Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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venerdì 21 giugno 2013

Vecchie idee per ricchi, nuove idee per poveri

di Roberta Carlini - sbilanciamoci -

 

Non è vero che l'interesse individuale muove il mondo, non è vero che non c'è altro mondo possibile. La road map di Kaushik Basu “oltre la mano invisibile, per una società giusta”
Di questi tempi, con l'Europa a testa in giù, c'è davvero bisogno di scrivere 369 pagine fitte fitte per dimostrare che il modello economico dominante è fallito? Kaushik Basu pensa di sì, e riempie pagine, librerie e conferenze come astro ormai affermato di quella galassia che è stata definita, con un po' di ironia, degli economisti-guru. Gli economisti popolari, quelli come Krugman, Stiglitz, Sen, quelli che raccontano un'altra verità e finalmente possono gridarla ai quattro venti, ingaggiando anche epiche lotte accademiche contro la scuola di pensiero che tuttora domina università, centri di ricerca e cenacoli governativi. Nel raccontarla, spesso sono brillanti e anche spiritosi, non disdegnano il linguaggio semplice, strizzano l'occhio al coltissimo ma si fanno capire bene anche da chi si è tenuto sempre lontano dalle aule degli algoritmi dell'economia formalizzata. Così è Basu, economista indiano ben inserito nel mondo dell'ortodossia – docente alla Cornell University, senior vicepresident ed economista-capo della Banca mondiale -, autore di un libro eterodosso: Oltre la mano invisibile – ripensare l'economia per una società giusta. Un libro che dichiara nel titolo l'intento di “dimostrare che la scienza che ci ha donato Adam Smith si è fossilizzata in un'ideologia”. Per farlo, compie una dettagliata esplorazione e confutazione della teoria dominante, smantellando dall'interno l'individualismo metodologico che di tale teoria è base e cornice. Nella narrazione, intreccia continuamente logica, teoria economica, storielle popolari e letteratura (quanti sono gli economisti che citano Kafka?). Per arrivare infine a tre proposte concrete e un po' eversive per affrontare quello che lui considera il problema economico n. 1: la povertà.
Tra la povertà e certe idee sbagliate dell'economia c'è un nesso per Basu evidente. “La povertà che esiste oggi nel mondo ha dimensioni inaccettabili. Se il mondo non esplode contro questa ingiustizia è per via degli smisurati sforzi intellettuali profusi per farla apparire accettabile”. E gran parte di tali smisurati sforzi intellettuali ruota attorno all'originario teorema della mano invisibile: quello per cui la somma dei comportamenti singoli spinti dall'interesse egoistico dell'individuo porterà al benessere maggiore per la società nel suo insieme. Ne sono derivati, con costruzioni teoriche via via più sofisticate, varie conseguenze normative tutte tra loro coerenti: che l'iniziativa individuale va limitata e condizionata il meno possibile; che è il mercato a permettere la sistemazione più efficiente delle risorse; che bisognerebbe evitare di intromettersi nei mercati; e che questo è il migliore dei mondi possibili, non essendoci la prova di altri funzionamenti altrettanto perfetti. Se dunque, per avere un'economia efficiente, dobbiamo sopportare un certo grado di diseguaglianza e povertà, rassegniamoci: altre strade sarebbero peggiori, alcune hanno già dimostrato di esserlo.
Senonché, esiste anche un'altra narrazione della mano invisibile. È quella del Processo di Kafka, quella che guida, da posizione occulta, le avventure di Joseph K. “Kafka concorda con Smith riguardo alle forze che possono essere scatenate dalle azioni individuali atomistiche, senza nessuna autorità centrale, ma – scrive Basu - allarga la nostra visione mostrandoci che possono essere non solo forze di efficienza, di organizzazione e di benevolenza, ma anche forze di oppressione e malevolenza”.

giovedì 2 maggio 2013

Crisi, ricerca Usa-Uk: “L’austerity uccide: 10mila suicidi e un milione di depressi”

    
Crisi, ricerca Usa-Uk: “L’austerity uccide: 10mila suicidi e un milione di depressi”

di Daniele Guido Gessa -
L’austerity ci sta letteralmente uccidendo. È la conclusione di uno studio di due ricercatori, uno britannico e uno americano, che questa settimana pubblicheranno un libro sugli effetti della crisi economica e delle politiche di contenimento della spesa pubblica sulla salute collettiva di europei e statunitensi. Secondo un economista dell’Università di Oxford, David Stuckler, e un medico epidemiologo dell’Università di Stanford, Sanjay Basu, alla stretta dei conti sarebbero imputabili, dal 2009 a oggi, oltre 10mila suicidi e un milione di casi di depressione. Ma non è tutto. A causa dello stop alle politiche preventive in Grecia, nel Paese ellenico, dal 2011 a oggi, le infezioni da HIV sono aumentate del 200% e per la prima volta dopo decenni è ricomparsa la malaria. Così, allo stesso modo, in Europa e Stati Uniti, l’aumento della disoccupazione unito al taglio alle campagne sociali ha visto l’abuso di droghe da parte dei giovani aumentare del 50%. Niente di strano, dice ora il team della ricerca, soprattutto considerando che, a causa della crisi, cinque milioni di americani hanno perso in questi ultimi anni l’assistenza sanitaria e oltre 10mila famiglie, nel Regno Unito, sono diventate ufficialmente senza fissa dimora.

Lo studio di Stuckler e Basu sta già tuttavia sollevando le prime critiche relative a un eccessivo “allarmismo”. L’agenzia di notizie Reuters ha dedicato un lungo speciale alla ricerca, che è arrivata anche sul tavolino del governo del Regno Unito guidato dal conservatore David Cameron. Fonti governative hanno cercato di minimizzarne la portata, ma da parte di Stuckler e Basu sono arrivate le conferme dei loro risultati. “Anche perché – ha detto Basu – quello che emerge è che un peggioramento della salute collettiva non è un’immediata conseguenza della crisi economica, ma spesso è il frutto di una precisa scelta politica da parte di chi ci governa”. Come a dire, a volte la crisi può anche far bene alla salute, ma se la crisi viene affrontata con l’austerity, le cose peggiorano. I due ricercatori, infatti, hanno citato un altro studio, pubblicato non molto tempo fa dall’Università di Madrid. A Cuba, dopo la fine dell’influenza sovietica e del relativo contributo economico che arrivava dalla Russia, la popolazione dimagrì e fu anche a rischio di denutrizione. Ebbene, ricordano Stuckler e Basu, l’Università di Madrid ha fatto notare come una diminuzione del peso, in media, di 5 chili a persona abbia portato a un abbattimento del diabete, delle malattie cardiache e coronariche. “A volte, quindi, essere poveri fa bene alla salute”, la conclusione dei due.
Eppure, nel caso attuale, la politica ci ha messo lo zampino. “Basti pensare a che cosa è avvenuto in Svezia. Le politiche sociali e di welfare di quel Paese, in seguito all’ultima recessione, hanno fatto diminuire drasticamente l’alto numero di suicidi. Cosa che invece non è avvenuta nei Paesi vicini che non hanno attuato le stesse politiche. Così, allo stesso modo, in Grecia si è visto che tagliare le spese di prevenzione non ha fatto altro che far aumentare in modo esponenziale l’incidenza dell’HIV, mentre la mancanza di denaro per serie disinfestazioni da insetti ha persino fatto tornare la malaria”. I soldi, insomma, quando sono pochi andrebbero investiti meglio, è il suggerimento dei due ricercatori, perché anche e soprattutto in periodi di crisi bisogna salvaguardare la salute collettiva. Infine, lo studio ha messo in luce anche come la depressione “generalizzata” abbia portato a un aumento di uso e abuso di alcool e sostanze stupefacenti. “Tutte condizioni che fanno abbassare la guardia e anche per questo, non solo in Grecia, si sta notando un aumento delle infezioni da HIV”.
dal Fatto quotidiano

sabato 30 marzo 2013

Decrescita felice e Chiesa povera

Decrescita felice e Chiesa povera

Un perfetto ossimoro
- connessioni -
Frutto marcio del binomio Latouche-Francesco I




Il tempo passa, ma l’orizzonte economico è sempre cupo. Peggio. Le tensioni sociali crescono e in molte aree del mondo sono sfociate in guerre, più o meno civili. Non è uno scenario rassicurante. Soprattutto perché dimostra che il modo di produzione capitalista non funziona così bene come ci dicevano pochi anni fa. Inevitabilmente, sorgono proposte alternative, che prospettano un diverso modo di produzione. E ce ne per tutti i gusti. Le varie proposte, pur riflettendo situazioni assai differenti, e spesso contrastanti, cercano di conciliarsi tra loro, proponendo soluzioni compatibili con il sistema complessivo, ovvero con il modo di produzione capitalistico. Pur criticandolo aspramente. O meglio criticandone aspramente le presunte distorsioni, che invece sono consustanziali al sistema.

Sperequazione dilagante

Orbene, già da alcuni anni si assiste a una polarizzazione della ricchezza, da cui la crescente sperequazione sociale (il cosiddetto Coefficiente di Gini), che la crisi ha stimolato. Per inciso, questa tendenza non fa altro che confermare la tesi marxista sulla miseria crescente. Più volte contestata dagli apologeti del capitalismo, sempre confermata dai fatti. A questo proposito si veda: Antonio Pagliarone, La polarizzazione delle società industriali avanzate ovvero la de-integrazione (www.countdowninfo.net/); Aa. Vv., La legge della miseria crescente, «N+1», n. 20, dicembre 2006 (www.quinterna.org/pubblicazioni/rivista/20/rivista_20_completa.p/).

Non ci vuole un particolare acume sociologico, per capire che gli effetti della sperequazione hanno conseguenze differenti in un Paese di vecchia industrializzazione (area Ocse) come l’Italia rispetto a un Paese cosiddetto in via di sviluppo come il Perù. Le differenze comportano anche una differente percezione della povertà: nell’immaginario collettivo italiano la povertà è rimossa; in quello peruviano è incombente.

A questo proposito, faccio un paragone tra le condizioni economiche dei due Paesi, considerando: Pil pro capite, Coefficiente di Gini, Tasso di disoccupazione, Popolazione sotto il livello di povertà. Resta esclusa la cosiddetta «qualità della vita», su cui ci sarebbe troppo da disquisire, ma da tener comunque presente.

