Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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venerdì 7 giugno 2013

La Grecia ha pagato per l’euro


7 giugno 2013
To Vima Atene

L’Fmi ha ammesso che i sacrifici di Atene sono serviti soltanto a salvaguardare i creditori e il resto dell’eurozona. Ora i greci devono ribellarsi a questa enorme ingiustizia.
Allora è così: il piano di aiuti era falsato fin dall'inizio. Un piano che ha portato a conseguenze devastanti. Un piano che avrebbe dovuto "salvare" la Grecia, ma che in realtà è servito a salvare l'euro attraverso la condanna morte della Grecia.
Chi lo dice? Uno dei tre membri della troika (Bce, Ue, Fmi), il Fondo monetario internazionale. E la sua critica interessa tanto i suoi partner quanto se stesso e il governo greco. Tutti insieme sono andati verso una catastrofe che non aveva altro scopo se non quello di far guadagnare tempo agli altri paesi della zona euro.
Il documento dell'Fmi pubblicato il 5 giugno è uno vero e proprio schiaffo non solo alla politica di "salvataggio", ma soprattutto all'"Europa" – cioè alla Germania – e anche al governo greco dell'epoca guidato dal [socialista George Papandreou], che aveva firmato il primo memorandum. Non solo [i creditori] distruggono, ma sembrano anche voler utilizzare la crisi greca per proteggere e riorganizzare la zona euro a scapito della Grecia.
Il documento ha provocato grande irritazione. L'Fmi confessa il suo crimine ma non ammette le proprie responsabilità; rivela nel modo più ufficiale possibile il motivo senza spiegare come questa tragedia che interessa tutto il paese – e dovuta non al debito, ma al piano di salvataggio – possa essere affrontata una volta riconosciuti gli errori. Una posizione di un cinismo esasperante.
Ovviamente questo mette in una situazione molto difficile quella classe politica greca che sosteneva il piano di aiuti e lo presentava come l'unica opzione per il paese. Un piano che ha obbligato la Grecia a piegarsi a questo diktat mortale con l'alibi del suo salvataggio. Un salvataggio che, come ha riconosciuto l'Fmi, si è rivelato catastrofico.
La classe politica non si è battuta per gli interessi del paese, ma ha preferito la strada più facile e si è preoccupata solo di restare al potere. I politici si sono dichiarati pronti a rinunciare alla sovranità del paese, cedendo a uno stupido ricatto.
Se il governo greco avesse un minimo di rispetto sia per la parola "greco" che per la parola "governo", non dovrebbe chiudere gli occhi sulle ammissioni dell'Fmi. Al contrario, questa volta dovrebbe rispondere alla domanda: è possibile che uno dei tre membri del direttorio che esercita il controllo economico sul paese continui a seguire questa strategia senza che [il governo greco] reagisca?
Forse è proprio per questo che il rapporto è stato realizzato e pubblicato: per dare ad Atene la possibilità di rimettere in discussione il metodo adottato finora. In ogni caso l'idea che improvvisamente l'Fmi si sia "reso conto del suo errore" appare piuttosto ingenua.
La Grecia dovrebbe fare qualcosa. Che cosa aspetta? Se non lo fa adesso, quando lo farà? Ora dovranno rivedere la loro posizione tutti coloro che dicevano che questa soluzione era un "salvataggio", che la Grecia era la prima responsabile delle sue sventure e che i greci dovevano sopportare tutto.
I creditori hanno fatto autocritica. Adesso è il momento che anche i loro sostenitori facciano lo stesso. E vediamo infine tutti insieme come si potrà sfruttare tutto ciò per mettere fine a quella catastrofe che chiamiamo salvataggio. Anche se ormai è troppo tardi, perché la Grecia ha perso tutte le sue armi. Per colpa sua.
Traduzione di Andrea De Ritis

domenica 27 gennaio 2013

Cronache dall'Italia in crisi: "Così siamo diventati poveri"

Cronache dall'Italia in crisi:  "Così siamo diventati poveri"

Otto milioni di italiani vivono con meno di mille euro al mese. L’ascensore sociale è tornato indietro di 27 anni. La crisi economica ha massacrato la classe media che si ritrova così a fare i conti con le bollette ammucchiate sul frigo, l’assillo dell’affitto da pagare, la retta dei bambini a scuola. Ecco alcune semplici storie di chi per farcela compra il pane del giorno prima o divide la casa con altre famiglie. Vite di laureati che fanno i baristi e di mariti mandati sul lastrico dal divorzio
di CONCITA DE GREGORIO - larepubblica -
che il ceto medio è scivolato verso l’indigenza, che i padri che pagano gli alimenti dormono in macchine e vanno a mangiare alla Caritas. La novità, oggi, come queste sei semplicissime storie raccontano, è che nell’indifferenza diffusa comprare a metà prezzo il pane di ieri, fare la spesa al super di carne in scadenza e quindi in saldo, nascondere la laurea per trovare un lavoro da 800 euro o laurearsi per poi servire ai tavoli di un pub, al nero, è diventato assolutamente normale.

Tutto intorno è così. L’ascensore sociale non è solo fermo, guasto, bloccato dal malaffare e dal malgoverno. Torna indietro. Non sale: scende. I figli hanno un destino peggiore dei padri, il giovane laureato in Legge, figlio di operai del Sud, ha vergogna a dire che non sa che farsene del suo titolo, non sa come spiegarlo ai genitori. Non va avanti, non può tornare indietro. È il lavoro che manca. È l’unica cosa di cui parlare, la sola di cui una campagna elettorale dovrebbe occuparsi: offrire un progetto per restituire lavoro al Paese. Senza libertà materiale non c’è libertà politica né democrazia. Il resto sono chiacchiere.

LA CASSIERA
"Vedo tanti pensionati a caccia di super-sconti tra i prodotti in scadenza"
"Può scrivere solo il mio nome? Non vorrei passare un guaio, mi manca solo quello. Giovanna. Faccio la cassiera qui da otto anni, delle prime sono rimasta l'ultima. Ora arrivano tutte ragazze che stanno tre mesi meno un giorno, poi cambiano. Contratti di formazione, li chiamano: ti danno due euro, ti "formano", poi ti mandano a casa e avanti un'altra. Così se ne va la giovinezza e poi dopo a quarant'anni dove lo trovi un impiego? Sì, qui nel nostro "super" facciamo gli sconti last minute. Non li ha visti? Sono quelli con il prezzo in giallo. Se il formaggio, o il latte, o la carne sono a 24 ore dalla scadenza costano fino all'80 per cento in meno. Roba da mangiare subito, la sera stessa, prima che vada a male. Ma ancora buona, eh. Guardi, si fermi a guardare: la comprano tutti. Vede, qui a San Giovanni in Laterano, ci vivono moltissimi pensionati. Vengono col borsellino con la cerniera e dieci euro dentro, la busta di plastica da casa. Che poi uno dice pensionati e pensa agli anziani, ma i pensionati che vedo io hanno anche meno di sessant'anni. A 58 anni non sei vecchio, ma se da un giorno all'altro i duemila euro di stipendio diventano 900 di pensione e se hai ancora i figli a casa... Sapesse quante ne sento. Allora per forza devi comprare la carne che scade. Guardi, guardi. Perché non si direbbe, no? Li vedi ben vestiti, poi arrivano alla cassa e fanno passare tre oggetti. Ormai pagano più in monete che in banconote. Abbiamo anche un accordo con le scuole: i punti della spesa si possono devolvere all'istituto di quartiere per il materiale scolastico. Sì, alla scuola pubblica, perché?"

