Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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lunedì 3 dicembre 2012

Non voto alle primarie. Sono una gara di balestrieri

Non voto alle primarie. Sono una gara di balestrieri

di Ascanio Celestini -
Non ce la faccio ad appassionarmi alle primarie, non ci riesco proprio. Non mi stanno nemmeno antipatici i candidati. Non sono uno di quelli che si lamentano per lo spreco di soldi. Forse ne hanno persino guadagnati o se ne hanno persi l’hanno fatto perché era indispensabile. Per fare pubblicità si deve spendere molto, ma se funziona si venderà tanto. Ho cercato di seguirle. Non ho votato, ma ho provato ad immaginare che fossero un fenomeno interessante. Anzi addirittura una novità e persino un atto democratico. Ma non ci sono riuscito. Più ci penso e più mi sembrano vecchie. Un gioco divertente che però abbiamo già visto. Qualcosa di simile alle gare di tiro a segno con la balestra. Ci stanno i balestrieri con gli abiti medievali e la corte su un palchetto che segue lo spettacolo. Ci sono il principe e la principessa su due tronetti e i nobili della corte che sorridono bonariamente. C’è il banditore che legge una pergamena e il buffone che fa le boccacce, i saltimbanco che sghignazzano e i trombettieri che danno il via alla competizione con un sonoro squillo. Tu li guardi e ti sembrano veri. Anzi sono proprio veri, sono in carne e ossa, colorati come nei quadri degli Uffizi, hanno i pennacchi di vere piume di fagiano. Sono veri, ma non lo sono. Recitano. Giocano. Il principe non è un principe, ma il figlio del macellaio del paese che studia nella capitale e si mantiene facendo il barista. La principessa è davvero la sua fidanzata, ma non è nobile e non le importa di esserlo. Non vanno in carrozza, ma in motorino. I trombettieri suonano nella banda del paese e magari uno c’ha pure un quartetto jazz. Il banditore è un pensionato delle poste con una moglie scorbutica e un figlio geometra del comune. Il buffone è veramente un attore, perciò è il più vero e più finto di tutti. Lui finge per mestiere, è Amleto in calzamaglia col teschio in mano e Otello con la faccia sporca di nero, ma anche un camorrista per una fiction televisiva e un simpatico droghiere in una pubblicità di prosciutti. Gli spettatori sono vestiti normali. Hanno indosso gli abiti che mettono tutti i giorni in quella stagione. Hanno occhiali scuri e gonne corte, telefoni cellulari che fanno filmini e con una pasticca si curano malattie che nel rinascimento erano mortali. Fanno fotografie controllando l’orologio perché hanno pagato il parcheggio fino alle tredici e ventiquattro o perché hanno la prenotazione in qualche ristorante. Alla fine della gara molti andranno nelle vecchie osterie allestite per l’evento. Si mangerà la zuppa di farro e il cinghiale in locali chiamati “la vecchia po s t a ” e “la selva oscura”. Tra un pezzo di pecorino di fossa e un salamino di petto d’oca qualcuno suonerà la ghironda o l’arciliuto e alla fine un ciccione vestito da frate servirà l’amaro trappista. Tornando verso l’albergo i turisti attraverseranno strade sulle quali è stata buttata la paglia per nascondere il catrame. L’assessore allo sport, cultura, ambiente con delega speciale alla cura della sagra paesana ha fatto spegnere i lampioni illuminando le strade con le fiaccole e anche i cartelli stradali sono stati coperti da sacchi di iuta. Domani la vacanza finisce e dello spettacolo resteranno molte fotografie che si andranno a perdere in mezzo ai file del computer, un portacenere con il disegno di una piccola balestra da regalare ai nonni e una grossa puntura di ape su una coscia souvenir di una bella passeggiata al fiume. Tutto molto divertente, ma evidentemente vecchio e finto. Una cosa non è nuova solo perché è nata da poco. La ruota rotonda è una tecnologia antichissima, ma nemmeno a Marchionne verrebbe in mente di fare la Punto con le ruote quadrate. Le primarie sono una mezza novità, ma esprimono una maniera vecchia di pensare la politica. Sono fondate sulla delega. Ti dicono «votami e poi lasciami lavorare », ti ricordano che il tuo unico potere consiste nel dare il potere a loro, che tu non sarai mai in grado di fare ciò che loro fanno in maniera professionale. Il popolo è un bambino, ma nella democrazia della delega ha il diritto di scegliersi la mamma e il papà. Questo non significa che potrà decidere in quale casa andare a vivere o in quale posto andare in vacanza. Potrà provarci. Sarà ascoltato in merito all’acquisto della bicicletta, ma se la mamma insiste dovrà finirsi tutto il piatto di broccoli. In merito ad alcune dichiarazioni ci sarebbe molto da dire, ma sarebbe come commentare la gara dei balestrieri. Certo che quel gruppetto di politici se ne sono andati in giro per l’Italia vantandosi di averla attraversata tutta, ma si sono scordati che ognuno di loro aveva una responsabilità che ha messo da parte. Se un sindaco o governatore se ne va in giro a parlare di politica nazionale, chi ci sta nel suo ufficio a governare la città o la regione? È come se dicessero che la politica nazionale è comunque più importante e questa giustificazione deve bastare. In fondo Renzi l’ha detto che se perde torna a fare il sindaco. Come se fare il sindaco di Firenze fosse un ripiego. Come se stasera agli spettatori del teatro dove lavoro io dicessi «visto che non mi fanno fare una trasmissione in prima serata, sono venuto da voi». La novità è un’altra. È nella partecipazione attiva, nella democrazia diretta, nell’autorganizzazione che si sperimenta nelle centinaia di assemblee e presidi dalla Valle di Susa allo stretto di Messina. È difficile arrivarci. Ci vogliono un po’ di anni e tanta coscienza, ma vale la pena mettersi in marcia invece di sedersi sulla panchina della delega come pensionati della democrazia.

