Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

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lunedì 6 maggio 2013

“Dialectics of liberation”

di Elisabetta Teghil

La fase dell’attuale modo sociale di produzione, il neoliberismo, è lo stadio del capitale nella sua dinamica auto espansiva, caratterizzato dalla guerra fra gli Stati e fra le multinazionali per la ridefinizione dei rapporti di forza, che vede all’offensiva le multinazionali anglo-americane e i loro rispettivi Stati. Questi, usati come braccio esecutivo, in attesa che gli USA diventino lo Stato del capitale. Lo aveva già previsto Stokely Carmichael, nel luglio del ’67, nel Convegno di Londra “Dialectics of liberation”, per il quale l’occidente avrebbe teso in futuro a identificarsi e/o a subire lo strapotere egemonico degli Stati Uniti e la contrapposizione non sarebbe stata tanto tra l’occidente e il terzo mondo, quanto fra gli USA e il resto del globo.

I popoli del terzo mondo, in questo processo, sono destinati ad essere schiacciati e a rivivere le pagine più nere del colonialismo.

La borghesia transnazionale acquisterà i tratti e i connotati di una nuova aristocrazia.

La restante parte della borghesia sarà ricondotta al ruolo di servizio che aveva prima della rivoluzione francese.

I paesi europei non sono in grado di resistere e/o di ostacolare questo processo. Ma, siccome c’è spazio solo per una super potenza e una multinazionale per settore, lo scontro finale avrà i caratteri di una resa dei conti particolarmente cruenta. Per noi materialisti questo è l’ “Armageddon” che ci aspetta.

Le condizioni del capitalismo, al massimo livello di sviluppo, vengono assunte a modello ideale di ogni altra forma passata e contemporanea europea e non europea, borghese e non borghese, di sfruttamento e di alienazione dei lavoratori.

L’individuo non esiste più, la stessa personalità è rappresentata solo come adeguamento ad un modello uguale per tutti. La stessa borghesia, così come l’abbiamo conosciuta, tende a scomparire, dove non è già scomparsa. Grazie alla proprietà dei mezzi di produzione e alla relativa autonomia economica, aveva conquistato le connesse libertà politiche, intellettuali e culturali. La condizione di non libertà che era la condizione dei proletari, degli oppressi/e, è oggi la condizione della quasi totalità degli esseri umani, è la sostanza e l’essenza dell’odierno vivere. Essere borghesi, nella stragrande maggioranza dei casi, esclusa l’iper borghesia, non è più una zona di privilegio. Oggi una minoranza della borghesia stessa, quella che abbiamo definito iper borghesia, tiene soggetta la maggioranza dei cittadini/e grazie al controllo della produzione e al connesso potere politico, scientifico, ideologico.

Ciò che era nato come occasione di libera iniziativa e autonomia dell’individuo, sia pure riservato alla sola borghesia, si sta concludendo nella programmazione omologante sempre più generale, nella predeterminazione del comportamento di ciascuno, nella più radicale esclusione della libertà che si sia mai verificata, giacché il condizionamento avviene all’interno della stessa coscienza individuale.

sabato 11 agosto 2012

Risposta alla “Lettera Aperta” sulla Siria

11 agosto 2012 - Patrick Boylan (NoWar – Roma; U.S. Citizens for Peace & Justice - Rome)

Foto © 2012 Stefano Montesi Nel suo “Altro Editoriale” su peacelink.it del 25 luglio scorso, Enrico De Angelis ipotizza, con un'angoscia che si legge tra le righe, l'esito più probabile di una caduta, in questi giorni, del regime siriano di Bashar al-Assad qualora, nonostante i massicci aiuti militari russi, egli fosse inaspettatamente sconfitto sul campo. Questo esito sarebbe la presa del potere – non da parte dei giovani “rivoluzionari” siriani che lottano da 15 mesi contro il regime – ma da parte di quelle forze militari, molte delle quali armate e stipendiate dall'estero, che operano in Siria palesemente da ben 13 mesi (dunque quasi sin dall'inizio della rivolta) e clandestinamente da anni. Se vincono loro, addio rivoluzione.

Tra queste forze militari d'opposizione, la principale è il cosiddetto Esercito Siriano Libero, l'ESL, il cui scopo, secondo Wikipedia, sarebbe quello di “proteggere i civili”. In realtà, come dimostrano in questi giorni gli assalti a Damasco e ad Aleppo, dove i civili non hanno nessun bisogno di protezione, il vero scopo dell'ESL è un altro: rovesciare Assad e conquistare il potere in Siria.

Per conto di chi?

Per capirne qualcosa, basta esaminare l'organizzazione di questo esercito. Oltre ai disertori dalle forze militari governative, l'ESL conta un gran numero di reclute libiche, pakistane, ecc. fatte venire in Siria... dalla CIA. L'ESL è diretto – ufficialmente – da un colonnello siriano disertore, ma, in pratica, da un centro Command and Control turco-saudita in Turchia che risponde... alla CIA. Negli scontri importanti sul terreno gli ordini ai guerriglieri dell'ESL vengono dati dai commandos britannici e francesi infiltrati in Siria d'intesa con... la CIA. (Non ci sono commandos USA perché in un anno elettorale, Obama ha preferito l'outsourcing al rischio di perdere vite americane). Ovviamente le dinamiche nell'ESL sono molto più complesse di quanto esposto qui – basta pensare alla frammentazione dei gruppi armati o alle lotte per il potere da parte dei Fratelli Musulmani. Ma è scontato che, durante le eventuali trattative per un governo transitorio “dopo Assad”, l'ESL parlerà per Washington. Ecco perché se vince l'ESL, addio rivoluzione.

In pratica, dunque, si annuncia per la rivolta in Siria lo stesso esito delle rivolte in Libia, in Egitto e in parte in Tunisia. In questi tre Paesi, i giovani “rivoluzionari”, dopo aver sacrificato le loro vite (1000 i morti in piazza Tahrir), sono stati subito emarginati dal potere. Ad esempio, in Egitto e in Libia a contendersi le elezioni presidenziali sono stati, non un rappresentante della “rivoluzione”, ma un esponente del vecchio regime, appoggiato da Washington, ed un esponente dei Fratelli Musulmani, appoggiato da Washington anche lui (i Fratelli sono, infatti, il nuovo gendarme occidentale nel medio oriente). “Quale che sia l'esito, abbiamo vinto noi!”, ha esultato Hillary Clinton prima del voto. E difatti, subito dopo le elezioni, sia la Libia (vittoria del vecchio regime) che l'Egitto (vittoria del Fratello Musulmano) hanno confermato la loro lealtà occidentale. I veri perdenti sono stati i “rivoluzionari”, ma per loro neanche una lacrima da parte dei mass media occidentali che tanto li avevano osannati quando servivano come carne da macello per giustificare il regime change che l'Occidente stava comunque meditando da tempo.