L'OPERATRICE DI CALL CENTER
"Tre donne, quattro figli: con una casa in comune arriviamo a fine mese"
"Mi chiamo Antonia L. Ho 57 anni, una figlia di 18 che vive con me. Ho cominciato a lavorare al call center quando mi sono separata, tre anni fa. Il mio ex marito non è in condizione di darci niente. Prendo, come tutti, 80 centesimi lordi a chiamata. Il mensile dipende da quanto lavoro. Se sono in salute, se ci metto gli straordinari posso arrivare a 800 euro. Ne pagavo 400 di affitto, più un centinaio di bollette varie. Con i 300 euro che restavano a vivere in due non ce la facevamo. Come me le altre, che al call center siamo soprattutto donne, e tante sole con figli. Con due di loro siamo andate a vivere insieme, un paio di anni fa: un appartamento a Cinecittà. In casa siamo tre donne, una ragazza, la mia, e tre bambini. Ciascuna dorme in camera coi figli. Facciamo la spesa a turno, una volta alla settimana, al discount. A turno laviamo, cuciniamo e assistiamo quelli che si ammalano così se una ha il figlio con la febbre può andare lo stesso al lavoro. Ci prendiamo anche una serata libera, a rotazione. Abbiamo una macchina sola, una tv, un computer. Dividiamo tutto, per orari e per giorni. È una specie di comune anni Settanta: solo che allora lo facevamo per scelta, ora per necessità. Mio padre era impiegato, mia madre maestra. Hanno laureato tre figli, avevamo una casetta al mare. Io la mia laurea ho dovuto nasconderla, sennò ero troppo qualificata per ottenere il lavoro. Mia figlia dice che l'università non serve, non so più cosa risponderle. Da ragazza facevo politica, sono stata anche iscritta a un partito. Ora no, a votare non ci vado più".

IL PANETTIERE
"Vendo a metà prezzo il pane del giorno prima: c'è la fila per comprarlo"
"Abbiamo fatto mettere un cartello fuori: "Il pane di ieri a metà prezzo". Ho raccomandato ai dipendenti discrezione per non urtare le suscettibilità di nessuno. Sa com'è: siamo tutti benestanti fino a prova contraria, il paese è piccolo, la gente parla, la dignità non ha prezzo. Però vedo che lo chiedono in tanti, il pane di ieri. Mi chiamo Luigi Di Ianni, ho 64 anni. Facevo il commerciante, qui a Sulmona. Quando sono andato in pensione ho rilevato il forno "Profumo di pane", che è anche una pasticceria. Un'attività di medie dimensioni: tre punti vendita, mia moglie e mio figlio piccolo che mi aiutano e nove dipendenti. Questo Natale è stato un disastro. I dolci prima si vendevano tutti i giorni, ora a stento per le feste e la domenica. Il pane da noi siamo abituati a comprarlo in forme grandi, e si butta. Uno spreco che non ci possiamo più permettere. Mia madre faceva il pane con le patate che durava venti giorni. Allora ho pensato: ma perché abbiamo smesso di fare così? Se avessimo fatto attenzione, in passato, se fossimo stati più sobri... Io le vedo le persone a negozio, la conosco Sulmona. Sta morendo. Siamo in provincia dell'Aquila, abbiamo passato tristi giorni. Molti sono in cassa integrazione, molti hanno i figli che sono tornati a casa, e tocca mantenerli. Io stesso, se guardassi solo i conti, farei meglio a chiudere. È un impegno verso gli altri, l'impresa. È buono ancora, sa, il nostro pane di ieri? E poi il pane è sacro. Non si butta. Vedo che lo chiedono, infatti. E magari dicono per giustificarsi: sa, ci devo fare le polpette, i ripieni. Che importa se non è vero".

L'IMPRENDITRICE FALLITA
"Noi strozzati dai debiti, mio padre si è ammazzato e l'azienda non c'è più"

"Ho scritto a Monti, a Napolitano. Volevo solo che sospendessero le ingiunzioni di pagamento. Mio padre si è ammazzato per quello. Per rimetterci in piedi ci voleva un po' di tempo, un po' di liquidità, soprattutto avevamo bisogno di non essere in mora coi pagamenti. C'è una legge per i casi come il nostro, ho controllato. Ma non è successo niente. Passavano i mesi e le ingiunzioni continuavano ad arrivare. 200 mila. 180 mila euro a volta. Ma creditori di chi? Papà si è sparato. L'azienda non c'è più. E lo sa poi cos'è che lo ha rovinato? L'amministrazione pubblica. I lavori fatti e non pagati. Fatti, consegnati, con la mano d'opera e i materiali pagati: e i pagamenti delle municipalizzate, delle Asl che non arrivavano mai. A nove mesi, a dodici mesi. E se protesti è peggio, perché poi non lavori più. Ma come fai ad aspettare e intanto pagare i contributi ai dipendenti? Da dove li prendi i soldi? E se ritardi la stessa amministrazione pubblica che non ti paga i lavori ti nega la patente di legalità, non ti dà le carte che ti servono per accedere ai crediti bancari. E così muori, perché poi ci sarebbe da parlare dell'usura bancaria, l'usura legale che ti strozza e ti mette in ginocchio ma io non ne voglio parlare perché sono stanca e non ne posso più. Ho un figlio piccolo devo pensare a lui. Avevo pensato di andare via dal mio paese, dalla mia regione che è il Veneto, certo, il polmone produttivo d'Italia, come no. Ma poi dove vado. Mi chiamo Flavia, lasci stare il cognome. Sono stanca, gliel'ho detto. Tanto qui da noi lo sanno tutti chi sono e sono stanca anche di questo. Vorrei solo sparire".

IL SEPARATO
"Lo stipendio da grafico se ne va per mio figlio: adesso vivo di carità"
"Cosa vuole sapere che non abbia già raccontato? Ora vengono tutti a intervistarci come se fossimo bestie nello zoo: "Le case dei padri separati", scrivono nei titoli, e poi sotto sempre le stesse storie, tutte uguali. Cosa c'è di interessante? Non è normale? E poi perché tutti ora? Sono anni che va così e nessuno si è mai occupato di come vive un uomo che guadagna 1200 euro e si separa, deve pagare gli alimenti e mantenere i figli piccoli. Come vuole che viva? Con 300 euro al mese, vive. Oppure va per strada. Dorme in macchina. Sì, va bene, scriva. Mi chiamo Umberto, ho 52 anni, da otto mesi sto in una stanza dei Padri oblati di Rho. Mio figlio ne ha 11 e sta con me una settimana ogni due. La casa l'ho lasciata alla madre. Quando viene qui dormiamo nello stesso letto, anche se ormai è grandino. Ma non protesta. Prima, quando giravo per i divani letto degli altri, era peggio. Sono diplomato: grafico. Lavoro in una ditta, faccio il materiale pubblicitario. Ho provato a cercare un secondo lavoro, ma è un miracolo se sono riuscito a tenermi il primo. Per un periodo sono andato in depressione. Dopo l'apatia mi è venuta su una rabbia pazzesca. Ma come è possibile, dico, che si debba campare di carità? Ho smesso di guardare la tv, a sentire i talk show politici mi montava la furia, il resto è schifezza per addormentarsi. La macchina l'ho venduta, mio figlio a scuola lo accompagno coi mezzi. Lui si vergogna, vuole che scendiamo alla fermata prima della scuola. Non bisognerebbe separarsi mai. Resistere, ingoiare ma restare. Io non ce l'ho fatta, e ora pago".

