto vero, per quanto meno noto, che la situazione non è certo limitata all'Europa. Di fatto molte delle misure più dure sono state approvate nei Paesi del Sud del mondo. Secondo dati del Fondo Monetario Internazionale, nel 2013 ben 119 Paesi del mondo passeranno attraverso un qualche “aggiustamento” della loro spesa pubblica. Nel 2014 il numero di Paesi coinvolti dovrebbe salire a 131, e il trend dovrebbe continuare almeno fino al 2016.
È quanto emerge da uno studio appena pubblicato dall'Initiative for Policy Dialogue della Columbia University in collaborazione con il South Centre: “The Age of Austerity – A Review of Public Expenditures Adjustment Measures in 181 Countries” (l'era dell'austerità - uno studio delle politiche di aggiustamento della spesa pubblica in 181 Paesi).[1]
La ricerca esamina i dati dell’Fmi per 181 nazioni, mettendo a confronto quattro periodi: 2005-2007 (pre-crisi), 2008-2009 (prima fase della crisi ed espansione fiscale), 2010-2012 (seconda fase della crisi e contrazione fiscale), 2013-2015 (terza fase della crisi e intensificazione della contrazione fiscale). Sono inoltre stati esaminati 314 rapporti-Paese dello stesso Fmi (relativi a 174 Paesi) per identificare i principali aggiustamenti presi in considerazione sia nel Nord sia nel Sud del mondo.
L'austerità potrebbe riguardare circa l'80% della popolazione globale nel 2013, ovvero circa 5,8 miliardi di persone. Riguardo le misure adottate tra il 2010 e il 2013 le più diffuse sono l'eliminazione o la riduzione dei sussidi e degli aiuti, in particolare su agricoltura e cibo (in 100 Paesi); la riduzione dei salari, a partire da quelli nell'istruzione, la sanità e altri settori pubblici (98 Paesi); la diminuzione delle reti e delle misure di protezione sociale (80 Paesi); una riforma delle pensioni (86 Paesi); dei tagli alla sanità pubblica (37 Paesi); una maggiore flessibilità per i lavoratori (in 32 Paesi).
Come se queste misure non fossero sufficienti, lo studio ricorda come diversi governi ne abbiano adottate anche diverse altre, con pesanti ricadute, soprattutto sulle fasce più deboli della popolazione. È il caso di politiche fiscali regressive come l'aumento dell'Iva o di iniziative simili e che pesano in maniera sproporzionata sulle fasce più povere (questo è accaduto in 94 Paesi).
Nell'ultima parte della ricerca si mette in discussione tanto l'equità quanto la validità di tali decisioni, affrontando la questione da diversi punti di vista: la tempistica, lo scopo che si voleva perseguire, l'intensità delle misure adottate, la loro efficacia dal punto di vista macroeconomico rispetto al costo sociale. Il risultato è prevedibile. Le conseguenze sono state e rischiano di essere ancora di più nel prossimo futuro un aumento della disoccupazione, una maggiore povertà, un aumento delle disuguaglianze. I costi dell'aggiustamento sono scaricati sui settori più deboli, con meno tutele sul lavoro.
In poche parole, a fronte di una crisi causata da una finanza ipertrofica e fuori dal mondo, il costo della “ripresa” è pagato quasi interamente dai più poveri e meno tutelati. E al momento di “ripresa”, in particolare proprio per queste fasce della popolazione, nemmeno l'ombra.[2]

[1] Disponibile all'indirizzo: http://policydialogue.org/files/publications/Age_of_Austerity_Ortiz_and_Cummins.pdf
[2] Per maggiori informazioni: Social Justice Program dell'Initiative for Policy Dialogue alla Columbia University: http://policydialogue.org/programs/taskforces/global_social_justice/

mercoledì 10 aprile 2013

Solidarity with Greek People


 Solidarity with the people in Greece!

For a revision of austerity policies
Europe must prevent the situation in Greece from becoming a humanitarian catastrophe and make sure that the same remedy is not applied to other weak economies.
We ask you, members of the Troika and the Greek government, to revise the austerity plan and put humans and their needs at the centre of your decisions.
Sign the petition! The results will be sent to the Troika and Greek government on the 9th of May.

Solidarietà con il popolo greco!
Per una revisione delle politiche di austerità
L’Europa deve impedire che la situazione della Grecia diventi una catastrofe umanitaria al di là dell’immaginabile e deve assicurare che le stesse misure non vengano applicate alle altre economie deboli.
Noi chiediamo a voi, membri della Troika e del governo greco, di rivedere il piano di austerità e di mettere gli esseri umani e i loro bisogni al centro delle vostre decisioni.
Firma la petizione! Il risultato verrà sottoposto alla Troika e al governo greco il giorno 9 maggio 2013.

http://www.avantieurope.eu/?i=avanti.it
La Grecia è al primo posto nella crisi economica europea. Sta vivendo un livello di austerità senza precedenti il cui peso si abbatte ingiustamente su coloro che non sono responsabili del debito e che ne sono maggiormente colpiti. Sono cittadini greci, nonché migliaia di migranti e richiedenti asilo.
Dal 2009 la Grecia ha subito un aumento del 37% dei suicidi, mentre l’indice di disoccupazione è salito alle stelle: dall’8% al 27% (57% per i giovani) lasciando 1 milione e 290mila persone senza lavoro. Oggi in Grecia 3,4 milioni di persone sono oltre la soglia di povertà, vale a dire il 31% della popolazione. Il fallimento della classe politica nella gestione dei problemi del Paese, ha consentito al partito neo-nazista Alba Dorata di diventare il terzo maggior partito del Paese assestandosi al 12%-15%. In molti sono ormai così furiosi e disperati da essere disposti a sacrificare la democrazia per poter far sentire la propria voce.
Il problema non riguarda solo la Grecia; riguarda anche l’Europa. La Grecia ha commesso degli errori, ma le politiche vigenti incentrate unicamente sull’austerità non rappresentano una soluzione alla crisi. Al contrario, impediscono la crescita economica e hanno un impatto devastante sul popolo.
La Grecia ha il dovere di ristrutturare la propria economia e di rimettere a posto le proprie finanze. Tuttavia, la ripresa di un’economia sostenibile non è fatta solo di bilanci e scadenze fiscali.
Il prezzo dell’austerità non deve essere la sofferenza degli esseri umani. Le misure di consolidamento dovrebbero essere centrate sulla ristrutturazione del settore pubblico, su politiche di sostegno a una crescita economica sostenibile e sull’unione sociale basata sul principio di solidarietà dove le spalle più larghe portano il peso maggiore.
L’Europa deve impedire che la situazione della Grecia diventi una catastrofe umanitaria al di là dell’immaginabile e deve assicurare che le stesse misure non vengano applicate alle altre economie deboli.
Noi chiediamo a voi, membri della Troika e del governo greco, di rivedere il piano di austerità e di mettere gli esseri umani e i loro bisogni al centro delle vostre decisioni.
Il 9 maggio 2013 (Giornata Europea), i risultati di questa petizione saranno sottoposti alla Troika e al governo greco.

sabato 30 marzo 2013

Se la Troika ascoltasse la Troika

 

