Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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sabato 1 dicembre 2012

Sessantacinque anni dopo: è Palestina!


121127palestinadi Claudio Grassi
Sono passati ormai sessantacinque anni da quel fatidico 29 novembre del 1947, quando il voto sulla spartizione della Palestina storica in due stati, permise il riconoscimento dello Stato di Israele, che un anno dopo entrò poi a far parte dei paesi membri dell'ONU. Oggi, a distanza di tutto questo tempo, la Palestina è stata riconosciuta come stato osservatore dall'Assemblea generale della stessa Organizzazione. Non si tratta del riconoscimento di uno stato autonomo e indipendente, ma sicuramente è un viatico determinante in prospettiva del raggiungimento di quella condizione.
Appena un anno fa, fu fatto il primo tentativo dallo stesso presidente Abu Mazen, che ovviamente non andò a buon fine. Perché questa volta la Comunità internazionale si è rivelata più "compatta" votando a maggioranza la decisione dell'Assemblea che ha dato l'esito favorevole con 138 voti (su 193), 9 contrari e 41 astenuti? Probabilmente sono più di uno i fattori determinanti che sono entrati in gioco. Contrariamente a quanto si può pensare, gli ultimi eventi nella Striscia di Gaza non hanno certamente avuto una ricaduta positiva sullo stato d'Israele. Per molti la reazione di Hamas avrebbe fatto indebolire lo stesso Abu Mazen, ponendo una brusca frenata nei confronti del processo di riconoscimento della Palestina, ma alla fine così non è stato. Anzi, potremo forse pensare che sia stata la stessa preponderante (e prepotente) forza del piccolo quanto agguerrito stato d'Israele, a far riflettere la Comunità internazionale su quelle che potevano essere le conseguenze di un permissivismo che avrebbe lasciato troppa libertà d'azione nella regione Mediorientale. Insomma, puntare all'Iran senza pretendere che gli stati Arabi e Mussulmani non muovessero un dito, oltre che un possibile rischio, francamente sembrava eccessivo... Questa volta non c'è stata la solita posizione filo-americana neppure in ambito Europeo, dove Francia, Italia, e Spagna si sono espresse favorevolmente, lasciando alla sola Repubblica Ceca il voto di contrarietà ed alla Gran Bretagna ed alla Germania quello dell'astensione. Complessivamente sono stati nove i Paesi contrari e 41 gli astenuti. Hanno votato contro Stati Uniti, Israele, Panama, Palau, Canada, Isole Marshall, Narau, Repubblica Ceca e Micronesia. Non possiamo non riconoscere ad Abu Mazen il coraggio e l'orgoglio dell'Uomo di stato che sapeva di giocarsi una carta unica, forse addirittura fondamentale per la sopravvivenza del suo Popolo. Con piglio e determinazione il presidente dell'ANP si è così rivolto alla Platea dell'ONU chiedendogli “un certificato di nascita” come stato: "La Palestina viene all'Assemblea Generale oggi perché crede nella pace e la sua gente ne ha un disperato bisogno. Il popolo palestinese in questi giorni bui guarda all'Onu con grande speranza per la fine delle ingiustizie e per un futuro di giustizia e di pace. Il si alla risoluzione che ammette la Palestina all'Onu come stato osservatore non membro è l'ultima chance per salvare la soluzione dei due stati”. Scontata l'ira di Netanyahu che non manca ovviamente di marchiare come "velenoso" il discorso di Abu Mazen, aggiungendo che "non sono le parole di chi cerca la pace". "Il mondo - secondo Netanyahu - ha visto un discorso sobillatore, di tono velenoso, pieno di propaganda menzognera verso le forze armate israeliane e i cittadini