Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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martedì 14 maggio 2013

SCACCO A OBAMA

di Giulietto Chiesa [ 13/05/2013]
L'attentato di Boston, i bombardamenti israeliani su Damasco, la crisi (scongiurata subito) tra Stati Uniti e Corea del Sud sembrano eventi del tutto scollegati, disconnessi tra loro. Io penso che non lo siano e che, anzi, siano tutti segnali del convergere - perfino piu' rapido del prevedibile verso una crisi di piu' vaste proporzioni.
Mi pare di vedere una mano - piu' invisibile di quella, famosa, del “mercato” - che preme perche' si verifichi una resa dei conti. Forse piu' di una resa dei conti: diverse e lontane, ma riconducibili a un unicum di impressionante squilibrio, un “buco nero” nel quale stiamo andando tutti nel piu' disastrante caos di idee dell'ultimo secolo. Ma piu' grande di quello che condusse alla seconda guerra mondiale.
La resa dei conti che vedo avvicinarsi ha sicuramente a che fare con la crisi americana, che si manifesta anche come la crisi della leadership di Barack Obama. Anche, ma non solo. Gli Stati Uniti sembrano una barca alle deriva. Con un presidente che, apparentemente, essendo piu' libero di agire nel suo secondo mandato, era stato dato come all'offensiva su molti fronti. E invece non solo non e' affatto all'offensiva, ma sta subendo un'offensiva interna che appare oscura, ma che ha le sembianze neocon del suo predecessore.
Povero Obama, direbbe qualcuno che l'aveva in simpatia. Ricordo che, al momento della sua prima elezione, ci furono i comitati di sostegno, in Italia, promossi dal Pd. Io, dal canto mio, fin da allora lo definii come «la piu' straordinaria e ben riuscita operazione di maquillage di tutta la storia». Adesso si vede in trasparenza che l'“uomo nuovo” della politica statunitense ha la stessa liberta' di manovra di un fringuello in gabbia. La crisi con la Corea del Nord non e' stato lui a cominciarla. Neanche il suo ministro degli esteri lo ha fatto. Si potrebbe pensare che ci sia un legame diretto, ben piu' solido, tra Kim Yong Un e il Pentagono, o la Cia, o con tutti e due. Il giovanotto di Pyong Yang si mette all'improvviso a strillare e minacciare, apparentemente senza motivo. Tutti i media si mettono a starnazzare anche loro come galline impazzite e, per una decina di giorni, il mondo intero appare sull'orlo di uno scontro nucleare tra il gigante americano e il nano nord coreano. Evidentemente non c'era nulla di piu' serio di un accurato gioco delle parti, nel quale la parte piu' potente faceva finta di sentirsi minacciata, ma sapeva perfettamente che la minaccia di Kim era semplicemente inesistente. Invece lo scopo era diverso: consentire al Pentagono di mettere a punto gli orologi, e portare le armi e le piu' raffinate tecnologie americane negli immediati pressi di Pechino. Washington sa bene, come lo sa Kim Yong Un, che la Corea del Nord puo' essere cancellata in un attimo.
Fatto decantare il polverone, John Kerry si e' affacciato sull'uscio e ha detto che troppo allarme era esagerato e contro-producente. Fine della commedia: si erano messi d'accordo per ricompensare il “dittatore Pazzo”. Resta solo da chiarire chi ha acceso il fiammifero. E, probabilmente, si scoprirebbe che non e' stato Obama, i cui capelli stanno ingrigendo a velocita' supersonica, date le circostanze. Poiche' gli e' stato affidato il compito, forse per lui ingrato, di portare a compimento la profezia dei neocon. Quegli stessi che presero il potere, con un vero e proprio colpo di stato, nell'anno 2000, portando alla presidenza George W. Bush Junior (che era stato sconfitto da Al Gore). Scrissero, nel famoso Project for The New American Century, che la Cina sarebbe divenuta il pericolo principale per la sicurezza degli Stati Uniti nel 2017. E ripeterono la profezia nei documenti successivi concernenti la sicurezza nazionale del futuro. Era il 1998. Forse non era una profezia, sebbene si trattasse di eventi del futuro. Forse avevano fatto i loro calcoli e avevano pensato con quale Cina avrebbero avuto a che fare, tenendo conto dei tassi di crescita del suo PIl, dei suoi armamenti, della sua finanza, della sua tecnologia, della sua popolazione. Se non si tengono sempre presenti quelle previsioni, difficilmente di potra' capire cosa sta succedendo in America e fuori, mentre nel frattempo l'Occidente intero e' entrato nella piu' grave crisi della sua intera vicenda imperiale.

domenica 12 maggio 2013

Con l'attacco alla Siria, Israele aiuta il suo alleato Al-Qa'ida

- megachip -

Tel Aviv incoraggia i jihadisti sostenuti dall’Occidente
attacco-israeliano-siriadi Paul Joseph Watson - Prison Planet.
Al termine di una settimana in cui l'amministrazione Obama ha espresso l'intenzione di inviare armi pesanti ai ribelli siriani egemonizzati da Al-Qa'ida, Israele ha lanciato degli attacchi aerei all'interno del territorio siriano che serviranno solo a imbaldanzire proprio i miliziani jihadisti che hanno manifestato apertamente il loro desiderio di distruggere sia Israele sia gli Stati Uniti.
Razzi israeliani hanno bombardato zone alla periferia di Damasco, il 5 maggio di prima mattina, durante un raid fatto apparire come rivolto contro i missili iraniani diretti verso Hezbollah in Libano. Questo attacco israeliano ne seguiva un altro di pochi giorni prima, e ha portato a tre il numero di aggressioni di Israele alla Siria perpetrate finora quest'anno.

Il ministro dell'Informazione siriano Omran Zoabi ha risposto avvertendo che gli attacchi «Aprono la porta a tutte le possibilità», anche se non si prevede che Bashar Al-Assad ordini alcuna risposta militare. Così come è stato demonizzato negli ultimi due anni per rispondere a una sedizione armata, ogni tentativo di difendersi da parte della Siria fornirebbe agli Stati Uniti e a Israele il via libera per lanciare un’aggressione militare su larga scala.
Immaginate se degli aerei militari siriani sparassero razzi su Tel Aviv e distruggessero strutture militari israeliane. Israele tratterebbe istantaneamente una tale mossa come una dichiarazione di guerra e gli Stati Uniti si unirebbero per radere al suolo le città siriane in pochi giorni. Eppure Israele bombarda la Siria per due giorni e ci si attende che la Siria si rassegni e non faccia nulla.
Israele ha colto l'occasione per attaccare la Siria in tutta sicurezza poiché sa che l'impegno di Damasco nel combattere gli insorti dell’Esercito Siriano Libero significa che non sarà in grado di reagire, illustrando ancora una volta il rapporto simbiotico tra Israele e i terroristi di Al Qa'ida.
«Il nuovo attacco israeliano è un tentativo di sollevare il morale dei gruppi terroristici che annaspavano a causa dei colpi loro inflitti dal nostro nobile esercito », ha tuonato la TV siriana in risposta all'attacco, aggiungendo che l'aggressione era «coordinata con i terroristi.»
Con il lancio di attacchi che indeboliscono e distraggono Damasco dalla sua attenzione rivolta a sconfiggere i ribelli sostenuti dagli occidentali, Israele sta aiutando proprio gli stessi ribelli che avevano bruciato bandiere israeliane in pubblico e avevano promesso di schiacciare il regime sionista, una volta che avessero finito di rovesciare Bashar Al-Assad.
L'attacco di Israele alla Siria evidenzia ancora una volta il fatto che Al-Qa'ida è un'organizzazione sotto il controllo degli Stati Uniti e di Israele, utilizzata per destabilizzare i nemici di Israele nella regione. Non solo Israele ha sostenuto i ribelli egemonizzati da Al-Qa'ida in Siria, anche attraverso la creazione di ospedali da campo per i combattenti feriti, ma nel 2002 Israele fu sorpreso effettivamente a creare un gruppo di Al Qa'ida al fine di giustificare gli attacchi contro i palestinesi nella Striscia di Gaza.
Come abbiamo esaurientemente documentato, i combattenti dell'opposizione in Siria sono ora dominati da estremisti settari e jihadisti che hanno più volte sottolineato il loro odio per l'America e la loro fedeltà ad Al-Qa'ida.
Numerosi rapporti ora confermano che le persone responsabili di una pletora di atrocità, molte delle quali fanno parte del gruppo di Al-Qa'ida Jabhat al-Nusra che «ha ucciso numerosi soldati americani in Iraq», stanno dirigendo le forze ribelli filo-occidentali in Siria. Dopo che l'organizzazione è stata classificata come un gruppo terrorista dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, 29 diversi gruppi di opposizione siriani sostenuti dagli USA hanno giurato fedeltà ad al-Nusra.
La tempistica degli attacchi israeliani rivela anche l’importanza attribuita al fatto che l'esercito siriano ha iniziato a vincere la guerra contro l'Esercito siriano libero, riprendendo aree chiave di città come Homs nelle ultime settimane.
Israele e gli Stati Uniti non si fermeranno davanti a nulla per eliminare i cosiddetti stati canaglia come la Siria e l'Iran, fino al punto di aiutare e armare jihadisti radicali che sostengono di essere in opposizione a Israele, ma che di routine aiutano proprio Israele a portare a compimento la sua agenda egemonica nel Medio Oriente.
Traduzione per Megachip a cura di Anna Mele.

venerdì 10 maggio 2013

La guerra in Siria, alcune considerazioni

    
La guerra in Siria, alcune considerazioni

di Claudio Grassi -
Negli ultimi tempi si stanno moltiplicando le riflessioni “a commento” di ciò che accade in Siria: certamente un segno della drammaticità della situazione sul campo e, prima ancora, della difficoltà degli osservatori di decifrare ciò che accade nel nostro Vicino Oriente.

