|
- lavocedellevoci -
|
| di Giulietto Chiesa [ 13/05/2013] Mi pare di vedere una mano - piu' invisibile di quella, famosa, del “mercato” - che preme perche' si verifichi una resa dei conti. Forse piu' di una resa dei conti: diverse e lontane, ma riconducibili a un unicum di impressionante squilibrio, un “buco nero” nel quale stiamo andando tutti nel piu' disastrante caos di idee dell'ultimo secolo. Ma piu' grande di quello che condusse alla seconda guerra mondiale. La resa dei conti che vedo avvicinarsi ha sicuramente a che fare con la crisi americana, che si manifesta anche come la crisi della leadership di Barack Obama. Anche, ma non solo. Gli Stati Uniti sembrano una barca alle deriva. Con un presidente che, apparentemente, essendo piu' libero di agire nel suo secondo mandato, era stato dato come all'offensiva su molti fronti. E invece non solo non e' affatto all'offensiva, ma sta subendo un'offensiva interna che appare oscura, ma che ha le sembianze neocon del suo predecessore. Povero Obama, direbbe qualcuno che l'aveva in simpatia. Ricordo che, al momento della sua prima elezione, ci furono i comitati di sostegno, in Italia, promossi dal Pd. Io, dal canto mio, fin da allora lo definii come «la piu' straordinaria e ben riuscita operazione di maquillage di tutta la storia». Adesso si vede in trasparenza che l'“uomo nuovo” della politica statunitense ha la stessa liberta' di manovra di un fringuello in gabbia. La crisi con la Corea del Nord non e' stato lui a cominciarla. Neanche il suo ministro degli esteri lo ha fatto. Si potrebbe pensare che ci sia un legame diretto, ben piu' solido, tra Kim Yong Un e il Pentagono, o la Cia, o con tutti e due. Il giovanotto di Pyong Yang si mette all'improvviso a strillare e minacciare, apparentemente senza motivo. Tutti i media si mettono a starnazzare anche loro come galline impazzite e, per una decina di giorni, il mondo intero appare sull'orlo di uno scontro nucleare tra il gigante americano e il nano nord coreano. Evidentemente non c'era nulla di piu' serio di un accurato gioco delle parti, nel quale la parte piu' potente faceva finta di sentirsi minacciata, ma sapeva perfettamente che la minaccia di Kim era semplicemente inesistente. Invece lo scopo era diverso: consentire al Pentagono di mettere a punto gli orologi, e portare le armi e le piu' raffinate tecnologie americane negli immediati pressi di Pechino. Washington sa bene, come lo sa Kim Yong Un, che la Corea del Nord puo' essere cancellata in un attimo. Fatto decantare il polverone, John Kerry si e' affacciato sull'uscio e ha detto che troppo allarme era esagerato e contro-producente. Fine della commedia: si erano messi d'accordo per ricompensare il “dittatore Pazzo”. Resta solo da chiarire chi ha acceso il fiammifero. E, probabilmente, si scoprirebbe che non e' stato Obama, i cui capelli stanno ingrigendo a velocita' supersonica, date le circostanze. Poiche' gli e' stato affidato il compito, forse per lui ingrato, di portare a compimento la profezia dei neocon. Quegli stessi che presero il potere, con un vero e proprio colpo di stato, nell'anno 2000, portando alla presidenza George W. Bush Junior (che era stato sconfitto da Al Gore). Scrissero, nel famoso Project for The New American Century, che la Cina sarebbe divenuta il pericolo principale per la sicurezza degli Stati Uniti nel 2017. E ripeterono la profezia nei documenti successivi concernenti la sicurezza nazionale del futuro. Era il 1998. Forse non era una profezia, sebbene si trattasse di eventi del futuro. Forse avevano fatto i loro calcoli e avevano pensato con quale Cina avrebbero avuto a che fare, tenendo conto dei tassi di crescita del suo PIl, dei suoi armamenti, della sua finanza, della sua tecnologia, della sua popolazione. Se non si tengono sempre presenti quelle previsioni, difficilmente di potra' capire cosa sta succedendo in America e fuori, mentre nel frattempo l'Occidente intero e' entrato nella piu' grave crisi della sua intera vicenda imperiale. |
Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...
(di classe) :-))
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...
(di classe) :-))
Francobolllo
Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.
Europa, SVEGLIA !!
Visualizzazione post con etichetta cia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cia. Mostra tutti i post
martedì 14 maggio 2013
SCACCO A OBAMA
lunedì 6 maggio 2013
Boston: una prova generale?
di Giulietto Chiesa – Megachip.