Ho scelto il Perù come termine di confronto poiché è un Paese in via di sviluppo dell’America Latina, continente che, a differenza di Africa e Asia, non è sconvolto da traumi bellici (guerrilla a parte). Inoltre, il Perù, a differenza di altri Paesi latini, non è stato soggetto a particolari «turbative» di carattere economico e politico, come il Venezuela di Chavez o il Brasile di Lula. Ovvero, il Perù riflette nel bene e nel male una situazione simile a quella di altri Paesi del Terzo Mondo. Infine è un Paese cattolico.

venerdì 29 marzo 2013

Lettera a Laura Boldrini: «Il Parlamento discuta dei problemi del Paese, indica seduta sulla povertà e i gruppi dicano che vogliono fare»

Fonte: paoloferrero.it
        
Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione comunista, ha inviato oggi una lettera alla Presidente della Camera Laura Boldrini, per chiedere che il Parlamento discuta «dei problemi reali del Paese». Ferrero ha proposto di «indire una seduta della Camera sulla povertà in Italia, chiamando il governo in carica a riferire su quanto fatto e i gruppi parlamentari ad esprimersi avanzando le loro proposte, al fine di assumere provvedimenti urgenti in materia».
Di seguito il testo completo della lettera inviata da Paolo Ferrero a Laura Boldrini.
Carissima Presidente della Camera dei Deputati,
Le scrivo perché indignato dal fatto che ad oltre un mese dalle elezioni, il mondo politico – “nuovi” e “vecchi”, nessuno escluso – discute di tutto salvo che dei problemi reali del paese. Questi sembrano magicamente scomparsi. Le propongo quindi di indire una seduta della Camera dei Deputati sulla povertà in Italia, chiamando il governo in carica a riferire su quanto fatto e i gruppi parlamentari ad esprimersi avanzando le loro proposte. È infatti evidente che la situazione delle famiglie italiane è in continuo peggioramento e sono oramai milioni le persone che sopravvivono in condizioni indecenti per un paese civile. La nostra Carta Costituzionale che Lei ha opportunamente valorizzato nel suo discorso di insediamento dice parole chiare riguardo alla responsabilità dello Stato italiano di: «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».
Un dibattito parlamentare sulla povertà, finalizzato all’assunzione di indicazioni precise per il governo in carica, costituirebbe quindi un modo degno per rispondere alla richiesta di cambiamento che è venuta dalle urne ma che rimane – mi pare – ad oggi completamente inascoltata. Sarebbe un modo per mettere con i piedi per terra la discussione sulla formazione del governo che altrimenti si caratterizza come puro gioco politico. Nel cogliere l’occasione per farLe – a nome mio e di Rifondazione Comunista – le felicitazioni per la Sua elezione a Presidente della Camera e i migliori auguri per un positivo lavoro,
Le rivolgo un caro saluto,
Paolo Ferrero

sabato 16 febbraio 2013

La Grecia del terzo "memorandum"

Fonte: il manifesto| Autore: Argiris Panagopoulos
Il mercato autogestito batte la crisi
Distribuzione di generi alimentari nei quartieri, allacci illegali alla rete elettrica, assedio alle agenzie del fisco. La Grecia risponde per le rime alle politiche della troika
ATENE. La Grecia si prepara a un nuovo sciopero generale per il 20 febbraio, mentre i conti del governo di Samaras e della troika non tornano per l'ennesima volta. Un nuovo giro di tagli sembra oggi improponibile per la disastrata economia e la società greca, visto che il governo tripartitico è stato costretto a utilizzare la precettazione per fermare gli scioperi nei mezzi pubblici di Atene e nei porti greci, ma non è riuscito a fermare la protesta e i trentacinque blocchi degli agricoltori che hanno cominciato da lunedì «le camminate di un'ora», per bloccare pacificamente il traffico, e minacciano di utilizzare migliaia di trattori per attuare dei blocchi che taglierebbero la penisola greca in più parti, se il governo continuerà sulla linea dura.

 L'applicazione del «Terzo Memorandum» è il colpo di grazia per l'economia greca. I rappresentanti della troika si ritroveranno il 25 febbraio ad Atene per discutere un altro abbaglio delle loro politiche: le entrate per gennaio evidenziano un nuovo buco di 305 milioni di euro rispetto agli obiettivi prefissati e una flessione del 16% dal gennaio del 2011, a causa del crollo degli introiti dell'Iva del 17% rispetto agli obbiettivi fissati dai cervelloni della troika, che pare abbiano sottovalutato ancora una volta le conseguenze nefaste delle loro politiche sul piano dei consumi e dell'evasione fiscale. Il disastro delle finanze ha fatto evaporare ben presto l'aria trionfante di Samaras, che sostiene di aver strappato fondi per 18,4 miliardi all'Ue per il 2014-2020, nascondendo però che la Ue può trattenere fino al 1% del Pib sull'ammontare dei fondi se la Grecia non centrerà gli obbiettivi indicati. La recessione sembra sfuggita a ogni controllo, facendo saltare le previsioni delle autorità greche e internazionali.
Il governo di Samaras ingaggia una nuova gara contro il tempo per garantire il pagamento della prossima tranche di debiti, mentre la troika pretende che il parlamento greco voti nei prossimi giorni il nuovo programma aggiornato di lacrime e sangue, che è stato presentato venerdì in parlamento. Intanto il premier viene travolto dal primo grande scandalo che riguarda direttamente lui, il suo partito e il suo governo. Dopo la decisione del parlamento greco di indagare sulle relazioni dell'ex ministro delle Finanze, il socialista Papakonstantinou, per la manipolazione della «Lista Lagarde», meglio conosciuta in Italia come «Lista Falciani». Nuovi sospetti ricadono oggi sullo stesso Samaras, visto che il suo stretto consigliere Papaspyrou collaborava con il fund Capital Management Advisors, che dietro un possibile prestanome ha trasferito all'estero 550 milioni di euro per finire nella famigerata lista.
Violenze ritoccate con photoshop
Il continuo aumento della disoccupazione, il nuovo taglio delle pensioni, la precettazione dei lavoratori della metropolitana e dei tram di Atene, dei portuali e della gente di mare, il nuovo tsunami della pressione fiscale, la repressione contro i centri sociali occupati, i visi sfigurati e ritoccati con photoshop dei giovanissimi anarchici dei Nuclei del Fuoco, selvaggiamente picchiati dalla polizia per una doppia rapina per finanziare azioni terroriste, hanno aiutato Syriza a sorpassare di poco la Nuova Democrazia. Secondo il sondaggio della Public Issue per conto del canale televisivo Skay e del giornale Kathimerini Syriza prende il 29%, mentre Nd arretra al 28,5%. Alba Dorata ha consolidato ormai in tutti i sondaggi degli ultimi mesi la sua posizione di terzo partito con l'11,5%, seguono i Greci Indipendenti con l'8%, i socialisti del Pasok con il 7%, la Sinistra Democratica con il 6% e i comunisti del Kke con il 5,5%.
Il consolidamento di Alba Dorata rappresenta un fatto preoccupante, perché mostra anche l'insensibilità dei suoi presunti elettori di fronte agli ultimi assassini di immigrati, gli accoltellamenti di stranieri e di greci, il clima di terrore e violenze instaurato, la visita dei neonazisti tedeschi nel parlamento greco. D'altra parte l'opposizione contro i neonazi diventa più organizzata e coinvolge le società locali, come per esempio nel caso della protesta e del corteo a cui hanno dato vita più di duemila persone sabato scorso nel quartiere popolare e degradato di Amplelokipoi, nel centro di Atene, contro l'apertura di una sede di Alba Dorata; o la manifestazione e il corteo di altre duemila persone domenica nel quartiere "bene" di Palaio Faliro contro l'accoltellamento al viso di uno studente delle medie da parte dei neonazi. Intanto Alba Dorata prepara già la sua candidatura, come sindaco di Atene, del deputato picchiatore Kassidiaris.
Parallelamente cresce una silenziosa ma dura opposizione sociale con la moltiplicazione delle forme autogestite nei quartieri delle grandi città e nuove forme di cooperativismo nelle campagne. A Salonicco quaranta lavoratori della Biome, un'azienda che produce materiali per la costruzione, hanno occupato lo stabilimento e hanno dato vita alla prima esperienza di un'azienda autogestita dai lavoratori associati in forma cooperativa, con l'appoggio dei sindacati e dei partiti di sinistra e trascurando ogni legislazione. Perfino ai quartieri altolocati di Palaio Faliro e Nea Smirni l'associazionismo e le Assemblee Popolari, due forme di autogestione che sono nate e cresciute dalle lotte di piazza Syntagma, hanno spiazzato i grandi distributori trasformando i mercati senza intermediari in vere forme di approvvigionamento di alimenti. A Nea Smirni l'Assemblea Popolare ha distribuito a più di tremila persone, acquistandoli direttamente dai produttori e senza intermediari, più di 45 tonnellate di alimenti di ottima qualità e a bassissimo prezzo, battendo qualsiasi previsione e record.