Una realtà che peraltro, proprio nel corso delle ultime settimane, si è venuta incancrenendo, al punto da indurre perfino qualcuno a dubitare della reale volontà di perseguire una soluzione politica del conflitto e preferire piuttosto, per ragioni di geopolitica e di interesse, alternativamente la conservazione dello status quo con un Assad ridimensionato ovvero una prosecuzione della guerra, dall’interno e dall’esterno, con l’obiettivo di disgregare l’unità nazionale del Paese e modellare una “nuova Siria” sulla base di aree di interesse o di egemonia, lungo i confini delle divisioni etniche e confessionali (http://t.co/b6DhU42xF8).
Un disegno che potrebbe preludere a una vera e propria “libanizzazione” o, peggio ancora, “balcanizzazione” della Siria, con ripercussioni potenzialmente catastrofiche sull’interno scenario medio-orientale ed al quale non sarebbero estranei i principali protagonisti esterni di questa contesa, gli Stati Uniti, che mirano a ri-disegnare la cartina del Medio e del Vicino Oriente in funzione delle rotte degli approvvigionamenti e della garanzia dello Stato di Israele, e della Federazione Russa, che conserva proprio in Assad uno dei propri alleati – chiave nella regione e mantiene nel Paese, in particolare a Tartus, una base militare e navale di primaria, per i suoi interessi, importanza strategica (www.livejournal.it/rischio-balcanizzazione-siria-2qid).
Il deterioramento più recente di questo “big game” è segnato da alcuni fatti, passati, come quasi sempre ciò che è legato alla vicenda siriana nelle sue più significative implicazioni, sotto silenzio dalla stampa italiana, eppure di primaria importanza, perché segnano dei veri e propri momenti-chiave e potrebbero rappresentare altrettanti “punti di svolta” nella precipitazione dello scenario siriano: da un lato, Carla Del Ponte, membro della Commissione d’Inchiesta delle Nazioni Unite sulla Siria, dichiara, in maniera del tutto sorprendente, che le famigerate armi chimiche – nella fattispecie il gas sarin – sono state usate dai gruppi armati anti-governativi e, in particolare dalle frange, violente e terroriste, dell’opposizione militare ad Assad; dall’altro, Israele, prendendo a pretesto il rischio di un possibile traffico trans-frontaliero di armi tra Siria e Libano, diretto ad Hezbollah, addirittura scatena raid aerei contro la Siria, ufficialmente diretti contro depositi di armi, in pratica un atto di guerra, dalle conseguenze imprevedibili (http://t.co/nN5Om9SSQB).
Potrebbero bastare questi pochi elementi a caratterizzare il profilo del corso politico-militare attuale ed il connotato prevalente di quella complessa vicenda che è la guerra in Siria: una guerra, pertanto, a tutti gli effetti, “civile” e “per procura”, in cui, sulle manifestazioni e le rivendicazioni, originariamente legittime, contro la burocrazia e per la libertà della popolazione siriana della primavera del 2011, si sono venute poi innestando ragioni ed interessi del tutto esterni alla Siria, ragioni di potere e di strategia, nuovi terreni di sperimentazione del terrorismo internazionale e nuovi presidi locali del traffico internazionale di armi, in cui, sulla pelle dei siriani e delle siriane, si vengono a incrociare il lascito delle “primavere arabe” e gli interessi di nuove potenze locali, con ambizioni regionali, in primo luogo la Turchia e il Qatar, che non a caso inter-vengono al di là dei confini, militarizzano le frontiere e consentono il traffico di armi, impedendo ogni possibile soluzione diplomatica improntata al dialogo e alla riconciliazione (http://t.co/koGG0V88).
Mai come in questo frangente, riconciliazione è davvero il contrario di militarizzazione: alla militarizzazione e alla recrudescenza del conflitto, portate dallo scontro tra il governo e le milizie e dall’interferenza neo-imperialista degli alleati euro-atlantici e petro-monarchici, si contrappone lo sforzo per il dialogo e la riconciliazione portato avanti, questa volta, non solo da chi da anni, ormai, lavora, villaggio per villaggio, lontano dalle luci della ribalta mediatica, per risolvere dispute e consentire riconciliazioni locali tra cittadini e tra famiglie in Siria, ma anche da chi, nel corso degli ultimi mesi, ha concorso a mettere in piedi una vera e propria delegazione di pace, nel corso di questa seconda settimana di maggio, impegnata tra Siria e Libano in visite ai campi profughi siriani e palestinesi e, in particolare, in incontri con autorità civili e religiose e con attivisti locali impegnati nei percorsi di pace e di nonviolenza, per testimoniare la solidarietà internazionale agli sforzi per la riconciliazione in Siria e l’urgenza di percorrere le strade della soluzione politica della crisi in corso, improntata peraltro a principi di legittimità e di giustizia (http://t.co/EEP8afM3xH).
L’iniziativa di Mussalaha (in arabo “Riconciliazione”) rappresenta dunque questo cimento e la rete degli attivisti e dei movimenti internazionali a proprio sostegno testimonia della vasta risonanza che tale percorso potrebbe avere, se fosse unito ad una più intensa mobilitazione sociale e ad una meno subalterna diplomazia internazionale. Purtroppo, però, l’una e l’altra sono “in stallo”: la seconda egemonizzata dalla attiva lobby filo-imperialista del club dei cosiddetti “Amici della Siria”, la prima inibita dall’incapacità del variegato mondo dell’associazionismo democratico e pacifista ad individuare il prevalente ed esprimere una sintesi tra le diverse posizioni, da quelle anti-imperialiste classiche o geo-politiciste, spesso incapaci di leggere le ragioni di fondo della mobilitazione popolare del 2011, a quelle anarco-libertarie o moltitudinarie, talvolta, più o meno inconsapevolmente, in sintonia perfino con l’insurrezione armata e le frange protestatarie più radicali e violente. L’esigenza di un confronto aperto e di un’analisi rigorosa del conflitto in Siria diventa così, è proprio il caso di dire, bisogno e compito, allo stesso tempo, per la ripresa di un movimento dinamico ed efficace contro la guerra (http://t.co/J7QpiphK).

lunedì 8 aprile 2013

Siria: comincia l’ultimo atto

di Giulietto Chiesa - megachip -

Un fittissimo intrecciarsi di voli militari è in corso mentre il lettore sta scorrendo queste righe. Si tratta di aerei di varia nazionalità, con sigle diverse dipinte sulle loro carlinghe, con equipaggi internazionali, in partenza da aeroporti che spaziano dalla Croazia, alla Turchia, dal Qatar, all’Arabia Saudita, dalla Giordania e da diversi altre basi della Nato. Il New York Times dello scorso 24 marzo parlava di voli che “fanno pensare ad un’operazione militare clandestina ben pianificata e coordinata”.
È in atto la preparazione di quella che è l’ultima fase, che potrebbe precedere l’attacco militare della Nato contro la Siria e produrre la caduta, con relativa uccisione, del “sanguinario dittatore” di turno.
Si tratta di un’operazione che comporta grosse spese, per migliaia di tonnellate di armamenti e munizioni, i cui destinatari sono i ribelli del cosiddetto Esercito Libero Siriano.
L’organizzatore fu l’«ex» David Petraeus, il che ci dice che Barack Obama non ce la raccontava giusta quando voleva far credere all’opinione pubblica occidentale che gli Stati Uniti non erano poi davvero molto interessati alla caduta di Bashar al-Assad.
Anzi, quando affermava di essere preoccupato dell’eventualità che il crollo del regime di Damasco avrebbe potuto provocare l’inizio della frantumazione della Siria in una piccola galassia di faide sanguinose tra etnie, religioni, nazionalità già in ebollizione e pronte a vendicare i torti subiti negli ultimi quarant’anni.
Ma, a Washington, si ritiene ormai che sia meglio avere dei sunniti al governo di Damasco, piuttosto che degli sciiti alauiti. Ci sarà qualche sgozzamento di troppo, è vero, ma poiché l’obiettivo è quello di creare disordine e non di portare ordine, probabilmente sarà più funzionale questa soluzione. La quale creerà problemi anche per Israele, che si troverà ai confini un altro stato guidato da fanatici jihadisti. Ma Israele può essere accontentata in altro modo: con il via libera contro l’Iran. Anche i turchi potranno avere qualche problema dai curdi siriani, che vorranno unirsi ai curdi iracheni. Ma Recep Tayyip Erdoğan saprà come metterli a posto come meritano, gli uni e gli altri. Insomma la faccenda è stata infiocchettata a dovere. Resta solo da consegnarla al destinatario, che è il popolo siriano.
Siamo stati, negli ultimi mesi, spettatori di una commedia, il cui copione era di far credere che Washington fosse il moderatore dello scontro. Un po’ come accadde alla Libia di Gheddafi: martirizzata da Francia e Gran Bretagna, con – certo – il supporto logistico della flotta e dell’aviazione degli Stati Uniti, ma di malavoglia, con ritrosia, solo per ossequio verso alleati fin troppo aggressivi.
Ora è tutto chiaro. E’ in corso l’inizio dell’ultima fase. Che prevede una tattica lenta, non un blitzkrieg a breve scadenza. I comandi americani e Nato, in piena sintonia, hanno già calcolato che Bashar non è in condizione di resistere indefinitamente. Lo lasciano cuocere nel suo brodo, sempre più bollente. Circondato da ogni lato, con il solo afflusso (ma difficoltoso) di armi e uomini dall’Iran, sotto un embargo asfissiante. Con Israele anch’essa in posizione di apparente basso profilo, ma incaricato di controllare ogni movimento di mezzi e di uomini dal territorio libanese. La Giordania punto logistico cruciale assieme alla Turchia; l’Arabia Saudita e il Qatar in veste di emissari e finanziatori locali; basi Nato di transito e di stoccaggio nei diversi aeroporti turchi, ultima tappa prima della distribuzione alle formazioni armate che agiscono in territorio siriano.
E tutto questo mentre, in parallelo, i servizi segreti americani, britannici, francesi, turchi, sauditi, israeliani già agiscono con squadre di commandos, con specialisti in azioni terroristiche, nelle città siriane non ancora raggiunte dall’esercito di mercenari jihadisti.
False erano anche le notizie che lasciavano intendere la riluttanza americana a concedere armamenti più sofisticati e potenti. Adesso – riferisce esplicitamente il citato New York Times– si sta passando alla distribuzione di armi che permetteranno un corso “più letale” alla guerra civile.
Senza fretta, naturalmente. Poiché bisogna costruire, nel frattempo, le tappe politiche che serviranno ai giornalisti embedded di tutto l’Occidente a descrivere l’aggressione militare in termini di restaurazione della democrazia in Siria.
Nei giorni scorsi è stato insediato a Istanbul un governo siriano in esilio, composto di emigrati siriani in America e in Occidente. Immediatamente proclamato come “unico governo legittimo”, in attesa di essere trasferito nei nuovi uffici di Gaziantep, nelle immediate vicinanze della frontiera turco-siriana. Vi resterà fino a che le squadre armate della Nato avranno ricavato qualche nicchia relativamente sicura in territorio siriano, affinché i Quisling possano trasferirvisi e, da lì, cominciare a lanciare i proclami di vittoria.
A quanto si sa, questo progetto è stato illustrato recentemente a Roma in una conferenza per specialisti intitolata “United States, Europe, and the case of Syria”. Il luogo è stato il Centro di Studi Americani, il presidente del panel era Giuliano Amato, l’oratore principale era Frederic Hof, ambasciatore statunitense e fino a pochi mesi fa capo del team del Dipartimento di Stato impegnato sul “caso Siriano”.
Se Bashar al-Assad dovesse interporsi – ha spiegato Hof – il fatto stesso sarebbe considerato occasione per intervenire in difesa del “legittimo governo siriano”. Se non vorrà o potrà intervenire, allora si estenderà gradualmente la sua area fino ad arrivare a Damasco. A quel punto o Bashar scappa (sempre che riesca a farlo tra un attentato e l’altro; sempre che riesca a sfuggire ai generali felloni che, nel frattempo, saranno stati comprati a peso d’oro, o impauriti a morte per la sorte dei loro figli e parenti) e il governo degli occidentali viene installato a Damasco, oppure ci sarà la carneficina finale, operata dai tagliagole jihadisti dopo che i missili Cruise e i droni della Nato avranno raso al suolo le ultime infrastrutture difensive, i comandi militari e i sistemi di comunicazione.
Mosca, Pechino e Teheran, ciascuna per conto proprio, non potranno che prendere atto. Putin sta facendo i suoi conti e Xi Jinping non sarà da meno. Ma entrambi non potranno fare molto di più che protestare al Consiglio di Sicurezza per la violazione delle norme della Carta dell’Onu. E’ una questione di tattica, poiché strategicamente la battaglia è stata perduta. Teheran ha qualche preoccupazione in più. La sparizione di Bashar da Damasco sarà un altro segnale che la pressione sull’Iran è in crescendo. Il viaggio di Obama a Gerusalemme ha lasciato Netanyahu piuttosto soddisfatto. Conoscendo i suoi piani non c’è da stare tranquilli. L’ayatollah Khamenei, la Guida Suprema, nel suo ultimo discorso ha fatto l’elenco dei peggiori nemici dell’Iran, stabilendo un ordine molto chiaro e preciso: al primo posto gli Stati Uniti, poi la Gran Bretagna e la Francia. Israele è finito solo al quarto posto. Un downgrading che indica come a Teheran Barack Obama non sia tenuto in grande conto come premio Nobel per la Pace.
Quanto tempo ci vorrà per cancellare l’ultimo “stato canaglia” del Mediterraneo? Frederic Hof non lo ha rivelato. Forse non lo sa ancora nemmeno lui. Queste cose richiedono pazienza. Nel frattempo continua quella che un alto ufficiale Usa, che ha mantenuto l’anonimato, ha definito una “cascata di armamenti”. Un vero e proprio ponte aereo di preparazione alla guerra.

