Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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giovedì 4 aprile 2013

Europa fai da te

    
Europa fai da te

Pubblicato il 4 apr 2013da Left.it

di Manuele Bonaccorsi -
La crisi? Pagatevela da soli. È il principio che sta dietro alla soluzione dell’emergenza Cipro, piccolissima per dimensioni – appena lo 0,1 per cento del Pil europeo – ma importantissima per il precedente che rappresenta. Ognun per sé, appunto: i debiti bancari li paghino correntisti e azionisti. Un «modello», per il capo dell’Eurogruppo,l’olandese Dijsselbloem. Tutti, a Bruxelles, si sono affrettati a smentire le dichiarazioni del ministro “nordico”. Hollande ha ribattuto che la garanzia dei depositi bancari è «un principio assoluto e irrevocabile». Non è un mistero, però, che in cuor loro i tedeschi pensino a quello di Cipro come un ottimo accordo, da spendere anche nella campagna elettorale di Berlino (si voterà a maggio per il rinnovo del Parlamento). Centrata sul tema del rapporto tra un Nord Europa virtuoso e il Sud spendaccione. Anche con qualche venatura antieuro. L’Italia non c’entra nulla con Cipro, si sono affrettati a ripetere da Bruxelles e Roma. Conviene però chiedere ai tedeschi che ne pensino, dato che le fila dell’euro continuano a tenerle loro. Inutile chiedere a quelli di “Alternativa per la Germania”, neonata formazione politica che propone l’uscita degli straccioni mediterranei dall’Euro. Rivolgiamoci al più paludato Deutsche instituts fur wirtschaftsforschung, che dietro il nome impronunciabile nasconde uno dei più influenti centri studi tedeschi, con sede a Francoforte. Questa estate l’istituto proponeva per risolvere l’emergenza debito italiano una cura in stile cipriota: «Una tassa speciale pari al 10 per cento dei redditi che porterebbe in cassa qualcosa come 230 miliardi di euro». Una patrimoniale shock, quindi. Da investire non nella crescita o nella riduzione della diseguaglianze o nel welfare (per cui l’Italia è ormai fanalino di coda in Europa). Ma per ripagare i debiti con la finanza. E levare ai
tedeschi il problema di raffreddare il rosso del debito italiano. In quel periodo il vicepresidente dell’Spd Poß proponeva: «Prima che altre misure di aiuto vengano accordate, ci si può aspettare che un Paese in crisi mobiliti la propria ricchezza nazionale». Appunto.
Aggiungiamo qualche dato. Il recente Documento di finanza pubblica italiana vaticina per il 2013 una nuova recessione, pari al -1,3 per cento. Disoccupazione quasi al 12 per cento, pressione fiscale record al 44 per cento, ma entrate in riduzione per 15,7 miliardi (la crisi fa ridurre le tasse versate allo Stato, anche se aumenta l’aliquota pagata). Riuscirà l’Italia a mantenere in ordine i suoi conti, nonostante l’ennesima gelata? Sembrerebbe di sì: insieme alla Germania, il Belpaese dovrebbe essere l’unico socio Ue a rispettare gli stringenti dogmi dell’austerity dettati dal
fiscal compact. Pagando, però, un prezzo sociale altissimo. Se poi la recessione dovesse indebolire ancora i conti, dal Nord ci arriva una voce chiara: i vostri debiti pagateveli voi. Nessun allentamento della stretta monetaria, nessun eurobond. Ognuno per sé: è l’Europa unita. Ora, questo problema resta in piedi, qualsiasi sia il governo che uscirà dal Quirinale o dalle prossime elezioni. E ogni piano shock per tornare a crescere – che sia di Bersani o Grillo, di Cgil o Confindustria – deve scontrarsi con la Troika e il freddo di Berlino. A meno che non si proponga di
uscire dall’euro. In quel caso, però, smetteremmo di pagare pensioni e stipendi pubblici e di esportare il nostro made in Italy. Neppure nel M5s – che giustamente attacca i partiti sull’approvazione del pareggio di bilancio e del fiscal compact – hanno il coraggio di proporlo chiaramente. Il dubbio, amletico, è semplice: perché l’Italia non discute di questo, invece che solo degli stipendi dei parlamentari?
 

mercoledì 13 marzo 2013

Berlino elimina le tasse universitarie ...

