Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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martedì 1 gennaio 2013

Un programma per il nuovo governo

- lavorincorsoasinistra -

da Scienzainrete
Il prossimo febbraio, probabilmente il 24, andremo a votare. In queste ore si stanno formando le liste e gli schieramenti. Ma, al di là del problema finanziario e del rapporto con il resto dell’Europa, ancora non si intravede tra le varie liste e i vari schieramenti che si vanno formando un’idea davvero forte per il programma economico e sociale. Partecipare alle elezioni, ma per fare cosa? Ogni idea dovrebbe partire da un’analisi dei fatti. Fondata sulle grandi tendenze economiche e sociali. Ma anche su quello che “sentono” i cittadini. Sulla percezione pubblica dell’economia e del vivere sociale. Questi vari elementi sembrano, una volta tanto, suggerirci la medesima, univoca interpretazione. Il paese è in declino. Si tratta di una crisi grave – strutturale, si diceva un tempo – che nasce dalla finanza (i conti pubblici da mettere a posto) e dalla cosiddetta economia reale (la recessione). Ma la crisi non è solo economica: è anche culturale e sociale. I cittadini italiani “sentono” il declino.
Qual è la causa di questo declino? L’analisi che propongono coloro che hanno firmato l’appello “Rilanciamo il dibattito per rafforzare la ricerca in Italia” è piuttosto netta. La causa profonda del declino italiano consiste nel fatto che la specializzazione produttiva del sistema paese non è più competitiva. Abbiamo scelto, in un periodo preciso (l’inizio degli anni ’60 del secolo scorso), con persone precise (di cui alcuni storici, come a esempio, Gianni Paoloni sono in grado di fare, documenti alla mano, nomi e cognomi), di seguire una strada di sviluppo diversa da ogni altro paese industriale. Per alcuni questa strada ha costituito un vero e proprio modello alternativo a quella degli altri paesi industriali: un «modello di sviluppo senza ricerca». In pratica, l’Italia è diventata un grande paese industriale (secondo, in Europa, solo alla Germania), ritagliandosi una nicchia isolata nell’ambito dei prodotti a bassa innovazione tecnologica. Nella scelta di questo peculiare modello l’Italia ha puntato essenzialmente su due fattori: il basso costo del lavoro rispetto a quello degli altri paesi industriali e la periodica svalutazione, cosiddetta competitiva, della sua moneta, la lira.
Per due o tre decenni – quando eravamo “i più poveri tra i ricchi” – il modello ha funzionato. L’Italia poteva vantare la maggiore crescita economica al mondo, dopo quella del Giappone. Ma negli anni ’80 il modello ha iniziato a mostrare i suoi limiti. Ma dagli anni ’90 l’Italia non può più possibile utilizzare nessuno delle due antiche leve. Paesi poveri, che una volta si chiamavano “in via di sviluppo”, perché sostanzialmente fuori dal sistema industriale e commerciale mondiale, hanno fatto irruzione sulla scena (la cosiddetta nuova globalizzazione), con un costo del lavoro decisamente inferiore italiano. Nel medesimo tempo l’Italia è entrata prima nel sistema di cambi fissi dell’Unione Europea e poi nel sistema monetario fondato su una moneta forte e non svalutabile a piacere, l’euro. Da venti anni almeno, dunque, abbiamo perso le due antiche leve: il costo del lavoro italiano è di gran lunga più elevato rispetto a quello dei nuovi paesi competitori a economia emergente (inclusi Cina, India, molti altri paesi del Sud-est asiatico, ma anche Brasile, Sud Africa e altri paesi sia latino-americani che africani); non abbiamo più la “liretta” da svalutare, ma al contrario un moneta, l’euro, forte e (tutto sommato) solida. In questi venti anni non abbiamo preso atto che il “mondo è cambiato”. Che le due antiche leve che garantivano il successo al «modello di sviluppo senza ricerca» non potevano essere più utilizzate. Che la nuova situazione lasciava aperta la porta a due sole possibilità: o un declino sempre più profondo o un’impresa titanica, al limite della velleità: il rapido cambiamento della specializzazione produttiva. Il sistema Italia deve iniziare a produrre altri beni, diversi da quelli prodotti nell’ultimo mezzo secolo.

martedì 16 ottobre 2012

L'austerità non è buona ...