Con ogni probabilità toccherà al prossimo ministro degli Esteri il compito di portare in guerra anche l’Italia in questa ultima avventura “democratizzatrice”.

martedì 30 ottobre 2012

I cattivi perdenti della crisi siriana

 

sottonsocchicatorzedi Thierry Meyssan.
In occasione di una tavola rotonda ad Ankara, l’ammiraglio James Winnefeld, Assistente Capo di Stato Maggiore aggiunto degli USA, ha confermato che Washington avrebbe rivelato le sue intenzioni verso la Siria una volta chiuse le urne delle elezioni presidenziali del 6 novembre. Ha fatto chiaramente capire ai suoi interlocutori turchi che un piano di pace era già stato negoziato con Mosca, che Bashar al-Assad sarebbe rimasto al suo posto e che il Consiglio di Sicurezza non avrebbe autorizzato la creazione di zone cuscinetto. Da parte sua, il Segretario Generale aggiunto dell’ONU incaricato delle operazioni di mantenimento della pace, Hervé Ladsous, ha confermato che stava studiando la possibilità di schierare dei caschi blu in Siria. Tutti gli attori della regione si preparano dunque al cessate il fuoco imposto da una forza delle Nazioni Unite composta principalmente da truppe dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (Armenia, Bielorussia, Kazakhstan, Kirghizistan, Russia, Tagikistan).
Di fatto, ciò significa che gli Stati Uniti continuano il loro ritiro dalla regione, che ha avuto inizio in Iraq, e accettano di condividere la loro influenza con la Russia.
Contemporaneamente, il New York Times ha rivelato che dei colloqui diretti riprenderanno tra Washington e Teheran, sebbene gli Stati Uniti si dedichino ad affondare la moneta iraniana. Chiaramente, dopo 33 anni di containement, Washington ammette che Teheran è una potenza regionale ineludibile, pur continuando a sabotarne l’economia.
Questa nuova situazione va a scapito dell’Arabia Saudita, della Francia, d’Israele, del Qatar e della Turchia, che avevano puntato tutto sul cambiamento di regime a Damasco. Questa coalizione eteroclita si divide ora tra coloro che reclamano un premio di consolazione e coloro che cercano di sabotare il processo in corso.
Già adesso, Ankara ha cambiato musica. Recep Tayyip Erdoğan, che si diceva pronto al peggio, tenta di riconciliarsi con Teheran e Mosca. Pochi giorni dopo aver insultato gli iraniani e aver fatto molestare dei diplomatici russi, è diventato tutto un sorriso. Ha approfittato del vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione Economica a Baku per incontrare il presidente Mahmud Ahmadinejad. Gli ha proposto di mettere in campo un complesso dispositivo di discussione sulla crisi siriana, che permette sia alla Turchia sia all’Arabia Saudita di non stare ai margini del cammino. Ben attento a non umiliare i perdenti, il presidente iraniano si è mostrato aperto a questa iniziativa.
Il Qatar, da parte sua, è già alla ricerca di nuovi spazi per le sue ambizioni. L’emiro Hamad si è offerto un viaggio a Gaza e si è erto al rango di protettore di Hamas. Vedrebbe di buon occhio il rovesciamento del re di Giordania, la trasformazione del Regno hashemita in una repubblica palestinese e l’insediamento al potere dei suoi protetti della Confraternita dei Fratelli Musulmani.

mercoledì 24 ottobre 2012

Un incubo

di Elisabetta Teghil - sinistrainrete -

Secondo una lettura che va per la maggiore, il popolo libico e quello siriano si sarebbero sollevati e, nonostante la repressione poliziesca e quella militare, avrebbero, nel primo caso, rovesciato il dittatore e, nel secondo, starebbero tenendo testa a polizia ed esercito governativi.

Allora, forse, è il caso di andare in delegazione, anzi, direi, in pellegrinaggio, in Libia e in Siria, per farci spiegare come sia possibile, per una popolazione, sconfiggere polizia ed esercito o, comunque, tenergli testa.


Le vicende libiche e siriane ci dimostrerebbero, sempre se fosse vera la lettura che va per la maggiore, l’infondatezza della nostra presunta superiorità culturale, tecnica e politica.

Una domanda a margine, ma le donne possono far parte di questa delegazione o no?

Ma, almeno fra noi che ci dilettiamo di grafici, citazioni, parole difficili e scriviamo articoli il più lunghi possibile (versione del detto popolare “altezza è mezza bellezza” e, in questo caso, più lungo è, più dotto è) ma, almeno fra noi, ci possiamo fare il racconto semplice e prosaico che sono i paesi occidentali che hanno rovesciato Gheddafi e stanno tentando questo con Assad?

E’ così difficile dirlo e raccontarlo? E , magari, aggiungere che in prima fila ci sono gli Stati Uniti e l’Inghilterra? E che la Francia socialista (mai ideale più nobile è stato trascinato nel fango come in questo caso), sgomita per rendersi grata al padrone e per ritagliarsi qualche piccolo vantaggio? E che l’Italia si è fatta portare via, in un colpo solo, due protettorati, Tunisia e Libia, grazie all’autogol del presidente della repubblica e del PD?

A proposito di autogol, quello di Bari-Lecce era fraudolento e l’autore è stato condannato dalla magistratura sportiva e ordinaria.

Ma, siccome non siamo in campo sportivo, ma in ambito politico, quelli che lo hanno fatto sono e saranno premiati.

Il primo visita scolaresche e fabbriche con sventolii di bandierine tricolori ( e c’è qualcuna/o che ritiene che l’istituto Luce sia stato abolito), i secondi vinceranno le elezioni.

Ci dicono che, in Libia e in Siria, si può e si deve parlare di regime e che noi saremmo altro.

Non so se questo sia vero, lo lascio ai teorici dei se, dei ma, dei distinguo, ma, certo, i media fanno di tutto per farcelo credere.

So solo che, anche qui da noi, la povertà è molto estesa e fa passi da gigante e, oltre alle fasce tradizionalmente più deboli, oggi morde i polpacci alla piccola e media borghesia e ai liberi professionisti.

Il controllo sociale è talmente diffuso che siamo tutte/i controllati, anche l’irreprensibile, si fa per dire, cittadino famiglia e lavoro.

E’ tutto registrato e catalogato, telefonate e conversazioni, a casa e nei locali pubblici e, magari, anche all’aria aperta, e tutta la rete.

Mancano alcuni piccoli miglioramenti, ma ci stanno lavorando di buona lena, come, per esempio, l’abolizione dei pagamenti cartacei che verranno eliminati dopo un dibattito binario su cavilli di nessuna sostanza ma che, alla fine, presenterà l’utilità di questa scelta per combattere malavita ed evasione fiscale.