.... Ma ai Pigs dice di aumentarle

Il governo della Baviera decide di abolire le tasse d'iscrizione agli atenei. I movimenti studenteschi cantano vittoria. Altrettanto non possono fare quelli dei paesi che obbendendo a Berlino rendono il loro sistema d’istruzione sempre più selettivo.
educationdi Marco Santopadre - Contropiano.
Da tempo l’Ocse e le istituzioni europee raccomandano all’Italia, alla Spagna, alla Grecia di aumentare le tasse universitarie e di rendere più selettivi i sistemi di istruzione superiore. Ma Berlino fa esattamente il contrario. E’ quindi spiegabile il silenzio, e l’imbarazzo, dei media italiani. La notizia è la seguente: la Baviera ha deciso di sopprimere del tutto le tasse universitarie a partire dal prossimo anno accademico. Quindi in Baviera – la seconda regione tedesca per popolazione - dal prossimo anno non si pagherà quasi nulla per accedere ai corsi universitari, diventando così il quattordicesimo Land della Repubblica Federale ad aver abolito una spesa alla quale gli studenti – e soprattutte le loro famiglie – rinunceranno volentieri.

La decisione è stata adottata dal governo formato dalla coalizione tra socialcristiani della Csu – costola di destra del partito di Angela Merkel – e dai liberali della Fdp, andando incontro ad una legge d’iniziativa popolare che ha raccolto finora l’adesione di 1.350.000 cittadini, ben il 14,3% della popolazione totale del Lander. Se il parlamento regionale non dovesse approvare la misura la proposta di legge verrebbe comunque sottoposta a referendum popolare.
“Chi pagherà?” si chiedono i detrattori del provvedimento, in particolare i rettori e i consigli d’amministrazione degli atenei.
Il governo - come è giusto che sia - stanziando una cifra pari a circa 220 milioni di euro. Gli studenti, come in altre regioni tedesche, dovranno sborsare circa 400 euro all’anno per coprire alcuni quote amministrative di iscrizione, che tra l’altro danno diritto a sconti consistenti per accedere ai trasporti pubblici e a numerose attività culturali.
Come se non bastasse, il governo di centrodestra bavarese ha anche deciso di diminuire le tasse d’iscrizione alla scuola dell’infanzia e di aumentare quindi la quota del bilancio destinata alle spese per l’istruzione, fino a un miliardo di euro.
I movimenti studenteschi e i partiti della sinistra, da anni impegnati in una mobilitazione per la diminuzione delle tasse universitarie, cantano giustamente vittoria. L’applicazione della cosiddetta ‘riforma’ denominata Piano Bologna ha provocato anche in Germania un’ondata di proteste e manifestazioni. Come nel resto dell’Europa, centinaia di migliaia di studenti sono scesi in piazza, hanno occupato scuole e atenei, hanno protestato davanti alle sedi istituzionali. Tanto che in molte regioni la Bildungstreik (lo "sciopero della formazione") è stato il movimento di protesta più partecipato degli ultimi anni.
Ed ora di fatto dei 16 Länder tedeschi solo in due si pagano le tasse universitarie. Questo mentre Berlino, all’interno degli organi politici di governo dell’Unione Europea insiste e ottiene da Roma, Atene e Madrid l’aumento delle gabelle imposte agli studenti per accedere alla formazione superiore. Processo che, in tutti i Pigs, ha già espulso dal sistema universitario decine di migliaia di giovani appartenenti alla fasce meno abbienti della popolazione, già alle prese con una gravissima crisi economica e quindi impossibilitati a pagare migliaia di euro per ottenere titoli di studio spesso inservibili in un mercato del lavoro sempre più precario e deregolamentato.

Fonte: http://www.contropiano.org/esteri/item/15123-berlino-elimina-le-tasse-universitarie-ma-ai-pigs-dice-di-aumentarle.

