Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...
(di classe) :-))
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
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(di classe) :-))
Francobolllo
Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.
Europa, SVEGLIA !!
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domenica 28 aprile 2013
sabato 16 febbraio 2013
Berlusconi Monti: marciare divisi, colpire uniti
di Nicola Casale - sinistrainrete -
Divisi in campagna elettorale, Berlusconi e Monti puntano, dunque, allo stesso obiettivo: impedire al centrosinistra di governare, e si preparano a provocare la crisi di questo schieramento per una nuova stagione di governo di centro-destra. Berlusconi, peraltro, l’ha detto con chiarezza, con l’offerta a Monti della leadership di un rinnovato centro-destra. Monti ha rifiutato, cercando di tenere lontano, almeno in campagna elettorale, l’ingombro-Berlusconi e soprattutto la Lega, di cui teme l’“anima sociale” (che ha impedito a Berlusconi la riforma delle pensioni) e le spinte alla divisione del paese.
A onor del vero va detto che se anche il centrosinistra vincesse con numeri maggiori è difficile che il suo governo duri molto più dell’ultimo governo Prodi, rimettendo di nuovo la palla al centro-destra.
Come si spiega la paura di un governo di centrosinistra? In generale il programma del Pd non ha nulla di alternativo a Monti: contenere il debito pubblico, sostegno alle imprese per la ripresa, liberalizzazioni, riconquista armata di Medio Oriente e Africa. Le correzioni di Vendola non sono in grado di cambiarne il segno. Quel che preoccupa è la timidissima venatura “sociale” che ancora vi è contenuta, che fa temere incertezza nell’attuare passaggi decisivi su mercato del lavoro, pubblico impiego, scuola e sanità. Quando Monti invita il Pd a separarsi da Cgil, Fiom, Vendola e Fassina non lo fa per paura di questi soggetti, ma perché teme che la vittoria del centrosinistra possa rinfocolare le aspettative di lavoratori, giovani, donne, pensionati di potersi sottrarre all’infinita serie di sacrifici prevista a loro danno per “uscire dalla crisi”.
Si potrebbe pensare eccessiva la preoccupazione, in quanto tutti quei soggetti han dato magnifica prova dell’impegno a evitare ogni resistenza di massa alle politiche di Monti. Ma il problema è: come reagiranno lavoratori, ecc., agli ulteriori e peggiori sacrifici in cantiere? Se vedranno nel successo del centrosinistra una possibilità di tregua nell’attacco alle proprie condizioni, difficilmente accetteranno contro-riforme troppo pesanti. In più, potrebbero iniziare a esigere che i costi della crisi siano addebitati anche altrove, con una patrimoniale seria e una caccia all’evasione che non persegua solo i piccoli. Di fronte al rischio, Monti e Berlusconi preferiscono una sconfitta elettorale del centrosinistra e, in alternativa, preparano il terreno per sconfiggerlo subito dopo le elezioni. Allo stato dei fatti i loro progetti appaiono largamente realizzabili.
Tra Monti e Berlusconi c’è identità di intenti quanto a soggetti sociali da spremere, ma permangono differenze su altri versanti. Berlusconi è, per Monti, un ingombro perché impersona un modello di sfrenata ricerca di arricchimento e godimento consumistico che era utile nella fase precedente, ma non più ora che la crisi richiede tagli a redditi e consumi anche dei “ceti medi”. In più Berlusconi continua a coltivare l’alleanza del Nord che, in caso di insuperabili difficoltà nel trarre l’Italia fuori dalla crisi, potrebbe sconfinare nella separazione del paese in entità distinte e contrapposte. La Lega non è morta e i sentimenti nordisti continuano ad alimentarsi negli strati di piccola imprenditoria, artigiani e lavoratori settentrionali.
giovedì 7 febbraio 2013
Caro Vendola ...
Caro Vendola, chi è causa del suo mal, pianga se stesso
6 febbraio 2013- Fonte: Resistenzainternazionale.blogspot.it
Nicola Melloni (Londra) - Nichi Vendola e SEL stanno un pò scomparendo da questa campagna elettorale, evocati più che altro da Monti come spauracchio per diminuire i voti alla coalizione di centro-sinistra. Pensando a quel che sembrava potesse diventare Vendola 1 anno e mezzo fa, c’è da sorprendersi. Allora SEL vinceva primarie su primarie, candidava sindaci e vinceva le amministrative a Milano, Genova, Cagliari. E di Vendola si parlava come reale candidato alla leadership del centrosinistra.
In realtà al grande clamore mediatico e all’innegabile centralità politica non sono mai corrisposti altrettanti voti nelle urne. Ipervalutata nei sondaggi, sempre tra il 6 ed il 9, SEL non riusciva quasi mai a superare il 5%, spesso di pochi decimi più in alto di Rifondazione. Ma politicamente la strategia di Vendola era vincente, radicale nei contenuti, affidabile nella sostanza. Una spina nel fianco del PD, una speranza per chi voleva finalmente provare a cambiare la politica nel Paese.
Poi però l’affidabilità ha cominciato a prevalere sulla radicalità. Già alle elezioni a Napoli e Palermo, SEL sbagliò completamente tattica, appoggiando candidati inquadrabili e venendo sonoramente punita dagli elettori. Una lezione assolutamente ignorata. Infatti, Vendola continuava il suo personale percorso di maturazione politica. Addio sinistra radicale, ecco il nuovo orizzonte del PSE. Scelta quantomeno bizzarra, ed in contrasto con le parole d’ordine spacciate dal leader di SEL. In piazza si opponeva al fiscal compact, nel palazzo guardava a quei partiti che invece lo appoggiavano, il PD certo, ma, appunto, pure tutto il gruppo dirigente dei socialisti europei. Legittimo, ma poco coerente. Soprattutto senza nessuna vera spiegazione politica. Da Gramsci e Marx si stava passando a Gobetti e al socialismo liberale, proprio mentre, con la crisi, la critica del capitalismo si rimponeva al centro del dibattito politico. Alla mancanza di analisi si rimediava soltanto con una pressante presenza mediatica.
Vendola, anche senza una strategia coerente, continuava a fare l’ala sinistra della coalizione, e per qualche tempo questo aveva sembrato dargli ragione. Ma l’adesione all’alleanza col PD, senza se e senza ma si è rivelata una scelta poco lungimirante. Quando Bersani decise di scaricare Di Pietro, con un programma molto simile a quello di SEL, Vendola si vide costretto ad abbozzare. E con l’IDV veniva cacciata anche il resto della sinistra radicale, che SEL aveva comunque sempre osteggiato per motivi elettorali. Aveva un bel da raccogliere le firme per il referendum contro la riforma Fornero, alla fine SEL si allineava al PD, che quella riforma aveva votato, mollando al loro destino le rimanenti forze che sostenevano il referendum.
Erano i tempi d’oro in cui il PDL era al 14% e Rivoluzione Civile non esisteva, e PD e SEL si sentivano invincibili e senza problemi. Ma qualcosa cominciava a scricchiolare. Alle primarie del centrosinistra Vendola ottenne un risultato molto povero, surclassato da Renzi e fin da subito sdraiato sulle posizioni bersaniane, e dunque ignorato dalla maggioranza degli elettori. Poco dopo iniziò la campagna elettorale, Berlusconi ricominciò a fare paura e Ingroia cominciò, pur con colpevole ritardo, a riorganizzare la sinistra radicale.
Ora SEL è in costante calo nei sondaggi e Vendola lamenta il protagonismo di Rivoluzione Civile, rifacendosi a quei tristi discorsi sul voto utile. Era meglio se la sinistra fosse stata unita, ci dice ora. Ma la sua storia degli ultimi 5 anni è costellata di divisioni e rotture. Prima spaccando Rifondazione Comunista per farsi un partito personale. Poi avvallando l’esclusione della sinistra radicale voluta dal PD. Vendola aveva tutte le carte in regola per riorganizzare quell’area politica e portarla ad un nuovo protagonismo, ma ha preferito appiattirsi sulle posizioni dei democratici. Certo, il programma di SEL è decisamente più a sinistra di quello del PD e in molti punti simile a quello di RC. Ma è sostanzialmente irrilevante, perchè il PD è il dominus dell’alleanza e, come confermato da Bersani in una famosa intervista al Wall Street Journal, nella coalizione si decide a maggioranza e il PD ha il 30% e SEL il 5 (facciamo 3 o 4…). Vendola contribuirà al programma su alcuni temi importanti, come diritti civili ed ecologia. Ma sui temi sociali e del lavoro dovrà abituarsi a fare il carabiniere: uso ad ubbidir tacendo.
Non è un caso se gli elettori lo stanno abbandonando a favore di Ingroia: almeno sanno che se votano qualcuno che si dice contro la riforma Fornero e il fiscal compact non si ritroveranno poi in Parlamento dei rappresentanti costretti ad avvallare il programma del PD che va in ben altra direzione.
La paura fa 90 e ora SEL, da centrale nel dibattito politico è divenuta marginale ed irrilevante. Attacca RC ma perde amministratori locali. Accusa Rivoluzione Civile di essere un cartello elettorale senza un programma comune, ma questo è vero per SEL e PD non certo per RC che ha alcuni punti fermi essenziali in cui gli elettori di sinistra si riconoscono. Lotta alla precarietà, reintegro dell’art.18, no agli F35, no al finanziamento alle scuole private, contrarietà al fiscal compact, si ai diritti civili. Tutte cose in cui, almeno parzialmente, convergerebbe anche SEL che però si è alleata con chi, nella maggior parte dei casi, non ne vuol sapere.
Prima si è cacciato a calci in culo chi poteva dare fastidio, ed ora ci si lamenta che si sia organizzato per fare una vera opposizione di sinistra. Troppo tardi e troppo comodo caro Vendola. Invece della coerenza e dell’omogeneità politica hai preferito la rendita comoda, chiudendo la porta in faccia al resto della sinistra e sacrificando il programma sull’altare della fedeltà al PD. Mostrando così chiaramente che l’unico vero voto inutile è quello per SEL.
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giovedì 10 gennaio 2013
Bussole impazzite
di Sandro Moiso - sinistrainrete -
“When you live out here in the middle of nowhere, it’s easy to get lost” (John Mellencamp)
L’avevamo annunciato qualche tempo fa che l’unica alternativa al governo Monti sarebbe stato un Monti bis. Previsione fin troppo facile, considerati gli sponsor nazionali ed internazionali dell’operazione. La diretta discesa in campo del salvatore della patria, però, sembra aver comportato alcuni problemi gestionali e logistici per quei partiti che sull’agenda Monti avevano cercato di ricostruire la loro credibilità politica ed istituzionale.
In particolare per il PD.
Anche questo era stato previsto nell’articolo pubblicato su queste pagine il 16 ottobre scorso (Dove stiamo andando), ovvero che il PD potesse essere vittima della stessa politica contraddittoria (“liberale” e di “sinistra”) che ha costituito il suo marchio di fabbrica negli ultimi vent’anni (indipendentemente dalla sigla utilizzata). Sicuro del trionfo del progetto liberal-riformista fino a pochi giorni prima della discesa in campo del professore, oggi Bersani si trova a fare i conti con la necessità di delineare meglio i caratteri del proprio progetto, ormai in nulla dissimile da quello proposto dall’economista bocconiano.
