Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

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mercoledì 26 settembre 2012

La Germania contro tutti

di Giorgio Gattei
- sinistrainrete -

1. Se la Grande Germania ritorna.

Quando i giornali raccontano la speculazione finanziaria in atto come un attacco dei “mercati” contro l’Europa, non la dicono giusta. Innanzi tutto, cosa sono mai questi “mercati”? «Hanno fisionomia giuridica, un portavoce, un responsabile, un legale rappresentante, qualche nome e cognome al quale, all’occorrenza, presentare reclamo? Qualcuno ha mai votato per loro? Se sbagliano, si dimettono? Quando e dove è stato deciso che il loro giudizio (il famoso “giudizio dei mercati”) conta di più dell’intera classe politica mondiale?» (M. Serra, “La Repubblica”, 19.6.2012). E poi, siamo proprio sicuri che essi si muovano contro l’Europa od il suo omologo monetario, l’euro, e non piuttosto contro qualcosa di ben più specifico e nazionale come la Germania? Per capirlo, bisogna partire da lontano.

Si è ormai costituito da tempo a livello planetario un vero e proprio partito della finanza che comprende tutti coloro che guadagnano dai movimenti dl capitale speculativo. Stimabile attorno ai 90 milioni di persone, questo vero e proprio “blocco sociale” opera sui mercati di Borsa «come un partito informale ma solidissimo, in grado di determinare l’andamento dell’economia e di condizionare in modo determinante la politica» (A. Giannuli, Uscire dalla crisi è possibile, Milano 2012, p. 43).
È questo “partito della finanza” che agita i “mercati”, i quali però vanno declinati al plurale perché non hanno un comportamento univoco secondo a come si muovono nei confronti delle due valute monetarie che si contendono gli scambi internazionali: il dollaro e l’euro. Conseguentemente due sono i suoi poli geografici di riferimento: da un lato gli Stati Uniti e dall’altro la Germania, che è la vera custode della solidità di quella moneta unica europea decisa a fare concorrenza al dollaro.
È questa una contrapposizione recente. Gli accordi di Bretton Woods del 1944 avevano consegnato agli Stati Uniti il monopolio della emissione della moneta mondiale e nemmeno la fine della convertibilità del dollaro in oro nel 1971 era riuscita a scalfirne la supremazia valutaria. È solo con la ricomposizione delle due Germanie nel 1990 che le cose sono cambiate. La divisione della Germania in due unità separate e contrapposte era stata la conseguenza/punizione per i due disastrosi “assalti al potere mondiale” che aveva tentato manu militari nel 1914-1918 e nel 1939-1945. Per evitarne un terzo gli alleati vincitori l’avevano smilitarizzata e tagliata in due come una sogliola. Ma con la riunificazione successiva alla implosione dell’URSS, il problema geopolitico si è ripresentato: quale collocazione internazionale, adeguata alla sua potenza non più militare bensì economica, dare alla rinata Grande Germania?

2. Due visioni geopolitiche.


Secondo la dottrina geopolitica anglosassone, come è stata elaborata da Halford Mackinder e Nicholas Spykman, ci sarebbe nel mondo un luogo privilegiato, detto il “Cuore della terra” (Heartland), il cui controllo politico assicurerebbe il governo del pianeta. Questo centro strategico della storia è posizionato nelle grande steppe euroasiatiche, così che soltanto la Russia può impadronirsene. Con una limitazione, però: che per esercitare nei fatti la supremazia geopolitica, essa deve traboccare su qualcuna delle “Terre di contorno” (Rimlands) che la circondano e che si affacciano sui mari caldi degli oceani Atlantico, Indiano e Pacifico. Da qui l’obiettivo permanente della Russia (zarista, sovietica o quant’altro) di muoversi verso l’Europa, il Medio Oriente, l’Afghanistan o la Corea, ma con la Gran Bretagna prima e gli Stati Uniti poi a contrapporle una accorta ed efficace (finora) azione di “contenimento-respingimento”.