- fonte -
Le analisi di Fmi e Bce confermano che la crisi non è legata a eccessi di spesa pubblica e welfare. Perché le ricette di politica economica continuano ad andare nella direzione opposta?
L'Europa si divide in due. Da un lato i Paesi del Sud. Le cicale. Fannulloni e pigri, non lavorano e hanno una bassa produttività, spendono troppo per welfare e stato sociale. Sono loro i responsabili della crisi e ora devono stringere la cinghia e accettare giusti e inevitabili sacrifici. Dall'altra i Paesi dell'Europa del Nord, riuniti attorno alla Germania. Le formiche. Seri, lavoratori, rispettano i parametri europei e sono un esempio di virtù.
Una conferma arriva lo scorso 14 marzo, quando il presidente della Bce Mario Draghi presenta alcuni dati ai capi di Stato e di governo della zona euro [1]. Tra il 2000 e il 2012, nei Paesi dell'Europa del Nord, grosso modo produttività e salari crescono di pari passo. Uno sviluppo armonioso dell'insieme della società. Ben diversa è la situazione dell'Europa del Sud: i salari crescono molto più rapidamente della produttività, frenando la crescita e mettendo in crisi le nazioni periferiche e l'intera Europa.
Il problema di questo ragionamento è in una piccolissima svista, segnalata sul Guardian nei giorni scorsi.[2] Nei grafici presentati dalla Bce, la produttività viene espressa in termini reali, mentre i salari sono indicati in termini nominali. In altre parole, la prima serie di dati tiene conto dell'inflazione, la seconda no. Sarebbe come dire che 50 anni fa il pane costava 1 lira al kg e gli stipendi erano di 500 lire. Oggi gli stipendi sono di 1.000 euro, quindi si può comprare molto più pane. “Dimenticandosi” di segnalare che il pane nel 2013 non costa 1 lira al kg.
Se si prendono dati omogenei, le cose cambiano. Parecchio. Anche considerando un'inflazione al'1,9% annuo (obiettivo fissato dalle stesse istituzioni europee), tra il 2000 e il 2012 occorre tenere conto di un fattore correttivo intorno al 28%. Tenuto conto che l'inflazione, in particolare nei Paesi del Sud Europa, è stata in media molto superiore, la correzione da apportare è ancora maggiore. Se consideriamo produttività e salari o entrambi al netto dell'inflazione o entrambi con l'effetto dell'inflazione, scopriamo che in molti Paesi del Sud salari e produttività vanno di pari passo, mentre è in quelli del Nord, Germania in testa, che la forbice si allarga sempre di più, ma a discapito delle retribuzioni dei lavoratori.
In altre parole, non c'è nessun eccesso di Stato sociale, nessun diritto dei lavoratori da rimettere in discussione, nessun sacrificio da chiedere a chi ha già pagato un caro prezzo per una crisi nella quale non ha alcuna responsabilità. E' dall'altra parte, nel Nord Europa, che alcune nazioni hanno sistematicamente violato gli impegni europei, hanno intrapreso una aggressiva politica di svalutazione salariale, e hanno improntato i rapporti nell'UE a una competizione sfrenata sulla pelle dei lavoratori, in barba ai proclami di collaborazione e alla stessa idea di “unione” europea.
Con questi dati, corretti della piccola “svista” sull'inflazione, la Bce di fatto conferma quali siano le responsabilità della crisi. Come, prima di tutto, i mostruosi debiti creati dalla finanza speculativa siano stati trasferiti agli Stati, poi da questi ai cittadini. Oggi non c'è nessun altro su cui scaricarli. Siamo rimasti con il cerino in mano e dobbiamo pagare il conto. Ed è un conto estremamente salato proprio in termini di tagli al welfare e allo Stato sociale, disoccupazione, precarietà e rimessa in discussione di diritti dati per acquisiti. Ma per non farci protestare troppo ci sentiamo ripetere quotidianamente che è pure colpa nostra. E che dobbiamo stringere la cinghia per “restituire fiducia ai mercati”.
Ricordiamo che l'Fmi, nei suoi ultimi studi, riconosce che le politiche di austerità in una fase di recessione non fanno altro che aggravare i problemi. Diminuisce la spesa pubblica, quindi il Pil, e molto spesso questo calo non è compensato da una analoga diminuzione del debito pubblico. Il risultato, oltre a una devastazione sociale, è un peggioramento proprio di quel rapporto debito/Pil che si pretende di diminuire.[3]
Da un lato, quindi, la Troika continua a imporre piani di austerità e sacrifici a mezza Europa. Dall'altro, la stessa Troika ci mostra, dati alla mano, che le cause sono altre e che comunque le soluzioni sono inutili e nocive. L'unica speranza è che i burocrati europei, se non alle molteplici analisi che provengono da un numero sempre crescente di economisti, comincino a dare retta almeno a loro stessi.

[1] Mario Draghi - “Euro Area Economic Situation and the Foundation For Growth” - Studio presentato all'euro summit il 14 marzo 2013
[2] Andrew Watt - “Is Europe's central bank misleading us over who's to blame for eurozone crisis?” - The Guardian, 27 marzo 2013.
[3] Sbilanciamoci.info - “Austerità, Blanchard fa autocritica” www.sbilanciamoci.info/Sezioni/capitali/Austerita-Blanchard-fa-l-autocritica-16308

lunedì 25 marzo 2013

Il nuovo modello per "salvataggi”


Nota. Che sia il famoso “Eurogruppo” piuttosto che i singoli governi nazionali a decidere sui nostri destini ormai non c’e’ alcun dubbio. Ma chi e’ l’eurogruppo e come vengono decise le “misure” per ciascun paese ? Leggendo i media, nel caso di Cipro p.es. apprendiamo che tali decisioni sono state prese all’unanimita’ dai ministri della finanza dei paesi dell’eurozona.

Balle. Discussioni (si fa per dire) e decisioni avvengono a porte chiuse fra 4 persone. Il presidente l’olandese Disselbloem, la signora Lagarde del FMI, Draghi della BCE e naturalmente il superman sulla carrozzella tedesco Scheauble: il vero capo. Beh, veramente concedono anche la presenza del ministro del paese coinvolto, questo bisogna dirlo, senno che democrazia sarebbe? I ministri di tutti gli altri paesi attendono il testo finale su cui porre la propria firma per rendere la decisione … unanime!!

p.s. e pensare che in Italia si fa tanta ammuina per formare un “nuovo governo” … quando il governo c’e’ gia’ ed e’ quello di cui sopra.

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Eurogruppo: “Prelievo forzoso a Cipro è nuovo modello per salvataggi”

Dijsselbloem: “Se vogliamo un settore finanziario sano, l’unico modo è dire che chi ha assunto dei rischi deve gestirli e se non ci riesce non doveva assumerli. La conseguenza può essere la fine"

Il salvataggio di Cipro, con la partecipazione degli investitori e titolari di depositi nella ristrutturazione delle banche, rappresenta un nuovo modello su come gestire i problemi del sistema bancario in Europa. Lo sostiene il presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, che ha rilasciato delle dichiarazioni in merito all’agenzia Reuters. Secondo il ministro delle Finanze olandese l’accordo raggiunto in nottata per salvare Cipro serve a “far rientrare i rischi. Se c’è rischio in una banca, la prima domanda è: che cosa può fare la banca? può ricapitalizzarsi?”. Se la banca non ci riesce, “dobbiamo parlare con azionisti e obbligazionisti, chiedendo loro di contribuire a ricapitalizzarla, e se necessario anche chi ha depositi non assicurati (sopra 100.000 euro, ndr)”.

Parole che hanno pesato come macigni sulle Borse europee che hanno accentuato le perdite virando tutte in rosso trascinate dalle banche. Nel mirino soprattutto gli istituti dei paesi più deboli dell’eurozona, con Madrid che ha perso il 2,27% e Milano il 2,5%, sui timori per il futuro dei depositi. Ma tremano anche gli istituti francesi (Parigi -1,12%), in particolare SocGen (-6%) e Credit Agricole (-5,84%). Caduta, a Piazza Affari, per Banco Popolare (-5,86%), Intesa Sanpaolo (-6,21%), Mediobanca (-5,3%), Unicredit (-5,81%) e Ubi (-4,76%) e le spagnole Bbva (-3,6%) e Banco Popular (-2,87%). Giù anche Deutsche Bank (-4,06%) e Commerzbank (-1,77%).

Cipro, via libera al salvataggio: salvi i depositi sotto 100mila euro

L'Eurogruppo ha raggiunto "all'unanimità" un accordo per evitare la bancarotta di Nicosia che riceverà aiuti per 10 miliardi in cambio della chiusura della Laiki Bank. Il portavoce del governo cipriota ha avvertito che il prelievo sui conti più ricchi nella Bank of Cyprus sarà di circa il 30 per cento


“Abbiamo evitato un fallimento disastroso“, commenta il ministro delle Finanze cipriota Sarrys quando l’alba non è ancora spuntata a Bruxelles. I volti sono tirati, l’Eurogruppo ha sì concesso il maxiprestito da 10 miliardi di euro per salvare Cipro ma, mai come in questa occasione, il club dell’Unione europea è stato vicinissimo allo scioglimento. Il Presidente della Repubblica Nikos Anastasiadis, ad un certo punto, ha sbuffato e rivolgendosi ai suoi interlocutori (Lagarde, Scheauble, Draghi) ha detto: “Vi faccio una proposta e non la accettate, ve ne presento un’altra ma è lo stesso. Cosa volete che faccia, che mi dimetta? Nessun problema”. In quei frangenti è anche circolata l’ipotesi che il suo testimone potesse essere raccolto dal capo della Chiesa di Cipro, l’Arcivescovo Chrysostomos II, che in quel caso avrebbe ripercorso gli stessi passi compiuti quarant’anni fa da Makarios, leader della chiesa e primo capo di stato dell’isola finalmente indipendente. Solo dopo quattro ore di trattative serrate con la troika la delegazione cipriota ha fatto ingresso nella sala dove nel frattempo era già iniziato senza di loro l’Eurogruppo.