Per continuare a galleggiare nell’area di governo il partito della piadina romagnola dovrà liberarsi di ogni “copertura” a sinistra (Fiom) e rilanciare, come era facilmente prevedibile, il sindaco di Firenze a discapito dei “giovani turchi” di Fassina. Sì, lo so, vi sto annoiando con considerazioni sulle vicende di personaggi vicini alla nullità politica ed umana, d’altra parte questo è tutto ciò che il tempo attuale produce in Italia.
L’aggressività del grigio automa della finanza, però, nasconde non tanto un attacco alla sinistra (Monti non è così prevenuto o ingenuo da credere veramente che nel PD o in Sel vi sia anche solo il più pallido riflesso di una posizione di sinistra, anche soltanto riformista), quanto un più ampio attacco al sistema democratico-parlamentare italiano. Le lezioni valgono per tutti e l’invito a silenziare vale anche per il PDL e tutti gli altri.
Certo non ci strapperemo le vesti per questo, considerato che una delle pagine più belle della storia del Novecento è costituita, per chi scrive, dallo scioglimento della “democratica” Duma russa da parte degli “autoritari” marinai con la stella rossa nel novembre del 1917. No, in quel sistema non c’è nulla da difendere e non occorre abbassarsi al livello del populismo grillino per rilevarne la corruzione, l’inefficienza e la sostanziale inutilità, anche formale.
Il problema è chiedersi perché questo accade oggi, ad opera di uno “stimato” professore e del suo clan di ferventi sostenitori del liberismo più sfrenato e del predominio del settore finanziario su tutti gli altri settori dell’economia capitalistica.
Eppure tutto era già scritto, a partire dall’autentico colpo di stato in guanti bianchi che ha visto nell’autunno del 2011 la sostituzione autoritaria di un governo di allegri pirati e bucanieri con quello dell’autorità vera: quella delle banche e del sistema monetario e finanziario internazionale.
Un po’ come dire: “E’ finita l’era di Capitan Kidd, adesso entra in campo l’impero!”
Sappiamo tutti, infatti, quanto fu grande l’importanza della pirateria per la nascita e lo sviluppo del capitalismo inglese o del capitalismo tout-court. Adam Smith, che di queste cose si intendeva, vedeva nel pirata il prototipo dell’autentico self-made man. Però, una volta demolita la potenza spagnola e portoghese sui mari, intervenne l’autorità della monarchia inglese con il suo esercito e la sua marina militare per garantire continuità e direzione all’accumulazione originaria. Impiccando, prima di tutto, il povero Kidd*.
La massa di fessi che nell'autunno del 2011 salutò festosamente l’arrivo dei Professori proprio non seppe vedere, grazie soprattutto ai buoni auspici del PD, che un famigerato corsaro veniva sostituito da una macchina da guerra anti-proletaria e spietata che non avrebbe più concesso favori di nessun genere né agli elettori né, tanto meno, ai lavoratori. I briganti di strada venivano sostituiti dalle unità speciali delle SS naziste. Nel giubilo popolare e nel trionfo del masochismo divenuto pratica di massa.
giovedì 13 dicembre 2012
Ingroia: “Caro Bersani, farete piazza pulita delle leggi ad personam?”
13 dicembre 2012- Fonte: micromega online - lavorincorsoasinistra -
Caro Pierluigi Bersani,
leggo su tutti i giornali, da mesi ormai, la Sua probabile vittoria come premier candidato dal centrosinistra alle prossime, ormai imminenti, elezioni politiche, e non posso sinceramente che augurarglielo ed augurarmelo, specie a fronte del profilarsi all’orizzonte dell’ennesima candidatura di una vecchia e nefasta conoscenza degli italiani, Silvio Berlusconi, artefice del disastro economico-finanziario, politico-istituzionale e etico-morale in cui è precipitato il Paese in questi ultimi anni. Un sisma che ha divorato dall’interno l’economia, ma anche l’anima del Paese. Un Paese che rischia di restare per sempre senza anima e senza futuro, futuro che pertanto potrebbe essere fra qualche mese nelle Sue mani. Cosa che, da una parte, mi rasserena per i rischi che pesano sull’altro piatto della bilancia, ma che, dall’altra parte, non mi tranquillizzano del tutto.
E sa perché, pur avendo stima della Sua persona e pur essendo certo della Sua buona fede, non mi sento né tranquillo né tranquillizzato? Perché, al contrario, di molti italiani, ho esercitato in questi anni di rimozione, il vizio della memoria. Che non è solo un vizio, è anche un gusto. Il gusto della memoria, che ti consente di sentire la storia, di apprezzarla, di farne un’esperienza ed una ricchezza. Ebbene, esercitare il gusto della memoria mi consente di sentire anche il retrogusto amaro della delusione. La delusione delle tante occasioni mancate, le tante occasioni che altre coalizioni di governo di centrosinistra hanno perduto negli anni passati, appena giunte alla prova del fuoco. Quando si trattava di cambiare l’Italia, di imprimere una svolta ad un Paese, a volte stanco e sfiduciato, ma ugualmente pronto, generosamente, a credere nel cambiamento. Una fiducia nel cambiamento troppe volte frustrata anche dall’incapacità che, per ragioni che sarebbe inutile esaminare qui ed ora, il centrosinistra ha dimostrato in passato proprio su questo terreno cruciale, quello del suo dna quale forza di progresso.
Io sono un cittadino ed un magistrato. Non rappresento nessuno se non me stesso, ma ho la fortuna di portare con me, in Italia come in Guatemala, un bagaglio di valori, idee e principi, che ritengo di condividere con molti italiani, i tanti “partigiani della Costituzione” che per fortuna affollano ancora ogni angolo del nostro territorio nazionale. E che, sconsiderati o appassionati che siano, credono ancora nella possibilità di cambiare in meglio il nostro Paese.
E quindi mi rivolgo a Lei, con l’umiltà ma anche con l’autorità che mi deriva da questo duplice ruolo di cittadino “partigiano della Costituzione” e di magistrato che discende da una generazione di uomini di Stato che hanno dato un contributo, anche di sangue, alla lotta contro i poteri criminali, per la giustizia e l’eguaglianza di tutti gli italiani, e quindi alla crescita della democrazia. E’ solo in virtù di questo che mi permetto di porLe anche alcune questioni ed interrogativi a cui spero vorrà rispondere, non a me, ma agli italiani indecisi ancora se votarLa come futuro premier.
Perché dico che l’Italia sta diventando un Paese senz’anima? Perché l’anima del Paese è la sua Costituzione, specie in un caso come il nostro, dove la carta dei principi fondamentali è densa di così tanti valori promotori di “diritti progressisti”. E questa Carta dei Valori e dei Principi troppe volte è stata sfregiata, mortificata, umiliata. I cittadini sono più poveri di diritti, a partire dal principio dei principi, a fondamento di tutti gli altri in uno Stato democratico, il principio di eguaglianza, che necessita di essere ripristinato, formalmente e sostanzialmente. E per ripristinarlo occorrono alcuni provvedimenti urgenti, che dovrebbero essere i primi da approvare da una coalizione governativa che voglia davvero cambiare le cose. A cominciare dalle leggi ad personam, che a decine sono state approvate negli ultimi anni. Un’intollerabile legislazione di privilegio che ha creato praterie di impunità per i potenti, ma soprattutto ha mortificato il principio di eguaglianza dei cittadini.
Le chiedo, la maggioranza da Lei guidata vorrà abrogare, tutte, senza esclusione alcuna, le leggi ad personam fino ad oggi approvate? Ed ancora, per parlare ancora del diritto penale, materia che mi è più congeniale per la mia passata esperienza, nel diritto anglosassone c’è un reato molto grave, l’ostruzione della giustizia, ampiamente praticata, e con successo, nel nostro Paese. Perché non introdurla anche in Italia, con pene altrettanto severe, così ampliando la figura attualmente vigente, ma inadeguata, dell’intralcio alla giustizia?
E perché non punire, finalmente, il mercato dei voti fra candidati in campagna elettorale e mafie e lobby illegali di ogni tipo e genere? Cominciando col sanzionare seriamente lo scambio elettorale politico-mafioso, oggi solo apparentemente punito dall’attuale formulazione dell’art.416-ter del codice penale, che invece è garanzia di impunità? E perché ancora ignorare l’incriminazione dell’autoriciclaggio che consente ai colletti bianchi riciclatori di professione di farla franca?
Ho fatto solo degli esempi minimi, ma c’è da affrontare il tema più importante del nostro Paese dentro una crisi profonda, etica ed economica. Due aspetti niente affatto indipendenti. Un Paese senza un’etica e senz’anima, come ho detto prima, un Paese senza passione, non può uscire dalla crisi dove si trova. Una crisi che perciò rischia di divenire un coma irreversibile, che non può essere curato da un medico dalle ottime cognizioni tecniche ma che, privo di passione per la giustizia e l’eguaglianza, può essere disposto, come l’attuale Premier Monti, a salvare una parte dell’organismo lasciando andare in cancrena gli organi ritenuti “meno nobili”, i deboli ed i senza diritto che in Italia oggi sono sempre più poveri e meno tutelati.
Bisogna cambiare pagina. E se si vuole la crescita dell’economia bisogna attaccare, alle radici e senza tregua, l’economia dell’illegalità, perché il “sistema Italia” è strangolato da mafie e corruzione, la vera palla al piede, la zavorra che impedisce alla nostra economia di crescere. Che respinge gli investitori esteri, che penalizza gli operatori economici puliti, che priva i lavoratori dei loro diritti. Solo se il prossimo Governo, caro Bersani, riuscirà davvero ad uscire dalla logica della convivenza col sistema politico-economico della illegalità, si potrà imprimere una spinta per la crescita.
Premiare l’economia della legalità e confiscare i patrimoni illeciti, tutti ed in fretta. I patrimoni della mafia e dei colletti bianchi suoi complici. E le ricchezze dei corrotti. Restituire il maltolto all’Italia della legalità. Non attraverso belle dichiarazioni di principio, ma attraverso provvedimenti concreti che ripristinino ciò che è stato distrutto negli anni della rottamazione berlusconiana del diritto penale e che costruiscano un diritto propulsivo dei diritti e della crescita economica nella legalità. Anche e non solo attraverso aggiornati strumenti operativi e legislativi dentro nuovi testi unici normativi, antiriciclaggio e antimafia.
Insomma, c’è molto da fare e si può fare. Si può cambiare l’Italia. Si possono creare le premesse per un autentico rinnovo della classe dirigente, recidendone i legami col sistema criminale integrato delle mafie e della corruzione che ha schiavizzato e sfruttato il Paese. Occorre una nuova Liberazione. La liberazione dalle cricche, dalle caste e dalle mafie. Lo potrà e lo vorrà fare davvero la compagine governativa che vuole guidare, caro Bersani, al contrario di quanto non si sia fatto in passato?
martedì 11 dicembre 2012
Crisi governo, Stefano Fassina: Bersani resta candidato premier e cambieremo le politiche Ue. Merkel ha fallito
- lavorincorsoasinistra -
11 dicembre 2012- Fonte: Huffington Post
Andrebbe aggiunto un ‘ci scusi, Mario Monti: non è per mancanza di riconoscenza nei suoi confronti…”. Perché Stefano Fassina, mente economica della macchina bersaniana messa in moto con le primarie e avviata verso Palazzo Chigi nel 2013, è convinto che il corso europeo sia cambiato o stia per cambiare. E cioè che la linea del rigore stia risultando perdente e dunque suscettibile di revisioni. Si racchiudono in questa convinzione tutte le carte che il polo progressista Pd-Sel pensa di potersi giocare per arrivare al governo e per poter riuscire a tenerlo, magari allargando la coalizione ai moderati dopo il voto. Non è una questione di ideologia, insiste Fassina, né si tratta di uno sgambetto a Monti. Forse lo è per la cancelliera tedesca, promotrice indefessa di politiche di austerity. Il punto è che il corso sta cambiando, spiega Fassina in quest’intervista ad Huffpost. “E noi ci troveremo in sintonia con il cambiamento”.