Però la Germania ha dato alla geopolitica un proprio ed originale contributo per opera di Karl Haushofer (1869-1946). Secondo questa diversa “visione” del mondo non è più questione di “Cuore della terra” e “Terre di contorno” ad esso concentriche, bensì di Pan-Regioni che si estendono nel senso dei meridiani, da polo a polo, avendo ciascuna uno stato-guida dominante. Esse sono quattro, e quindi Pan-America con a capo gli Stati Uniti, Pan-Asia guidata dal Giappone (ma oggi si dovrebbe dire meglio la Cina), Pan-Eurasia dominata dalla Russia e Pan-Europa a direzione tedesca. E siccome ogni Pan-Regione dovrebbe godere del proprio “spazio vitale geopolitico” in reciproco rispetto con quello di ogni altra, alla Germania, in rapporti di buon vicinato con la Russia (il capolavoro di Haushofer è stato il patto Ribbentrop-Molotov del 1939), il Giappone e pure gli Stati Uniti, avrebbe dovuto spettare la guida delle penisole mediterranee che allora era facilitata dalla somiglianza di regime fascista presente in Portogallo (Salazar), Italia (Mussolini), Grecia (Metaxas) e Spagna (Franco): quattro paesi che nell’insieme già facevano in sigla PIGS = “maiali”.
Restavano estranee a questo Nuovo Ordine Europeo con mire espansionistiche sul Medio Oriente ed il continente africano soltanto le democrazie di Francia e Gran Bretagna, che comunque sarebbero state ridotte all’obbedienza con la forza. Si sa però che, se con la Francia la sottomissione riuscì, non altrettanto avvenne con la più ostica Gran Bretagna, nonostante il volo conciliatore tentato nel 1941 da Rudolph Hess (il vice di Hitler che era anche il migliore allievo di Haushofer) per trovare un accomodamento spartitorio col governo britannico. Ma proprio in quello stesso anno Hitler, smentendo le buone regole della geopolitica tedesca, dichiarava guerra all’Unione Sovietica ed agli Stati Uniti (fu solo allora che la guerra “europea” divenne “mondiale”), votandosi a quella clamorosa sconfitta da cui dovevano nascere le due Germanie separate da una “cortina di ferro”, poi materializzatasi fisicamente nel Muro di Berlino, che doveva sancire la fine di una Pan-Europa autonoma dalle altre Pan-Regioni.

martedì 25 settembre 2012

È il mondo di tutti, dicono le donne, cambiamolo

 

Comune-info per lo più pubblica articoli brevi, preferendo segnalare eventuali libri e link con i quali approfondire alcuni temi. Quella che segue è un’eccezione. Se non avete qualche minuto di tranquillità in più del solito rinviate questa interessante lettura, ne vale davvero la pena.
Tra gli interventi più apprezzati e discussi alla Conferenza internazionale sulla decrescita di Venezia, quello di Veronika Bennholdt-Thomsen, etnologa e sociologa femminista, ha intrecciato i temi della decrescita con una prospettiva di genere. Veronika Bennholdt-Thomsen dirige l’Institute of the Theory and praxis of subsistence a Bielefeld, in Germania ed è docente alla università di Vienna. Ha condotto molte ricerche su questioni di genere, sull’economie regionali e di antropologia sociale in Messico e in Germania. È autrice di numerosi libri sulle alternative di sussistenza in Europa e nel Sud del mondo. Questo scritto è la traduzione dell’intervento tenuto al congresso Prospettive della politica matriarcale, St. Gallen, in Svizzera, nel maggio 2011, da poco pubblicato su il sito dell’università Ca’Foscari di Venezia (unive.it). In modo profondo e brillante l’autrice analizza i nessi tra critica allo sviluppo (per capirci, quella di Ivan Illich, Jean Robert, Majid Rahnema, Vandana Shiva, André Gorz e Serge Latouche), questioni di genere (Geneviève Vaughan e altre studiose, attente ai valori delle società matriarcali) e cambiamento dal basso (John Holloway soprattutto ma anche Raúl Zibechi, Rebecca Solnit, Chris Carlsson, John Scott, Arundhati Roy, Miguel Benasayag, John Berger, Gustavo Esteva, Immanuel Wallerstein, Howard Zinn, Cornelius Castoriadis).

