Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!

giovedì 1 novembre 2012

CONTRO LA POVERTA', PER UNA NUOVA EUROPA

CONTRO LA POVERTA', PER UNA NUOVA EUROPA

di Davide Reinacadoinpiedi -

La povertà morde e avanza. Nel 2011 il numero delle persone indigenti è arrivato a 116 milioni e la disoccupazione ha raggiunto livelli insostenibili. L’obiettivo europeo dovrebbe essere quello di generare nuova occupazione e maggiore equità sociale.

Davide  Reina La povertà in Europa morde e avanza. Nel 2011 il numero delle persone indigenti è arrivato a 116 milioni e la disoccupazione ha raggiunto livelli insostenibili, specie tra i giovani: uno su due in Spagna, uno su tre in Italia, e uno su quattro nella maggior parte dei paesi del vecchio continente. Questa è la dura realtà con la quale dobbiamo, tutti noi europei, fare i conti. Insieme con la fine della grande illusione: la crescita. I prossimi saranno anni di crescita zero in Europa. A meno che qualcuno non voglia sostenere che il +1 o il 1.5% sono crescite. Toglieteci l'inflazione e le approssimazioni statistiche, e i dibattiti sui decimali dei PIL assomiglieranno sempre più a sofismi per addetti ai lavori.
In questo scenario l'obiettivo europeo dovrebbe essere quello di generare nuova occupazione e maggiore equità sociale, a parità di PIL. La crescita del tasso di occupazione può infatti realizzarsi anche attraverso miglioramenti qualitativi del PIL. Per esempio, favorendo fiscalmente le imprese a maggiore tasso di occupazione così come quelle caratterizzate, grazie alla loro innovazione e unicità di tecnologia o di prodotto, da una maggiore resilienza dei loro posti di lavoro. Lo stesso, dicasi per l'equità sociale. Basterebbe copiare i paesi scandinavi che l'hanno già realizzata creando welfare efficienti e attenti alle classi meno agiate, senza per questo indebitarsi (infatti, guarda caso, i loro titoli di stato sono tra i più ricercati). E lo stesso, dicasi per l'equità economica. Ancora una volta, guardiamo a nord. La Norvegia e la Danimarca sono i paesi al mondo in cui chi nasce povero ha le maggiori probabilità di diventare benestante nell'arco della vita grazie alle proprie capacità, in cui l'indice di diseguaglianza economico-sociale (l'indice di GINI) è tra i più bassi al mondo, e dove le persone sono praticamente attorniate da un sistema di garanzie sociali e lavorative ma, non per questo, a quei paesi fa difetto l'imprenditorialità. Andate a Copenhagen o a Oslo, e ve ne renderete conto. Quanto al fatto che in quei paesi si paghino più tasse: è una bufala. In Danimarca il prelievo fiscale complessivo sulle imprese è pari al 27,5%, contro il 68,5% italiano.

Intanto, l'inverno alle porte annuncia la prima grande stagflazione nella storia dell'Europa unita: ci attende un tempo di crescita zero e d'inflazione indotta dall'incremento di energia e materie prime, con quasi un giovane europeo su quattro senza lavoro. A questo risultato, ha portato lo squilibrio di potere in favore della rendita finanziaria e a danno del capitale produttivo e dell'occupazione, di questi ultimi vent'anni. Abbiamo creato un capitalismo oligarchico ed esclusivo che premia la rendita e distrugge l'occupazione. Ma abbiamo anche creato un sistema di speculazione sulle materie prime e sull'energia così concentrato, così mal regolato e opportunista, da riuscire a rendere i prezzi dei carburanti, delle derrate alimentari, delle diverse energie, di fatto impermeabili al ciclo economico. In pratica: non appena l'economia riparte i prezzi schizzano verso l'alto, ma quando l'economia entra in recessione i prezzi non scendono. Di conseguenza l'operaio europeo, o il piccolo impiegato, assomigliano molto agli incaprettati della mafia. Durante la recessione infatti, la riduzione del potere d'acquisto associata a diminuzioni o mancati adeguamenti degli stipendi all'inflazione li strangola dall'alto, mentre l'incremento nel costo della luce, del gas, del pane, del latte, delle medicine, della benzina (durante la crisi!!) li strangola dal basso. Il punto è che rispetto agli stipendi, così come rispetto ai prezzi dei beni di prima necessità, operai e impiegati non hanno più nessuna vera forza contrattuale e negoziale. Un mondo su cui non hanno più influenza decide delle loro vite, e li può immiserire a suon di stipendi bloccati e aumenti delle bollette nell'ordine dei 50 (o 100) euro al mese. E quando guadagni mille euro al mese variazioni di questo tipo fanno la differenza tra una vita parca ma dignitosa, e una sopravvivenza miserabile e priva di dignità. A tutto questo si aggiungono le ingiustizie intollerabili proprie del nostro welfare. Per esempio, in Italia un operaio (uno dei pochi fortunati) che guadagna 1.500/2.000 euro al mese paga per un esame del sangue circa trenta euro, mentre un italiano tra i più ricchi ne paga grosso modo il doppio o il triplo. Questo non è accettabile. In una giusta società l'operaio in questione non dovrebbe pagare un euro, e il ricco in questione non dovrebbe avere diritto all'esame del sangue presso pubblico ospedale.