Dopo le primarie

DOPO LE PRIMARIE

di Tonino Bucci -
Le primarie, forse, cambieranno qualcosa più che nel Pd in quella galassia frastagliata che sta alla sua sinistra. Sì, perché la sconfitta di Vendola al primo turno ha convinto anche i possibilisti della vigilia che è stato un errore presentarsi e partecipare. E che ora quella rete di movimenti e forze politiche che sognano una sinistra alternativa a Monti, autonoma dal Pd, deve ricominciare tutto daccapo e fare in fretta, molto in fretta, se alle elezioni non vuole rischiare di rimanere senza rappresentanza.
L’assemblea organizzata ieri a Roma dai promotori della campagna “Cambiare si può” era per l’appunto la prima uscita pubblica di una rete di movimenti e intellettuali della sinistra diffusa. Tra loro, ex girotondi alla Paul Ginsborg, volti storici dell’intellettualità di sinistra come Marco Revelli, e poi comitati, la No Tav e il No Dal Molin, esponenti dei forum sociali, alcuni centri sociali, sindacalisti (soprattutto della Fiom, ma non solo), attivisti dei movimenti referendari e dei beni comuni. Una galassia in subbuglio che sa di avere poco tempo, ma già sogna alle elezioni quel che tutti ormai chiamano il quarto polo. Uno schieramento antiliberista e alternativo a Monti, ma anche al centrosinistra e al 5 Stelle di Grillo.
Nell’assemblea, però, si sono misurate anche pulsioni e umori contrastanti. Per un verso, è stata la platea dei big, dei de Magistris e degli Ingroia, applauditissimi entrambi, praticamente già incoronati leader honoris causa. «Io ci sto se vogliamo vincerle queste elezioni – dice il sindaco di Napoli – perché altrimenti ho tanto di quei problemi, lavoro venti ore al giorno come sindaco e non ci metterei tanto impegno». Anche Antonio Ingroia – un altro giudice, vuole il caso – è accolto da una standing ovation. «Ora bisogna osare quello che non si è mai osato. Non bisogna aver paura di aprire il libro dei sogni. La vera anomalia in questo paese è una classe dirigente che si è compromessa con reti criminali, perché garantendo i criminali garantiva se stessa. Il ventennio berlusconiano è stata l’apoteosi di questa linea tendenzialmente storica, che ha inferto ferite molto profonde al Paese e ha creato una frattura quasi insanabile tra cittadini e istituzioni. Ecco perché io dico che cambiare non solo si può ma si deve. E io sarò con voi, dal Guatemala o dall’Italia». E’ lui, Ingroia, il candidato naturale alla premiership del quarto polo. Lui però nicchia – come de Magistris, del resto. Tutti e due dicono ai giornalisti che è prematuro fare nomi, che sarà il movimento in piena autonomia a scegliersi il proprio leader.
Ma, dall’altra parte, l’assemblea di “Cambiare si può” è stata la rivincita della «società civile», dei comitati, dei soggetti reali, degli operai, delle donne e degli uomini (le prime un po’ poche, a dire la verità), di quelli che si dicono esasperati dei tatticismi della sinistra istituzionale e, in fondo, anche insofferenti dei partiti. La gran parte degli interventi è di denuncia: contro le politiche antipopolari di Monti, contro il liberismo, contro Napolitano, contro la gestione autoritaria di Marchionne in Fiat, contro l’austerity e i tagli imposte dalla Bce e dalla Commissione europea, contro il fiscal compact. Ma anche contro le primarie del Pd e la scelta autoreferenziale di Vendola di parteciparvi in una situazione di debolezza e subordinazione. Le primarie, appunto. Sono state – si percepisce dalle parole e dagli umori – la goccia che ha fatto traboccare il vaso dell’esasperazione. Vendola e la sua gestione personalistica di Sel sono additati come l’ennesima prova di una sinistra in veste istituzionale che cala dall’altro le proprie decisioni. Di una sinistra che in nome della ragione politica sacrifica i principi ideali oltre che gli interessi materiali del popolo che dovrebbe rappresentare. In molti rivangano anche l’esperienza fallimentare della Sinistra Arcobaleno, da non ripetersi, perché frutto di un accordo tra segreterie di partito che si spartivano le candidature.
Lista arancione. Una casa aperta anche ai partiti?
Ma da qui in poi è come un fiume in piena che s’ingrossa e rompe gli argini. L’insofferenza, in alcuni casi, l’avversione per i partiti si tocca con mano. L’intervento in apertura di Livio Pepino è drastico. La forma partito – dice – è andata in crisi e va messa in soffitta. La lista politica del quarto polo dovrà essere una lista di cittadinanza politica, democratica nei contenuti e nelle forme. Anche se Marco Revelli, nell’intervento che chiude la giornata, è consapevole che bisognerà portare «qualcosa di più di un pugno di persone in Parlamento», altrimenti non ci sarà nessuno a dire che «è necessario un altro modello, una svolta di sistema, perché dentro questo sistema si muore, e dietro Monti c’è un modello terribile che occupa l’Europa». La devastazione della Grecia dimostra che «dobbiamo scardinare l’asse del Nord e imporre la rinegoziazione del debito». Alla fine si è votato a stragrande maggioranza il percorso da seguire nelle prossime settimane. In tutti i territori verranno indette assemblee aperte tra il 14 e il 15 dicembre, spazi aperti in cui discutere. Poi un nuovo incontro nazionale entro la fine di dicembre per trarre le conclusioni e decidere il da farsi in vista delle elezioni.