Il nodo è per i depositi superiori a 100mila euro. Il portavoce del governo cipriota, Christos Stilianides, parlando alla radio statale ha avvertito che il prelievo sui super conti nella Bank of Cyprus sarà di circa il 30 per cento, punto più punto meno. Una percentuale altissima ma comunque inferiore al 60 per cento proposto dalla troika. Per questo oggi il quotidiano cipriota Fileleftheros titola “Thriller con racket”, per via del gioco di ricatti e veti che per quasi dodici ore è andato in scena a Bruxelles. La prima reazione a Nicosia è stata una bomba fatta esplodere nella città marittima di Limassol contro una sede della Bank of Cyprus: molti danni ma nessun ferito.

I punti chiave dell’accordo prevedono la liquidazione immediata della Laikì Bank, divisa in “bad bank” e “good bank”; la Bce fornirà la liquidità necessaria alla Bank of Cyprus; indenni i depositi sotto i 100mila euro; solo i depositi non assicurati rimarranno congelati fino a quando non si procederà alla ricapitalizzazione; quest’ultima coinvolgerà i depositi non assicurati dei titolari di azioni e obbligazioni; la misura non dovrà passare al vaglio del Parlamento cipriota, che qualche giorno fa ha già votato un ddl straordinario che attribuisce poteri eccezionali al governatore della Banca centrale. Il versamento della prima tranche del prestito dovrebbe avvenire entro due mesi, ha detto il capo del meccanismo europeo di stabilità (Esm), Klaus Regklingk: “Dovremmo essere in grado di fare la prima erogazione ai primi di maggio”. Prima però la troika sarà chiamata a determinare i dettagli tecnici. L’accordo raggiunto sulla ristrutturazione delle due maggiori banche di Cipro può procedere “senza ulteriori ritardi” grazie ad un testo di legge recentemente approvato dal Parlamento a Nicosia, ha aggiunto il presidente dell’eurogruppo, l’olandese Jeroen Dijsselbloem.

Lapidario il commento di Anastasiadis: “Non solo una battaglia vinta, ma credo che si sia evitato il rischio prevedibile di una catastrofica uscita dalla zona euro“. L’obiettivo, da domani, è quello di ottenere stabilità macroeconomica, riformare il settore bancario, la disciplina fiscale. Nessuna certezza, ha aggiunto Sarrys, sulla data di riapertura delle banche nell’isola. Il ministero delle Finanze ha confermato che la liquidità di 9,2 miliardi sarà trasferita alla Banca di Cipro grazie all’impegno diretto della Bce. Alla domanda circa il coinvolgimento di fondi pensione appartenenti ai clienti della Banca di Cipro per importi superiori a 100.000 euro, Sarrys ha risposto che i depositi (indipendentemente da chi li ha generati) saranno convertiti in azioni, e i nuovi proprietari delle banche saranno principalmente gli azionisti attuali. Ha aggiunto che i fondi di previdenza hanno una propria politica di investimento che prevede la partecipazione al capitale nelle banche, “che è anche un modo per contribuire alla stabilizzazione del sistema”. E il Financial Times scrive che alcune banche estere starebbero già premendo per accaparrarsi i depositi dei russi a Cipro. Pare che approcci indicativi siano già giunti da paesi come Andorra, Germania, Lettonia e Svizzera. Forse la crisi è solo all’inizio

 

mercoledì 20 marzo 2013

«No al ricatto»

   
Cipro boccia la troika
di Nefeli Misuraca -

Dalla protesta alla festa, la piazza esulta dopo il voto. Ma le banche restano chiuse Sulla decisione pesano le «relazioni pericolose» con la Russia che punta ai giacimenti di gas.
Il piano sul prelievo forzoso dai depositi bancari architettato dalla Commissione europea con il Fondo monetario internazionale e il presidente cipriota Nikos Anastasiades per sbloccare il prestito da 10 miliardi di euro è stato bocciato dal parlamento. E ora rischia di arenarsi definitivamente.
Per tutta la giornata di ieri si sono inseguite notizie su trattative serrate, riunioni annullate o riprogrammate, sul ministro delle finanze Michael Sarris che in viaggio a Mosca sembrava avesse rassegnato le dimissioni, informazione smentita poche ore dopo. Alla fine il verdetto dell’assemblea: un secco no al diktat imposto dalla troika (Ue, Fmi e Bce) che prevedeva un rientro inderogabile di 5,8 miliardi dalla tassazione dei conti bancari. E anche la versione light del piano avanzata dal presidente Anastasiades, che ha proposto di annullare la tassazione per i conti sotto i 20.000 euro e di ridurre dal 9,90% al 6,75% l’imposta per i conti dai 20.000 ai 100.000 euro, è stata per il momento rispedita al mittente.
«Ci può essere una sola risposta: no al ricatto – ha spiegato le sue ragioni il socialista Yiannakis Omirou, speaker del parlamento – La nostra richiesta dev’essere che questo accordo va rinegoziato. Se approviamo questa tassa non ci sarà più nessun investitore estero che lascerà da noi i suoi soldi».
Su 56 deputati che compongono l’assemblea, 36 sono stati i contrari e 19 le astensioni. Un deputato era assente e nessuno ha votato a favore. Da subito i socialisti di Edek, partito all’opposizione, avevano dichiarato di non sostenere il disegno di legge. Seguiti a ruota dai comunisti di Akel e dall’unico verde che siede in parlamento. Totale 26 bocciature assicurate, cui vanno aggiunti gli otto voti del partito alleato di governo Diko (di centro-sinistra) e due del gruppo misto. I 20 parlamentari del partito del presidente, Disy, di centro-destra, hanno invece deciso di astenersi dal voto «per rafforzare la posizione dell’isola nel corso delle trattative», l’assenza era tra le loro fila.
Fuori dal parlamento scene di giubilo. E per un paese che ha meno di un milione di abitanti, mille persone che si riuniscono con cartelloni di protesta restituisce un effetto non da poco. Una protesta andata in scena per due giorni di fila, diretta contro i rappresentanti delle istituzioni europee, con la cancelliera tedesca Angela Merkel nel centro del mirino, e contro l’uomo del momento, Anastasiades, appena eletto presidente ma che oggi i manifestanti vorrebbero mandare a casa.
La sensazione generale è che la Russia o l’Europa, o tutt’e due, stiano cercando di approfittare della crisi, e i ciprioti sono abituati a essere al centro di contese territoriali. Cipro è le basi militari anglo-americane da cui partono i caccia per Bagdad, è il luogo in cui si svolgono le più importanti trattative private tra Medioriente e occidente mediterraneo, è la grande banca cieca e muta che trattiene i fondi e non tassa i dividendi, è un nuovo bacino di gas naturale non (ancora) controllato dai Russi.
Le prime polemiche in proposito se le attirò l’ex capo dello stato, il comunista Demetris Kristofias, che con la sua particolare coalizione di sinistra andava e veniva dalla Russia per «ragioni diplomatiche». Viaggi per cui fu molto criticato dai media locali: troppa fratellanza con un governo dagli intenti dubbi. In realtà quei viaggi avevano il fine di cercare fondi per coprire il buco che si apriva sempre più nell’economia cipriota e alla fine Kristofias ottenne un prestito e la promessa che «duecentomila russi passeranno le vacanze a Cipro». Lo sapeva Kristofias e lo sapevano anche i russi che quei soldi non sarebbero bastati e aspettavano che Cipro avesse l’acqua alla gola per proporre il vero scambio che avevano in mente di fare.
La Russia, dopo il primo rifiuto di un bailout da parte della comunità europea, ha offerto a Cipro l’aiuto economico di cui ha bisogno in cambio del gas che si sta scavando al largo di Limassol, proponendo un patto che, se nel breve termine potrà far respirare l’economia cipriota, nel lungo ne condannerà il futuro. Poiché se il bailout non basterà e si dovrà arrivare a drastiche misure di tassazione, Cipro non avrà alcuna economia autonoma su cui fare affidamento.
Fino a poco tempo fa Cipro ha vissuto come in un sogno una stagione di prosperità: numerosissime sono state le costruzioni di ville, appartamenti di lusso e imponenti uffici; i ristoranti, le boutique, i bar che vendono un cappuccino a 8 euro erano sempre pieni; le festività lasciavano le città semideserte perché i ciprioti andavano, sia pure per un lungo weekend, in vacanza in qualche luogo esotico. E il mercato immobiliare continuava a far crescere i prezzi. Poi la crisi ha cominciato a fare capolino anche qui disegnando un paesaggio di ville in costruzione abbandonate, uffici nuovi di zecca che riflettono vuoti nella loro grandeur di vetro azzurrato, bar senza più gente. Fino ad oggi con le banche che continueranno a restare chiuse (sebbene i bancomat siano stati riforniti di denaro) per evitare un’emorragia di fondi irrefrenabile, anche da parte dei singoli investitori russi. Thomas Keane, co-fondatore della ditta Keane Vgenopoulou&Associates, con una fortissima presenza di capitale russo, intervistato dalla televisione cipriota, ha spiegato che negli ultimi dieci giorni i singoli investitori russi hanno stornato 2 miliardi di euro dalle banche cipriote verso destinazioni come «Londra, Zurigo, forse l’Oriente». Del resto, secondo una stima della Alfa Bank che, nonostante il nome è di proprietà russa, negli ultimi vent’anni sono arrivati a Cipro 70 miliardi di dollari illegalmente portati attraverso singoli viaggi.
È probabile che Anastasiades sentirà il peso delle richieste russe riguardo al gas naturale perché Cipro è di fatto legata a doppio filo con la nazione che ha infuso una tale sbalorditiva quantità di denaro nelle sue casse.
Se i ciprioti sono meno di un milione in tutto, sono tuttavia al centro di un complesso equilibrio economico internazionale, stretto tra la Russia e l’occidente. Per questo, nonostante le proteste dell’Onu, rimane un’isola divisa. Se il lupo della crisi vi soffia sopra, Cipro sarà alla mercé del primo offerente, o di quello più aggressivo.
Il Manifesto – 20.03.13