giovedì 7 febbraio 2013

SE ANCHE KEYNES È UN ESTREMISTA

- lavorincorsoasinistra -

BARBARA SPINELLI
- I PRÌNCIPI che ci governano, il Fondo Monetario, i capi europei che domani si riuniranno per discutere le future spese comuni dell’Unione, dovrebbero fermarsi qualche minuto davanti alla scritta apparsa giorni fa sui muri di Atene: «Non salvateci più!», e meditare sul terribile monito, che suggella un rigetto diffuso e al tempo stesso uno scacco dell’Europa intera. Si fa presto a bollare come populista la rabbia di parte della sinistra, oltre che di certe destre, e a non vedere in essa che arcaismo anti-moderno. differenza del Syriza greco le sinistre radicali non si sono unite (sono presenti nel Sel di Vendola, nella lista Ingroia, in parte del Pd, nello stesso Movimento 5 Stelle), ma un presagio pare accomunarle: la questione sociale, sorta nell’800 dall’industrializzazione, rinasce in tempi di disindustrializzazione e non trova stavolta né dighe né ascolto. Berlusconi sfrutta il malessere per offrire il suo orizzonte: più disuguaglianze, più condoni ai ricchi, e in Europa un futile isolamento. Sul Messaggero del 30 gennaio, il matematico Giorgio Israel denuncia l’astrattezza di chi immagina «che un paese possa riprendersi mentre i suoi cittadini vegetano depressi e senza prospettive, affidati passivamente alle cure di chi ne sa». Non diversa l’accusa di Paul Krugman: i governanti, soprattutto se dottrinari del neoliberismo, hanno dimenticato che «l’economia è un sistema sociale creato dalle persone per le persone ». Questo dice il graffito greco: se è per impoverirci, per usarci come cavie di politiche ritenute deleterie nello stesso Fmi, di grazia non salvateci. Non è demagogia, non è il comunismo che constata di nuovo il destino di fatale pauperizzazione del capitalismo. È una rivolta contro le incorporee certezze di chi in nome del futuro sacrifica le generazioni presenti, ed è stato accecato dall’esito della guerra fredda. Da quella guerra il comunismo uscì polverizzato, ma la vittoria delle economie di mercato fu breve, e ingannevole. Specie in Europa, la sfida dell’avversario aveva plasmato e trasformato il capitalismo profondamente: lo Stato sociale, il piano Marshall del dopoguerra, il peso di sindacati e socialdemocrazie potenti, l’Unione infine tra Europei negli anni ’50, furono la risposta escogitata per evitare che i popoli venissero tentati dalle malie comuniste. Dopo la caduta del Muro quella molla s’allentò, fino a svanire, e disinvoltamente si disse che la questione sociale era tramontata, bastava ritoccarla appena un po’. È la sorte che tocca ai vincitori, in ogni guerra: il successo li rende ebbri, immemori. Facilmente degenera in maledizione. Le forze accumulate nella battaglia scemano: distruggendo il consenso creatosi attorno a esse (in particolare il consenso keynesiano, durato fino agli anni ’70) e riducendo la propensione a inventare il nuovo. Forse questo intendeva Georgij Arbatov, consigliere di politica estera di molti capi sovietici, quando disse alla fine degli anni ’80: «Vi faremo, a voi occidentali, la cosa peggiore che si possa fare a un avversario: vi toglieremo il nemico”. Quando nel 2007-2008 cominciò la grande crisi, e nel 2010 lambì l’Europa, economisti e governanti si ritrovarono del tutto impreparati, sorpassati, non diversamente dal comunismo reale travolto dai movimenti nell’89. È il dramma che fa da sfondo alle tante invettive che prorompono nella campagna elettorale: gli attacchi dei centristi a Niki Vendola e alla Cgil in primis, ma anche al radicalismo della lista Ingroia, a certe collere sociali del Movimento 5 stelle, non sono una novità nell’Italia dell’ultimo quarto di secolo. Sono la versione meno rozza della retorica anticomunista che favorì l’irresistibile ascesa di Berlusconi, poco dopo la fine del-l’Urss, e ancora lo favorisce. Il nemico andava artificiosamente tenuto in vita, o rimodellato, affinché il malaugurio di Arbatov non s’inverasse. Se la crisi economica è una guerra, perché privarsi di avversari così comodi, e provvidenzialmente disuniti? Quando Vendola dice a Monti che occorrerà accordarsi sul programma, nel caso in cui la sinistra governasse col centro, il presidente del Consiglio alza stupefatto gli occhi e replica: «Ma stiamo scherzando?», quasi un impudente eretico avesse cercato di piazzare il suo Vangelo gnostico nel canone biblico. Anche i difensori di Keynes sono additati al disprezzo: non sanno, costoro, che la guerra l’hanno persa anch’essi, nelle accademie e dappertutto? In realtà non è affatto vero che l’hanno persa, e che lo spettro combattuto da Keynes sia finito in chiusi cassetti. Quando in Europa riaffiora la questione sociale – la povertà, la disoccupazione di massa – non puoi liquidarla come fosse una teoria defunta. È una questione terribilmente moderna, purtroppo. La ricetta comunista è fallita, ma il capitalismo sta messo abbastanza male (non quello della guerra fredda: quello decerebrato e svuotato dalla fine della guerra fredda).

domenica 27 gennaio 2013

Cronache dall'Italia in crisi: "Così siamo diventati poveri"

Cronache dall'Italia in crisi:  "Così siamo diventati poveri"

Otto milioni di italiani vivono con meno di mille euro al mese. L’ascensore sociale è tornato indietro di 27 anni. La crisi economica ha massacrato la classe media che si ritrova così a fare i conti con le bollette ammucchiate sul frigo, l’assillo dell’affitto da pagare, la retta dei bambini a scuola. Ecco alcune semplici storie di chi per farcela compra il pane del giorno prima o divide la casa con altre famiglie. Vite di laureati che fanno i baristi e di mariti mandati sul lastrico dal divorzio
di CONCITA DE GREGORIO - larepubblica -
che il ceto medio è scivolato verso l’indigenza, che i padri che pagano gli alimenti dormono in macchine e vanno a mangiare alla Caritas. La novità, oggi, come queste sei semplicissime storie raccontano, è che nell’indifferenza diffusa comprare a metà prezzo il pane di ieri, fare la spesa al super di carne in scadenza e quindi in saldo, nascondere la laurea per trovare un lavoro da 800 euro o laurearsi per poi servire ai tavoli di un pub, al nero, è diventato assolutamente normale.

Tutto intorno è così. L’ascensore sociale non è solo fermo, guasto, bloccato dal malaffare e dal malgoverno. Torna indietro. Non sale: scende. I figli hanno un destino peggiore dei padri, il giovane laureato in Legge, figlio di operai del Sud, ha vergogna a dire che non sa che farsene del suo titolo, non sa come spiegarlo ai genitori. Non va avanti, non può tornare indietro. È il lavoro che manca. È l’unica cosa di cui parlare, la sola di cui una campagna elettorale dovrebbe occuparsi: offrire un progetto per restituire lavoro al Paese. Senza libertà materiale non c’è libertà politica né democrazia. Il resto sono chiacchiere.

LA CASSIERA
"Vedo tanti pensionati a caccia di super-sconti tra i prodotti in scadenza"
"Può scrivere solo il mio nome? Non vorrei passare un guaio, mi manca solo quello. Giovanna. Faccio la cassiera qui da otto anni, delle prime sono rimasta l'ultima. Ora arrivano tutte ragazze che stanno tre mesi meno un giorno, poi cambiano. Contratti di formazione, li chiamano: ti danno due euro, ti "formano", poi ti mandano a casa e avanti un'altra. Così se ne va la giovinezza e poi dopo a quarant'anni dove lo trovi un impiego? Sì, qui nel nostro "super" facciamo gli sconti last minute. Non li ha visti? Sono quelli con il prezzo in giallo. Se il formaggio, o il latte, o la carne sono a 24 ore dalla scadenza costano fino all'80 per cento in meno. Roba da mangiare subito, la sera stessa, prima che vada a male. Ma ancora buona, eh. Guardi, si fermi a guardare: la comprano tutti. Vede, qui a San Giovanni in Laterano, ci vivono moltissimi pensionati. Vengono col borsellino con la cerniera e dieci euro dentro, la busta di plastica da casa. Che poi uno dice pensionati e pensa agli anziani, ma i pensionati che vedo io hanno anche meno di sessant'anni. A 58 anni non sei vecchio, ma se da un giorno all'altro i duemila euro di stipendio diventano 900 di pensione e se hai ancora i figli a casa... Sapesse quante ne sento. Allora per forza devi comprare la carne che scade. Guardi, guardi. Perché non si direbbe, no? Li vedi ben vestiti, poi arrivano alla cassa e fanno passare tre oggetti. Ormai pagano più in monete che in banconote. Abbiamo anche un accordo con le scuole: i punti della spesa si possono devolvere all'istituto di quartiere per il materiale scolastico. Sì, alla scuola pubblica, perché?"

L'OPERATRICE DI CALL CENTER
"Tre donne, quattro figli: con una casa in comune arriviamo a fine mese"
"Mi chiamo Antonia L. Ho 57 anni, una figlia di 18 che vive con me. Ho cominciato a lavorare al call center quando mi sono separata, tre anni fa. Il mio ex marito non è in condizione di darci niente. Prendo, come tutti, 80 centesimi lordi a chiamata. Il mensile dipende da quanto lavoro. Se sono in salute, se ci metto gli straordinari posso arrivare a 800 euro. Ne pagavo 400 di affitto, più un centinaio di bollette varie. Con i 300 euro che restavano a vivere in due non ce la facevamo. Come me le altre, che al call center siamo soprattutto donne, e tante sole con figli. Con due di loro siamo andate a vivere insieme, un paio di anni fa: un appartamento a Cinecittà. In casa siamo tre donne, una ragazza, la mia, e tre bambini. Ciascuna dorme in camera coi figli. Facciamo la spesa a turno, una volta alla settimana, al discount. A turno laviamo, cuciniamo e assistiamo quelli che si ammalano così se una ha il figlio con la febbre può andare lo stesso al lavoro. Ci prendiamo anche una serata libera, a rotazione. Abbiamo una macchina sola, una tv, un computer. Dividiamo tutto, per orari e per giorni. È una specie di comune anni Settanta: solo che allora lo facevamo per scelta, ora per necessità. Mio padre era impiegato, mia madre maestra. Hanno laureato tre figli, avevamo una casetta al mare. Io la mia laurea ho dovuto nasconderla, sennò ero troppo qualificata per ottenere il lavoro. Mia figlia dice che l'università non serve, non so più cosa risponderle. Da ragazza facevo politica, sono stata anche iscritta a un partito. Ora no, a votare non ci vado più".