3TH DECEMBER  PERSONS WITH DISABILITIES DAY
Bersani to be centre-left candidate in Italy's general elections

sabato 1 dicembre 2012

Dopo le primarie, reinventare la politica

di Rossana Rossanda - sbilanciamoci -

Promemoria

Promemoria è la rubrica settimanale di Rossana Rossanda, a margine dell’economia, dentro la politica
Le primarie del Pd obbligano a riflettere. Prima di tutto sulla infondatezza del ritornello secondo il quale gli italiani ne avevano abbastanza della politica e dei suoi riti, sommo dei quali sembrano le elezioni. Più di tre milioni di persone sono andati a esprimere un parere su chi doveva essere il candidato sfidante della sinistra, istituzionalmente non più che una raccomandazione, e per un esito non scontato. Lo stesso fenomeno si era verificato in Francia, dove si attendeva un vasto astensionismo alle presidenziali, mentre la partecipazione è stata elevata. Se ai politici si deve rimproverare la scarsa vicinanza alla popolazione, non è che giornalisti ne sentano meglio il polso. La gente è ancora interessata alla politica, se ne emoziona ancora, la premia o la punisce, e alcuni di noi si ostinano a credere che se le si offrissero argomenti e ragionamenti più persuasivi di quelli che le scodellano le tv, sarebbe pronta ad accoglierli.
Secondo oggetto di riflessione sono i risultati: il bacino dell’ex Pci e delle sinistre, dal quale venivano i votanti, si è diviso in tre culture. Culture, non personaggi. Bersani, il più noto, è passato in testa, è prevedibile che vi resterà; ma si trova alla sua sinistra e a destra due personaggi fra loro diversissimi e diversi anche da lui. Certo non pacifici compagni di strada. Il più seguito, il sindaco di Firenze Matteo Renzi, è una versione inedita del populismo di sinistra in veste italica, anzi propriamente toscana; il populismo classico raccoglie e indirizza a destra lembi di popolo lasciati a margine dallo sviluppo, o furiosi per le scelte deludenti della sinistra, gente insomma che ha di che lamentarsi, mentre quello di Renzi è soprattutto un giovanilismo senza troppi interrogativi e senza complessi: spostatevi, vecchi e incapaci, e fateci posto. Non me la sento neanche di rimproverargli l’effetto che il giovanilismo fa a chi si ricorda “Giovinezza giovinezza” da piccolo, perché il fascismo aveva un carico di contenuti che Renzi non ha, salvo forse un certo disprezzo, ai limiti del turpiloquio anch’esso toscano. Per il resto il renzismo non vuol dire nulla, salvo una smania di cambiare il personale politico, resa dubbia dall’essere tutti e inevitabilmente circondati da giovani intelligenti e vecchi scemi o viceversa, praticamente in eguale misura. Il solo movimento generazionale che ha scosso la società è stato il 68.
L’altro sfidante di Bersani, Nichi Vendola, è uscito terzo con il 15 per cento dei voti, prova che una voglia di sinistra coerente c’è. Se quel 15 percento si esprimesse anche su scala nazionale sarebbe non poco. Ma che cosa occorre oggi per essere in grado di contare? Da Rifondazione sono piovuti su Vendola molti fulmini, come se fosse in partenza un traditore; ma bisogna ammettere che il piede messo dentro la porta non garantisce di per sé quel quindici per cento del peso politico che il governatore della Puglia si propone e del quale ha bisogno per reggere.
E questo per due ragioni di fondo, che nelle primarie non sono state troppo esplicitate. La prima è che la linea di Monti è un blocco compatto, non facilmente emendabile neanche sotto aspetti minori; la seconda è che non è chiaro se e quanto, una volta premier, Bersani la vorrebbe emendare. Fra i guai prodotti da Berlusconi è che ha permesso a molti di credere che un governo, liberato dalle sue illegalità e sozzure, sarebbe andato ovviamente a sinistra sul piano politico e su quello economico. Cosa niente affatto vera. Monti era esente da questo ordine di pattume e appunto con lui una destra nuda e cruda è uscita in tutto il suo, diciamo così, splendore. Monti è la versione italiana di Angela Merkel, è più intelligente di Cameron, e il suo progetto non presenta interstizi nei quali infilare un po’ di ammorbidente ovatta. Far rimandare il rimborso del debito o ringoiare l’art.18 non sono modeste varianti, e anche ammesso che Monti, magari da presidente della repubblica, non vi si opponga, il muro che chi le propone si troverà davanti è immediatamente l’Europa.
La schiera dei paesi del nord, quelli per intenderci virtuosi, è quella che comanda. Se a Monti è stata risparmiata la troika, cioè sentirsi le zampe dell’Europa monetaria direttamente addosso, non sarà risparmiata certo a Bersani. Un vero cambiamento d’indirizzo, almeno in senso keynesiano o socialdemocratico sul serio, implicherebbe un’alleanza dei paesi del sud, sorretta da una solida sinistra. Della quale non vedo traccia né in Portogallo, né in Spagna, soltanto l’alternativa di Syriza in Grecia. E in Italia? La domanda può essere espressa anche così: quanto è lontano Bersani dalla filosofia di Monti e della Merkel? Bersani non come persona ma come Pd, come ex Pds, come ex Pci – fin dove è andato nella mutazione subita ormai più di venti anni fa? Una mutazione ideale, prima ancora che politica, l’adesione all’inevitabilità del capitalismo e ormai anche l’incapacità di opporsi almeno alla sua forma liberista. Questo è il problema che Alberto Asor Rosa lascia in penombra. Contro il liberismo si sollevano, ora come ora, soltanto alcuni singoli, vecchi o giovani, un sindacato, i movimenti, le occupazioni, la collera della gente, ma i governi appena insediati smettono di vederli e, se li vedono, gli scagliano addosso polizia e manganelli.
Contro questa Europa sentiamo voci autorevoli, sia dagli Stati Uniti, sia da noi; ma, ahimè, isolate. Siamo lontani da quella lunga marcia all’interno delle istituzioni, fra le quali metto anche la cultura “democratica” dominante, di cui parlava Rudi Dutschke. Ma questo è il punto, già reso evidente dalla china rovinosa delle politiche europee, per il resto tutto da reinventare, e che va molto oltre una mera occupazione elettorale dei palazzi del potere.