Di esempi paradossali come questo ce ne sono a bizzeffe, in particolare in Italia, ma sempre di più anche negli altri paesi UE. La società europea, la grande civiltà che ha inventato il welfare come risposta alle miserie Dickensiane, ai volti patiti e stravolti dalla fatica dei minatori inglesi di fine '800, si è smarrita. Si è sciolta come neve al sole di fronte al venir meno del grande contrappeso politico del blocco sovietico, alla fine del XX° secolo. I principi e le leadership, comprese quelle politiche, hanno abdicato di fronte a un interesse economico e a un mercato supposti essere non solo razionali, ma addirittura illuminati. In una sorta di darwinismo economico, sociale, politico in cui hanno trionfato i risultati trimestrali, i sondaggi sui trend, i cicli elettorali di quattro anni in quattro anni. Questa Europa, non poteva certo ritrovare la "terza via". Quella terza via intravista da Adenauer, Schumann e De Gasperi fin dagli anni '50. O da Olof Palme e dal cancelliere Schmitt negli anni '70 e '80. Persino De Gaulle, pur nella sua Europa delle patrie, era uomo che avrebbe combattuto con forza la scomparsa della Douce France e di un'idea di assistenza vera ed equanime per i più deboli. Non avrebbe mai acconsentito, un De Gaulle, a che il paese che per secoli si è fatto giustamente vanto della frase "liberté, égalité, fraternité", diventasse un paese in cui quella frase è, nelle sue periferie, tradita e disattesa. Un De Gaulle avrebbe detto, a certi miliardari che minacciano di andarsene per le troppe tasse francesi, che la Francia può anche fare a meno di loro. E che i principi così come una certa idea di civiltà, non sono in vendita. Solo dei politici tremebondi e opportunisti, unicamente interessati al loro ciclo elettorale, avrebbero potuto acconsentire alla costruzione di una società europea impietosa e smarrita come quella attuale.

In questi ultimi dieci anni, con uno di quei grandi paradossi che a volte la storia ci propone, l'ingresso senza né vincoli né regole vere della Cina nel WTO, fatto con la colpevole complicità di Europa e Stati Uniti, si è tradotto in un grande arricchimento del capitale e in un altrettanto grande impoverimento del lavoro dipendente, in Europa come negli Stati Uniti. Ora gli Stati Uniti sembrano averlo capito, e pare che apporteranno (sempre che vinca Obama) precipitosamente delle correzioni di rotta. Noi no. Ci trastulliamo con dei fiscal compact, growth compact, compact qualchecosa che ricordano molto i lambiccamenti leziosi e distaccati di moderni mandarini europei. Grandi funzionari che, dall'alto dei loro meeting e con freddezza, spostano tassi d'interesse, dibattono di grandi aggregati numerici e svaporano in nuvole matematiche vite, sofferenze, dignità delle donne degli uomini di questa Europa. A tutto questo, noi europei giovani e vecchi, uomini e donne, dovremmo dire basta. E dirlo, non per precipitare in un populismo di ritorno, ma per gridare tutta la nostra indignazione e, insieme con essa, le nostre idee e progetti per un futuro diverso da questo. Non è detto meno faticoso, non è detto meno irto di preoccupazioni, dubbi, discussioni, ma diverso. Diverso perché animato da un nuovo avvenire. L'Europa ha bisogno del sogno di una buona e giusta società attorno alla quale riunirsi, con la consapevolezza che a quella tavola tutti avranno diritto di sedersi e di essere trattati con pari dignità. Quando la vita si fa dura, sono proprio i diritti di base come istruzione, sanità, salario minimo, assistenza a dovere essere garantiti. Altrimenti è la barbarie sociale. Il sogno di un'Europa nuovamente solidale è l'idea di avvenire attorno alla quale coagularsi e ritrovare slancio. Non certo il futuro di una società nella quale ci si divide tra quelli che ce la fanno e quelli che no. Non certo, una società di sommersi o di salvati in subordine a un capitalismo finanziario manovriero e distaccato.