sabato 16 giugno 2012

Berlino scorda il valore dell'Euro


di Vladimiro Giacchè
“Soldati pagati con la stessa moneta non si sparano tra di loro”: con questo titolo la Frankfurter Allgemeine Zeitung salutava l’avvio della moneta unica, il 31 dicembre 2001. Il Die Zeit in edicola oggi è diverso: “Il mondo intero vuole i nostri soldi”. Non sono passati neanche dodici anni, ma questi due titoli misurano la distanza tra il sogno dell’integrazione europea e l’incubo che oggi incombe sul continente: quello
di una disgregazione, in cui egoismi nazionali e misconoscimento delle ragioni altrui offuscano una chiara visione degli interessi condivisi.Il secondo titolo, però, ci dice qualcosa di più preoccupante.E cioè che il Paese d’Europa sta cadendo preda di una malattia che già in passato ha deciso – e non per il meglio – le sorti del continente: il vittimismo autocompiaciuto. “Siamo tanto bravi e tutti se ne approfittano”. Purtroppo, contro i deliri di persecuzione gli argomenti contano poco, ma vista la posta in gioco vale la pena di provare lo stesso.E quindi ci permettiamo di consigliare al professor Monti i seguenti argomenti da sottoporre ai suoi cortesi ospiti: la Germania è il paese che più di ogni altro ha guadagnato dall’euro, come dimostra il surplus della sua bilancia commerciale nei confronti degli altri paesi dell’Eurozona. La Germania è anche il Paese che più di ogni altro ha determinato le politiche europee anticrisi, a partire dall’emergere dei problemi di solvibilità della Grecia, nel novembre 2009. Queste politiche sono state caratterizzate prima da indecisione, poi da una ferma determinazione su due punti: il rifiuto di un intervento incondizionato della Bce a difesa dei titoli di Stato greci e l’imposizione alla Grecia di misure di austerity insostenibili, che hanno distrutto il mercato interno e fatto crollare il prodotto interno lordo di oltre il 18 per cento in tre soli anni.Il risultato? Oltre alle sofferenze inflitte alla Grecia, perdite sistemiche enormemente superiori a quelle di un vero salvataggio della Grecia (oltre 800 miliardi di euro contro le poche decine che sarebbero bastate per raddrizzare la situazione nel 2009). Inoltre si è data ai mercati finanziari la certezza che l’appartenenza all’euro non comporta l’impossibilità di un default sovrano, con il conseguente innalzamento del premio al rischio per i titoli di Stato di numerosi altri Paesi europei. In tutti questi casi la terapia imposta in primo luogo dalla Germania, ossia austerity più o meno selvaggia, è stata la stessa sperimentata dalla Grecia. E in tutti i paesi i risultati sono stati gli stessi: una dura recessione. Questo comporta una sempre maggiore divergenza tra le economie di questi Paesi e quelle degli altri membri dell’eurozona, mentre si accentua la rinazionalizzazione dei capitali, e in particolare il rifiuto da parte dei Paesi forti di acquistare titoli di Stato dei Paesi in crisi.
È una storia che, se continua così, può finire in un solo modo: con la fine dell’euro. Il Paese che più degli altri patirebbe di questa disintegrazione è la Germania: secondo Carmel Asset Management, tra perdite della Bundesbank, delle banche private e crollo dell’export (che per il 57 per cento è diretto verso l’eurozona), il costo della fine dell’euro sarebbe per la Germania di 1.310 miliardi di euro. Enormemente superiore a quanto occorrerebbe per salvare l’euro. Per evitare tutto questo occorre invertire le politiche seguite sin qui, con un intervento della Bce a difesa dei titoli di Stato dei Paesi dell’eurozona, per esempio fissando un tasso massimo per il loro rendimento, valicato il quale la Bce interverrebbe senza limitazioni; questo intervento sarebbe finalizzato alla salvaguardia del’area valutaria, e quindi possibile anche in base ai trattati attuali. Le manovre di bilancio non dovrebbero essere irragionevoli (quindi il fiscal compact dovrebbe essere cestinato senza rimpianti) e dovrebbero mirare al riequilibrio delle bilance commerciali all’interno dell’eurozona.
Da questo punto di vista sarebbe necessaria anche una reflazione salariale in Germania, per cui ci sono ampi margini.
L’alternativa a tutto questo è la fine dell’area valutaria. Ma un Paese può uscire da un’area valutaria in diversi modi: dopo una lenta agonia economica che può durare anni, attendendo che i capitali stranieri siano tutti rimpatriati e al sicuro. Oppure per una decisione politica che consegua alla constatata impossibilità di proseguire su una strada fallimentare, e che accompagni all’uscita dall’area valutaria anche l’imposizione di severi controlli sui movimenti dei capitali, sia per evitarne il deflusso, sia per evitare che dall’estero si acquistino a sconto imprese di valore. E a questo punto, abbassando un poco la voce, Monti dovrebbe dire ai suoi interlocutori che in caso di necessità l’Italia sceglierebbe con decisione questa seconda strada.