israeliani. Non è così che si esprime - ha rincarato - un uomo che anela alla pace. La risoluzione dell'Assemblea generale <è comunque priva di significato e non cambierà alcunché sul terreno>, ha affermato ancora Netanyahu, secondo il quale "i palestinesi hanno infranto gli accordi con Israele, e Israele agirà di conseguenza". Non potevano essere di tenore diverso le dichiarazioni rilasciate da Hillary Clinton, "il riconoscimento della Palestina come stato non membro non aiuterà Gaza e Israele a trovare un accordo di pace". Secondo il segretario di Stato americano, una "soluzione di lungo termine" nella regione si può trovare solo "attraverso trattative e negoziati". E l'Italia? Ci resta difficile non rimanere sorpresi dalla pur positiva decisione di votare a favore della Palestina. Il Premier Monti, "falco" ed amico di Obama, come può aver maturato o favorito questo pronunciamento? Forse sarebbe ora di ricordare che nel Nostro paese conta molto l'influsso di un altro piccolo Stato, anch'esso da tempo riconosciuto quale Stato osservatore all'Assemblea dell'ONU, come Città del Vaticano... La cattolicissima Italia non poteva, almeno in questa fase storico-sociale non "proprio florida", distaccarsi dalla "parola" della Santa Sede, che non ha mancato di far sapere "di aver seguito direttamente e con partecipazione i passi che hanno condotto a questa importante decisione, sforzandosi di rimanere al di sopra delle parti e di agire in linea con la propria natura religiosa e la missione universale che la caratterizza, nonché in considerazione della sua attenzione specifica alla dimensione etica delle problematiche internazionali". Cerchiamo di essere chiari: in un paese che brucia, privato di una coesione sociale, e affossato dalle politiche liberiste degli ultimi governi, sarebbe stato ingenuo perdere l'occasione di ricompattare il centro cristiano attorno alla "proposta" (politica) della Chiesa di Roma. Tutt'altra "atmosfera" si respira invece nella Comunità ebraica di Roma, dove lo stesso presidente, Riccardo Pacifici, non ha mancato di definire "l'evento" di ieri (29 novembre, ndr) come una vera e propria "doccia fredda", badando bene di aggiungere che in questo modo "E' stata sovvertita una rotta di anni per sceglierne un'altra filo araba. Siamo dispiaciuti e amareggiati". Si apre dunque, un cammino nuovo per la Palestina e il suo Popolo, ed è lo stesso portavoce dell'Autorità palestinese Nour Odeh ad indicarne la direzione: "Ci sono diverse tappe e procedure a cui lavoreranno i nostri dirigenti politici. La priorità è consolidare lo spirito di unità tra tutte le fazioni palestinesi. Dobbiamo incarnare questo spirito, tradurlo in azioni concrete, in riunioni e dichiarazioni positive. Abbiamo constatato l’efficacia di questo modo di agire durante l’aggressione contro la Striscia di Gaza. Questo spirito di unità si concretizzerà in riunioni al Cairo e a Doha l’anno prossimo. Poi dovremo ricostruire le nostre istituzioni democratiche". Risulta evidente che le ricadute interne sul processo di riconciliazione palestinese non potranno che trarne vantaggio. “I principali dirigenti di Hamas, compresi Khaled Mechaal e Nasser al Shaer, hanno dato il loro chiaro appoggio per l'iniziativa di Abu Mazen all'ONU”. Ad affermarlo è ancora Nour Odeh, sottolineando che "Tutte le fazioni palestinesi, compreso il movimento di Hamas e la Jihad islamica, credono che questa decisione storica metta il nostro paese sul giusto cammino e che permetterà di rafforzare il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione".