IL LAUREATO
"Avvocato sulla carta faccio il cameriere per 400 euro al mese"

"Mi chiamo Giuseppe Minafro, ho 24 anni, la mia famiglia è di Sala Consilina, una frazione. Siamo di origine contadina, i miei genitori operai. Ho due fratelli, un maschio e una femmina. Non ci è mai mancato niente. Ho visto i miei lavorare sempre, tanto, ma la domenica a tavola c'era la torta e il vino dolce, d'estate si andava in vacanza al mare, stavamo bene, noi figli abbiamo studiato tutti. Certo che i miei hanno fatto i sacrifici, per noi, specialmente per me che mi hanno mandato a Roma e mi hanno pagato i libri, l'affitto della stanza, i biglietti del treno per andare e tornare. Io mi sono laureato, ora: Giurisprudenza, con una tesi in diritto penale. Abbiamo fatto una festa a casa. Una festa bellissima, con mezzo paese. Tutti a dire che orgoglio, che bellezza Peppino, ora che sei avvocato ci devi rendere giustizia. Ma io non lo faccio l'avvocato e non lo farò mai. Non sono parente a nessuno, come si dice da me. Concorsi in magistratura non ce ne sono. Io quello che faccio è lavorare in un pub dietro Campo dè Fiori. Cameriere la notte: entro alle sette e stacco alle tre del mattino, e prendo 400 euro al mese. Senza contratto, macché. Se rinuncio io entra un altro. Ho una ragazza, dividiamo il fitto della stanza. Dovrei essere contento, ho avuto bei voti alla tesi e tanti complimenti. Però ho un'angoscia dentro che mi porta via. Io l'avvocato non lo faccio ma al paese mio non lo sanno, e ai miei genitori gli dico ancora un po', non salite, aspettate che mi sistemo. Perché come faccio a spiegarglielo a loro, che hanno la terza media, che la mia laurea non mi serve a lavorare?"
(24 gennaio 2013)

venerdì 26 ottobre 2012

Il 10% del Paese ha in mano il 45%. È ora che paghi


Se però si passa al merito delle argomentazioni di Aurelio Regina, allora la soddisfazione cede il passo alla delusione. Perché dispiace che il vice presidente di Confindustria affermi che la fascia di cittadini con un reddito superiore ai 150 mila euro “è l’unica che spende”. Dispiace perché non è vero. In un certo senso è vero il contrario: infatti, quanto più si sale nella scala del reddito, tanto minore è la quota di reddito destinata ai consumi. Sono i cittadini con i redditi più bassi quelli che spendono di più in proporzione a quanto guadagnano (e quindi, siccome sono molti di più, anche in assoluto). Precisamente per questo motivo ogni aumento delle tasse indirette, quelle sui consumi, è una tassa regressiva (ossia una tassa che colpisce in proporzione i poveri più dei ricchi). E quindi andrebbe evitata. Invece anche questo governo, come già quello Berlusconi- Tremonti, ha tra l’altro aumentato proprio le tasse indirette.
Ma l’affermazione del vicepresidente di Confindustria che lascia più perplessi è quella secondo cui il contributo di solidarietà del 3% sui redditi sopra i 150 mila euro sarebbe “iniquo”. Di equità o meno delle manovre finanziarie dell’ultimo anno si è più volte dibattuto. In genere dimenticando che un criterio oggettivo su cui misurarle ci sarebbe.
E anche semplice. Siccome il 45% della ricchezza in Italia è detenuto dal 10% delle famiglie, una manovra equa avrebbe fatto pagare a quel 10% delle famiglie il 45% del peso dell’aggiustamento, e al restante 90% il resto. Non occorrono calcoli particolarmente sofisticati per capire che la proporzione è stata ben diversa. Sono gli stessi dati del Ministero dell’Economia a dirci come è stato ripartito il gettito nel 2011: su 412 miliardi totali, 193 sono stati costituiti da tasse indirette (vedi sopra), 127 da tasse su lavoratori dipendenti e pensionati, 78 da tasse sulle imprese, 14 miliardi dal gettito proveniente dai lavoratori indipendenti. È evidente la sproporzione a sfavore di lavoratori dipendenti e pensionati. Ed è anche evidente in quali categorie di contribuenti, tra quelle citate, si annidi un’evasione fiscale che nasconde al fisco 276 miliardi di euro di ricchezza all’anno e 120 miliardi di gettito. Ora, tutto questo non è soltanto eticamente inaccettabile. È una patente violazione di quanto previsto dalla nostra Costituzione. Vale infatti la pena di ricordare che secondo la Costituzione della Repubblica Italiana «tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”(art. 53). Di fatto, invece, il principio costituzionale della progressività delle imposte in Italia è rovesciato.
Questa è l’iniquità del nostro sistema fiscale: quella vera. Rispetto a questo, un 3% una tantum richiesto a chi percepisce redditi superiori ai 150.000 euro non sembra gran cosa (anche perché oltretutto il contributo di solidarietà riguarderebbe soltanto la parte di reddito che eccede tale cifra). Meglio sarebbe una rimodulazione e aumento degli scaglioni dell’Irpef, abbassando le tasse sui redditi più bassi e aumentandole su quelli più elevati. Meglio ancora, una decisa lotta all’evasione.
E sebbene Bersani dica che «ci sono altre soluzioni», se invece per una volta si chiede qualcosa di più a chi ha di più, davvero non c’è alcun motivo di scandalo.
Pubblico - 26.10.12

sabato 20 ottobre 2012

Un fiore sulla mia tomba

- byoblu -
Costi politica comparati spese unione

A sinistra potete vedere i costi dei partiti, del Senato, della Camera, delle Regioni, dei Comuni e delle Province. Le ultime due colonne a destra, invece, rappresentano quello che dovremo sborsare a causa del Fiscal Compact (ogni anno) e del MES, Il fondo salva-stati (solo come anticipo).
Ma sul MES e sul Fiscal Compact, e solo all'indomani della loro approvazione, c'erano cinque righe e mezza a pagina 7 del Corriere della Sera. Per Fiorito, Belsito, per gli stipendi dei parlamentari, per le auto blu e per le altre gravi ed imprescindibili questioni di natura comparabile, invece, non bastano tutte le cartiere riunite, e i telegiornali martellano a ciclo continuo. Intanto, oltre la cortina fumogena, portano avanti i loro piani, completamente indisturbati e senza nessuna opposizione politica.

Lo capite, adesso, come si declina il termine propaganda e come veniamo tenuti in apnea, nel ventunesimo secolo? Guardate che quello che leggete qui oggi, lo leggeranno i vostri pronipoti sui libri di storia, così come oggi, sui nostri libri di storia, leggiamo delle tecniche di propaganda usate dalla prima guerra mondiale in poi per addomesticare l'opinione pubblica. Se ai soldati asserragliati nelle trincee dal 1915 in poi qualcuno avesse detto che i dispacci letti dai generali e le prediche dei preti alle truppe erano tutte balle congegnate nei circoli degli intellettuali viennesi per suscitare una reazione forte e ottenere gli obiettivi delle élite, ci avrebbero creduto o lo avrebbero guardato come un povero scemo?

