Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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domenica 13 maggio 2012

MES. Il meccanismo di stabilita' "loro".

Vale la pena di condividere questo post?
MES ESM trattato ratifica Fondo salva-stati Lidia Undiemi Claudio Messora Byolu Byoblu.com
Il MES (Esm in inglese) è il Meccanismo di Stabilità Europea. Il cosiddetto fondo salva-stati. Sembra una cosa buona, ma con il MES ci stiamo per indebitare di 125 miliardi di euro. 15 dovremo darli subito, e siccome non li abbiamo, dovremo fare nuovi debiti. Nuovi debiti significa nuovi interessi. Per cosa? Per essere “salvati”, nella malaugurata ipotesi dovessimo fallire. Ma come verremo salvati? Ci daranno semplicemente i soldi, un po’ come farebbe un’assicurazione a fronte del pagamento di un premio, al verificarsi di un sinistro? No, ce li presteranno. Nuovi debiti. Paghiamo 125 miliardi per avere la possibilità di farci prestare dei soldi a interessi elevati. Ve l’hanno mai raccontata così? Anzi: ve l’hanno mai raccontata in un qualsiasi modo?
Ma non finisce mica qui: chi deciderà quanti soldi dovremo versare e quando? Diciassette uomini: i diciassette ministri dell’economia di diciassette stati membri (quelli che ratificheranno il trattato). Il diciassette porta sfiga. Infatti, secondo il trattato, nessuno di questi 17 uomini potrà essere chiamato in giudizio per una qualsiasi delle decisioni che prenderà nell’ambito del MES. E neppure avremo la possibilità di visionare i documenti che al MES verranno prodotti. Una super organizzazione opaca pagata con i soldi dei cittadini, che deciderà se e quale stato avrà il diritto di indebitarsi ulteriormente, a suo insindacabile piacimento, e per quale ammontare, senza essere sottoposta a nessun procedimento di verifica e di controllo democratico. A che scopo tanta segretezza? A che scopo tutta questa impunità? E che senso ha farsi un’assicurazione solo per avere il permesso di farsi riempire di debiti?
Quando accendi un finanziamento sai quante rate dovrai pagare e quando scadrà l’ultima. Con il MES diamo un libretto degli assegni infinito e completamente in bianco. Il board dei governatori potrà infatti decidere in qualsiasi momento un aumento di capitale, che partirà con 800 miliardi, e gli stati membri dovranno corrispondere la loro quota parte secondo i tempi e le modalità stabilite di volta in volta, senza potersi opporre in alcun modo. Come non c’è modo di uscirne: se ratifichi il trattato, è per sempre.
Non solo, ma siccome non c’è limite al peggio, il MES potrà rastrellare i soldi necessari, all’occorrenza, presso la grande finanza internazionale. Per esempio la Cina o le grandi banche d’affari. In questo caso, il finanziatore esterno avrà il diritto di commissariare lo stato sovrano che beneficerà del prestito (cui, è bene ripeterlo, saranno applicati interessi elevati), che si ritroverà la Goldman Sachs o Hu Jintao in Parlamento ad approvare o respingere ogni decisione. E una clausola specifica prevede che nessun Governo successivo a quello che ha ratificato il trattato potrà disimpegnarsi, adottando una eventuale decisione di uscita. Stiamo per consegnare le chiavi di casa alla grande speculazione internazionale e per abdicare a qualsiasi principio democratico conquistato nel tempo. Per ogni generazione a venire, nei secoli dei secoli, amen.
Cosa dite, vale la pena di condividere questo post?