martedì 27 novembre 2012

Palestina. Giornata Internazionale di solidarietà

29 novembre, una data importante per la Palestina
121127palestinadi Federica Pitoni
Il 29 novembre è la Giornata Internazionale di solidarietà con il popolo palestinese indetta dall’Onu. La data scelta non è casuale: il 29 novembre 1947 l’Assemblea Generale dell’Onu adottò la risoluzione 181, più nota come la Risoluzione della Partizione, con cui si stabiliva la creazione in Palestina di uno Stato ebraico e di uno Stato palestinese, con Gerusalemme corpus separatum sottoposta a un regime internazionale speciale. Come sappiamo tutti, la storia prese un’altra via e nella regione lo Stato Palestinese non ha finora mai visto la luce.
Il 29 novembre 2012 il Presidente Abu Mazen sarà all’Assemblea Generale dell’Onu per richiedere l’ingresso della Palestina come Stato non membro.
Un passo importante e non solamente formale che permetterebbe alla Palestina, tra l’altro, di avere accesso a diverse organizzazioni internazionali e di potersi appellare alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja, portando Israele sul banco degli imputati per crimini di guerra e per le continue violazioni dei diritti umani e delle risoluzioni Onu. Una richiesta che, a differenza di quella di Stato membro, portata all’Onu sempre dal Presidente Abu Mazen il 23 settembre 2011, stavolta abbisogna della sola maggioranza semplice e ha quindi buone probabilità di venir approvata.
«Oggi le Nazioni Unite, e domani realizzeremo un altro passo avanti: la riconciliazione nazionale», ha dichiarato il Presidente Abu Mazen. Sono grandi le speranze del popolo palestinese di veder compiere finalmente passi in avanti verso quella riconciliazione davvero necessaria e non più rinviabile. Le divisioni tra le fazioni palestinesi non fanno che indebolire e rendere spesso vani tutti gli sforzi della lotta del popolo palestinese, mentre le condizioni di vita della popolazione, di Gaza soprattutto, ma anche della Cisgiordania, divengono sempre più pesanti. Tutto questo ha portato anche a molti malumori, che hanno rischiato più volte di degenerare.
Di certo chi assiste con compiacimento a queste divisioni è Israele, unica a trarre effettivo vantaggio da questa situazione, tanto da aver spesso soffiato su questo fuoco per alimentarlo in vari modi. La stessa tragica, terribile, ultima guerra a Gaza scatenata da Israele dà adito a molte letture, ma non sono pochi quelli che, conoscendo bene lo scenario, vedono anche in questa uno dei tentativi di Israele di isolare e indebolire l’Anp e il suo Presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen). Una guerra che apparentemente non ha portato nessun beneficio allo Stato ebraico per come è finita, con una tregua che ha visto i militanti di Hamas dichiararsi vincitori, con una ricaduta interna - e in vista delle elezioni appare strano - che ha deluso l’elettorato della destra israeliana. Appare piuttosto singolare questo esito. A meno che… a meno che proprio il dar credito internazionale ad Hamas non fosse stato messo sul piatto della bilancia interna palestinese per indebolire Abbas alla vigilia del suo viaggio a New York. Israele di Natanyahu non vuole portare avanti trattative di pace con i palestinesi, non è disposta a concedere nulla, vuol mantenere l’attuale situazione, arrivare nel tempo a una annessione de facto della Cisgiordania, per questo preferisce avere un interlocutore come Hamas, al quale ora forse è disposta a concedere i riflettori. Una situazione quindi estremamente pericolosa per i palestinesi, che non devono cedere a nessuna lusinga apparente e non devono cadere nella trappola delle divisioni intestine, che da troppo tempo stanno minando la forza della lotta palestinese.
Da tempo, inoltre, sulla stampa internazionale è in atto una sorta di campagna stampa tesa a delegittimare l’Anp e la persona di Mahmoud Abbas. Intendiamoci, con questo non vogliamo certo attaccare le analisi critiche alla politica portata avanti dall’Autorità Palestinese e da Al Fatah. Se oggi ci si trova in questa situazione di impasse politico, non è certamente solo a causa delle trame israeliane. Fatah ha certamente compiuto anche degli errori, dei grandi errori, e sarà bene aprire un’ampia discussione su questo. Ma gli attacchi a testa basta, le allusioni continue a corruzione e addirittura collaborazionismo (eventi che se provati vanno sradicati con forza e senza esitazione dalla stessa Fatah), be’ questi attacchi a noi paiono frutto di miopia politica. Chiediamoci sempre a chi giova tutto questo. Alla lotta palestinese? No, certo. All’occupante, sicuramente. Non esitiamo a dirlo chiaramente: la regia di questi attacchi è a Tel Aviv. Chi ha a cuore la causa palestinese e cade in questa trappola, non fa un buon servizio alla causa stessa. Dopo di che apriamoci a ogni critica e discussione, critica e discussione che possono solo aiutare. Ma ricordiamoci che prima di ogni cosa tutte e tutti noi abbiamo una causa comune e questa si chiama Palestina. Giova a qualcuno oggi la debolezza di Al Fatah, dell’Autorità Palestinese? Noi crediamo proprio di no. Si apra quindi una fase nuova, che porti l’Olp tutto a un rinnovamento che lo renda più forte e si lavori, tutti uniti, a una riconciliazione con Hamas.
Gli errori del passato ci insegnino qualcosa: scelte politiche sbagliate hanno portato alla sconfitta di Al Fatah a Gaza e quindi alla vittoria di Hamas. Oggi si rifletta su questo. La posta in gioco è troppo alta e troppi sono 64 anni di occupazione, guerre e sangue palestinese versato. Dal 29 novembre si parta per un nuovo avvio che torni a vedere i palestinesi uniti nella lotta. Thawra hatta al nasri.
Federica Pitoni
Mezzaluna Rossa Palestinese