giovedì 5 gennaio 2012

Tra Berlino e Washington

di Marco d'Eramo. Fonte: ilmanifesto
Commettiamo un errore di prospettiva quando scrutiamo la politica della Germania in un'ottica tutta europea. Nel senso che europeo è il terreno di manovra, ma mondiale è la posta in gioco. Lo si può constatare meglio se l'andamento della crisi lo si osserva non da Roma o Parigi (o persino da Londra), bensì da Washington. Gli Stati uniti non hanno infatti dimenticato la mancata adesione tedesca, questa primavera, alla campagna Nato contro la Libia. All'epoca nessuno provò a riflettere su cosa implicasse quel gesto che nel passato sarebbe stato inimmaginabile. È vero che nel 2003 Gerhard Schröder si era dissociato dall'invasione dell'Iraq, ma lo aveva fatto insieme alla Francia, in nome di una posizione comune. Stavolta invece la Germania di Angela Merkel si smarcava proprio dai suoi partner europei.
Quel gesto lasciò trapelare, per la prima volta in modo palese, la nuova assertività della Cancelleria tedesca. Mostrò altresì che le critiche che i responsabili tedeschi da due anni non risparmiavano al capitalismo statunitense, non erano le solite ostentazioni da primo della classe che alza la mano per dire alla maestra che lui lo sapeva già. O almeno non erano solo questo.
Certo, Berlino è stata presa alla sprovvista dalla crisi finanziaria quanto tutte le altre capitali, e lo dimostrano i massicci aiuti di cui necessitarono le banche tedesche a cavallo del 2008-2009. Ma a poco a poco sulla Sprea ci si convinse che la crisi poteva essere sfruttata per conseguire infine quel che, dalla caduta del muro di Berlino (1989), rimane l'obiettivo primario di tutti i cancellieri tedeschi, quale che sia il loro colore politico perché su questo punto l'accordo dell'establishment politico tedesco è totale, e bipartisan. L'obiettivo è la reinserzione a pieno titolo della Germania nel novero delle grandi potenze planetarie, ovvero l'abrogazione totale dell'ordine uscito dalla seconda guerra mondiale e dagli accordi di Potsdam (1945).
Infatti, per capire la gestione tedesca dell'attuale crisi cosiddetta «dei debiti sovrani», bisogna tenere a mente che se oggi c'è l'euro è perché nel 1990 François Mitterrand lo pose come condizione per consentire alla riunificazione tedesca: l'euro è cioè l'ultima espressione dell'ordine mondiale post-bellico.
Una Germania unita e sganciata dall'Europa era troppo potente e troppo pericolosa per i suoi vicini. Il presidente francese pensava perciò di imprigionarla in una forzosa solidarietà europea, nella camicia di forza di una moneta comune. Ma che i tedeschi avessero una propria agenda lo si vide fin dai primi anni '90 dalla fretta (a volte improvvida) con cui Berlino spinse per l'allargamento a est dell'Unione europea, come per crearsi un hinterland con cui bilanciare il resto dell'Europa.
Perciò non dimentichiamo mai che l'euro è sentito dalla Germania come l'ultimo diktat derivato dalla sconfitta, come una prigione, cioè proprio quello per cui era stato pensato. Non è difficile perciò immaginare che i tedeschi provino una vera e propria Schadenfreude (termine che meravigliosamente sintetizza la 'gioia provata per le disavventure altrui') quando l'euro si ritorce contro chi l'aveva imposto e da camicia di forza della potenza tedesca diventa invece l'arma di punta del suo arsenale economico-finanziario.