giovedì 26 aprile 2012

Crisi, il Veneto vara la delibera anti-suicidi. Banche permettendo

di Marco Sarti - linchiesta -
Nato come Piano straordinario contro la crisi, è stato subito ribattezzato delibera antisuicidi. E' il provvedimento della Regione Veneto per aiutare le aziende in crisi. E dare una mano agli imprenditori in credito verso le Pa e senza liquidità.
Un progetto di tutto rispetto. Peccato che le banche che dovrebbero erogare i finanziamenti abbiano già inziato a sollevare problemi. Share Email Stampa Tomba monumentale Brion, San Vito d'Altivole - Treviso (Flickr - Antonio_Trogu) Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/suicidi . Politica 25 aprile 2012 - 16:55 Nato qualche giorno fa, era stato ufficialmente presentato come il “Piano straordinario contro la crisi”.
Ma il provvedimento varato dalla Regione Veneto per sostenere le aziende in difficoltà è stato subito ribattezzato dalla stampa locale la “delibera anti-suicidi”. Un intervento sostenuto e gestito in prima persona dall’assessore regionale allo Sviluppo Economico Marialuisa Coppola, per venire incontro alle esigenze dei piccoli e medi imprenditori veneti a un passo dal fallimento.
E che adesso, come denuncia la stessa Coppola, rischia di perdere buona parte della sua efficacia per la poca disponibilità dimostrata dagli istituti bancari coinvolti. Presentato lo scorso 18 aprile, il Piano della Regione prevede l’attivazione di finanziamenti agevolati a favore di tutte le imprese in difficoltà.
A spiegare il perché del provvedimento era stato il titolare regionale dello Sviluppo economico: “Siamo preoccupati di vedere le nostre imprese boccheggianti per mancanza di liquidità, costrette a chiudere perché i debitori non pagano e le banche non arrivano in loro aiuto”. Ecco così l’idea, concretizzata attraverso l’intervento di Veneto Sviluppo, la società finanziaria partecipata al 51 per cento dalla regione Veneto e al restante 49 per cento da undici gruppi bancari.
L’erogazione di finanziamenti da 25 fino a 500mila euro (con un tetto di 300mila euro per le imprese artigiane non manifatturiere) per tutte le aziende in crisi. Un servizio di emergenza, pensato per aiutare gli imprenditori che vantano crediti insoluti maturati negli ultimi 18 mesi, anche con le pubbliche amministrazioni.
Quelli ancora in attesa dei rimborsi per gli investimenti fatti. Persino tutti quegli imprenditori che pur avendo già stipulato contratti di fornitura si trovano impossibilitati - per mancanza di liquidità - ad acquistare le materie prime necessarie per far fronte agli impegni. Finanziamenti dedicati a imprese operanti nei settori dell’industria, del commercio, dell’artigianato, del turismo, per un totale di 700 milioni di euro.

mercoledì 8 febbraio 2012

Ma cos'è questo debito?

Debito. Una parola pesante. Una parola che mescola in modo inestricabile considerazioni morali e finanziarie… La lingua tedesca è eloquente a questo proposito dato che utilizza lo stesso termine, “Schuld”, sia per "debito" che per "colpa".

di Cedric Durand ilmegafonoquotidiano
Debito. Una parola pesante. Una parola che mescola in modo inestricabile considerazioni morali e finanziarie… La lingua tedesca è eloquente a questo proposito dato che utilizza lo stesso termine, “Schuld”, sia per "debito" che per "colpa".
Anche gli antropologi hanno molto da insegnarci in questa materia.

Marshall Sahlins (1) e Maurice Godelier (2), in modo particolare, hanno mostrato che la relazione di debito si inserisce sempre in un rapporto di potere. È il riconoscimento di un debito simbolico che ha condotto all'apparizione di società gerarchizzate, diseguali, dove alcuni vivono del lavoro degli altri.
Nell'Antichità, a causa dei debiti, si rischiava di diventare schiavi o di essere costretti ad abbandonare i propri figli (3). Spesso all'origine di un gran numero di rivolte sociali, il debito era una minaccia permanente per queste società antiche, una minaccia evitata con il ricorso a periodici annullamenti generali di debiti o dei limiti posti alle esigenze dei creditori. Fino a dove si impone l'obbligo di pagare i propri debiti? Quando il debito diventa illegittimo? Vecchie questioni che esplora David Graeber nel suo ultimo libro, Debt, the First 5000 Years, ma che sono di scottante attualità in un momento in cui il debito pubblico è il pretesto per una brutale punizione collettiva.
Il debito è un rapporto economico e morale che impegna sia il creditore che il debitore, ma è anche un rapporto politico i cui termini possono essere rivisti in ogni momento. Ricordare questo oggi è essenziale dato che lo sviluppo di forme di governo fondate sul debito tenta di santificare questa relazione diseguale.

In nome del debito, viene messo in atto un processo predatorio il cui obiettivo è di offrire nuove opportunità di profitto per rilanciare la macchina capitalista ingrippata dalla crisi. Privatizzazioni a prezzi di saldo, diminuzioni dei salari e delle pensioni, smantellamento dei servizi pubblici, sono altrettante sfaccettature dello stesso fenomeno, cioè del tentativo di rilanciare l'accumulazione del capitale offrendogli nuove opportunità di profitto a spese di ricchezze precedentemente appannaggio della popolazione in generale oppure di un determinato settore della società.
Per opporsi a questa ondata di espropriazioni, per tentare di uscire da questo incubo, è necessaria una premessa: smascherare quello che s' intende per debito.
Si tratta innanzitutto di insistere sul fatto che il debito pubblico contrattato sui mercati finanziari liberalizzati è l'altra faccia della medaglia dell'austerità: il finanziamento delle amministrazioni pubbliche sui mercati è il meccanismo che permette un ricatto permanente attraverso i tassi di interesse. Altre forme di finanziamento sono esistite in passato. In Francia, fino alla soppressione dei "planchers d'effet publics" [obbligo fatto alle banche di detenere almeno una percentuale dei loro averi in buoni del Tesoro pubblico NdT] alla fine degli anni 1960, le banche erano in questo modo obbligate a contribuire al finanziamento dello Stato. Inoltre, contrariamente a quello che succede con la BCE, la banca centrale era autorizzata ad offrire garanzie illimitate ai titoli pubblici, scoraggiando nel contempo la speculazione (come è sempre il caso negli Stati Uniti e in Giappone).