mercoledì 14 novembre 2012

Bombardare le Nazioni Unite? Ricondannato l’embargo USA contro Cuba

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Cropped_CommunismPer la ventunesima volta consecutiva l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha condannato l’embargo che da più di mezzo secolo colpisce la Rivoluzione cubana da parte degli Stati Uniti. Hanno votato contro gli Stati Uniti stessi, Israele e… Palau. Si sono astenute… le isole Marshall e la Micronesia. Hanno votato a favore della mozione cubana, affermando così che Cuba ha ragione e gli Stati Uniti torto, tutti gli altri, ovvero 188 paesi che rappresentano il 96% della popolazione mondiale. Tra questi, tutti i 27 della UE (compresa la dittatura comunista britannica), tutti gli stati del Continente americano, tutti i paesi dell’OCSE (salvo gli USA), tutti i paesi della NATO (salvo il paese di Obama). Insomma ancora una volta alle Nazioni Unite è andato in scena uno scandalo di proporzioni planetaria rendendo plasticamente il pericolo di un enorme blob comunista che travolge il pianeta e dove i valori della democrazia sono difesi ormai solo dai capisaldi statunitensi e israeliani e da un paio di isolette perdute nell’Oceano Pacifico. Se fosse un film alla fine i buoni trionferebbero, no?

Tale notizia, rilevante, anche se è la ventunesima volta che succede, è di fatto introvabile sui nostri giornali. Anzi, sorprende che l’editorialista del Corriere della Sera Pigì Battista, così spesso a favore di interventi militari e così struggente nei suoi veementi editoriali contro le dittature comuniste latinoamericane, non scriva un bell’editoriale per chiedere di bombardare le trinariciute Nazioni Unite.
In effetti è strana l’informazione sull’America latina e su Cuba nei nostri media. Basta uno starnuto di Yoani Sánchez all’Avana per provocare un uragano in Via Solferino a Milano (con annessi editoriali dei Riotta o Pigì Battista di turno). Al contrario i 50.000 morti della narcoguerra di Felipe Calderón in Messico, o i 2.000 falsi positivi in Colombia (persone inermi assassinate dall’esercito per farle passare da guerriglieri e incassare gli incentivi produzione pagati dal Pentagono) non meritano che un millesimo dei fiumi di lacrime e d’inchiostro versati per Ingrid Betancourt. Un grande amore, quello per Yoani e per Ingrid, che Mimmo Candito giurava (mepossinocecamme disse) sarebbe stata portata in processione come una Madonna pellegrina fino alla presidenza della Repubblica a Bogotà (poi non s’è manco candidata).
Cuba in particolare è presente quasi quotidianamente nella nostra informazione. Non per spiegare, non per capire, sempre per condannare. Raramente con argomenti, che pure non mancherebbero, quasi sempre inventando e mistificando. Torme di castrologhi analizzano presunti esami clinici del patriarca della Rivoluzione cubana Fidel Castro, o del feroce saladino venezuelano Hugo Chávez, per leggere il futuro dagli esami istologici (inventati da Miami) delle loro frattaglie. In questi giorni le nostre redazioni sono state piene di dettagli sugli imminenti funerali (ovviamente segreti) di Fidel o sulla caduta inevitabile della dittatrice argentina Cristina, rea di avere i ricchi contro. Invece il più raffinato commento sul trionfo del dittatore venezuelano Hugo Chávez nelle elezioni presidenziali è stato “vabbé, ma tanto crepa presto”.
Sull’uragano Sandy, che prima di fare danni a New York ha spazzato via i Caraibi in maniera inversamente proporzionale al concetto di democrazia di Gianni Riotta (danni severi a Cuba, gravi nella Repubblica dominicana, disastrosi ad Haiti) c’è stato un iniziale silenzio assoluto. Quindi, una volta passata la tempesta, invece di udire augelli far festa, i media hanno fatto all’unisono un’ipocrita autocritica: ma come mai non c’eravamo accorti prima dei morti di Sandy fuori dagli Stati Uniti? Mistero… Qualcuno, molto tendenzioso, ha ipotizzato che non avessero parlato di Sandy a Cuba per evitare di dir bene della protezione civile cubana. Chissà.