Introduzione. La politica della prospettiva di sussistenza: di cosa si tratta?
Viviamo in un periodo di trasformazioni radicali. Coloro che vedono in esse una crisi della civiltà sono sempre più numerosi. Con ciò si intende che tutte le varie «crisi»: la crisi climatica e quella ambientale, ovvero le cosiddette catastrofi naturali, la crisi finanziaria e quella economica, la crisi alimentare – che in realtà è una «crisi» dei prezzi dei prodotti alimentari – e infine la catastrofe atomica – eufemisticamente definita come crisi dell’energia atomica – confluiscono in un’unica crisi, vale a dire la crisi dei valori e della cultura, ormai diffusa in tutto il mondo, basata sulla fede nella crescita economica che va perseguita mettendo a repentaglio i singoli, le nazioni e infine l’intera umanità. Il consumo di massa è divenuto il pilastro della crescita del profitto, l’aspirazione alla crescita del profitto a sua volta alimenta il consumismo e insieme sfociano nella distruzione dell’umanità e nel saccheggio della natura. Ciò che legittima il nesso tra la crescita del profitto e la propensione ai consumi è il «vantaggio individuale», o come sin dai tempi di Adam Smith è stata eufemisticamente definita l’avidità, «l’interesse». La sua ben nota tesi centrale è assurta a principio fondamentale dell’economia. Perseguendo il proprio vantaggio ciascuno può contribuire più efficacemente al benessere della nazione che non dedicandosi espressamente al benessere collettivo. La politica dello sviluppo ha diffuso questa fede in tutto il mondo, come fosse una religione. Nella seconda metà del ventesimo secolo l’eresia era il «sottosviluppo».
Nel ventunesimo questa ortodossia si è definitivamente imposta e si è completata la Conquista. La globalizzazione dei mercati in un unico mercato mondiale ha trionfato. In nome del libero mercato mondiale milioni di contadine e di contadini vengono derubati della propria terra, vale a dire della base di sostentamento, altri sono privati delle proprie sementi e migliaia sono spinti al suicidio a causa dell’indebitamento per le sementi chimiche.
I profughi vengono respinti verso altri paesi, economicamente più fortunati. A migliaia muoiono durante la fuga. Le grandi imprese nel campo dell’energia non temono di impiegare la tecnologia atomica che minaccia ogni forma di vita, mentre i governi si rendono loro complici per raggiungere la presunta crescita economica. L’economia stessa è diventata guerra, il denaro arma. Il confine con la violenza bellica sanguinaria è fluido. Noi, che apparteniamo alla società globalizzata della massimizzazione, ci troviamo al bivio. Accettiamo che questa civiltà distrugga il mondo oppure no? Si tratta di una questione di vita o di morte, di qualcosa di concreto, fisico e nel contempo di attinente ai valori, alla fede e all’etica sottesi a questa dinamica. È necessario riconoscere che la visione del mondo della «società della crescita» segue l’ordine simbolico della morte. Non abbiamo bisogno soltanto di un nuovo ordinamento economico bensì, fondamentalmente, di un nuovo contratto sociale basato su nuovi valori.
È essenziale un nuovo contratto sociale
Abbiamo bisogno di un nuovo contratto sociale che si fondi sulla valorizzazione delle relazioni tra i viventi e non sulla distruzione dell’umanità e sul saccheggio della natura finalizzato alla massimizzazione del profitto e alla crescita dei consumi. Abbiamo bisogno di un contratto sociale fondato su un sistema di valori che riconosca la fertilità naturale e vivente, in base alla quale i bambini hanno origine dalle donne, e non dalla provetta di laboratorio, e il cibo dalla terra, e non dalla macchina. Noi abbiamo bisogno di un contratto sociale che superi il produttivismo, teso all’incremento delle merci e del profitto, e sia sostituito dalla cooperazione con le forze naturali viventi. Abbiamo bisogno di un contratto sociale che si ispiri ai valori della cura materna, affinché le generazioni future crescano rettamente e i malati e gli anziani possano vivere e morire con dignità.
Tutti questi aspetti di un nuovo orientamento rappresentano anche i valori centrali nelle società matriarcali. Nella nostra società patriarcale, al contrario, incontrano un’accanita opposizione, e quando vengono identificati come valori materni e matriarcali, sono spesso oggetto di contestazione anche da parte delle donne. Noi femministe conosciamo la critica difensiva che ci viene rivolta con lo scopo di sminuire, che è di biologismo e di essenzialismo. Ma ogni essere umano, uomo o donna, può essere premuroso in modo materno.

martedì 22 maggio 2012

ritorno dalla siria. Appunti sulla geopolitica del caos.

siria 20120521di Paolo Sensini - www.comedonchisciotte.org
Ormai siamo a un giro di boa. La grande operazione mediatico-militare passata alla storia come “Primavera araba”, è costretta a operare in Siria un brusco ripiegamento di rotta, soprattutto in conseguenza del fatto che Russia e Cina hanno posto il loro veto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU per un intervento armato.