IL PANETTIERE
"Vendo a metà prezzo il pane del giorno prima: c'è la fila per comprarlo"
"Abbiamo fatto mettere un cartello fuori: "Il pane di ieri a metà prezzo". Ho raccomandato ai dipendenti discrezione per non urtare le suscettibilità di nessuno. Sa com'è: siamo tutti benestanti fino a prova contraria, il paese è piccolo, la gente parla, la dignità non ha prezzo. Però vedo che lo chiedono in tanti, il pane di ieri. Mi chiamo Luigi Di Ianni, ho 64 anni. Facevo il commerciante, qui a Sulmona. Quando sono andato in pensione ho rilevato il forno "Profumo di pane", che è anche una pasticceria. Un'attività di medie dimensioni: tre punti vendita, mia moglie e mio figlio piccolo che mi aiutano e nove dipendenti. Questo Natale è stato un disastro. I dolci prima si vendevano tutti i giorni, ora a stento per le feste e la domenica. Il pane da noi siamo abituati a comprarlo in forme grandi, e si butta. Uno spreco che non ci possiamo più permettere. Mia madre faceva il pane con le patate che durava venti giorni. Allora ho pensato: ma perché abbiamo smesso di fare così? Se avessimo fatto attenzione, in passato, se fossimo stati più sobri... Io le vedo le persone a negozio, la conosco Sulmona. Sta morendo. Siamo in provincia dell'Aquila, abbiamo passato tristi giorni. Molti sono in cassa integrazione, molti hanno i figli che sono tornati a casa, e tocca mantenerli. Io stesso, se guardassi solo i conti, farei meglio a chiudere. È un impegno verso gli altri, l'impresa. È buono ancora, sa, il nostro pane di ieri? E poi il pane è sacro. Non si butta. Vedo che lo chiedono, infatti. E magari dicono per giustificarsi: sa, ci devo fare le polpette, i ripieni. Che importa se non è vero".

L'IMPRENDITRICE FALLITA
"Noi strozzati dai debiti, mio padre si è ammazzato e l'azienda non c'è più"

"Ho scritto a Monti, a Napolitano. Volevo solo che sospendessero le ingiunzioni di pagamento. Mio padre si è ammazzato per quello. Per rimetterci in piedi ci voleva un po' di tempo, un po' di liquidità, soprattutto avevamo bisogno di non essere in mora coi pagamenti. C'è una legge per i casi come il nostro, ho controllato. Ma non è successo niente. Passavano i mesi e le ingiunzioni continuavano ad arrivare. 200 mila. 180 mila euro a volta. Ma creditori di chi? Papà si è sparato. L'azienda non c'è più. E lo sa poi cos'è che lo ha rovinato? L'amministrazione pubblica. I lavori fatti e non pagati. Fatti, consegnati, con la mano d'opera e i materiali pagati: e i pagamenti delle municipalizzate, delle Asl che non arrivavano mai. A nove mesi, a dodici mesi. E se protesti è peggio, perché poi non lavori più. Ma come fai ad aspettare e intanto pagare i contributi ai dipendenti? Da dove li prendi i soldi? E se ritardi la stessa amministrazione pubblica che non ti paga i lavori ti nega la patente di legalità, non ti dà le carte che ti servono per accedere ai crediti bancari. E così muori, perché poi ci sarebbe da parlare dell'usura bancaria, l'usura legale che ti strozza e ti mette in ginocchio ma io non ne voglio parlare perché sono stanca e non ne posso più. Ho un figlio piccolo devo pensare a lui. Avevo pensato di andare via dal mio paese, dalla mia regione che è il Veneto, certo, il polmone produttivo d'Italia, come no. Ma poi dove vado. Mi chiamo Flavia, lasci stare il cognome. Sono stanca, gliel'ho detto. Tanto qui da noi lo sanno tutti chi sono e sono stanca anche di questo. Vorrei solo sparire".

IL SEPARATO
"Lo stipendio da grafico se ne va per mio figlio: adesso vivo di carità"
"Cosa vuole sapere che non abbia già raccontato? Ora vengono tutti a intervistarci come se fossimo bestie nello zoo: "Le case dei padri separati", scrivono nei titoli, e poi sotto sempre le stesse storie, tutte uguali. Cosa c'è di interessante? Non è normale? E poi perché tutti ora? Sono anni che va così e nessuno si è mai occupato di come vive un uomo che guadagna 1200 euro e si separa, deve pagare gli alimenti e mantenere i figli piccoli. Come vuole che viva? Con 300 euro al mese, vive. Oppure va per strada. Dorme in macchina. Sì, va bene, scriva. Mi chiamo Umberto, ho 52 anni, da otto mesi sto in una stanza dei Padri oblati di Rho. Mio figlio ne ha 11 e sta con me una settimana ogni due. La casa l'ho lasciata alla madre. Quando viene qui dormiamo nello stesso letto, anche se ormai è grandino. Ma non protesta. Prima, quando giravo per i divani letto degli altri, era peggio. Sono diplomato: grafico. Lavoro in una ditta, faccio il materiale pubblicitario. Ho provato a cercare un secondo lavoro, ma è un miracolo se sono riuscito a tenermi il primo. Per un periodo sono andato in depressione. Dopo l'apatia mi è venuta su una rabbia pazzesca. Ma come è possibile, dico, che si debba campare di carità? Ho smesso di guardare la tv, a sentire i talk show politici mi montava la furia, il resto è schifezza per addormentarsi. La macchina l'ho venduta, mio figlio a scuola lo accompagno coi mezzi. Lui si vergogna, vuole che scendiamo alla fermata prima della scuola. Non bisognerebbe separarsi mai. Resistere, ingoiare ma restare. Io non ce l'ho fatta, e ora pago".

IL LAUREATO
"Avvocato sulla carta faccio il cameriere per 400 euro al mese"

"Mi chiamo Giuseppe Minafro, ho 24 anni, la mia famiglia è di Sala Consilina, una frazione. Siamo di origine contadina, i miei genitori operai. Ho due fratelli, un maschio e una femmina. Non ci è mai mancato niente. Ho visto i miei lavorare sempre, tanto, ma la domenica a tavola c'era la torta e il vino dolce, d'estate si andava in vacanza al mare, stavamo bene, noi figli abbiamo studiato tutti. Certo che i miei hanno fatto i sacrifici, per noi, specialmente per me che mi hanno mandato a Roma e mi hanno pagato i libri, l'affitto della stanza, i biglietti del treno per andare e tornare. Io mi sono laureato, ora: Giurisprudenza, con una tesi in diritto penale. Abbiamo fatto una festa a casa. Una festa bellissima, con mezzo paese. Tutti a dire che orgoglio, che bellezza Peppino, ora che sei avvocato ci devi rendere giustizia. Ma io non lo faccio l'avvocato e non lo farò mai. Non sono parente a nessuno, come si dice da me. Concorsi in magistratura non ce ne sono. Io quello che faccio è lavorare in un pub dietro Campo dè Fiori. Cameriere la notte: entro alle sette e stacco alle tre del mattino, e prendo 400 euro al mese. Senza contratto, macché. Se rinuncio io entra un altro. Ho una ragazza, dividiamo il fitto della stanza. Dovrei essere contento, ho avuto bei voti alla tesi e tanti complimenti. Però ho un'angoscia dentro che mi porta via. Io l'avvocato non lo faccio ma al paese mio non lo sanno, e ai miei genitori gli dico ancora un po', non salite, aspettate che mi sistemo. Perché come faccio a spiegarglielo a loro, che hanno la terza media, che la mia laurea non mi serve a lavorare?"
(24 gennaio 2013)

martedì 15 gennaio 2013

Ricchezza e povertà, i successi della globalizzazione

Bruno Amoroso* - sinistrainrete -

I. INTRODUZIONE

La produzione e riproduzione continua della povertà avviene oggi su scala globale dentro un sistema di potere che comprende l`economia, le istituzioni, i mass media e anche una parte importante dei centri di ricerca e formazione.

Questo sistema è stato chiamato Globalizzazione ed ha prodotto in cinquanta anni i recinti che delimitano gli ambiti delle nuove ricchezze e dei nuovi privilegi, a scapito degli impoveriti e degli esclusi. Un sistema di apartheid globale che ha trasformato la società dei 2/3 costruita con i sistemi di welfare (dove gli esclusi, i poveri, erano un terzo) nella società di 1/6, mediante la caduta verticale delle condizioni di vita di gran parte della popolazione mondiale (Petrella 1993, Amoroso 1999).

Il fenomeno più eclatante, via via accresciutosi nel corso degli ultimi trenta anni, è stato il crescere della povertà, anche nelle forme più manifeste, all`interno dei paesi industrializzati e dei sistemi di welfare europeo a fronte dell`ulteriore impoverimento e finanche della distruzione fisica delle aree remote e rurali e dei ghetti urbani. Il fallimento del Millennium Development Goal (MDG) che si proponeva di dimezzare la povertà nel mondo è riconosciuto dagli stessi organismi delle Nazioni Unite. Gli obiettivi e le soluzioni pratiche erano stati indicati, il quadro istituzionale istituito e i costi ritenuti sostenibili. Tuttavia l`obiettivo di porre fine alla povertà entro il 2015 appare ormai sempre più lontano e irrealizzabile.

La ricerca delle cause del fallimento è di certo utile, ma non deve offuscare il fatto che si tratta di un piano la cui irrealizzabilità non è dovuta ai numerosi singoli errori certamente presenti ma al ruolo di sussidiarietà che gli era stato assegnato rispetto alle scelte e agli indirizzi dell`economia globale. In tal modo ha finito per svolgere una funzione di oscuramento degli obiettivi e di ammortizzatore del dissenso. Questo è avvenuto alimentando l`illusione di una possibile , , , ecc. mentre, di fatto, si andava affermando una nuova divisione del mondo con i paesi della Triade capitalistica da un lato (Europa, Giappone, e Stati Uniti) saldamente in sella per il controllo delle materie prime e dei nodi strategici dell`economia mondiale, e il resto del mondo alla ricerca dell`accesso a migliori condizioni di vita.

La linea di divisione tra i no-global e i new-global, istituitasi dopo le proteste di Seattle del 1999 contro il vertice dell`Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), si è estesa dai movimenti ai governi e paesi: tra quelli che hanno scelto una linea di sganciamento dalla Triade riprendendo la valorizzazione e la crescita delle loro economie locali e nazionali su linee di rottura dalle politiche economiche neo-liberiste (privatizzazioni e liberalizzazioni) e quanti invece si sono qualificati come i migliori allievi della Banca Mondiale e del Fondo Finanziario Internazionale. Una linea di divisione che si ripropone oggi articolata tra gli , gli e i .