martedì 19 marzo 2013

A Cipro fallisce l’Europa. La bancarotta degli ideali

- eastjournal - di Matteo Zola

Cipro Default
Dogmatico e punitivo. Questo è l’atteggiamento dell’Europa nei confronti di Cipro. E non solo di Cipro, se andiamo a vedere la situazione a Lisbona, Dublino e Atene. Questa Europa indigna per l’arrogante miopia con cui agisce. Chi scrive è un europesista convinto, entusiasta direi. E da europeista dico che questo mostro nulla ha a che vedere con il sogno dell’unità europea e dei suoi ideali fondativi. La crisi in corso ormai non è più dell’euro, ma nell’euro. La guida tedesca, che impone misure economiche, di fatto spadroneggiando in Europa, senza però prendersi la responsabilità di una direzione in senso federale dell’Unione, diventa ogni giorno più lesiva non solo degli interessi dei Paesi della “periferia” ma anche del concetto stesso di democrazia. Le decisioni degli organismi europei (in collaborazione con Fmi e Bce) vengono prese sopra le teste dei cittadini, delegittimando la democrazia rappresentativa. Questa Europa non mi piace, non la voglio, e non è una necessità. Soprattutto può non essere una necessità la moneta unica. E non è affatto detto che senza l’euro fallirebbe l’Unione Europea, potrebbe anzi essere vero il contrario. Occorre smetterla con i tabù: si può e si deve ragionare sul futuro dell’Europa anche senza l’euro, se questo diventa strumento di coercizione. E il caso cipriota è un esempio.
L’imposizione europea
Sentite qua: il 15 marzo scorso, a borse chiuse, i ministri delle finanze dei paesi membri della zona euro hanno deciso, dopo una riunione con i rappresentanti del Fondo Monetario Internazionale e della Bce, di concedere un prestito di 10 miliardi di euro al governo di Cipro per salvare il Paese dalla bancarotta. All’inizio dovevano essere 17 miliardi ma poi si è riveduta la stima al ribasso, e si è chiesto a Nicosia di mettere la differenza. Come? Con un prelievo forzoso dai conti correnti e depositi bancari. Ed è bene ricordare che l’intero Pil annuo dell’isola corrisponde proprio a 17 miliardi. La decisione è stata presa malgrado l’opposizione cipriota in seno all’Eurogruppo (ma cosa conta Cipro, un due di picche) e sostanzialmente imposta al presidente Nicos Anastasiades che aveva dichiarato che “nessuna decisione di prelievo forzoso sarebbe stata accettata” e le sue recenti dichiarazioni sull’ineluttabilità dell’accordo (definito di “solidarietà”) con la trojka fanno pensare al ricatto. Oggi alle 17 il Parlamento cipriota deciderà se approvare il piano concordato dal presidente, è l’ultima occasione per rispedire al mittente l’imposizione europea.
Il prelievo forzoso, assurdità tedesche
La solfa la sappiamo: la trojka caccia i soldi se fai come dice lei. E quindi via con le ristrutturazioni finanziarie, gli aggiustamenti economici, e compagnia bella. Tutte cose necessarie, per carità, che però si traducono in tagli e austerità: il caso greco è maestro. Per Cipro si è andati oltre, richiedendo un prelievo forzoso su conti e depositi con percentuali folli: il 6.7% per conti e depositi sotto i centomila euro e del 9.9% per quelli sopra i centomila. Secondo quanto dichiarato da Emma Bonino, già commissario europeo, all’Eurogruppo la Germania aveva chiesto che il prelievo fosse del 40%. Mi si dice: anche in Italia, nel 1992, si applicò un prelievo forzoso. Vero, ma era del 6 per mille. E per evitare una fuga di capitali all’estero si è deciso di chiudere le banche fino a giovedì. Oggi poi il lungimirante Eurogruppo si è ricordato di una legge europea che tutela i depositi sotto i centomila euro e cerca di mettere una pezza. Che pena. Intanto il ministro delle Finanze cipriota, Michailis Sarris, è volato a Mosca.
Ma che colpa abbiamo noi?
La pillola da mandar giù è amara, anche perché Cipro è in questa situazione non per sua colpa. Non del tutto, almeno. Il paese ha sofferto in particolare la crisi Greca, verso cui le tre principali banche del paese erano molto esposte – avevano, cioè, prestato molto denaro a banche e società greche o allo stesso governo greco comprando titoli di stato. Quando il debito greco è stato ristrutturato (chi aveva comprato titoli di stato da 100 euro, ad esempio, se li vedeva ridotti a 50), il debito privato di banche e cittadini ciprioti è aumentato vertiginosamente in poche settimane.
Colpire il russo, e pazienza al cipriota
Mi si dice che Cipro è una piazza off-shore generosa, crocevia di transazioni opache per capitali russi (Moody’s li valuta in 31 miliardi), con un settore finanziario che vale sette volte quello economico. A venire tagliati saranno principalmente proprio quei capitali, è vero, ma sull’altare della “caccia al russo” si è sacrificato il risparmiatore cipriota. Mi si dice ancora che “Cipro è un caso eccezionale” proprio a causa di quei soldi russi su cui si vorrebbe mettere le mani (ma l’oste, a Mosca, deve ancora tirar su i conti), molto marginale nell’economia dell’Eurozona, visto che vale solo lo 0,2% del suo Pil. Certo, anche la Grecia era marginale e valeva solo il 3% ma questo non le ha impedito di diventare la miccia di un incendio che ancora non si è spento. E prima di lei erano “speciali” l’Irlanda e il Portogallo.
Conseguenze per l’Italia?
Scrive Adriana Cerretelli sul Sole24 ore: “Come il doppio salvataggio di Atene aprì una voragine nel rapporto di fiducia tra Europa e investitori, tra la moneta unica e la sua tenuta futura scatenando nell’area un contagio che solo a fine luglio scorso la Bce di Mario Draghi è riuscito a fermare, così oggi la vicenda cipriota rischia di riaprire quel pericoloso copione. Con conseguenze per certi aspetti potenzialmente ancora più devastanti. Soprattutto nei Paesi più vulnerabili dell’euro-sud. Italia compresa. La reazione immediata e tutta negativa delle Borse, in Europa, come negli Stati Uniti e in Asia, il rialzo degli spread, il ribasso dell’euro sono del resto tutti segnali molto eloquenti”.
Banche e cittadini, due pesi e due misure
Ma l’Unione Europea preferisce salvare le banche. E lo dico senza demagogia. Tra il settembre 2008 e il dicembre 2010 nel tentativo di stabilizzare un settore investito dalla bufera finanziaria, i 27 dell’Unione hanno mobilitato ben 4.285 miliardi di euro a sostegno degli istituti di credito, cioè il 36% del Pil dell’Unione e il 10% del totale degli attivi bancari. Con Germania e Gran Bretagna con una quota ciascuno superiore ai 500 miliardi. Se a questi aggiungiamo i 1018 miliardi elargiti dalla Bce fra dicembre 2011 e febbraio 2012 abbiamo una somma equivalente al 45% del Pil europeo, messa a disposizione delle banche a favorevolissime condizioni e senza alcuna contropartita. L’Eurogruppo, per salvare le banche spagnole, diede a Madrid 40 miliardi. Alla Grecia invece, per un prestito di 110 miliardi, sono state chieste pesanti condizioni che hanno portato il Paese a livelli da terzo mondo. Analoga durezza è stata esercitata sull’Irlanda, per un prestito di 85 miliardi, e per i 78 miliardi dati al Portogallo. Oggi a Cipro, per dieci miliardi, si fa il muso duro. Il messaggio è chiaro: il salvataggio di Cipro ha dimostrato che le nazioni creditrici insisteranno da ora in poi che qualsiasi salvataggio delle banche venga co-finanziato dai depositanti. L’Italia è avvertita.
Conclusioni
Ecco perché, da europeista, credo che questa Europa non meriti alcuna fiducia: occorre riformarla e rifondarla in senso federale, restituendo al progetto unitario forza e vigore. Poiché l’Europa unita (che non è per forza l’Unione Europea) è l’unica speranza che il continente ha per competere contro giganti come Stati Uniti, Cina e Russia, senza diventarne preda. Ma questa Europa non ha nessuna credibilità. A Cipro è andata in scena la bancarotta degli ideali di solidarietà, sviluppo e democrazia europei. A Cipro il nazionalismo economico (tedesco, ma non solo) ha distrutto qualsiasi credibilità al progetto europeo. Il fallimento dell’Unione Europea è un fallimento morale, ma quello finanziario rischia di essere alle porte. E la risposta delle popolazioni europee è rabbia e frustrazione. Non ci si stupisca poi se alle elezioni vincono populisti, nazionalisti, e camicie brune.