Il mainstream peggiora a vista d’occhio. E, tanto più peggiora, tanto meglio si vede in filigrana quando mente (anche se non è facile, di primo acchito, vedere quanto mente). Peggiora ma non pare destinato, per il momento, a passare a miglior vita. Infatti viene sostenuto da possenti iniezioni di morfina, che lo rendono , se non più sano, quanto meno abbastanza arzillo. Io, da modesto cronista, l’ho seguito con grande attenzione nelle sue circonvoluzioni: dalla narrazione che imbastì a proposito della fine dell’Unione Sovietica, all’esaltazione della figura di Boris Eltsin, dipinto a tinte pastello come il primo presidente democratico della nuova Russia, mentre era soltanto un Quisling ubriacone che la Russia la svendette, privatizzandola, tutta intera, con la modica spesa di 10 miliardi di dollari (sottolineo, dieci miliardi di dollari).
L’ho seguito, il mainstream durante gli eventi dell’11 settembre 2001, a volte perfino ammirato della sua spettacolare potenza. Non si poteva non restare affascinati dalla capacità planetaria con cui riuscì prima a raccontare che il colpevole era stato Osama bin Laden, insieme a 19 terroristi semi-analfabeti, naturalmente islamici, poi a chiudere bruscamente e per sempre (forse) la pagina, dimenticandola insieme ai prigionieri di Guantanamo. Che infatti sono ancora là a prendere il sole di Cuba senza essere stati gratificati nemmeno da un qualche modesto capo d’accusa, in compenso definiti sbrigativamente “nemici combattenti”, che solo Bush sapeva cosa volesse dire.
Ma questa è ormai storia. L’altro giorno ho parlato agli studenti del primo anno universitario in una facoltà del Veneto. La gran parte di loro nemmeno sapeva che c’era stato un 11 settembre 2001. A riprova del fatto che il mainstream – quanto a copertura (nel senso proprio di coprirli per impedire che si vedano) degli eventi reali - è più efficace di un monastero di clausura.
Quello che accade in questi giorni è dunque poca cosa rispetto a eventi di quella portata. Spiccioli, loose change, direbbero gli americani. Ma gustosi. Prendiamo per esempio le bombe di Boston. Ho seguito con pignoleria le cronache americane (di quelle italiane si poteva fare a meno essendo banalmente copiate da quelle), per accorgermi, con curiosità crescente, che la storia ufficiale, minuto per minuto, si allontanava dalla ragione per entrare nei meandri del più fitto mistero, poi della più banale confusione, per infine perdersi nella menzogna più spettacolare, del più trito grand guignol.
Il fatto che i due “terroristi” fossero stati individuati così in fretta parrebbe dimostrare grande efficienza dell’FBI di Boston. Se non fosse che, alcuni giorni dopo, emerge dal New York Times che i due daghestan-ceceni erano tutt’altro che sconosciuti allo stesso esimio Federal Bureau of Investigation. Il quale li teneva sotto controllo da ben due anni. Sapeva tutto di loro, li aveva già interrogati, aveva seguito con la massima cura il ritorno in patria di Tamerlan (una “patria” che gli era quasi sconosciuta visto che aveva passato tutta la sua giovinezza negli Stati Uniti, ma opportunamente riportata in primo piano, guarda caso, proprio, si può dire, alla vigilia dell’attentato).
lunedì 8 ottobre 2012
I sionisti utilizzano al-Qaida per attaccare la Siria
Dean Henderson, - aurasito -
Più tardi la CIA ha aiutato i terroristi della Jihad islamica egiziana a sfuggire alla giustizia, inviandoli a combattere con i musulmani bosniaci e con i narcos del Kosovo Liberation Army, che dovevano fare a pezzi la Jugoslavia. Gli islamisti sono stati utilizzati per uccidere Gheddafi e privatizzare la banca centrale libica per conto del cartello Rothschild. Ora, queste creazioni dell’intelligence occidentale – Israele, Turchia, CCG e NATO – vengono utilizzate per attaccare il governo di Assad in Siria e occupare la banca centrale della Siria per conto del cartello sionista bancario degli Illuminati. E la strada per attaccare l’Iran corre diritta attraverso Damasco. L’articolo che segue del Dr. Boris Dolgov – Ricercatore del Centro di Studi Arabi dell’Istituto russo di Studi Orientali – è la migliore che si sia letta sulla situazione. E’ apparso sull’eccellente sito Oriental Review.
“La situazione attuale in Siria rimane una delle componenti più importanti della politica Mediorientale e internazionale. Utilizzando la crisi interna della Siria e perseguendo i propri obiettivi, NATO, Israele, Turchia e monarchie del Golfo Persico stanno cercando di minare il regime siriano. Dall’inizio della crisi in Siria ho fatto due viaggi in questo paese, in qualità di membro di delegazioni internazionali, nell’agosto 2011 e nel gennaio 2012. Se osserviamo le dinamiche dello sviluppo della situazione in questo periodo, da un lato si può affermare l’intensificarsi dei gruppi terroristici in Siria, e d’altra parte si vede il supporto accresciuto del popolo al presidente Bashar Assad e una chiara distinzione delle posizioni delle forze politiche. Due attentatori si sono fatti esplodere davanti a sedi fortemente sorvegliate delle agenzie di intelligence della Siria, uccidendo almeno 44 persone e ferendone altre decine, in un attentato diretto, il 23 dicembre 2011.