martedì 30 ottobre 2012

I cattivi perdenti della crisi siriana

 

sottonsocchicatorzedi Thierry Meyssan.
In occasione di una tavola rotonda ad Ankara, l’ammiraglio James Winnefeld, Assistente Capo di Stato Maggiore aggiunto degli USA, ha confermato che Washington avrebbe rivelato le sue intenzioni verso la Siria una volta chiuse le urne delle elezioni presidenziali del 6 novembre. Ha fatto chiaramente capire ai suoi interlocutori turchi che un piano di pace era già stato negoziato con Mosca, che Bashar al-Assad sarebbe rimasto al suo posto e che il Consiglio di Sicurezza non avrebbe autorizzato la creazione di zone cuscinetto. Da parte sua, il Segretario Generale aggiunto dell’ONU incaricato delle operazioni di mantenimento della pace, Hervé Ladsous, ha confermato che stava studiando la possibilità di schierare dei caschi blu in Siria. Tutti gli attori della regione si preparano dunque al cessate il fuoco imposto da una forza delle Nazioni Unite composta principalmente da truppe dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (Armenia, Bielorussia, Kazakhstan, Kirghizistan, Russia, Tagikistan).
Di fatto, ciò significa che gli Stati Uniti continuano il loro ritiro dalla regione, che ha avuto inizio in Iraq, e accettano di condividere la loro influenza con la Russia.
Contemporaneamente, il New York Times ha rivelato che dei colloqui diretti riprenderanno tra Washington e Teheran, sebbene gli Stati Uniti si dedichino ad affondare la moneta iraniana. Chiaramente, dopo 33 anni di containement, Washington ammette che Teheran è una potenza regionale ineludibile, pur continuando a sabotarne l’economia.
Questa nuova situazione va a scapito dell’Arabia Saudita, della Francia, d’Israele, del Qatar e della Turchia, che avevano puntato tutto sul cambiamento di regime a Damasco. Questa coalizione eteroclita si divide ora tra coloro che reclamano un premio di consolazione e coloro che cercano di sabotare il processo in corso.
Già adesso, Ankara ha cambiato musica. Recep Tayyip Erdoğan, che si diceva pronto al peggio, tenta di riconciliarsi con Teheran e Mosca. Pochi giorni dopo aver insultato gli iraniani e aver fatto molestare dei diplomatici russi, è diventato tutto un sorriso. Ha approfittato del vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione Economica a Baku per incontrare il presidente Mahmud Ahmadinejad. Gli ha proposto di mettere in campo un complesso dispositivo di discussione sulla crisi siriana, che permette sia alla Turchia sia all’Arabia Saudita di non stare ai margini del cammino. Ben attento a non umiliare i perdenti, il presidente iraniano si è mostrato aperto a questa iniziativa.
Il Qatar, da parte sua, è già alla ricerca di nuovi spazi per le sue ambizioni. L’emiro Hamad si è offerto un viaggio a Gaza e si è erto al rango di protettore di Hamas. Vedrebbe di buon occhio il rovesciamento del re di Giordania, la trasformazione del Regno hashemita in una repubblica palestinese e l’insediamento al potere dei suoi protetti della Confraternita dei Fratelli Musulmani.

giovedì 16 agosto 2012

mercoledì 7 dicembre 2011

Uso dei mercenari: il voto dei paesi dell'ONU smaschera l'ipocrisia dei governi degli Stati Uniti e dell'Unione Europea .


Fonte: Marx21.it da www.rlp.com
La condanna dell'uso di mercenari si è trovata di fronte, il 18 novembre scorso, la forte resistenza degli Stati Uniti e dell'Unione Europea (UE), come dimostra il risultato della votazione su questo tema alle Nazioni Unite.
Questa posizione si è manifestata in merito alla decisione da adottare su un progetto di risoluzione dal titolo “Utilizzo dei mercenari come mezzo per violare i diritti umani e ostacolare l'esercizio del diritto dei popoli alla libera determinazione”.
Il pronunciamento ha avuto luogo nella Terza Commissione dell'Assemblea Generale che doveva analizzare la proposta avanzata da Bolivia, Cuba, El Salvador, Nicaragua e Belarus e che è stata adottata con 118 voti a favore, 52 contro e cinque astensioni.

Il fronte del rifiuto di denunciare l'uso dei mercenari era guidato da Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna, membri permanenti del Consiglio di Sicurezza e da Germania, Bosnia Erzegovina e Portogallo che oggi hanno un seggio in questo organismo di 15 membri.
A completare con discrezione questa lista c'è l'astensione della Colombia che è parte di questa istanza dell'ONU fino alla fine dell'anno prossimo.