mercoledì 14 dicembre 2011

Signoraggio bancario e debito pubblico: truffa a norma di Legge ?

di Piero Angelo Tartaglino. Fonte: altritasti
Qualche tempo fa, per caso come sempre accade, navigando sulla rete mi sono imbattuto in un libro “e-book” ovvero un libro scaricabile liberamente in formato pdf senza pagare nulla. Il libro è stato scritto da un uomo che mi da l’idea di essere un “illuminato” per la semplicità e chiarezza con cui tratta un tema molto complesso come il signoraggio bancario. L’uomo è Giacinto Auriti ed il libro si intitola “Il Paese dell’utopia”(1). Terminata la lettura del breve saggio tanti pensieri mi hanno dominato per un po’: come sarà stato possibile? Che nessun altro se ne sia accorto? Sarà vero ciò che afferma Auriti? ...

Comincio la mia indagine personale e scopro che nella rete vi sono molti siti dedicati al signoraggio (2), che vi sono petizioni (3), che vi sono stati Disegni di Legge per abolirlo (4), che vi sono state richieste parlamentari per limitarlo (5) e addirittura vi è una Sentenza di Cassazione che ne convalida la pratica in Italia per “assenza di giurisdizione”(6).

Sia chiaro non è mio intento giudicare le sentenze (anche perché non ne sarei in grado), però sarebbe opportuno che vi fosse un po’ di dibattito su un tema alquanto poco conosciuto nonostante gli enormi risvolti che implica nella nostra vita di tutti i giorni.

Sperando di aver incuriosito all’argomento, vi auguro buona lettura.

(1) http://www.signoraggio.com/auriti/ilpaesedellutopia_auriti.pdf

(2) http://www.disinformazione.it/intervistasaba.htm

(3) http://www.petizionionline.it/petizione/petizione-popolare-per-la-proprieta-popolare-della-moneta/4295

(4) http://www.teodorobuontempo.it/wp-content/uploads/2011/11/15-PDL-778-moneta-popolare.pdf

(5) http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=Emend&leg=15&id=292279&idoggetto=395258

(6) http://www.bancaditalia.it/bancomonete/signoraggio/cass_SS_UU_16751_06.pdf

sabato 10 dicembre 2011

Vladimiro Giacchè': La BCE il suo lavoro non lo fa, in compenso come ufficio postale va alla grande

Fonte: controlacrisi
Segnaliamo questo interessante articolo di Marco Santopadre uscito su contropiano.org nel quale Rajoy ammette che la BCE ha inviato una lettera al governo spagnolo per indurire le manovre. La notizia è stata poi linkata da Valdimiro Giacchè che ha cosi commentato: La BCE il suo lavoro non lo fa, in compenso come ufficio postale va alla grande. Il significato del commento di Giacchè è semplice, la BCE non opera come una banca centrale bloccando la speculazione, ma opera come agenzia politica chiedendo ai paesi austerity in nome delle ricette liberiste.

Rajoy rivela: “Lettera della Bce anche a Zapatero”

di Marco Santopadre

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Incontrando imprenditori e sindacati, il neopremier spagnolo Rajoy annuncia che seguirà le raccomandazioni contenute nella lettera - finora segreta - inviata dalla BCE a Zapatero, ad agosto: "svalutazione dei salari" e minicontratti precari.

“Alla lettera che la BCE ha inviato ad agosto all’allora presidente del governo Zapatero (...) seguirà più che una ricevuta di ritorno”. Lo scrive il quotidiano spagnolo ’El pais’, a proposito di una vicenda che sta già avendo enormi ripercussioni a Madrid. Ma che non ha avuto finora alcuna menzione sui media italiani, nonostante le analogie con quanto è avvenuto nel caso dell’analoga lettera inviata dalla BCE a Silvio Berlusconi. Una concomitanza che evidenzia un vero e proprio copione, un modello standard dell'azione forzosa delle istituzioni europee nei confronti dei governi dei Piigs. Da agosto in poi i leader dei governi di Grecia, Italia e Spagna sono stati sostituiti da uomini che possono essere considerati espressione diretta del sistema finanziario e bancario europeo - Mario Monti e Lukas Papademos - o da esponenti politici che si sono impegnati esplicitamente a seguire alla lettera i diktat di Bruxelles - Mariano Rajoy.