I dati sulla povertà nel mondo indicano con chiarezza che mentre questa è aumentata nei paesi occidentali e aderenti alle politiche neoliberiste del “Consenso di Washington”, diminuzioni significative si verificano in quei paesi che da quelle politiche e da quei sistemi economici si vanno distanziando.

sabato 29 dicembre 2012

Reddito minimo o minimi salariali? Il caso tedesco


- keynesblog -
schroeder
Con le riforme Hartz implementate dal governo socialdemocratico di Gerhard Schröder, il mercato del lavoro tedesco è profondamente cambiato: i lavori a tempo pieno e indeterminato hanno lasciato via via il posto a forme di impiego precarie e sottopagate, integrate dall’assistenza pubblica. Materia su cui riflettere attentamente anche in Italia quando si parla di “reddito minimo garantito” dallo stato e non di minimo salariale imposto per legge ai datori di lavoro. Da Voci dalla Germania

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Krisenvorsorge.com e jjahnke.net ci ricordano le dimensioni della politica di moderazione salariale tedesca e i suoi effetti sociali.
Secondo quanto comunicato da Eurostat il 20 dicembre 2012, la Germania con il 22.2 % ha la quota più alta di lavoratori con un basso salario di tutta l’Europa occidentale. In Francia sono solo il 6.1 %, nei paesi scandinavi fra il 2.5 % e il 7.7 % mentre la media dell’Eurozona è del 14.8 %.
La precaria situazione dei lavoratori tedeschi è confermata anche dai dati sui lavoratori a basso salario con un’istruzione media. E’ evidente che non si tratta solo di un fenomeno legato alla bassa istruzione.
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Il rifiuto da parte del governo di introdurre un salario minimo [cioè un minimo sotto il quale nessun datore di lavoro può assumere un lavoratore, da non confondere con il "reddito minimo garantito"], presente in altri paesi occidentali [non in Italia], la crescita del settore del lavoro in affitto, caratterizzato da precarietà e bassi salari, lo sfruttamento del lavoro femminile, grazie alla più grande differenza in Europa occidentale fra il salario femminile e maschile, la disponibilità del governo a sovvenzionare i bassi salari con i sussidi Hartz IV, sono tutte parti di uno scandalo sociale che non ha eguali in altri paesi europei.
In questo scenario non c’è da meravigliarsi, se il costo del lavoro per unità di prodotto, decisivo per la competitività, ha avuto uno sviluppo decisamente migliore rispetto ai nostri vicini europei. La Germania non ha alcun motivo di esserne orgogliosa, come il governo vorrebbe dare ad intendere.
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La Germania si è allontanata da ciò che un tempo si definiva economia sociale di mercato. Insieme alla Cina è diventata il Pariah dell’economia mondiale: compete in maniera sleale con i suoi partner, rubando posti di lavoro fino a quando questi non saranno costretti a elemosinare gli aiuti finanziari tedeschi. Fino a 20 anni fa una simile situazione sarebbe stata impensabile. La divisione della Germania e la paura del comunismo costringevano il capitalismo tedesco ad avere un maggiore orientamento sociale.
Dati da Eurostat

martedì 25 dicembre 2012

Tutti sanno, tutti zitti: un’analisi sulle condizioni di vita in Italia

- sinistrainrete -


Da qualche giorno sui giornali, nei tg, nei talk show televisivi, la domanda che tutti si stanno ponendo è:“Cosa succederà ora che riscende, per l’ennesima volta, in campo Berlusconi?”, “Il Pd come si comporterà? Riuscirà a vincere ma soprattutto a governare il Paese?”, “Quale sarà il ruolo di Mario Monti nel prossimo futuro?” e ancora “I mercati come si comporteranno ora, come valuteranno il sistema Italia?”.
Tutte domande legittime, per carità, per capire quello che sta succedendo nello scenario pre-elettorale che si sta delineando.

Peccato che siano domande lontane anni luce dai problemi veri.
I problemi di lavoratori, cassintegrati, disoccupati, studenti, famiglie che non possono più permettersi una settimana di ferie lontano da casa (dal 39,8% al 46,6%, dal 2010 al 2011), che non hanno potuto riscaldare adeguatamente l'abitazione (dall'11,2% al 17,9%, in riferimento sempre allo stesso periodo), che non riescono a sostenere spese impreviste di 800 euro (dal 33,3% al 38,5%) o che, se volessero, non potrebbero permettersi un pasto proteico adeguato ogni due giorni (dal 6,7% al 12,3%).
Ma andiamo con ordine.. Stando ai dati forniti dall’Istat nel suo rapporto sui redditi e le condizioni di vita, pubblicato lunedì scorso, nel 2011 il quadro delle condizioni di reddito e di vita in Italia risulta alquanto allarmante.
Il primo dato grave che risalta subito da questa analisi riassume in sé la situazione: nel 2011 il 28,4% delle persone residenti in Italia è a rischio di povertà o esclusione sociale, secondo la definizione adottata nell'ambito della strategia Europa 2020.
Rispetto al 2010 l'indicatore cresce di 2,6 punti percentuali a causa dall'aumento della quota di persone a rischio di povertà (dal 18,2% al 19,6%) e di quelle che soffrono di severa deprivazione (dal 6,9% all'11,1%).

E’ da tener presente che la strategia Europa 2020 è stata messa in campo dalla Commissione Europea proponendosi degli obiettivi importantissimi, come si capisce dalle parole del Presidente della Commissione Europea, Jose Manuel Barroso: “La strategia Europa 2020 punta a rilanciare l'economia dell'UE nel prossimo decennio. In un mondo che cambia l'UE si propone di diventare un'economia intelligente, sostenibile e solidale. Queste tre priorità che si rafforzano a vicenda intendono aiutare l'UE e gli Stati membri a conseguire elevati livelli di occupazione, produttività e coesione sociale. In pratica, l'Unione si è posta cinque ambiziosi obiettivi – in materia di occupazione, innovazione, istruzione, integrazione sociale e clima/energia – da raggiungere entro il 2020..”
A questo la Sora Lella saggiamente risponderebbe: “Annamo bene.. proprio bene!”

Ma andiamo avanti con un’altra carrellata di dati. Il rischio di povertà o esclusione sociale è più elevato rispetto a quello medio europeo (24,2%), soprattutto per la componente della severa deprivazione (11,1% contro una media dell'8,8%) e del rischio di povertà (19,6% contro 16,9%).

Il 19,4% delle persone residenti nel Mezzogiorno è gravemente deprivato
, valore più che doppio rispetto al Centro (7,5%) e triplo rispetto al Nord (6,4%). Nel Sud l'8,5% delle persone senza alcun sintomo di deprivazione nel 2010 diventa gravemente deprivato nel 2011, contro appena l'1,7% nel Nord e il 3% nel Centro, aggiunge l'Istat.

Dati che si commentano da soli.

domenica 16 dicembre 2012

Pochi possiedono troppo, troppi possiedono poco

 rifondazione
poveri10di Antonio Cipriani
Non avete mai il dubbio che la crisi mondiale sia un simulacro? Che sotto il sofisticato meccanismo di spread, mercati e soluzioni drastiche non ci sia niente di quello che ci appare? Che il senso mediatico della crisi basta da solo a governare da solo il sistema mondo? Non si tratta di un riflesso dietrologico, ma di punti interrogativi ad alimentare il senso critico, quindi il senso di appartenenza e di partecipazione a un consesso sociale. A una democrazia.
Beh, a me dubbi affiorano costantemente. Per natura, per educazione al senso critico, perché è troppo fastidioso adagiarsi sull'onda cullante del discorso mediatico.
E oggi, leggendo questa notizia me ne sono affiorati tanti: nel nostro paese la metà della ricchezza è posseduta dal 10% delle famiglie. Di contro, il 50% più povero della popolazione possiede il 9,4% della ricchezza totale.
Viviamo in una società di pochi ricchi che possiedono troppo e troppi poveri che possiedono poco.
Allora se la parola crisi ha un senso, se deve avere un senso che valga non soltanto per gli speculatori e per i gruppi oligarchici che dominano la finanza internazionale, lo deve avere dando il giusto peso alle cose della vita reale. E la vita reale ci dice quello che ha rilevato nella sua indagine sulla ricchezza delle famiglie Bankitalia che dice nel suo documento: "La distribuzione della ricchezza è caratterizzata da un elevato grado di concentrazione: molte famiglie detengono livelli modesti o nulli di ricchezza; all'opposto, poche famiglie dispongono di una ricchezza elevata".
Possiamo parlare di ingiustizia sociale? O il concetto di ingiustizia e di eguaglianza, legato alla disparità estrema di possibilità, è troppo estremista? Allora è troppo estremista anche la Costituzione italiana quando parla di eguaglianza in senso formale: " Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali". E, soprattutto, quando dice: "È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana". Parole chiare, nette contro l'ingiustizia sociale, per un' eguaglianza in senso sostanziale.
Così mi sembra assurdo discutere della rava e della fava mediatica, quando sulla strada della nostra democrazia c'è un macigno di questa portata, che va a violare i diritti fondamentali delle persone. Dice Zygmunt Bauman: "C'è stato un collasso tra le democrazie nazionali (quelle votate dalla gente), e dalle esigenze dei mercati, travolgendo i diritti sociali delle persone, i loro diritti fondamentali". A questo siamo. Al disastro della spoliazione della politica, della trasformazione in dati di fatto di situazioni che un tempo avremmo definito inaccettabili e che in futuro noi e i nostri figli torneremo a definire inaccettabili.
Inaccettabile che pochi detengano il potere economico e di tutto ciò che ne consegue. Che pochissimi e in istituzioni internazionali non democratiche, gestite da persone non elette dal popolo e che non rappresentano quindi esseri umani che vivono nella società possano gestire la vita di tutti. Supportati dai mezzi di comunicazione principali che funzionano come apparato ideologico dei mercati (come delle politiche di guerra), in mano a pochissimi, quindi guidati dagli interessi dei gruppi finanziari che non hanno alcuna necessità che esista una democrazia reale, che origini dalla partecipazione alla politica.
Per concludere, penso sia il tempo di non cullarsi sull'onda mediatica e sulle parole chiave della crisi di sistema. Penso sia il tempo di tornare a separare il grano dal loglio, di riprendersi la politica, la piazza, l'appartenenza a una comunità. Partendo da qualche dubbio. E dalla pratica della libertà, in prima persona, in ogni luogo di lavoro.
da www.globalist.it

