Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!

lunedì 3 dicembre 2012

Dopo le primarie

DOPO LE PRIMARIE

di Tonino Bucci -
Le primarie, forse, cambieranno qualcosa più che nel Pd in quella galassia frastagliata che sta alla sua sinistra. Sì, perché la sconfitta di Vendola al primo turno ha convinto anche i possibilisti della vigilia che è stato un errore presentarsi e partecipare. E che ora quella rete di movimenti e forze politiche che sognano una sinistra alternativa a Monti, autonoma dal Pd, deve ricominciare tutto daccapo e fare in fretta, molto in fretta, se alle elezioni non vuole rischiare di rimanere senza rappresentanza.
L’assemblea organizzata ieri a Roma dai promotori della campagna “Cambiare si può” era per l’appunto la prima uscita pubblica di una rete di movimenti e intellettuali della sinistra diffusa. Tra loro, ex girotondi alla Paul Ginsborg, volti storici dell’intellettualità di sinistra come Marco Revelli, e poi comitati, la No Tav e il No Dal Molin, esponenti dei forum sociali, alcuni centri sociali, sindacalisti (soprattutto della Fiom, ma non solo), attivisti dei movimenti referendari e dei beni comuni. Una galassia in subbuglio che sa di avere poco tempo, ma già sogna alle elezioni quel che tutti ormai chiamano il quarto polo. Uno schieramento antiliberista e alternativo a Monti, ma anche al centrosinistra e al 5 Stelle di Grillo.
Nell’assemblea, però, si sono misurate anche pulsioni e umori contrastanti. Per un verso, è stata la platea dei big, dei de Magistris e degli Ingroia, applauditissimi entrambi, praticamente già incoronati leader honoris causa. «Io ci sto se vogliamo vincerle queste elezioni – dice il sindaco di Napoli – perché altrimenti ho tanto di quei problemi, lavoro venti ore al giorno come sindaco e non ci metterei tanto impegno». Anche Antonio Ingroia – un altro giudice, vuole il caso – è accolto da una standing ovation. «Ora bisogna osare quello che non si è mai osato. Non bisogna aver paura di aprire il libro dei sogni. La vera anomalia in questo paese è una classe dirigente che si è compromessa con reti criminali, perché garantendo i criminali garantiva se stessa. Il ventennio berlusconiano è stata l’apoteosi di questa linea tendenzialmente storica, che ha inferto ferite molto profonde al Paese e ha creato una frattura quasi insanabile tra cittadini e istituzioni. Ecco perché io dico che cambiare non solo si può ma si deve. E io sarò con voi, dal Guatemala o dall’Italia». E’ lui, Ingroia, il candidato naturale alla premiership del quarto polo. Lui però nicchia – come de Magistris, del resto. Tutti e due dicono ai giornalisti che è prematuro fare nomi, che sarà il movimento in piena autonomia a scegliersi il proprio leader.
Ma, dall’altra parte, l’assemblea di “Cambiare si può” è stata la rivincita della «società civile», dei comitati, dei soggetti reali, degli operai, delle donne e degli uomini (le prime un po’ poche, a dire la verità), di quelli che si dicono esasperati dei tatticismi della sinistra istituzionale e, in fondo, anche insofferenti dei partiti. La gran parte degli interventi è di denuncia: contro le politiche antipopolari di Monti, contro il liberismo, contro Napolitano, contro la gestione autoritaria di Marchionne in Fiat, contro l’austerity e i tagli imposte dalla Bce e dalla Commissione europea, contro il fiscal compact. Ma anche contro le primarie del Pd e la scelta autoreferenziale di Vendola di parteciparvi in una situazione di debolezza e subordinazione. Le primarie, appunto. Sono state – si percepisce dalle parole e dagli umori – la goccia che ha fatto traboccare il vaso dell’esasperazione. Vendola e la sua gestione personalistica di Sel sono additati come l’ennesima prova di una sinistra in veste istituzionale che cala dall’altro le proprie decisioni. Di una sinistra che in nome della ragione politica sacrifica i principi ideali oltre che gli interessi materiali del popolo che dovrebbe rappresentare. In molti rivangano anche l’esperienza fallimentare della Sinistra Arcobaleno, da non ripetersi, perché frutto di un accordo tra segreterie di partito che si spartivano le candidature.
Lista arancione. Una casa aperta anche ai partiti?
Ma da qui in poi è come un fiume in piena che s’ingrossa e rompe gli argini. L’insofferenza, in alcuni casi, l’avversione per i partiti si tocca con mano. L’intervento in apertura di Livio Pepino è drastico. La forma partito – dice – è andata in crisi e va messa in soffitta. La lista politica del quarto polo dovrà essere una lista di cittadinanza politica, democratica nei contenuti e nelle forme. Anche se Marco Revelli, nell’intervento che chiude la giornata, è consapevole che bisognerà portare «qualcosa di più di un pugno di persone in Parlamento», altrimenti non ci sarà nessuno a dire che «è necessario un altro modello, una svolta di sistema, perché dentro questo sistema si muore, e dietro Monti c’è un modello terribile che occupa l’Europa». La devastazione della Grecia dimostra che «dobbiamo scardinare l’asse del Nord e imporre la rinegoziazione del debito». Alla fine si è votato a stragrande maggioranza il percorso da seguire nelle prossime settimane. In tutti i territori verranno indette assemblee aperte tra il 14 e il 15 dicembre, spazi aperti in cui discutere. Poi un nuovo incontro nazionale entro la fine di dicembre per trarre le conclusioni e decidere il da farsi in vista delle elezioni.