A due giorni dall’annuncio delle dimissioni di Monti, si può dire che questa mossa ostacola un po’ la macchina che il Pd ha messo in moto con le primarie, se il professore scende in campo?
No, è una mossa che noi abbiamo profondamente condiviso perché ne va della dignità dell’Italia oltre che del governo delle istituzioni democratiche che non potevano sopportare un’umiliazione a causa della irresponsabilità del Pdl. La macchina del Pd è e resta in moto, il motore sta girando bene e non avrà difficoltà…
Bersani però oggi ha dovuto chiarire che è meglio che Monti si tenga fuori dalla contesa. Cos’è: un avvertimento?
Non la vedrei così: Bersani ha dato prova in modo inequivocabile di non aver paura della competizione e anche di superarla bene. Il suo è un suggerimento nell’interesse dell’Italia. Monti è una figura di garanzia per tutti, lo era prima dell’esperienza di governo, si è rafforzato alla luce di questa esperienza. Quello di Bersani è un tentativo di preservare questa esperienza. Dopodiché deciderà Monti qual è il modo migliore per continuare il lavoro avviato. Noi di certo pensiamo che Monti debba continuare ad avere un ruolo di primo piano nella vita politica e istituzionale.
Ma al Quirinale…
Questo lo dice lei… (ride)
(Rido)Ad ogni modo, dopo questo burrascoso weekend, per il Pd non cambia nulla.
Non cambia nulla se non un’accelerazione. La nostra proposta politica al paese è di rimettere al centro l’economica reale, il lavoro, le imprese, l’uguaglianza. Ci deve essere una correzione di rotta nella politica economica dell’eurozona perché così non va.
Può chiarire meglio questo punto, affrontato anche da Bersani oggi nell’intervista al Wall Street Journal?
Bersani ha rilevato un punto che nei fatti la commissione europea ha evidenziato una decina di giorni fa. Cioè quando ha diffuso previsioni per il 2012-1013 dalle quali emerge che in tutta l’area Euro il debito pubblico sta aumentando, la recessione si allarga, la disoccupazione si impenna. Questo è il risultato di una linea di austerità che non guarda all’economia reale. Ora c’è bisogno di rimettere in moto l’economia per ridurre il debito pubblico perché la ricetta che l’area euro sta attuando lo aumenta. Invece serve sostegno alla domanda. Faccio rilevare a tutti quelli he ci hanno criticato come vetero-keynesiani, che in questi giorni Barroso sta introducendo la golden rule perché c’è un problema di domanda in Europa. Noi vogliamo andare avanti su quella strada che è diversa da quella che i conservatori europei continuano a raccomandare.
Vi discosterete però dall’agenda Monti che i mercati continuano a guardare con favore.
Dipende da cosa intendiamo per agenda Monti. Se si intende abbattere il debito pubblico, bene noi lo vogliamo. Finora è aumentato e nel 2013 continuerà ad aumentare, c’è bisogno di una sostanziale revisione e questa indicazione arriva dalla commissione europea, non da qualche estremista nascosto a Bruxelles.
Dunque, la vostra convinzione è che vi trovate bene per il nuovo corso in arrivo.
È da anni che diciamo che applicare austerità e svalutazione del lavoro porta ad un avvitamento e ad un aumento del debito pubblico. E’ quello che si sta verificando in tutta l’ area euro…
Ma perché i mercati continuano a fare il tifo per Monti?
Sono giustamente preoccupati dalla torsione e accentuazione della linea anti-euro che Berlusconi ha impresso al Pdl e dalle valutazioni politiche fatte da Alfano. I mercati si preoccupano perché in Italia abbiamo il M5S di Grillo assestato su una linea anti-euro, più Pdl e la Lega. Ecco perché rimarcano la fiducia a Monti: perché fa argine a tutto questo…
Beh, a questo punto, potrebbero dare fiducia a Bersani.
Ma Bersani non ha vinto.
Nemmeno Monti ha vinto le elezioni.
Ma è in carica.
Vero, ma…
Ad ogni modo, noi con le primarie abbiamo preso l’impegno di agire con gli altri progressisti europei per rianimare l’economia europea per ridurre il debito pubblico che dopo anni di cure Merkel aumenta: noi vogliamo rimettere l’economica reale al centro.
Che vuol dire l’apertura ai moderati di cui parla Bersani?
Io penso che sia utile che l’alleanza dei progressisti si presenti nella configurazione definita con le primarie e che si cerchi un raccordo trasparente dopo il voto con le forze moderate perché nel paese c’è bisogno di convergenze larghe.
Teme che queste convergenze larghe possano decidere quale sarà il ministro dell’Economia del governo Bersani?
Il problema non è a Roma ma a Bruxelles, cioè il cambiamento deve essere condiviso a Bruxelles dove c’è già un’evoluzione interessante. E poi Bersani è noto come innovatore proprio all’estero, è stato due volte ministro, non è sconosciuto a Bruxelles. L’Economist ne parla come ‘former communist, innovator’.
Tradotto: “ex comunista, innovatore”. Dipende dal peso che si dà a ognuna di queste parole: i giochi tra ricette economiche diverse sono solo iniziati.
mercoledì 5 dicembre 2012
«NESSUNO DI NOI E’ ESENTE DA ERRORI»
- lavorincorsoasinistra -
Per scrivere qualcosa di sensato sullo stato della sinistra oggi in Italia mi serve almeno un piccolo punto di partenza, e non vado a cercarlo troppo lontano perché il discorso sarebbe lunghissimo. Parto dalla nascita del Pd, 5 anni fa, quando il più grande partito della sinistra, i Ds, decisero di dar vita assieme ad altri ad un partito di centro democratico ( così si definiscono anche oggi). Quella scelta che io non condivisi mise davanti a tutta la sinistra politica e sociale e a tutte le persone di sinistra in Italia una domanda urgente e chiara: che facciamo adesso, come continuiamo a far vivere in questo paese una sinistra popolare, radicata socialmente e che sappia porsi il problema della trasformazione dello sviluppo e della redistribuzione delle risorse e della giustizia sociale? Perché io credo che una sinistra come si deve possa essere solo popolare, ampia, capace di trasformare la realtà e dunque anche di governarla se ne è capace. In quel momento lo spazio politico c’era perché tante e tanti non condividevano l’approdo del partito democratico ma la risposta a quella domanda non fu univoca, lo sappiamo bene. Una parte della sinistra intraprese un tentativo, con la nascita di Sel, di dar vita ad una sinistra plurale, alternativa al liberismo e capace di aggregare storie e percorsi anche diversi , un’altra parte scelse di restare nei suoi confini, non accettò il confronto. Oggi posso dire che comunque si vogliano distribuire le responsabità quel che risulta evidente è che nessuno è stato all’altezza della domanda che la nascita del pd ci poneva. L’Italia non ha ancora una forza politica di sinistra popolare e radicata nella società. E questa mancanza è ancora più grave se consideriamo che stiamo vivendo da anni una crisi economica gravissima, il liberismo ha mostrato tutti i suoi limiti e le sue ingiustizie, le destre si sono sfarinate, le ingiustizie, le povertà e la precarietà del vivere coinvolgono milioni di persone. Che una sinistra politica non abbia saputo trovare il suo spazio e non abbia saputo crescere in una situazione del genere pare quasi impossibile. Eppure così è. Sono cresciuti invece la delusione, l’astensione, il consenso a movimenti come quello di Grillo ( che oggi sarebbe il secondo partito o movimento in Italia). Le responsabilità di Sel le vedo chiare, partiti con un progetto che per almeno due anni è stato chiaro, siamo infatti riusciti ad avvicinarci alla società in varie battaglie referendarie, a costruire alternative in diverse città italiane, a stare accanto ai lavoratori e alle loro vertenze, e ad essere vissuti come una sinistra innovativa ma alternativa, con la caduta di Berlusconi e l’avvento del governo Monti tutte le nostre energie le abbiamo messe nella costruzione di un centrosinistra alternativo alle destre, obiettivo legittimo certo, ma che ha avuto solo nel confronto con il pd l’asse principale. Io sono tra coloro che pensano che un confronto con il pd dovesse esserci, perché questo partito è pur sempre votato da milioni di elettori di sinistra, ma doveva essere un confronto-competizione e soprattutto dovevamo portarci dentro, in questa competizione, il popolo della sinistra e le sue inquietudini e sofferenze sociali, il ricco mondo delle associazioni e dei movimenti, gli intellettuali, e i corpi sociali che più soffrono la crisi, in primis il mondo del lavoro e del precariato. Per fare questo Sel doveva consolidare il suo radicamento, la vicinanza alle lotte nei territori e nei luoghi di lavoro e di studio e non affidarsi solo e soltanto alle primarie che ad un certo punto sono apparse invece come l’alfa e l’omega della sua strategia politica. Ma se vedo bene le responsabilità di Sel vedo anche quelle di coloro che hanno sempre ritenuto di non dovere aprire un confronto con Sel, che hanno preferito rinchiudersi in recinti identitari o nelle loro piccole, pur se significative, esperienze associative o di movimento. Il risultato è che oggi da un lato Sel pare appiattita completamente sul pd e pare non avere la forza sufficiente per strappare risultati significativi soprattutto sul fronte dei contenuti e delle riforme da fare per uscire dalla crisi con proposte alternative e radicali rispetto al governo Monti e alle ricette europee, dall’altro lato coloro che pensano di ri-partire a tre mesi dal voto per un viaggio che dovrebbe ricostruire una sinistra ( mi riferisco a Cambiare si può) lo fanno avendo accumulato un ritardo enorme, senza alcuna pratica politica comune e con un progetto politico che risulta ancora parecchio fumoso. Per me che ho combattuto il leaderismo esagerato dentro sel non è piacevole notare che anche dentro “Cambiare si può” ci siano alcuni uomini della provvidenza , e che accanto a questo si rimettano insieme pezzetti di sinistra politica non meglio definiti e che in tutti gli anni passati mai hanno avuto a cuore il tema di dar vita ad una grande sinistra al di la delle appartenenze. Se come dice Revelli l’obiettivo è solo quello di portare in parlamento un gruppo di persone capaci di testimoniare io non voglio ridicolizzarlo, lo rispetto, ma mi permetto di dire che oltre al quorum da fare ( che fu fallito miseramente dalla sinistra arcobaleno) io penso che il ruolo della sinistra in Italia sia quello di dare concretamente risposte alle molte ingiustizie e di farlo , come lo seppe fare la più grande sinistra italiana che fu il pci, organizzando e dando voce e rappresentanza a soggetti sociali precisi. Se la sofferenza che la crisi provoca è enorme, se le ingiustizie crescono, se le persone giovani soprattutto sono vicine alla disperazione sociale, se interi comparti industriali rischiano la chiusura perché non convertiti ecologicamente testimoniare non può bastare. Come risulta chiaro da quel che ho scritto è il pessimismo il tratto che domina i miei pensieri in questo momento. Ma un appello mi sentirei di farlo: siccome camminiamo tutti in terreni rischiosi e scivolosi, e siccome nessuno di noi è esente da errori, almeno non sbraniamoci tra noi, tra coloro che si giocano l’osso del collo in una alleanza di centrosinistra sperando che possa dare al paese un governo alternativo e diverso e coloro che invece non credendo in questa ipotesi hanno scelto la strada della ripartenza da zero, con ritardo, ma con passione. Proviamo a portarci rispetto.