giovedì 7 marzo 2013

Che si fotta la Troika anche in Italia

Autore: Giorgio Cremaschi
     
"Chi l'ha detto che si deve continuare a morire per il debito? Dove è scritto che bisogna cancellare l'Europa civile e sociale per far quadrare i conti della finanza, così come vogliono le banche tedesche e i vari Marchionne sparsi per il continente?" Tutto il mondo politico italiano rappresentato nel nuovo parlamento, compreso il Movimento 5 stelle, vive in una nuvola lontana anni luce dalle drammatiche scadenze della crisi economica e dai vincoli europei.
Pare che tutte le principali forze abbiano dimenticato le politiche di austerità che ci hanno portato ai confini della catastrofe sociale in cui già è sprofondata la Grecia e in cui stanno scivolando Portogallo e Spagna, in un terribile contagio destinato ad estendersi.
Così si ignora che il prossimo governo, ammesso che se ne faccia uno, ha già i compiti e le decisioni assegnate dagli impegni assunti dal governo Monti e approvati quasi alla unanimità dal precedente parlamento. Questi impegni sono stati furbescamente ignorati in una campagna elettorale concentrata sul ruolo dei partiti. La crisi economica è diventata così quasi una derivata della crisi di questi ultimi. Troppo facile, purtroppo.
Già alla fine di aprile i vincoli del pareggio di bilancio in Costituzione, che nessuna delle attuali forze parlamentari ha messo in discussione, faranno sentire il loro carico devastante. Quei vincoli fanno parte dell'insieme di servitù economiche contenute nel fiscal compact europeo, da noi sottoscritto nel totale vuoto di informazione della opinione pubblica.
Quel patto ci impegna a venti anni di politiche di austerità, tagli sociali, controriforme, per dimezzare il debito pubblico e pagarne i lauti interessi al sistema finanziario. E le autorità europee da questa primavera avranno il potere di controllo sulle nostre decisioni, mentre dall'autunno potranno addirittura correggere il nostro bilancio, se non sufficientemente austero e rigoroso, esautorando il parlamento.
Questo è scritto nella sequela di patti che hanno commissariato il nostro paese e sottoposto tutto il continente al governo autoritario della Troika formata da Fondo Monetario Internazionale, Banca Europea, Commissione Europea.
La Troika si è macchiata dei più infami crimini economici in Grecia e ora sta preparando la stessa ricetta per Cipro, mentre somministra una diversa dose della stessa medicina a Portogallo e a Spagna e mette noi sotto osservazione, preparando l'intervento.
Questo mentre tutte le forze parlamentari parlano di altro e soprattutto mentre i cittadini italiani continuano a non sapere che la loro democrazia è commissariata, che le decisioni più importanti sono già prese chiunque governi.
In tutta Europa il confronto politico principale avviene attorno alle politiche di austerità, e per fortuna cresce nelle opinioni pubbliche il rifiuto verso di esse. Quello che qui viene presentato da tutto il palazzo come un dato naturale non contestabile, altrove è il principale oggetto del confronto e dello scontro.
Chi l'ha detto che si deve continuare a morire per il debito? Dove è scritto che bisogna cancellare l'Europa civile e sociale per far quadrare i conti della finanza, così come vogliono le banche tedesche e i vari Marchionne sparsi per il continente?
Le politiche di austerità sono il nemico principale della democrazia in Italia ed in Europa. La lotta alla corruzione politica e ai privilegi di casta, per quanto essi siano intollerabili, è solo una piccola parte della lotta alle ingiustizie sociali. Le grandi banche e la grande finanza in un solo minuto possono depredarci ben più di quanto possa fare la più corrotta delle caste politiche in una intera legislatura.
Sabato scorso un milione e mezzo di persone è sceso in piazza in Portogallo con un semplice ed inequivocabile appello: "Que se lixe a Troika", che si fotta la Troika.
Nella Svizzera delle banche i cittadini hanno deciso con un referendum di mettere un tetto ai super bonus dei manager. In tutta Europa si diffonde uno spirito antiliberista e anticapitalista.
Noi non siamo ancora a questo, tutto il nostro conflitto politico sembra ridotto alla questione del potere dei partiti, non al potere della Troika o delle multinazionali.
Ma anche se mascherato e depistato, il rifiuto delle politiche di austerità è alla base dello sconquasso delle elezioni. E siccome la crisi economica continuerà ad aggravarsi e i vincoli europei saranno sempre più insopportabili, ben presto lo spirito della rivolta sociale che percorre il nostro continente si manifesterà senza mediazioni anche da noi.
La democrazia italiana che oggi ci pare bloccata si rimetterà in moto quando sarà sottoposta al conflitto tra le scelte vere da compiere. Il confuso e ambiguo quadro attuale si chiarirà nei suoi contorni e nelle sue alternative quando l'urlo "si fotta la Troika " si alzerà anche dalle nostre piazze.

martedì 15 gennaio 2013

Ho un sogno, ma si badi, solo un sogno. Bruciarli vivi.