Ora si profila lo stesso esito in Siria.

Ecco perché PeaceLink ha ribadito, sin dall'inizio, che è stato un errore anche politico, da parte dei “rivoluzionari” siriani, trasformare le proteste pacifiche iniziali in lotta armata. Se parlano le armi, vince non chi ha più ragione, ma chi ha più forza (e chi gli ha fornito il suo armamento superiore).

“Ma – si obietterà – il ricorso alle armi era necessario per proteggere i manifestanti!”

Non è vero.

Infatti, per “proteggere i manifestanti” bastava non manifestare, ricorrendo invece alla lotta clandestina, come hanno fatto i giovani antifascisti italiani quando si sono trovati sotto il tallone nazista. Nell'Italia del dopo 1943 non si protestava in piazza per mandar via le truppe naziste, sparandogli addosso “per proteggere i manifestanti”: farlo sarebbe stato innescare una strage e basta! Come si è visto in Siria.

Ma questo errore i giovani siriani l'hanno commesso, anche perché incitato a commetterlo dalla quinta colonna americana operante in Siria dal 2006, dalla TV siriana della CIA, e dall'ambasciatore americano Ford che si è recato personalmente a Homs per incoraggiare i rivoltosi. E dai mass media occidentali. E dai blog di tanti giovani occidentali, entusiasti della “rivoluzione”. E in particolare dagli arabisti occidentali che, attraverso chat, Twitter e Skype, hanno espresso solidarietà ai loro amici siriani che inneggiavano alla lotta armata.

C'è dunque chi ha incitato alla lotta armata di proposito: 1. per provocare dei massacri da dare in pasto ai mass media, così da giustificare un intervento esterno stile Libia, oppure, fallendo questo tentativo per via dei ripetuti veti russi e cinesi all'ONU, 2. per trasformare le proteste iniziali in guerra civile così da far vincere un ESL piglia tutto. Ma c'è anche chi vi si è prestato ingenuamente perché imbevuto del mito romantico della “rivoluzione popolare armata”. Questi ultimi soggetti dovrebbero ora farsi un bell'esame di coscienza.

Infatti basta uno studio storico spassionato, anche sommario, per sfatare il mito romantico della “rivoluzione popolare armata” tanto caro agli adolescenti di tutte le età. I regimi dittatoriali possono solo raramente, in determinate congiunture storiche che bisogna saper analizzare a fondo, essere abbattuti con le armi per lasciare poi posto alla democrazia. In tutti gli altri casi, invece, le rivoluzioni armate portano solo a nuove forme di repressione: o da parte dello Stato autoritario, per difendersi, o, se cade, da parte degli stessi “liberatori”.

Infatti, la Rivoluzione (armata) francese ha portato non alla democrazia oltralpe bensì a due dittature (Robespierre e poi Napoleone) e infine al ritorno del re (Luigi XVIII): è stato quindi un fallimento totale. I francesi si sono liberati definitivamente dai re per instaurare la democrazia solo un secolo dopo, nella seconda metà dell'800, attraverso lotte pacifiche e quasi senza sparare un colpo. La rivoluzione (armata) russa ha portato anch'essa ad un capovolgimento del sistema politico (dal feudalesimo proto-capitalista al socialismo) e, finché rimaneva in vita Lenin, la dittatura del proletariato era davvero del proletariato, quindi sostanzialmente (se non formalmente) democratica; ma con Stalin lo Stato è ridiventato zarista: non si cambia la cultura di un popolo con un semplice assalto al Palazzo d'Inverno. Due rivoluzioni, dunque, che sono servite a risvegliare sì le coscienze, ma, solo in parte, a rovesciare i reali rapporti di forza tra classi sociali.

Antonio Gramsci, studiando come i francesi e i russi hanno spodestato i loro regimi monarchici-dittatoriali e con quali esiti, ha teorizzato un metodo più lento ma più sicuro di presa del potere sotto una dittatura. Invece di fare una “guerra di movimento” (con l'uso delle armi e assalti al Palazzo), gli oppressi, scrive Gramsci, dovrebbero fare una “guerra di posizione” (niente assalti, devono ergere una controcultura egemonica che mini il regime autoritario e vaccini contro i ritorni di autoritarismo).

Molti Paesi latino americani hanno seguito gli insegnamenti di Gramsci – l'autore italiano più tradotto e più letto in questi Paesi – per instaurare società democratiche e (in parte) socialiste: la Bolivia, l'Ecuador, l'Argentina ed altri. Tutti questi Paesi avevano dittature più o meno mascherate: quella argentina era così spietata che ha dato al mondo la parola “desaparecidos”. Ma i boliviani, gli ecuadoregni, gli argentini e gli altri hanno saputo rovesciare i loro dittatori senza ricorrere alle armi. E oggi hanno economie fiorenti e società progressiste. Certo, la storia cubana e quella statunitense delle origini dimostrano che una società con aspirazioni progressiste può nascere anche da una rivoluzione fatta con le armi: ma solo in congiunture storiche molto particolari e quindi estremamente rare.

Dunque il ricorso alle armi da parte dei giovani siriani “rivoluzionari” non era né necessario né avveduto ed è stato senz'altro “un fatto negativo”. Ovviamente il regime “non sarebbe mai caduto solo attraverso le manifestazioni”, ma sollevare una simile obiezione è pretestuoso: nessuno sostiene che bastino le manifestazioni! Anzi! Occorre, come si è appena detto, fare una “guerra di posizione” gramsciana, un lavoro meticoloso di costruzione di nuovi blocchi sociali e di nuove egemonie culturali – di cui i giovani siriani, impazienti, evidentemente non hanno voluto sapere. Con i risultati che vediamo.

Cosa possiamo fare ora, noi osservatori occidentali della crisi siriana, per essere di aiuto ai siriani impegnati a promuovere la pace e la giustizia nel loro paese?

Anzitutto possiamo assecondare, pubblicizzandole, quelle iniziative in Siria che puntano sulla ricomposizione sociale anziché sulla guerra civile, come il movimento Mussalaha. In Italia possiamo promuovere incontri tra i protagonisti siriani non violenti, come quello indetto dalla Comunità di sant'Egidio a Roma il 26 luglio scorso (ma più allargati).

Infine, possiamo denunciare le carenze dei reportage in TV sulla Siria, tutti faziosi ed interventisti. Come? Fornendo articoli di controinformazione a siti come peacelink.it e, tramite i blog, documentando le bufale nei reportage e, soprattutto, le colpevoli omissioni.