martedì 13 dicembre 2011

Una cura all’eurofollia

di Joseph Halevi. Fonte: ilmanifesto
È grazie alla fiducia nella crescita dell’export che Berlino ha deciso di traslare sul debito pubblico dei paesi più vulnerabili della zona dell’euro la crisi bancaria franco-tedesca. Ricordiamo che dal varo dell’euro nel 1999 i parametri sono stati violati più volte proprio per iniziativa di Parigi e Berlino. E’ successo nel 2002, l’anno in cui entrava in circolazione la nuova moneta, con tanto di annuncio formale da parte dei due pessimi amici, giustificato dalla recessione statunitense e dall’emergenza causata dall’11 settembre che aveva letteralmente travolto i mercati finanziari. Il rientro nei parametri e la volontà di imporli anche agli altri sono a loro volta collegati al successo nella dinamica delle esportazioni. Un ulteriore abbandono dei parametri riguardo il deficit pubblico si è ripetuto nel 2008, quando la Germania mise in cantiere un vasto programma di spesa per rilanciare l’economia.
Ogni qual volta il dettato dei trattati è in conflitto con i propri interessi, Berlino sceglie sempre, con ragione, quest’ultimi e volutamente impedisce con ogni mezzo agli altri paesi della zona dell’euro di fare altrettanto. In tal modo la Germania coniuga il potere oligopolistico delle suo capitalismo al monopolio istituzionale acquisito al livello europeo. Quest’ultimo è andato rafforzandosi sebbene l’Unione europea sia passata dai 12 stati del 1992 ai 27 attuali. A tale rafforzamento corrisponde l’indebolimento politico degli altri paesi, dell’Italia e della Francia in particolare (gli unici che possano contrastare l’egemonia tedesca in Europa), in misura maggiore del divario economico che li separa dalla Germania. L’accordo franco-tedesco siglato dai 17 paesi dell’eurozona, con l’aggiunta di 9 firmatari fuori all’Unione monetaria, non risolve la crisi bancaria, appunto perché si concentra sul debito pubblico.
I buoni del tesoro sono una componente importante del capitale bancario europeo e dopo due anni di sistematico attacco tedesco sono ormai ad alto rischio. Il contagio sta lambendo anche i titoli di Berlino i quali, essendo considerati sicuri, hanno un basso rendimento. Tuttavia un numero crescente di investitori istituzionali ora lo ritiene troppo piccolo. Infatti, in quanto appartenenti al paese che sta segando il ramo su cui è seduto (l’Unione europea), i titoli di Berlino vedono crescere l’incertezza circa la loro solidità (soprattutto se si conferma il calo della crescita tedesca). Come osserva John Authers sul Financial Times, per la Bce diventa impossibile aiutare le banche, erogando loro denari, senza sostenere i titoli pubblici. Ma è proprio ciò che Berlino e la Bundesbank – che non ha esitato un attimo a comperare i bund dopo il fallimento della recente vendita – non vogliono che venga fatto.
Le banche intendono evitare una massiccia svalutazione dei titoli pubblici in loro possesso e quindi continuano a liberarsene creando così un circolo vizioso. Da Bruxelles non è arrivata nessuna indicazione rassicurante in tal senso, pertanto, a breve termine, lo stato dei titoli pubblici non migliorerà, mentre si sta aggravando la crisi bancaria franco tedesca: la Commerzbank, le seconda in Germania, è con l’acqua alla gola. Non resta quindi che augurarsi il fallimento della strategia dell’export di Berlino – come forse indica il calo dell’export tedesco su base mensile per il mese di ottobre sebbene su base annua la dinamica sia ancora alquanto positiva ad eccezione delle esportazioni verso l’eurozona – sperando che agisca da cura all’eurofollia.