Cinque domande facili al ‘Pd allargato’
- gilioli -
1. Confermerete la decisione di spendere subito tre miliardi di euro nel Tav verso la Francia (e almeno altri tre in seguito)? O deciderete che questo denaro pubblico potrebbe essere più utilmente utilizzato in opere per il territorio e il suolo?
2. Taglierete le spese militari (30 miliardi di euro l’anno) e se sì di quanto? Confermerete il progetto di acquisto degli F-35 e il programma ‘Forza Nec’ che costerà ai cittadini 22 miliardi di euro nei prossimi venti anni? In che data porrete fine alla missione in Afghanistan (costo stimato almeno mezzo miliardo l’anno)?
3. Come intendete porvi rispetto agli attuali finanziamenti diretti o indiretti al Vaticano (esenzioni Imu, erogazione di servizi strutturali gratuiti per la Santa Sede, stipendi a carico dello Stato per gli insegnanti di religione scelti dalle Curie, attribuzione alla Chiesa Cattolica dell’85 per cento del gettito dell’8 per mille nonostante sia esplicitamente scelta solo dal 36 per cento dei contribuenti etc etc?).
4. Che seguito intendete dare alla Risoluzione del Parlamento Europeo del 20 ottobre 2010 sul reddito minimo garantito?
5. Ridurrete ulteriormente o incrementerete gli investimenti dello Stato nella scuola pubblica e nella sanità pubblica?
lunedì 3 dicembre 2012
Non voto alle primarie. Sono una gara di balestrieri
Non voto alle primarie. Sono una gara di balestrieri
Non ce la faccio ad appassionarmi alle primarie, non ci riesco proprio. Non mi stanno nemmeno antipatici i candidati. Non sono uno di quelli che si lamentano per lo spreco di soldi. Forse ne hanno persino guadagnati o se ne hanno persi l’hanno fatto perché era indispensabile. Per fare pubblicità si deve spendere molto, ma se funziona si venderà tanto. Ho cercato di seguirle. Non ho votato, ma ho provato ad immaginare che fossero un fenomeno interessante. Anzi addirittura una novità e persino un atto democratico. Ma non ci sono riuscito. Più ci penso e più mi sembrano vecchie. Un gioco divertente che però abbiamo già visto. Qualcosa di simile alle gare di tiro a segno con la balestra. Ci stanno i balestrieri con gli abiti medievali e la corte su un palchetto che segue lo spettacolo. Ci sono il principe e la principessa su due tronetti e i nobili della corte che sorridono bonariamente. C’è il banditore che legge una pergamena e il buffone che fa le boccacce, i saltimbanco che sghignazzano e i trombettieri che danno il via alla competizione con un sonoro squillo. Tu li guardi e ti sembrano veri. Anzi sono proprio veri, sono in carne e ossa, colorati come nei quadri degli Uffizi, hanno i pennacchi di vere piume di fagiano. Sono veri, ma non lo sono. Recitano. Giocano. Il principe non è un principe, ma il figlio del macellaio del paese che studia nella capitale e si mantiene facendo il barista. La principessa è davvero la sua fidanzata, ma non è nobile e non le importa di esserlo. Non vanno in carrozza, ma in motorino. I trombettieri suonano nella banda del paese e magari uno c’ha pure un quartetto jazz. Il banditore è un pensionato delle poste con una moglie scorbutica e un figlio geometra del comune. Il buffone è veramente un attore, perciò è il più vero e più finto di tutti. Lui finge per mestiere, è Amleto in calzamaglia col teschio in mano e Otello con la faccia sporca di nero, ma anche un camorrista per una fiction televisiva e un simpatico droghiere in una pubblicità di prosciutti. Gli spettatori sono vestiti normali. Hanno indosso gli abiti che mettono tutti i giorni in quella stagione. Hanno occhiali scuri e gonne corte, telefoni cellulari che fanno filmini e con una pasticca si curano malattie che nel rinascimento erano mortali. Fanno fotografie controllando l’orologio perché hanno pagato il parcheggio fino alle tredici e ventiquattro o perché hanno la prenotazione in qualche ristorante. Alla fine della gara molti andranno nelle vecchie osterie allestite per l’evento. Si mangerà la zuppa di farro e il cinghiale in locali chiamati “la vecchia po s t a ” e “la selva oscura”. Tra un pezzo di pecorino di fossa e un salamino di petto d’oca qualcuno suonerà la ghironda o l’arciliuto e alla fine un ciccione vestito da frate servirà l’amaro trappista. Tornando verso l’albergo i turisti attraverseranno strade sulle quali è stata buttata la paglia per nascondere il catrame. L’assessore allo sport, cultura, ambiente con delega speciale alla cura della sagra paesana ha fatto spegnere i lampioni illuminando le strade con le fiaccole e anche i cartelli stradali sono stati coperti da sacchi di iuta. Domani la vacanza finisce e dello spettacolo resteranno molte fotografie che si andranno a perdere in mezzo ai file del computer, un portacenere con il disegno di una piccola balestra da regalare ai nonni e una grossa puntura di ape su una coscia souvenir di una bella passeggiata al fiume. Tutto molto divertente, ma evidentemente vecchio e finto. Una cosa non è nuova solo perché è nata da poco. La ruota rotonda è una tecnologia antichissima, ma nemmeno a Marchionne verrebbe in mente di fare la Punto con le ruote quadrate. Le primarie sono una mezza novità, ma esprimono una maniera vecchia di pensare la politica. Sono fondate sulla delega. Ti dicono «votami e poi lasciami lavorare », ti ricordano che il tuo unico potere consiste nel dare il potere a loro, che tu non sarai mai in grado di fare ciò che loro fanno in maniera professionale. Il popolo è un bambino, ma nella democrazia della delega ha il diritto di scegliersi la mamma e il papà. Questo non significa che potrà decidere in quale casa andare a vivere o in quale posto andare in vacanza. Potrà provarci. Sarà ascoltato in merito all’acquisto della bicicletta, ma se la mamma insiste dovrà finirsi tutto il piatto di broccoli. In merito ad alcune dichiarazioni ci sarebbe molto da dire, ma sarebbe come commentare la gara dei balestrieri. Certo che quel gruppetto di politici se ne sono andati in giro per l’Italia vantandosi di averla attraversata tutta, ma si sono scordati che ognuno di loro aveva una responsabilità che ha messo da parte. Se un sindaco o governatore se ne va in giro a parlare di politica nazionale, chi ci sta nel suo ufficio a governare la città o la regione? È come se dicessero che la politica nazionale è comunque più importante e questa giustificazione deve bastare. In fondo Renzi l’ha detto che se perde torna a fare il sindaco. Come se fare il sindaco di Firenze fosse un ripiego. Come se stasera agli spettatori del teatro dove lavoro io dicessi «visto che non mi fanno fare una trasmissione in prima serata, sono venuto da voi». La novità è un’altra. È nella partecipazione attiva, nella democrazia diretta, nell’autorganizzazione che si sperimenta nelle centinaia di assemblee e presidi dalla Valle di Susa allo stretto di Messina. È difficile arrivarci. Ci vogliono un po’ di anni e tanta coscienza, ma vale la pena mettersi in marcia invece di sedersi sulla panchina della delega come pensionati della democrazia.
3TH
DECEMBER PERSONS WITH DISABILITIES DAY
Bersani
to be centre-left candidate in Italy's general elections
giovedì 29 novembre 2012
SINISTRA ORNAMENTALE O QUARTO POLO
- Fonte: Il Manifesto - lavorincorsoasinistra -
Asor Rosa, ad esempio, ne è totalmente convinto, al punto di assegnare alla coalizione a trazione Democrat il compito (e l’intenzione) di battere il «nemico alle porte», cioè quel Monti che in un anno di esercizio del potere ha distrutto le pensioni, raso al suolo il diritto del lavoro e messo fuori legge la Costituzione, inserendo nella Carta medesima il pareggio di bilancio e, per sovrappiù, il fiscal compact.
Tutto il ragionamento di Asor Rosa si regge sull’equivoco, invero clamoroso, che il Pd abbia subito – e non condiviso – la svolta mercatista e monetarista pretesa dalla Bce. Questa credenza, non si sa bene da cosa suffragata, resiste persino alle chiarissime parole scritte nella Lettera di intenti dei democratici e dei progressisti, la cornice programmatica che vincola i partner del centrosinistra: osservanza dei patti internazionali sottoscritti dall’Italia, liberalizzazioni e alleanza di legislatura con il centro liberale. Insomma: la sostanziale continuità con la svolta liberista che ha reso l’Italia succube del capitalismo finanziario e che sta precipitando il paese in una recessione senza via di scampo non è in alcun modo in discussione.
Bene, l’esito delle primarie non fa che rafforzare questa evidenza. Matteo Renzi incassa il 36 per cento dei consensi, ipotecando una deriva centrista che già scorre forte nelle stesse file del suo segretario. Mentre Vendola coglie un risultato che, a meno di una fuga dal principio di realtà, lo consegna ad un ruolo, diciamo così, ornamentale. La presunta alleanza Bersani-Vendola ha dunque la consistenza di una bolla di sapone destinata a scoppiare al primo impatto con la politica reale, con le concrete opzioni economiche e sociali manifestamente collocate sulla scia del governo in carica.
Se ne è accorto, alla buon’ora, anche Claudio Tito (la Repubblica di martedì) che ha scoperto come il Pd «abbia cambiato pelle e non sia più lo stesso partito che eravamo abituati a conoscere e a descrivere». In verità, di metamorfosi in metamorfosi, la «fuga nell’opposto» di una parte degli epigoni del Pci, ben oltre ogni revisione socialdemocratica, è datata nel tempo ed ora raggiunge il suo epilogo estremo.
Se oggi – come suggerisce Asor Rosa – anche quanto di vitale rimane della sinistra e del conflitto sociale dei nostri giorni si rassegnasse a portare acqua a quel mulino, la crisi della democrazia e la definitiva abdicazione ad un progetto di trasformazione dei rapporti sociali sarebbero cosa fatta.
Lavoriamo invece, sin da queste ore, perché possa decollare quel quarto polo (e quella lista che lo incarni elettoralmente) senza il quale l’omologazione al pensiero e alla politica dominanti non avrebbero più alcun argine.
lunedì 26 novembre 2012
«Il risultato di Nichi è modesto, ma cambiare si può»
Parla Alfonoso Gianni dopo le primarie: «Bisognerà valutare anche altre strade. La discussione dentro e fuori Sel deve essere a tutto campo»
di Alfonso Gianni
Il risultato delle primarie merita un'analisi più approfondita, avendo in mano dati definitivi e riferiti a ogni singola regione e città. Ma certamente qualche cosa si può dire. Quando Renzi dice che la sua affermazione è avvenuta nelle regioni "rosse" dove più forte era il radicamento del vecchio Pci, dice il vero. Indica una mutazione iniziata da molto tempo , ma che ora subisce una accelerazione, nel corpo sociale che seguiva quel partito attraverso le sue varie trasformazioni. Quando Bersani dice che comunque il Pd vince, non ha torto (lui in particolare ne esce bene), ma probabilmente è una vittoria instabile, perchè la capacità di tenere insieme tutto il partito dopo l'affermazione di Renzi è dubbia.