Infatti, per anni i mass media istituzionali hanno taciuto quanto stava succedendo in Siria, lasciando agire nell'ombra la CIA e lo State Department americani. Oggi i mass media parlano sì della Siria, ma focalizzano la nostra attenzione sulla superficie del conflitto attuale (“un popolo oppresso che lotta contro un dittatore spietato”), oscurando la guerra per procura tra gli Stati Uniti e la Russia che cova sotto (quanti sanno del duello virtuale tra le portaerei dei due paesi avvenuto sulle coste siriane lo scorso dicembre?) e, soprattutto, oscurando la guerra al popolo Siriano che l'allora Presidente americano Bush ha dichiarato nel 2005, finanziando una quinta colonna insurrezionale in Siria e inviando, nel paese levantino, degli squadroni della morte sauditi. Guerra che il suo successore Obama prosegue oggi, smistando armi pesanti tra le forze ESL e, per consentire loro di conquistare il potere, sabotando i tentativi di Kofi Annan di negoziare una tregua.

Quindi bisogna denunciare la faziosità dei mass media istituzionali e in particolare la loro copertura compiacente degli attori occulti del conflitto siriano. Il cast di attori è sterminato: russi, iraniani, cinesi, israeliani, qatariani, italiani (Finmeccanica), ecc. Ma spiccano sopra tutti gli USA, che fomentano l'insurrezione in Siria da ben sette anni (prima solo per tenere Assad in scacco, ora per impossessarsi del paese). Per questo motivo la Rete NoWar ha svolto martedì, 31 agosto 2012, una manifestazione davanti all'ambasciata degli Stati Uniti a Roma per dire allo Zio Sam: “Ti abbiamo scovato! Basta acuire la guerra civile! Basta armi dall'estero! Basta silurare i negoziati! Sì al piano di pace di Kofi Annan!”

mercoledì 25 luglio 2012

Siria, manipolazione e guerra

Siria, manipolazione e guerra

siria 20120725di Giulietto Chiesa - Il Fatto Quotidiano
I lettori di questo blog [ndr: su Il Fatto Quotidiano] si saranno certo accorti che seguo con particolare attenzione gli sviluppi preparatori di alcune guerre, le prossime. Si tratta di Siria e Iran, due bersagli chiarissimi. Lo faccio perché sono certo che avranno effetti diretti sulle nostre vite e su quelle dei nostri figli.
Per questo uso le fonti migliori disponibili e, tra queste, proprio quelle di coloro che preparano la guerra. In genere sono bene informati.
L’ultima – che qui commento – viene dal New York Times del 21 luglio scorso. Lo includo tra i fautori della guerra a pieno merito perché questo giornale è stato da sempre una delle portaerei del “sistema americano”. E perché in questo caso ci descrive con abbondanza di particolari come un gruppo di criminali (il vertice degli Stati Uniti d’America) sta violando tutte le regole della convivenza internazionale.
Di questa informazione dovremmo essergli – e gliene siamo – grati. Dove invece ne denunciamo la più vergognosa delle connivenze è nel fatto che gli autori dell’articolo (Eric Shmitt e Helene Cooper), non meno del direttore di quel giornale, ci presentano l’azione criminale come se fosse normale, ineccepibile, inevitabile, accettabile dunque.
Andiamo con ordine con le distorsioni: “L’Amministrazione Obama ha per il momento abbandonato gli sforzi per un regolamento diplomatico del conflitto in Siria”. Notare le diverse finezze inscatolate in una sola riga. Il “per il momento” lascia pensare che, dopo, forse, ci ripenserà. Poi notate “gli sforzi” per un “regolamento diplomatico”. Cioè il lettore deve pensare che, fino ad ora, lo sforzo di Obama è stato per un “regolamento diplomatico” è che solo ora questa idea è stata “abbandonata”.
È, naturalmente, una palese falsità. E non lo dico io. Lo dice il New York Times nella riga successiva, comunicandoci che Obama “sta aumentando l’aiuto ai ribelli e raddoppiando gli sforzi (letteralmente, ndr) per costruire una coalizione di paesi concordi ad abbattere con la forza il governo del presidente Bashar al-Assad “.
Dunque se “sta aumentando” vuol dire che l’aiuto ai ribelli già c’era. Cioè che gli Stati Uniti stavano già violando la Carta dell’Onu e tentavano di sovvertire dall’esterno un paese sovrano. Adesso dice che “raddoppiano gli sforzi”. Cioè da oltre un anno gli USA stanno conducendo una guerra per interposta persona contro la Siria e l’ineffabile New York Times (con il codazzo di giornali e telegiornali italiani) ci spaccia che quello che è avvenuto fino ad ora era per un “regolamento diplomatico”.
Si trattava e si tratta, dunque, di un progetto di “abbattere con la forza” un governo. Prosegue il NYT (citando fonti dell’Amministrazione) con l’annuncio che ci sono stati “colloqui con la Turchia e Israele sul tema della gestione del collasso del governo siriano” e, anzi, si fa capire che potrebbe essere affidato proprio ad Israele il compito di “distruggere i depositi di munizioni”. Nel frattempo i tagliagole libici di Al Qaeda, portati in Turchia da aerei inglesi, americani e francesi, estendono la guerra, mentre i servizi segreti dei paesi di cui sopra mettono le bombe a Damasco facendo saltare in aria, uno ad uno, i generali di Bashar. Cioè organizzano il terrorismo.
L’Amministrazione – scrive pudico il NYT – non fornirà armi alle forze ribelli, anche perché lo stanno già facendo egregiamente tre campioni della democrazia occidentale come la Turchia, il Qatar e l’Arabia Saudita. In compenso Washington “fornirà istruzione tecnica e equipaggiamento per le comunicazioni” per accrescere la capacità di combattimento delle opposizioni”. Si presume con corredo di detonatori e di esplosivi. Infatti è previsto anche “un supporto di intelligence”.
Come si vede tutto molto diplomatico.
Aggiungo una notazione che piacerà molto ai debunkers dell’11/9. “Noi stiamo puntando ad una demolizione controllata del regime di Assad”, ci rivela Andrei J. Tabler dell’Istituto per la politica del Vicino Oriente, di Washington. E poi aggiunge, prudentemente: “Ma, come in qualunque demolizione controllata, c’è sempre qualcosa che può andare storto”.
Appunto: qualcuno se ne accorge, com’è avvenuto con le tre “controlled demolitions” dell’11 Settembre 2001.
Peccato che Russia e Cina, i cattivi, non accettino di prendere parte a queste “iniziative diplomatiche”. Washington vorrebbe la botte piena e la moglie ubriaca. Abbattere e uccidere (certo, uccidere) Bashar, e avere un bel regime amico in Siria. E vorrebbe che tutti fossero d’accordo con il piano. Anche se poi, crollato Bashar, arriveranno al potere i tagliagole, com’è avvenuto in Libia.
Ora prepariamoci a vedere una parte dell’ex campo pacifista italiano applaudire l’ingresso a Damasco delle forze liberatrici arabo-saudite.
E pensare che c’è perfino qualche Pulitzer in erba italiano che continua a scrivere, imperterrito, che gli Stati Uniti sarebbero preoccupati per una eventuale caduta di Assad. Il compianto prof. Cipolla ci ha lasciato le sue leggi fondamentali della stupidità umana. La prima era questa, da tenere presente: “Sempre e inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi che ci circondano”.
(25 luglio 2012)

domenica 24 giugno 2012

Henry Kissinger: "Se non riesci a sentire i tamburi di guerra allora devi essere sordo"