Faccio un appello agli storici del 2100: venite a mettere un fiore sulla mia tomba. Anche telematico va bene (se nel frattempo avranno finalmente realizzato la banda larga).

sabato 15 settembre 2012

La Troika ai Greci: "Lavorate 13 ore"


di Giovanni Del Re - rifondazione -
«Sconcertante». La definizione usata da alcuni negoziatori greci nei confronti delle richieste dei rappresentanti della cosiddetta troika ( i tedeschi - guarda caso - Matthias Mors per la Commissione Europea e Klaus Masuch per la Bce, più il danese Poul Thomsen per il Fmi) non poteva essere più plastica. Non a caso, al termine di due ore di colloquio con i tre, il ministro ellenico del lavoro Yannis Vroutsis non ha voluto rilasciare dichiarazioni, sfilando scuro in volto di fronte ai cronisti. In effetti, stando a indiscrezioni rilanciate ieri mattina dalla stampa greca, si sono materializzate le indiscrezioni già filtrate alcuni giorni fa (anzitutto sul Guardian britannico), soprattutto sul fronte del mercato del lavoro.
E cioè la ricetta ultraliberista, all'insegna del padre del mercato senza freni Friedrich Hayek, che sembra voler cominciare in Grecia un esperimento per molti allarmante: la rottura di quelle che sono regole consolidate (sia pure con eccezioni) in tutte le democrazie europee, compreso nelle economie virtuose e competitive del Nord Europa, come Germania, Olanda o Finlandia: la settimana lavorativa di cinque giorni, e limiti chiari all'orario di lavoro.
In una lettera della troika rivelata dal Guardian, si trova scritta, in effetti, senza mezzi termini, all’insegna dell’«aumento della flessibilità del mercato del lavoro», questa ricetta: «aumentare il numero massimo di giorni di lavoro a sei settimanali per tutti i settori». Il sabato lavorativo dovrebbe diventare, insomma, la regola - almeno in Grecia. Non basta. Secondo quanto riferito dalla stampa greca, si sono materializzate anche le indiscrezioni che volevano una richiesta di allungare l’orario di lavoro, ad almeno 13 ore al giorno (se lo moltiplichiamo per sei giorni lavorativi arriviamo a una settimana di 78 ore lavorative, praticamente il doppio della settimana standard in tutta Europa). Ed ecco infatti le ricette nel documento della troika: «aumentare la flessibilità degli orari di lavoro; fissare il tempo di riposo minimo a 11 ore; scollegare le ore di lavoro dei dipendenti dagli orari di apertura al pubblica; eliminare restrizioni sul tempo minimo/massimo tra i turni del mattino e del pomeriggio». Tutto questo, naturalmente, secondo la troika per rilanciare la competitività ellenica e il mercato del lavoro. «La disoccupazione è troppo elevata - scrive la lettera -e sono necessarie politiche per impedire che essa divenga strutturale».
Richieste che si aggiungono ad altre drastiche, come ad esempio quella di ridurre anche le pensioni minime, ulteriori licenziamenti di pubblici impiegati e decurtazioni agli stipendi (in molti casi, soprattutto nel pubblico, il calo è stato fino al 40%). Se Atene sperava di impressionare la troika con la sua proposta di austerity di addirittura 17 miliardi di euro, contro gli 11,5 miliardi richiesti, ha drammaticamente fallito. Se poi l’“esperimento” all’insegna di Hayek sul corpo vivo della Grecia funzionerà, o invece ucciderà il paziente, resta ancora tutto da vedere. Come resta da vedere se la troika cercherà di applicare agli altri paesi in difficoltà la "ricetta" greca che spazza via le conquiste dell'economia sociale di mercato.

da L'Inkiesta.it

mercoledì 12 settembre 2012

L’impresa di un’economia diversa

- rifondazione -
di sbilanciamoci.info
Pubblichiamo il documento finale decimo forum di Sbilanciamoci! tenuto a Capodarco di Fermo 7-9 settembre 2012
La crisi italiana si fa più grave, la recessione è estesa in tutta Europa, la disoccupazione supera il 10% e colpisce un terzo dei giovani. È questo il risultato di cinque anni di crisi e delle politiche di austerità imposte dalla finanza e dall’Europa. Il governo Monti le sta realizzando in Italia all’insegna di un neoliberismo ideologico che non risolve i problemi, aggrava la crisi, minaccia la democrazia. È necessario un cambio di rotta.
Dalle iniziative di questi mesi e dalle discussioni alla “contro-Cernobbio” di Sbilanciamoci di Capodarco sono emerse sette proposte:

1. L’Europa. È essenziale che l’Europa fermi la speculazione e ridimensioni la finanza, vietando le operazioni ad alto rischio, tassando le transazioni finanziarie; il problema del debito si può affrontare con la Banca Centrale Europea che assuma il ruolo di prestatore di ultima istanza e introducendo gli eurobond; lo scudo anti-spread introdotto di recente non risolve i problemi ed espone i paesi fragili al ricatto di un Memorandum che renderebbe permanenti le politiche di austerità; per le stesse ragioni va rifiutato il “Fiscal compact” che impone pareggio di bilancio e taglio del debito. L’Europa deve ritrovare la strada della democrazia.

2. La crisi e il lavoro. Per uscire dalla recessione è necessaria una ripresa della domanda con un maggior ruolo della spesa pubblica, da utilizzare per affrontare l’emergenza occupazione. Dobbiamo difendere i lavoratori che rischiano di perdere il posto nelle 161 crisi industriali del paese. E si possono creare 500 mila nuovi posti di lavoro attraverso investimenti sociali e migliaia di “piccole opere” di cui il paese ha bisogno: infrastrutture di base, messa in sicurezza delle scuole, riassetto idrogeologico, tutela del territorio, mobilità ed energia sostenibile, welfare e salute, istruzione e ricerca. Sono necessarie politiche che tutelino i diritti del lavoro e combattano la precarietà. La legge Fornero va rifiutata.

3. La protezione sociale. Chi è colpito dalla crisi e dalla precarietà, chi è senza lavoro deve disporre di una rete di protezione sociale e tutela del reddito, dall’estensione degli ammortizzatori sociali per i lavori atipici, fino all’introduzione del reddito di cittadinanza. Bisogna difendere la spesa sociale dalle riduzioni dei trasferimenti agli enti locali, ristabilendo i fondi per le politiche sociali; bisogna difendere i diritti dei migranti e chiudere i CIE.

4. Giovani, formazione, conoscenza. Abbiamo bisogno di un “piano giovani” che progetti il futuro di questo paese. L’accesso e la diffusione della conoscenza sono la base per offrire ai giovani nuove possibilità di lavori di qualità. Per l’istruzione e la conoscenza serve un miliardo di euro per migliorare la scuola pubblica – tagliando i 700 milioni di sussidi alle scuole private – assicurare l'obbligo formativo, finanziare università e ricerca, estendere le borse di studio per gli studenti universitari, bloccando gli aumenti delle tasse d’iscrizione e le barriere poste dal numero chiuso nell’accesso all’università.

5. Cambiare produzioni. Il vecchio modello di sviluppo non può più funzionare, lo dimostra il tramonto della Fiat e i problemi dell’Ilva. Serve una politica industriale che orienti le scelte pubbliche e private su che cosa e come produrre, riservando incentivi e riduzioni del cuneo fiscale alle imprese che investono e creano occupazione in produzioni di qualità, con nuovi prodotti e servizi, sostenibili dal punto di vista ambientale e sociale. Va sostenuto l’impegno per la produzione e l’accesso ai beni comuni, il ruolo dell’economia solidale e di relazioni sociali fondate su sobrietà e solidarietà.