lunedì 26 novembre 2012

«Il risultato di Nichi è modesto, ma cambiare si può»

    
Parla Alfonoso Gianni dopo le primarie: «Bisognerà valutare anche altre strade. La discussione dentro e fuori Sel deve essere a tutto campo»

di Alfonso Gianni

Il risultato delle primarie merita un'analisi più approfondita, avendo in mano dati definitivi e riferiti a ogni singola regione e città. Ma certamente qualche cosa si può dire. Quando Renzi dice che la sua affermazione è avvenuta nelle regioni "rosse" dove più forte era il radicamento del vecchio Pci, dice il vero. Indica una mutazione iniziata da molto tempo , ma che ora subisce una accelerazione, nel corpo sociale che seguiva quel partito attraverso le sue varie trasformazioni. Quando Bersani dice che comunque il Pd vince, non ha torto (lui in particolare ne esce bene), ma probabilmente è una vittoria instabile, perchè la capacità di tenere insieme tutto il partito dopo l'affermazione di Renzi è dubbia.

Il risultato nazionale di Vendola è modesto solo se confrontato alle esagerate attese create ad arte dal gruppo dirigente. Per raggiungere risultati vincenti Vendola avrebbe dovuto seguire un'altra strada: porsi a capo della sinistra diffusa, aprire davvero i cantieri della sinistra, costringere per tempo il Pd a un reale confronto programmatico, non firmare all'ultimo momento una carta di intenti che ribadisce la fedeltà alla linea della Ue e rende Sel una forza embedded dentro quello schieramento. Questo non è successo, non c'è perciò da stupirsi del risultato, ma bisogna interrogarsi sul da farsi.

La presidenza è convocata per il 3 dicembre. Ma Vendola in Tv pochi minuti fa ha dichiarato che bisognerà valutare con attenzione cosa dicono Bersani e Renzi per decidere la scelta nel ballottaggio. Chi dovrebbe scegliere se non gli organismi dirigenti, quindi almeno la Presidenza? Ma soprattutto rimane aperto il problema di chi organizza e rappresenta la sinistra diffusa. Non certo una coalizione marcatamente segnata dalle politiche di Bersani condizionato da destra dalla forza di Renzi.

Per cui bisognerà valutare anche altre strade, come quella del documento "cambiare si può" che si riunisce a Roma il 1° dicembre. Insomma la discussione dentro e fuori Sel deve essere a tutto campo. I tempi sono molto brevi per gli errori e il tempo perduto nel passato. Ma sarebbe ancora peggio accettare in partenza che la sinistra non possa avere più voce nel paese e nelle istituzioni.