E' bene ricordarci che il PIL è fatto prima di tutto di persone con la loro dignità, oltre che di percentuali e di tassi d'interesse. Per questo andrà combattuta, con ogni mezzo e con ogni energia, la nuova stagflazione europea: un ciclo economico di stagnazione associato a perdita di posti di lavoro e contestuale inflazione, indotta da energia e materie prime. La ragione è che un'inflazione di questo tipo è molto più dolorosa per i poveri e per il ceto medio: un incremento dell'energia elettrica, del gas, dei carburanti o del pane e del latte colpisce allo stesso modo l'operaio che guadagna mille euro al mese e il miliardario che guadagna un milione di euro al mese. Solo che, 150 euro complessivi di aumento al mese di acqua, luce, gas, benzina, pane e latte corrispondono a un prelievo forzoso (e obbligato) del 15% (tantissimo) sul reddito di mille euro di quell'operaio, e dello 0,015% (niente) sul reddito di un milione al mese del ricco. Dov'è la giustizia sociale in questo caso? Va a farsi benedire. Se poi associamo questo meccanismo a un posto di lavoro che, nella migliore delle ipotesi, è retribuito quanto dieci anni fa ed è sempre più incerto nelle sue tutele, quello che otteniamo è una situazione nella quale il ceto medio assomiglia tanto ad un condannato a morte cui il boia domandi se preferisca morire di lama (riduzione dello stipendio/lavoro più incerto e licenziabile) o di corda (aumento dei prezzi delle tariffe energetiche e dei beni di prima necessità). Naturalmente il poveretto reagisce nell'unico modo in cui, a quel punto, reagirebbe chiunque si ritrovasse nella sua situazione: riducendo al minimo i consumi. Che è esattamente quello che sta succedendo in tutta l'unione europea (Germania, ma solo per ora, esclusa): un crollo della domanda interna indotto dalla sparizione della classe media europea, vessata fiscalmente e preoccupata per il proprio posto di lavoro. E da lì che bisogna ripartire per ricostruire. La stabilità europea, il suo benessere sociale ed economico, la robustezza e qualità del suo tasso di occupazione, dipendono dalla rigenerazione (per l'Italia, la "rianimazione") di una classe media oggi scomparsa. E chi pensa che a questo si possa ovviare attraverso l'export verso Cina e India o gli altri membri dei BRICS, non ha capito nulla. "Do the math" direbbero gli inglesi. Possiamo fare tutto l'export che vogliamo (e faremmo pure i conti senza l'oste, assumendo che cinesi, indiani e brasiliani ci lascino fare quello che vogliamo in casa loro nei prossimi anni), ma la dimensione assoluta in termini di caduta della domanda interna nell'EU è così grande che questo non basta e non basterà. O si ricrea domanda interna, o saranno dolori.