NEW YORK - Stati Uniti - Con una notevole ammissione l'ex Segretario di Stato dell'era Nixon, Henry Kissinger, rivela ciò che sta accadendo in questo momento nel mondo e in particolare in Medio Oriente. Parlando dal suo lussuoso appartamento di Manhattan, l'anziano statista, che compirà 89 anni a maggio, con la sua analisi della situazione attuale, è molto più avanti del forum mondiale di geo-politica ed economia.
Di
 
"Gli Stati Uniti stanno tenendo a freno Cina e Russia, e l'ultimo chiodo nella bara sarà l'Iran, che è, naturalmente, l'obiettivo principale di Israele. Abbiamo permesso alla Cina di aumentare la sua forza militare e alla Russia di riprendersi dalla sovietizzazione, per dare loro un falso senso di spavalderia, questo creerà un crollo più veloce per tutti loro insieme. Siamo come un tiratore sveglio che sfida l'inesperto a prendere la pistola, ma quando ci prova, è bang bang. La prossima guerra sarà così grave che una sola superpotenza può vincere, e siamo noi gente. È per questo che l'UE ha tanta fretta di formare un superstato completo perché sanno che sta arrivando, e per sopravvivere, l'Europa dovrà essere un unico stato coeso. La loro urgenza mi dice che loro sanno benissimo che la grande resa dei conti è alle porte. Oh quanto ho sognato questo momento delizioso. "
"Chi controlla il petrolio controlla le nazioni, chi controlla il cibo controlla il popolo".
 
Il Signor Kissinger ha poi aggiunto: "Se sei una persona comune, allora puoi prepararti per la guerra spostandoti verso la campagna e mantenendo una fattoria, ma devi portare con te le armi, perchè ci saranno in giro orde di affamati. Inoltre, anche se l'elite avrà i suoi ripari e rifugi speciali, deve essere altrettanto attenta durante la guerra, come i civili semplici, perché anche i loro rifugi possono essere compromessi".

Dopo una pausa di alcuni minuti per raccogliere i suoi pensieri, il signor Kissinger, ha continuato:

"Abbiamo detto ai militari che avremmo dovuto prendere più di sette paesi del Medio Oriente per le loro risorse e hanno quasi completato il loro lavoro. Sappiamo tutti cosa penso dei militari, ma devo dire che questa volta hanno obbedito anche troppo. Resta solo l'ultimo gradino, cioè l'Iran che sarà davvero l'ago della bilancia. Per quanto tempo la Cina e la Russia possono stare a guardare mentre l'America fa il repulisti? Il grande orso russo e la falce cinese saranno risvegliati dal loro sonno e questo accadrà quando Israele dovrà combattere con tutte le sue forze e le sue armi per uccidere più arabi che può. Se tutto andrà bene come speriamo, la metà del Medio Oriente sarà Israeliano. I nostri giovani sono stati addestrati bene più o meno nell'ultimo decennio sulle console dei giochi da combattimento, è stato interessante vedere il nuovo gioco Call of Duty Modern Warfare 3, che rispecchia esattamente ciò che avverrà nel prossimo futuro con la sua programmazione predittiva. I nostri giovani, negli Stati Uniti e in Occidente, vengono preparati perché sono stati programmati per essere buoni soldati , carne da cannone, e quando gli sarà ordinato di uscire in strada e combattere quei pazzi Cinesi e Russi, obbediranno agli ordini. Dalle ceneri noi costruiremo una società nuova, resterà solo una superpotenza, e sarà il governo mondiale che vince. Non dimenticare, gli Stati Uniti, hanno le armi migliori, abbiamo roba che nessun altra nazione ha, e diffonderemo quelle armi nel mondo, quando sarà il momento giusto."

Fine del colloquio. Il nostro giornalista viene scortato fuori dalla stanza dal sorvegliante di Kissinger.

Pubblicato da I Lupi di Einstein

lunedì 4 giugno 2012

Siria e Iran, le prossime due guerre sono già iniziate

sangreblooddi Giulietto Chiesa - www.ilfattoquotidiano.it
Metto in fila i fatti. Il 15 maggio ha preso avvio al confine giordano-siriano, la più grande esercitazione militare congiunta mai fatta in Medio Oriente. Vi partecipano 12.000 soldati di 47 paesi Nato e arabi, inclusa l’Italia. Dopo qualche giorno una serie di potenti esplosioni scuotono Damasco, uccidendo decine di soldati e ufficiali. Passa ancora qualche giorno e, mentre Bashar Assad è a colloquio con Kofi Annan, si viene a sapere di un orrendo massacro di oltre 100 persone nel villaggio di al-Houla.
Un’ondata di indignazione scuote il “mondo libero”. Il “sanguinario” Bashar viene additato come il responsabile. Cento morti sotto le sue bombe. Tutti civili. Il coro unanime non perdona. Austria, Gran Bretagna, Canada, Francia, Germania, Italia, Spagna, Stati Uniti, espellono gli ambasciatori della Siria. Il generale Martin Dempsey, Capo dello Stato Maggiore degli Stati Uniti dichiara: “Queste atrocità rendono più probabile un intervento militare”.
L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani informa però che solo meno di 20 morti sono stati colpiti dal fuoco dei cannoni. “La gran parte delle altre vittime è stata sommariamente trucidata, sgozzata, in due incidenti separati a Taldoun”. Sembra che “intere famiglie” siano state abbattute e uccise nelle loro case. E’ questa pare, la ragione per cui il Consiglio di Sicurezza dell’ONU non è in grado di dire chi ha commesso l’eccidio. Quindi non si pronuncia. Ma i paesi sopra elencati, a quanto pare, sanno invece già tutto. C’è solo un testimone, salvo per miracolo, che riferisce di avere visto squadre di assassini in abiti civili irrompere in alcune case inneggiando a Bashar Assad.
Ma questa storia, invece di diminuire i sospetti, li accresce. Non è difficile inneggiare a Bashar mentre si sgozza un bambino. Chiunque può farlo, anche un nemico di Bashar. Le guerre di Irak e di Libia sono state precedute da episodi molto simili. Anche quella del Kosovo. La storia si ripete, ma il mainstream, che l’ha creata, se la dimentica. Coazione a ripetere.
Poi emergono le fonti di Bashar Assad. Nessuno, in Occidente le usa, le cita, le conosce. C’è l’elenco degli uccisi. Dei 49 bambini di al-Houla, uccisi, ben 31 appartengono alla stessa famiglia. In tutto le vittime, donne e bambini, sono membri di solo quattro famiglie. Ci sono anche le foto, tremende, degli sgozzati.
Una cosa molto strana, oltre che molto orribile. Un’inchiesta dovrebbe rispondere a molte domande: perché l’accanimento proprio contro quelle famiglie? Di che religione erano? Ma a Washington, Roma, Londra, Parigi ecc, tutto è già chiarissimo. Tutto congiura per rendere necessario un intervento armato dall’esterno. Bashar Assad è, oltre che sanguinario, anche autolesionista.
E ora uno sguardo all’Iran. Qualcuno ha organizzato un cyber-attacco, con un nuovo virus, contro i centri di comando iraniani. Il nuovo virus si chiama “Flame”. Ed è molto più insidioso di quello “Stuxnet” che, nel 2010, distrusse diverse centrifughe per l’arricchimento dell’uranio. “Flame” permette di guardare tutto ciò che passa sullo schermo di un computer, non importa di chi e dove è situato, e anche di dirigere a distanza quello che deve fare. Chi è l’autore dell’offensiva? Il vice premier di Israele, Moshe Yaalon, dice: “Chi ritiene che l’Iran sia una minaccia è ovvio che prenda le sue misure”. Inutile commentare perché è tutto chiarissimo. Più utile è tirare le somme.
Le due guerre, contro la Siria e contro l’Iran, sono già in corso. E noi italiani ci andremo di corsa, guidati da Giorgio Napolitano. Io invece penso che dovremmo chiedere al Governo italiano di dichiarare preventivamente, il più presto possibile, che l’Italia non andrà in guerra contro nessuno e non parteciperà a nessuna guerra, né umanitaria, né preventiva. Ovvio che non c’è all’orizzonte una tale volontà di Governo. Ma, se vogliamo evitare di farci arrostire, sarebbe bene che glielo imponessimo.