... né come fine né come mezzo
121015austeritydi Alfonso Gianni
In un suo recente post, Stefano Fassina ha giustamente ricordato che Olivier Blanchard, capo-economista del Fmi, nell'ultimo World Economic Outlook, denunciava un "errore" non da poco: quello di considerare pari allo 0,5 il moltiplicatore con cui calcolare gli effetti depressivi sul Pil delle riduzioni del deficit di bilancio.
Lo stesso Fmi ha poi calcolato che tali moltiplicatori vanno stimati entro una forbice che va da 0,9 a 1,7. Quindi una riduzione del deficit di 100 anziché produrre una contrazione della crescita del Pil di 50, ne provoca in realtà una tra due e quasi quattro volte superiore.
Il guaio è che tutte le misure restrittive di bilancio adottate in Europa in questo periodo facevano riferimento alla prima cifra, quella errata.
Giustamente è lo stesso Fassina ad avanzare la tesi che dunque non si tratti di un errore tecnico ma di un caso (l'espressione è presa a prestito da Krugman) di confidence fairy, ossia di una versione fantastica artatamente diffusa a scopi ingannatori.
Rendendosi conto, seppure parzialmente e tardivamente dell'enormità non più nascondibile del trucco messo in atto, lo stesso Fmi ha cominciato a rimettere in discussione le sue granitiche certezze sulle politiche di rigore, benevolmente definite con l'ossimoro "austerità espansionista".
L'evento non è da poco, almeno sul piano culturale, perché metterebbe in crisi quel nuovo pensiero unico che in Europa si è venuto ricostituendo come ricetta universale per affrontare la crisi del debito pubblico. Peccato però che l'influenza delle idee degli economisti sui governi, quando sono buone, è troppo tardiva rispetto all'urgenza con cui andrebbero prese misure anticicliche, prima che la crisi faccia implodere la nostra moneta e con essa la stessa Unione europea.
Se ne ha una prova anche nella recente carta di intenti che dovrebbe essere alla base dell'unità dei progressisti e dei democratici e costituire il perimetro entro il quale definire la contesa delle primarie. In essa infatti si può leggere l'intenzione di rafforzare la piattaforma dei progressisti per promuovere "un patto costituzionale con le principali famiglie politiche europee" e quindi "un accordo di legislatura" con le forze del centro liberale. Espressione quest'ultima un po' vaga, ma che certamente fa intendere di un'alleanza apertissima a destra, quanto chiusa a sinistra. Il tutto si basa sulla convinzione che "se l'austerità e l'equilibrio dei conti pubblici, pur necessari, diventano un dogma e un obiettivo in sé - senza alcuna attenzione per occupazione, investimenti, ricerca e formazione - finiscono per negare sé stessi".
Tutte queste parole altro non sono che l'esplicitazione del concetto di "austerità espansiva". Si fondano cioè sulla convinzione che l'austerità e l'equilibrio dei conti pubblici - da qui il voto convinto del Pd alla introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione, cui la Ue non ci obbligava, ma che si limitava a suggerire - siano comunque un prius indispensabile per rilanciare la crescita. In effetti neppure il peggiore reazionario sostiene pubblicamente che l'austerità sia un fine in sé, ma invece tutti la presentano come un passaggio doloroso, ma assolutamente necessario, per sanare e fare ripartire l'economia. Ricordate le lacrime della Fornero in diretta televisiva? Quindi il problema non è quello di contestare il carattere di fine in sé delle politiche rigoriste e deflazioniste, ma al contrario la loro totale inadeguatezza fino alla perniciosità in quanto mezzo per rilanciare l'economia e uscire dalla crisi. A meno che non si voglia un massacro sociale, come è in corso in Grecia.

martedì 25 settembre 2012

È il mondo di tutti, dicono le donne, cambiamolo

 

Comune-info per lo più pubblica articoli brevi, preferendo segnalare eventuali libri e link con i quali approfondire alcuni temi. Quella che segue è un’eccezione. Se non avete qualche minuto di tranquillità in più del solito rinviate questa interessante lettura, ne vale davvero la pena.
Tra gli interventi più apprezzati e discussi alla Conferenza internazionale sulla decrescita di Venezia, quello di Veronika Bennholdt-Thomsen, etnologa e sociologa femminista, ha intrecciato i temi della decrescita con una prospettiva di genere. Veronika Bennholdt-Thomsen dirige l’Institute of the Theory and praxis of subsistence a Bielefeld, in Germania ed è docente alla università di Vienna. Ha condotto molte ricerche su questioni di genere, sull’economie regionali e di antropologia sociale in Messico e in Germania. È autrice di numerosi libri sulle alternative di sussistenza in Europa e nel Sud del mondo. Questo scritto è la traduzione dell’intervento tenuto al congresso Prospettive della politica matriarcale, St. Gallen, in Svizzera, nel maggio 2011, da poco pubblicato su il sito dell’università Ca’Foscari di Venezia (unive.it). In modo profondo e brillante l’autrice analizza i nessi tra critica allo sviluppo (per capirci, quella di Ivan Illich, Jean Robert, Majid Rahnema, Vandana Shiva, André Gorz e Serge Latouche), questioni di genere (Geneviève Vaughan e altre studiose, attente ai valori delle società matriarcali) e cambiamento dal basso (John Holloway soprattutto ma anche Raúl Zibechi, Rebecca Solnit, Chris Carlsson, John Scott, Arundhati Roy, Miguel Benasayag, John Berger, Gustavo Esteva, Immanuel Wallerstein, Howard Zinn, Cornelius Castoriadis).