Al processo contro la gerarchia nazista tenutosi a Norimberga dal 1945 al ’46, il Procuratore Generale Benjamin Ferencz sancì che“la guerra d’aggressione contro una nazione sovrana sarà da ora considerato il crimine supremo”.
Giratevi a Est per favore. A due passi da noi c’è l’olocausto di un popolo distrutto da una guerra d’aggressione. E anche questa volta l’aggressore principale è tedesco. Le notizia che arrivano dalla Grecia sono di quelle che uno non ci può credere. Li hanno ricacciati al medioevo. I greci stanno disboscando i parchi, i campi e le colline per scaldarsi. Buttano nel fuoco i libri di casa, i mobili, qualsiasi cosa bruci, con vernici e tutto. Ad Atene le malattie polmonari sono aumentate del 300% a causa dei fumi della legna arsa negli appartamenti. Ma vi rendete conto? Bruciano legna in casa, nel condominio, per non morire di freddo.
La Grecia dagli anni ’70 alla fine degli anni ’90 cresceva, aveva un reddito pro capite solo di poco inferiore al resto d’Europa, infatti importava una montagna di prodotti soprattutto dalla Germania. Usava i deficit di bilancio, come l’Italia, come il Giappone, come la Francia. Poi è arrivata l’Eurozona e a ruota la catastrofe finanziaria globale. Ma peggio: arrivano i terroristi del debito pubblico, quelli che NON ti dicono che il problema NON è il debito troppo alto, ma un debito alto DENOMINATO IN UNA MONETA NON TUA, che devi prendere in prestito dalle banche internazionali, cioè l’euro. Quella è la catastrofe, ma non te lo dicono. E arrivano le ricette dei criminali tecnocrati europei per la Grecia. Arriva anche lì il golpe finanziario che installa il Monti greco (Papademos) eccetra, eccetra. La tecnocrazia e gli speculatori internazionali hanno aggredito la Grecia per letteralmente spolparla viva. E’ una guerra d’aggressione, con i morti, sì, coi morti. Centinaia di morti per mancanza di farmaci negli ospedali, i suicidi, e poi quei tre bambini arsi vivi a Dicembre proprio perché si bruciava legna in casa per il freddo. Poi tutto il resto dell’orripilante corredo che viene con l’estrema povertà.
I criminali non hanno limiti nella perfidia. Di fronte a questo olocausto, la Troika di Commissione UE, BCE e Fondo Monetario ha preteso ieri dal governo greco un ulteriore aumento delle tasse e soprattutto dell’elettricità. La spirale verso l’inferno della Grecia non ha sosta, i numeri non mentono: gli stessi criminali, mentre contemplano ottusi lo sfacelo delle loro ricette, ammettono che la Grecia il prossimo anno crescerà in negativo di nuovo: -4,5%. Ma…
… lui, uno dei tanti che dovrebbero essere trascinati a Norimberga domani mattina, cioè Mr Daniel Loeb, gestore del Hedge Fund americano Third Point, ha fatto una barca di centinaia di milioni di euro sfruttando la disperazione delle finanza greche, e la conseguente devastazione delle famiglie greche. Quando la Grecia ristrutturò il suo debito fra marzo e agosto, Mr Loeb si comprò un bel pacchetto di titoli greci per 17 centesimi di euro per ogni euro di valore teorico. Poi ha aspettato che le successive Austerità ‘naziste’ ridessero fiducia ai mercati alzando il valore dei titoli greci, ma STRAZIANDO LA GENTE sempre più, e Loeb a quel punto li ha rivenduti incassando una incredibile fortuna. Capite come funziona? Un bel gioco fatto su un pc a Manhattan che ti rende soldi se l’olocausto economico di un popolo va come vuoi tu, e incassi miliardi. E li incassano anche quelli che oggi comprano beni pubblici greci a prezzi da discout market, quelli che trovano manodopera greca a 400 euro al mese, quelli che… gli speculatori.
Mi chiamo Paolo Barnard, nel rispetto delle leggi e nel mio inequivocabile ripudio della violenza, io faccio un sogno, che, sottolineo, è solo un sogno: che il prossimo team della Troika che visita Atene venga preso a furore di popolo e arso vivo in uno di quegli appartamenti dove si ardono i mobili di casa per non morire di freddo. Perché lo so che le parole di Benjamin Frenecz oggi valgono come una cicca di sigaretta su un marciapiede. Norimberga non ci serve a nulla in questo olocausto.

giovedì 15 novembre 2012

LA MENZOGNA DEGLI 'AIUTI'

di Monia Benini, - byoblu -

- nella foto la Troika ad Atene -
Recentemente in Grecia è stato imposto un nuovo pacchetto di misure, drammaticamente pesanti, per poter ottenere in cambio una tranche di 31,5 miliardi di aiuti dalla troika, ovvero Fondo Monetario Internazionale, Commissione Europea e Banca Centrale Europea. Si tratta di tagli, di licenziamenti, di provvedimenti retroattivi su salari, stipendi e pensioni, oltre all’innalzamento a 67 anni dell’età pensionabile.
Nel marzo di quest’anno, la Grecia aveva già ricevuto aiuti della troika per un importo di 130 miliardi di euro. Ma c’è qualcosa che non va, anzi direi che è proprio tutto sbagliato, tutto folle. A partire dal termine. Si ostinano a chiamarli aiuti, ma sono tutt’altra cosa. Si tratta di prestiti, da dover restituire con relativi interessi. Ad esempio, rispetto ai 130 miliardi ottenuti in aiuto, la Grecia dovrà restituire nell’arco di 20 anni ben 274 miliardi di euro, ovvero oltre il doppio! Ma non solo, di questi 130 miliardi, il 52% è andato alle banche internazionali, il 23% è tornato alla BCE, il 20% è andato alle banche private greche e solamente il 5% è andato nelle casse dello Stato greco che dovrà rifondere tutti i 274 miliardi. E questo sarebbe l’aiuto? E’ un atto di killeraggio verso i cittadini greci! Ma attenzione, si tratta degli stessi aiuti ai quali dovrebbe far ricorso la Spagna; degli stessi aiuti, nascosti sotto la sigla del MES (il Meccanismo Europeo di Stabilità), o di qualche altra diavoleria che ci spacceranno come salva-Stati, ma che in realtà altro non è se non un salva banche.
La storia dei cosiddetti aiuti alle nazioni europee è di lunga data, ma dal punto di vista storico, il salvataggio più noto risale al 1948 con il Piano Marshall. Vediamo dunque di capire se ci sono meccanismi simili alla base degli aiuti di allora e di adesso. Il piano Marshall deve il nome all’allora segretario di Stato degli Stati Uniti, George Marshall, ed era un piano di aiuti concepito ufficialmente non solo per contrastare il blocco sovietico, ma anche per ricostruire un’area – l’Europa – devastata dalla guerra, rendere nuovamente prospero il Vecchio Continente, ammodernare l’industria e rimuovere le barriere al commercio.
“I bisogni dell’Europa per i prossimi 3 o 4 anni (cibo, materie prime, carburanti) sono molto più grandi rispetto alla capacità di acquisto e importazione da parte di questa zona, specie dagli Stati Uniti, e serve quindi un grande sforzo affinché non ci sia un totale deterioramento economico, sociale e politico. Il rimedio sta nel rompere il circolo vizioso e nel ripristinare la fiducia degli europei nella ripresa economica futura” .
Non è un discorso di oggi, bensì un estratto dal discorso tenuto da Marshall ad Harvard nel 1947. Da lì a poche settimane, gli Stati Uniti crearono le agenzie nazionali e le strutture internazionali necessarie per i negoziati per la concessione degli aiuti all’Europa. Il piano Marshall ha fornito una piccola percentuale di aiuti a fondo perduto, ma principalmente un cospicuo ammontare di prestiti (con relativi interessi) a lungo termine che consentirono agli stati europei di finanziare gli acquisti negli USA. La portata di questi prestiti è tracciabile, come nel caso dell’Irlanda, che ottenne circa 146 milioni di dollari in prestito attraverso il piano Marshall, ma solamente 18 milioni a fondo perduto. Nel 1969, a oltre 20 anni dall’inizio del salvataggio, l’Irlanda aveva un debito dovuto al piano Marshall di ben 31 milioni di sterline, su 50 milioni totali del debito estero irlandese. Dopo la seconda guerra mondiale, le nazioni europee avevano quasi completamente esaurito le proprie riserve di valuta estera, necessarie per importare le merci di cui vi era bisogno. Fra l’altro l’Italia era già stata invasa con lo sbarco alleato dalle Amlire, una moneta fatta negli Stati Uniti, che ci aveva già resi dipendenti dall’America. Ma per tornare al piano Marshall (attivo dal 1948 al 1951), questo rappresentò l’unico modo per poter ottenere in prestito quanto bastava per acquistare i beni di cui c’era bisogno dagli Stati Uniti, che poterono affermare una posizione di predominio in larga parte dell’Europa.
Il piano Marshall divenne quindi un utilissimo cavallo di Troia degli Stati Uniti per soggiogare l’economia e gli apparati produttivi europei. Fu lo stesso sottosegretario statunitense per gli affari economici Will Clayton a dichiarare i motivi profondi che si nascondevano dietro al piano Marshall: “Ammettiamolo apertamente,” disse in difesa dell'idea degli aiuti esteri “che abbiamo bisogno di mercati – grandi mercati – nei quali comprare e vendere.” In sostanza dunque l'intenzione non è di aiutare i paesi stranieri; è di ricompensare le multinazionali di casa che effettivamente ottengono i contanti mentre il governo acquista influenza politica all'estero.
Will Clayton pubblicizzò il Piano Marshall come il trionfo della "libera impresa" e un'altra sua dichiarazione, nell’ipotesi che il comunismo fosse arrivato in Europa, fu: “la situazione che affronteremmo in questo paese sarebbe molto grave, dovremmo riordinare e riadattare la nostra intera economia in questo paese se perdessimo il mercato europeo”. Successivamente il presidente Truman organizzò un nuovo ufficio – l'Amministrazione per la Cooperazione Economica (ECA) – per distribuire gli aiuti, composto dai vertici dei maggiori interessi industrial-corporativi che beneficiarono ampiamente del Piano.
Il piano Marshall giocò un ruolo fondamentale per la fondazione della Comunità Economica Europea, la CEE. Ben 13 miliardi di dollari furono concessi, in larghissima parte sotto forma di prestiti con interessi da restituire, ai paesi europei che si riunirono nell’organizzazione per la cooperazione economica europea, la OCEE, che divenne immediatamente il terreno per la creazione delle strutture che nel giro di pochi anni sarebbero state utilizzate dalla Comunità Economica Europea. La OCEE aveva il ruolo di allocare i prestiti statunitensi, mentre l’ECA – l’agenzia USA, composta dai rappresentanti dei maggiori interessi industriali corporativi a stelle e strisce – si occupò della vendita delle merci, che vennero quindi pagate in dollari. Più chiaramente, nel 1950 la OCEE fornì la cornice per le negoziazioni delle condizioni per l’area di libero commercio europeo e per istituire la CEE.
Ora, seguendo I vari passaggi di questi presunti aiuti - in realtà prestiti – del piano Marshall, risulta ancora più evidente il peccato originale di questa Europa, nata non solo sul pilastro essenziale degli scambi economici, ma anche per soddisfare le esigenze del mercato e degli interessi delle corporation statunitensi. A partire dal piano Marshall dunque, appare evidente come gli aiuti siano stati concessi non certo con intento di salvataggio dei paesi in difficoltà, bensì per soddisfare gli appetiti delle lobby a stelle e strisce.
E ancora oggi il meccanismo è lo stesso. La Grecia ce lo dimostra apertamente, con ciò che la Troika spaccia per aiuti: sono debiti pesantissimi da ripagare per finanziamenti concessi prevalentemente ai grandi gruppi bancari. E per ottenere questi aiuti ha dovuto cedere di tutto, e proprio alle grandi lobby internazionali: dalla gestione del sistema idrico, all’industria mineraria, a quella petrolifera, per non parlare di porti, aereoporti, infrastrutture, persino il sistema di difesa ellenico.
Sarebbe dunque il momento di imparare la lezione dalla storia, creando nuove relazioni con gli altri paesi europei e con i paesi al di fuori dell’Europa e degli Stati Uniti che possono creare una nuova rete di rapporti commerciali e geopolitici. E soprattutto, quando sentiamo parlare di aiuti dalla Banca Centrale Europea o dal Fondo Monetario Internazionale, non rincorriamo le sirene che ci spingono ad impiccarci con nuovi debiti. Si abbia il coraggio di guardare cosa c’è nella pancia del cavallo di Troia e di gridare: “No grazie! Non vogliamo essere aiutati!”.