Negli ultimi due mesi la Siria ha visto una serie di attacchi terroristici. I terroristi hanno attaccato militari e strutture militari, agenzie delle forze dell’ordine, istituzioni, oleodotti, ferrovie siriani ed effettuato omicidi e sequestrato cittadini pacifici (nella città di Homs, gli insorti hanno ucciso cinque noti scienziati), incendiato scuole e ucciso insegnanti (da marzo 2011, 900 scuole sono state incendiate e 30 insegnanti sono stati uccisi). Gli attacchi terroristici a Damasco sono stati i più sanguinosi. Due di essi sono stati effettuati il 23 dicembre 2011, quando auto cariche di esplosivo sono esplose di fronte agli edifici del servizio di sicurezza dello Stato, uccidendo 44 persone e ferendone circa 150. Il 6 gennaio 2012 un attentato kamikaze su una strada trafficata ha ucciso 26 e ferito 60 persone. C’erano ufficiali delle forze dell’ordine tra le vittime, ma la maggior parte di loro erano passanti.
Nel gennaio del 2012, Damasco ha un aspetto più grave rispetto all’estate del 2011. Addetti alla sicurezza controllano i passaporti sulla strada per l’aeroporto, chiedendo alla gente da quale paese provengono. Gli ingressi di molte istituzioni statali sono protetti da blocchi di cemento. Ci sono punti di controllo con sacchi di sabbia in prossimità delle stazioni di polizia, che sono protette da soldati con giubbotti antiproiettile. Anche i cancelli che chiudono l’ingresso ad alcune delle strade sono sorvegliati da soldati e giovani con mitragliatrici – volontari provenienti dai movimenti giovanili pro-governativi. Ma la vita di tutti i giorni non è cambiata drasticamente. Non ci sono militari, veicoli armati o verifiche dei documenti in città. Damasco è ancora una città frenetica, senza posti liberi negli internet cafè e nei fine settimana le strade sono affollate di coppie, famiglie e giovani. Dopo gli attacchi terroristici a Damasco, manifestazioni a sostegno di Bashar Assad e di condanna dei terroristi si sono svolte tutti i giorni. Manifestazioni simili sono state organizzate in altre grandi città, come Aleppo, Homs, Hama, Daraa, Deir az-Zor. Queste manifestazioni sono state coperte dalla TV siriana. Durante il nostro soggiorno in Siria, abbiamo potuto muoverci liberamente per la città e parlare con la gente a nostro piacere, ma non abbiamo visto una singola manifestazione anti-governativa. La maggior parte dei partecipanti dei raduni erano giovani.
Negli ultimi due mesi la Siria ha visto una serie di attacchi terroristici. I terroristi hanno attaccato militari e strutture militari, agenzie delle forze dell’ordine, istituzioni, oleodotti, ferrovie siriani ed effettuato omicidi e sequestrato cittadini pacifici (nella città di Homs, gli insorti hanno ucciso cinque noti scienziati), incendiato scuole e ucciso insegnanti (da marzo 2011, 900 scuole sono state incendiate e 30 insegnanti sono stati uccisi). Gli attacchi terroristici a Damasco sono stati i più sanguinosi. Due di essi sono stati effettuati il 23 dicembre 2011, quando auto cariche di esplosivo sono esplose di fronte agli edifici del servizio di sicurezza dello Stato, uccidendo 44 persone e ferendone circa 150. Il 6 gennaio 2012 un attentato kamikaze su una strada trafficata ha ucciso 26 e ferito 60 persone. C’erano ufficiali delle forze dell’ordine tra le vittime, ma la maggior parte di loro erano passanti.
Nel gennaio del 2012, Damasco ha un aspetto più grave rispetto all’estate del 2011. Addetti alla sicurezza controllano i passaporti sulla strada per l’aeroporto, chiedendo alla gente da quale paese provengono. Gli ingressi di molte istituzioni statali sono protetti da blocchi di cemento. Ci sono punti di controllo con sacchi di sabbia in prossimità delle stazioni di polizia, che sono protette da soldati con giubbotti antiproiettile. Anche i cancelli che chiudono l’ingresso ad alcune delle strade sono sorvegliati da soldati e giovani con mitragliatrici – volontari provenienti dai movimenti giovanili pro-governativi. Ma la vita di tutti i giorni non è cambiata drasticamente. Non ci sono militari, veicoli armati o verifiche dei documenti in città. Damasco è ancora una città frenetica, senza posti liberi negli internet cafè e nei fine settimana le strade sono affollate di coppie, famiglie e giovani. Dopo gli attacchi terroristici a Damasco, manifestazioni a sostegno di Bashar Assad e di condanna dei terroristi si sono svolte tutti i giorni. Manifestazioni simili sono state organizzate in altre grandi città, come Aleppo, Homs, Hama, Daraa, Deir az-Zor. Queste manifestazioni sono state coperte dalla TV siriana. Durante il nostro soggiorno in Siria, abbiamo potuto muoverci liberamente per la città e parlare con la gente a nostro piacere, ma non abbiamo visto una singola manifestazione anti-governativa. La maggior parte dei partecipanti dei raduni erano giovani.