I provvedimenti passano sempre attraverso la motivazione nobile, il lancio della notizia, la pratica dell’assuefazione all’idea e qualche piccolo sconto posticcio che non cambia la sostanza delle cose.

venerdì 19 ottobre 2012

Siria: la Nato mira al gasdotto

 Manlio Dinucci - ilmanifesto -
La dichiarazione di guerra oggi non si usa più. Per farla bisogna però ancora trovare un casus belli. Come il proiettile di mortaio che, partito dalla Siria, ha provocato 5 vittime in Turchia. Ankara ha risposto a cannonate, mentre il parlamento ha autorizzato il governo Erdogan a effettuare operazioni militari in Siria. Una cambiale in bianco per la guerra, che la Nato è pronta a riscuotere. Il Consiglio atlantico ha denunciato «gli atti aggressivi del regime siriano al confine sudorientale della Nato», pronto a far scattare l'articolo 5 che impegna ad assistere con la forza armata il paese membro attaccato. Ma è già in atto il «non-articolo 5» - introdotto durante la guerra alla Jugolavia e applicato contro l'Afghanistan e la Libia - che autorizza operazioni non previste dall'articolo 5, al di fuori del territorio dell'Alleanza. Eloquenti sono le immagini degli edifici di Damasco e Aleppo devastati con potentissimi esplosivi: opera non di semplici ribelli, ma di professionisti della guerra infiltrati. Circa 200 specialisti delle forze d'élite britanniche Sas e Sbs - riporta il «Daily Star» - operano da mesi in Siria, insieme a unità statunitensi e francesi. La forza d'urto è costituita da una raccogliticcia armata di gruppi islamici (fino a ieri bollati da Washington come terroristi) provenienti da Afghanistan, Bosnia, Cecenia, Libia e altri paesi. Nel gruppo di Abu Omar al-Chechen - riferisce l'inviato del «Guardian» ad Aleppo - gli ordini vengono dati in arabo, ma devono essere tradotti in ceceno, tagico, turco, dialetto saudita, urdu, francese e altre lingue. Forniti di passaporti falsi (specialità Cia), i combattenti affluiscono nelle province turche di Adana e Hatai, confinante con la Siria, dove la Cia ha aperto centri di formazione militare. Le armi arrivano soprattutto via Arabia Saudita e Qatar che, come in Libia, fornisce anche forze speciali. Il comando delle operazioni è a bordo di navi Nato nel porto di Alessandretta. Intanto, sul monte Cassius a ridosso della Siria, la Nato sta costruendo una nuova base di spionaggio elettronico, che si aggiunge a quella radar di Kisecik e a quella aerea di Incirlik. A Istanbul è stato aperto un centro di propaganda dove dissidenti siriani, formati dal Dipartimento di stato Usa, confezionano le notizie e i video che vengono diffusi tramite reti satellitari. La guerra Nato contro la Siria è dunque già in atto, con la motivazione ufficiale di aiutare il paese a liberarsi dal regime di Assad. Come in Libia, si è infilato un cuneo nelle fratture interne per far crollare lo stato, strumentalizzando la tragedia delle popolazioni travolte. Lo scopo è lo stesso: Siria, Iran e Iraq hanno firmato nel luglio 2011 un accordo per un gasdotto che, entro il 2016, dovrebbe collegare il giacimento iraniano di South Pars, il maggiore del mondo, alla Siria e quindi al Mediterraneo. La Siria, dove è stato scoperto un altro grosso giacimento presso Homs, può divenire un hub di corridoi energetici alternativi a quelli attraverso la Turchia e altri percorsi, controllati dalle compagnie statunitensi ed europee. Per questo si vuole colpire e occupare. Lo hanno chiaro, in Turchia, i 129 deputati (un quarto) contrari alla guerra e le migliaia di dimostranti con lo slogan «No all'intervento imperialista in Siria». Quanti italiani lo hanno chiaro, nel parlamento e nel paese?

giovedì 18 ottobre 2012

Spunto per un manuale sperimentale della bugia giornalistica


Cominciamo dal titolo, in prima pagina, di spalla. Non senza aver notato che a fianco, in alto, a centro pagina, un’imponente e artistica fotografia larghezza quattro colonne dell’International Herald Tribune – che ne ha sei in tutto – mostra un uomo che spara, dalla penombra verso la luce, con un kalashnikov. La didascalia è uno splendido antipasto alle abbondanti portate che verranno: “Un soldato dell’Esercito Libero Siriano sta sparando sulle posizioni governative di Aleppo. Gli Stati Uniti temono che armi simili a missili da spalla (‘shoulder-fired missiles‘) possano finire in mano ai terroristi”.
Due brevi notazioni: le formazioni militari che combattono contro il governo siriano sono diventate un ‘esercito’, che automaticamente viene definito ‘libero’. Due piccioni, come si suol dire, con una sola fava. Praticamente c’è già tutta la spiegazione, che uccide nella culla ogni possibilità di replica. Del tipo: ma è un esercito, oppure sono bande di mercenari provenienti in gran parte dall’esterno? Come si capisce, questa variante è già stata eliminata dalla scena. Ad essa il lettore non deve nemmeno pensare, né sospettare qualcosa. L’aggettivo ‘libero’ suggella l’unica ipotesi rimasta. Essendo un ‘esercito’, e ‘siriano’, che spara pacificamente contro il governo siriano, esso non può che essere anche ‘libero’. I ‘terroristi’ chi sono? Non viene precisato ma è un peccato veniale, forse una distrazione.
E ora passiamo al titolo. “Citando (fonti, ndr) degli Stati Uniti, gli alleati arabi riducono l’aiuto ai ribelli siriani”. Insomma si tratterebbe di una ritirata, di un abbandono, di un ripensamento. Lodevole, come tra poco vedremo. Il cui merito va attribuito a Washington, che viene qui implicitamente tratteggiata come una forza di pace. L’occhiello pennella altri dettagli. “L’Arabia Saudita e il Qatar riprendono indietro le armi più potenti nonostante le pressioni interne”, che, si presume, vorrebbero invece venissero lasciate in mano ai ribelli. Dunque è merito precipuo degli Stati Uniti questa svolta moderata. Sono loro a tirare il guinzaglio cui tengono legati i loro alleati con la bava alla bocca. Degna di nota (lo evidenzio all’attenzione dei lettori distratti) la notazione sulle “pressioni interne” cui i governi del Qatar e dell’Arabia Saudita sarebbero soggetti. Quasi che le due monarchie arabe assolute avessero una qualche opinione pubblica interna, giornali, televisioni, partiti, in grado di esercitare “pressioni”. Insomma: alleati fedeli, da tenere tuttavia al guinzaglio, perché mordono, ma superati in bellicosità dalle rispettive opinioni pubbliche guerrafondaie.
Ora, poiché la gran parte dei lettori si limitano a guardare i titoli e gli occhielli, la storia sarebbe già finita qui. E devo dire che il lavoro dei caporedattore del giornale americano è stato notevole. Con solo 21 parole davvero non si potrebbe fare di più. Ma poiché mi propongo di scrivere un capitoletto di un futuro manuale per sepolcri imbiancati, mi lascio prendere dalla curiosità e mi addentro nell’articolo. Il cui autore, tale Robert F. Worth, avrà sicuramente successo nella sua scalata dentro il giornale. Intanto perché in mezzo alla melassa riesce a infilare anche qualche notizia, di quelle che dovrebbero ricoprire di vergogna tutti i mezzi Pulitzer italiani che non hanno neanche il coraggio di pensarle, non dico di scriverle. Ma questo è un dettaglio provinciale. Tuttavia sospetto che il nostro Robert F. Worth non si sia ben reso conto di quello che ha scritto, oltre alla melassa consapevole. Il che non depone a vantaggio della sua intelligenza, ma sicuramente -mostrando la sua irrimediabile stupidità - ci fa escludere che si tratti di un immondo bugiardo.

mercoledì 10 ottobre 2012

Siria

la Nato mira al gasdotto
121009gasdotto siriadi Manlio Dinucci
La dichiarazione di guerra oggi non si usa più. Per farla bisogna però ancora trovare un casus belli. Come il proiettile di mortaio che, partito dalla Siria, ha provocato 5 vittime in Turchia. Ankara ha risposto a cannonate, mentre il parlamento ha autorizzato il governo Erdogan a effettuare operazioni militari in Siria. Una cambiale in bianco per la guerra, che la Nato è pronta a riscuotere. Il Consiglio atlantico ha denunciato «gli atti aggressivi del regime siriano al confine sudorientale della Nato», pronto a far scattare l'articolo 5 che impegna ad assistere con la forza armata il paese membro attaccato.
Ma è già in atto il «non-articolo 5» - introdotto durante la guerra alla Jugolavia e applicato contro l'Afghanistan e la Libia - che autorizza operazioni non previste dall'articolo 5, al di fuori del territorio dell'Alleanza. Eloquenti sono le immagini degli edifici di Damasco e Aleppo devastati con potentissimi esplosivi: opera non di semplici ribelli, ma di professionisti della guerra infiltrati.
Circa 200 specialisti delle forze d'élite britanniche Sas e Sbs - riporta il «Daily Star» - operano da mesi in Siria, insieme a unità statunitensi e francesi. La forza d'urto è costituita da una raccogliticcia armata di gruppi islamici (fino a ieri bollati da Washington come terroristi) provenienti da Afghanistan, Bosnia, Cecenia, Libia e altri paesi. Nel gruppo di Abu Omar al-Chechen - riferisce l'inviato del «Guardian» ad Aleppo - gli ordini vengono dati in arabo, ma devono essere tradotti in ceceno, tagico, turco, dialetto saudita, urdu, francese e altre lingue.