lunedì 12 novembre 2012

Italiani attenti ...

Crisi: “Italiani attenti, la ricetta tedesca vi farà finire come la Grecia”
Ora dice di noi: “Tagliare il welfare non vi farà uscire dalla crisi, o andate a disturbare settori improduttivi e prendete i soldi da lì, o vi ritroverete come Atene”.

Quali settori improduttivi?
Voi non potete giocare con la svalutazione della moneta come facemmo noi nel 2002 in Argentina perché avete l’euro e fate bene a tenervelo caro. Però potete decidere di avere il coraggio di intervenire con tagli molto precisi e molto decisi nei settori meno legati alla crescita. Penso per esempio alle spese per la Difesa. Solo quando c’è potere di acquisto c’è aumento della domanda e come si esce dalla recessione se non si pensa ad aumentare la domanda di beni e servizi da parte della popolazione? Quale senso economico ha distruggere il welfare state per tutelare gli interessi di settori di potere che non producono ricchezza? Pensare che uscirete dalla crisi attuando le politiche che vi raccomanda la troika è un errore gravissimo. Credere che si recupera competitività riducendo il potere di acquisto della popolazione è folle. Vi va male? Se seguite quelle ricette vi andrà peggio.

Quali delle richieste della Banca centrale europea, dell’Unione europea e del Fondo monetario internazionale non la convincono?
Finora mi pare che l’unica cosa concreta fatta in Europa sia stata il salvataggio delle banche. Guardate la Grecia. Lì c’è stato un drastico intervento europeo. Eppure Atene va verso un 2013 con il Pil precipitato, gli indici di disoccupazione e di povertà vanno peggio di come andavano prima del drastico intervento europeo. Perché non viene messa in discussione l’efficacia dell’intervento? Si chiede al governo greco invece di aumentare la politica delle lacrime e sangue. Cosa ha salvato lì il piano di salvataggio europeo? Ha salvato l’esposizione di alcune banche. L’esposizione delle banche in Grecia è diminuita del 60%. E’ l’unica cosa che è stata fatta. Si è privilegiato il salvataggio di quel settore. Si è fatta una scelta specifica, si è salvato l’interesse di un particolare settore di potere.

Era possibile non farlo?
Con la quantità di soldi che si è spesa si poteva salvare parte dell’economia al collasso. Ma guardate quanto si è speso per salvare le banche dei Länder tedeschi che stavano messe male tanto quanto le Caixas spagnole. Perché si parla tanto dei buchi delle Caixas spagnole e non di quelli enormi delle banche dei Länder tedeschi ripianati dalla signora Merkel? Mistero.

Che cosa contesta esattamente alla gestione tedesca della crisi europea?
L’egoismo e la miopia. La sintesi della situazione europea l’ha fatta Helmut Kohl quando ha detto: ‘Finora si trattava di europeizzare la Germania, ora si sta tentando di germanizzare l’Europa’. Che voi seguiate la strada indicata dalla Germania conviene alla Germania, non a voi.

Ma davvero crede che il welfare così come l’abbiamo conosciuto finora possa essere mantenuto?
Ci sono sprechi ed eccessi nel welfare europeo, certo. Ma non si può cominciare a tagliare da lì. Chi va a tagliare i costi del welfare, per farlo con autorevolezza, deve essersi reso prima credibile politicamente prendendo i soldi ai settori di potere improduttivi. Non ci vuole un genio dell’economia per fare cassa tagliando salari pubblici e pensioni.

Quali degli strumenti usati in Argentina per uscire dal tracollo del 2001, ritiene utili nella crisi europea attuale?
Lasciamo perdere le ovvie differenze e guardiamo alle similitudini tra le due situazioni. Sinceramente, le somiglianze tra la Grecia di oggi e l’Argentina di allora sono preoccupanti. La troika chiede ad Atene, e rischiate che tra poco chiederà a voi, le stesse cose che il Fmi chiese a noi dieci anni fa. Se l’avessimo seguito alla lettera, non ci saremmo mai più ripresi. In Argentina la prima richiesta del Fmi durante la crisi economica fu di ridurre le spese per i salari pubblici e per le pensioni del 13%. La prima richiesta fatta alla Grecia è stata di tagliarli del 14%. Noi avemmo il coraggio di dire no a richieste pressanti che ci arrivavano dagli organismi internazionali.

Quali?
Banche e imprese straniere ci chiedevano il pagamento di un’indennità, il “seguro de cambio”, che serviva a rimborsare i profitti persi a causa della svalutazione della moneta. Pagarlo a una sola impresa avrebbe voluto dire sborsare 500 milioni di dollari dalla cassa statale. Dicemmo di no. Altro esempio: decidemmo di sospendere gli sfratti nei casi di unica abitazione. Il Fmi ci disse che era una violazione del principio capitalistico della difesa della proprietà. Trovo che sia un assurdo economico, oltre che un grave attentato alla sicurezza sociale, mandare a vivere sotto ai ponti migliaia di persone. Comunque una decisione simile, pochi anni più tardi fu applicata negli Stati uniti senza scandali. Perché in casi di crisi, l’eterodossia diventa regola. Solo che negli Stati uniti sono stati più abili di noi e la decisione non ha fatto scandalo. Anzi, non ha fatto neanche notizia.
Il Fatto quotidiano - 12.11.12

venerdì 9 novembre 2012

Grecia, i sacrifici per il terzo prestito della Troika. Ma la Casta è salva

Tra le misure approvate, taglio dei bonus extra per i dipendenti pubblici e abolizione delle pensioni di parlamentari e autorità comunali che hanno già concluso il mandato. Chi è al potere adesso, al contrario, continuerà ad usufruire del cumulo di più pensioni