mercoledì 4 luglio 2012
Da che pulpito viene la predica
Da che pulpito viene la predica
di Manlio Dinucci
«Profondamente preoccupati per l'intensificazione della violenza», che rischia di allargare il conflitto a dimensioni regionali, chiedono con fermezza «la cessazione della violenza armata in tutte le sue forme». Chi sono i non-violenti? I membri del Gruppo di azione per la Siria che, riunitisi a Ginevra il 30 giugno, hanno emesso un comunicato finale. Alla testa dei non-violenti vi sono gli Stati uniti, registi dell'operazione bellica con cui, dopo la distruzione dello stato libico, tentano di smantellare anche quello siriano. Agenti della Cia, scrive il New York Times, operano segretamente nella Turchia meridionale, reclutando e armando i gruppi che combattono il governo siriano. Attraverso una rete ombra transfrontaliera, in cui opera anche il Mossad, essi ricevono fucili automatici, munizioni, razzi anticarro, esplosivi. Con un video su YouTube, mostrano come sanno ben usarli: un camion civile, mentre passa accanto a un magazzino, viene distrutto dall'esplosione di un potente ordigno telecomandato. Esprime la sua «opposizione all'ulteriore militarizzazione del conflitto», che deve essere «risolto attraverso un pacifico dialogo», anche la Turchia: quella che fornisce il centro di comando a Istanbul, da cui viene diretta l'operazione, e le basi militari in cui vengono addestrati i gruppi armati prima di infiltrarli in Siria; quella che, prendendo a pretesto l'abbattimento di un proprio aereo militare che volava a bassa quota lungo la costa siriana per saggiarne le difese antiaeree, ora ammassa le proprie truppe al confine minacciando un intervento «difensivo». Che farebbe da innesco a un attacco su larga scala della Nato in base all'articolo 5, rispolverato per l'occasione mentre per l'attacco alla Libia è stato usato il non-articolo 5. Dichiarano di essere «impegnati a difendere la sovranità, indipendenza, unità nazionale e integrità territoriale della Siria» anche gli altri membri del Gruppo: Francia, Gran Bretagna, Arabia Saudita, Qatar. Quelli che attuano in Siria la stessa operazione già effettuata in Libia: addestrando e armando il «Libero esercito siriano» e altri gruppi (circa un centinaio), reclutati in vari paesi, i cui membri sono pagati dall'Arabia Saudita; utilizzando anche militanti e interi gruppi armati islamici, prima bollati come pericolosi terroristi; infiltrando in Siria forze speciali, come quelle qatariane inviate l'anno scorso in Libia, camuffate da gruppi interni di opposizione. E i membri del Gruppo di azione che chiedono «libertà di movimento in tutto il paese per i giornalisti», sono gli stessi che, mistificando anche le immagini, conducono una martellante campagna mediatica su scala mondiale per attribuire al governo siriano la responsabilità di tutte le stragi. Gli stessi che hanno organizzato l'attentato terroristico in cui sono rimasti uccisi tre giornalisti siriani, quando un loro gruppo armato ha attaccato la televisione al-Ekhbaria a Damasco, colpendola con razzi e facendola poi saltare in aria. Salta così in aria anche l'assicurazione di Russia e Cina, membri del Gruppo di azione, che nessuno dall'esterno può prendere decisioni concernenti il popolo siriano. Le potenze occidentali hanno già deciso, azionando la loro macchina bellica, di annettere di nuovo la Siria al loro impero.