sabato 24 novembre 2012

Un milione di famiglie evade. Milioni di pensionati alla fame

- pubblico - 
121121beferadi Domenico Moro
A quanto pare, in Italia pagano le tasse i poveri e non i ricchi. Secondo Befera, direttore dell ’Agenzia delle entrate, ben un milione di famiglie dichiarano reddito zero, mentre oltre 4,3 milioni di dichiarazioni (il 20% del totale) risultano incoerenti, presentando uno scarto tra reddito
dichiarato e consumi effettivi. Le incoerenze sono maggiori per le imprese ed i lavoratori autonomi, che, al contrario di lavoratori dipendenti e pensionati, hanno
maggiori possibilità di sfuggire al fisco. Proprio sulle pensioni il bilancio sociale 2011 dell’Inps rivela un quadro penoso. La pensione media mensile è di 1.131 euro, che scende a 930 euro per le donne e a 920 euro nel Mezzogiorno.
Fra i pensionati, a fronte di un misero 2,9 per cento con pensioni sopra ai 3.000 euro, oltre la metà si posiziona sotto i mille euro. Il 35 per cento prende tra 500 e 1.000 euro e ben il 17 per cento sta sotto i 500 euro. Si tratta di un dato preoccupante, se consideriamo che, secondo l’Istat, la soglia di povertà relativa per una famiglia di due componenti è di 1.011 euro (2011). La povertà assoluta, ovvero la difficoltà a pagarsi il necessario per vivere, per un single è tra i 785 euro mensili di una area metropolitana del Nord e i 590 euro di un piccolo comune del Sud. Non è, quindi, un caso se tra 2010 e 2011, la povertà relativa tra i ritirati dal lavoro, spesso anziani soli o in coppia, è aumentata dall’8,3 al 9,6 per cento, mentre quella assoluta è salita dal 4,5 al 5,5 per cento. Drammatica è la situazione del Mezzogiorno, dove gli anziani poveri oltre i 65 anni salgono in un anno dal 18,6 al 21 per cento. In questa situazione, la questione dell ’evasione fiscale, che vale 120 miliardi annui, si intreccia sia con l’equità fiscale sia con la possibilità di avere risorse sufficienti per sostenere pensioni e redditi bassi e pagare servizi sanitari e di assistenza per le famiglie di lavoratori ed in particolare per gli anziani. Per incitare i più ricchi a fare dichiarazioni dei redditi maggiormente coerenti con il proprio stile di vita, l’Agenzia delle entrate sta introducendo il redditest. Questo sarà imperniato su 100 indicatori di spesa suddivisi in 7 categorie, dall ’abitazione ai mezzi di trasporto, agli investimenti mobiliari, alle spese per il tempo libero, ecc. Da questi indicatori si ricaverà un reddito presunto che non dovrà discostarsi dal reddito dichiarato di oltre il 20%. Anche il nuovo redditometro, lo strumento utilizzato direttamente dal fisco, sarà fortemente incentrato sulle spese effettivamente sostenute dal contribuente. Tutte queste iniziative
sono valide ma presentano un punto debole: non sono accompagnate da una riforma del fisco, che rimoduli lapressione fiscale in modo progressivo rispetto al reddito. Anzi, vengono usate per far meglio accettare la stretta sociale in atto ed in particolare il forte inasprimento della pressione fiscale sui settori più poveri, dovuta all ’aumento dell’Iva e dell’Imu. Ad esempio, l’Imu sulla prima casa peserà anche su chi ha perso il lavoro o ha una pensione a livelli bassi o bassissimi. A Roma, in un quartiere non centrale, l’Imu per una prima casa di 100mq ammonta mediamente a 1.154, a Torino a 1.132 euro, a Napoli a 828 euro, ovvero l’equivalente di una e mezza o due delle mensilità delle pensioni più basse. Quanto al lavoro autonomo, giustamente si pone l’accento sulla sua alta irregolarità, ma non è azzardato dire che anche la tassazione sugli autonomi è, in non pochi casi, veramente eccessiva. Ad esempio, un contratto di collaborazione di pochi mesi come dipendente subisce una pressione fiscale sensibilmente maggiore rispetto ad un contratto come partita Iva, anche se il lavoro è lo stesso. L’evasione fiscale è un fenomeno complesso, che attraversa stratisociali molto diversi tra loro. Certamente è molto più difficile, ma anche socialmente più equo e maggiormente redditizio per il fisco ed il bilancio statale, andare a colpire le multinazionali e le finanziarie che giocano anche sui diversi regimi fiscali esistenti a livello internazionale.
Pubblico - 21.11.12

lunedì 19 novembre 2012

Crisi, i nuovi poveri sono i cinquantenni in giacca e cravatta che dormono in aeroporto

- controlacrisi -
Chi sono i nuovi poveri di oggi? raggiungono l'aeroporto in serata, dopo il lavoro con il loro trolley alla mano, si lavano nei bagni e lì rimangono per la notte fino alla mattina seguente, quando si prepararano, rimettono le loro cose in valigia, salgono su un autobus e si recano a lavoro.

Questa è la vita degli uomini di mezza età che a seguito di una separazione perdono la casa di famiglia e, anche se hanno ancora un lavoro non hanno la possibilità di pagare un altro affitto.

A descrivere questa nuova sfaccettatura della povertà italiana è Alberto Bruno, Commissario provinciale di Milano della Croce Rossa. "Nel 2011 sono state 250mila quelle assistite continuativamente - ma per quest'anno si stima un notevole incremento fornendo loro aiuti alimentari ma non solo. Negli ultimi 2-3 anni - spiega il Commissario Straordinario della Cri, Francesco Rocca - registriamo un forte aumento dei bisogni da parte delle famiglie, che chiedono oltre a beni primari come il cibo, aiuto nel pagamento delle bollette, o per l'acquisto degli occhiali o dei libri per i figli".
"Solo nell'area metropolitana di Milano - dichiara Bruno -distribuiamo aiuti alimentari a 50mila nuclei familiari in stato indigenza, di povertà conclamata e certificata, con un aumento esponenziale di anno in anno. Ma il nostro lavoro rappresenta solo un terzo del fabbisogno, coperto da altre realtà associative, facendo salire dunque a 150mila le famiglie in difficolta' solo nella nostra zona".

"Il welfare - spiega Bruno - è ormai un termine vuoto e una chimera nel nostro Paese, e la crisi colpisce anche il sistema di solidarieta' dei cittadini, così come dell'industria".

Un esempio per tutti: "i supermercati e le catene della grande distribuzione oggi non hanno più eccedenze alimentari, i cibi restano sugli scaffali fino a poco prima della data di scadenza, e le associazioni non possono piu' contare sulle donazioni di quel surplus di cibo da distribuire quotidianamente agli indigenti. Se prima avevamo due uova per due persone, oggi abbiamo un solo uovo per una frittata da dividere in due".
"Le nuove povertà - afferma Rocca - sono una delle principali nuove sfide che stiamo affrontando e dovremo affrontare sempre più nel prossimo futuro. La geografia della povertà, ridisegnata dalla crisi economica è in continuo cambiamento e purtroppo con dati statistici destinati ad aumentare sempre di più. Gli effetti -aggiunge - si fanno sentire infatti sulla classe media italiana che si impoverisce sempre più, ma anche sull'esercito degli 'invisibili', gli immigrati che, magari perdendo il lavoro, faticano ancora di piu' ad integrarsi, e i poverissimi che vengono ancora più marginalizzati. Noi dobbiamo ripartire da lì, da quella zona scura, scurissima, dove migliaia di persone sono costrette a vivere".

"I nuovi poveri devono rappresentare la nostra priorità - aggiunge il Commissario straordinario della Cri - e per loro dobbiamo ridisegnare i nostri interventi, affinche' essi possano recuperare una dimensione di dignita' e di umanita' che le difficolta' economiche e l'emarginazione sociale tendono ad annullare. Anche in Spagna - riferisce - la Croce Rossa ha avviato una campagna, battezzata "Ora più che mai", per far fronte a quella che ormai è più che un'emergenza poverta'".

Quanto alle forze e alle risorse da destinare alla solidarieta': "Oltre al problema economico, amplificato da un welfare carente - sostiene Rocca - la crisi ha toccato in generale anche il volontariato, perche' il precariato diffuso e le difficolta' lavorative si riflettono sulla gestione del tempo degli italiani da dedicare ad attivita' benefiche. Noi siamo abbastanza fortunati - conclude - perché abbiamo circa 25mila giovani e registriamo un aumento del numero di pensionati volontari".

sabato 17 novembre 2012

Povere famiglie

Povere famiglie
121116mensapoveriPiù di una famiglia su tre, il 38%, ha dichiarato di non essere in grado di poter affrontare una spesa imprevista di 800 euro. Quasi la metà, il 46%, di non avere i soldi per una settimana di ferie all'anno. Una sua cinque (il 18%) di non essere in grado di riscaldare adeguatamente la propria abitazione. E più di una su dieci (il 12,7%) addirittura di non poter consumare un pasto a base di carne o di pesce ogni due giorni. Solo un anno fa le famiglie che si trovavano in questa condizione erano il 6,3%, meno della metà. La fotografia scattata dall'Istat, l'Istituto nazionale di Statistica, sulla soddisfazione dei cittadini sulla qualità della loro vita è a tinte fosche. Colpa soprattutto della crisi. Solo il 40,5% delle famiglie giudica la propria situazione economica sostanzialmente invariata rispetto all’anno precedente, mentre cresce dal 43,7% al 55,8% la quota di quelle che dichiarano un peggioramento della proprie condizioni.
Il calo della soddisfazione per la situazione economica registrato nel marzo 2012 si lega al peggioramento avvenuto nel 2011 degli indicatori europei di deprivazione. Si tratta di nove voci individuate dall'Ue: non poter sostenere spese impreviste, non potersi perrmettere una settimana di ferie all’anno lontano da casa, avere arretrati per il mutuo, l’affitto, le bollette o per altri debiti come per esempio gli acquisti a rate; non potersi permettere un pasto adeguato ogni due giorni, cioè con proteine della carne o del pesce; non poter riscaldare adeguatamente l’abitazione; non potersi permettere: una lavatrice, un televisore a colori, un telefono un’automobile. Nel 2010, non si erano registrate variazioni significative della percentuale di individui in famiglie deprivate, cioè quelle con tre o più sintomi di disagio economico. Nel 2011, invece, l’indicatore di deprivazione è cresciuto di 6,2 punti percentuali, raggiungendo il 22,2%, e la deprivazione grave è salita dal 6,9% all’11,1%.
121116istat
E' aumentata la quota di individui in famiglie che dichiarano di non poter sostenere spese impreviste (dal 33,3% al 38,4%). Di quelle che non possono permettersi una settimana di ferie all’anno lontano da casa (dal 39,8% al 46,5%), quella di coloro che affermano di non poter permettersi, se lo volessero, un pasto adeguato ogni due giorni (dal 6,7% al 12,3%) e di quelle che dichiarano di non poter riscaldare adeguatamente l’abitazione (dal 11,2% al 17,9%). Più stabili risultano, invece, gli indicatori relativi sugli arretrati per il mutuo, l’affitto, le bollette o per altri debiti (dal 12,8% al 14,2%) e quelli relativi all’accesso ai beni durevoli. La dinamica appare particolarmente marcata nelle regioni del Mezzogiorno, dove l’indicatore di deprivazione materiale, stabile al 25% tra il 2009 e il 2010, è salito al 36,5% nel 2011.
Alla domanda centrale, ossia da zero a dieci quanto ci si può dire soddisfatti della propria vita, la risposta media è stata 6,8. Rispetto al passato aumentano i divari territoriali e sociali nella diffusione del benessere soggettivo. La flessione è più intensa tra gli strati sociali e nei territori che già facevano rilevare livelli più bassi della soddisfazione per la vita nel complesso.Il Nord presenta un valore medio di soddisfazione pari a 7,0, il Centro pari a 6,8 ed il Mezzogiorno un valore di 6,6. Le regioni con i più elevati livelli di soddisfazione sono il Trentino-Alto Adige (7,4) e la Valle d’Aosta (7,2), mentre la regione con i livelli più bassi è la Campania (6,3).
Se la soddisfazione per la vita nel complesso ha registrato una riduzione rispetto al passato, per ambiti rilevanti della vita quotidiana come le relazioni familiari e amicali i livelli di soddisfazione sono in aumento. Anche la soddisfazione per il tempo libero cresce, mentre quella per salute rimane invariata. . La soddisfazione dei cittadini per le proprie relazioni familiari è sempre stata molto elevata nel nostro Paese. Le persone molto o abbastanza soddisfatte per le relazioni familiari sono il 91,0%, come nel 2011, ma ben il 36,8% si dichiara molto soddisfatto (34,7% nel 2011). Una quota residuale (1,5%) giudica questo tipo di relazioni per niente soddisfacenti. In generale, si tratta di livelli di soddisfazione che non si raggiungono in nessuna altra dimensione della vita dei cittadini.