Parlamento Grecia

Adesso arriva il difficile. Sono le prime parole del premier conservatore Antonis Samaras all’uscita dal parlamento ateniese dopo il voto che, per soli due sì, ha dato il via libera alla misura (la terza in tre anni) della troika che comporterà tagli da 18,5 miliardi di euro entro il 2016, per ottenere l’ennesimo prestito ponte da 31 miliardi, ma salverà le pensioni della casta ellenica, dal momento che i tagli saranno per coloro che saranno eletti alle prossime elezioni.
Mentre su piazza Syntagma si stava spegnendo la guerriglia urbana che ha portato a violenti scontri tra i centomila manifestanti e le forze dell’ordine, con lancio di molotov e gas lacrimogeni, poco prima di mezzanotte una maggioranza risicatissima (servivano 151 sì) fa passare i desiderata di Bce, Ue e Fmi con 153 voti a favore, (conservatori e socialisti), contrari 128 (le opposizioni di Syriza, comunisti del Kke, Indipendenti di destra, Alba dorata e Verdi), e 18 astenuti. Ovvero i deputati del Dimar di Fotis Kouvellis, nell’occhio del ciclone, dal momento che da un lato sostengono la maggioranza di Samaras e Venizelos (con la velata promessa per il leader della sinistra democratica di essere promosso vicepremier) dall’altro non hanno votato in aula. Hanno votato “no” anche alcuni deputati della maggioranza, tra Nea Dimokratia e Pasok e sono stati subito espulsi dai due partiti, come il presidente della Camera ha annunciato un minuto dopo la votazione.
Sette le fughe dal campo del “sì”: Kozani, Kasapidis Koutsoukos, Bolaris, Gerekou, Kassis e Skandalidis. La seduta del parlamento ellenico è durata 14 ore e più volte interrotta non solo dall’acceso dibattito in un’aula trasformata in un vero e proprio bazar, ma anche a causa della votazione per appello nominale sulla costituzionalità del memorandum (respinta) invocata dal Syriza di Tsipras, dal momento che il piano incide sui diritti costituzionali dei lavoratori. Attimi di tensione quando il deputato del Syriza Lafazanis ha preso la parola urlando contro lo speaker della Camera dal momento che all’esterno del parlamento manifestavano anche i dipendenti della Camera stessa che saranno interessati dai tagli, con una carenza di personale proprio all’interno dell’Aula al momento di verbalizzare i voti. Hanno votato, anche se non presenti e in virtù di un non meglio precisato articolo 70 comma A, anche quattro deputati sottosegretari che erano in missione all’estero. Per tutta la durata della votazione sui social network si è scatenata la solidarietà degli altri cittadini europei (francesi, spagnoli, italiani, portoghesi) ai centomila manifestanti che si trovavano in piazza Syntagma, eletta simbolo di resistenza e che sarà luogo ideale per la mobilitazione europea del prossimo 14 novembre quando sciopereranno in contemporanea tutte le altre capitali “Piggs”.
Ma ecco cosa prevede il pacchetto approvato: via tutti i bonus extra per pensionati e dipendenti statali; pensioni giù del 25%, al pari degli stipendi speciali (meno 27%) per polizia, magistratura, militari, personale medico degli ospedali statali, docenti universitari, diplomatici; licenziamento di 45mila statali in tre anni (i primi duemila già entro gennaio); eliminazione della previdenza sociale sostituita da una sorta di indennità calcolata in base al reddito; innalzata fino a 67 (di due anni) l’età pensionabile, abolite le pensioni di parlamentari e autorità comunali ma solo quelli eletti d’ora in poi, facendo salva la casta che fino a oggi ha governato e che continuerà ad usufruire del cumulo di più pensioni; un piano di privatizzazioni che sta facendo discutere dal momento che un gigante pubblici come l’Opap (il totocalcio ellenico) che ha un giro d’affari da 300 milioni annui, è stato messo sul mercato per appena cento milioni di euro. E che ha provocato la dura reazione anche da parte del mondo culturale del paese.
Questa mattina il celebre compositore Mikis Teodorakis dal canale privato Antenna si è scagliato contro una “classe dirigente inetta che ha svenduto il paese”, mentre “non una parola hanno speso sui giacimenti di petrolio, di metano e di oro che abbondano in Grecia, da Creta alla penisola calcidica e di cui nessuno si è occupato con una politica veramente nazionale”. Alludendo al fatto che quelle risorse saranno da oggi in poi ad appannaggio del “conquistatore straniero”. E se il premier ribadisce che la Grecia con quel voto ha fatto “un grande e decisivo passo verso la guarigione”, Teodorakis replica che il passo conduce invece verso il baratro. E domenica notte si replica: all’ordine del giorno il voto sul bilancio dello stato.

mercoledì 7 novembre 2012

7 nov. 2012. Solidarity with Greek Strugglers


Mai più figli di troika

di Luciano Vasapollo - sinistrainrete -

Tutto quello che appare come qualcosa di nuovo, come il possibile default di vari paesi europei, ma addirittura degli stessi USA, in realtà vede l’origine dal 1971 con la fine degli Accordi di Bretton Woods. Da tale data gli Usa decidono in base al loro potere politico e militare di imporre il proprio modello di sviluppo basato sull’import attraverso l’indebitamento, facendo così pagare il costo agli altri: debito privato, debito pubblico, e consumo sostenuto dal mix tra debito interno ed esterno, avendo molto deboli i cosiddetti fondamentali macroeconomici e una economia reale che già da allora mostrava alcuni caratteri tipici della crisi strutturale.

Già a partire dagli anni ‘80 si era verificato in Europa, anche se in maniera diversificata nei differenti paesi, un vero e proprio intenso processo di privatizzazione, con l’intento di ridimensionare la presenza pubblica nell’intero sistema produttivo. Le azioni dei Governi di questi anni confermano la volontà di attuare un programma completo di dismissione delle aziende pubbliche, con la motivazione ufficiale di risolvere i problemi produttivi ed economici.

A ciò hanno fatto eccezione alcuni paesi, ad esempio la Francia e in parte la Germania, che hanno difeso la presenza pubblica nei settori strategici, strutturando in tal modo un modello produttivo più forte ed equilibrato nella competizione globale, più centrato sull’export.

Questo processo si è avviato in concomitanza alla costituzione del Mercato Unico Europeo (1992) e poi dell’Unione Europea con i pesanti sacrifici imposti al mondo del lavoro.

Dopo la caduta del muro di Berlino si apre una fase di guida unipolare del mondo basata sullo strapotere politico e militare USA, che con l’imposizione dell’acquisto dei propri titoli del debito imponevano il sostenimento della loro crescita basata sull’import e sull’economia di guerra a varie caratterizzazioni.

E’ così che si apre la fase che a suo tempo definimmo non di globalizzazione ma di competizione globale, centrata sullo scontro politico-economico fra il modello importatore degli americani ma con l’Europa che cerca i suoi spazi di affermazione economica puntando sul ruolo internazionale, con una forte posizione di esportatore svolto dalla Germania. Lo stesso modello di economia basata sull’esport viene realizzato dalla Cina, che grazie ai suoi avanzi nella bilancia dei pagamenti decide di diventare il maggior compratore del debito statunitense.

Il modello tira e ovviamente accade che le banche tedesche e lo Stato cinese acquistano i titoli degli USA e, in parte, anche degli altri membri dell’Europa che devono subire lo strapotere tedesco. Su tale scenario macroeconomico si realizza la costruzione dell’Unione Europea come nuovo polo imperialista che, pur mancando di grande forza interna politica e militare, impone la logica economica-finanziaria con guida tedesca.

Ne segue che la stessa costruzione dell’Europolo, basata sui parametri di Maastricht, altro non rappresenta che la definizione di uno scenario di un confronto aperto e diretto dei paesi nordeuropei alla partecipazione da protagonisti a quella economia globalizzata che misura lo scontro per la definizione delle aree di influenza e di dominio delle tre ipotesi liberiste: quella statunitense, quella giapponese-asiatica e quella europea guidata dall’asse franco-tedesco[1]. Così si fa più aspra e diretta la competizione globale alla ricerca della centralizzazione della ricchezza in poche mani, con scenari sempre più frequenti di guerra economica- finanziaria, guerra commerciale, guerra sociale verso le classi subalterne e guerra militare espansionista per la conquista e il dominio sulle risorse energetiche sempre più scarse per sostenere i ritmi del processo di accumulazione internazionale .

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