da Il Manifesto, 3 Luglio 2012
«Profondamente preoccupati per l'intensificazione della violenza», che rischia di allargare il conflitto a dimensioni regionali, chiedono con fermezza «la cessazione della violenza armata in tutte le sue forme». Chi sono i non-violenti? I membri del Gruppo di azione per la Siria che, riunitisi a Ginevra il 30 giugno, hanno emesso un comunicato finale. Alla testa dei non-violenti vi sono gli Stati uniti, registi dell'operazione bellica con cui, dopo la distruzione dello stato libico, tentano di smantellare anche quello siriano. Agenti della Cia, scrive il New York Times, operano segretamente nella Turchia meridionale, reclutando e armando i gruppi che combattono il governo siriano. Attraverso una rete ombra transfrontaliera, in cui opera anche il Mossad, essi ricevono fucili automatici, munizioni, razzi anticarro, esplosivi. Con un video su YouTube, mostrano come sanno ben usarli: un camion civile, mentre passa accanto a un magazzino, viene distrutto dall'esplosione di un potente ordigno telecomandato. Esprime la sua «opposizione all'ulteriore militarizzazione del conflitto», che deve essere «risolto attraverso un pacifico dialogo», anche la Turchia: quella che fornisce il centro di comando a Istanbul, da cui viene diretta l'operazione, e le basi militari in cui vengono addestrati i gruppi armati prima di infiltrarli in Siria; quella che, prendendo a pretesto l'abbattimento di un proprio aereo militare che volava a bassa quota lungo la costa siriana per saggiarne le difese antiaeree, ora ammassa le proprie truppe al confine minacciando un intervento «difensivo». Che farebbe da innesco a un attacco su larga scala della Nato in base all'articolo 5, rispolverato per l'occasione mentre per l'attacco alla Libia è stato usato il non-articolo 5. Dichiarano di essere «impegnati a difendere la sovranità, indipendenza, unità nazionale e integrità territoriale della Siria» anche gli altri membri del Gruppo: Francia, Gran Bretagna, Arabia Saudita, Qatar. Quelli che attuano in Siria la stessa operazione già effettuata in Libia: addestrando e armando il «Libero esercito siriano» e altri gruppi (circa un centinaio), reclutati in vari paesi, i cui membri sono pagati dall'Arabia Saudita; utilizzando anche militanti e interi gruppi armati islamici, prima bollati come pericolosi terroristi; infiltrando in Siria forze speciali, come quelle qatariane inviate l'anno scorso in Libia, camuffate da gruppi interni di opposizione. E i membri del Gruppo di azione che chiedono «libertà di movimento in tutto il paese per i giornalisti», sono gli stessi che, mistificando anche le immagini, conducono una martellante campagna mediatica su scala mondiale per attribuire al governo siriano la responsabilità di tutte le stragi. Gli stessi che hanno organizzato l'attentato terroristico in cui sono rimasti uccisi tre giornalisti siriani, quando un loro gruppo armato ha attaccato la televisione al-Ekhbaria a Damasco, colpendola con razzi e facendola poi saltare in aria. Salta così in aria anche l'assicurazione di Russia e Cina, membri del Gruppo di azione, che nessuno dall'esterno può prendere decisioni concernenti il popolo siriano. Le potenze occidentali hanno già deciso, azionando la loro macchina bellica, di annettere di nuovo la Siria al loro impero.
da Il Manifesto, 3 Luglio 2012
domenica 24 giugno 2012
martedì 19 giugno 2012
HIS
HOLINESS DALAI LAMA
Nobel
prize for peace, Tibet's spiritual leader is touring Britain promoting
NON-VIOLENCE
mercoledì 13 giugno 2012
Imminente colpo di Stato in Siria (?)
Thierry Meyssan Martedì 12 Giugno - megachip -
La Nato prepara una vasta operazione di intossicazione mediatica

di Thierry Meyssan* - Réseau Voltaire
[traduzione a cura di Domenico Losurdo]
La Nato prepara una vasta operazione di intossicazione mediatica
di Thierry Meyssan* - Réseau Voltaire
[traduzione a cura di Domenico Losurdo]
Alcuni Stati membri della Nato e del CCG (Consiglio di Cooperazione del Golfo) preparano un colpo di Stato e un genocidio settario in Siria. Se volete opporvi a questi crimini, muovetevi subito: fate circolare questo articolo in internet e allarmate i vostri rappresentanti nelle istituzioni democratiche. (t.m.)
Fra qualche giorno, forse a partire da venerdì 15 giugno a mezzogiorno, i siriani, accendendo i televisori, scopriranno che le loro emittenti abituali sono state rimpiazzate da trasmissioni mandate in onda dalla Cia. Vedranno dei filmati in cui truppe governative compiono massacri; vedranno manifestazioni popolari; vedranno ministri e generali mentre si dimettono; vedranno il presidente Assad darsi alla fuga e vedranno infine un nuovo governo installarsi nel palazzo presidenziale di Damasco. Ma saranno immagini false: realizzate dalla Cia. Parte in studi televisivi appositamente allestiti, come stiamo per vedere, e per il resto manipolate al computer ricorrendo ai cosiddetti effetti speciali.
Questa messinscena è direttamente condotta da Washington. Il regista-manipolatore è Ben Rhodes, consigliere aggiunto alla Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti. Obiettivo: demoralizzare i siriani per propiziare un colpo di Stato.