Dal 2008 a giugno 2012 il tasso di disoccupazione in Europa è passato dal 7% al 10,4%: la crisi ha prodotto in tutta Europa oltre 25 milioni di disoccupati, 18 milioni dei quali nell'Eurozona. E non c'è solo l'incubo della perdita del posto di lavoro a preoccupare noi europei: oggi avere un nuovo lavoro significa, sempre di più, avere un lavoro temporaneo. In Europa ormai si crea solo lavoro precario: circa il 94% dei posti di lavoro creati nel 2011 e' part-time, ed è una situazione che riguarda persone dai 15 ai 64 anni di età. Inoltre, quattro giovani lavoratori su dieci (il 42,5%) hanno contratti a tempo determinato. Ancora una volta, questa situazione è lo specchio dell'esagerato margine di manovra, praticamente incondizionato, che si è lasciato al capitale e a danno del lavoro. E il capitale se n'è approfittato. Il capitalismo globale si comporta come una locusta. Se lo si lascia completamente libero di fare, diventa perfettamente opportunista. Ma, come scrisse già trent'anni fa George Gilder nel suo magnifico libro, "Ricchezza e povertà", un'economia sana non se ne fa nulla di un capitale opportunista. Il capitale opportunista è fuggevole, mutevole, non costruisce ma sfrutta. Arriva con il vento e se ne va via con il vento, lasciandosi dietro macerie. Abbiamo bisogno di stabilizzare gli investimenti e i capitali. Gli investitori e i prestatori di capitale non devono assomigliare a cavallette che calano sui campi li sfruttano e se vanno, ma a contadini lungimiranti, saggi e pazienti che valorizzano quei poderi. E abbiamo anche bisogno di un grande spostamento degli impieghi bancari, da finanza a produzione, da rendita a rischio, da chi possiede ma è povero di idee a chi non possiede ma ha idee e voglia di fare. Quello che sfugge nella situazione attuale non è tanto la portata del problema, quanto quella dell'opportunità mancata. Dobbiamo renderci conto che forse, mai come oggi nella storia, abbiamo un circuito del denaro e degli impieghi bancari così lontano dal capitale di rischio e dal lavoro produttivo. Se si potesse cambiare anche solo di una piccola percentuale la destinazione di questi impieghi di denaro, i benefici per il sistema industriale e per il tasso di occupazione sarebbero molto rilevanti. Questo, d'altronde, è sempre stato il ruolo delle banche: prestare denaro al lavoro produttivo e alle imprese. E a questo occorre ritornare.

Oggi ci trastulliamo con concorsi in "start up" che prevedono la partecipazione di cento, duecento, trecento idee, per poi premiare le prime tre start up (medaglia d'oro, medaglia d'argento, medaglia di bronzo, sic!) con 100.000 euro a testa. Oppure lanciamo piani di sostegno alle start-up a livello nazionale, con cento milioni di euro di dotazione iniziale del fondo pubblico. Non scherziamo. Nel primo caso stiamo facendo della buona pubblicità, nulla di più. Nel secondo caso stiamo facendo la cosa giusta, ma con una dotazione di capitale del tutto insufficiente per invertire il declino occupazionale e produttivo di una delle prime dieci economie del mondo. Cento milioni di euro erano la dotazione iniziale del fondo pubblico per le start up dello stato di Israele, che ha un PIL che è un decimo di quello italiano, quindici anni fa. Ma dove vogliamo andare?. Quello di cui avremmo bisogno è costringere, con le buone o con le cattive, le nostre banche a impiegare ogni anno una cifra intorno al 5-10% dei loro prestiti complessivi, in finanziamenti a idee e piccole start up, proposte da giovani privi di garanzie reali ma ricchi di professionalità, inventiva, visione di mercato. Questa, è la portata dello spostamento degli impieghi all'interno del sistema bancario, di cui avremmo bisogno per generare nuova occupazione stabile in Italia. Altro che concorsi per aspiranti imprenditori che sconfinano nella "start up propaganda" (seppure a fin di bene), o fondi pubblici per le nuove imprese palesemente sottodimensionati rispetto alle necessità del nostro sistema paese. Naturalmente, questo ri-orientamento degli impieghi andrebbe concordato a livello europeo. E d'altro canto, dovrebbe essere di tutto interesse anche per il resto dell'Europa il tornare ad avere un capitale di prestito alleato delle nuove idee e delle piccole imprese. C'è il problema dei vari "Basilea"? Cambiamoli.