venerdì 6 aprile 2012

Günter Grass: “Quello che deve essere detto”

Günter Grass: “Quello che deve essere detto”
Scritto il 4 apr 2012 - analisamelandri -

Perché taccio, passo sotto silenzio troppo a lungo
quanto è palese e si è praticato
in giochi di guerra alla fine dei quali, da sopravvissuti,
noi siamo tutt´al più le note a margine.

E´ l´affermato diritto al decisivo attacco preventivo
che potrebbe cancellare il popolo iraniano
soggiogato da un fanfarone e spinto al giubilo organizzato,
perché nella sfera di sua competenza si presume
la costruzione di un´atomica.

E allora perché mi proibisco
di chiamare per nome l´altro paese,
in cui da anni — anche se coperto da segreto -
si dispone di un crescente potenziale nucleare,
però fuori controllo, perché inaccessibile
a qualsiasi ispezione?

Il silenzio di tutti su questo stato di cose,
a cui si è assoggettato il mio silenzio,
lo sento come opprimente menzogna
e inibizione che prospetta punizioni
appena non se ne tenga conto;
il verdetto «antisemitismo» è d´uso corrente.
Ora però, poiché dal mio paese,
di volta in volta toccato da crimini esclusivi
che non hanno paragone e costretto a giustificarsi,
di nuovo e per puri scopi commerciali, anche se
con lingua svelta la si dichiara «riparazione»,
dovrebbe essere consegnato a Israele
un altro sommergibile, la cui specialità
consiste nel poter dirigere annientanti testate là dove
l´esistenza di un´unica bomba atomica non è provata
ma vuol essere di forza probatoria come spauracchio,
dico quello che deve essere detto.

Perché ho taciuto finora?
Perché pensavo che la mia origine,
gravata da una macchia incancellabile,
impedisse di aspettarsi questo dato di fatto
come verità dichiarata dallo Stato d´Israele
al quale sono e voglio restare legato
Perché dico solo adesso,
da vecchio e con l´ultimo inchiostro:
La potenza nucleare di Israele minaccia
la così fragile pace mondiale?
Perché deve essere detto
quello che già domani potrebbe essere troppo tardi;
anche perché noi — come tedeschi con sufficienti colpe a carico -
potremmo diventare fornitori di un crimine
prevedibile, e nessuna delle solite scuse
cancellerebbe la nostra complicità.

E lo ammetto: non taccio più
perché dell´ipocrisia dell´Occidente
ne ho fin sopra i capelli; perché è auspicabile
che molti vogliano affrancarsi dal silenzio,
esortino alla rinuncia il promotore
del pericolo riconoscibile e
altrettanto insistano perché
un controllo libero e permanente
del potenziale atomico israeliano
e delle installazioni nucleari iraniane
sia consentito dai governi di entrambi i paesi
tramite un´istanza internazionale.

Solo così per tutti, israeliani e palestinesi,
e più ancora, per tutti gli uomini che vivono
ostilmente fianco a fianco in quella
regione occupata dalla follia ci sarà una via d´uscita,
e in fin dei conti anche per noi.

(Traduzione di Claudio Groff)

Fonte: RaiNews
Con una poesia pubblicata oggi dalla ‘Sueddeutsche Zeitung’ lo scrittore e premio Nobel per la letteratura nel 1999 Günter Grass interviene sui rapporti tra Israele e l’Iran e scatena un pandemonio in Germania. Secondo quanto riportano oggi i principali mezzi di informazione lo scrittore nella poesia chiede alla Germania di non fornire altri sommergibili a Israele che potrebbe lanciare missili con testata nucleare contro l’Iran; Grass sostiene infatti che l’arsenale atomico di Israele rappresenta una minaccia più seria della possibile atomica iraniana. Il testo, rifiutato da Die Zeit, è stato pubblicato oggi dalla Suddeutsche Zeitung oltre che da altri quotidiani europei come “La Repubblica” e “El Pais”. Nella poesia Grass critica anche la politica tedesca rimproverando a Berlino di aver venduto e continuato a vendere armi letali a Israele.

Il giornale di Monaco di Baviera mette in prima pagina la foto di Grass accompagnata dal titolo “Ein Aufschrei”, un grido di dolore, sottolineando che il Nobel tedesco “mette in guardia su una guerra contro l’Iran”. Nella poesia dal titolo “Ciò che va detto“, lo scrittore spiega i motivi per cui il suo Paese non deve più fornire sommergibili a Israele. Nel giorni scorsi i cantieri navali tedeschi hanno consegnato un quarto sommergibile “Dolphin” a Israele che dovrebbe riceverne ancora un altro.

Grass paventa la possibile minaccia di “un attacco preventivo” contro un Paese che si sospetta di voler costruire l’atomica, ma subito dopo aggiunge: “Perché mi vieto di chiamare per nome quell’altro
Paese, in cui da anni, anche se in segreto, e’ disponibile un crescente arsenale nucleare, ma fuori controllo, poiché non sono ammesse ispezioni?”.