Introduzione. La politica della prospettiva di sussistenza: di cosa si tratta?
Viviamo in un periodo di trasformazioni radicali. Coloro che vedono in esse una crisi della civiltà sono sempre più numerosi. Con ciò si intende che tutte le varie «crisi»: la crisi climatica e quella ambientale, ovvero le cosiddette catastrofi naturali, la crisi finanziaria e quella economica, la crisi alimentare – che in realtà è una «crisi» dei prezzi dei prodotti alimentari – e infine la catastrofe atomica – eufemisticamente definita come crisi dell’energia atomica – confluiscono in un’unica crisi, vale a dire la crisi dei valori e della cultura, ormai diffusa in tutto il mondo, basata sulla fede nella crescita economica che va perseguita mettendo a repentaglio i singoli, le nazioni e infine l’intera umanità. Il consumo di massa è divenuto il pilastro della crescita del profitto, l’aspirazione alla crescita del profitto a sua volta alimenta il consumismo e insieme sfociano nella distruzione dell’umanità e nel saccheggio della natura. Ciò che legittima il nesso tra la crescita del profitto e la propensione ai consumi è il «vantaggio individuale», o come sin dai tempi di Adam Smith è stata eufemisticamente definita l’avidità, «l’interesse». La sua ben nota tesi centrale è assurta a principio fondamentale dell’economia. Perseguendo il proprio vantaggio ciascuno può contribuire più efficacemente al benessere della nazione che non dedicandosi espressamente al benessere collettivo. La politica dello sviluppo ha diffuso questa fede in tutto il mondo, come fosse una religione. Nella seconda metà del ventesimo secolo l’eresia era il «sottosviluppo».
Nel ventunesimo questa ortodossia si è definitivamente imposta e si è completata la Conquista. La globalizzazione dei mercati in un unico mercato mondiale ha trionfato. In nome del libero mercato mondiale milioni di contadine e di contadini vengono derubati della propria terra, vale a dire della base di sostentamento, altri sono privati delle proprie sementi e migliaia sono spinti al suicidio a causa dell’indebitamento per le sementi chimiche.
I profughi vengono respinti verso altri paesi, economicamente più fortunati. A migliaia muoiono durante la fuga. Le grandi imprese nel campo dell’energia non temono di impiegare la tecnologia atomica che minaccia ogni forma di vita, mentre i governi si rendono loro complici per raggiungere la presunta crescita economica. L’economia stessa è diventata guerra, il denaro arma. Il confine con la violenza bellica sanguinaria è fluido. Noi, che apparteniamo alla società globalizzata della massimizzazione, ci troviamo al bivio. Accettiamo che questa civiltà distrugga il mondo oppure no? Si tratta di una questione di vita o di morte, di qualcosa di concreto, fisico e nel contempo di attinente ai valori, alla fede e all’etica sottesi a questa dinamica. È necessario riconoscere che la visione del mondo della «società della crescita» segue l’ordine simbolico della morte. Non abbiamo bisogno soltanto di un nuovo ordinamento economico bensì, fondamentalmente, di un nuovo contratto sociale basato su nuovi valori.
È essenziale un nuovo contratto sociale
Abbiamo bisogno di un nuovo contratto sociale che si fondi sulla valorizzazione delle relazioni tra i viventi e non sulla distruzione dell’umanità e sul saccheggio della natura finalizzato alla massimizzazione del profitto e alla crescita dei consumi. Abbiamo bisogno di un contratto sociale fondato su un sistema di valori che riconosca la fertilità naturale e vivente, in base alla quale i bambini hanno origine dalle donne, e non dalla provetta di laboratorio, e il cibo dalla terra, e non dalla macchina. Noi abbiamo bisogno di un contratto sociale che superi il produttivismo, teso all’incremento delle merci e del profitto, e sia sostituito dalla cooperazione con le forze naturali viventi. Abbiamo bisogno di un contratto sociale che si ispiri ai valori della cura materna, affinché le generazioni future crescano rettamente e i malati e gli anziani possano vivere e morire con dignità.
Tutti questi aspetti di un nuovo orientamento rappresentano anche i valori centrali nelle società matriarcali. Nella nostra società patriarcale, al contrario, incontrano un’accanita opposizione, e quando vengono identificati come valori materni e matriarcali, sono spesso oggetto di contestazione anche da parte delle donne. Noi femministe conosciamo la critica difensiva che ci viene rivolta con lo scopo di sminuire, che è di biologismo e di essenzialismo. Ma ogni essere umano, uomo o donna, può essere premuroso in modo materno.

