Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

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venerdì 21 giugno 2013

Vecchie idee per ricchi, nuove idee per poveri

di Roberta Carlini - sbilanciamoci -

 

Non è vero che l'interesse individuale muove il mondo, non è vero che non c'è altro mondo possibile. La road map di Kaushik Basu “oltre la mano invisibile, per una società giusta”
Di questi tempi, con l'Europa a testa in giù, c'è davvero bisogno di scrivere 369 pagine fitte fitte per dimostrare che il modello economico dominante è fallito? Kaushik Basu pensa di sì, e riempie pagine, librerie e conferenze come astro ormai affermato di quella galassia che è stata definita, con un po' di ironia, degli economisti-guru. Gli economisti popolari, quelli come Krugman, Stiglitz, Sen, quelli che raccontano un'altra verità e finalmente possono gridarla ai quattro venti, ingaggiando anche epiche lotte accademiche contro la scuola di pensiero che tuttora domina università, centri di ricerca e cenacoli governativi. Nel raccontarla, spesso sono brillanti e anche spiritosi, non disdegnano il linguaggio semplice, strizzano l'occhio al coltissimo ma si fanno capire bene anche da chi si è tenuto sempre lontano dalle aule degli algoritmi dell'economia formalizzata. Così è Basu, economista indiano ben inserito nel mondo dell'ortodossia – docente alla Cornell University, senior vicepresident ed economista-capo della Banca mondiale -, autore di un libro eterodosso: Oltre la mano invisibile – ripensare l'economia per una società giusta. Un libro che dichiara nel titolo l'intento di “dimostrare che la scienza che ci ha donato Adam Smith si è fossilizzata in un'ideologia”. Per farlo, compie una dettagliata esplorazione e confutazione della teoria dominante, smantellando dall'interno l'individualismo metodologico che di tale teoria è base e cornice. Nella narrazione, intreccia continuamente logica, teoria economica, storielle popolari e letteratura (quanti sono gli economisti che citano Kafka?). Per arrivare infine a tre proposte concrete e un po' eversive per affrontare quello che lui considera il problema economico n. 1: la povertà.
Tra la povertà e certe idee sbagliate dell'economia c'è un nesso per Basu evidente. “La povertà che esiste oggi nel mondo ha dimensioni inaccettabili. Se il mondo non esplode contro questa ingiustizia è per via degli smisurati sforzi intellettuali profusi per farla apparire accettabile”. E gran parte di tali smisurati sforzi intellettuali ruota attorno all'originario teorema della mano invisibile: quello per cui la somma dei comportamenti singoli spinti dall'interesse egoistico dell'individuo porterà al benessere maggiore per la società nel suo insieme. Ne sono derivati, con costruzioni teoriche via via più sofisticate, varie conseguenze normative tutte tra loro coerenti: che l'iniziativa individuale va limitata e condizionata il meno possibile; che è il mercato a permettere la sistemazione più efficiente delle risorse; che bisognerebbe evitare di intromettersi nei mercati; e che questo è il migliore dei mondi possibili, non essendoci la prova di altri funzionamenti altrettanto perfetti. Se dunque, per avere un'economia efficiente, dobbiamo sopportare un certo grado di diseguaglianza e povertà, rassegniamoci: altre strade sarebbero peggiori, alcune hanno già dimostrato di esserlo.
Senonché, esiste anche un'altra narrazione della mano invisibile. È quella del Processo di Kafka, quella che guida, da posizione occulta, le avventure di Joseph K. “Kafka concorda con Smith riguardo alle forze che possono essere scatenate dalle azioni individuali atomistiche, senza nessuna autorità centrale, ma – scrive Basu - allarga la nostra visione mostrandoci che possono essere non solo forze di efficienza, di organizzazione e di benevolenza, ma anche forze di oppressione e malevolenza”.

martedì 2 aprile 2013

Le lontane radici della disuguaglianza

Pubblicato da keynesblog il
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Il viaggio nelle idee sbagliate che infestano l’economia – quelle che Paul Krugman chiama “idee scarafaggio” – ci porta alla disuguaglianza. Un fenomeno che dura da vent’anni.
di Pier Giorgio Ardeni, da Sbilanciamoci.info