Il risultato nazionale di Vendola è modesto solo se confrontato alle esagerate attese create ad arte dal gruppo dirigente. Per raggiungere risultati vincenti Vendola avrebbe dovuto seguire un'altra strada: porsi a capo della sinistra diffusa, aprire davvero i cantieri della sinistra, costringere per tempo il Pd a un reale confronto programmatico, non firmare all'ultimo momento una carta di intenti che ribadisce la fedeltà alla linea della Ue e rende Sel una forza embedded dentro quello schieramento. Questo non è successo, non c'è perciò da stupirsi del risultato, ma bisogna interrogarsi sul da farsi.
La presidenza è convocata per il 3 dicembre. Ma Vendola in Tv pochi minuti fa ha dichiarato che bisognerà valutare con attenzione cosa dicono Bersani e Renzi per decidere la scelta nel ballottaggio. Chi dovrebbe scegliere se non gli organismi dirigenti, quindi almeno la Presidenza? Ma soprattutto rimane aperto il problema di chi organizza e rappresenta la sinistra diffusa. Non certo una coalizione marcatamente segnata dalle politiche di Bersani condizionato da destra dalla forza di Renzi.
Per cui bisognerà valutare anche altre strade, come quella del documento "cambiare si può" che si riunisce a Roma il 1° dicembre. Insomma la discussione dentro e fuori Sel deve essere a tutto campo. I tempi sono molto brevi per gli errori e il tempo perduto nel passato. Ma sarebbe ancora peggio accettare in partenza che la sinistra non possa avere più voce nel paese e nelle istituzioni.
Il risultato delle primarie merita un'analisi più approfondita, avendo in mano dati definitivi e riferiti a ogni singola regione e città. Ma certamente qualche cosa si può dire. Quando Renzi dice che la sua affermazione è avvenuta nelle regioni "rosse" dove più forte era il radicamento del vecchio Pci, dice il vero. Indica una mutazione iniziata da molto tempo , ma che ora subisce una accelerazione, nel corpo sociale che seguiva quel partito attraverso le sue varie trasformazioni. Quando Bersani dice che comunque il Pd vince, non ha torto (lui in particolare ne esce bene), ma probabilmente è una vittoria instabile, perchè la capacità di tenere insieme tutto il partito dopo l'affermazione di Renzi è dubbia.
Il risultato nazionale di Vendola è modesto solo se confrontato alle esagerate attese create ad arte dal gruppo dirigente. Per raggiungere risultati vincenti Vendola avrebbe dovuto seguire un'altra strada: porsi a capo della sinistra diffusa, aprire davvero i cantieri della sinistra, costringere per tempo il Pd a un reale confronto programmatico, non firmare all'ultimo momento una carta di intenti che ribadisce la fedeltà alla linea della Ue e rende Sel una forza embedded dentro quello schieramento. Questo non è successo, non c'è perciò da stupirsi del risultato, ma bisogna interrogarsi sul da farsi.
La presidenza è convocata per il 3 dicembre. Ma Vendola in Tv pochi minuti fa ha dichiarato che bisognerà valutare con attenzione cosa dicono Bersani e Renzi per decidere la scelta nel ballottaggio. Chi dovrebbe scegliere se non gli organismi dirigenti, quindi almeno la Presidenza? Ma soprattutto rimane aperto il problema di chi organizza e rappresenta la sinistra diffusa. Non certo una coalizione marcatamente segnata dalle politiche di Bersani condizionato da destra dalla forza di Renzi.
Per cui bisognerà valutare anche altre strade, come quella del documento "cambiare si può" che si riunisce a Roma il 1° dicembre. Insomma la discussione dentro e fuori Sel deve essere a tutto campo. I tempi sono molto brevi per gli errori e il tempo perduto nel passato. Ma sarebbe ancora peggio accettare in partenza che la sinistra non possa avere più voce nel paese e nelle istituzioni.
domenica 25 novembre 2012
Un nuovo muro di Berlino. La sinistra lo deve abbattere
24 novembre 2012- Fonte: il manifesto - lavorincorsoasinistra -

Intervista a Nichi Vendola
di Daniela Preziosi -
Intervista a Nichi Vendola
di Daniela Preziosi -
La guerra in Medioriente «il dramma di un popolo senza pace, l’indifferenza dell’Unione europea, che dovrebbe restituire il Nobel». Gli studenti pestati dalla polizia «che si ribellano perché la precarietà è il loro destino produttivo ed esistenziale». E ancora il ragazzino suicida a Roma, «sui nostri figli, sui nostri adolescenti piombano anche gli effetti di un contesto culturale che ha fatto della degradazione del corpo delle donne e del richiamo omofobo i tratti distintivi dell’individualismo proprietario e predatorio, filo rosso della rivoluzione reazionaria degli ultimi 30 anni, da Reagan a Berlusconi». «Sono con il mondo della scuola che torna in piazza».
Nichi Vendola, la sinistra del centrosinistra, domenica si gioca la sua partita più importante. Senza nulla togliere ai suoi due mandati in Puglia, per tenere fede ai quali ha fatto meno campagna elettorale dei suoi quattro sfidanti. Dice che domenica arriverà secondo, poi primo al ballottaggio. I sondaggi dicono terzo, «ma i sondaggi mi hanno sempre dato perdente in Puglia», e invece ha vinto due volte. Alle primarie gioca una partita che, comunque la si pensi, segnerà il futuro di tutta la sinistra.
Per la prima volta in questa campagna per le primarie chiede i matrimoni per gli e le omosessuali, le adozioni. E per la prima volta dopo tanti anni di politica ha parlato di sé, del suo fidanzato, del desiderio di un figlio. Sui diritti lei oggi ha radicalizzato le sue posizioni rispetto al passato. È stata una scelta mediatica, per caratterizzarsi meglio, nella campagna delle primarie?
No. Tutta la vita mi hanno detto che non si può morire di massimalismo. Un giorno ho pensato di dover dire l’altra verità, che non si può morire di minimalismo. Che la costruzione dei compromessi non può essere sempre l’argomento che occulta la resa della sinistra. Ma dico la verità: la parola è stata più veloce del pensiero, più rapida della decisione collettiva. Ho parlato di me, ho pensato a me quando ho proposto di rovesciare il tavolo dei tatticismi.
No. Tutta la vita mi hanno detto che non si può morire di massimalismo. Un giorno ho pensato di dover dire l’altra verità, che non si può morire di minimalismo. Che la costruzione dei compromessi non può essere sempre l’argomento che occulta la resa della sinistra. Ma dico la verità: la parola è stata più veloce del pensiero, più rapida della decisione collettiva. Ho parlato di me, ho pensato a me quando ho proposto di rovesciare il tavolo dei tatticismi.
Nella sua campagna, iniziata solo dopo la sua assoluzione a Bari, ha toccato luoghi emblematici per il lavoro: Melfi, Pomigliano, Mirafiori. Molti degli operai licenziati da Marchionne votano per lei. Sul lavoro il governo Monti chiude in bruttezza, con il patto di produttività non firmato dal maggiore sindacato. Il Partito democratico ha cercato fino all’ultimo il sì della Cgil.
L’accordo è il trionfo dell’ideologia liberista. E le parole di Bersani sono acrobatiche. Caricare il tema della produttività tutto sulle spalle dei lavoratori è in perfetto stile Marchionne. Nel paese dell’Ocse che ha il vergognoso primato dei minori investimenti privati e pubblici nell’innovazione, spogliare il lavoro della protezione del contratto nazionale, che ci ha consentito di uscire dall’epoca delle gabbie salariali, aprire un varco al demansionamento e alla regressione di carriera e di salario, significa perseverare nel debilitare la civiltà del lavoro. Un’altra spinta verso la recessione, visto che i salari alla fine dei conti saranno più leggeri.
L’accordo è il trionfo dell’ideologia liberista. E le parole di Bersani sono acrobatiche. Caricare il tema della produttività tutto sulle spalle dei lavoratori è in perfetto stile Marchionne. Nel paese dell’Ocse che ha il vergognoso primato dei minori investimenti privati e pubblici nell’innovazione, spogliare il lavoro della protezione del contratto nazionale, che ci ha consentito di uscire dall’epoca delle gabbie salariali, aprire un varco al demansionamento e alla regressione di carriera e di salario, significa perseverare nel debilitare la civiltà del lavoro. Un’altra spinta verso la recessione, visto che i salari alla fine dei conti saranno più leggeri.
Quella liberista, perfino marchionnista, è una delle anime costitutive del Pd. Al di là di come andranno le primarie, e al netto di improbabili rotture nel Pd, nell’eventuale governo dovrà comunque farci i conti. La sua è una partita che ha delle chance?
Le primarie e la costruzione del centrosinistra sono l’unico campo di gioco per la sinistra. Al di fuori c’è solo Grillo. A questa partita non vado a cuor leggero e con un atteggiamento naif. So che nel Pd c’è una contesa aspra. Ma la mia partecipazione alle primarie ha obbligato tutti a una presa di distanza dai provvedimenti di Monti, e a archiviare la sua agenda. Il buon senso della mia piattaforma politico-culturale è rivelato dall’insostenibilità sociale delle politiche del rigore. La competizione è su formule astratte, come ‘bisogna rispettare gli impegni assunti con l’Europa’. La mia domanda ai miei competitor è: è sostenibile tagliare altri 45 miliardi di euro l’anno di spesa sociale?
Le primarie e la costruzione del centrosinistra sono l’unico campo di gioco per la sinistra. Al di fuori c’è solo Grillo. A questa partita non vado a cuor leggero e con un atteggiamento naif. So che nel Pd c’è una contesa aspra. Ma la mia partecipazione alle primarie ha obbligato tutti a una presa di distanza dai provvedimenti di Monti, e a archiviare la sua agenda. Il buon senso della mia piattaforma politico-culturale è rivelato dall’insostenibilità sociale delle politiche del rigore. La competizione è su formule astratte, come ‘bisogna rispettare gli impegni assunti con l’Europa’. La mia domanda ai miei competitor è: è sostenibile tagliare altri 45 miliardi di euro l’anno di spesa sociale?
È quello che impone il fiscal compact. Il Pd l’ha votato. Lei ci si allea…
No che non è possibile. Si è voluta imprigionare la realtà in una gabbia di superstizioni ideologiche e diktat feroci, con un’iniquità sociale che ha elementi di macelleria, come si vede in Grecia. La crepa che si sta aprendo sotto il paese, la sovrapposizione di crisi sociale e democratica, può consentirci la continuità con le politiche che hanno accelerato l’impoverimento? La mia critica al centrosinistra in ginocchio e subalterno ha radici nella condizione sociale del paese.