venerdì 27 luglio 2012

l'Ilva un caso emblematico.

di Zag in ListaSinistra
La vicenda dell'ILVA di Taranto è sintomatico di come si trattano e si giungono alle soluzioni "inevitabili". Si lascia prima che si incancrenisca il problema, nel silenzio e nell'apatia più assoluta. Nessuno ascolta, nessuno evidenza gli appelli accorati, le urla disperate, i morti, le disgrazie, le tragedie. Al massimo una alzata di spalle ai lamenti, o un grido di "Comunisti! " o per argomentoi anche di natura ecologica l'accusa " siete i soliti ecologisti che dite di no a tutto!" Chi conduce la battaglia. Quella che si definisce da quasi quarant'anni la "sinistra", poi "Centro sinistra", poi "democratici" . Si lascia che i problemi si incancreniscono, fino a diventare essi stessi una cancrena. E poi, pronta la soluzione. La soluzione diventa inevitabile, Non c'è altra soluzione. Il risanamento costerebbe più della vendita. Conti alla mano.
Oppure la dove non interviene la politica si lascia che intervenga la Magistratura Che il caso diventa un caso di legalità . Nasce l'emergenza ed allora la soluzione non può che essere una ed una sola

Il caso Ilva , un caso simile nella strategia.

L'inquinamento di questa fabbrica risale fin dai tempi della sua nascita. Ma era la soluzione alla povertà. Il modello di sviluppo richiedeva il sacrificio della natura. Passare dai contadini all'operaio siderurgico. Senza nessuna mediazione, senza nessun compromesso. Tutto e subito.

Fin da quando era fabbrica di Stato si produceva diossina, inquinamento atmosferico. I tumori, e le malattie polmonari erano all'apice nelle statistiche nazionali. Ma tutto era dovuto.

Era il prezzo da pagare per l'industrializzazione.

Al massimo si alzò qualche barriera ecologica, qualche albero ai confini della fabbrica , che in pochi anni divennero striminziti, ingialliti.... morivano dopo pochi anni. Tutto intorno il silenzio e il fumo

Ma era il prezzo che si doveva pagare per il progresso.

Le urla, le grida divennero più alte, Le invocazioni di aiuto, le proteste per quella fabbrica che oltre a produrre ricchezza produceva morte erano inascoltate con una alzata di spalle.

Era il prezzo da pagare per lo sviluppo

Poi arrivò il privato. Il padron Riva che all'inquinamento produsse anche l'alterigia del padrone privato. Fuori anche quell'embrione di sindacato, quella simulazione di organizzazione dei lavoratori. La dignità e l'umanità doveva varcare il cancello della fabbrica.
Oltre all'acciaio si produceva, la Palazzina Laf, e l'inquinamento. Diossina e PCB. Gamlen e fanghi da scaricare in mare. Diossina e fumi di polvere di carbone da scaricare in aria.

Era il prezzo per il nuovo modello di sviluppo.

La politica, sopratutto quella locale, dietro quelle migliaia di morti , dietro quelle centinaia di casi di tumore che non potevano più essere causate solo dal fumo delle sigarette o dall'ereditarietà , come ci avevano detto per tanti anni. Ed allora ha tentato di emettere qualche vagito, qualche flebile lamento subito , però, silenziato dall'interesse della produzione, del profitto.

Era il prezzo da pagare per uscire dalla crisi.

Ora è intervenuta la magistratura Ha fatto diventare l'ILVA un caso nazionale , Ma lo si affronta ancora come una guerra fra poveri. La Salute contro il lavoro. O si muore per i tumori o si muore per fame. O si muore subito o lentamente per inedia.

Si è lasciato che il problema si ingigantisca, che vengano eliminati tutti le soluzioni . DI fronte all'emergenza ci si trova davanti al un bivio.
La guerra è guerra fra poveri.
--
Zag(c)
Grave è la situazione sotto il cielo. Però la situazione non è eccellente!

martedì 24 luglio 2012

La ricetta di Stiglitz: combattere le disuguaglianze per far ripartire la crescita

Posted by keynesblog

L’uscita dell’ultimo lavoro di Joseph Stiglitz, “The Price of Inequality: How Today’s Divided Society Endangers Our Future” (il prezzo della disuguaglianza: come la società divisa di oggi mette in pericolo il nostro futuro), è importante per due fondamentali motivi. Perché l’economista Nobel denuncia l’insensatezza delle politiche di austerità in un periodo di depressione come quello attuale, e perché punta il dito sugli effetti negativi delle disuguaglianze dei redditi sulla crescita del Pil, mostrando come negli Stati Uniti quest’ultimo aspetto sia divenuto tanto patologico da far diventare il mito del “sogno americano” solo un pallido ricordo.