La Nato, che si scontra con il doppio veto della Russia e della Cina, riuscirebbe così a conquistare la Siria senza attaccarla illegalmente. Quale che sia il giudizio che si può formulare sugli avvenimenti attualmente in corso in Siria, un colpo di Stato metterebbe fine a ogni speranza di democratizzazione.
Molto ufficialmente, la Lega Araba ha chiesto agli operatori satellitari Arabsat e Nilesat di sospendere la ritrasmissione dei media siriani, sia pubblici sia privati: Syria TV, Al-Ekbariya, Ad-Dounia, Cham TV, eccetera. In questo modo le emittenti nazionali vengono accecate, perché in Siria non esiste una rete televisiva tradizionale (come l’analogico in Italia, ndt); per cui l’unico modo di vedere la televisione è la parabola, irraggiata appunto dai satelliti gestiti da Arabsat e Nilesat.
Non è la prima volta che dei golpisti disattivano dei satelliti: alla vigilia dell’aggressione alla Libia, la Lega Araba aveva censurato la televisione libica per impedire ai dirigenti della Jamahiriya (il governo di Gheddafi, ndt) di comunicare con il popolo.
Questa decisione ufficiale della Lega Araba è però soltanto la parte emersa dell’iceberg. Secondo nostre informazioni, infatti, nella scorsa settimana si sono svolte riunioni internazionali al fine di coordinare l’operazione di intossicazione mediatica. I primi due di questi incontri, a carattere tecnico, si sono svolti a Doha (Qatar); un terzo, politico, si è invece tenuto a Riyad, in Arabia Saudita.
Il primo incontro ha riunito i militari esperti in guerra psicologica, embedded (aggregati), alle redazioni di alcune reti televisive satellitari, come Al-Arabiya, Al-Jazeera, BBC, CNN, Fox, France 24, Future TV, MTV.
Anche questo arruolamento di militari nelle redazioni televisive non è una novità: è notorio che, dal 1998, ufficiali dell’United States Army’s Psychological Operations Unit (PSYOP) (la divisione di guerra psicologica dell’esercito americano, ndt) sono stati incorporati nella redazione della CNN; da allora, questa pratica è stata estesa, dalla Nato, ad altre emittenti strategiche.
martedì 12 giugno 2012
Giornale tedesco rivela: “Il Dalai Lama sostenuto dalla Cia”
L’icona della contemplazione e della pace, idolo trasversale degli estimatori della resistenza passiva e spirituale, in realtà è sostenuto dai servizi segreti statunitensi.
Ed è stato a capo di un esercito guerrigliero che combatteva armi in pugno i cinesi.
Smobilitato per necessità che per convinzione.
Il Dalai Lama? Tramava con la Cia
di Claudio Guidi – Il Secolo XIX, 9 giugno 2012
BERLINO - Pregare a mani giunte per la pace in ogni angolo del mondo, davanti a migliaia di persone e sempre sotto l’occhio attento delle telecamere, fomentando sotto banco con l’aiuto della Cia la guerriglia per strappare il Tibet alla Cina.
Con un clamoroso scoop la Süddeutsche Zeitung rivela che proprio questo avrebbe fatto per anni il Dalai Lama all’insaputa del mondo intero, guadagnandosi anche il Nobel per la pace.
Nelle prime righe del suo lunghissimo articolo il giornale progressista ha posto un titolo feroce per la sua ambivalenza, “Heiliger Schein”, santa apparenza, alludendo al fatto che questa può spesso ingannare. A parlare dagli Stati Uniti di tutta questa incredibile vicenda è uno che la sa lunga, John Kenneth Knaus, un ex agente della Cia di 89 anni, che incontrò il Dalai Lama nel 1964 nel suo esilio indiano di Dharamsala: «Per lui ero l’anello di collegamento con la violenza, che come buddhista non poteva approvare», ha spiegato Knaus che nel frattempo ha concesso un’intervista anche alla regista americana Lisa Cathey per il suo film “La Cia in Tibet”, destinato a uscire entro l’anno. La Süddeutsche scrive che il film documenterà “una guerra estremamente sanguinosa e da tempo dimenticata, condotta in Tibet dal 1955 fino agli inizi degli Anni ’70 e in Nepal a partire dal 1959”.
Nel film Lisa Cathey rivela anche che suo padre fu uno degli istruttori militari dei guerriglieri tibetani in un campo situato nelle Montagne Rocciose del Colorado, una zona a tremila metri di altezza e coperta di neve, molto simile all’altopiano dell’Himalaya. Il giornale tedesco scrive che la Cia “addestrò i guerriglieri tibetani, rifornendoli con tonnellate di armi per la lotta contro il nemico comune, la Cina comunista”, versando annualmente 180 mila dollari come “aiuti finanziari al Dalai Lama”. Sarebbe anche dimostrato che due fratelli maggiori del Dalai Lama “avevano presto allacciato contatti con la Cia, diventata poi lo sponsor della guerriglia in Tibet”.