No che non è possibile. Si è voluta imprigionare la realtà in una gabbia di superstizioni ideologiche e diktat feroci, con un’iniquità sociale che ha elementi di macelleria, come si vede in Grecia. La crepa che si sta aprendo sotto il paese, la sovrapposizione di crisi sociale e democratica, può consentirci la continuità con le politiche che hanno accelerato l’impoverimento? La mia critica al centrosinistra in ginocchio e subalterno ha radici nella condizione sociale del paese.
sabato 24 novembre 2012
"Due o tre cose non secondarie a proposito delle primarie", di Raul Mordenti
Autore: raul mordenti
Dunque, ci siamo: a conclusione di un battage mediatico senza precedenti, si vota per le primarie del centrosinistra. Il quotidiano-Vangelo (vulgo: “Repubblica”) garantisce a p. 13 del “Venerdì” del 23/11 che le primarie piacciono a tutti, ma piacciono ancora di più agli elettori del centrosinistra: il 79 % di amore per le primarie contro una media del 55%. Noi, che siamo comunisti e dunque rompiscatole, ci consoliamo con il gradimento più basso fra gli elettori “Altri/non collocati”, al 19% dei quali le primarie non piacciono per niente, mentre al 33% piacciono poco; ma (dobbiamo essere sinceri) ci consoliamo ancora di più leggendo due righe scritte in piccolissimo che ci svelano come il sondaggio di riferisca a 900 persone (sì, avete letto bene: novecento) e che si tratta insomma del solito sondaggio con cui “Vangelo-Repubblica” maschera le proprie direttive ai lettori.
Abbiamo argomentato altrove come le primarie siano “un’americanata a Roma” degna di Alberto Sordi, e però un’americanata tutt’altro che innocua, perché le primarie alludono allo stravolgimento della Costituzione (anzi lo praticano già!) prefigurando un Presidente del Consiglio (loro dicono: premier) eletto direttamente dal popolo, e non invece designato dal Presidente della Repubbica e votato dal Parlamento, come la nostra Costituzione invece prescrive. Non tornerò ora su questo argomento, anche perché se la Costituzione valesse qualcosa per i compagni del PD essi non darebbero vita alla legge elettorale “porcellum bis” a cui lavorano in questi stessi giorni. Vorrei limitarmi a far notare alcune cose, a proposito delle primarie, che forse sono trascurate da quei compagni (e ce ne saranno tanti) che andranno disciplinatamente a votare convinti (e non solo da “Repubblica”) di fare una cosa buona e giusta per la democrazia e per la sinistra.
Anzitutto per votare bisogna (oltre a versare due euro) sottoscrivere con la propria firma un documento e ci si impegna fin d’ora a votare per il centro-sinistra alle elezioni del 2013, chiunque sia il premier che vincerà, dichiarando altresì di approvare la “Carta d’intenti per l’Italia Bene Comune”; si diventa così a pieno titolo “elettore del centrosinistra”, ci si iscrive a un “Albo” (sic!) e si riceve anche il relativo “Certificato di elettore di centrosinistra” (sic!). Che anche questo pubblico impegno a votare qualcosa rappresenti una violazione del carattere libero e segreto del voto prescritto dalla Costituzione appare di certo una quisquilia ai compagni del PD. E se da qui alle elezioni (sei mesi circa!) l’elettore o l’elettrice cambiasse idea? Dovrebbe violare un impegno preso per iscritto, con la propria firma, oppure dovrebbe rinunciare a esprimere liberamente il proprio voto seguendo le convinzioni maturate nel frattempo? “Pinzillacchere!”, risponderebbero certo a questa obiezione, con un’alzata di spalle, i disinvolti sostenitori delle primarie.
Soffermiamoci allora su due questioni che mi paiono, francamente, non secondarie.
Primo: votando ci si impegna (come già hanno fatto Bersani, Vendola, Renzi, Puppato e Tabacci) a sostenere il premier che vincerà le primarie, chiunque egli sia, anzi – cito - “a collaborare pienamente e lealmente, in campagna elettorale e per tutta la durata della legislatura con il candidato premier scelto dalle primarie”. E pensare che c’è chi dice che va a votare per impedire la vittoria del pessimo e berlusconico Renzi! Ma se Renzi (per non dire del bravo democristiano Tabacci) vincesse le primarie, ebbene costui andrebbe sostenuto “pienamente e leamente”, e “per tutta la durata della legislatura”. Oppure la soluzione sarà l’italianissimo spergiuro? D’altra parte il documento già sottoscritto dai candidati e, al momento del voto anche dagli elettori delle primarie, chiarisce bene che se in futuro ci fossero discussioni nella coalizione, queste saranno risolte con una votazione...nei gruppi parlamentari. Dopo di che l’eventuale minoranza si impegna ad adeguarsi alla maggiornaza: una singolare riscoperta del centralismo democratico, che però avviene qui in una coalizione non in un Partito, e per giunta in Parlamento!
E veniamo alla seconda questione, cioè alla “Carta d’intenti per l’Italia Bene Comune” che si sottoscrive votando. Mi permetto di invitare i compagni e le compagne che intendono votare alle primarie a leggere almeno questo documento, e a leggerlo per intero.
È un programma di legislatura, e siccome in politica le cose che sono scritte contano tanto quanto le cose che sono taciute, non si può non notare che in questo programma non c’è una sola parola sul recupero dell’art.18, non c’è una sola parola sul folle “pacchetto” firmato con l’Europa,
non c’è una sola parola sulla necessità di porre fine alle missioni di guerra all’estero, non c’è una sola parola sulla tassa patrimoniale o sull’IMU da far pagare al Vaticano, e l’elenco potrebbe continuare. Questi silenzi significano semplicemente che tutte queste cose non fanno parte del programma di Governo del centrosinistra e del suo premier. Si è detto che, grazie all’eroico impegno del compagno Vendola, si è ottenuto che nella “Carta d’intenti” non fosse scritto, a chiare lettere, che occorre proseguire la politica di Monti. Non è vero neanche questo: leggo, addirittura nella solenne premessa, che: “L’Italia perderà se abbandonerà l’Europa e si rifugierà nel suo spirito corporativo...” (chi ha orecchie per intendere, intenda..). E nel punto 4 del capitolo finale intitolato “Responsabilità” leggo: “Assicurare la lealtà istituzionale agli impegni internazionali e ai trattati sottoscritti dal nostro Paese...”. È abbastanza chiaro? Se qualcuno ancora non avesse capito, o piuttosto facesse finta di non capire, la “Carta d’intenti” fa ulteriore chiarezza nel punto dedicato all’Europa: “La prossima maggioranza dovrà avere ben chiara questa bussola: nulla senza l’Europa”, e prosegue: “Qui vive la ragione più profonda che ci spinge a cercare un terreno di collaborazione con le forze del centro lberale. I democratici e i progressisti si impegnano a promuovere un accordo di legislatura con queste forze.” Dunque l’accordo (anzi un accordo di legislatura!) con l’UDC e simili “montiani” non è affatto un’eventualità, è – al contrario – un impegno già assunto solennemente con la “Carta d’intenti” dal PD, dalla sua coalizione, e da tutti quelli che, votando alle primarie, aderiranno alla “Carta d’intenti”.
Noi siamo certi che il compagno Salvi (il quale ha detto che andrà a votare Bersani) e il compagno Diliberto (il quale ha detto invece che andrà a votare Vendola, ma solo al primo turno) non avevano ancora letto la “Carta d’intenti” né il regolamento delle primarie e non sapevano che per votare avrebbero dovuto mettere la loro firma a questa robaccia.
- controlacrisi -
Abbiamo argomentato altrove come le primarie siano “un’americanata a Roma” degna di Alberto Sordi, e però un’americanata tutt’altro che innocua, perché le primarie alludono allo stravolgimento della Costituzione (anzi lo praticano già!) prefigurando un Presidente del Consiglio (loro dicono: premier) eletto direttamente dal popolo, e non invece designato dal Presidente della Repubbica e votato dal Parlamento, come la nostra Costituzione invece prescrive. Non tornerò ora su questo argomento, anche perché se la Costituzione valesse qualcosa per i compagni del PD essi non darebbero vita alla legge elettorale “porcellum bis” a cui lavorano in questi stessi giorni. Vorrei limitarmi a far notare alcune cose, a proposito delle primarie, che forse sono trascurate da quei compagni (e ce ne saranno tanti) che andranno disciplinatamente a votare convinti (e non solo da “Repubblica”) di fare una cosa buona e giusta per la democrazia e per la sinistra.
Anzitutto per votare bisogna (oltre a versare due euro) sottoscrivere con la propria firma un documento e ci si impegna fin d’ora a votare per il centro-sinistra alle elezioni del 2013, chiunque sia il premier che vincerà, dichiarando altresì di approvare la “Carta d’intenti per l’Italia Bene Comune”; si diventa così a pieno titolo “elettore del centrosinistra”, ci si iscrive a un “Albo” (sic!) e si riceve anche il relativo “Certificato di elettore di centrosinistra” (sic!). Che anche questo pubblico impegno a votare qualcosa rappresenti una violazione del carattere libero e segreto del voto prescritto dalla Costituzione appare di certo una quisquilia ai compagni del PD. E se da qui alle elezioni (sei mesi circa!) l’elettore o l’elettrice cambiasse idea? Dovrebbe violare un impegno preso per iscritto, con la propria firma, oppure dovrebbe rinunciare a esprimere liberamente il proprio voto seguendo le convinzioni maturate nel frattempo? “Pinzillacchere!”, risponderebbero certo a questa obiezione, con un’alzata di spalle, i disinvolti sostenitori delle primarie.
Soffermiamoci allora su due questioni che mi paiono, francamente, non secondarie.
Primo: votando ci si impegna (come già hanno fatto Bersani, Vendola, Renzi, Puppato e Tabacci) a sostenere il premier che vincerà le primarie, chiunque egli sia, anzi – cito - “a collaborare pienamente e lealmente, in campagna elettorale e per tutta la durata della legislatura con il candidato premier scelto dalle primarie”. E pensare che c’è chi dice che va a votare per impedire la vittoria del pessimo e berlusconico Renzi! Ma se Renzi (per non dire del bravo democristiano Tabacci) vincesse le primarie, ebbene costui andrebbe sostenuto “pienamente e leamente”, e “per tutta la durata della legislatura”. Oppure la soluzione sarà l’italianissimo spergiuro? D’altra parte il documento già sottoscritto dai candidati e, al momento del voto anche dagli elettori delle primarie, chiarisce bene che se in futuro ci fossero discussioni nella coalizione, queste saranno risolte con una votazione...nei gruppi parlamentari. Dopo di che l’eventuale minoranza si impegna ad adeguarsi alla maggiornaza: una singolare riscoperta del centralismo democratico, che però avviene qui in una coalizione non in un Partito, e per giunta in Parlamento!
E veniamo alla seconda questione, cioè alla “Carta d’intenti per l’Italia Bene Comune” che si sottoscrive votando. Mi permetto di invitare i compagni e le compagne che intendono votare alle primarie a leggere almeno questo documento, e a leggerlo per intero.