6. Tagliare la spesa militare. All’interno della spesa pubblica i tagli vanno fatti sulla spesa militare, non quella sociale: si possono risparmiare 12 miliardi di euro cancellando il programma di acquisizione dei 90 cacciabombardieri F35 e riducendo di un terzo le Forze Armate.

7. Redistribuire il reddito. Nuove risorse per la spesa pubblica si devono trovare tassando la ricchezza finanziaria e immobiliare e riducendo le imposte sul lavoro. I patrimoni superiori al milione di euro vanno tassati con un’aliquota progressiva che parta dal 5 per 1000. Va innalzata al 23% l’imposizione fiscale sulle rendite e bisogna tassare i redditi superiori ai 200 mila euro con l'aliquota del 50%. Serve una lotta sistematica all'evasione fiscale. La legalità è un fondamento essenziale per ricostruire il paese: servono misure contro la corruzione e fermare l’espansione dell’economia criminale.

È questo il “cambio di rotta” che Sbilanciamoci! chiede alla politica e all’economia italiana. È in questo modo che si può uscire dal paradigma neoliberista e dalle politiche di austerità. È in questo modo che si può estendere la partecipazione politica e rinnovare la democrazia. È questa l’agenda che deve essere al centro della discussione politica nelle prossime elezioni italiane.

domenica 12 agosto 2012

Scenari economici e scemari politici

di Aldo Carra - sbilanciamoci -

Dal Fmi alle società di consulenza, si moltiplicano modelli e previsioni. Il paradosso è che proprio quando l’attendibilità scientifica dei modelli previsionali diminuisce, il loro “peso politico” aumenta

Adesso il Fondo Monetario Internazionale di scenari sulla situazione italiana ne ha formulati addirittura sette e lo ha fatto considerando le diverse politiche che potranno essere fatte.
Secondo il documento elaborato dai tecnici dell’Fmi, il rapporto debito/Pil, che per il 2012 è previsto pari al 126,4%, potrebbe salire al 128% se dovessero registrarsi bassa domanda e “fallimento delle riforme”, oppure al 131% se dovessero aggiungersi scarsa fiducia dei mercati sulla sotenibilità del nostro debito e “mancata attuazione delle riforme già fatte”.
Se poi ci dovesse essere il contagio tra turbolenze dell’area euro e una “frenata delle riforme strutturali”, lo spread potrebbe fare un altro balzo in avanti, il Pil fermarsi ed il rapporto debito/Pil balzerebbe addirittura al 140%.
Come si vede i se sono tanti, ma la costante è “l’attuazione delle riforme strutturali” varate e la “prosecuzione” sulla strada intrapresa.
Poiché queste cose le dicono i "tecnici" dell’Fmi, cioè della più importante autorità monetaria, quasi nessuno osa contestarle, e anzi molti politici e i tecnici prestati alla politica si sentono sollevati: adesso sanno cosa dovranno fare e, con certezza quasi matematica, cosa di conseguenza accadrà.
Potenza della tecnica quando la politica, di fronte alla complessità dei problemi, da in appalto la sua funzione e si riduce a fare i compiti che i tecnici prescrivono. Verrebbe naturale a questo punto chiedersi: ma allora a cosa è servita la terapia shock dei professori che hanno preso in cura il malato con un deficit al 120%? Perché non ci sono stati e nemmeno si intravedono effetti positivi?
Niente paura. Appena due giorni dopo un altro studio ci dà la risposta: è un problema di pazienza, dobbiamo solo attendere 18 mesi e vedremo che i provvedimenti del governo proietteranno i loro effetti positivi sull’economia italiana. Si tratta del rapporto pubblicato da Ernst&Young, una società di consulenza che opera a livello globale. La società ci dice che sì è vero che le cose sono andate peggio di quanto loro stessi non avessere previsto pochi mesi fa, è vero che l’economia è ancora destinata a peggiorare e che la crescita sarà ancora negativa nel 2013, ma nel 2014 il Pil riprenderà a crescere con un aumento dell’1,2%. Questo perché allora comincerebbero a manifestarsi gli effetti benefici della terapia Monti.