A svelare alcuni dei contenuti della missiva inviata agli inizi di agosto da Trichet all’allora premier socialista, è stato nei giorni scorsi proprio il nuovo capo dell’esecutivo di Madrid, che ha naturalmente affermato che i ‘suggerimenti’ dell’istituzione finanziaria dell’UE saranno alla base della sua azione di governo in tema di riforma del mercato del lavoro. Rajoy ha affermato, davanti ad una platea di imprenditori e leader sindacati, che è entrato in possesso della lettera e che ha intenzione di applicarla “fino alle ultime conseguenze”.

sabato 26 novembre 2011

Le sette favole sulla crisi del debito.

ΕΠΤΑ ΜΥΘΟΙ ΓΙΑ ΤΗΝ ΚΡΙΣΗ ΤΟΥ ΧΡΕΟΥΣ
του Στέργιου Σκαπέρδα
Καθηγητή Οικονομικών
University of California, Irvine
Αρχική έκδοση στην Αγγλική, 28 Οκτωβρίου, 2011

Στις απόψεις που παρουσιάζονται στον ευρείας κυκλοφορίας ελληνικό Τύπο υπάρχει ένας μεγάλος αριθμός λαθεμένων αντιλήψεων και μύθων σχετικά με τα αίτια και τις συνέπειες της κρίσης, καθώς και με τις πολιτικές τις διαθέσιμες για την καταπολέμησή της. Μερικές
από τις αντιλήψεις αυτές αναπαράγονται συνειδητά από την κυβέρνηση και τον Τύπο παρ’ ότι ξέρουν πως δεν είναι σωστές. Ενώ κάποιες άλλες είναι κατά τα φαινόμενα απόψεις που συμμερίζονται τόσο κυβερνητικοί αξιωματούχοι όσο και η πλειοψηφία του Τύπου.
Πολλοί Έλληνες που δεν είναι οικονομολόγοι ή ειδικοί καταλαβαίνουν, συνειδητά ή
ενστικτωδώς, ότι υπάρχει κάποιο σοβαρό πρόβλημα με την κυρίαρχη άποψη, αλλά δεν
έχουν τις γνώσεις να επιχειρηματολογήσουν τεκμηριωμένα ενάντια σ’ αυτές τις αντιλήψεις.
Επιπλέον, πολλοί που έχουν τις γνώσεις και θα μπορούσαν να το κάνουν είτε
αυτολογοκρίνονται είτε δεν έχουν εύκολη πρόσβαση στον ευρείας κυκλοφορίας Τύπο.
Ένα μέρος αυτών των αντιλήψεων επικρατεί επίσης στον διεθνή Τύπο και αναπαράγεται
από Ευρωπαίους πολιτικούς, τραπεζίτες και δημοσιογράφους. Νομίζω πως, κατά περίεργο
τρόπο, υπάρχει λιγότερη συζήτηση και αμφισβήτηση αυτών των λαθεμένων αντιλήψεων
μέσα στις χώρες της Ευρωζώνης παρά έξω από αυτές. Ίσως αυτό συμβαίνει επειδή αυτοί
που παρατηρούν τα πράγματα απ’ έξω διστάζουν λιγότερο να προβούν σε ανεξάρτητη
αξιολόγηση των προβλημάτων της Ευρωζώνης και της Ελλάδας.
Θα αναλύσω τους εξής επτά μύθους;
 Μύθος 1ος: Στάση πληρωμών ή «χρεοκοπία» θα ήταν καταστροφικές για την
Ελλάδα.
 Μύθος 2ος: Ο στόχος της τρόικας είναι να «σώσει» την Ελλάδα.
 Mύθος 3ος: Η κύρια αιτία της κρίσης είναι η διαφθορά των Ελλήνων και του
ελληνικού κράτους.
 Μύθος 4ος: Αν η ελληνική κυβέρνηση ήταν ικανή, οι στόχοι του Μνημονίου δεν θα
αποτύγχαναν.
 Μύθος 5ος: Ακολουθώντας τις συνταγές της τρόικας η Ελλάδα θα επιστρέψει στον
δρόμο της ευημερίας.
 Μύθος 6ος: Η έξοδος από την Ευρωζώνη θα ήταν το χειρότερο δυνατό αποτέλεσμα.
 Μύθος 7ος: Στις διαπραγματεύσεις της με την τρόικα η ελληνική κυβέρνηση έχει
πολύ μικρή διαπραγματευτική ισχύ.
Θα επιχειρηματολογήσω διαδοχικά εναντίον κάθε μύθου και στο τέλος θα εκθέσω κάποια
συμπερασματικά σχόλια.