lunedì 8 ottobre 2012

I sionisti utilizzano al-Qaida per attaccare la Siria

Dean Henderson,  - aurasito -


Non è stata una sorpresa per gli studiosi della storia del Medio Oriente che ieri, il leader di al-Qaida Ayman al-Zawahiri abbia chiesto l’estromissione dalla Siria del “regime pernicioso e canceroso“. La Siria progressista è stata presa di mira da al-Qaida, in passato, ed è attualmente sotto attacco degli islamisti dell’esercito libero siriano addestrato da CIA/Mossad. Quando al-Zawahiri era il capo della Jihad islamica egiziana, nel 1984, la CIA di Reagan inviò i mujahidin del suo amico Ali Mohammed negli Stati Uniti, dove si mise ad addestrare i terroristi afghani a Brooklyn e Jersey City, nei fine settimana. Durante la settimana era istruito dalle forze speciali statunitensi a Fort Bragg. Nel 1998 ha partecipato al bombardamento delle ambasciate statunitensi in Kenya e Tanzania. La reazione di una puttana.
Più tardi la CIA ha aiutato i terroristi della Jihad islamica egiziana a sfuggire alla giustizia, inviandoli a combattere con i musulmani bosniaci e con i narcos del Kosovo Liberation Army, che dovevano fare a pezzi la Jugoslavia. Gli islamisti sono stati utilizzati per uccidere Gheddafi e privatizzare la banca centrale libica per conto del cartello Rothschild. Ora, queste creazioni dell’intelligence occidentale – Israele, Turchia, CCG e NATO – vengono utilizzate per attaccare il governo di Assad in Siria e occupare la banca centrale della Siria per conto del cartello sionista bancario degli Illuminati. E la strada per attaccare l’Iran corre diritta attraverso Damasco. L’articolo che segue del Dr. Boris Dolgov – Ricercatore del Centro di Studi Arabi dell’Istituto russo di Studi Orientali – è la migliore che si sia letta sulla situazione. E’ apparso sull’eccellente sito Oriental Review.
“La situazione attuale in Siria rimane una delle componenti più importanti della politica Mediorientale e internazionale. Utilizzando la crisi interna della Siria e perseguendo i propri obiettivi, NATO, Israele, Turchia e monarchie del Golfo Persico stanno cercando di minare il regime siriano. Dall’inizio della crisi in Siria ho fatto due viaggi in questo paese, in qualità di membro di delegazioni internazionali, nell’agosto 2011 e nel gennaio 2012. Se osserviamo le dinamiche dello sviluppo della situazione in questo periodo, da un lato si può affermare l’intensificarsi dei gruppi terroristici in Siria, e d’altra parte si vede il supporto accresciuto del popolo al presidente Bashar Assad e una chiara distinzione delle posizioni delle forze politiche. Due attentatori si sono fatti esplodere davanti a sedi fortemente sorvegliate delle agenzie di intelligence della Siria, uccidendo almeno 44 persone e ferendone altre decine, in un attentato diretto, il 23 dicembre 2011.
Negli ultimi due mesi la Siria ha visto una serie di attacchi terroristici. I terroristi hanno attaccato militari e strutture militari, agenzie delle forze dell’ordine, istituzioni, oleodotti, ferrovie siriani ed effettuato omicidi e sequestrato cittadini pacifici (nella città di Homs, gli insorti hanno ucciso cinque noti scienziati), incendiato scuole e ucciso insegnanti (da marzo 2011, 900 scuole sono state incendiate e 30 insegnanti sono stati uccisi). Gli attacchi terroristici a Damasco sono stati i più sanguinosi. Due di essi sono stati effettuati il 23 dicembre 2011, quando auto cariche di esplosivo sono esplose di fronte agli edifici del servizio di sicurezza dello Stato, uccidendo 44 persone e ferendone circa 150. Il 6 gennaio 2012 un attentato kamikaze su una strada trafficata ha ucciso 26 e ferito 60 persone. C’erano ufficiali delle forze dell’ordine tra le vittime, ma la maggior parte di loro erano passanti.
Nel gennaio del 2012, Damasco ha un aspetto più grave rispetto all’estate del 2011. Addetti alla sicurezza controllano i passaporti sulla strada per l’aeroporto, chiedendo alla gente da quale paese provengono. Gli ingressi di molte istituzioni statali sono protetti da blocchi di cemento. Ci sono punti di controllo con sacchi di sabbia in prossimità delle stazioni di polizia, che sono protette da soldati con giubbotti antiproiettile. Anche i cancelli che chiudono l’ingresso ad alcune delle strade sono sorvegliati da soldati e giovani con mitragliatrici – volontari provenienti dai movimenti giovanili pro-governativi. Ma la vita di tutti i giorni non è cambiata drasticamente. Non ci sono militari, veicoli armati o verifiche dei documenti in città. Damasco è ancora una città frenetica, senza posti liberi negli internet cafè e nei fine settimana le strade sono affollate di coppie, famiglie e giovani. Dopo gli attacchi terroristici a Damasco, manifestazioni a sostegno di Bashar Assad e di condanna dei terroristi si sono svolte tutti i giorni. Manifestazioni simili sono state organizzate in altre grandi città, come Aleppo, Homs, Hama, Daraa, Deir az-Zor. Queste manifestazioni sono state coperte dalla TV siriana. Durante il nostro soggiorno in Siria, abbiamo potuto muoverci liberamente per la città e parlare con la gente a nostro piacere, ma non abbiamo visto una singola manifestazione anti-governativa. La maggior parte dei partecipanti dei raduni erano giovani.

domenica 7 ottobre 2012

Per una discussione su Siria, guerra e internazionalismo

di Emilio Quadrelli - Giulia Bausano
I piemontesi hanno commesso un errore enorme fin dall’inizio, contrapponendo agli austriaci soltanto un esercito regolare e volendo condurre una guerra ordinaria, borghese, onesta. Un popolo che vuole conquistarsi l’indipendenza non deve limitarsi ai mezzi di guerra ordinari. L’insurrezione in massa, la guerra rivoluzionaria, la guerriglia dappertutto, sono gli unici mezzi con i quali un piccolo popolo può vincerne uno più grande, con i quali un esercito più debole può far fronte ad un esercito più forte e meglio organizzato. (K. Marx, F. Engels, Sui metodi di condotta della guerra popolare d’indipendenza)

Gli scenari che si sono delineati giorno dopo giorno in Medio Oriente sono una puntuale conferma di come, dentro la crisi sistemica del modo di produzione capitalista, la tendenza alla guerra diventi l’elemento cardine intorno al quale ruota per intero l’attuale fase imperialista. Nel mirino delle consorterie imperialiste sono entrate soprattutto quelle entità statuali che, a lungo, hanno mantenuto una posizione poco prona agli interessi del capitalismo internazionale e delle sue principali articolazioni. Buona parte di tali realtà statuali, nel corso della Guerra fredda, avevano optato per una alleanza, pur con gradi e modalità tra loro differenti, con il Blocco sovietico o la Cina dell’epopea maoista e, dopo l’89, pur all’interno di uno scenario radicalmente modificato, avevano manovrato per mantenere la propria autonomia politica e militare concedendo, almeno sul piano politico, il meno possibile agli imperativi degli organismi imperialistici internazionali, FMI e non solo. In altre parole hanno manovrato dentro i nuovi scenari internazionali cercando di scambiare una certa arrendevolezza sul piano economico in cambio di una non negoziazione della propria autonomia e sovranità politica e militare. Un fenomeno che, con gradi e modalità diverse, ha caratterizzato gran parte di quei governi che al termine delle lotte anticoloniali hanno dato vita a regimi nazionali democratico – borghesi più o meno progressisti.

Un “gioco” che non ha potuto reggere più di tanto poiché, nella fase immediatamente apertasi dopo l’89, tutti gli equilibri che la Guerra fredda aveva messo a regime non potevano che entrare in rotta di collisione con gli ordinamenti che la nuova fase imperialista necessitava. La crisi, inoltre, ha accelerato la disintegrazione di tali assetti poiché, per le consorterie imperialiste, è diventato sempre più urgente conquistare postazioni di forza, politiche, economiche e militari al fine di giocare da una postazione vantaggiosa la mortale partita della competizione globale. L’attacco e la rimozione della Libia gheddafiana prima e l’operazione anti - Siria attuale rientrano esattamente in tale prospettiva. Dentro questo scenario, in veste di attore protagonista, vi è un grande assente: il movimento operaio e comunista.

Molto sinteticamente di fronte alle operazioni belliche condotte contro la Libia e ora prospettate verso la Siria a sinistra si sono delineate quattro posizioni:

A) la prima, decisamente più corposa, ha salutato la guerra come un evento forse deprecabile ma in fondo utile per rimuovere regimi antidemocratici e dittatoriali.
B) la seconda, quantitativamente non proprio irrilevante, è la posizione di coloro che si sono opposti e si oppongono tuttora all’uso della forza, senza se e senza ma, per motivi etico - morali.
C) la terza, non eccessivamente numerosa ma neppure poco consistente, identifica tutte le forze in gioco come borghesi e imperialiste e, pertanto, estranee agli interessi di classe delle masse proletarie, ponendo al centro del proprio ragionamento la piena autonomia della classe proletaria in aperta contrapposizione a tutte le frazioni borghesi in gioco.
D) infine, una quarta parte, si è schierata contro la guerra imperialista finendo, in sostanza, con il porsi a difesa dei governi attaccati.