domenica 1 luglio 2012

Shock economy alla tedesca

Fonte: il manifesto | Autore: Ignacio Ramonet
        L’ideologia del castigo e la strategia dell’economia del disastro per creare un’integrazione europea sul modello tedesco. Ma Merkel non vede che il malcontento delle masse cresce, e potrebbe esplodere. In Spagna Rajoy sta applicando politiche selvagge di austerità. E i pilastri dello Stato si stanno sgretolando
Sadismo? Sì, sadismo. Come chiamare altrimenti questo compiacimento nel causare dolore e umiliazioni alle persone? In questi anni di crisi abbiamo visto come – in Grecia, in Irlanda, in Portogallo, in Spagna e in altri paesi dell’Unione europea – la spietata applicazione del cerimoniale del castigo richiesto dalla Germania (congelamento delle pensioni, posticipazione dell’età pensionabile, riduzione della spesa pubblica, tagli al welfare, diminuzione dei fondi per la prevenzione della povertà e dell’esclusione sociale, riforma del lavoro ecc) ha provocato un vertiginoso aumento della disoccupazione e degli sfratti, del numero delle persone costrette a elemosinare e anche dei suicidi. Nonostante le tribolazioni sociali abbiano raggiunto livelli insopportabili, Angela Merkel e i suoi seguaci (tra cui Mariano Rajoy) continuano ad affermare che il soffrire è cosa buona, da considerarsi non come un momento di supplizio ma di autentica gioia. Secondo loro ogni nuovo giorno di pena ci purifica, ci rigenera e ci avvicina all’ora ultima del tormento. Tale filosofia del dolore non è ispirata dal marchese de Sade ma alle teorie di Joseph Schumpeter, uno dei padri del neoliberismo, il quale pensava che tutta la sofferenza sociale è, in qualche modo, tesa al raggiungimento di un obiettivo economico necessario, e che sarebbe un errore alleviarla anche solo leggermente. Così stiamo. Con una Angela Merkel nel ruolo di “Wanda, la dominatrice”, sostenuta da un coro di fanatiche istituzioni finanziarie (Bundesbank, Banca centrale europea, Fondo Monetario Internazionale, Organizzazione mondiale del commercio, ecc) e dai dipendenti eurocrati di sempre (Durao Barroso, Van Rompuy, Ollie Rehn, Joaquin Almunia, ecc.). Tutti a scommettere su un masochismo popolare che porterebbe i cittadini non solo alla passività ma a reclamare maggiore espiazione e martirio «ad maiorem gloria Europa». Arrivano persino a sognare che le forze di polizia definiscano «sottomissione chimica» certi farmaci in grado di eliminare totalmente o parzialmente la coscienza delle vittime, inconsapevolmente trasformate in gingilli nelle mani degli aggressori. Ma devono stare attenti perché la «massa» ruggisce. In Spagna, dove il governo di Mariano Rajoy sta applicando politiche selvagge di austerità proprio al limite del «sadismo», le manifestazioni di malcontento sociale si moltiplicano. E questo in un contesto di forte smarrimento in cui, all’improvviso, i cittadini constatano che alla crisi economica e finanziaria si somma una grave crisi di governo. Contemporaneamente, alcuni fondamentali pilastri della struttura dello Stato si stanno sgretolando: la Corona (con il tetro argomento della caccia all’elefante in Bostwana), la magistratura (con il caso in Divar), la Chiesa (che non paga le imposte sui beni immobili), il sistema bancario (che ci dicevano fosse il «più solido» d’Europa e ora scopriamo che si sta sfaldando), il Banco di Spagna (incapace di mettere in guardia su Bankia ed altri spettacolari fallimenti), le Comunità Autonome (impantanate in abissali scandali di corruzione), i grandi media (troppo dipendenti dalla pubblicità e che nascondono le calamità che stanno per arrivare)… Senza parlare dello stesso governo il cui presidente, nel momento in cui la Spagna (con la Grecia) si è trasformata nel fulcro dei problemi del mondo, sembra avanzare senza bussola. E di chi, di fronte a questioni fondamentali, o non fornisce alcuna risposta o risponde con espressioni surreali («Facciamo le cose per bene”) o semplicemente con delle menzogne. Mariano Rajoy e la sua squadra hanno una grande responsabilità nel disastro attuale. Hanno gestito la crisi bancaria con evidente imperizia, hanno lasciato imputridire il caso Bankia, hanno trasformato un evidente fallimento in un impatto con Bruxelles, la Bce e il Fmi; hanno professato il negazionismo più stolto, pretendendo di far passare un salvataggio dalle conseguenze gravissime per l’economia spagnola come credito a buon mercato e senza condizioni («È un sostegno finanziario che non ha nulla a che vedere con un salvataggio», ha di dichiarato Luis de Guindos, «Si tratta di una linea di credito che non colpisce il debito pubblico», ha affermato Rajoy). Tutto dà la penosa impressione di un paese che sta naufragando. I cui cittadini scoprono, all’improvviso, che dietro le apparenze del «successo economico spagnolo» sbandierato per decenni dai governanti del Psoe e del Pp, si nascondeva un modello (quello della «bolla immobiliare») reso marcio dall’incompetenza e l’avidità. In una certa misura, comprendiamo ora – molto a spese nostre – uno dei grandi enigmi della storia di Spagna: come è stato possibile, nonostante le montagne di oro e argento provenienti dall’America dell’Impero colonizzatore e sfruttatore, che il paese si sia trasformato, a partire dal XVII secolo, in una specie di «corte dei miracoli» piena di mendicanti, poveri e senzatetto? Che si è fatto di cotanta ricchezza? La risposta a queste domande oggi l’abbiamo davanti agli occhi: incompetenza e miopia dei governanti, infinita avidità dei banchieri. L’attuale punizione non è ancora finita. Dopo che lo scorso giugno l’agenzia Moody’s ha declasso il rating del debito spagnolo di tre punti, da A3 a Baa3 (uno sopra le «obbligazioni spazzatura»), il premio per il rischio ha raggiunto limiti insostenibili. La solvibilità spagnola è sul pendio che conduce a un salvataggio. Tanto il salvataggio della banca quanto quello del debito pubblico avranno un costo sociale terrificante. In una relazione annuale sulla Spagna, il Fondo monetario internazionale, per esempio, sta già pretendendo dal Governo l’aumento dell’Iva e che approvi, prima possibile, un ulteriore riduzione del salario dei funzionari per ridurre il deficit. Inoltre, in un documento sul lavoro, gli esperti del Fmi raccomandano alla Spagna di ridurre ulteriormente i licenziamenti, pretendono il contratto unico e che si eviti la rivalutazione automatica dei salari. Anche la Commissione europea raccomanda l’aumento dell’Iva e l’adozione di nuove misure «austeritarie»: il posticipo dell’età pensionabile, il controllo dei costi delle Comunità, l’inasprimento delle prestazioni per la disoccupazione, l’eliminazione dello sgravio per l’alloggio e la riduzione del volume di spesa della pubblica amministrazione. Tutto prima del 2013.

domenica 17 giugno 2012

I nodi gordiani dell'Europa

di Claudio Gnesutta
L'Eurozona rischia di implodere, a causa di asimmetrie interne, carenze istituzionali e classi dirigenti inadeguate. Nel suo ultimo libro Bruno Amoroso propone come via d'uscita "un sistema monetario flessibile"
L’incertezza sul futuro dell’euro si accentua di giorno in giorno per l’assenza, o meglio per i pericolosi ritardi, che l’attuale dirigenza politica europea manifesta nel trovare soluzioni che diano respiro ai paesi più deboli dell’eurosistema a superare le difficoltà finanziarie in cui sono coinvolti.
È paradossale che un sistema monetario immaginato per consolidare la società europea in un progetto di Unione sovranazionale operi invece come moltiplicatore delle tensioni politiche interne quando viene investito da uno shock proveniente dall’esterno. La crisi finanziaria si è infatti diffusa a diversi livelli (produttivo, occupazionale, di finanza pubblica, del sistema bancario ecc.) evidenziando la sua natura “sistemica” che rende molto problematiche le politiche di stabilizzazione di molti paesi dell’eurozona. Se le istituzioni della moneta unica hanno dimostrato di poter contenere gli effetti della crisi sul sistema bancario, esse si sono invece dimostrate ampiamente inefficaci nel fronteggiare le difficoltà del settore pubblico e del suo debito. Anzi, la linea di austerità imposta dalle autorità di Bruxelles, volta a privilegiare il riequilibrio dei conti pubblici in un contesto di conclamata recessione, ha ovviamente reso ancor più complessa la situazione dei paesi più deboli.
L’inadeguatezza istituzionale dell’eurozona si manifesta nell’asimmetria dei suoi meccanismi. Essi hanno richiesto (e richiedono) ai paesi-membri di rinunciare a importanti strumenti di politica economica (monetaria e valutaria) per favorire lo sviluppo dell’Unione, ma, nel momento delle difficoltà, li lascia soli nel risolver da sé i propri problemi. Se tutti si sono sottoposti a una regola comune, logica vorrebbe che tutti dovrebbero sentirsi compartecipi nella gestione delle difficoltà che sono accentuate da questo squilibrio istituzionale dell’euro. Su questo nodo riflette il prof. Bruno Amoroso, docente di Economia internazionale a Roskilde, nel libro Euro in bilico (Castevecchi 2011, p. 125, € 12) ripercorrendo il lungo processo, economico e politico, che ha portato all’euro e alla sua successiva gestione per porre la questione cruciale di quale forma istituzionale dovrebbe assumere il sistema monetario europeo per permettere di affrontare positivamente la situazione critica in cui versano i paesi “mediterranei” dell’eurozona.
L’osservazione che “i sistemi monetari, sia nazionali che internazionali, hanno in genere una durata che non supera i venticinque anni” ha certamente un suo fondamento storico e il fatto che essi non superino la vita di una generazione non è visto come il frutto di una legge naturale, ma solo del fatto dell’irrigidirsi nel tempo delle strutture istituzionali anche per il rafforzarsi degli interessi che esse finiscono con il favorire. L’instabilità endogena della moneta europea, ampiamente sviluppata nella parte principale del testo nelle sue diverse determinanti (teoriche, storiche, politiche), induce l’Autore a ritenere che finché l’euro rimane “in bilico” si corre il rischio di pesanti (e inutili) costi sociali. L’assenza di flessibilità, iniziale e sopravvenuta, del sistema è tale che non sembra esservi altra alternativa che quelle di riformare il sistema monetario per divenire funzionale all’obiettivo originario “della cooperazione e del benessere dei suoi popoli” o di riformare le società dei paesi-membri (almeno di quelli che ce la possono fare) per essere funzionali alle sue regole rigide. È immediata la considerazione che modificarne l’assetto istituzionale “non è utopia, ma una necessità” (frase conclusiva del libro).