Molti commentatori sostengono che la diseguaglianza è un effetto della crisi: in realtà la diseguaglianza in Italia viene da lontano. Guardiamo l’andamento dell’indice di Gini – che misura la disuguaglianza complessiva tra i redditi delle persone – tra il 1977 e il 2010, ripreso da Inequality Watch (con dati Istat):
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Se dopo la crisi degli anni ’70 e per tutti gli anni ’80 (quelli della spesa pubblica generosa, si dice) ci furono disparità ridotte, dal 1991 in avanti l’aumento della diseguaglianza è stato costante. Vero che dal 2004 la tendenza si era invertita, ma con la crisi il peggioramento è ricominciato. Pochi giorni fa la stessa Banca d’Italia denunciava che nel 2011 la diseguaglianza è ulteriormente aumentata, in un processo di deterioramento cominciato nel 1992. La diseguaglianza crescente non è, quindi, un effetto della crisi odierna ma viene da lontano.
Secondo quanto riferisce l’Ocse nel suo ultimo rapporto sulla distribuzione del reddito percepito, l’indice di Gini per l’Italia nel 2010, pari a 0.46, era secondo solo a quello degli Stati Uniti (vicino allo 0.53) e simile a quello del Portogallo. Questi sono numeri da Paesi in via di sviluppo. Il reddito disponibile (cioè al netto di tasse e sussidi) presenta un quadro migliore, con un indice attorno a 0.33 e l’Italia dietro a Cile, Israele, Stati Uniti, Portogallo e Gran Bretagna, tra i Paesi Ocse. In ogni caso, però, la disuguaglianza dei redditi in Italia è notevolmente superiore alla media dei Paesi Ocse.[1] Nel 2008, il reddito medio del 10% più ricco degli italiani era di 49,300 euro, dieci volte superiore al reddito medio del 10% più povero (4,877 euro) con un aumento della disuguaglianza rispetto al rapporto di 8 a 1 di metà degli anni ’80. Non solo, ma in Italia esiste una notevole disparità tra Nord e Sud in termini di reddito e la diseguaglianza nella sua distribuzione è più pronunciata al sud, il che significa che chi ha un reddito basso e vive al sud ce l’ha molto più basso di chi è ricco ma anche di chi ha un reddito basso al nord. Le cose non cambiano se consideriamo la ricchezza. “Il reddito non basta per due famiglie su tre”, La Repubblica titolava qualche giorno fa, “Bankitalia: in vent’anni povertà triplicata tra i giovani e raddoppiata tra gli affittuari”. Non è dunque solo la “crisi” che ha portato a questo, ma il risultato di un processo cominciato già da tempo e che è venuto consolidandosi nel corso dell’ultimo ventennio. Mario Pianta ha descritto efficacemente questa situazione nel suo recente Nove su dieci (Laterza, 2012) e ne ha anche parlato nel suo ultimo contributo del 19 marzo 2013 su Sbilanciamoci. Maurizio Franzini, in un libro del 2010, ha parlato invece di diseguaglianze inaccettabili: “il coefficiente di Gini era al 29 per cento nel 1991 ed è saltato al 34 per cento nel 1993. Successivamente, si sono avute limitate oscillazioni e una situazione di stazionarietà della disuguaglianza che si è protratta per circa un quindicennio, fino alla crisi del 2008″. Dopo di che, la situazione ha ricominciato a peggiorare. Non un fatto episodico, dunque. Abbiamo visto con le ultime elezioni a quali risultati questo malessere può portare: il paese sopravvive dentro al tunnel dove l’unica luce che vede in fondo è quella delle Cinque Stelle. Sono anni che chi guarda al mondo sa che questa è una tendenza, che l’Italia non è un caso a sé: ma non era forse “we are the 99%” lo slogan di Occupy Wall Street? Ora anche Stiglitz parla de “l’1% che detta legge”, e meno male: il problema è che la malattia ha radici lontane.

domenica 25 marzo 2012

LA DISUGUAGLIANZA IN CINA

di Vincenzo Comito - rifondazione -
Tutti sembrano essere d’accordo sulla constatazione che il sistema economico cinese deve essere profondamente riformato. In quale direzione farlo è una questione sulla quale le opinioni sono invece divise, almeno in parte. Tra le stesse élite dirigenti del paese sembra svolgersi una lotta dura su quali debbano essere le scelte da portare avanti nei prossimi anni, come sembra indicare, tra l’altro, la recente caduta in disgrazia di una delle colonne del regime, Bo Xilai, il quale sostiene che è possibile avere insieme un alto tasso di sviluppo del Pil e un’equa distribuzione del reddito (The Economist, 2012). A nostro parere, una questione fondamentale che richiede un intervento deciso proprio quella relativa alla cattiva distribuzione del reddito tra le varie classi della popolazione e tra le varie realtà geografiche in cui si articola il paese.
Le disuguaglianze sono fortemente aumentate in Cina insieme ai processi di sviluppo; ad esempio, il coefficiente di Gini è passato da 0,28 nel 1981 a 0,41 nel 2003 e a 0,47 più di recente (secondo alcuni, avrebbe perfino superato il livello di 0,50). Come è noto, un valore di 0 indica una concentrazione nulla dei redditi e un valore di 1 invece una concentrazione massima. E’ poi molto rilevante la differenza di redditi tra città e campagna. Il rapporto relativo è salito al livello di 3,3 ad 1 nel 2008, la soglia più alta dal momento in cui, circa trent’anni prima, erano state avviate le riforme economiche. Inoltre vanno segnalate le grandi differenze registrabili tra la parte costiera e le regioni più interne del paese (De Vreyer, 2009). Per quanto riguarda il Brasile, l’indice di Gini si colloca a un livello ancora più elevato, intorno a 0,53, posizionando il paese tra quelli con le maggiori disuguaglianze di reddito del pianeta. L’indice comunque è diminuito regolarmente, anche se molto moderatamente, negli ultimi nove anni. Le disuguaglianze toccano anche la dimensione geografica, con un Nord sostanzialmente rurale, povero e con un tasso di scolarizzazione limitato e un Sud più industrializzato, opulento, scolarizzato (Lambert, 2010). La Russia, infine, ha seguito, sul piano della distribuzione del reddito, un percorso per molti versi simile a quello cinese. Dopo la caduta del comunismo, l’indice di Gini è aumentato del 46% in relativamente pochi anni e da allora ha continuato a crescere; oggi esso può essere stimato intorno al valore di 0,42. A livello territoriale, le maggiori disuguaglianze si registrano tra le grandi città, in particolare Mosca, i cui livelli di reddito si vanno avvicinando a quelli delle metropoli dei paesi occidentali, e il resto del paese, che rimane molto indietro (Comito, 2011). Per quanto riguarda l’India, infine, l’indice di Gini si colloca sorprendentemente intorno alla cifra di 0,31-0,32 per qualche fonte, intorno a 0,37 per qualche altra, comunque a un valore inferiore a quello degli altri paesi, mentre a livello territoriale si riscontrano, come nel caso della Cina, delle grandi differenze tra le zone costiere e quelle più interne. Le tendenze alla differenziazione, comunque, sembrano in aumento anche in tale paese. La situazione dei vari paesi del BRIC appare dunque abbastanza differenziata, anche con la presenza di tendenze diverse da paese a paese.