mercoledì 23 novembre 2011

Ugo Mattei: Non svendere il patrimonio pubblico




Fonte: Eddyburg
Un appello sensato di fronte a un rischio gravissimo, in una lettera aperta al Corriere della Sera, 22 novembre 2011. Con postilla dell'urbanista Edoardo Salzano dal sito Eddyburg

Caro direttore, per incassare 6 miliardi, circa l'8% di quanto paghiamo di interessi sul debito pubblico ogni anno, pare andranno in vendita 338.000 ettari di terreni agricoli che oggi sono proprietà pubblica. Se non si farà attenzione, le conseguenze di una tale scelta, che in Africa è nota comeland grab(appropriazione di terra) operata da grandi gruppi multinazionali, potrebbero essere serie, e portarci verso la dipendenza alimentare dall'agrobusiness. Potrebbero derivarne danni sociali ingenti subitiin primisdai nostri piccoli agricoltori che non potendo competere con quei colossi nell'acquistare, finirebbero per vendere anche i loro appezzamenti (come già avvenne quando i latifondisti comprarono le proprietà comuni messe in vendita da Quintino Sella).

La scelta di vendere è definitiva e ci riguarda tutti, presenti e futuri. Andrebbe fatta con grande cautela soprattutto quando ci si trova sotto pressione internazionale. Il processo di elaborazione teorica e pratica della categoria giuridico-costituzionale dei beni comuni discende da questa considerazione. Il cambiamento dei rapporti di forza fra settore privato azionario e settore pubblico a favore del primo rende i governi così deboli da non poter operare nell'interesse del popolo sovrano. La necessità urgente di forte tutela giuridica dei beni comuni come proprietà di tutti che i governi devono amministrare fiduciariamente nasce da questo squilibrio di potere prodotto dalla globalizzazione.

Lo Stato italiano è proprietario, direttamente o tramite enti pubblici, di ingenti beni che fanno gola a molti. Gran parte di questi, che forniscono utilità indispensabili per garantire la sovranità dello Stato o la sua capacità di offrire servizi pubblici, non possono essere trattati come fossero proprietà privata del governo in carica. Alcuni dei beni dello Stato sono costituiti da edifici, acquedotti e terreni agricoli che soccorrono direttamente bisogni fondamentali della persona come coprirsi, bere o nutrirsi. Altri sono infrastrutture, come strade, autostrade, aeroporti, e porti che richiedono un assiduo investimento in manutenzione. Altri sono beni che i giuristi classificano come immateriali come le frequenze radiotelevisive, glislotaeronautici (per esempio la tratta aerea Milano-Roma), i brevetti ottenuti con la ricerca pubblica, le partecipazioni pubbliche nell'industria produttrice di beni o servizi.