domenica 25 novembre 2012

Un nuovo muro di Berlino. La sinistra lo deve abbattere

24 novembre 2012- Fonte: il manifesto - lavorincorsoasinistra -

Intervista a Nichi Vendola
di Daniela Preziosi -
La guerra in Medioriente «il dramma di un popolo senza pace, l’indifferenza dell’Unione europea, che dovrebbe restituire il Nobel». Gli studenti pestati dalla polizia «che si ribellano perché la precarietà è il loro destino produttivo ed esistenziale». E ancora il ragazzino suicida a Roma, «sui nostri figli, sui nostri adolescenti piombano anche gli effetti di un contesto culturale che ha fatto della degradazione del corpo delle donne e del richiamo omofobo i tratti distintivi dell’individualismo proprietario e predatorio, filo rosso della rivoluzione reazionaria degli ultimi 30 anni, da Reagan a Berlusconi». «Sono con il mondo della scuola che torna in piazza».
Nichi Vendola, la sinistra del centrosinistra, domenica si gioca la sua partita più importante. Senza nulla togliere ai suoi due mandati in Puglia, per tenere fede ai quali ha fatto meno campagna elettorale dei suoi quattro sfidanti. Dice che domenica arriverà secondo, poi primo al ballottaggio. I sondaggi dicono terzo, «ma i sondaggi mi hanno sempre dato perdente in Puglia», e invece ha vinto due volte. Alle primarie gioca una partita che, comunque la si pensi, segnerà il futuro di tutta la sinistra.
Per la prima volta in questa campagna per le primarie chiede i matrimoni per gli e le omosessuali, le adozioni. E per la prima volta dopo tanti anni di politica ha parlato di sé, del suo fidanzato, del desiderio di un figlio. Sui diritti lei oggi ha radicalizzato le sue posizioni rispetto al passato. È stata una scelta mediatica, per caratterizzarsi meglio, nella campagna delle primarie?
No. Tutta la vita mi hanno detto che non si può morire di massimalismo. Un giorno ho pensato di dover dire l’altra verità, che non si può morire di minimalismo. Che la costruzione dei compromessi non può essere sempre l’argomento che occulta la resa della sinistra. Ma dico la verità: la parola è stata più veloce del pensiero, più rapida della decisione collettiva. Ho parlato di me, ho pensato a me quando ho proposto di rovesciare il tavolo dei tatticismi.
Nella sua campagna, iniziata solo dopo la sua assoluzione a Bari, ha toccato luoghi emblematici per il lavoro: Melfi, Pomigliano, Mirafiori. Molti degli operai licenziati da Marchionne votano per lei. Sul lavoro il governo Monti chiude in bruttezza, con il patto di produttività non firmato dal maggiore sindacato. Il Partito democratico ha cercato fino all’ultimo il sì della Cgil.
L’accordo è il trionfo dell’ideologia liberista. E le parole di Bersani sono acrobatiche. Caricare il tema della produttività tutto sulle spalle dei lavoratori è in perfetto stile Marchionne. Nel paese dell’Ocse che ha il vergognoso primato dei minori investimenti privati e pubblici nell’innovazione, spogliare il lavoro della protezione del contratto nazionale, che ci ha consentito di uscire dall’epoca delle gabbie salariali, aprire un varco al demansionamento e alla regressione di carriera e di salario, significa perseverare nel debilitare la civiltà del lavoro. Un’altra spinta verso la recessione, visto che i salari alla fine dei conti saranno più leggeri.
Quella liberista, perfino marchionnista, è una delle anime costitutive del Pd. Al di là di come andranno le primarie, e al netto di improbabili rotture nel Pd, nell’eventuale governo dovrà comunque farci i conti. La sua è una partita che ha delle chance?
Le primarie e la costruzione del centrosinistra sono l’unico campo di gioco per la sinistra. Al di fuori c’è solo Grillo. A questa partita non vado a cuor leggero e con un atteggiamento naif. So che nel Pd c’è una contesa aspra. Ma la mia partecipazione alle primarie ha obbligato tutti a una presa di distanza dai provvedimenti di Monti, e a archiviare la sua agenda. Il buon senso della mia piattaforma politico-culturale è rivelato dall’insostenibilità sociale delle politiche del rigore. La competizione è su formule astratte, come ‘bisogna rispettare gli impegni assunti con l’Europa’. La mia domanda ai miei competitor è: è sostenibile tagliare altri 45 miliardi di euro l’anno di spesa sociale?
È quello che impone il fiscal compact. Il Pd l’ha votato. Lei ci si allea…
No che non è possibile. Si è voluta imprigionare la realtà in una gabbia di superstizioni ideologiche e diktat feroci, con un’iniquità sociale che ha elementi di macelleria, come si vede in Grecia. La crepa che si sta aprendo sotto il paese, la sovrapposizione di crisi sociale e democratica, può consentirci la continuità con le politiche che hanno accelerato l’impoverimento? La mia critica al centrosinistra in ginocchio e subalterno ha radici nella condizione sociale del paese.