sabato 10 dicembre 2011

IL GOLPE DI BRUXELLES E' COMPIUTO. NOI PAGHIAMO LA LORO CRISI

Fonte: controlacrisi
Il più grande spettacolo prima del big bang sono loro, gli Europadroni che in un vertice notturno non hanno trovato di meglio che andare avanti a tutto gas verso un muro. Le prime dichiarazioni del vertice sono di una chiarezza disarmante, e sono peggio di quanto pensavamo, invece di rivedere il mandato della BCE aumentano le ricette rigoriste. Il «deficit strutturale annuale» - si legge nel documento finale -dovrà essere in linea di «principio» in pareggio o in attivo, in ogni caso non deve superare lo 0,5% del Pil. La regola «sarà introdotta nei sistemi giuridici nazionale a livello costituzionale o equivalente» e «conterrà un meccanismo di correzione automatico che entrerà in vigore in caso di deviazione». «Il meccanismo di correzione automatico» sarà «definito da ogni Stato membro sulla base dei principi proposti dalla Commissione Europea». Viene inoltre «riconosciuta la giurisdizione della Corte di Giustizia per verificare la trasposizione di questa regola a livello nazionale». Gli stati sotto 'Procedura per deficit eccessivò «dovranno sottoporre all'approvazione di Commissione e Consiglio» quello che viene definito «un programma di partnership» che «dettagli le necessarie riforme strutturali per assicurare una durevole correzione dei deficit eccessivi effettivamente durevole». Il monitoraggio della messa in atto di tale programma «e dei piani annuali di bilancio che la consentano» (ovvero le finanziarie) è affidato «a Commissione e Consiglio».  Queste norme sono un vero è proprio golpe finanziario che affida tutto il potere alla tecnocrazia europea. Hanno stracciato la nostra sovranità nazionale affidando a Commissione, Consiglio, e Corte costituzionale Europea il destino di interi popoli compreso il nostro. I parlamenti sono così completamente espropriati delle proprie funzioni. La Merkel canta vittoria, la sua linea difatto è passata. No Euro bond, autonomia totale della BCE, e Austerity per tutti. «Abbiamo preso una decisione importante - ha detto al suo arrivo al Consiglio, dove riprendono questa mattina i lavori - Sono molto soddisfatta per le decisioni del vertice, il mondo vedrà che gli europei hanno imparato dai loro errori». La vittoria della Merkel inoltre sancisce la fine dell'Europa a 27. L'Europa infatti si è spaccata. Hanno messo insieme una 'Unione di bilanciò, fatta di rigore e stretta, ma niente di più. Lo faranno però solo in '23' e sotto forma di accordo intergovernativo. Una sorta di cooperazione rafforzata cioè che riesce a mettere insieme i 17 paesi di eurolandia, più altri sei, ma non la Gran Bretagna che (con l'Ungheria) si sfila e sancisce di fatto la frattura. Per l'Italia questo vertice è un disastro sotto tutti i punti di vista, come si vede infatti la credibilità di Monti non serve, i rapporti di forza si.
Questa mattina i differenziali con i Bund sono schizzati di colpo a 470 punti, per poi ripiegare a 455 mentre stiamo scrivendo. Gli speculatori che possono continuare a fare i loro interessi dissestando le economie di intere nazioni come la nostra hanno vinto di nuovo. Pensionati e lavoratori italiani ed euroepi sono stati sacrificati sull'altare della credibilità dei mercati. La manovra Monti in questo quadro non risolve nulla sul versante della speculazione, è iniqua perchè fa pagare i soliti e non i ricchi, ed è dannosa perchè ci porta in recessione. Andiamo in piazza e restiamoci per parecchio, sono i popoli che devono spaventare i governi, non sono i governi che devono spaventare i popoli!

Vladimiro Giacchè': La BCE il suo lavoro non lo fa, in compenso come ufficio postale va alla grande

Fonte: controlacrisi
Segnaliamo questo interessante articolo di Marco Santopadre uscito su contropiano.org nel quale Rajoy ammette che la BCE ha inviato una lettera al governo spagnolo per indurire le manovre. La notizia è stata poi linkata da Valdimiro Giacchè che ha cosi commentato: La BCE il suo lavoro non lo fa, in compenso come ufficio postale va alla grande. Il significato del commento di Giacchè è semplice, la BCE non opera come una banca centrale bloccando la speculazione, ma opera come agenzia politica chiedendo ai paesi austerity in nome delle ricette liberiste.

Rajoy rivela: “Lettera della Bce anche a Zapatero”

di Marco Santopadre

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Incontrando imprenditori e sindacati, il neopremier spagnolo Rajoy annuncia che seguirà le raccomandazioni contenute nella lettera - finora segreta - inviata dalla BCE a Zapatero, ad agosto: "svalutazione dei salari" e minicontratti precari.

“Alla lettera che la BCE ha inviato ad agosto all’allora presidente del governo Zapatero (...) seguirà più che una ricevuta di ritorno”. Lo scrive il quotidiano spagnolo ’El pais’, a proposito di una vicenda che sta già avendo enormi ripercussioni a Madrid. Ma che non ha avuto finora alcuna menzione sui media italiani, nonostante le analogie con quanto è avvenuto nel caso dell’analoga lettera inviata dalla BCE a Silvio Berlusconi. Una concomitanza che evidenzia un vero e proprio copione, un modello standard dell'azione forzosa delle istituzioni europee nei confronti dei governi dei Piigs. Da agosto in poi i leader dei governi di Grecia, Italia e Spagna sono stati sostituiti da uomini che possono essere considerati espressione diretta del sistema finanziario e bancario europeo - Mario Monti e Lukas Papademos - o da esponenti politici che si sono impegnati esplicitamente a seguire alla lettera i diktat di Bruxelles - Mariano Rajoy.