Grass è stato duramente criticato dal Consiglio centrale ebraico tedesco: il suo è stato definito ”un pamphlet aggressivo”, ha detto il presidente del Consiglio Dieter Graumann all’agenzia tedesca Dpa.

Per Graumann è triste che il premio Nobel per la letteratura demonizzi in quel modo Israele: il testo — che accusa lo Stato ebraico di mettere a repentaglio la già fragile pace mondiale — è irresponsabile e capovolge la realtà delle cose. Per il presidente del Consiglio ebraico non è Israele a minacciare la pace, ma l’Iran, il cui regime opprime il suo popolo e finanzia il terrorismo internazionale. “Un autore straordinario del resto non è automaticamente uno straordinario analista della politica mediorientale”, chiosa Graumann.

Dura risposta anche dell’ambasciatore israeliano in Germania, Emmanuel Nahshon, che sulla homepage
della rappresentanza diplomatica scrive che fa parte della tradizione europea “accusare gli ebrei di uccisioni rituali nell’imminenza della festa del Pessach. In passato erano i bambini cristiani, con gli ebrei accusati di usare il loro sangue per fare il pane azzimo, oggi e’ il popolo iraniano, che lo Stato ebraico vorrebbe cancellare”. Reazione pesante anche da parte del presidente della Commissione Esteri del Bundestag, Ruprecht Polenz (Cdu), secondo il quale “Grass è un grande scrittore, ma ogni volta che parla di politica ha difficoltà e sbaglia sovente, questa volta ha sbagliato di grosso”.

Durissimo il commento dello scrittore ebraico Henrik M. Broder, columnist dello ‘Spiegel’, secondo il quale lo scrittore di Danzica rappresenta “il prototipo dell’antisemita”. Secondo Broder, Grass ha sempre avuto “problemi” con gli ebrei, “ma non li ha mai articolati in maniera così chiara come in questa poesia”.

Un sostegno al premio Nobel è invece arrivato dalla Linke, il cui deputato Wolfgang Gehrcke ha spiegato che “Grass ha ragione” ed ha mostrato “il coraggio di dire cose che continuano ad essere taciute”.

http://www.sueddeutsche.de/verlag
http://www.repubblica.it/ambiente/2011/04/10/news/nucleare_grass-14743120/

sabato 24 marzo 2012

Gemellaggio Israele - Iran. We love you.


- fonte -
Perché scoppi una guerra, è necessario un nemico da odiare. E' indispensabile che la macchina dei media manovrata dai governi crei il mostro. Israele deve odiare l'Iran, perché l'Iran odia Israele e la vuole distruggere. La parola alle armi. Lo dicono la TV, la stampa, i politici. Poi un padre, un israeliano scrive in Rete di amare ogni iraniano. Lui non ha intenzione di uccidere nessuno. Si può evitare una guerra con un appello dal web? Chissà. Per adesso, trentamila israeliani e iraniani si stanno scambiando messaggi e immagini di amicizia e rispetto impensabili solo settimana scorsa. Tutto è iniziato qualche giorno fa, con queste poche righe scritte da Ronny Edry di Tel Aviv.

"Ciao, sono Ronny. Ho 41 anni. Sono un padre, un progettista grafico, un insegnante, un cittadino di Israele. E ho bisogno del vostro aiuto. Ultimamente, nei telegiornali, sentiamo preannunciare una guerra. Enorme. I governi parlano di distruzione, autodifesa, come se questa guerra non avesse a che fare con noi. Tre giorni fa, ho pubblicato un poster su Facebook. Il messaggio era semplice: "Iraniani, non bombarderemo mai il vostro paese, vi amiamo". Accanto al poster ha aggiunto: "Al popolo iraniano, a ogni padre, madre, figlio, fratello e sorella. Perché ci sia un guerra tra di noi, è necessario che prima abbiamo paura l'uno dell'altro. Dobbiamo odiare. Io non ho paura di voi, non vi odio. Non vi conosco nemmeno. Nessun Iraniano mi ha mai fatto del male. Non ho nemmeno mai conosciuto un Iraniano … giusto uno a Parigi, in un museo. Un tipo simpatico. Qualche volta qui vedo un Iraniano in TV. Parla di una guerra. Sono certo che non rappresenta tutto il popolo iraniano. Se sentite qualcuno in TV parlare di un bombardamento su di voi … state certi che non sta rappresentando tutti noi. Non sono un rappresentante ufficiale del mio Paese. Ma conosco le strade della mia città, parlo ai miei vicini, i miei famigliari, i miei amici e a nome di tutte queste persone … vi vogliamo bene. Non abbiamo alcuna intenzione di farvi del male. Al contrario, ci piacerebbe incontrarvi, prendere un caffè assieme e parlare di sport. A tutti coloro che provano lo stesso, condividete questo messaggio e aiutatelo a raggiungere il popolo iraniano."
In ventiquattro ore hanno iniziato a condividere il poster su Facebook. Nel giro di quarantott'ore gli Iraniani hanno iniziato a rispondere ai poster e ricambiare il loro amore per noi. Centinaia di messaggi che dicevano Israeliani "vi amiamo anche noi". Il giorno dopo eravamo in TV, sui giornali, prova del fatto che il messaggio stava viaggiando. Velocissimo.
Ora vogliamo fare in modo che il messaggio giunga ovunque, non solo alla comunità di Facebook, ma a tutti. Questo è un messaggio da parte della gente, per la gente.
Quindi, per favore, non odiare e aiutaci a diffondere questo messaggio." Ronny Edry

giovedì 15 marzo 2012

Siria, no alla guerra

di Fabio Amato - rifondazioneit - controlacrisi -
La situazione in Siria peggiora di giorno in giorno. Il livello di scontri armati fra forze del governo e esercito ribelle portano ad una militarizzazione sempre più cruenta del conflitto,le cui vittime sono come sempre civili, aprendo...

la possibilità di uno scontro di natura settaria che può dilaniare il paese ed estendersi ai suoi vicini. E' davvero una situazione molto complessa quella siriana. Da un lato un regime che ha respinto con la forza e con la repressione le manifestazioni che chiedevano maggiore democrazia, giustizia, in un paese la cui colpa, per i paesi imperialisti che lo accusano, non sta nella forma di governo non democratica, quanto di aver avuto il torto di non allinearsi ai desideri degli Stati Uniti e dei suoi alleati nell'area. E' questa la ragione che spinge le cancellerie occidentali a cercare di rimuovere, anche con l'uso della forza, quel regime.E'questa la ragione dell'attenzione mediatica e dell'uso spregiudicato di notizie difficilmente verificabili che si sta sviluppando. Non sono certo le ragioni umanitarie a muovere Usa, Turchia, Arabia saudita, Francia, Qatar o Marocco. Dall'altra i paesi arabi che stanno sostenendo militarmente, logisticamente e finanziaramente l'opposizione, o meglio il Cns e l'esercito di liberazione sono le petromonarchie reazionarie, e la loro tutela di oggi non è data per costruire una Siria democratica e libera. E' una solidarietà dovuta esclusivamente a calcoli geopolitici, quelli che vedono da tempo cercare di costruire un'alleanza sunnita insieme a forze come i fratelli musulmani da contrapporre all'Iran. Per questo Al jazeera e Al arabia, le tv satellitari rispettivamente proprietà di Qatar e Arabia saudita, nel caso della Siria come fu per la Libia, non stanno affatto giocando un ruolo neutro, ma bensì sono parti attive nel voler a tutti i costi favorire l'intervento armato in quel paese.