sabato 24 novembre 2012

"Due o tre cose non secondarie a proposito delle primarie", di Raul Mordenti

Autore: raul mordenti
        - controlacrisi -
Dunque, ci siamo: a conclusione di un battage mediatico senza precedenti, si vota per le primarie del centrosinistra. Il quotidiano-Vangelo (vulgo: “Repubblica”) garantisce a p. 13 del “Venerdì” del 23/11 che le primarie piacciono a tutti, ma piacciono ancora di più agli elettori del centrosinistra: il 79 % di amore per le primarie contro una media del 55%. Noi, che siamo comunisti e dunque rompiscatole, ci consoliamo con il gradimento più basso fra gli elettori “Altri/non collocati”, al 19% dei quali le primarie non piacciono per niente, mentre al 33% piacciono poco; ma (dobbiamo essere sinceri) ci consoliamo ancora di più leggendo due righe scritte in piccolissimo che ci svelano come il sondaggio di riferisca a 900 persone (sì, avete letto bene: novecento) e che si tratta insomma del solito sondaggio con cui “Vangelo-Repubblica” maschera le proprie direttive ai lettori.
Abbiamo argomentato altrove come le primarie siano “un’americanata a Roma” degna di Alberto Sordi, e però un’americanata tutt’altro che innocua, perché le primarie alludono allo stravolgimento della Costituzione (anzi lo praticano già!) prefigurando un Presidente del Consiglio (loro dicono: premier) eletto direttamente dal popolo, e non invece designato dal Presidente della Repubbica e votato dal Parlamento, come la nostra Costituzione invece prescrive. Non tornerò ora su questo argomento, anche perché se la Costituzione valesse qualcosa per i compagni del PD essi non darebbero vita alla legge elettorale “porcellum bis” a cui lavorano in questi stessi giorni. Vorrei limitarmi a far notare alcune cose, a proposito delle primarie, che forse sono trascurate da quei compagni (e ce ne saranno tanti) che andranno disciplinatamente a votare convinti (e non solo da “Repubblica”) di fare una cosa buona e giusta per la democrazia e per la sinistra.
Anzitutto per votare bisogna (oltre a versare due euro) sottoscrivere con la propria firma un documento e ci si impegna fin d’ora a votare per il centro-sinistra alle elezioni del 2013, chiunque sia il premier che vincerà, dichiarando altresì di approvare la “Carta d’intenti per l’Italia Bene Comune”; si diventa così a pieno titolo “elettore del centrosinistra”, ci si iscrive a un “Albo” (sic!) e si riceve anche il relativo “Certificato di elettore di centrosinistra” (sic!). Che anche questo pubblico impegno a votare qualcosa rappresenti una violazione del carattere libero e segreto del voto prescritto dalla Costituzione appare di certo una quisquilia ai compagni del PD. E se da qui alle elezioni (sei mesi circa!) l’elettore o l’elettrice cambiasse idea? Dovrebbe violare un impegno preso per iscritto, con la propria firma, oppure dovrebbe rinunciare a esprimere liberamente il proprio voto seguendo le convinzioni maturate nel frattempo? “Pinzillacchere!”, risponderebbero certo a questa obiezione, con un’alzata di spalle, i disinvolti sostenitori delle primarie.
Soffermiamoci allora su due questioni che mi paiono, francamente, non secondarie.
Primo: votando ci si impegna (come già hanno fatto Bersani, Vendola, Renzi, Puppato e Tabacci) a sostenere il premier che vincerà le primarie, chiunque egli sia, anzi – cito - “a collaborare pienamente e lealmente, in campagna elettorale e per tutta la durata della legislatura con il candidato premier scelto dalle primarie”. E pensare che c’è chi dice che va a votare per impedire la vittoria del pessimo e berlusconico Renzi! Ma se Renzi (per non dire del bravo democristiano Tabacci) vincesse le primarie, ebbene costui andrebbe sostenuto “pienamente e leamente”, e “per tutta la durata della legislatura”. Oppure la soluzione sarà l’italianissimo spergiuro? D’altra parte il documento già sottoscritto dai candidati e, al momento del voto anche dagli elettori delle primarie, chiarisce bene che se in futuro ci fossero discussioni nella coalizione, queste saranno risolte con una votazione...nei gruppi parlamentari. Dopo di che l’eventuale minoranza si impegna ad adeguarsi alla maggiornaza: una singolare riscoperta del centralismo democratico, che però avviene qui in una coalizione non in un Partito, e per giunta in Parlamento!
E veniamo alla seconda questione, cioè alla “Carta d’intenti per l’Italia Bene Comune” che si sottoscrive votando. Mi permetto di invitare i compagni e le compagne che intendono votare alle primarie a leggere almeno questo documento, e a leggerlo per intero.
È un programma di legislatura, e siccome in politica le cose che sono scritte contano tanto quanto le cose che sono taciute, non si può non notare che in questo programma non c’è una sola parola sul recupero dell’art.18, non c’è una sola parola sul folle “pacchetto” firmato con l’Europa,
non c’è una sola parola sulla necessità di porre fine alle missioni di guerra all’estero, non c’è una sola parola sulla tassa patrimoniale o sull’IMU da far pagare al Vaticano, e l’elenco potrebbe continuare. Questi silenzi significano semplicemente che tutte queste cose non fanno parte del programma di Governo del centrosinistra e del suo premier. Si è detto che, grazie all’eroico impegno del compagno Vendola, si è ottenuto che nella “Carta d’intenti” non fosse scritto, a chiare lettere, che occorre proseguire la politica di Monti. Non è vero neanche questo: leggo, addirittura nella solenne premessa, che: “L’Italia perderà se abbandonerà l’Europa e si rifugierà nel suo spirito corporativo...” (chi ha orecchie per intendere, intenda..). E nel punto 4 del capitolo finale intitolato “Responsabilità” leggo: “Assicurare la lealtà istituzionale agli impegni internazionali e ai trattati sottoscritti dal nostro Paese...”. È abbastanza chiaro? Se qualcuno ancora non avesse capito, o piuttosto facesse finta di non capire, la “Carta d’intenti” fa ulteriore chiarezza nel punto dedicato all’Europa: “La prossima maggioranza dovrà avere ben chiara questa bussola: nulla senza l’Europa”, e prosegue: “Qui vive la ragione più profonda che ci spinge a cercare un terreno di collaborazione con le forze del centro lberale. I democratici e i progressisti si impegnano a promuovere un accordo di legislatura con queste forze.” Dunque l’accordo (anzi un accordo di legislatura!) con l’UDC e simili “montiani” non è affatto un’eventualità, è – al contrario – un impegno già assunto solennemente con la “Carta d’intenti” dal PD, dalla sua coalizione, e da tutti quelli che, votando alle primarie, aderiranno alla “Carta d’intenti”.
Noi siamo certi che il compagno Salvi (il quale ha detto che andrà a votare Bersani) e il compagno Diliberto (il quale ha detto invece che andrà a votare Vendola, ma solo al primo turno) non avevano ancora letto la “Carta d’intenti” né il regolamento delle primarie e non sapevano che per votare avrebbero dovuto mettere la loro firma a questa robaccia.

sabato 17 novembre 2012

Il confronto. Col quale senza il quale tutto rimane tale e quale

Il confronto. Col quale senza il quale tutto rimane tale e quale
121113primariedi Maria R. Calderoni
Commosso no, divertito no, fatto sognare no, portato davanti allo sbadiglio sì. E fatto rimpiangere il vero "X Factor", accidenti.
Sarà stato anche quel look nero-funerale, e quell'impareggiabile tono da bravi ragazzi che non hanno mai bigiato a scuola nemmeno una volta; sarà stata quella lezioncina a modo imparata diligentemente a memoria. Ma insomma, quando un barbudo Giuliano Ferrara, al termine del "Confronto", ha esclamato: , ci siamo sentiti risarciti.
Cinque Piccoli Indiani che si tagliano come il burro. Perbene, "carini", con un sacco di buone intenzioni: il lavoro, il progresso, il futuro, la parità di genere, la produzione qualificata a pro di imprese e di giovani, il Pil ma anche il Bil (brand Puppato), l'immigrazione, i bambini, gli omosessuali, i matrimoni gay.
Senza dimenticare un''Europa con l'anima", la Patria e la Chiesa. Quest'ultima anzi rigrazia: per Bersani la prima figura del suo Pantheon personale è Papa Giovanni, per Vendola il card. Martini (e Tabacci ci mette De Gasperi e Laura Puppato Tina Anselmi, estremisticamente spingendosi però fino a Nilde Iotti).
Talché suona come uno scoop fantastico la boutade del solito barbudo Ferrara: (Ferrara, ma che stai a di'?).
Comunque, tre dei (Non Magnifici) Cinque - Puppato, Vendola, Renzi - ci fanno sapere, grazie, che sono contro alla presenza di Pierfurbo Casini nella coalizione; Tabacci invece dice che vuol fare tale e quale Milano e Bersani il comunista prende tempo, si sa, , elementare Watson.
Beh, alla fine del Confrontone, uno si trova a domandarsi perché diavolo l'hanno fatto; e anche i giornalisti chiamati a dare il voto sono giù di corda. Per Telese hanno fatto quattro chiacchiere, per Sechi sono da bocciare in toto; e persino un imbarazzato Sarno, direttore dell'Unità, . Insomma, il famoso , non è riuscito a nessuno dei Cinque Piccoli Premier-In-Pectore.
Ha vinto Sky, che si è fatta un gran spottone "a gratis" (a noi invece conviene correre a comprare un Devoto-Oli nuovo di zecca: Vendola ha detto che l'Italia ha soprattutto bisogno di un e Bersani che c'è soprattutto urgenza di un , e chi lo sapeva?...)