L’articolo con le clamorose rivelazioni è anche corredato da una foto particolarmente imbarazzante, scattata nel 1972, che ritrae il Dalai Lama mentre su una jeep passa in rassegna unità speciali tibetane dell’esercito indiano a Chakrala, nel Punjab.
Da un memorandum della Cia del 1968 emerge che “il programma per il Tibet è basato sugli impegni che il governo americano aveva assunto con il Dalai Lama dal 1951 al 1956”, l’anno in cui la Cia lanciò l’operazione “ST Circus”, che in codice stava per “Circo Tibet”.
L’obiettivo era di “mantenere in vita la concezione politica di un Tibet autonomo”, dopo l’occupazione da parte della Cina nel 1950, oltre all’impegno di creare “un potenziale di resistenza contro possibili evoluzioni politiche nella Cina comunista”.
A partire da quel momento, su un’isola dei Mari del Sud “la Cia addestrò i guerriglieri a sparare, uccidere, minare e costruire bombe”, con un fratello del Dalai Lama che fungeva da interprete. “Un bombardiere B-17 senza segni di riconoscimento, guidato da un pilota polacco e con un tecnico ceco lanciò subito dopo con il paracadute i primi combattenti sul Tibet”. Si trattava di miliziani che portavano al collo “un amuleto con l’immagine del Dalai Lama e una capsula di cianuro”, con cui suicidarsi nel caso fossero stati catturati dai cinesi.
Il giornale rivela che “accompagnato da guerriglieri addestrati dalla Cia, il Dalai Lama nella primavera del 1959 fuggì attraverso le montagne per cercare asilo in India, dove annunciò una rivolta non violenta”, ma “durante la fuga i suoi accompagnatori erano in contatto radio permanente con gli agenti della Cia”.
Il quotidiano tedesco aggiunge un’altra rivelazione. Nel Tibet meridionale, scrive ancora il giornalista “erano attivi ottantacinquemila guerriglieri, che con il nome di Chushi Grangdrug, quattro fiumi e sette montagne, operavano in piccole unità per attaccare la supremazia militare cinese, cooperando strettamente con la Cia”.
In una documentazione della Bbc citata dal giornale, un ex combattente tibetano fa addirittura un racconto allucinante per la sua truculenza, quando spiega che “abbiamo ammazzato più che potevamo. Quando uccidevamo un animale dicevamo una preghiera, ma quando ammazzavamo un cinese nemmeno una preghiera è uscita dalle nostre labbra”.
In un memorandum segreto della Cia è scritto che “la guida tibetana considera la truppa come il braccio paramilitare del governo in esilio”.
Le attività militari di guerriglia si conclusero negli anni ’70, dopo una visita segreta a Pechino dell’allora Segretario di Stato Herny Kissinger, mentre per la Cia il Dalai Lama continuava a rimanere “finanziariamente e politicamente del tutto dipendente dagli americani”. Terminata l’avventura militare, il capo religioso dei tibetani poté dedicarsi anima e corpo a diffondere nel mondo il suo messaggio pacifista.
Fonte: http://www.contropiano.org/it/esteri/item/9512-giornale-tedesco-rivela-%E2%80%9Cil-dalai-lama-sostenuto-dalla-cia%E2%80%9D.