venerdì 5 ottobre 2012

Dall’Europa al Medio Oriente attualità del «format jugoslavo

Fonte: il manifesto | Autore: Tommaso Di Francesco
  
È più d’una suggestione: è il teatro europeo e mondiale che ogni giorno rappresenta un «format jugoslavo», ripetutamente utilizzato negli ultimi due anni. Con l’ultima guerra «umanitaria» della Nato in Libia, anche se ora, per la crisi in Siria, nonostante chiari venti di nuova guerra, pare difficile quanto esplosivo una pura e semplice copia-incolla del modello; poi, con un ruolo formativo nelle rivolte arabe dell’associazione Otpor, considerata a torto la protagonista della cacciata di Milosevic; e anche con le dichiarazioni di fine 2011 di Hillary Clinton che auspicavano «rivoluzioni arabe» in Cina. Mentre in Europa si rompono gli equilibri e si apre la contrapposizione dei paesi ricchi, «formiche», virtuosi verso i paesi poveri, «cicale», corrotti.
Così come all’interno di ogni paese europeo (Catalogna, il Nord italiano ecc.). Proprio come accadde nella Federazione jugoslava a partire dalla grave crisi economica interna del 1985 che ruppe la solidarietà istituzionale e fu prodromo delle divisioni violente nazionaliste. Mentre la Grecia invece dell’ingresso nell’Ue si vede riconsegnata alla turbolenta e marginale area balcanica d’appartenenza. Si direbbe una nemesi, solo a ricordare che appena dopo la caduta del Muro la prospettiva dell’Ue (allora ancora Cee) era quella di avere subito l’ingresso indolore della Jugoslavia post-titina, «diversa» dal blocco ex sovietico dell’Est.
E verso la quale invece si attivò, nonostante le rassicurazioni dei primi vertici di Maastricht, la «strategia» dei riconoscimenti delle indipendenze proclamate su base etnica. Senza mai dire invece che l’ingresso in Europa sarebbe stato garantito solo a condizione che fosse conservata l’unità della Federazione jugoslava. Ne parliamo con Lucio Caracciolo, direttore della rivista LiMes che, in questi giorni, propone un prezioso quaderno con la riedizione di materiali d’archivio e nuove analisi, dal significativo titolo «La guerra in Europa non è mai finita».
Come mai, ai vent’anni dalle guerra balcaniche, i paesi dell’ex Jugoslavia che si sono scannati per dividersi e per entrare come Stati separati (anche etnicamente) in Europa, risultano ora assai poco «europei», quanto a stabilità politica ed economica, a standard sociali, a rispetto dei diritti umani. E ad esercizio di democrazia (la metà della metà dei cittadini vota, l’astensione è ovunque il primo partito)?
La ragione è semplice: la natura non fa salti, la politica nemmeno. Non si possono annullare secoli di storia per il semplice fatto di aderire all’Ue o alla Nato. I Balcani non hanno una storia di democrazia e di libertà. Questo non vuol dire che non possano costruirla, ma le strutture sociali e politiche non si creano a comando. Richiedono tempo, perseveranza e soprattutto pace. Il primo nemico sono naturalmente le organizzazioni informali, o apertamente criminali, che esercitano importanti quote di potere in molti territori balcanici (e non solo).
Ora però l’Unione europea, invece di diventare un’entità politica sovranazionale appare di fattop più «balcanica», avendo introiettato, dentra la crisi del capitalismo e della finanza globalizzati, il principio della divisione tra stati (e tra classi) su chi deve pagare la crisi?
La costruzione europea è sempre stata basata sull’economia, nell’illusione, paradossalmente marxiana, che la struttura economica determinasse la sovrastruttura politica. La storia ha dato torto al «marxismo» di Monnet. Non avremo uno Stato sovranazionale europeo, se mai l’avremo, se non per decisione politica di alcune élite, poi suffragata dal popolo. Sull’economia ci si divide, non ci si unisce, in assenza di vincoli politici cogenti. In ogni caso il principio di solidarietà non si afferma spontaneamente, ma solo per scelta politica.
E se ora i paesi dei Balcani decidessero di non entrare più nell’Ue, vista la prospettiva concreta delle difficoltà economiche dell’Europa che si è alimentata delle divisioni balcaniche e non ha mai fatto molto per l’integrazione del sud-est europeo?
Può essere, e sarebbe anche logico, viste le aspettative enormi create dall’Europa e sull’Europa negli anni Novanta, poi miseramente naufragate. Sarebbe comunque prioritario, Europa o non Europa, che intanto quei paesi ritrovassero un minimo comune denominatore in alcuni campi, per evitare di ritrovarsi poi a combattersi, magari in una cornice comunitaria…Tanti anni fa LiMes parlava di Euroslavia, l’idea per me è ancora valida.
Vista la crisi dei trattati di pace, Dayton per la Bosnia-Erzegovina e quello di Kumanovo per il Kosovo indipendente unilateralmente, c’è il rischio fondato di un riaccendersi dei conflitti?
Il rischio c’è, anche se non mi pare immediato. Le ragioni e i torti che hanno originato i conflitti degli anni Novanta non sono state sradicate. C’è molta benzina sparsa sul terreno, e molti potenziali incendiari. Credo che la situazione più grave resti quella bosniaca, seguita da quella kosovara e da quella macedone, fra loro legate. Esistono poi mafie e cartelli criminali che potrebbero profittare, in certe circostanze, del riesplodere delle ostilità.
Quanto all’aspetto internazionale, dopo le profferte americane su una «rivolta violenta» in Cina, c’è l’attualità della guerra civile in Siria, dopoquella libica finita con con l’uccisione dell’ambasciatore Usa a Bengasi. Che altro dobbiamo aspettarci quanto a format balcanico?
I Balcani sono un caso a sé, la loro influenza sul mondo è modesta – e viceversa. Ma in assenza di un modello di integrazione spendibile su scala mondiale – e non ci sarà mai, temo – dovremo abituarci al riemergere carsico di conflitti alimentati da fattori tanto esterni quanto esogeni. Dove l’equilibrio del potere si rompe, è sempre possibile che attori ambiziosi o irresponsabili, magari anche animati da ideologie benevole (diritti umani), possano resuscitare lo spettro della guerra.

domenica 30 settembre 2012

SIRIA: I ribelli sono criminali di guerra. Lo dice Human Right Watch

di Matteo Zola - eastjournalnet -

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I ribelli siriani sono criminali di guerra, a dirlo è Human Right Watch (Hrw), autorevole organizzazione non governativa americana, in un dossier commissionato dalle Nazioni Unite. E’ la prima fonte ufficiale a definire i ribelli siriani, che combattono contro il regime di Bashar al Assad, come criminali. Crimini di guerra, i più gravi. E per una forza di “liberazione” non è un buon biglietto da visita. Secondo il rapporto l’escalation di violenza si deve anche alla presenza crescente di combattenti stranieri.
Dopo le ripetute condanne al governo siriano, considerato responsabile di arresti di massa e torture, oggi nel mirino dell’Onu e dell’organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch finiscono i gruppi di opposizione: nel nuovo rapporto sono documentate decine di esecuzioni sommarie e atti di tortura compiuti dai ribelli ad Aleppo, Idlib e Latakia.
L’Esercito Libero Siriano, tra i principali gruppi di opposizione, ha dichiarato di voler porre fine alle violenze, dopo la pubblica esecuzione ad Aleppo di 14 membri di un clan vicino a Assad. Una dichiarazione che non accontenta le organizzazioni per i diritti umani: “Il vero test è il comportamento reale delle opposizioni – ha commentato il vice direttore di Hrw per il Medio Oriente, Nadim Houry – Le opposizioni hanno sempre detto di voler lottare contro il governo per le sue orrende violazioni dei diritti umani. Ora è tempo che le opposizioni mostrino che cosa intendono”.
E da Ginevra si aggiunge la voce delle Nazioni Unite. Il Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu, che ha commissionato a Hrw il rapporto, ha parlato di una “crescente e allarmante presenza di elementi islamici stranieri in Siria”. Ovvero, combattenti provenienti dall’estero che stanno radicalizzando il conflitto. Un conflitto in cui è sempre più difficile capire da che parte sta la ragione, e che East Journal ha provato a seguire in questi mesi proponendo e dando risonanza a quelle notizie (sempre testimoniali o documentate) che – lungi dal chiarire – complicano la lettura di una guerra troppo facilmente divisa tra “buoni e cattivi”.
Quella di Hrw è la prima voce autorevole e internazionalmente riconosciuta a confermare la gravità della situazione siriana: una situazione in cui il torto sembra equamente spartito tra le parti in conflitto, ognuna delle quali gode di finanziamenti e rifornimenti militari la cui provenienza, finora, può essere solo oggetto di supposizioni. Attendiamo un prossimo rapporto ufficiale, e nel frattempo continuiamo a fare il nostro lavoro di giornalisti: piantare il seme del dubbio.
Per chi fosse interessato suggeriamo la lettura di alcuni nostri articoli di approfondimento:
Primavere democratiche o rivoluzioni coraniche? La seconda che hai detto (di Kaspar Hauser)
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(foto da Diariodelweb)

domenica 23 settembre 2012

Un orribile punto morto

 
Tariq Ali - ilmanifesto -
 
Stanco dell'incessante propaganda unilaterale della Cnn e della Bbc World, che generalmente anticipa i bombardamenti della Nato (come fu per l'attacco contro la Libia) o l'occupazione diretta, provo a spiegare il mio punto di vista sulla crisi della Siria. Denunciando prima di tutto l'investitura del Consiglio nazionale siriano da parte del network dei media occidentali e registrando che parte dell'opposizione armata siriana è perfettamente capace di organizzare i suoi massacri per attribuirli poi al rregime.
Voglio così anche respingere la diffamazione esplicita da parte di alcuni che mi accusano di essere un «apologeta di Assad» come fu per quegli idioti che mi tacciavano di «apologeta di Saddam» durante i preliminari dell'occupazione dell'Iraq.
Dall'inizio ho appoggiato pubblicamente e apertamente la rivolta popolare contro il gruppo baathista dominante a Damasco, diretto da una famiglia. Io sono stato contro questo regime fin da quando il golpe militare di Assad rovesciò il suo predecessore, molto più illuminato.
A essere onesti, non immaginavo che la Siria sarebbe esplosa come l'Egitto, per ne fui contentissimo quando accadde. Speravo che le dimensioni della rivolta, la sua evidente popolarità, obbligassero il regime a negoziare un piano concordato insieme per eleggere un'assemblea costituente. Qualche indizio suggeriva che fossero in pochissimi, dentro il regime, favorevoli a questa strada. Non c'è stato verso. Non si è potuto superare la stupidità e la brutalità, le due principali caratteristiche del regime di Bashar el Assad, fermo nella convinzione che qualsiasi concessione sarebbe fatale. Per molti mesi la sollevazione popolare è stata pacifica e la sua forza è cresciuta progressivamente, in un modo non diverso a quello della prima intifada popolare palestinese.
La mia opinione è chiara: solidarietà totale con il popolo, abbasso la dittatura. Però chi lo abbatterà e come? Non è una domanda di poco conto.
In Egitto, il movimento di massa ha vinto perché i capi dell'esercito avevano deciso che ormai non potevano più restare al fianco di Mubarak e c'era il timore che soldati e ufficiali subalterni non obbedissero più agli ordini. Quando gli Usa ritirarono il loro appoggio al dittatore, era solo questione di tempo.
In Siria, durante la prima fase, l'alto comando militare è rimasto fedele, costituito com'è su linee di casta e di religione, nonostante alcune diserzioni. Una volta scattata la repressione, alcuni hanno deciso che ormai la natura pacifica della lotta non bastava più e allora sono apparsi i militari e i civili vicini alle agenzie di intelligence occidentali. Come in Libia.
L'occidente ha cominciato a preparare il suo-governo-in-esilio, utilizzando la Turchia come suo principale pivot, con Arabia saudita e Qatar come sussidiari. L'opportunità di dare un colpo agli iraniani era troppo allettante e come succoso sovrapprezzo anche gli Hezbollah, l'unica forza del mondo arabo ad aver sconfitto politicamente per due volte Israele nella regione, ne uscirebbero molto indeboliti.
Opponersi ad Assad non significa appoggiare un intervento occidentale e un regime imposto sul modello libico, con elezioni organizzate in quattro e quattr'otto come foglia di fico buona per le relazioni pubbliche. E tuttavia, molte voci importanti dell'opposizione all'interno del paese hanno la sensazione che un intervento esterno sia oggi l'unica risposta. Altri restano fermissimi nel loro no a un intervento occidentale. Non è facile dare giudizi dal di fuori sui veri equilibri di forze e un movimento di massa con un obiettivo comune richiede necessariamente che non si stia a sottilizzare troppo sulle differenze intestine. Però, come in Egitto, nel momento in cui evapora l'euforia della rivolta e del suo successo nel disfarsi di un despota odiato, entra in campo la politica. Qual è la maggior forza politica nella Siria di oggi? Quale sarebbe il più forte partito in un parlamento uscito da libere elezioni? Probabilmente i Fratelli musulmani, e in questo caso le esperienze sotto gli occhi dovrebbero essere istruttive, dal momento che il neo-liberismo e l'alleanza con gli Usa sono l'architrave del modello turco che il presidente egiziano Morsy e altri suoi omologhi della regione vogliono emulare. Nella seconda metà del secolo scorso, nazionalisti arabi, socialisti, comunisti e altri si sono scontscontrarono con i Fratelli musulmani per l'egemonia nel mondo arabo. Può essere che non ci piaccia (e a me non piace), ma la battaglia l'ha vinta la Fratellanza.
Il futuro dipenderà dalla capacità di portare avanti un cambio sociale. Le classi lavoratrici egiziane e siriane hanno avuto un ruolo immenso in entrambe le sollevazioni. Per quanto tempo subiranno il laicismo neo-liberista o l'islamismo? I palestinesi che scendono in piazza per la giustizia sociale contro il regime fantoccio dell'Olp e contro l'esercito israeliano, sono segnali che potrebbe non essere facile contenere la turbolenza.
Un intervento della Nato installerebbe in Siria un governo semi-fantoccio. Come ho già detto nel caso della Libia, una volta che la Nato entra in gioco vinca chi vinca, sarà il popolo a perdere. Lo stesso succederebbe in Siria.
Che succederà se continua la situazione attuale? Un orribile punto morto. Il modello che viene in mente è l'Algeria dopo che l'esercito, appoggiato dalla Francia e dai suoi alleati occidentali, intervenne per fermare il secondo turno elettorale che avrebbe visto il trionfo del Fis, ciò che portò a una guerra civile in cui entrambe le parti si macchiarono di atrocità mentre le masse popolari ripiegavano su una passività disillusa.
Per questa ragione, continuo a insistere che, anche in questo stadio, una soluzione negoziata è la migliore per disfarsi di Assad e dei suoi sbirri. Le pressioni di Tehran, Mosca e Pechino potrebbero aiutare a raggiungere questo prima che passi l'opzione militare del sultano Erdogan, dei suoi alleato sauditi-qatarioti e dei loro seguaci in Siria.
*©Counterpunch-ilmanifesto
** Traduzione di Maurizio Matteuzzi