Stiglitz torna ad intervenire sull’argomento sulle colonne del Los Angeles Times puntando direttamente a chiarire che i problemi di sviluppo che le economie avanzate stanno oggi affrontando hanno una fondamentale radice: la debolezza della domanda aggregata. Ed è evidente che la porzione di reddito che viene spesa è più elevata nelle fasce più basse di reddito mentre diminuisce al crescere del reddito. La disuguaglianza nella distribuzione dei redditi – che è aumentata ovunque, ma in alcuni paesi di più che in altri – è pertanto diventata un problema strutturale dello sviluppo delle economie avanzate.
Per queste sue evidenti implicazioni il concetto, prosegue Stiglitz, dovrebbe risultare immediato anche per i sostenitori dell’”economia dell’offerta” (supply-side economics), che individuano nella bassa produttività un importante freno alla crescita. Allo stesso tempo è necessario considerare che l’aumento delle disuguaglianze tra i redditi non è solo il risultato dell’operare delle cosiddette forze del mercato, ma anche l’esito inevitabile di comportamenti imprenditoriali che hanno premiato la ricerca di una rendita piuttosto che l’investimento produttivo. Meno investimenti produttivi e maggiori disuguaglianze nei redditi hanno dunque minato profondamente le prospettive di crescita delle economie avanzate. Un combinato disposto assolutamente esplosivo: non solo risulta indebolita la domanda aggregata, ma tendono anche ad indebolirsi i presupposti per la costituzione di una base produttiva ad alto potenziale di crescita, nella quale siano incorporati nuovi saperi ed innovazione. In un contesto nel quale investire equivale ad andare alla ricerca della miglior posizione di rendita finanziaria, anche il sistema del credito risulta distorto venendo a mancare quella fondamentale attività di prestito alle imprese per la realizzazione di investimenti nel settore dei beni reali.
Ora la questione cruciale che Stiglitz intende sottolineare è la seguente: far sì che gli investimenti tornino ai settori produttivi non è una operazione trascendentale. Sarebbero infatti necessarie una migliore regolamentazione finanziaria, migliori e più incisive leggi antitrust, una legislazione sulle imprese che limiti il potere dei grandi manager di fissarsi arbitrariamente le proprie retribuzioni, e nel complesso una maggiore trasparenza in tutti questi ambiti. Inoltre poiché la maggior parte del reddito delle fasce più alte della distribuzione deriva dai guadagni di operazioni puramente finanziarie e/o speculative, una tassazione maggiormente progressiva (ed in particolare una tassazione dei capital gains) sarebbe un utile deterrente. Peraltro, l’eventuale utilizzo da parte dello Stato dei maggiori introiti fiscali potrebbe trovare impiego in investimenti pubblici ad alta redditività, producendo in questo senso un duplice effetto positivo.
In generale i paesi che presentano un alto tasso di diseguaglianza tendono a disinvestire nel benessere collettivo, spendendo troppo poco rispetto a quanto dovuto in istruzione, innovazione ed infrastrutture. Ed oggi gli investimenti pubblici sono particolarmente importanti: aumentano la domanda nel breve periodo e la produttività nel medio termine. Rivolgendo l’attenzione agli Stati Uniti, Stiglitz inoltre sottolinea come proprio una ripresa dell’investimento pubblico nell’istruzione potrebbe riportare in auge il mito del “sogno americano”.
In sintesi: è necessario revisionare profondamente le priorità dell’agenda della politica economica, passando dall’obiettivo di riduzione del bilancio pubblico a quello di favorire una migliore distribuzione dei redditi. Gli effetti espansivi che si otterrebbero andrebbero inoltre a beneficio della stessa riduzione del deficit pubblico. E’ la bassa crescita a generare deficit di bilancio pubblico, non il contrario. E conclude: “Possiamo raggiungere il livello di ricchezza diffusa che ha caratterizzato le decadi dopo la Seconda Guerra Mondiale”. Quei “30 anni d’oro” in cui hanno prevalso negli USA e nel resto del mondo politiche di stampo keynesiano.

lunedì 21 maggio 2012

Quale “alternativa verde” all’austerità?

Posted by keynesblog 
Mentre le politiche centrate sull’austerità stanno incontrando sempre più resistenza a livello europeo, il problema di come immaginare realmente un rilancio della crescita rimane ancora del tutto intatto.