Esiste oramai un'allenza palese fra forze islamiche legate alla fratellanza musulmana, petromonarchie e imperialismo statunitense.

L'opposizione siriana che la comunità internazionale riconosce, il CNS, è un insieme di forze presenti soprattutto all'estero teleguidate dal Qatar e dalla Turchia, egemonizzate dalla fratellanza musulmana, e che stanno spingendo per innalzare il livello dello scontro armato per portare all'intervento occidentale e della Nato.

venerdì 9 marzo 2012

O le armi O BRETTON WOODS

INTERVISTA - Cinzia Gubbini - ilmanifesto -
Elido Fazi, patron dell'omonima casa editrice, ha dato alle stampe (per ora solo digitali) un saggio sulla crisi economica europea. Con una tesi interessante: dietro alle schermaglie della Borsa e all'altalena dello spread si nasconde la crisi del dollaro e il debito statunitense. E se nel 1944 avessero dato ascolto a un certo Keynes... «SIAMO IN GUERRA: RIFORMARE SUBITO IL SISTEMA MONETARIO»

«Se non si trova una soluzione allo squilibrio mondiale creato da una finanza lasciata a briglie sciolte, l'unica soluzione sarà lo scoppio di una nuova guerra mondiale. Questa volta fatta con le armi vere, e non solo con quelle della Borsa come è stato finora». Visione pessimista? Probabilmente di Elido Fazi - patron dell'omonima casa editrice - si può dire tutto tranne che sia un pessimista. Anzi, è una persona abituata a guardare avanti, con una punta di fiducia nell'umanità, se è vero che nel suo ultimo libro (scritto in un week end) «La Terza guerra mondiale? La verità sulle banche, Monti e l'euro» dà del tu a Obama - per il quale fa il tifo senza remore - e invoca l'organizzazione di una nuova Bretton Woods per "riformare il sistema monetario internazionale". Il libro - che è disponibile solo in formato e-book a 1 euro - è un utile excursus negli ultimi (quasi) cento anni di storia macroeconomica europea e statunitense.
Un sunto denso - ma anche leggero e cosparso di aneddoti veri ma quasi incredibili della vita di Fazi - che sembra la medicina necessaria per il grande male del secolo: la memoria corta. Che, però, è solo il sintomo di un altro male, quello vero: la disinformazione. Il libro è interessante perché, aldilà delle competenze dell'autore che è un economista, nasce dall'incrocio di notizie di cui Fazi è un moderno esploratore, tra la classica lettura dei giornali e la contemporanea ricerca in rete. Cosicché è proprio dando uno sguardo a Wikipedia, durante l'intervista, che pesca l'ultima novità sulla borsa di Kish: «Da confermare ma interessante: venderanno petrolio solo in yen, rupie, euro o con un paniere monetario. Non accetteranno dollari. Siamo di fronte a una sfida molto seria alla valuta americana».
Cos'è la borsa di Kish? Uno dei capitoli "caldi" del libro di Fazi, e una delle notizie più importanti degli ultimi anni: nel 2006 l'Iran annuncia l'apertura di una borsa tutta sua in cui sarebbero stati trattati idrocarburi, non in dollari ma in "monete credibili". La notizia, all'epoca, destò un qualche scalpore anche in Italia, ma presto fu archiviata come "impossibile". «Da parte mia - racconta Fazi - inviai un amico giornalista a vedere che aria tirava. Il resoconto è riportato nel libro: già allora si capiva che la faccenda era seria».
Dunque l'Iran dichiara guerra al dollaro, e in qualche modo privilegia l'euro.
Era inevitabile: il dollaro è finito, e non da adesso. Se l'Unione europea riuscisse a realizzare una reale integrazione, politica e economica, le cose sarebbero ben diverse: sarebbe uno dei "poli" di potere mondiali più ricchi e più stabili. Una vera e propria garanzia contro la guerra.

lunedì 6 febbraio 2012

Θέσεις για το σύγχρονο «κράτος έκτακτης ανάγκης»

Δημήτρης Μπελαντής rednotebook
Η συλλογιστική σύμφωνα με την οποία η «τρόικα» και τα συμφέροντα των τραπεζών θα έπρεπε να καθορίζουν την πολιτική γραμμή όλων των κομμάτων, είναι μια γραμμή πολιτικά ολοκληρωτική και θυμίζει έντονα την γραμμή του εκφασισμού στην Γερμανία του τέλους του ’20 και των αρχών του ’30

* Το σύγχρονο «Κράτος Έκτακτης Ανάγκης» αποτελεί μια οξυμένη μορφή της μεταδημοκρατικής-νεοφιλελεύθερης μορφής κράτους (Κόλιν Κράουτς, 2006) ως ειδικότερης εκδήλωσης του μονοπωλιακού αστικού κράτους. Ήδη στην μεταδημοκρατική μορφή κράτους (από το 1980 μέχρι και σήμερα), παύουν να διακρίνονται τα προγράμματα των αστικών κομμάτων εξουσίας ως καθαρές εναλλακτικές των μορφών ενσωμάτωσης των λαϊκών και μικροαστικών στρωμάτων στον αστικό συνασπισμό εξουσίας - με την έννοια ενός πιο νεοφιλελεύθερου πόλου από τη μια, και ενός πιο φιλοκοινωνικού-σοσιαλδημοκρατικού πόλου από την άλλη. Πρόκειται πλέον για μια μεταηγεμονική μορφή. Στην μεταδημοκρατική μορφή κράτους παύει, επίσης, να λειτουργεί η ηγεμονία μέσα από την παραχώρηση «δικαιωμάτων» και ικανοποίηση άμεσων συμφερόντων των λαϊκών τάξεων. Η μεταδημοκρατική μορφή αρχίζει στις αρχές της δεκαετίας 1980 (στην Ελλάδα μετά το 1989). Παύουν, λοιπόν, να υφίστανται κλασικές προγραμματικές διαφορές των κομμάτων εξουσίας, σε αντίθεση με ό,τι συνέβαινε στην κλασική κεϋνσιανή-φορντιστική περίοδο.