I restanti membri del Consiglio di Sicurezza hanno votato a favore del documento: Russia e Cina (membri permanenti), più Brasile, Gabon, Libano, Nigeria, India e Sudafrica.
Dei 52 voti contro la critica all'uso dei mercenari, 36 provengono dai paesi europei, appartenenti o meno all'Unione Europea.
L'America Latina ha espresso 26 suffragi a favore, nessuno in opposizione e tre astensioni (Cile, Colombia e Messico).
Il testo afferma che l'utilizzo, il reclutamento, il finanziamento e l'addestramento di mercenari infrangono gli scopi e i principi consacrati nella Carta dell'ONU.
Allo stesso tempo, riconosce che i conflitti armati, il terrorismo, il traffico di armi e le operazioni coperte favoriscono la richiesta di mercenari e fa appello ad assumere misure contro la minaccia rappresentata dalle attività di questi elementi.
Rispetto a ciò, la risoluzione chiede che gli stati adottino misure legislative per impedire che il loro territorio e loro cittadini siano utilizzati per reclutare, concentrare, finanziare, addestrare, proteggere o far transitare mercenari.
Rileva come tra le attività di questi elementi ci siano azioni dirette ad ostacolare l'esercizio del diritto alla libera determinazione e a destabilizzare o rovesciare governi ed anche a distruggere totalmente o parzialmente l'integrità territoriale e l'unità politica di Stati sovrani e indipendenti che agiscono in conformità con il diritto alla libera determinazione.

domenica 23 ottobre 2011

Assassini




di Marco Cedolin. Fonte: ilcorrosivo

La foto di Gheddafi sanguinante e senza vita campeggia a tutta pagina sulle TV, sui giornali e sui siti web, come un trofeo di caccia da esibire appeso sopra al caminetto, per compiacere l’ego degli “eroi” senza macchia e senza paura, che elevatisi al rango di gendarmi del mondo hanno “legalizzato” la strage e l’omicidio, inserendoli nel novero dei sacrifici necessari per ottenere un nuovo ordine mondiale che sia completamente funzionale alle loro esigenze.
Abbiamo prodotto riflessioni sull’argomento, fin dall’inizio della "guerra santa", portata avanti dall'occidente con la vile compiacenza dell’ONU, nascosto sotto l’ombrello di una risoluzione farsa del tutto disancorata dalla realtà dei fatti e dalle azioni messe in atto sul campo.
Abbiamo seguito passo passo l’annientamento dello stato sovrano socialmente ed economicamente più avanzato dell’intero continente africano, le tonnellate di bombe lanciate sul suo popolo, la distruzione delle sue città e delle sue infrastrutture, la morte e la devastazione portata dal “mostro” occidentale e delegata nelle operazioni di terra ad un manipolo di mercenari e briganti della peggior specie……


Abbiamo stigmatizzato l’informazione mainstream, mai come oggi serva del potere e disposta a produrre documentazioni false a profusione, notizie destituite di ogni fondamento e fandonie di ogni genere, al solo fine di mistificare la realtà e compiacere i desideri del padrone.

Abbiamo assistito all’annientamento del futuro di un popolo, che viveva dignitosamente, con disponibilità economiche e diritti superiori a quelle degli italiani, attraverso l’uso delle bombe, del fuoco e della distruzione. Il tutto perché all’impero occidentale necessitava la disponibilità del petrolio libico, così come necessitavano i denari di Gheddafi e la di lui dipartita.

E oggi assistiamo a quello che verrà presentato come l’ultimo atto della tragedia di Libia. L’assassinio a sangue freddo del leader di quello che era uno stato sovrano, per mano di un commando di briganti, di mercenari o di truppe scelte degli eserciti occidentali. In fondo poco importa l’identità del boia, trattandosi di una storia già scritta, dove i mandanti sono ben noti e pontificano ogni giorno con disinvoltura di civiltà, libertà e democrazia.

Non assisteremo invece al dopo Gheddafi, perché del popolo libico non si parlerà più, così come non si è più parlato del popolo iracheno e di tutti gli altri popoli caduti sotto la scure della Nato, con l’intercessione dell’ONU. Raggiunto l’obiettivo, anche la Libia uscirà dai palinsesti dell’informazione, per entrare nel novero dei paesi “democratizzati” e ridotti alla miseria, sui quali stendere il velo dell’omertà mediatica.

Il tutto con la compiacenza della"società civile" di casa nostra, sempre pronta a stracciarsi le vesti e abbandonarsi all’isterismo più becero, di fronte ai sampietrini e alle vetrine rotte, ma altrettanto pronta a voltarsi dall’altra parte, quando l’oggetto della violenza è un popolo intero, massacrato senza pietà.

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