sabato 25 agosto 2012

Siria: la BBC insabbia un crimine di guerra


di Paul Joseph Watson* - contropiano - 
 

 
Siria: la BBC insabbia un crimine di guerra
La BBC ha cucito una toppa peggiore del buco nei postumi della polemica su una censura che ha visto l'emittente ritirare un video sui ribelli siriani che costringevano un prigioniero a diventare un attentatore suicida inconsapevole.


* Prison Planet (Traduzione per Megachip a cura di Fanny Milazzo)

La BBC sostiene infatti che il reporter non ha mai definito l'episodio come un "crimine di guerra "quando in realtà è vero il contrario. Come abbiamo già sottolineato, un videoclip che mostrava un prigioniero costretto dai ribelli siriani a guidare un camion carico di esplosivo fino a un posto di blocco militare di Aleppo è stato ritirato sia dal sito web della BBC sia dal canale ufficiale su YouTube della BBC poche ore dopo la sua pubblicazione. I blogger sono stati in grado di registrare e caricare una copia del video che può essere visto qui di seguito.


Il redattore di «BBC World News» John Williams ha risposto alle polemiche in un blog del sito della BBC News, ammettendo che «la storia ha generato molto interesse in tutto il mondo arabo e oltre».

Sebbene Williams non riesca a spiegare perché la BBC abbia destinato la storia al dimenticatoio, tenta nondimeno di minimizzare il fatto che gli avvenimenti raffigurati nel filmato rappresentano palesemente un crimine di guerra, rilevando che a definire in tal modo il tentato omicidio di un prigioniero è Amnesty International.

«Alcune agenzie di stampa filogovernative in Siria hanno suggerito che la BBC e il New York Timeshanno definito l'atto come un "crimine di guerra". Questo non è vero», afferma Williams.

Eppure è vero.

Al minuto 2’13” del videoclip incorporato poco sopra, il reporter della BBC Gordon Corera afferma chiaramente: «L’uso di prigionieri come attentatori suicidi sarebbe certamente considerato un crimine di guerra.»

Quindi, in realtà è proprio così, la BBC ha definito l'atto come un "crimine di guerra", ed è John Williams ad essere sfacciatamente disonesto.

Perché la BBC mente nel sostenere di non aver definito l'atto come un crimine di guerra? Forse perché la sua rimozione della storia costituisce un insabbiamento di un crimine di guerra. Forse il fatto ha reso nervosi gli avvocati e i redattori più anziani.

Ricordiamo che questa non è la prima volta che la BBC è stata colta in flagrante mentre manipolava i reportage sugli eventi in Siria per dare una spinta a un piano di cambiamento di regime in chiave filo-Nato. Lo scorso maggio mostrammo il modo in cui la BBC aveva usato una foto di diversi anni prima di bambini iracheni morti per raffigurare le vittime di un presunto attacco delle forze governative nella città di Houla.

Il fotografo che aveva scattato la foto originale, Marco Di Lauro, pubblicò un post sulla sua pagina Facebook: «Qualcuno sta usando le mie immagini come strumento di propaganda contro il governo siriano per dimostrare il massacro.» Di Lauro dichiarò al Telegraph di Londra di essere "sconcertato" dal fatto che la BBC non fosse riuscita a verificare l'autenticità dell'immagine.

La scusa usata dalla BBC per rimuovere la sconvolgente storia di come i ribelli siriani sostenuti dall'Occidente utilizzano prigionieri all'oscuro per compiere attacchi terroristici è zoppicante per non dire altro.

«Secondo i termini dell'accordo con il New York Times abbiamo solo avuto il diritto di utilizzare il materiale su certi canali di trasmissione. Tuttavia il materiale è stato utilizzato online per errore. Non appena ci siamo resi conto dell'errore abbiamo immediatamente provveduto a rimuovere il materiale online», ha risposto la BBC.

Così ci viene chiesto di credere che la più grande organizzazione al mondo nel campo dell’informazione non disponga di una procedura con cui fare delle verifiche assieme alle altre importanti organizzazioni del mondo delle news prima di utilizzare il loro materiale.

Anche se decidessimo di accettare questa controversa spiegazione, il fatto che la BBC stia ora dicendo il falso apertamente al suo pubblico nel pretendere che il suo inviato non abbia mai qualificato l'episodio come un "crimine di guerra" (quando è vero il contrario) sottolinea ancora una volta come i media allineati con la Nato siano ansiosi di giustificare l'immagine delle forze di opposizione siriane come quella di gloriosi combattenti per la libertà, quando in realtà essi sono guidati da terroristi di Al-Qai'da, intanto che si misurano atti di brutalità che stanno alla pari con qualsiasi atto di cui le forze di Assad siano state accusate

mercoledì 22 agosto 2012

giovedì 16 agosto 2012

mercoledì 15 agosto 2012

Cuba 1962 – Siria/Iran 2012 – Operazione Northwoods (false flag per invadere Cuba)

Documenti USA declassificati, molto interessanti da leggere per vedere come funzionano certe cose: dopo cinquant'anni, sempre i soliti vecchi trucchi.

- fonte -

PREMESSA

Gli Stati Uniti hanno già sponsorizzato un colpo di stato in Siria nel 1949:
http://www.us-foreign-policy-perspective.org/index.php?id=323
e pianificato un altro colpo di stato ai danni del governo siriano alla fine degli anni Cinquanta:
http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/05/31/loccidente-e-la-destabilizzazione-della-siria-1957-2011-articolo-del-guardian/
Ora è la volta della Siria.
Il seguente piano fu respinto dal presidente J.F. Kennedy che, com’è noto, morì prematuramente l’anno successivo.

Cuba – Operazione Northwoods

Operazione Northwood – Pag. 1

Capi di Stato maggiore
Washington 25 D.C.
13 Marzo 1962
Memorandum per il segretario della difesa
Oggetto: Giustificazione per l’intervento militare degli Stati Uniti a Cuba (TS)
I Capi di Stato maggiore hanno preso in considerazione il Memorandum allegato per il capo delle Operazioni “Progetto Cuba” che risponde alla richiesta del suddetto ufficio per una breve, ma precisa descrizione dei pretesti che dovrebbero giustificare l’intervento militare Statunitense a Cuba.

sabato 11 agosto 2012

Risposta alla “Lettera Aperta” sulla Siria

11 agosto 2012 - Patrick Boylan (NoWar – Roma; U.S. Citizens for Peace & Justice - Rome)

Foto © 2012 Stefano Montesi Nel suo “Altro Editoriale” su peacelink.it del 25 luglio scorso, Enrico De Angelis ipotizza, con un'angoscia che si legge tra le righe, l'esito più probabile di una caduta, in questi giorni, del regime siriano di Bashar al-Assad qualora, nonostante i massicci aiuti militari russi, egli fosse inaspettatamente sconfitto sul campo. Questo esito sarebbe la presa del potere – non da parte dei giovani “rivoluzionari” siriani che lottano da 15 mesi contro il regime – ma da parte di quelle forze militari, molte delle quali armate e stipendiate dall'estero, che operano in Siria palesemente da ben 13 mesi (dunque quasi sin dall'inizio della rivolta) e clandestinamente da anni. Se vincono loro, addio rivoluzione.

Tra queste forze militari d'opposizione, la principale è il cosiddetto Esercito Siriano Libero, l'ESL, il cui scopo, secondo Wikipedia, sarebbe quello di “proteggere i civili”. In realtà, come dimostrano in questi giorni gli assalti a Damasco e ad Aleppo, dove i civili non hanno nessun bisogno di protezione, il vero scopo dell'ESL è un altro: rovesciare Assad e conquistare il potere in Siria.

Per conto di chi?