Visto che, tutte le ricerche e analisi fatte in questi anni, dimostrano che sono le start up e le piccole imprese a produrre incrementi nei tassi dell'occupazione, alla faccia delle multinazionali e delle grandi imprese le quali, invece, quando va bene sono a saldo zero tra posti di lavoro distrutti e posti di lavoro creati. Utopia? La storia ci dice di no. Il giorno dopo il terremoto di San Francisco (che rase al suolo l'intera città con le sue fabbriche) del 1906, l'allora fondatore della neonata Bank of America, un immigrato italiano di prima generazione che rispondeva al nome di Amadeo Giannini, riaprì la filiale e vi appose il cartello "qui si fanno prestiti all'impresa e al lavoro". Con quella filosofia, nei decenni successivi, la Bank of America divenne la prima banca degli Stati Uniti. E mai quella banca si trovò, in quegli anni, in cattive acque, perché i crediti alle buone idee e alle piccole imprese raramente non vanno a buon fine. E se accade, è il numero stesso dei tanti soggetti ai quali si è prestato il denaro che mitiga il rischio e lo neutralizza, mentre il ritorno sugli impieghi rimane costante e robusto nel tempo. Questo è fare il banchiere. Ed è esattamente a questo che dovremmo tornare, e in fretta.

Ma per combattere la stagflazione che ci attende con l'inverno alle porte tutto questo non basta, perché agisce contro il ciclo recessivo ma non contro quello inflattivo. Occorre anche che a livello europeo ci s'interroghi sul ruolo dei mercati speculativi delle materie prime e sulle loro conseguenze negative, oltre che per la competitività delle industrie, anche per la vita delle persone. Io credo che la speculazione sulle materie prime sia ancora più pericolosa, per noi cittadini, di quella sui titoli di stato. Questo, almeno per due ragioni. Primo: la leva speculativa esasperata consentita sui prezzi delle materie prime (petrolio, metalli, derrate alimentari) è alla base del rimbalzo esagerato verso l'alto che esse hanno avuto in uscita dalla crisi 2008, e in questi ultimi tre anni. E chi ci racconta la storia che questo rimbalzo è dovuto alle aspettative di scarsità di materie prime a fronte della crescita dei BRICS, ci racconta una bugia. In questi casi, infatti, l'entità del rimbalzo è tutto. E l'entità che tutti noi abbiamo sopportato in questi anni, con incrementi nell'ordine del + 30 o +50%, non si giustifica certo con le aspettative di crescita di quei paesi. Morale della favola: tutti noi cittadini europei e americani abbiamo sopportato, ma in particolare i ceti meno abbienti, un incremento del costo della vita indotto dalle speculazioni dei traders i quali, mentre si arricchivano, impoverivano noi. E questo incremento nel costo della nostra vita indotto dagli aumenti nei prezzi di energia e beni di prima necessità, sommato agli inasprimenti fiscali dei nostri governi costretti (sempre dagli speculatori) al rientro troppo accelerato dei debiti pubblici, sono i due fattori alla base dell'impoverimento di massa del ceto medio europeo, e della sua progressiva scomparsa quale soggetto trainante della domanda interna nel vecchio continente, in questi ultimi tre anni. Fine della storia. Arriviamo ai giorni nostri: crollo della domanda interna e stagflazione incombente. Con, e qui sta il problema, gli speculatori ancora liberi di agire a briglia sciolta. Ecco perché, nonostante i primi segnali di discesa nei prezzi delle materie prime e in uno scenario economico molto simile a quello del 2008, questi prezzi sono ancora ben più alti rispetto a quelli di quel periodo. In mercati efficienti invece, la crisi dovrebbe almeno avere la conseguenza positiva di far scendere velocemente i prezzi delle materie prime sviluppando una deflazione che, quantomeno, allevierebbe il disagio dei meno abbienti. Questo però non sta avvenendo. Qual è, infatti, l'interesse di uno speculatore che ha scommesso come un dannato al rialzo per anni? Quello di contrastare il trend al ribasso per mantenere le proprie posizioni o per rinviarle, sperando in una ripresa. Certo, ci sono anche gli speculatori al ribasso, ma siccome il mercato della speculazione è concentrato, e dal 2009 a oggi hanno investito tutti come matti al rialzo, oggi non è nell'interesse della maggior parte degli operatori una gelata nel prezzo delle materie prime. Sarebbe un disastro per molte banche, hedge fund, traders che, sui contratti al rialzo, hanno fatto soldi a palate in questi ultimi tre anni e mezzo. Se a questo aggiungete il fatto, non trascurabile nel nostro paese, di mercati dell'energia e delle derrate alimentari che non sono veramente concorrenziali, ottenete il risultato paradossale e scandaloso di prezzi delle materie prime e dei beni di prima necessità che non scendono, nonostante la crisi, mentre i nostri stipendi e retribuzioni invece sì. Insomma: oltre al danno la beffa. Anche qui, chi ci racconta la storia che in realtà i mercati sono comunque efficienti, perché alla fine prima o poi i prezzi delle materie prime scenderanno, ci racconta una bugia. In economia, infatti, oltre all'entità dei fenomeni conta la loro tempistica. E che ce ne facciamo noi, di mercati delle materie prime che si adegueranno con comodo, quando ormai la frittata sarà fatta?.