giovedì 3 maggio 2012

IN EUROPA L'UNICA "CRESCITA" E' DELLA DISOCCUPAZIONE. LA POLITICA DELLA MERKEL HA VINTO

- controlacrisi - Il rigore le classi dominante europee lo hanno fatto. Ora parlano e promettono che faranno la crescita, ma l'unica cosa che cresce epr davvero nel vecchio continente è la dispccupazione. Rispetto al marzo del 2011, gli aumenti più rilevanti nel numero dei senza lavoro sono stati registrati in Spagna (dal 20,8 al 24,1%) e Cipro (dal 6,9 al 10%). La Grecia però ha il record, da gennaio 2011 a gennaio 2012 la disoccupazione è passata dal 14,7 al 21,7%. Per quanto riguarda la disoccupazione fra i giovani sotto i 25 anni, nell'eurozona è salita al 22,1% rispetto al 21,9% di febbraio ed al 20,6% del marzo 2011, mentre nell'Ue a 27 è passata al 22,6%, rispetto al 22,5% del mese precedente ed al 21% di marzo di un anno fa. Il numero minore di disoccupati tra i giovani si registra in Germania (7,9%), Austria (8,6%) e Olanda (9,3%), mentre il più alto in Grecia (51,2% a gennaio) e Spagna (51,1%), seguite da Portogallo (36,1%) e Italia (35,9%). I dati che sono stati comunicati da EuroStat vedono crescere la disoccupazione anche in Italia. A marzo è salita al 9,8%, rispetto al 9,6% di febbraio ed all'8,1% del marzo 2011, mentre la disoccupazione fra i giovani sotto i 25 anni è balzata al 35,9%, rispetto al 33,9% del mese precedente. L'Ufficio statistico dell'Ue stima che a marzo ci fossero 24 milioni 772mila senza lavoro tra uomini e donne, di cui 17 milioni 365mila nell'area euro. Rispetto a febbraio, il numero dei disoccupati è cresciuto di 193mila unità nell'Ue a 27 e di 169mila nell'eurozona, mentre rispetto a marzo di un anno fa sono aumentati rispettivamente di 2 milioni 123mila unità e di un milione 732mila. Fra i Paesi membri, il tasso di disoccupazione più basso è stato registrato in Austria (4%), Olanda (5%), Lussemburgo (5,2%) e Germania (5,6%), mentre quello più alto in Spagna (24,1%) e Grecia (21,7%, il dato è relativo a gennaio). Come si vede la politica della Merkel funziona benissimo. Massacrare socialmente i paesi periferici per avere un esercito di riserva a basso costo per competere nel marcato globale e centralizzare la produzione europea sotto il "marchio" del capitalismo prussiano. In questo quadro il patto d'acciaio Monti - Merkel rende ancora più evidente la sottomissione della nostra classe politica italiana agli interessi forti del capitalismo tedesco che sta utilizzando la crisi per ridurci come il Messico per gli USA.

giovedì 19 aprile 2012

CRISI: GRECIA, L'ASSISTENZA SANITARIA È ORMAI UN PRIVILEGIO

- ansa -
ATENE, 16 APR - Dopo quattro anni di recessione e due anni di ampi tagli al bilancio statale per ridurre le spese e raddrizzare i conti, in Grecia ormai anche l'assistenza sanitaria sta diventando ogni giorno che passa sempre più un privilegio. Con la spesa sanitaria pubblica a circa 10 miliardi di euro, il 25% in meno rispetto al 2009, star bene «rischia di diventare un privilegio», dice Haralambos Economou, docente di sociologia all'Universit Panteion di Atene. Due anni di dura austerit hanno portato la Grecia ad avere oltre un milione di persone ufficialmente disoccupate, più del 20% della forza lavoro. Ed esperti nel settore sostengono che fino al 10% della popolazione, se ha bisogno di cure, è adesso costretta a fare ricorso ai propri risparmi in continua diminuzione. In passato, la maggior parte dei greci si rivolgeva - quando possibile - alle cure private anche se dovevano sborsare di tasca propria quasi il 40% del costo totale del trattamento, uno dei tassi pi— alti nei Paesi sviluppati. Adesso, però, la domanda di assistenza negli ospedali pubblici è salita del 20-30% mentre le spese ricadono di nuovo sul sistema statale già sotto forte pressione per il taglio dei costi. Ma, ancora peggio, molte persone cercano di aggirare il sistema (e ridurre le spese) presentandosi al pronto soccorso dell'ospedale come se fosse un caso d'emergenza allo scopo di ottenere cure immediate invece di chiedere un appuntamento in anticipo per il quale è necessario pagare. Gli ospedali, dal canto loro, fanno del loro meglio per rispondere alle attuali circostanze. «Dopo che le recenti riforme ci hanno costretto a chiedere soldi ai pazienti che non hanno una copertura sanitaria, sempre pi— persone cercano di evitare di prendere appuntamenti perchè non hanno denaro», spiega la dottoressa Meropi Manteou, specialista in pneumologia all'ospedale Sotiria di Atene. «Arrivano qui con l'influenza e cercano di farla passare per un'emergenza. Facciamo quello che possiamo per aiutare i pi— poveri, ma non so per quanto tempo saremo in grado di chiudere un occhio», ha detto Manteou. Ma i problemi non sono solo per i meno abbienti. Infatti la situazione è diventata difficile anche per coloro che vantano anni di contributi di assistenza sanitaria perchè - a causa della crisi - il ministero della salute ha ridotto la lista dei medicinali e delle analisi mediche che possono essere in parte rimborsate dai fondi della previdenza sociale, che versano in gravi difficoltà a causa della cattiva gestione finanziaria del passato ma anche a causa dei contributi cronicamente bassi, un problema ora esacerbato dal crescente tasso di disoccupazione. Gli ospedali pubblici ormai si trovano a dover combattere ogni giorno con finanziamenti ridotti, gli stipendi dei medici ridotti di un quarto, una carenza cronica di infermieri e mancato pagamento degli straordinari dallo scorso dicembre. È anche per questo che molti greci hanno cominciato a rivolgersi da mesi ai vari centri dell'Ong 'Medici del Mondò sparsi in tutto il Paese da oltre 20 anni e ai quali, sino a non molto tempo fa, si rivolgevano quasi esclusivamente immigrati ed emarginati. «Dalla fine del 2010 sempre più greci, e non solo immigrati, si rivolgono a noi», ha detto Christina Samartzi, portavoce dell'Ong «e sono oltre 100 al giorno, ormai, le persone che ci chiedono assistenza nella sola Atene. È un fenomeno nuovo ed è una conseguenza della crisi economica». La maggior parte dei greci che chiedono l'aiuto del'Ong sono disoccupati, pensionati o famiglie che non possono più permettersi neanche le vaccinazioni obbligatorie dei figli più piccoli. «Spesso arrivano da noi anziani che soffrono di pressione alta o di diabete e che non possono comprare ogni mese le medicine di cui hanno bisogno», dice Giorgos Papadakis, un giovane diabetologo. «Vengono da noi e ci chiedono se possiamo dargliele noi». Ma la cosa peggiore, come hanno confermato molti volontari dell'Ong, è che sempre più greci - invece che medicinali - chiedono generi alimentari. (ANSAmed).

sabato 10 marzo 2012

La qualità dello sviluppo

Sbilanciamoci!
Pubblichiamo la sintesi della ricerca Nuovi indicatori di benessere. Monitorare la qualità dello sviluppo nella capitale metropolitana, frutto della collaborazione tra la Provincia di Roma, con la sua azienda in house Provinciattiva, e la Campagna Sbilanciamoci!