Per capirne qualcosa, basta esaminare l'organizzazione di questo esercito. Oltre ai disertori dalle forze militari governative, l'ESL conta un gran numero di reclute libiche, pakistane, ecc. fatte venire in Siria... dalla CIA. L'ESL è diretto – ufficialmente – da un colonnello siriano disertore, ma, in pratica, da un centro Command and Control turco-saudita in Turchia che risponde... alla CIA. Negli scontri importanti sul terreno gli ordini ai guerriglieri dell'ESL vengono dati dai commandos britannici e francesi infiltrati in Siria d'intesa con... la CIA. (Non ci sono commandos USA perché in un anno elettorale, Obama ha preferito l'outsourcing al rischio di perdere vite americane). Ovviamente le dinamiche nell'ESL sono molto più complesse di quanto esposto qui – basta pensare alla frammentazione dei gruppi armati o alle lotte per il potere da parte dei Fratelli Musulmani. Ma è scontato che, durante le eventuali trattative per un governo transitorio “dopo Assad”, l'ESL parlerà per Washington. Ecco perché se vince l'ESL, addio rivoluzione.

In pratica, dunque, si annuncia per la rivolta in Siria lo stesso esito delle rivolte in Libia, in Egitto e in parte in Tunisia. In questi tre Paesi, i giovani “rivoluzionari”, dopo aver sacrificato le loro vite (1000 i morti in piazza Tahrir), sono stati subito emarginati dal potere. Ad esempio, in Egitto e in Libia a contendersi le elezioni presidenziali sono stati, non un rappresentante della “rivoluzione”, ma un esponente del vecchio regime, appoggiato da Washington, ed un esponente dei Fratelli Musulmani, appoggiato da Washington anche lui (i Fratelli sono, infatti, il nuovo gendarme occidentale nel medio oriente). “Quale che sia l'esito, abbiamo vinto noi!”, ha esultato Hillary Clinton prima del voto. E difatti, subito dopo le elezioni, sia la Libia (vittoria del vecchio regime) che l'Egitto (vittoria del Fratello Musulmano) hanno confermato la loro lealtà occidentale. I veri perdenti sono stati i “rivoluzionari”, ma per loro neanche una lacrima da parte dei mass media occidentali che tanto li avevano osannati quando servivano come carne da macello per giustificare il regime change che l'Occidente stava comunque meditando da tempo.

Ora si profila lo stesso esito in Siria.

Ecco perché PeaceLink ha ribadito, sin dall'inizio, che è stato un errore anche politico, da parte dei “rivoluzionari” siriani, trasformare le proteste pacifiche iniziali in lotta armata. Se parlano le armi, vince non chi ha più ragione, ma chi ha più forza (e chi gli ha fornito il suo armamento superiore).

“Ma – si obietterà – il ricorso alle armi era necessario per proteggere i manifestanti!”

Non è vero.

Infatti, per “proteggere i manifestanti” bastava non manifestare, ricorrendo invece alla lotta clandestina, come hanno fatto i giovani antifascisti italiani quando si sono trovati sotto il tallone nazista. Nell'Italia del dopo 1943 non si protestava in piazza per mandar via le truppe naziste, sparandogli addosso “per proteggere i manifestanti”: farlo sarebbe stato innescare una strage e basta! Come si è visto in Siria.

Ma questo errore i giovani siriani l'hanno commesso, anche perché incitato a commetterlo dalla quinta colonna americana operante in Siria dal 2006, dalla TV siriana della CIA, e dall'ambasciatore americano Ford che si è recato personalmente a Homs per incoraggiare i rivoltosi. E dai mass media occidentali. E dai blog di tanti giovani occidentali, entusiasti della “rivoluzione”. E in particolare dagli arabisti occidentali che, attraverso chat, Twitter e Skype, hanno espresso solidarietà ai loro amici siriani che inneggiavano alla lotta armata.

C'è dunque chi ha incitato alla lotta armata di proposito: 1. per provocare dei massacri da dare in pasto ai mass media, così da giustificare un intervento esterno stile Libia, oppure, fallendo questo tentativo per via dei ripetuti veti russi e cinesi all'ONU, 2. per trasformare le proteste iniziali in guerra civile così da far vincere un ESL piglia tutto. Ma c'è anche chi vi si è prestato ingenuamente perché imbevuto del mito romantico della “rivoluzione popolare armata”. Questi ultimi soggetti dovrebbero ora farsi un bell'esame di coscienza.

Infatti basta uno studio storico spassionato, anche sommario, per sfatare il mito romantico della “rivoluzione popolare armata” tanto caro agli adolescenti di tutte le età. I regimi dittatoriali possono solo raramente, in determinate congiunture storiche che bisogna saper analizzare a fondo, essere abbattuti con le armi per lasciare poi posto alla democrazia. In tutti gli altri casi, invece, le rivoluzioni armate portano solo a nuove forme di repressione: o da parte dello Stato autoritario, per difendersi, o, se cade, da parte degli stessi “liberatori”.

Infatti, la Rivoluzione (armata) francese ha portato non alla democrazia oltralpe bensì a due dittature (Robespierre e poi Napoleone) e infine al ritorno del re (Luigi XVIII): è stato quindi un fallimento totale. I francesi si sono liberati definitivamente dai re per instaurare la democrazia solo un secolo dopo, nella seconda metà dell'800, attraverso lotte pacifiche e quasi senza sparare un colpo. La rivoluzione (armata) russa ha portato anch'essa ad un capovolgimento del sistema politico (dal feudalesimo proto-capitalista al socialismo) e, finché rimaneva in vita Lenin, la dittatura del proletariato era davvero del proletariato, quindi sostanzialmente (se non formalmente) democratica; ma con Stalin lo Stato è ridiventato zarista: non si cambia la cultura di un popolo con un semplice assalto al Palazzo d'Inverno. Due rivoluzioni, dunque, che sono servite a risvegliare sì le coscienze, ma, solo in parte, a rovesciare i reali rapporti di forza tra classi sociali.

Antonio Gramsci, studiando come i francesi e i russi hanno spodestato i loro regimi monarchici-dittatoriali e con quali esiti, ha teorizzato un metodo più lento ma più sicuro di presa del potere sotto una dittatura. Invece di fare una “guerra di movimento” (con l'uso delle armi e assalti al Palazzo), gli oppressi, scrive Gramsci, dovrebbero fare una “guerra di posizione” (niente assalti, devono ergere una controcultura egemonica che mini il regime autoritario e vaccini contro i ritorni di autoritarismo).

Molti Paesi latino americani hanno seguito gli insegnamenti di Gramsci – l'autore italiano più tradotto e più letto in questi Paesi – per instaurare società democratiche e (in parte) socialiste: la Bolivia, l'Ecuador, l'Argentina ed altri. Tutti questi Paesi avevano dittature più o meno mascherate: quella argentina era così spietata che ha dato al mondo la parola “desaparecidos”. Ma i boliviani, gli ecuadoregni, gli argentini e gli altri hanno saputo rovesciare i loro dittatori senza ricorrere alle armi. E oggi hanno economie fiorenti e società progressiste. Certo, la storia cubana e quella statunitense delle origini dimostrano che una società con aspirazioni progressiste può nascere anche da una rivoluzione fatta con le armi: ma solo in congiunture storiche molto particolari e quindi estremamente rare.

Dunque il ricorso alle armi da parte dei giovani siriani “rivoluzionari” non era né necessario né avveduto ed è stato senz'altro “un fatto negativo”. Ovviamente il regime “non sarebbe mai caduto solo attraverso le manifestazioni”, ma sollevare una simile obiezione è pretestuoso: nessuno sostiene che bastino le manifestazioni! Anzi! Occorre, come si è appena detto, fare una “guerra di posizione” gramsciana, un lavoro meticoloso di costruzione di nuovi blocchi sociali e di nuove egemonie culturali – di cui i giovani siriani, impazienti, evidentemente non hanno voluto sapere. Con i risultati che vediamo.

Cosa possiamo fare ora, noi osservatori occidentali della crisi siriana, per essere di aiuto ai siriani impegnati a promuovere la pace e la giustizia nel loro paese?

Anzitutto possiamo assecondare, pubblicizzandole, quelle iniziative in Siria che puntano sulla ricomposizione sociale anziché sulla guerra civile, come il movimento Mussalaha. In Italia possiamo promuovere incontri tra i protagonisti siriani non violenti, come quello indetto dalla Comunità di sant'Egidio a Roma il 26 luglio scorso (ma più allargati).

Infine, possiamo denunciare le carenze dei reportage in TV sulla Siria, tutti faziosi ed interventisti. Come? Fornendo articoli di controinformazione a siti come peacelink.it e, tramite i blog, documentando le bufale nei reportage e, soprattutto, le colpevoli omissioni.

Infatti, per anni i mass media istituzionali hanno taciuto quanto stava succedendo in Siria, lasciando agire nell'ombra la CIA e lo State Department americani. Oggi i mass media parlano sì della Siria, ma focalizzano la nostra attenzione sulla superficie del conflitto attuale (“un popolo oppresso che lotta contro un dittatore spietato”), oscurando la guerra per procura tra gli Stati Uniti e la Russia che cova sotto (quanti sanno del duello virtuale tra le portaerei dei due paesi avvenuto sulle coste siriane lo scorso dicembre?) e, soprattutto, oscurando la guerra al popolo Siriano che l'allora Presidente americano Bush ha dichiarato nel 2005, finanziando una quinta colonna insurrezionale in Siria e inviando, nel paese levantino, degli squadroni della morte sauditi. Guerra che il suo successore Obama prosegue oggi, smistando armi pesanti tra le forze ESL e, per consentire loro di conquistare il potere, sabotando i tentativi di Kofi Annan di negoziare una tregua.

Quindi bisogna denunciare la faziosità dei mass media istituzionali e in particolare la loro copertura compiacente degli attori occulti del conflitto siriano. Il cast di attori è sterminato: russi, iraniani, cinesi, israeliani, qatariani, italiani (Finmeccanica), ecc. Ma spiccano sopra tutti gli USA, che fomentano l'insurrezione in Siria da ben sette anni (prima solo per tenere Assad in scacco, ora per impossessarsi del paese). Per questo motivo la Rete NoWar ha svolto martedì, 31 agosto 2012, una manifestazione davanti all'ambasciata degli Stati Uniti a Roma per dire allo Zio Sam: “Ti abbiamo scovato! Basta acuire la guerra civile! Basta armi dall'estero! Basta silurare i negoziati! Sì al piano di pace di Kofi Annan!”

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