Dopo i regime change in Tunisia, Egitto e Yemen, ma ai quali non è di certo corrisposto il miglioramento delle condizioni di vita delle rispettive popolazioni, dopo la devastazione manu militari compiuta dalla Nato in Libia che ha lasciato in dote al paese una guerra a bassa intensità di tutti contro tutti, ecco che la geopolitica del caos si è imbattuta in Siria in un muro per ora invalicabile.

Non che nel caso siriano siano mancati, anche qui per operare un “cambio di regime”, dei mezzi di eccezionale portata. Al contrario, tutto quello che era possibile tentare per disarticolare l’unità interna e destabilizzare il quadro politico del paese è stato tentato, con enorme dispendio di mezzi e risorse. Ma invano.
Se guardiamo infatti a quello che sta avvenendo ora alla Siria, possiamo dire che l’opposizione sponsorizzata dall’Occidente e dai Paesi del Golfo – il “Consiglio nazionale siriano” (cns) e l’“Esercito siriano libero” (fsa) – sia politicamente sconfitta e l’unica speranza rimanga quella di perseguire in una serie continua di attentati, di bombe e di uccisioni. A questa punto il “terrore” rimane l’unica carta spendibile per gli architetti del caos.

Non a caso la Siria, uno degli Stati guida del mondo arabo, che si è sempre considerata il “cuore dell’arabismo” (qalb’ al-‘urūbah), il centro del nazionalismo arabo e della lotta contro il sionismo, non ha mai avuto una così forte indipendenza come nel periodo di Ḥāfiẓ al-Assad (1970-2000), quando è diventata, da potenza minore nel concerto geopolitico mediorientale negli anni Cinquanta e Sessanta (subendo la guerra fredda araba e le influenze esterne britanniche e poi americane), una delle maggiori e rispettate potenze regionali, non più asservita ai tradizionali rivali come Iraq ed Egitto. Questo è il risultato più evidente dell’astuzia tattica di al-Assad che ha saputo compensare le limitate risorse e la relativa debolezza militare sfruttando abilmente le superpotenze e i popoli vicini.

Ed è esattamente per porre termine a una tale situazione, la quale incarnava un perdurante ostacolo al fine di ridisegnare un “Grande Medio Oriente” secondo le nuove direttrici strategiche internazionali, che ha preso le mosse nel 2011 la poderosa macchina bellica e propagandistica che vediamo in azione.

I

Prima di analizzare nel dettaglio l’attuale contesto siriano, è opportuno però tracciare un rapido quadro sulla panoplia dei gruppi sociali che popolano il mondo arabo. Una volta compiuta una panoramica su questo frastagliato arcipelago, entreremo nel merito degli aspetti essenziali per trarre un bilancio sullo stato del Paese così com’è emerso durante il viaggio in Siria della delegazione italo-siriana a cui ho preso parte.

Partiamo anzitutto dalla composizione etnica e settaria dell’intero spazio mediorientale. Il mondo arabo è costruito come un castello di carte, messo insieme da Francia e Gran Bretagna negli anni Venti del Novecento subito dopo la deflagrazione dell’Impero Ottomano. Fu diviso arbitrariamente in diciannove Stati, tutti formati da combinazioni di minoranze e gruppi etnici disomogenei, in modo tale da assemblare un puzzle sempre a rischio di entrare in stato di fibrillazione. Con la sola eccezione dell’Egitto, nel quale una maggioranza musulmana sunnita si trova di fronte una consistente minoranza di cristiani copti nell’Alto Egitto, tutti gli Stati maghrebini sono popolati da un miscuglio di arabi e berberi non-arabizzati.

L’islam combattente, emanazione delle petromonarchie feudali dei paesi del Golfo e delle potenze occidentali (gcc + nato), come ho ampiamente argomentato nel mio Libia 2011 (Jaca Book, Milano 2011), è riuscito a disarticolare il complesso equilibrio interno libico facendolo letteralmente implodere su se stesso a suon di bombe.

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