giovedì 1 novembre 2012

CONTRO LA POVERTA', PER UNA NUOVA EUROPA

CONTRO LA POVERTA', PER UNA NUOVA EUROPA

di Davide Reinacadoinpiedi -

La povertà morde e avanza. Nel 2011 il numero delle persone indigenti è arrivato a 116 milioni e la disoccupazione ha raggiunto livelli insostenibili. L’obiettivo europeo dovrebbe essere quello di generare nuova occupazione e maggiore equità sociale.

Davide  Reina La povertà in Europa morde e avanza. Nel 2011 il numero delle persone indigenti è arrivato a 116 milioni e la disoccupazione ha raggiunto livelli insostenibili, specie tra i giovani: uno su due in Spagna, uno su tre in Italia, e uno su quattro nella maggior parte dei paesi del vecchio continente. Questa è la dura realtà con la quale dobbiamo, tutti noi europei, fare i conti. Insieme con la fine della grande illusione: la crescita. I prossimi saranno anni di crescita zero in Europa. A meno che qualcuno non voglia sostenere che il +1 o il 1.5% sono crescite. Toglieteci l'inflazione e le approssimazioni statistiche, e i dibattiti sui decimali dei PIL assomiglieranno sempre più a sofismi per addetti ai lavori.
In questo scenario l'obiettivo europeo dovrebbe essere quello di generare nuova occupazione e maggiore equità sociale, a parità di PIL. La crescita del tasso di occupazione può infatti realizzarsi anche attraverso miglioramenti qualitativi del PIL. Per esempio, favorendo fiscalmente le imprese a maggiore tasso di occupazione così come quelle caratterizzate, grazie alla loro innovazione e unicità di tecnologia o di prodotto, da una maggiore resilienza dei loro posti di lavoro. Lo stesso, dicasi per l'equità sociale. Basterebbe copiare i paesi scandinavi che l'hanno già realizzata creando welfare efficienti e attenti alle classi meno agiate, senza per questo indebitarsi (infatti, guarda caso, i loro titoli di stato sono tra i più ricercati). E lo stesso, dicasi per l'equità economica. Ancora una volta, guardiamo a nord. La Norvegia e la Danimarca sono i paesi al mondo in cui chi nasce povero ha le maggiori probabilità di diventare benestante nell'arco della vita grazie alle proprie capacità, in cui l'indice di diseguaglianza economico-sociale (l'indice di GINI) è tra i più bassi al mondo, e dove le persone sono praticamente attorniate da un sistema di garanzie sociali e lavorative ma, non per questo, a quei paesi fa difetto l'imprenditorialità. Andate a Copenhagen o a Oslo, e ve ne renderete conto. Quanto al fatto che in quei paesi si paghino più tasse: è una bufala. In Danimarca il prelievo fiscale complessivo sulle imprese è pari al 27,5%, contro il 68,5% italiano.

Intanto, l'inverno alle porte annuncia la prima grande stagflazione nella storia dell'Europa unita: ci attende un tempo di crescita zero e d'inflazione indotta dall'incremento di energia e materie prime, con quasi un giovane europeo su quattro senza lavoro. A questo risultato, ha portato lo squilibrio di potere in favore della rendita finanziaria e a danno del capitale produttivo e dell'occupazione, di questi ultimi vent'anni. Abbiamo creato un capitalismo oligarchico ed esclusivo che premia la rendita e distrugge l'occupazione. Ma abbiamo anche creato un sistema di speculazione sulle materie prime e sull'energia così concentrato, così mal regolato e opportunista, da riuscire a rendere i prezzi dei carburanti, delle derrate alimentari, delle diverse energie, di fatto impermeabili al ciclo economico. In pratica: non appena l'economia riparte i prezzi schizzano verso l'alto, ma quando l'economia entra in recessione i prezzi non scendono. Di conseguenza l'operaio europeo, o il piccolo impiegato, assomigliano molto agli incaprettati della mafia. Durante la recessione infatti, la riduzione del potere d'acquisto associata a diminuzioni o mancati adeguamenti degli stipendi all'inflazione li strangola dall'alto, mentre l'incremento nel costo della luce, del gas, del pane, del latte, delle medicine, della benzina (durante la crisi!!) li strangola dal basso. Il punto è che rispetto agli stipendi, così come rispetto ai prezzi dei beni di prima necessità, operai e impiegati non hanno più nessuna vera forza contrattuale e negoziale. Un mondo su cui non hanno più influenza decide delle loro vite, e li può immiserire a suon di stipendi bloccati e aumenti delle bollette nell'ordine dei 50 (o 100) euro al mese. E quando guadagni mille euro al mese variazioni di questo tipo fanno la differenza tra una vita parca ma dignitosa, e una sopravvivenza miserabile e priva di dignità. A tutto questo si aggiungono le ingiustizie intollerabili proprie del nostro welfare. Per esempio, in Italia un operaio (uno dei pochi fortunati) che guadagna 1.500/2.000 euro al mese paga per un esame del sangue circa trenta euro, mentre un italiano tra i più ricchi ne paga grosso modo il doppio o il triplo. Questo non è accettabile. In una giusta società l'operaio in questione non dovrebbe pagare un euro, e il ricco in questione non dovrebbe avere diritto all'esame del sangue presso pubblico ospedale.

mercoledì 3 ottobre 2012

Congo un paese povero ... uno dei piu' ricchi del mondo ...

Il sangue del Congo che sgorga dai nostri cellulari
121001congodi Valentina Severin
Il sangue del Congo nei nostri cellulari. C’è il sangue di almeno cinque milioni e mezzo di persone nei nostri telefoni e computer di ultima generazione. È il sangue delle milioni di vittime degli eserciti della morte che lottano per spartirsi il Congo e le sue risorse.
UN PAESE RICCO. La Repubblica Democratica del Congo è uno dei Paesi più ricchi del mondo e, al tempo stesso, uno dei più poveri e dei più pericolosi. Un luogo in cui una donna non dovrebbe mai nascere, ma che terrorizza anche gli uomini. Questo travagliato Paese africano vale, per le sue risorse naturali, i suoi minerali e metalli, oltre 24 milioni di milioni di dollari americani. Ricchezza che più di ventuno gruppi armati cercano di controllare e che scivola illegalmente via dal Paese, attraverso confini non controllati, per arrivare all’industria elettronica occidentale e, quindi, nei telefoni cellulari, nei computer e nei lettori dvd che usiamo ogni giorno.
L’ARMA DEL TERRORE. Per mettere le mani sui metalli e i minerali richiesti da Europa e Stati Uniti, i gruppi armati tengono le comunità locali strette in una morsa di terrore ricorrendo agli strumenti di guerra più efficaci ed economici che esistano: gli stupri e gli assassini. Le popolazioni, terrorizzate, non oppongono resistenza a questi signori della morte, che hanno gettato il Congo nel caos. I gruppi armati sono formati per lo più da schiavi, costretti ad arruolarsi dopo aver visto ammazzare le proprie madri e violentare le proprie sorelle e mogli. I soldati tolgono loro qualsiasi affetto e alternativa per costringerli ad entrare e restare nelle loro file.
RESPONSABILITÀ Questa guerra, che dal 1998 a oggi ha mietuto almeno cinque milioni e mezzo di persone, è alimentata e silenziosamente approvata dall’industria elettronica occidentale, che trae più o meno indirettamente profitto dagli eserciti della morte, senza prendersi la responsabilità della provenienza dei materiali che usa per le proprie produzioni.
INGUARDABILE. Per denunciare i crimini contro l’umanità che ogni giorno vengono perpetrati nella Repubblica Democratica del Congo, Synergie des Femmes pour les Victimes de Violences Sexuelles ha raccontato in un cortometraggio la storia di Masika, che è la storia di milioni di donne che abitano nei villaggi congolesi. Il film si intitola “Unwatchable”, inguardabile, titolo che non ha bisogno di troppe spiegazioni.
MASIKA. Stuprata da ventidue soldati, dopo aver visto squartare vivo il marito e aver sentito violentare le figlie, Masika resta in coma sei mesi. Al suo risveglio non ricorda più nulla, ma le figlie rimaste incinta dopo gli abusi la riportano all’orrore di quel giorno. Vinta la tentazione di togliersi la vita, Masika decide di aiutare le donne che hanno vissuto il suo stesso incubo. Masika ha tratto in salvo oltre duecento persone e aiutato oltre cinquemila, tra donne e bambini, vittime dell’efferatezza degli eserciti. E continua la sua lotta nonostante le minacce e le altre violenze che ha subito negli anni, proprio a causa delle sue proteste.
PETIZIONE. Synergie des Femmes pour les Victimes de Violences Sexuelles, piattaforma di 35 organizzazioni congolesi locali di cui fa parte anche Masika, si è ispirata alla sua storia e alla sua testimonianza per girare “Unwatchable” e promuovere una campagna per richiamare l’industria occidentale alle proprie responsabilità. La domanda che Synergie des Femmes fa a tutti noi è angosciante: il nostro cellulare è libero dagli stupri?