lunedì 30 gennaio 2012
Matrimonio CINO-AMERICANO

IMMANUEL WALLERSTEIN - il Manifesto - Fonte: dirittiglobali
In Occidente le relazioni tra il principale dei paesi «emergenti» e la superpotenza in declino viene di solito definita come una «sfida». Ma a chi e in che senso? E soprattutto, sarà proprio così?Le relazioni tra Cina e Stati uniti sono oggetto di grande preoccupazione nei discorsi che attraversano il mondo (bloggers, media, politici, burocrati internazionali). L'analisi dominante interpreta la relazione come quella tra una superpotenza in declino, gli Stati uniti, e un paese «emergente» in rapida crescita, la Cina. Nel mondo occidentale, questa relazione è di solito definita in termini negativi, la Cina viene vista come una «sfida». Ma sfida a chi e in che senso? Alcuni vedono l'«emergenza» cinese come il ritorno a una posizione centrale nel mondo, che questo paese aveva nel passato e che ora starebbe recuperando. Altri considerano che sia un avvenimento molto recente - la Cina acquisirebbe un ruolo nella geopolitica in movimento e nelle relazioni economiche mondiali del sistemamondo moderno. Dalla metà del XIX secolo, le relazioni tra i due paesi sono state ambigue. Da un lato, in quel periodo, gli Stati uniti avevano cominciato ad espandere le proprie vie commerciali verso la Cina. Avevano iniziato ad inviare dei missionari cristiani. Alla svolta del XX secolo, avevano proclamato la politica della «porta aperta», che più che contro la Cina era diretta contro le potenze europee. Gli Stati uniti volevano la loro parte del bottino. Comunque, poco dopo, gli Usa parteciparono, a fianco delle altre potenze occidentali, a sedare la ribellione dei Boxer contro l'imperialismo esterno. In patria, il governo Usa (e i sindacati) cercarono di impedire che i cinesi immigrassero negli Stati uniti. Dall'altro lato, a malincuore, c'era un certo rispetto nei confronti della civiltà cinese. L'estremo oriente (Cina e Giappone) era la destinazione preferita per l'opera missionaria, più dell'India e dell'Africa, e questa scelta veniva giustificata con la supposizione che la cinese fosse una civiltà «più alta». Deve aver pesato anche il fatto che né la maggior parte della Cina né del Giappone furono mai colonizzate direttamente e che di conseguenza non c'era nessuna potenza coloniale europea che cercasse di fare proseliti per riservare la colonia ai propri cittadini. Dopo la rivoluzione cinese del 1911, Sun Yat-Sen, che aveva vissuto negli Stati uniti, nei discorsi pubblici era diventato un personaggio simpatico. E all'epoca della seconda guerra mondiale, la Cina era vista come un alleato nella guerra al Giappone. Per questo, furono gli Stati uniti ad insistere perché la Cina ottenesse un seggio permanente al Consiglio di sicurezza dell'Onu. Certo, quando il partito comunista cinese ha conquistato la Cina continentale e fondato la Repubblica popolare cinese (Rpc), la Cina e gli Stati uniti sembravano diventati feroci nemici.
In Occidente le relazioni tra il principale dei paesi «emergenti» e la superpotenza in declino viene di solito definita come una «sfida». Ma a chi e in che senso? E soprattutto, sarà proprio così?Le relazioni tra Cina e Stati uniti sono oggetto di grande preoccupazione nei discorsi che attraversano il mondo (bloggers, media, politici, burocrati internazionali). L'analisi dominante interpreta la relazione come quella tra una superpotenza in declino, gli Stati uniti, e un paese «emergente» in rapida crescita, la Cina. Nel mondo occidentale, questa relazione è di solito definita in termini negativi, la Cina viene vista come una «sfida». Ma sfida a chi e in che senso? Alcuni vedono l'«emergenza» cinese come il ritorno a una posizione centrale nel mondo, che questo paese aveva nel passato e che ora starebbe recuperando. Altri considerano che sia un avvenimento molto recente - la Cina acquisirebbe un ruolo nella geopolitica in movimento e nelle relazioni economiche mondiali del sistemamondo moderno. Dalla metà del XIX secolo, le relazioni tra i due paesi sono state ambigue. Da un lato, in quel periodo, gli Stati uniti avevano cominciato ad espandere le proprie vie commerciali verso la Cina. Avevano iniziato ad inviare dei missionari cristiani. Alla svolta del XX secolo, avevano proclamato la politica della «porta aperta», che più che contro la Cina era diretta contro le potenze europee. Gli Stati uniti volevano la loro parte del bottino. Comunque, poco dopo, gli Usa parteciparono, a fianco delle altre potenze occidentali, a sedare la ribellione dei Boxer contro l'imperialismo esterno. In patria, il governo Usa (e i sindacati) cercarono di impedire che i cinesi immigrassero negli Stati uniti. Dall'altro lato, a malincuore, c'era un certo rispetto nei confronti della civiltà cinese. L'estremo oriente (Cina e Giappone) era la destinazione preferita per l'opera missionaria, più dell'India e dell'Africa, e questa scelta veniva giustificata con la supposizione che la cinese fosse una civiltà «più alta». Deve aver pesato anche il fatto che né la maggior parte della Cina né del Giappone furono mai colonizzate direttamente e che di conseguenza non c'era nessuna potenza coloniale europea che cercasse di fare proseliti per riservare la colonia ai propri cittadini. Dopo la rivoluzione cinese del 1911, Sun Yat-Sen, che aveva vissuto negli Stati uniti, nei discorsi pubblici era diventato un personaggio simpatico. E all'epoca della seconda guerra mondiale, la Cina era vista come un alleato nella guerra al Giappone. Per questo, furono gli Stati uniti ad insistere perché la Cina ottenesse un seggio permanente al Consiglio di sicurezza dell'Onu. Certo, quando il partito comunista cinese ha conquistato la Cina continentale e fondato la Repubblica popolare cinese (Rpc), la Cina e gli Stati uniti sembravano diventati feroci nemici.
martedì 10 gennaio 2012
Iscriviti a:
Post (Atom)