Grandi potenzialità frustrate da rilevanti contraddizioni: la ricchezza culturale, la forza economica, il pregio ambientale e la qualità di vita sono valori diffusi ma non uniformi nella provincia di Roma. Pure in un territorio contenuto, per quanto popoloso, la mancanza di una cultura comunitaria e di un governo unitario condizionano negativamente realtà e prospettive del sistema economico e sociale locale. È questo, in estrema sintesi, il quadro che emerge da un’analisi del territorio metropolitano di Roma condotta sulla base di un set di 49 indicatori di benessere.

I sistemi territoriali della provincia di Roma sono stati analizzati sotto sei aspetti: qualità ambientale e inquinamento, organizzazione delle funzioni e della mobilità, presenza di strumenti di produzione e fruizione di cultura e innovazione, condizioni economiche, sistema produttivo e lavoro, condizioni sociali e accesso ai servizi fondamentali, integrazione e partecipazione alle reti socio-politiche. Una lettura a 360° dei sistemi economici, sociali e territoriali della provincia di Roma, il cui dettaglio e aggiornamento si propone come strumento a sostegno delle scelte di politica pubblica. Le infrastrutture di Fiumicino e Civitavecchia, l’industria farmaceutica di Pomezia, il sistema logistico di Fiano Romano, il terziario avanzato e la ricerca pubblica e privata di Roma, la capacità di assorbimento di anidride carbonica delle montagne di Subiaco e il modello di comunità locale dell’area dei Castelli: una lettura d’insieme dei territori della Capitale metropolitana ne rende evidente il potenziale in termini di qualità della vita e capacità competitiva. Oggi tali potenzialità sono frustrate da alcune evidenti contraddizioni:

sabato 31 dicembre 2011

IN ANTEPRIMA, LA VERSIONE ORIGINALE DEL DISCORSO DI NAPOLITANO AGLI ITALIANI

Autore: stefano galieni. fonte: controlacrisi
LA COMPAGNA B, AMICA DELLA COMPAGNA C, CI HA INVIATO LA BOZZA ORIGINALE DEL DISCORSO DI FINE ANNO AGLI ITALIANI DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA... E NOI DIFFONDIAMO

Care italiane e italiani. Ho deciso per questa sera, e in via del tutto eccezionale di parlare fino alla mezzanotte, tanto sono consapevole che almeno un quarto di voi non farà il tradizionale cenone, un altro 50% si accontenterà di un piatto di pasta col tonno e due olive, mentre una parte piccola ma che mi sta molto a cuore del Paese se la spassa nelle mete esotiche e non ha tempo di ascoltare la mia omelia. Lo so… il momento è difficile. Anche io, sto pagando duramente la crisi e stasera avrò con me un cameriere in meno, ma tagliare le spese è necessario e voglio dare l’esempio. È stato un anno duro. Pensavo di poter continuare a dormire serenamente e invece mi è toccato firmare, firmare e firmare un sacco di fogli che mi portava in continuazione il precedente premier. Avevo fretta, dovevo riflettere sui 150 anni dell’Unità d’Italia e non potevo certo mettermi a sfogliare leggi e leggine. Per un mese intero, fra il novembre e il dicembre del 2010 ho avuto un forte crampo alla mano, a furia di firmare, tanto che le malelingue che sempre abbondano da queste parti, hanno sostenuto si trattasse di un pretesto per dare il tempo al Presidente Berlusconi di acquistare alcuni parlamentari e mantenere in vita il governo. Ma la Storia dimenticherà simili illazioni e si ricorderà di come, sprezzante del pericolo e del caldo estivo, io sia tornato a firmare, firmare e firmare, manovre e correzioni di bilancio, anche mentre molti compatrioti stavano beatamente a riposo. Cosa? Non in ferie ma disoccupati o in cassa integrazione? Beh, sempre di riposo si tratta. Poi mi è toccato anche l’infausto compito di traghettare il Paese, una fatica non da poco per uno della mia età, verso questo nuovo governo di banchieri che mi ha spiegato come garantendo alle banche di poter continuare a speculare si possa salvare l’Italia. Io ad essere sincero non ci avevo capito molto, stavo facendo la pennica pomeridiana, ma mi sono fidato di questo signore col loden e ho contribuito così al benessere del Paese. Non ho ancora ben capito con quale analcolico si faccia lo spread e perché schizzi sempre, ogni sera, prima di coricarmi, vado a rassicurare i mercati e in fondo mi sento ringiovanito. Così giovane che sto già pensando di restare in questa casetta di sole 1200 stanze per altri 7 anni. Si costa più di Buckingam Palace ma ne va dell’immagine del Paese che mi è tanto caro. Mi è tornata la stessa voglia di lavorare di quando ero iscritto al PCIA ( una sezione particolare del PCI) e facevo le scarpe a Berlinguer, ora sto cercando di unire il paese in un unico grande partito, che copra quasi l’intero arco parlamentare. Mi piacerebbe lasciare solo poche briciole a quelli col fazzoletto verde, che altrimenti non posso andare oltre Bologna e levarmi dalle scatole anche i guastafeste alla Di Pietro e compagnia, come sono riuscito a fare, grazie al fido Veltroni e alle loro nefaste abitudini, con i comunisti. Per il prossimo anno care e cari italiani vi preparerò una bella nuova legge elettorale, moderna e adatta a farci stare in Europa. Potranno votare tutti, anche i cittadini stranieri a patto che abbiano un reddito non inferiore a quello di Pato ( noto giocatore del Milan) e avranno diritto di cittadinanza anche i bambini immigrati nati e cresciuti in Italia come doveva già permettere una legge emanata nel 1998 da due ministri uno dei quali mio omonimo. L’estensione del diritto di voto ovviamente – dovendo fare sacrifici – comporterà la riduzione del numero dei partiti, che saranno 1. Intendo poi aiutare il governo nella riforma del diritto del lavoro. Ha ragione l’onorevole Bersani quando dice che l’Articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non va toccato. Si sta operando per abolire infatti l’intero Statuto e sostituirlo con una legge composta da un solo articolo che recita pressappoco così “Io sono il padrone e faccio quello che mi pare”. Ne guadagneremo in competitività. Raddoppieremo le missioni militari e i finanziamenti alle scuole private, come richiestomi da Sua Santità, in compenso, ci sarà un drastico taglio alle spese inutili come ospedali e scuole pubbliche, pensioni, salari e interventi in favore di precari e disoccupati. Spero solo che i sindacati non vogliano alimentare pretestuose motivazioni per alzare il conflitto sociale. Non ne vedo la ragione, Bonanni e Angeletti sono disponibili ad inginocchiarsi ad un tavolo, forse anche la Camuso, la vedo più dura con quel comunista di Landini. Spero solo che non mi tocchi scassarmi l’anno anche stavolta con referendum, movimenti, studenti sfaticati ecc… e che soprattutto non si facciano rivedere più in giro quelli con la falce e martello. Sono sessanta anni che tento di levarmeli dalle scatole e tornano ogni volta, si infiltrano dappertutto, pretendono addirittura la libertà di informazione e di tenere in vita i loro giornali con i soldi pubblici. Ma non è meglio spenderli per un bel cacciabombardiere ultimo modello che per Liberazione?
CI GIUNGE NOTIZIA CHE IL TESTO DOVREBBE ESSERE RIVISTO DA ESPERTI DI COMUNICAZIONE, BUON ANNO

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