Il dibattito corrente tende a premiare (entro certi limiti anche comprensibilmente) le misure più efficaci nell’immediato per attutire la crisi attraversata dall’euro, soffermandosi per lo più su questioni che attengono gli equilibri finanziari europei già da troppo tempo sotto pressione. Non è tuttavia del tutto raro l’emergere di riflessioni sull’importanza dei divari tra le strutture delle diverse economie europee e sulla necessità di politiche di investimento opportunamente mirate, che dovrebbero diminuire l’entità di tali divari per consentire una sostanziale stabilità nel processo di aggiustamento macroeconomico a cui si vuole tendere. Da questo punto di vista, il riconoscimento di divari di natura tecnologica, soprattutto tra paesi nord europei e sud europei, ha assunto un ruolo cruciale poiché è proprio sulla capacità delle economie di sviluppare innovazioni che si giocano i maggiori potenziali di crescita e, di conseguenza, anche le possibilità di rendere meno onerose le situazioni in cui versano i debiti sovrani.
Lo sviluppo della cosiddetta “economia verde” appare attualmente come uno dei volani più promettenti del processo di innovazione al quale in Europa si dovrebbe dare spazio. Le premesse ci sarebbero tutte, poiché è dall’Europa che ha preso corpo il grande programma di lotta al cambiamento climatico che trova nel Protocollo di Kyoto una delle sue pietre miliari. Ma è anche vero che i processi di innovazione non si improvvisano e debbono nutrirsi di apparati di competenze scientifiche e tecnologiche che i paesi dovrebbero aver costruito in precedenza. Pur nel quadro di una giusta intuizione, la visione “ecologista” ha invece spesso sottovalutato questi aspetti, limitandosi a ragionare su come i paesi dovessero attivare risorse per combattere il riscaldamento terrestre, tralasciando le implicazioni collegate alla crescita del reddito e dell’occupazione. E’ solo più di recente che il termine “green growth” (“crescita verde”) ha iniziato ad acquisire una qualche importanza, ma il modo in cui la questione è trattata appare in molti casi ancora insoddisfacente.
In una larga maggioranza di casi si considera la spesa in tecnologie verdi come l’investimento più opportuno per stimolare la crescita: questo è vero, ma solo in parte. L’innovazione di cui si parla, dovrebbe infatti dar vita a nuovi processi produttivi, nuove filiere industriali sostitutive delle vecchie, in grado di soddisfare una domanda che si dirige verso nuovi beni. Immaginare una sorta di “keynesismo verde” come mera azione di spesa di componenti e strumenti per la realizzazione di nuovi metodi di produzione o per la produzione di energia da fonti rinnovabili, non solo sarebbe insufficiente, ma comprometterebbe strutturalmente il processo di crescita, anche nel medio termine. Questo perché se la spesa di cui si parla si dirige sulle importazioni dall’estero – nella misura in cui l’offerta o produzione nazionale sia insufficiente o in casi estremi assenti – l’aumento del reddito che si ottiene in un primo momento come beneficio dell’impatto positivo degli investimenti, incontra un limite nell’emergere di squilibri dal lato delle bilance commerciali. Ma ciò che più conta è che lo squilibrio commerciale può divenire strutturale, man mano che le tecnologie verdi, come è auspicabile, sono destinate a trasformare le modalità dei processi produttivi, se non si opta per politiche di trasformazione del tessuto produttivo, in modo tale che questo sia sempre più adeguato a rispondere ai cambiamenti di composizione della domanda.