Di’ qualcuno di sinistra

Di’ qualcuno di sinistra
121114democrazia cristianadi Massimo Gramellini
Alla domanda del conduttore di Sky su quale fosse la loro figura storica di riferimento, i candidati alle primarie del centrosinistra hanno risposto: De Gasperi, Papa Giovanni, Tina Anselmi, Carlo Maria Martini e Nelson Mandela. Tutti democristiani tranne forse Mandela, indicato da Renzi che, essendo già democristiano di suo, non ha sentito il bisogno di associarne uno in spirito.
Scelte nobili e ineccepibili, intendiamoci, come lo sarebbero state quelle di altri cattolici democratici, da Aldo Moro a don Milani, evidentemente passati di moda. Maciò che davvero stupisce è che a nessuno dei pretendenti al trono rosé sia venuto in mente di inserire nel campionario un poster di sinistra. Berlinguer, Kennedy, Bobbio, Foa.
Mica dei pericolosi estremisti,mai depositari riconosciuti di quella che dovrebbe essere la formula originaria del Pd: diritti civili, questione morale, uguaglianza nella libertà. Almeno Puppato, pencolando verso l’estremismo più duro, ha annunciato come seconda «nomination» Nilde Iotti.
Dalle altre bocche non è uscito neppure uno straccio di socialdemocratico scandinavo alla Olof Palme.
Forse i candidati di sinistra hanno ignorato le icone della sinistra perché temevano di spaventare gli elettori potenziali. Così però hanno spaventato gli elettori reali. Quelli che non possono sentirsi rappresentati da chi volta le spalle alla parte della propria storia di cui dovrebbe andare più orgoglioso.
da La Stampa

lunedì 15 ottobre 2012

Veltroni lascia il Parlamento:

 "Non mi ricandido alle politiche". Chi ha il coraggio di dirlo agli africani?
Riappare a sorpresa Walterino Veltroni e annuncia che non si ricandiderà in Parlamento: "Non ha a che fare con Renzi - premette intervistato da Fabio Fazio a 'Che tempo che fa' - già nel 2006 dissi a lei, ero candidato a sindaco, che una volta conclusa la mia esperienza avrei smesso di fare la politica professionalmente, dopo di che mi è stato chiesto di fare una cosa alla quale non potevo opporre le mie scelte personali di vita e cioè il candidato alla presidenza del consiglio. L'ho fatto, 12 mln di persone hanno votato per me. Nel 2009 ho deciso di dimettermi e sono state dimissioni vere, ma in quel momento ho dentro di me confermato la decisione che oggi ribadisco: non mi ricandiderò alle prossime elezioni politiche". Finalmente diranno in tanti, anche perché in effetti molti c'avevano creduto e sperato già anni fa quando, come ha ammesso anche stasera, Walterino aveva detto che avrebbe lasciato tutto per andare in Africa per progetti di solidarietà e aiuto. Adesso potrebbe essere la volta buona, ma chi glielo dice agli africani?!

martedì 2 ottobre 2012

Claudio Grassi

Nichi, ma quali primarie? Il Big bang lo fa Renzi!

Quando nel 2005 Rifondazione Comunista decise – a maggioranza – di partecipare alle primarie di Prodi in molti nel Prc esprimemmo un parere contrario. La nostra critica era sull’uso dello strumento in sé. Ritenevamo che le primarie fossero sbagliate in quanto tali, perché alimentavano il processo di personalizzazione della politica. Ed eravamo anche critici sulla scelta di avviare un percorso che ci portasse alla partecipazione al Governo senza precisi impegni programmatici. A distanza di sette anni si può ragionare anche criticamente su quelle posizioni che assumemmo (è vero, per esempio, che in alcuni casi le primarie hanno consentito di eleggere sindaci di sinistra che altrimenti non sarebbero mai passati: Pisapia, Zedda, Doria, lo stesso Vendola in Puglia. Ma è altrettanto vero che in molti altri casi hanno fatto emergere elementi di corruzione e di compravendita di voti). In ogni caso quella esperienza ci portò ad una grave sconfitta politica. Il tentativo di condizionare il centro sinistra attraverso la nostra presenza all’interno e la forza dei movimenti dall’esterno, si rivelò fallimentare. Sotto il ricatto di non far cadere il Governo e – quindi – di far tornare la destra fummo costretti a votare provvedimenti che dilapidarono la credibilità che avevamo acquisito negli anni passati. Si ruppe il rapporto con i movimenti e si creò una forte delusione tra i lavoratori. Il risultato fu che – dopo meno di due anni – tutta la Sinistra fu estromessa dal Parlamento. Dentro Rifondazione Comunista si aprì il percorso per una ennesima scissione.