giovedì 17 novembre 2011

IL GIOCO DELLE TRE CARTE

Autore: Il Pasquino. Fonte: controlacrisi
Scusate ma non riesco proprio ad appassionarmici.
Ho sentito distrattamente i nomi delle persone che il neo presidente del consiglio Monti ha designato come ministri del suo governo…del suo o di Napolitano o delle Banche…non certo nostro.
Non mi sono accanito nella ricerca su internet del loro curriculum, forse avrei dovuto farlo?
Penso che non starò neanche tanto attento al programma che questo nuovo direttivo presenterà alle camere nei prossimi giorni…è come se già lo conoscessi.
E’ pessimismo?…non penso, penso sia più giusto chiamarlo realismo.
Il fatto è che ciò che sta accadendo a me pare così chiaro, così scontato che, al contrario, ritengo uno scrupolo ed un lavoro inutile andare alla ricerca delle benemerenze o delle malefatte di coloro che, a breve, decreteranno quello che i “grandi del mondo” stanno decretando per tutta l’umanità…la cancellazione dei diritti fondamentali.
Una cancellazione che non ha inizio di certo oggi…va avanti da un bel pezzo e non certo perché l’Urss non esiste più…perché non esiste più un pensiero alternativo, perché tutto si muove all’interno di questo sistema, di questo pensiero dominante, di questi “valori”…e cambiando l’ordine dei fattori, la matematica mi insegna, il prodotto non cambia…mai !
Vedete ciò che accade attorno a noi…sono decine di anni che i palestinesi vengono barbaramente uccisi da un popolo nazista e genocida…e cosa è accaduto?…che va sempre peggio.
Sono decine di anni, e forse più, che in Africa si muore di fame, che a quelle genti viene negato il diritto alla vita…e cosa è accaduto?…che va sempre peggio.
Sono cambiati gli uomini ai vertici delle grandi organizzazioni internazionali e cosiddette umanitarie, ci sono state le risoluzioni dell’Onu…eppure tutto è sempre come prima…anzi, scusate, peggio di prima.
Ricordate tutti la grande festa del “mondo libero” alla caduta dei regimi comunisti…le commoventi dichiarazioni dei presidenti occidentali di fronte a un “cambiamento epocale” che avrebbe portato…così raccontavano…libertà, diritti, democrazia, benessere a tutto il mondo…e cosa è successo?..nulla di tutto questo…anzi…
Più che di cambiamenti potremmo parlare di “aggiustamenti”…aggiustamenti di un sistema che per la sua sopravvivenza schiaccia le vite di milioni di persone…come, dove e quando vuole.
Nel nostro paesucolo non è assai diverso…segue pedissequamente l’andamento generale…nel grigiore di una classe dirigente corrotta ed ignorante.
Una classe dirigente che non è certo espressione o emanazione del “popolo sovrano”, ma solo il risultato di quegli accordi palesi e non che hanno formato, creato, una generazione politica ed imprenditoriale, finanziaria ed intellettuale, che guarda esclusivamente ai propri interessi…e lo fa nel modo più becero possibile, più ignobile possibile, nella certezza che mai nulla gli potrà accadere, che i brevi passaggi nelle aule dei tribunali sono solo incidenti di percorso…e che poi, come sempre, tutto tornerà, per loro, come prima.
Ed allora che all’interno del governo Monti ci siano cavalieri della repubblica pluripremiati da uno Stato che non rispetta la vita dei cittadini sinceramente non mi importa più di tanto e, altrettanto sinceramente, non credo che questo significherà, per me, per la gente, per il “popolo sovrano” quella svolta che serve al nostro paese per far si che a tutti siano date le stesse possibilità, che ci sia una reale eguaglianza nei diritti, che la corruzione sparisca e che chi ruba paghi il conto.
E’ un po’ come il gioco delle tre carte napoletane…scorrono veloci sotto i tuoi occhi, sei sempre sicuro di sapere dov’è quella vincente..ed alla fine ti accorgi che a vincere è sempre e solo il banco…e ti hanno fregato ancora una volta!

giovedì 3 novembre 2011

Un fronte comune, insieme ai Pigs

di Guido Viale, da il manifesto, 2 novembre 2011
Prima ancora di esserne la causa - e in gran parte, ovviamente, lo è - Berlusconi è il prodotto del berlusconismo: una tabe che affligge non solo il suo entourage politico-affaristico e il suo elettorato, ma larga parte dell'establishment culturale, imprenditoriale e politico del paese (il sindaco di Firenze e il suo seguito ne sono un esempio).

E Confindustria che lo ha sostenuto fino all'altro ieri anche; e allora, di che si lamenta?). Ma gli uomini e le donne al governo dell'Europa sono anch'essi promotori e prodotto (sono prigionieri del loro elettorato; che è però quello che hanno costruito e vellicato) di un virus altrettanto grave, di cui Berlusconi non è che la manifestazione più grottesca, infame e repellente. Quel virus è il pensiero unico: la convinzione, contro ogni evidenza, che il mercato, e solo il mercato, può tirarci fuori dai guai in cui ci ha cacciati. E che per tirarci fuori dai guai, per uscire dalla crisi, occorre rilanciare la crescita: cioè sperare - e che altro, se no? - in un aumento del Pil tale da generare entrate fiscali sufficienti a pagare gli interessi e a rimborsare, un po' per volta, una parte consistente del debito pubblico. Per loro l'economia è come un'auto a cui si è imballato il motore. Basta dargli una spinta e tornerà a correre - cioè a crescere - di nuovo.

Ma le cose non sono così facili; e non lo saranno mai più. E intanto, in attesa di questo miracolo, la soluzione vincente è il taglio della spesa pubblica: pensioni, sanità, scuola, trasporto pubblico, welfare municipale, pubblico impiego, salari e stipendi. E privatizzazione di tutto, contando di ricavarne le risorse necessarie a tacitare gli appetiti dei mercati, cioè di tutti coloro impegnati a produrre denaro per mezzo di denaro: banche, assicurazioni, fondi di investimento, speculatori, mafie (queste, sì, con la liquidità necessaria a fare piazza pulita di tutto quel che è in svendita: a partire dai servizi pubblici locali). Di tagliare per altre vie le unghie alla speculazione non si parla; perché quello che chiamano mercato è speculazione: senza l'una non c'è l'altro, e viceversa; simul stabunt, simul cadent. Così, invece di crescere l'economia si avvita su se stessa in una spirale che porta diritto al fallimento (default): non solo delle finanze pubbliche (a beneficio di chi le tiene in pugno), ma del sistema produttivo, della convivenza civile, dell'ambiente.