venerdì 27 aprile 2012

Il terremoto europeo

di Beppe Grillo
Un terremoto è in arrivo in Europa. Le scosse sismiche sono le prossime elezioni e i referendum. Si profila un confronto tra politica e finanza. I parlamenti nazionali da una parte e la BCE e il FMI dall'altra. Il 6 maggio si voterà in Grecia e il nuovo Governo potrebbe rigettare gli accordi presi con la UE per evitare il default. In Francia Hollande è favorito, la sua posizione è contraria ai tagli sociali per favorire le direttive europee. Sul trattato di stabilità ha dichiarato "Aggiungiamo una parte sulla crescita o non lo ratificheremo". Marine Le Pen ha ottenuto il 20% con un programma eurofobo e il suo consenso non potrà non influenzare il nuovo inquilino dell'Eliseo. Il 31 maggio in Irlanda si terrà un referendum sulle nuove regole di bilancio volute dalla Germania, il "fiscal compact" che in Italia è stato approvato senza alcuna consultazione popolare come nelle migliori tradizioni di uno Stato partitocratico e non democratico. Persino dove non vi sono elezioni a breve si stanno aprendo delle faglie profonde, in Olanda si è dimesso il Governo Rutte a causa dei previsti tagli alla spesa pubblica, senza austerity si perderebbe infatti la tripla A... In Olanda si andrà alle urne il 12 settembre, il Pvv antieuro di Geert Wilders potrebbe spopolare. Dove le politiche di tasse e sangue in nome dell'euro sono state applicate i risultati sono stati a passo di gambero, c'è stato un costante peggioramento. Il debito pubblico è aumentato, come in Italia, o il Paese è letteralmente fallito come in Grecia dove è avvenuto un default silenzioso. C'è stato, ma non si deve dire in giro (*). Oggi Standard&Poor's ha declassato la Spagna da A a BBB+, in sostanza aumenta l'interesse dovuto a chi acquista titoli spagnoli. Gli interessi saranno onorati con il taglio delle spese sociali. Tutti più poveri, ma per cosa? Per diventare carne da macello come i tori nelle corride? José Ignacio Torreblanca professore alla UNED University ha scritto ieri sul Financial Times un lungo articolo dal titolo "Tempo di dire basta al nonsenso dell'austerity". Scrive "La prossima settimana saranno due anni da quando Zapatero adottò le prime misure di austerità. Queste misure comportarono il suicidio del Partito Socialista spagnolo. Ora i Conservatori si trovano in una situazione simile, dopo 100 giorni di governo hanno portato l'austerità bel al di là del loro mandato elettorale e questo solo per trovarsi nella stessa situazione finanziaria di Zapatero. E' oltraggioso che mentre gli spagnoli soffrono per la recessione e per la disoccupazione (del 24,44%, ndr) Jens Weidmann, presidente della Bundesbank e membro della BCE, affermi che il 6% di interesse per i titoli pubblici spagnoli "non è la fine del mondo". E' preoccupante che la UE sostenga i pesanti tagli alla spesa dell'educazione e della ricerca in Spagna ignorando deliberatamente che ciò è incompatibile con un modello di sviluppo... E' tempo di dire basta!". In gioco non c'è solo l'euro, ma un modello di sviluppo superato e la distruzione degli Stati sociali. Loro non si arrenderanno mai. Noi neppure. Ci vediamo in Parlamento. (*) Come ci spiegherà puntualmente Beppe Scienza nel Passaparola di lunedì 30 aprile

martedì 27 marzo 2012

E’ il caso di cominciare a chiedere qualcosa all’Europa

Posted by - keynesblog -
“Ce lo chiede l’Europa” è ormai un refrain ricorrente nel dibattito pubblico italiano. Cancellare l’art.18? “Ce lo chiede l’Europa”. Tagliare le pensioni? “Ce lo chiede l’Europa”. Quando però si tratta di crescita e occupazione, l’Europa diventa immediatamente timida. L’intero bilancio UE, come abbiamo mostrato, ammonta all’1% del PIL complessivo degli Stati membri.

Sergio Rossi, su Economonitor (sito fondato da Nouriel Roubini), elenca una serie di cambiamenti necessari a rendere l’Unione Europea in grado di dare e non solo pretendere. In un articolo intitolato “Sostituire recessione e austerità con crescita e solidarietà in Eurolandia“, Rossi indica un programma di trasformazione dell’UE. In particolare punta l’attenzione sulla necessità di una riforma della BCE, anche riguardo i suoi obiettivi di inflazione che rischiano di essere “anticrescita”, una tassazione coordinata e non competitiva tra gli stati membri, il riequilibrio delle bilance commerciali, la stabilizzazione del precariato (riducendo anche la flessibilità in entrata) per indurre le imprese a investire e non affidarsi alla riduzione dei costi:

Devono essere introdotti standard minimi di assunzione dei giovani [...] I contratti di lavoro devono essere a tempo indeterminato, sia per ridurre l’incertezza (e quindi aumentare la propensione al consumo, fattore che favorisce la crescita) sia per ridurre l’incentivo alle imprese alla delocalizzazione. Aumentare il numero di contratti di lavoro a tempo indeterminato ridurrà il mark-up delle imprese sul costo dei fattori, inducendole a incrementare la loro attività di ricerca e sviluppo al fine di ristabilire il loro mark-up agendo su innovazione e investimenti in capitale umano. Così le dinamiche risultanti sul mercato del lavoro potrebbero contribuire ad innalzare i livelli di occupazione e il benessere delle famiglie, con conseguenze positive per lo sviluppo economico così come per la stabilità finanziaria in tutta l’area dell’euro.

Parole che suonano piuttosto lontane dal dibattito sulla riforma del mercato del lavoro non solo in Italia, ma in tutti i paesi periferici.