venerdì 3 febbraio 2012

Oltre i confini della disuguaglianza

di Cinzia Sciuto micromega
La crisi economica nella quale ci stiamo ormai abituando a vivere ha avuto almeno il merito di riportare sulla ribalta del dibattito pubblico un concetto che negli anni passati era decisamente fuori moda: quello della disuguaglianza. La letteratura sul tema si moltiplica e la parola occupa sovente le prime pagine dei giornali. «Disuguaglianza» è un concetto eminentemente relazionale, ha bisogno di almeno due termini di confronto, bisogna sempre individuare un «noi» e un «altri», nei confronti dei quali «misurare» il grado di maggiore o minore disuguaglianza. E nel compiere quasta operazione si delimita anche l’ambito all’interno del quale la disuguaglianza costituisce un problema politico.

Nelle nostre società questo perimetro è rappresentato dal confine dello Stato nazionale: la disuguaglianza tra «noi» e i nostri concittadini è un problema politico rilevante, quella – spesso sconfinata – tra «noi» e i cittadini di altri Stati è una questione di ordine tuttalpiù filantropico, non certo politico. Ulrich Beck – in un recente, agile libretto pubblicato da Laterza dal titolo Disuguaglianza senza confini – ha il merito di porre la questione delle «frontiere della disuguaglianza». Un regime di disuguaglianze può reggere finché esso trova in qualche modo un principio che lo legitimi, rendendolo «tollerabile»: all’interno di un paese è il sistema economico e la struttura sociale che «legittima» la disuguaglianza nazionale, rendendola accettabile proprio finché essa non raggiunge un livello tale da mettere a repentaglio l’ordine e la coesione sociale.

E cos’è che legittima la disuguaglianza globale? «Il principio dello Stato nazionale», risponde Beck. Ma assumere il «principio dello Stato nazionale», sostiene il sociologo tedesco, è un errore metodologico che distorce la realtà, impedendoci di capire i fenomeni nella loro complessità. Guardare alla disuguaglianza globale in una prospettiva cosmopolitica – che dia peso «politico» alle disugaglianze al di là delle frontiere nazionali – è quindi per Beck una questione di realismo, prima ancora che di giustizia. Beck ce l’ha innanzitutto con la sociologia e con il suo «nazionalismo metodologico», incapace di dare forma e dunque di rendere comprensibili fenomi come le migrazioni (nel quale rientra anche la cosiddetta «fuga dei cervelli»), il terrorismo internazionale, il mutamento climatico. Tutti fenomeni che travalicano e spesso travolgono le frontiere nazionali e che solo una prospettiva cosmopolitica «che includa gli altri» può tentare di spiegare. Un cosmopolitismo metodologico dunque, che non è affatto detto che si porti dietro un «progetto cosmopolitico».

La «cosmopolitizzazione» – che, spiega Beck, «si riferisce agli effetti collaterali sociologicamente più rilevanti della globalizzazione, in primo luogo il confronto involontario con l’altro» – è un fatto, ma questo non significa che siamo diventati tutti cosmopoliti. Anzi, la cosmopolitizzazione di fatto ha provocato ondate di rinazionalizzazioni un po’ in tutto il mondo. Ciò non toglie che togliersi gli occhiali dello Stato nazione per indossare quelli del «cosmopolitismo metodologico» è un primo indispensabile passo verso la comprensione dei fenomeni globali. E senza la comprensione è impossibile anche l’azione.

Ulrich Beck, Disuguaglianza senza confini, Laterza 2011, euro 9

(2 febbraio 2012)

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