È un programma di legislatura, e siccome in politica le cose che sono scritte contano tanto quanto le cose che sono taciute, non si può non notare che in questo programma non c’è una sola parola sul recupero dell’art.18, non c’è una sola parola sul folle “pacchetto” firmato con l’Europa,
non c’è una sola parola sulla necessità di porre fine alle missioni di guerra all’estero, non c’è una sola parola sulla tassa patrimoniale o sull’IMU da far pagare al Vaticano, e l’elenco potrebbe continuare. Questi silenzi significano semplicemente che tutte queste cose non fanno parte del programma di Governo del centrosinistra e del suo premier. Si è detto che, grazie all’eroico impegno del compagno Vendola, si è ottenuto che nella “Carta d’intenti” non fosse scritto, a chiare lettere, che occorre proseguire la politica di Monti. Non è vero neanche questo: leggo, addirittura nella solenne premessa, che: “L’Italia perderà se abbandonerà l’Europa e si rifugierà nel suo spirito corporativo...” (chi ha orecchie per intendere, intenda..). E nel punto 4 del capitolo finale intitolato “Responsabilità” leggo: “Assicurare la lealtà istituzionale agli impegni internazionali e ai trattati sottoscritti dal nostro Paese...”. È abbastanza chiaro? Se qualcuno ancora non avesse capito, o piuttosto facesse finta di non capire, la “Carta d’intenti” fa ulteriore chiarezza nel punto dedicato all’Europa: “La prossima maggioranza dovrà avere ben chiara questa bussola: nulla senza l’Europa”, e prosegue: “Qui vive la ragione più profonda che ci spinge a cercare un terreno di collaborazione con le forze del centro lberale. I democratici e i progressisti si impegnano a promuovere un accordo di legislatura con queste forze.” Dunque l’accordo (anzi un accordo di legislatura!) con l’UDC e simili “montiani” non è affatto un’eventualità, è – al contrario – un impegno già assunto solennemente con la “Carta d’intenti” dal PD, dalla sua coalizione, e da tutti quelli che, votando alle primarie, aderiranno alla “Carta d’intenti”.
Noi siamo certi che il compagno Salvi (il quale ha detto che andrà a votare Bersani) e il compagno Diliberto (il quale ha detto invece che andrà a votare Vendola, ma solo al primo turno) non avevano ancora letto la “Carta d’intenti” né il regolamento delle primarie e non sapevano che per votare avrebbero dovuto mettere la loro firma a questa robaccia.
sabato 17 novembre 2012
Il confronto. Col quale senza il quale tutto rimane tale e quale
Il confronto. Col quale senza il quale tutto rimane tale e quale
di Maria R. Calderoni
Commosso no, divertito no, fatto sognare no, portato davanti allo sbadiglio sì. E fatto rimpiangere il vero "X Factor", accidenti.
Sarà stato anche quel look nero-funerale, e quell'impareggiabile tono da bravi ragazzi che non hanno mai bigiato a scuola nemmeno una volta; sarà stata quella lezioncina a modo imparata diligentemente a memoria. Ma insomma, quando un barbudo Giuliano Ferrara, al termine del "Confronto", ha esclamato:, ci siamo sentiti risarciti.
Cinque Piccoli Indiani che si tagliano come il burro. Perbene, "carini", con un sacco di buone intenzioni: il lavoro, il progresso, il futuro, la parità di genere, la produzione qualificata a pro di imprese e di giovani, il Pil ma anche il Bil (brand Puppato), l'immigrazione, i bambini, gli omosessuali, i matrimoni gay.
Commosso no, divertito no, fatto sognare no, portato davanti allo sbadiglio sì. E fatto rimpiangere il vero "X Factor", accidenti.
Sarà stato anche quel look nero-funerale, e quell'impareggiabile tono da bravi ragazzi che non hanno mai bigiato a scuola nemmeno una volta; sarà stata quella lezioncina a modo imparata diligentemente a memoria. Ma insomma, quando un barbudo Giuliano Ferrara, al termine del "Confronto", ha esclamato:
Cinque Piccoli Indiani che si tagliano come il burro. Perbene, "carini", con un sacco di buone intenzioni: il lavoro, il progresso, il futuro, la parità di genere, la produzione qualificata a pro di imprese e di giovani, il Pil ma anche il Bil (brand Puppato), l'immigrazione, i bambini, gli omosessuali, i matrimoni gay.
Senza dimenticare un''Europa con l'anima", la Patria e la Chiesa. Quest'ultima anzi rigrazia: per Bersani la prima figura del suo Pantheon personale è Papa Giovanni, per Vendola il card. Martini (e Tabacci ci mette De Gasperi e Laura Puppato Tina Anselmi, estremisticamente spingendosi però fino a Nilde Iotti).
Talché suona come uno scoop fantastico la boutade del solito barbudo Ferrara: (Ferrara, ma che stai a di'?).
Comunque, tre dei (Non Magnifici) Cinque - Puppato, Vendola, Renzi - ci fanno sapere, grazie, che sono contro alla presenza di Pierfurbo Casini nella coalizione; Tabacci invece dice che vuol fare tale e quale Milano e Bersani il comunista prende tempo, si sa,, elementare Watson.
Beh, alla fine del Confrontone, uno si trova a domandarsi perché diavolo l'hanno fatto; e anche i giornalisti chiamati a dare il voto sono giù di corda. Per Telese hanno fatto quattro chiacchiere, per Sechi sono da bocciare in toto; e persino un imbarazzato Sarno, direttore dell'Unità,. Insomma, il famoso , non è riuscito a nessuno dei Cinque Piccoli Premier-In-Pectore.
Ha vinto Sky, che si è fatta un gran spottone "a gratis" (a noi invece conviene correre a comprare un Devoto-Oli nuovo di zecca: Vendola ha detto che l'Italia ha soprattutto bisogno di un e Bersani che c'è soprattutto urgenza di un , e chi lo sapeva?...)
Comunque, tre dei (Non Magnifici) Cinque - Puppato, Vendola, Renzi - ci fanno sapere, grazie, che sono contro alla presenza di Pierfurbo Casini nella coalizione; Tabacci invece dice che vuol fare tale e quale Milano e Bersani il comunista prende tempo, si sa,
Beh, alla fine del Confrontone, uno si trova a domandarsi perché diavolo l'hanno fatto; e anche i giornalisti chiamati a dare il voto sono giù di corda. Per Telese hanno fatto quattro chiacchiere, per Sechi sono da bocciare in toto; e persino un imbarazzato Sarno, direttore dell'Unità,
Ha vinto Sky, che si è fatta un gran spottone "a gratis" (a noi invece conviene correre a comprare un Devoto-Oli nuovo di zecca: Vendola ha detto che l'Italia ha soprattutto bisogno di un
Di’ qualcuno di sinistra
Di’ qualcuno di sinistra
di Massimo Gramellini
Alla domanda del conduttore di Sky su quale fosse la loro figura storica di riferimento, i candidati alle primarie del centrosinistra hanno risposto: De Gasperi, Papa Giovanni, Tina Anselmi, Carlo Maria Martini e Nelson Mandela. Tutti democristiani tranne forse Mandela, indicato da Renzi che, essendo già democristiano di suo, non ha sentito il bisogno di associarne uno in spirito.
Scelte nobili e ineccepibili, intendiamoci, come lo sarebbero state quelle di altri cattolici democratici, da Aldo Moro a don Milani, evidentemente passati di moda. Maciò che davvero stupisce è che a nessuno dei pretendenti al trono rosé sia venuto in mente di inserire nel campionario un poster di sinistra. Berlinguer, Kennedy, Bobbio, Foa.
Alla domanda del conduttore di Sky su quale fosse la loro figura storica di riferimento, i candidati alle primarie del centrosinistra hanno risposto: De Gasperi, Papa Giovanni, Tina Anselmi, Carlo Maria Martini e Nelson Mandela. Tutti democristiani tranne forse Mandela, indicato da Renzi che, essendo già democristiano di suo, non ha sentito il bisogno di associarne uno in spirito.
Scelte nobili e ineccepibili, intendiamoci, come lo sarebbero state quelle di altri cattolici democratici, da Aldo Moro a don Milani, evidentemente passati di moda. Maciò che davvero stupisce è che a nessuno dei pretendenti al trono rosé sia venuto in mente di inserire nel campionario un poster di sinistra. Berlinguer, Kennedy, Bobbio, Foa.
Mica dei pericolosi estremisti,mai depositari riconosciuti di quella che dovrebbe essere la formula originaria del Pd: diritti civili, questione morale, uguaglianza nella libertà. Almeno Puppato, pencolando verso l’estremismo più duro, ha annunciato come seconda «nomination» Nilde Iotti.
Dalle altre bocche non è uscito neppure uno straccio di socialdemocratico scandinavo alla Olof Palme.
Forse i candidati di sinistra hanno ignorato le icone della sinistra perché temevano di spaventare gli elettori potenziali. Così però hanno spaventato gli elettori reali. Quelli che non possono sentirsi rappresentati da chi volta le spalle alla parte della propria storia di cui dovrebbe andare più orgoglioso.
da La StampaForse i candidati di sinistra hanno ignorato le icone della sinistra perché temevano di spaventare gli elettori potenziali. Così però hanno spaventato gli elettori reali. Quelli che non possono sentirsi rappresentati da chi volta le spalle alla parte della propria storia di cui dovrebbe andare più orgoglioso.
martedì 16 ottobre 2012
Intervista a Luciano Gallino: «L'Italia ha bisogno di un New Deal»
Il centrosinistra è ormai una variante del partito neoliberale

di Francesca Fornario - Pubblico giornale
Luciano Gallino è la roccia millenaria che resta attaccata alla montagna dopo la frana. Franano i socialisti europei convertiti ai dogmi del (sempre più) libero mercato finanziario; si sgretola l’anima socialdemocratica del Pd perché – dice Gallino – «Il centrosinistra è ormai una variante del partito neoliberale, il partito del Ce lo chiede l’Europa e non abbiamo alternative».
Lui, il sociologo che negli anni cinquanta all’Olivetti indagava le trasformazioni del mercato del lavoro, resta immobile. E assiste, incredulo, allo smottamento: «Che fine ha fatto la prospettiva della piena occupazione?». Davanti alla platea di reduci di troppe sinistre chiamati a raccolta da Alba, alle 20 file di teste bianche e calve accorse a Torino per una due giorni sul lavoro, scruta il vuoto in cerca di conferme, come uno sopravvissuto al terremoto che torna al paese: «Lì c’era la scuola pubblica, e lì la sanità pubblica…».
Non potevamo più permettercele, dicono.
Lo dicono perché la gestione del welfare è un bottino che fa gola ai privati. Le imprese, con la complicità dei governi europei, puntano a mercificare lo stato sociale e la spesa pubblica. Per loro parliamo di 3mila 800 miliardi l’anno di merci da comprare e da vendere, non più servizi da erogare. La privatizzazione del welfare – la sanità, gli asili, i trasporti, le pensioni – è una grave lesione della democrazia, perché non puoi mica discutere alla pari con chi ti vende una merce.
Ma non potevamo più permetterci di mandare in pensione i lavoratori a 60 anni, dicono.
Chi dice che le pensioni ci costano 70miliardi l’anno o è uno sprovveduto o è in malafede, e usa questo argomento solo per favorire la privatizzazione del sistema pensionistico. La cassa dei lavoratori dipendenti è in attivo di otto, dieci miliardi l’anno. L’Inps è in attivo, va sotto solo perché deve far fronte a spese – sacrosante – che non le dovrebbero competere, come l’invalidità e la gestione degli interventi assistenziali speciali.
Bisogna tagliare i servizi per inseguire il pareggio di bilancio e ridurre il debito pubblico, dicono.
Sanno benissimo che il problema non è il debito. Tagliare 50 miliardi l’anno, come vorrebbero, significa solo smantellare lo stato sociale e affidarlo ai privati, aumentando i costi per i cittadini.
Ma lo dicono i tecnici.