domenica 23 settembre 2012

La crisi accorcia la vita

Fonte: il manifesto | Autore: Marco D'Eramo
Per i bianchi poveri si torna alla media degli anni ’50. Pesa il minor ricorso a cure mediche. Gli americani hanno perso in 4 anni il 10% di reddito
Negli Stati uniti i bianchi poveri li chiamano con un nome niente affatto carino: white trash. Ma negli ultimi anni l’espressione sta assumendo un significato meno metaforico: nel senso che la società sta buttando costoro nella pattumiera della storia. Uno studio pubblicato il mese scorso da Health Affairs e ripreso ieri dal New York Times rivela infatti che per le donne bianche senza diploma superiore la speranza di vita è diminuita di ben 5 anni tra il 1990 e il 2008: da 78,5 a 73,5 anni; mentre i maschi bianchi senza diploma devono aspettarsi di vivere 67,5 anni, tre di meno che nel 1990. Sono numeri schiaccianti: secondo un esperto «il calo di cinque anni nelle donne bianche Usa fa il paio con il catastrofico crollo di sette anni nella speranza di vita degli uomini russi subito dopo il collasso dell’Unione sovietica».
Siamo davvero al “postmoderno” e alla fine del “progresso”, non solo della sua ideologia. Eravamo soliti considerare ineluttabile l’allungarsi della vita media, e invece no. La gigantesca redistribuzione del reddito a favore dei ricchissimi si è mangiata i progressi degli ultimi 60 anni in termini non solo di denaro, ma di vita nuda e cruda: le/i bianche/i poveri di oggi sono tornati a quel che negli Usa era la vita media degli anni ’50.
Certo, i dati vanno presi con le molle, perché nel 1990 senza diploma era il 22% dei bianchi, mentre ora sono la metà (il 12%): cioè, oggi senza diploma restano solo i disperati. E però. La speranza di vita dei bianchi (uomini e donne) senza diploma si avvicina ormai a quella dei neri senza diploma, mentre si allontana sempre di più da quella dei bianchi con almeno una laurea breve: le bianche con diploma vivono 10,4 anni di più (83,9 anni) delle bianche senza, e il gap cresce tra i bianchi laureati che vivono 12,9 anni di più (80,4) dei bianchi senza diploma. Peggio di questi ultimi stanno solo i neri senza diploma che possono sperare di vivere solo 66,2 anni, 14,2 in meno dei bianchi laureati. Certo, è terribile pensare che il divario di reddito, di classe e di razza ti porta via più di 14 anni di vita nel paese più potente e più ricco del mondo.
E nel corso degli anni questi distacchi sono cresciuti. L’altra America di cui parlava Michael Harrington nel 1962 è sempre più altra. Con alcune novità: tra i gruppi etnici, gli ispanici si rivelano i più longevi, sia donne che uomini, sia nella popolazione generale che tra i senza diploma: anzi latine/i senza diploma vivono sempre più a lungo, mentre bianche/i muoiono sempre prima.
Tra le cause di questo crollo, c’è in primo luogo il minor ricorso a cure mediche: tra gli adulti in età lavorativa senza un diploma di scuola superiore, nel 1993 non era coperto da un’assicurazione sanitaria il 35%, mentre 13 anni dopo la percentuale era salita al 43. Su questi dati la riforma di Obama sembra non avere ancora inciso: dal 2008 al 2011 nel gruppo tra i 19-25 anni la copertura assicurativa è salita al 71,8% (+ 2,3) perché una parte ha potuto essere coperta sull’assicurazione dei genitori, ma tra i 26-29 è scesa dal 72,3 al 70,3%.
Nel frattempo sono peggiorati tutti gli altri indici: il reddito mediano (è mediano il reddito per cui la metà delle famiglie guadagna di più di esso e l’altra metà guadagna meno di esso) è passato da 53.759 dollari (in dollari costanti del 2011) a 55.039 nel 2007 a 50.502 nel 2011. In 4 anni gli americani hanno perso il 10% di reddito e sono più poveri anche rispetto a 10 anni prima: sono tornati agli anni ’90. Gli statunitensi che vivono sotto la soglia di povertà sono ormai 48,5 milioni su una popolazione di 303,8 milioni, cioè il 15,9%: nel 2007 il 13,0% e nel 2001 erano il 12,1 %. Per i minori sotto i 18 anni i dati sono ancora più pesanti: oggi il 22,2% (cioè 16 milioni di minori) vive sotto la soglia di povertà, contro il 17,6 nel 2007 e il 16,4 nel 2001.
Tutto ciò ci dice due cose. La prima è che la crisi sta scavando un solco sempre più profondo tra le due Americhe e che le “soluzioni” adottate sono sempre più punitive per gli strati più disagiati. La seconda è che la presidenza Obama ha fatto molto poco per contrastare questo trend.

venerdì 21 settembre 2012

«Le persone diligenti non guadagnano abbastanza per vivere»

Ricchi e poveri sempre più lontani
di Stefano Casertano
«Le persone diligenti non guadagnano abbastanza per vivere»; «Anche chi ha un’educazione universitaria deve barcamenarsi tra stage e contratti a termine»; «Il primo 10% delle famiglie più ricche possiede il 56% del patrimonio privato, e la ricchezza deriva per la maggior parte da eredità». Sono alcune delle frasi pronunciate dagli ospiti del salotto di Anne Will, nel talk-show più importante del primo canale tedesco, la sera di mercoledì 19 settembre.
Era presente anche la giornalista Kathrin Fischer, autrice di un libro-denuncia sul declino della classe media tedesca, Generazione laminato.
A ispirare il titolo sarebbe stato il fatto che nel suo appartamento in affitto a Francoforte il pavimento non fosse in parquet.
Non è un tema ispirato da particolari fatti di cronaca, ma da un sentimento d’incertezza economica sempre più diffuso tra la piccola borghesia tedesca. Nonostante record di crescita al 3%, la percezione è che la ricchezza sia distribuita in maniera meno equa rispetto al passato.
Da Anne Will era ospite anche il segretario generale del partito liberale, Patrick Döring, che ha scelto per sé l’impopolare posizione di «difensore dei ricchi» (così la definizione del Berliner Zeitung): la ricchezza sarebbe «frutto del lavoro e della capacità di prendere rischi», tanto che un’imposizione statale per la redistribuzione del patrimonio «finirebbe per danneggiare la classe media», anche perché «la metà delle tasse totali è pagata proprio dal 10% più ricco». Del resto, anche «la corte costituzionale [la stessa istituzione che ha deciso recentemente l’accettabilità della partecipazione tedesca al fondo Esm, ndr] ha stabilito che un’imposizione fiscale superiore al 50% è inaccettabile».
I fatti sembrano indicare che la tesi dell’arricchimento dei più ricchi sia attendibile. Secondo un report del ministero del Lavoro, il 10% delle famiglie più benestanti nel 1998 possedeva il 45% del patrimonio, passato al 53% nel 2008, fino all’attuale 56 per cento. La metà delle famiglie più povere possiede solo l’1% del patrimonio. L’«indice di Gini» descrive la qualità della distribuzione del reddito: più è basso, migliore è la situazione. La Germania è posizionata bene, segnando un «28,3» che la colloca vicina alle economie scandinave – mentre l’Italia, a 36, è paragonabile alla Gran Bretagna. Ma ciò che spaventa i tedeschi è il peggioramento della situazione. Economia esportativa, presenza dei grandi gruppi, finanza di Francoforte e necessità di iper-educazione fanno temere alla classe media che la Germania si stia «americanizzando». Si teme che la ricchezza di pochi aumenti a spese di tutti: il report ministeriale indica come tra il 1992 e il 2012 il patrimonio netto dello stato sia diminuito, mentre quello dei privati sia aumentato del 4,6 per cento.
Uwe Hück, membro del cda di Porsche, anch’egli presente da Anne Will, ha richiamato l’élite tedesca alla «responsabilità». Rispondeva Michael Hüther, presidente dell’Istituto Economico Tedesco, che si potrebbe trattare solo di una «questione relativa». Comprare una lavatrice – ha sostenuto – costa oggi la metà rispetto a una decina di anni fa, tanto che la «nuova povertà» sarebbe «un problema di percezione». Forse Hüther ha ragione: è innegabile che rinunciare al parquet in favore del laminato non è esattamente un problema esistenziale.
Eppure, l’insoddisfazione c’è. Impressiona l’incomunicabilità tra «benestanti» e «borghesia impoverita». Il liberale Döring parla al vento: serve a poco ripetere l’abc di Friedman, se nell’immaginario collettivo sono rimasti gli anni Ottanta, con il reddito in aumento, la BMW in garage e una bella villetta in campagna. Si trattava di altri tempi, con un Occidente in trionfo, senza la concorrenza spietata e sleale del «social dumping» cinese. Non si riesce a immaginare un nuovo modello socialmente sostenibile, che sia in grado di confrontarsi con la situazione attuale. Le riforme degli anni Duemila non hanno risolto la piaga sociale dei «disoccupati di professione»: ormai sono nate «dinastie di disoccupati», in cui non si lavora da tre generazioni. La mobilità sociale, pur tra le più dinamiche al mondo, è in peggioramento.
Alla Germania viene chiesto di guidare l’Europa, ma il Paese stesso si dibatte oggi in una crisi di personalità, che deve essere risolta per proporre un modello vero all’estero. La piccola borghesia tedesca non riuscirà mai davvero a interessarsi dei problemi di Grecia e Spagna, se prima non risolverà i propri.
linkiesta.it

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