La parabola della Grecia ne è un esempio: tutti sanno - ma pochi lo dicono - che non si riprenderà più per decenni. Ma altri paesi, Italia in testa, sono già sullo stesso cammino e nessun paese dell'eurozona è più al sicuro. Per statuto la Banca centrale europea (Bce) non può fornire liquidità alle banche messe in crisi dai debiti sovrani (cioè degli Stati) che detengono: ufficialmente per non generare inflazione; in realtà per perpetuare quel blocco dei salari da cui ha avuto origine la cavalcata dei profitti degli ultimi decenni. Così, per garantire quei debiti si ricorre alla creazione di nuovi debiti in una catena senza fine (andando a chiedere l'elemosina persino in Cina) e l'Europa consegna alla finanza internazionale e alla speculazione le chiavi dell'economia: la creazione di liquidità, cioè la moneta.

martedì 18 ottobre 2011

Liberiamoci dalla schiavitù.

di Guido Viale su il manifesto del 18/10/2011.
Fonte: esserecomunisti
È sempre più chiaro che non solo la Grecia e l'Italia, ma anche l'Europa, gli Stati uniti, e il mondo intero, stanno marciando verso una recrudescenza irreversibile della crisi in corso. La questione del debito - dei debiti: quelli delle «famiglie», delle imprese, delle banche, dei «fondi», degli Stati - ha offuscato quasi completamente la questione ambientale, a partire dai cambiamenti climatici e, a seguire, dell'acqua, della biodiversità, della deforestazione, dell'esaurimento delle risorse rinnovabili e non rinnovabili.
Il pianeta Terra viene messo al tappeto da una «crescita» di prelievi e di emissioni che non è in grado di sostenere. Eppure è proprio alla «crescita», a una «ripresa» della crescita, al raggiungimento di tassi di crescita irrealistici e insensati, come quelli che sarebbero necessari per fare fronte alla crisi del debito, che tutto l'establishment politico, finanziario, industriale e accademico fa continuamente riferimento come ricetta per «uscire dalla crisi».
Prendiamo il caso dell'Italia: per raggiungere il pareggio - di cui è prevista addirittura la «costituzionalizzazione» - il bilancio dello Stato dovrebbe realizzare un avanzo primario (differenza tra le entrate fiscali e la spesa pubblica) del 5 per cento del Pil all'anno (ma con l'attuale spread si arriverà facilmente al 6,5 per cento). Per fare fronte alla nuova versione del patto di stabilità europeo (che impone di ridurre ogni anno del 5 per cento la quota di debito che eccede il 60 per cento del Pil) ci vuole almeno un altro 3 per cento annuo. Per avere la «crescita», una volta assolti questi obblighi, ci vorrebbe un altro 2-3 per cento: cioè un aumento annuo del Pil del 10-12 per cento: tassi «cinesi». Ma di una Cina che non esiste più. Perché si cominciano a pesare anche là scioperi, aumenti salariali, disastri ambientali, rivalutazione dello yuan e delocalizzazioni (che alla fine cominciano a coinvolgere anche quel paese: alcune «in senso inverso», con un ritorno delle produzioni nei paesi da cui erano emigrate; altre verso paesi ancora più «economici», sia in campo ambientale che salariale). E questo sta mettendo fine al dumping con cui sono stati costruiti quindici anni di «sviluppo» tanto accelerato quanto insensato e pericoloso.

martedì 11 ottobre 2011

Il "punto di vista del creditore" fa danni.


di Emiliano Brancaccio.
Tra le interpretazioni della crisi della zona euro ha finora prevalso quello che potremmo definire “il punto di vista del creditore”. Questo verte sul convincimento che, per salvaguardare il diritto dei creditori al rimborso, i debitori debbano tirare la cinghia e ridurre le spese senza invocare aiuti da parte delle istituzioni europee. I piani di austerità adottati da tutti i paesi europei per far fronte al pagamento dei debiti, l’avanzamento finora timido e contraddittorio del fondo salva-stati e l’incertezza sull’ammontare degli acquisti di titoli che la Bce sarà disposta ad effettuare per sostenere i paesi in difficoltà, derivano esattamente dal prevalere di questa logica. Tuttavia, come stiamo ormai rilevando da diversi mesi, tale orientamento non appare in grado di attenuare la crisi dell’eurozona. Anzi, la sfiducia dei mercati cresce di giorno in giorno, e con essa aumentano i differenziali tra i tassi d’interesse.