domenica 25 dicembre 2011

In guerra contro i poveri.

di Frances Fox Piven * Fonte: nwoit
Dall'ideologia razzista alla war on drugs, passando per ogni deregulation finanziaria. Storia dello smantellamento del Welfare e dei programmi di assistenza governativa Oltre la metà dei bambini sotto i 6 anni con una madre single vive sotto la soglia di sopravvivenza. Per la destra, sono i nuovi nemici

Siamo in guerra da decenni ormai: non solo in Afghanistan o in Iraq ma qui, a casa. È una guerra contro i poveri, ma se non ve ne siete accorti non stupitevi. I giornali e i tg della sera qui non riferiscono spesso il bilancio dei caduti di questo conflitto. Per quanto devastante, la guerra contro i poveri è passata inosservata - finora.
Il movimento Occupy Wall Street (OWS) ha posto al centro della politica la concentrazione di ricchezza al vertice della società. Ora promette di fare altrettanto con la povertà in America.
Rendendo Wall Street un bersaglio simbolico, e definendosi un movimento del 99% della società, OWS ha puntato l'attenzione pubblica sulle diseguaglianze estreme, che ha presentato come un problema fondamentalmente morale. Fino a poco fa, per «morale» nella politica s'intendeva la liceità delle preferenze sessuali o i comportamenti personali del presidente. La politica economica, tra cui i tagli fiscali per i ricchi, le sovvenzioni e protezioni statali per le assicurazioni e le aziende farmaceutiche, la deregulation finanziaria, erano avvolte da una nuvola di propaganda o considerate troppo complesse per gli americani comuni.
Ora, d'incanto, la nebbia si è dissipata e la questione della moralità del capitalismo finanziario contemporaneo è divenuta centrale. I dimostranti sono riusciti in questo grazie soprattutto al potere simbolico delle loro azioni, scegliendo come nemico Wall Street, cuore del capitalismo finanziario, e accogliendo gli homeless e gli esclusi nelle loro occupazioni. Lo slogan «noi siamo il 99%» ha ribadito il messaggio che quasi tutti stiamo soffrendo delle smodate speculazioni di pochissimi profittatori (e non è lontano dalla realtà: l'aumento del reddito dell'1% più ricco negli Usa negli ultimi trent'anni è quasi pari alla perdita di reddito dell'80% più povero).
Soglie da fame
Alcuni fatti: all'inizio del 2011, il Us Bureau of Census (l'Istat americano) ha riferito che il 14,3% della popolazione Usa - cioè 47 milioni di persone (un americano su 6) - vive sotto la soglia ufficiale di povertà, fissata a 22.400 dollari annui per una famiglia di 4 persone. Circa 19 milioni vivono in «estrema povertà», cioè il loro reddito familiare è meno della metà della soglia di povertà. Oltre un terzo degli estremamente poveri sono bambini. Anzi: oltre la metà dei bambini sotto i 6 anni con una madre single sono poveri. Estrapolando da questi dati, Emily Monea e Isabel Sawhill della Brookings Istitution stimano che nel nostro futuro americano c'è un ulteriore, drastico aumento dei tassi di povertà e di povertà infantile.

mercoledì 30 novembre 2011

Verso la Terza Guerra Mondiale - l'accerchiamento di Russia e Cina

di Stefano Fait
Al Pentagono, nel novembre del 2001, feci una chiacchierata con uno degli ufficiali superiori. Sì, stavamo ancora progettando la guerra contro l’Iraq, ma c’era anche altro. Quel progetto faceva parte di un piano quinquennale di campagne militari che comprendeva sette nazioni: a partire dall’Iraq, per continuare con la Siria, il Libano, la Libia, l’Iran, la Somalia e il Sudan. Il tono era indignato e quasi incredulo […] Cambiai discorso, non erano cose che volevo sentire.
Generale Wesley Clark, ex comandante generale dell'US European Command, che comprendeva tutte le attività militari americane in Europa, Africa e Medio Oriente. Da: Wesley K. Clark, Winning Modern Wars, p. 130).
http://www.amazon.com/Winning-Modern-Wars-Terrorism-American/dp/1586482181.

Circa 10 giorni dopo l'11 settembre 2001 mi sono recato al Pentagono, ho visto il segretario alla difesa Rumsfield e il vice segretario Wolfowitz, sono sceso per salutare alcune persone dello Stato Maggiore che lavoravano per me e uno dei miei generali mi chiamò dicendomi: «Venga, Le devo parlare un momento», io gli dissi «ma lei avrà da fare...» e lui disse «no, no, abbiamo preso una decisione, attaccheremo l'Iraq» . Tutto questo accadeva attorno al 20 di settembre. E io gli chiesi: «ma perché?» e lui: «non lo so», e aggiunse «penso che non sappiano cos'altro fare». Io gli chiesi «hanno trovato informazioni che collegano Saddam Hussein con Al Quaeda?», disse «No, non c'è niente di nuovo. Hanno soltanto deciso di fare la guerra all'Iraq!», e disse «non so la ragione è che non si sa cosa fare riguardo al terrorismo, però abbiamo un buon esercito e possiamo rovesciare qualsiasi governo». Sono tornato a trovarlo alcune settimane più tardi e all'epoca stavamo bombardando l'Afghanistan. Gli chiesi: «bombarderemo sempre l'Iraq?», lui mi rispose «molto peggio!». Prese un foglio di carta e disse «ho appena ricevuto questo dall'alto», sarebbe a dire dall'ufficio del segretario alla difesa. «Questo è un memo che descrive in che modo prenderemo 7 paesi in 5 anni, cominciando dall'IRAQ, poi la SIRIA, il LIBANO, la LIBIA, la SOMALIA, il SUDAN e per finire l'IRAN». Gli chiesi: «è confidenziale?» e lui «si, signore».
http://www.youtube.com/watch?v=fW8mLDtq9Ls&feature=player_embedded

L'esito finale di questa deriva sarà probabilmente un conflitto con l'Iran e con gran parte del mondo islamico. Uno scenario plausibile di uno scontro militare con l'Iran presuppone il fallimento [del governo] iracheno nell’adempiere ai requisiti [stabiliti dall’amministrazione statunitense], con il seguito di accuse all’Iran di essere responsabile del fallimento, e poi, una qualche provocazione in Iraq o un atto terroristico negli Stati Uniti che sarà attribuito all’Iran, [il tutto] culminante in un’azione militare “difensiva” degli Stati Uniti contro l’Iran.
Zbigniew Brzezinski, uno dei massimi esperti di politica internazionale, dichiarazione davanti ad una commissione del senato americano (1 febbraio 2007)
http://foreign.senate.gov/imo/media/doc/BrzezinskiTestimony070201.pdf.

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