Oggi – come se nulla fosse successo – Nichi Vendola annuncia che parteciperà alle primarie del centrosinistra. Penso sia un grave errore politico. Non solo rimuove le difficoltà che abbiamo vissuto, perché partecipare alle primarie significa poi accettare di votare tutto quello che decide la maggioranza della coalizione, ma non considera che oggi il quadro politico ed economico è molto più arretrato del 2006. La cosa che mi impressiona di Sel – nel fare questa scelta di internità al centro sinistra – è la completa rimozione di quanto accaduto sia nel 1996 che nel 2006. Quali sono oggi gli elementi che potrebbero far pendere il pendolo in senso positivo? Mi sforzo di cercarli, ma non li vedo. Al contrario vedo una situazione ancor più difficile. Il Pd ha votato il Fiscal Compact, la riforma Fornero, abolizione dell’art.18 e mi pare difficile che un partito accetti di sopprimere delle leggi che ha appena votato! Per non parlare delle missioni militari. Sullo sfondo – anche se ne parliamo poco – i venti di guerra (Siria e Iran) non sono sopiti. Capisco anche che per Sel – dopo tutto quello che è stato detto in questi anni – non partecipare alle primarie significherebbe rinunciare ad un obiettivo quasi “costitutivo”. Ma come si fa a non riconoscere che rispetto a due anni fa quello che si pensava di ottenere con le primarie – ammesso che fosse realistico – non si intravede più nemmeno sullo sfondo? Veramente qualcuno pensa di poterle vincere e per questa via – come si diceva – determinare il big bang e costruire una grande sinistra? Tutto capovolto! Oggi il big bang può esserci, ma prodotto da un “rottamatore di destra” che, infatti, ha messo in un angolo la candidatura del Presidente della Puglia e lo scontro è tutto interno al Pd. Certo, le primarie possono ridare visibilità e conosciamo le capacità mediatiche di Nichi Vendola. Ma questo può servire per uscire da un cono d’ombra e anche risalire un po’ nei sondaggi, ma non a risolvere questi gravissimi problemi.
Detto questo non condividiamo, ma non demordiamo. Confidiamo nel fatto che in questo groviglio di incognite che è ancora di fronte a noi ( la legge elettorale, una eventuale ricandidatura di Monti e quindi la costruzione di una nuova lista di centro, la collocazione dell’Idv…) si possa aprire un cantiere unitario tra le forze che oggi si oppongono da sinistra a Monti e alle sue politiche. E non si venga a dire che sarebbe la riedizione dell’Arcobaleno! È vero esattamente il contrario! Nel 2008 fu una operazione che metteva assieme forze che si erano logorate in un Governo che aveva fatto una politica antipopolare, oggi si metterebbero assieme forze che hanno fatto opposizione a questo e al precedente Governo, che hanno visto giusto su Marchionne, che hanno dimostrato di non essere affatto minoritarie con la vittoria dei Referendum su acqua e nucleare e con i sindaci in importantissime città! Perchè non crederci? La crisi economica richiede alternative reali e questo è compreso anche da tanta parte della popolazione. Ma perché ciò si trasformi in consenso e adesione è indispensabile che la nostra proposta sia credibile. E la nostra credibilità passa necessariamente attraverso un processo di unità. Una strada “pulita” per fare tutto questo c’era e c’è. È quella che è in campo in Sicilia, nei referendum e che recentemente ha proposto anche De Magistris. Noi – fiduciosi – continueremo a lavorarci fino all’ultimo minuto utile, come ho detto anche in un recente dibattito a Napoli con De Magistris, Rinaldini, Migliore, Agnoletto (qui il video).

domenica 22 gennaio 2012

Le elezioni prima delle elezioni

di: Stefano Rizzo paneacqua
Illinois, Michigan, Wisconsin, Ohio, Pennsylvania. Se in questi stati un tempo industriali e ora fortemente colpiti dalla recessione i democratici riusciranno a convincere gli elettori che le ricette neoliberiste repubblicane non producono posti di lavoro ma soltanto più povertà e più disuguaglianze, allora ci sono delle possibilità anche a livello nazionale per Obama e per il partito democratico

La prima vera battaglia per le presidenziali americane ci sarà probabilmente a fine giugno in Wisconsin. E’ in quello stato del Midwest che si stanno radunando le truppe per uno scontro dal quale emergeranno indicazioni significative su chi sarà il vincitore a novembre e su quali saranno gli equilibri politici nel nuovo Congresso. E’ una storia che abbiamo già in parte raccontato e che risale alla primavera scorsa quando svariati neoeletti governatori repubblicani incominciarono a mettere in atto una serie di politiche di austerità e di riduzione del bilancio dei rispettivi stati, con annesse politiche antisindacali, che provocarono massicce manifestazioni di protesta in tutta la regione.

L’alfiere di questa nuova politica fu appunto il governatore del Wisconsin, Scott Walker, eletto l’anno prima in una elezione che rovesciò i risultati ottenuti da Obama nel 2008. Mentre Obama aveva vinto in Winsconsin con un margine di ben 14 punti percentuali sul suo avversario McCain, solo due anni dopo le assemblee legislative e il governatore dello stato passarono nelle mani dei repubblicani: era uno dei tanti segnali dello scontento montante nell’elettorato per la crisi economica, sfruttato ampiamente dal partito repubblicano e dalla sua ala estremista dei Tea Party e favorito dalla debole risposta dei candidati democratici.
USA REPUBLICAN PRIMARY

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