A svelare alcuni dei contenuti della missiva inviata agli inizi di agosto da Trichet all’allora premier socialista, è stato nei giorni scorsi proprio il nuovo capo dell’esecutivo di Madrid, che ha naturalmente affermato che i ‘suggerimenti’ dell’istituzione finanziaria dell’UE saranno alla base della sua azione di governo in tema di riforma del mercato del lavoro. Rajoy ha affermato, davanti ad una platea di imprenditori e leader sindacati, che è entrato in possesso della lettera e che ha intenzione di applicarla “fino alle ultime conseguenze”.

venerdì 4 novembre 2011

Berlino ridisegna il capitalismo Ue.

di Joseph Halevi. Fonte: ilmanifesto
Sul Sole24Ore di sabato 29 ottobre è apparso un importante articolo di Morya Longo e Fabio Pavesi: «Banche, i veri rischi a Parigi e Berlino».
Viene quantitativamente confermata l'osservazione che facciamo da tempo: i sistemi bancari più infetti sono il tedesco e il francese e quindi anche il belga, strettamente legato a Parigi.
Dallo studio emerge che le banche gallico-teutoniche tuttora detengono un grande ammontare di titoli provenienti dagli anni di bengodi finanziaria in cui sparivano i denari di cassa per trasformarsi in scatole cinesi di derivati e pacchetti strutturati.
Tali titoli appaiono ancora col valore attribuito al momento della loro creazione ma in realtà oggi avrebbero un valore zero o quasi, cosa che comporterebbe il crollo delle banche più esposte. In rapporto al patrimonio di vigilanza la Deutsche Bank é la più contaminata con un'esposizione di oltre il 95%. La altre però non scherzano affatto. La Bnp-Paribas ha un rapporto pari al 37% ed il Credit Agricole del 28%.
Complessivamente la presenza di questi titoli in Italia é molto bassa, solo il 4% del totale; lo stesso dicasi per la Spagna.
Nell'articolo analitico di spalla Fabio Pavesi osserva come nulla sia stato fatto per sterilizzare quei prodotti mentre vengono resi tossici, grazie alle decisioni prese a Berlino, Francoforte e Bruxelles, i titoli pubblici nazionali che sono invece preferiti, proprio perché di Stato, dalle banche italiane e spagnole.
Longo e Pavesi forniscono inoltre un'informazione cruciale per capire le strategie in atto. La European Banking Authority (Eba) ha imposto aumenti di capitale alle banche italiane, spagnole, irlandesi, portoghesi e greche perché piene di buoni del tesoro.
In tal modo l'Eba protegge le banche tedesche e francesi infette e penalizza quelle dei paesi sotto tiro. E' un atto istituzionale il cui messaggio é preciso: sui franco-tedeschi non viene fatta alcuna pressione per liberarsi dei titoli tossici, mentre l'intero peso della paura dell'infezione e del fallimento viene spostato sui buoni pubblici e sulle banche dei paesi dichiarati colpevoli.
Non sono errori di valutazione. Si tratta dell'esercizio puramente machiavellico dei rapporti di forza intercapitalistici a livello europeo. Ancora una volta viene dimostrato che é assurdo parlare di Europa come se fosse uno spazio politico condiviso e comune le cui istituzioni si occupano dei membri discoli.
Francia e Germania vogliono esonerare il proprio sistema bancario da ogni controllo e giudizio esterno mentre intervengono liberamente negli affari degli altri paesi tramite il falso alibi del debito pubblico. A tal fine mobilitano le istituzioni dette europee che non sono per niente democratiche bensi riflettono l'evoluzione dei rapporti di forza.
La crisi del 2008 ha aperto una nuova fase nella dinamica della riconfigurazione del capitalismo europeo. Il processo é diretto dalla Germania convinta che, grazie all'espansione delle sue esportazioni extraeuropee, possa far pesare l'aggiustamento finanziario sia privato che pubblico dell'eurozona soprattutto su alcuni paesi terzi.
Tra questi la Francia non può esserci più di quanto decida Parigi stessa, altrimenti l'impianto su cui poggia la Germania franerebbe. Non possono esserci nemmeno l'Austria e il Benelux perché costituiscono parte essenziale del blocco neomercantilista tedesco. Il fuoco é diretto sia verso i paesi dell eurozona col maggiore debito pubblico che verso quelli che pur essendo stati virtuosi si trovano ora risucchiati nel baratro della depressione economica.

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