Rossi poi insiste sulla necessità di un’Europa federale, federale al punto che le tasse dei cittadini dovrebbero essere condivise in buona parte tra il livello nazionale e quello comunitari in modo da affrontare di petto il problema dello striminzito bilancio comunitario. Ross indica nel 10-15% del PIL la misura giusta. E ovviamente, servirà un debito pubblico europeo:

mercoledì 21 marzo 2012

Ecco il contributo delle imprese italiane a "Cresci Italia", la fuga in Svizzera

da wall street italia - controlacrisi -
Il Ticino viene sempre piu' vista come un'oasi attraente per le nostre imprese. Ed e' cosi' che per sfuggire al fisco italiano, quasi 300 piccole e medie imprese si sono gia' rifugiate oltre frontiera.
Sono molti i gruppi della moda, come Armani, Gucci e Zegna - e piu' di recente Tom Ford - che hanno trasferito l'attivita' logistica o la produzione in Ticino, il cantone italiano svizzero.

Altre multinationale si sono installate oltralpe, tra cui Elti, ­Bocchiotti e Zambon. In totale si tratta piu' che altro di PMI, che avrebbero gia' effettuato il trasferimento, secondo il quotidiano La Stampa. Oltre al settore della moda, coinvolti nel processo di delocalizzazione anche quello farmaceutico e dell'elettronica.

Si tratta di una vera e propria esplosione della domanda, nell'ambito di un fenomeno ormai in recrudescenza da qualche mese: la fuga delle aziende italiane e in particolare lombarde, deluse dal loro paese e impaurite dalla prospettiva di una bancarotta che incombe.

"Notiamo un interesse in crescita, enorme", constata Luca Albertoni, direttore della Camera di commercio ticinese. "Riceviamo fino a dodici domande di informazione per settimana. Anche i fiduciari e le banche sono sollecitati in ugual misura".

Stefano Rizzi, direttore della ­Divisione dell’economia del Ticino, interpellato dal quotidiano elvetico Le Temps, parla di una "esplosione delle richieste": basti pensare che nella sola seconda meta' del 2011, una sessantina di incontri informativi hanno avuto luogo tra imprese italiane e l'ufficio dello sviluppo economico del cantone.

Resta difficile accedere alle cifre sul numero di trasferimenti effettivi, tuttavia, perche' la maggior parte delle societa' on passa ne' dal cantone ne' dalla Camera di commercio, ma direttamente dai fiduciari.

Il cantone seleziona le societa' da sostenere, privilegiando le "installazioni di una certa importanza che generano lavoro per i residenti e comportano degli investimenti innovativi", spiega Stefano Rizzi. Dal 1997 il progetto di promozione economica del cantone, "Copernico", e' riuscito ad attirare un centinaio di imprese italiane, per un numero complessivo di 230 aziende internazioniali.

Tra i primi arrivati, Caffitaly System AG e Pramac. Le nuove societa' possono beneficiare di un esonero fiscale dal 50 al 100% nell'arco dei primi cinque anni. Possono giovare anche di 10 anni di vantaggi fiscali, a seconda del numero di posti di lavoro creati per il territorio. I contributi diretti sono invece piu' rari.

sabato 10 marzo 2012

La qualità dello sviluppo

Sbilanciamoci!
Pubblichiamo la sintesi della ricerca Nuovi indicatori di benessere. Monitorare la qualità dello sviluppo nella capitale metropolitana, frutto della collaborazione tra la Provincia di Roma, con la sua azienda in house Provinciattiva, e la Campagna Sbilanciamoci!

Grandi potenzialità frustrate da rilevanti contraddizioni: la ricchezza culturale, la forza economica, il pregio ambientale e la qualità di vita sono valori diffusi ma non uniformi nella provincia di Roma. Pure in un territorio contenuto, per quanto popoloso, la mancanza di una cultura comunitaria e di un governo unitario condizionano negativamente realtà e prospettive del sistema economico e sociale locale. È questo, in estrema sintesi, il quadro che emerge da un’analisi del territorio metropolitano di Roma condotta sulla base di un set di 49 indicatori di benessere.

I sistemi territoriali della provincia di Roma sono stati analizzati sotto sei aspetti: qualità ambientale e inquinamento, organizzazione delle funzioni e della mobilità, presenza di strumenti di produzione e fruizione di cultura e innovazione, condizioni economiche, sistema produttivo e lavoro, condizioni sociali e accesso ai servizi fondamentali, integrazione e partecipazione alle reti socio-politiche. Una lettura a 360° dei sistemi economici, sociali e territoriali della provincia di Roma, il cui dettaglio e aggiornamento si propone come strumento a sostegno delle scelte di politica pubblica. Le infrastrutture di Fiumicino e Civitavecchia, l’industria farmaceutica di Pomezia, il sistema logistico di Fiano Romano, il terziario avanzato e la ricerca pubblica e privata di Roma, la capacità di assorbimento di anidride carbonica delle montagne di Subiaco e il modello di comunità locale dell’area dei Castelli: una lettura d’insieme dei territori della Capitale metropolitana ne rende evidente il potenziale in termini di qualità della vita e capacità competitiva. Oggi tali potenzialità sono frustrate da alcune evidenti contraddizioni:

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