Sarebbe ora di riconoscere che il punto di vista del creditore deriva dalla risibile pretesa di applicare le banali regole di un bilancio familiare alla complessità delle relazioni macroeconomiche che intercorrono tra i bilanci degli stati. In realtà tali relazioni seguono regole ben diverse, tutt’altro che intuitive. La prima consiste nel fatto che a livello macro il reddito dei creditori dipende in ultima istanza dalla spesa dei debitori, non dai risparmi di questi ultimi. Consideriamo ad esempio la Germania: per lungo tempo, grazie a una superiore organizzazione dei capitali e a una intensa politica di deflazione relativa dei salari, questo paese ha esportato nel resto d’Europa molte più merci di quante ne importasse. In tal modo la Germania ha accumulato ingenti crediti nei confronti di Grecia, Spagna, Portogallo, Italia, della stessa Francia e di vari altri paesi europei, i quali al contrario importavano più merci di quante ne esportassero. Questo pesante squilibrio in seno all’Europa costituisce indubbiamente un sintomo della competitività del sistema produttivo tedesco. Ma rappresenta anche una prova del fatto che per anni la crescita della produzione e del reddito dei tedeschi è stata in larga misura stimolata dalla domanda e dal relativo indebitamento dei paesi periferici. Ecco perché, nel momento in cui tali paesi vengono chiamati a ridurre le spese, anche la Germania finirà per pagarne le conseguenze in termini di mancata crescita.

domenica 14 agosto 2011

Una crisi senza classe

Piero Bevilacqua - il manifesto 14 Agosto Fonte: dirittiglobali
Almeno due fenomeni, distinti fra loro, ma fortemente correlati, sgomentano oggi chiunque osservi la turbolenta scena dell'economia e della finanza. Una scena che ormai fa del presente disordine mondiale il nostro pasto mediatico quotidiano. Il primo riguarda lo stolido e pervicace conformismo con cui banche centrali, governi, partiti, economisti, continuano a trovare «soluzioni alla crisi» riproponendo le usurate ricette che hanno l'hanno generato, e ora resa potenzialmente catastrofica.
La seconda riguarda la rapidità con cui la violenza di alcuni potentati finanziari internazionali si trasforma in uno stato di necessità, accettato dai gruppi dirigenti dei vari Paesi come una inaggirabile calamità naturale. La minaccia di declassamento del debito viene vissuta come l'arrivo di un ciclone a cui si può rispondere solo chiedendo ai cittadini di rinserrarsi nelle proprie case. La cultura che non vede altra strada alle difficoltà presenti se non il vecchio e battuto sentiero, è la medesima che, in poco tempo, ha trasformato in senso comune l'impensabile. Uno Stato oggi può perdere la propria sovranità, come ad esempio accade alla Grecia (e accade in parte anche a noi) non per l'invasione di un esercito straniero, ma per il proprio debito pubblico. La ricchezza, il patrimonio artistico, la cultura, il territorio, il frutto di millenni di storia di un popolo può essere saccheggiato e spartito da predoni in giacca e cravatta che siedono dietro una scrivania a migliaia di km di distanza. È una novità storica di devastante violenza, eppure la stampa e gli esperti, con tono impassibile, fanno già l'elenco dei beni da privatizzare, dalle isole al Partenone. Quel che pochi considerano è che quel debito è frutto della medesima politica (e della medesima etica truffaldina) che oggi si erge a inflessibile rigore di razionalità economica. Il debito greco ha ricevuto - come ha ricordato Paolo Berdini su questo giornale - una potente spinta con le grandi opere delle Olimpiadi di Atene del 2004, con 20 miliardi di euro rimasti sul groppone dello Stato. Tutto questo secondo meccanismi ben collaudati, quelli appunto delle grandi opere - tavola imbandita per banche e grandi imprese di costruzione - che lasciano poi alla mano pubblica l'obbligo di accollarsi l'onere delle perdite private. La Tav in Val di Susa e il Ponte di Messina sono perfetti archetipi di queste strategie, che dopo i banchetti di banche e imprese sono destinate a lasciare stremate le finanze pubbliche.
La riproposizione delle ricette neoliberiste, tuttavia, non è solo espressione di un conformismo dottrinario ormai senza più vie d'uscite. È anche una pervicace rivendicazione di interessi di classe. Lo "stato di necessità" è una ghiotta occasione per il capitalismo industriale, che preme per mettere più strettamente al proprio servizio il mercato della forza-lavoro. Esso torna ora utile per nascondere il grande saccheggio dei redditi operai e popolari che è a l'origine del tracollo finanziario. Basti pensare che tra il 1979 e il 2007 la quota della ricchezza prodotta nell'Europa a 15 andata ai salari è passata dal 68% al 57%.

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