No: lo dicono questi tecnici. Ma i tecnici non sono solo quelli che insegnano alla Bocconi. Esistono tecnici molto autorevoli che dicono cose di segno opposto. E poi non esistono governi tecnici. Al massimo esistono governi dove i tecnici prendono decisioni politiche. Si può ragionevolmente definire “tecnico” un ministro con competenze specifiche, come un medico che diventa ministro della Sanità, però poi le decisioni che si prendono sono sempre squisitamente politiche. Aumentare o diminuire le tasse universitarie, privilegiare le linee ferroviarie ad alta velocità a scapito dei treni regionali dei pendolari: cos’è se non politica?
Professore, allora ci dica lei che è un tecnico. Cosa farebbe?
L’Italia ha bisogno di un New Deal, un piano di investimenti pubblici come quello avviato da Roosevelt per portare gli Stati Uniti fuori dalla crisi del ‘29, molto simile a quella che stiamo subendo oggi. Con la crisi attuale l’Unione Europea ha superato i 25 milioni di disoccupati, e il dato non include i precari, tutti coloro i quali sono obbligati ad accettare un lavoro part-time pur desiderando e avendo bisogno di lavorare a tempo pieno, e ovviamente l’occupazione dell’economia sommersa, che in Italia il 22% del Pil: in Francia e in Germania è la metà: tutti lavoratori sfruttati e senza protezione.
Hanno sbagliato tecnica, i tecnici?
Dinnanzi a questa catastrofe l’Ue non ha una politica dell’occupazione. Ci sono vaghe politiche occupazionali fatte di incentivi e sconti (ad esempio se assumi un disoccupato), ma sono palliativi inefficaci – e lo dimostrano numerosi studi in materia – sono residui della dottrina liberista che è stata ampiamente sconfessata dai fatti.
Diceva «serve un nuovo New Deal». Serve l’intervento pubblico.
Il New Deal creava lavoro finanziando opere pubbliche e interventi sul territorio ad alta utilità sociale. Tra il ‘33 e il ‘43 negli Usa hanno operato tre agenzie pubbliche per il lavoro. Nel ‘33 hanno occupato 4 milioni di persone in tre mesi su tutto il territorio nazionale. La disoccupazione, che sfiorava il 25 per cento, è scesa di 11 punti prima di scomparire del tutto nel ‘39, con le politiche per il riarmo. In tutto queste agenzie hanno occupato 15 milioni di persone, costruendo 160mila chilometri di strade asfaltate e 800 mila di strade sterrate; 80mila ponti, 40mila scuole, un migliaio di aeroporti. A giovani che sembravano destinati alla marginalità e alla criminalità, hanno fatto piantare 3 miliardi di alberi, creando i grandi parchi nazionali per cui l’America oggi è nota. Anche in Tennessee, che era uno degli stati più poveri, hanno costruito 16 dighe.
di Francesca Fornario - Pubblico giornale
Luciano Gallino è la roccia millenaria che resta attaccata alla montagna dopo la frana. Franano i socialisti europei convertiti ai dogmi del (sempre più) libero mercato finanziario; si sgretola l’anima socialdemocratica del Pd perché – dice Gallino – «Il centrosinistra è ormai una variante del partito neoliberale, il partito del Ce lo chiede l’Europa e non abbiamo alternative».
Lui, il sociologo che negli anni cinquanta all’Olivetti indagava le trasformazioni del mercato del lavoro, resta immobile. E assiste, incredulo, allo smottamento: «Che fine ha fatto la prospettiva della piena occupazione?». Davanti alla platea di reduci di troppe sinistre chiamati a raccolta da Alba, alle 20 file di teste bianche e calve accorse a Torino per una due giorni sul lavoro, scruta il vuoto in cerca di conferme, come uno sopravvissuto al terremoto che torna al paese: «Lì c’era la scuola pubblica, e lì la sanità pubblica…».
Lo dicono perché la gestione del welfare è un bottino che fa gola ai privati. Le imprese, con la complicità dei governi europei, puntano a mercificare lo stato sociale e la spesa pubblica. Per loro parliamo di 3mila 800 miliardi l’anno di merci da comprare e da vendere, non più servizi da erogare. La privatizzazione del welfare – la sanità, gli asili, i trasporti, le pensioni – è una grave lesione della democrazia, perché non puoi mica discutere alla pari con chi ti vende una merce.
Ma non potevamo più permetterci di mandare in pensione i lavoratori a 60 anni, dicono.
Chi dice che le pensioni ci costano 70miliardi l’anno o è uno sprovveduto o è in malafede, e usa questo argomento solo per favorire la privatizzazione del sistema pensionistico. La cassa dei lavoratori dipendenti è in attivo di otto, dieci miliardi l’anno. L’Inps è in attivo, va sotto solo perché deve far fronte a spese – sacrosante – che non le dovrebbero competere, come l’invalidità e la gestione degli interventi assistenziali speciali.
Bisogna tagliare i servizi per inseguire il pareggio di bilancio e ridurre il debito pubblico, dicono.
Sanno benissimo che il problema non è il debito. Tagliare 50 miliardi l’anno, come vorrebbero, significa solo smantellare lo stato sociale e affidarlo ai privati, aumentando i costi per i cittadini.
No: lo dicono questi tecnici. Ma i tecnici non sono solo quelli che insegnano alla Bocconi. Esistono tecnici molto autorevoli che dicono cose di segno opposto. E poi non esistono governi tecnici. Al massimo esistono governi dove i tecnici prendono decisioni politiche. Si può ragionevolmente definire “tecnico” un ministro con competenze specifiche, come un medico che diventa ministro della Sanità, però poi le decisioni che si prendono sono sempre squisitamente politiche. Aumentare o diminuire le tasse universitarie, privilegiare le linee ferroviarie ad alta velocità a scapito dei treni regionali dei pendolari: cos’è se non politica?
Professore, allora ci dica lei che è un tecnico. Cosa farebbe?
L’Italia ha bisogno di un New Deal, un piano di investimenti pubblici come quello avviato da Roosevelt per portare gli Stati Uniti fuori dalla crisi del ‘29, molto simile a quella che stiamo subendo oggi. Con la crisi attuale l’Unione Europea ha superato i 25 milioni di disoccupati, e il dato non include i precari, tutti coloro i quali sono obbligati ad accettare un lavoro part-time pur desiderando e avendo bisogno di lavorare a tempo pieno, e ovviamente l’occupazione dell’economia sommersa, che in Italia il 22% del Pil: in Francia e in Germania è la metà: tutti lavoratori sfruttati e senza protezione.
Hanno sbagliato tecnica, i tecnici?
Dinnanzi a questa catastrofe l’Ue non ha una politica dell’occupazione. Ci sono vaghe politiche occupazionali fatte di incentivi e sconti (ad esempio se assumi un disoccupato), ma sono palliativi inefficaci – e lo dimostrano numerosi studi in materia – sono residui della dottrina liberista che è stata ampiamente sconfessata dai fatti.
Diceva «serve un nuovo New Deal». Serve l’intervento pubblico.
Il New Deal creava lavoro finanziando opere pubbliche e interventi sul territorio ad alta utilità sociale. Tra il ‘33 e il ‘43 negli Usa hanno operato tre agenzie pubbliche per il lavoro. Nel ‘33 hanno occupato 4 milioni di persone in tre mesi su tutto il territorio nazionale. La disoccupazione, che sfiorava il 25 per cento, è scesa di 11 punti prima di scomparire del tutto nel ‘39, con le politiche per il riarmo. In tutto queste agenzie hanno occupato 15 milioni di persone, costruendo 160mila chilometri di strade asfaltate e 800 mila di strade sterrate; 80mila ponti, 40mila scuole, un migliaio di aeroporti. A giovani che sembravano destinati alla marginalità e alla criminalità, hanno fatto piantare 3 miliardi di alberi, creando i grandi parchi nazionali per cui l’America oggi è nota. Anche in Tennessee, che era uno degli stati più poveri, hanno costruito 16 dighe.
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Gli effetti di questi movimenti sono stati diversi, a seconda della loro forza nella base del partito così come della presenza di potenziali alleati ai vertici. Se talvolta quei partiti si sono infatti rinnovati, aprendosi alle domande dal basso, in altri casi c'è stata invece una chiusura, con almeno due effetti disgreganti: abbandono da parte degli attivisti delusi e declino in termini elettorali.
La perdita degli attivisti - spesso considerati con fastidio dai vertici - ha in genere conseguenze nefaste per l'organizzazione, abbassando le barriere rispetto alle motivazioni opportunistiche di chi entra in politica per migliorare la propria condizione economica, e allontanando invece quelli che vedono nella politica un bene comune. Il caso che meglio illustra l'implosione del partito senza più attivisti è quello del Psi. La decisione di partecipare, nel 1963, al primo governo di centro-sinistra porterà, l'anno successivo, alla uscita dell'ala, minoritaria ai vertici, ma fortemente attiva, che fonderà il Partito Socialista di Unità Proletaria. Al declino elettorale (dal 20% del dopoguerra, il Psi si dimezzerà), seguirà una profonda degenerazione del partito stesso, frammentato in protettorati di politici rampanti, in un contesto di corruzione sempre più diffusa, che minerà l'identità di sinistra del partito, fino alla sua scomparsa a seguito degli scandali emersi nel 1992.
Come nel caso del Psi italiano, anche in quello del greco Pasok, il Partito socialista panellenico, lo spostamento a destra, fino al sostegno a un governo di grande coalizione, si è intrecciato a un crollo elettorale di dimensioni drammatiche. Un partito che aveva il 47% dei voti negli anni novanta raggiungerà appena il 12% nelle elezioni del 2012, passando da primo a terzo partito nel paese, mentre a competere con la destra resta la Coalizione della sinistra radicale, Syriza, che riuscirà ad occupare lo spazio abbandonato a sinistra dal Pasok.
Psiup e Syriza sono interessanti illustrazioni delle potenzialità in termini di politica elettorale che l'implosione dei partiti di centro-sinistra può aprire alla sinistra. Il Psiup ha rappresentato un onesto tentativo di difendere un'identità socialista di sinistra, con aperture ai movimenti che si svilupparono alla fine degli anni sessanta. Non a caso, il partito guadagnerà sostegno elettorale da quelle proteste, raggiungendo quasi il 5% alle elezioni politiche del 1968. La struttura organizzativa del partito rimarrà comunque ancorata a un centralismo democratico che ne limiterà la capacità di attrazione per gli attivisti dei movimenti, che nel frattempo sperimentano forme organizzative più decentrate e partecipate. Dopo l'insuccesso elettorale del 1972, il partito si dividerà infatti tra adesioni al Pci e allontanamenti dalla politica partitica verso quella dei movimenti.
Molto diversa sembra invece l'evoluzione di Syriza che, nata nella tradizione della sinistra radicale, si trasformerà profondamente dal punto di vista organizzativo, riprendendo dal movimento degli indignados istanze di orizzontalità, pluralità e inclusione dal basso. Il 27% degli elettori greci voterà Syriza nelle seconde elezioni del 2012 (erano stati solo il 4,6% nel 2009), premiando non solo una coerente opposizione alle politiche di austerity, ma anche una trasformazione nelle forme e nei modi del far politica del partito, che lo porterà ad aprirsi ben al di là della tradizionale base dei partiti della sinistra radicale.
Se è difficile dire in che misura il modello organizzativo proposto da Syriza sia applicabile al caso italiano, le opportunità che il prevedibile declino elettorale del centro-sinistra, compromesso col Caimano, aprono a una opposizione di sinistra non potranno essere colte senza una profonda trasformazione nella concezione stessa della politica.