Il problema di questi mercati, del tutto inefficienti e isterici, e che si adeguano con ritardo e in modo esagerato. Questo è il problema. Per cui è molto probabile che assisteremo a una procrastinazione nella discesa dei prezzi, per poi vedere una ripida e improvvisa discesa dei medesimi, accentuata dalle cattive notizie che ci giungeranno dalla Cina e dall'India in termini di crescita attesa dei loro PIL per il 2013. Alcuni dati, ci sono utili per comprendere la portata di questo fenomeno di esagerazione-procrastinazione-manipolazione dei prezzi: ad aprile 2011, anno su anno, il prezzo al barile del petrolio era aumentato del 37%, quello delle derrate alimentari del 47% (47%! non è che per il 2012 la crescita attesa del PIL mondiale fosse della stessa entità...), quello dei metalli del 20%. A oggi, il prezzo del petrolio al barile è di circa il 50% superiore al dato di metà 2009, mentre quello delle materie prime (alimentari e non) e superiore di circa un 30%. Il punto è che il ciclo economico attuale non giustifica certo questi valori, i quali dovrebbero invece essere allineati, se non addirittura inferiori, a quelli di metà 2009. Chi sta pagando questa inefficienza del mercato indotta dalla speculazione? Noi cittadini. E siccome in economia non contano solo la direzione dei fenomeni macro-economici (crescita, recessione, inflazione, deflazione) ma anche la loro entità e tempistica, se non si pongono dei correttivi (e in fretta) lo scenario europeo 2013 è la recessione associata a inflazione. In una parola: la stagflazione. Certo, non sarà un'inflazione a due cifre come quella degli anni '70. Quando però il tuo stipendio scende e le tasse aumentano basta poco, anche un incremento dei prezzi nei beni di prima necessità del 2-3%, per farti del male. Una brutta situazione, dunque.

Quale potrebbe essere una possibile via di uscita?. Ce ne sono due. La prima sarebbe un accordo, non solo europeo, ma che ricomprendesse anche tutte le economie del G20, per limitare le speculazioni su energia e materie prime. Ma visto quello che non si è fatto, dal 2008 a oggi, per limitare la speculazione sui titoli di stato e in generale nel mondo della finanza, è praticamente impossibile che ciò avvenga. La seconda via di uscita passa per la costruzione, a livello di "sistema paese Italia", di una propria autosufficienza energetica, alimentare, sulle materie prime. In poche parole: se non possiamo correggere il modo inqualificabile in cui vi comportate, cari speculatori, almeno possiamo fare in modo che le vostre scorribande finanziarie non ci facciano del male. Una nuova forma di autarchia nel XXI° secolo? Sissignore. Che di diverso, di fondamentalmente diverso rispetto alle tristi e povere autarchie tentate nel XX° secolo, avrebbe il fatto di non essere né triste né povera. Oltre al fatto, ovviamente, di non porre barriere o dazi doganali bensì di mantenere il sistema paese aperto verso l'esterno. In questa prospettiva, uno sviluppo industriale e agro-industriale di nuova generazione, forti investimenti (produttivi e in tecnologia però, non commerciali) nelle energie rinnovabili (e non solo il solare o l'eolico, ma anche l'idroelettrico e il geo-termico di cui l'Italia è tanto ricca), un programma di recupero e riciclaggio dei materiali pervasivo e ubiquitario, potrebbero rendere il nostro sistema paese autosufficiente e, dunque, immune rispetto a questi moderni mercanti-predoni privi di scrupoli. Naturalmente, l'autosufficienza energetica, nel cibo e nelle materie prime dovrebbe essere, insieme con l'occupazione stabile e di qualità, anche il nuovo progetto di sviluppo europeo. Nell'attesa però che i mandarini di Bruxelles la smettano di discutere di spread che non controllano, di denaro che non manovrano, e di mercati che non regolamentano, facciamolo nostro e realizziamolo.

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