Ma alla fine il nodo che avrà attraversato molti dei quarantasette interventi, rimane. Resta, appunto, la contraddizione fra l’obiettivo di aprire a sinistra uno spazio pubblico, partecipato, aperto al dialogo e al confronto, da un lato, e la preclusione verso le forze organizzate e i partiti, dall’altro. Il problema, per sfuggire a ogni ipocrisia, si pone soprattutto nei riguardi di Rifondazione, il partito che in questi anni più ha spinto per la costituzione di un polo autonomo della sinistra di alternativa, che metterà nell’impresa qualcosa come quarantamila militanti e dalla quale, tuttavia, nelle opinioni più estremistiche, si pretende l’autoscioglimento. Ma, al tempo stesso, c’è la consapevolezza che bisognerà costruire una lista più ampia possibile per superare lo sbarramento. L’aspetto organizzativo sarà cruciale nella discussione e da esso, probabilmente, dipenderanno anche i destini della lista arancione. Sarà la casa di tutti, una casa plurale?
Tuttavia nessuno, al momento, è in grado di prevedere se e quali margini di coinvolgimento di altre forze politiche avrebbe il quarto polo. Sulla carta, lo spazio per un’aggregazione del genere ci sarebbe, tra il Pd e Grillo. Soltanto che i confini di quest’area appaiono incerti, fluidi, suscettibili di dilatarsi o restringersi a seconda delle circostanze. Teoricamente l’operazione potrebbe coinvolgere non solo Rifondazione e il resto della Fds, ma anche altri cespugli come Sinistra Critica e, persino, altri partiti come l’Idv, incerti sulla propria collocazione. Il partito di Di Pietro è reduce da un periodo burrascoso, sia per le vicende di corruzione di cui sono stati accusati alcuni esponenti locali, sia per la rottura delle relazioni con Pd e Sel. L’Idv discuterà la propria linea politica il 15 dicembre. Al momento, sembra oscillare tra gli appelli al centrosinistra per una discontinuità con le politiche di Monti e la tentazione di partecipare a un fronte dei “non allineati”.
Un discorso a parte merita Sel, che al momento è ferma sulla scelta di un asse con il Pd. All’assemblea di ieri, però, hanno partecipato anche molti esponenti del partito di Vendola, dissidenti o critici sulla linea fin qui seguita. Una cosa è certa fin d’ora. Il quarto polo, se vedrà la luce, non dovrà avere il senso di un cartello raccogliticcio. Una lista unitaria o sarà il frutto di una spinta reale della cosiddetta “società civile” oppure non avrà gambe su cui camminare.
Il Pd non è in crisi
L’operazione, però, è tutt’altro che facile, non solo per i tempi che stringono. Il quarto polo deve essere in grado di lanciare una sfida nientemeno che al Pd e alla sua agenda politica. Le primarie hanno dimostrato che il Partito democratico non è affatto in crisi. Bersani & Co avranno pure tante gatte da pelare – troppe anime interne, visioni contrastanti, la prospettiva di dover governare in un momento di crisi – eppure il Partito democratico tiene nei consensi malgrado abbia scelto di sostenere un governo antipopolare come quello guidato da Monti. Col senno di poi i pronostici di un Pd destinato a entrare in rotta di collisione con la base e il proprio elettorato si sono rivelati infondati. Almeno sino a ora. Nonostante il Partito democratico abbia votato in parlamento tutte le misure del governo Monti, comprese quelle socialmente più onerose, dalle imposte inique alla riforma delle pensioni, fino alla cancellazione dell’articolo 18, esso si conferma, perlomeno nei sondaggi, il primo partito italiano. I numeri della partecipazione al primo turno delle primarie – oltre tre milioni di persone – dimostrano che il Pd mantiene una capacità di mobilitazione da non sottovalutare. E’ vero che rispetto alle primarie dell’Unione tenute nel 2007 mancano all’appello un milione e duecentomila voti. Eppure tre milioni rimangono una cifra non indifferente in tempi di crisi della politica e di un sentimento di insofferenza nei confronti dei partiti ormai diffuso nella società italiana. Ma la circostanza più sorprendente è che le primarie dell’Unione nel 2007 si svolgevano al termine di un periodo di cinque anni di opposizione al governo berlusconiano, mentre quelle di domenica scorsa si sono tenute dopo un anno nel quale il Pd non ha mai fatto mancare il proprio sostegno a un governo di lacrime e sangue.
La capacità di tenuta del Pd deve far riflettere la sinistra di alternativa. Non basta la crisi, non basta il malcontento sociale, non è bastata neppure la scelta del partito di Bersani di aprire la strada al governo dei tecnici per polarizzare i consensi nel campo della sinistra di alternativa – come avviene invece in altri paesi europei dove le forze che si oppongono alle misure di austerità ottengono percentuali in crescita. Non esistono scorciatoie. Eppure non si può sostenere che in Italia non ci una protesta sociale. Il paese non è indifferente alla crisi, ormai la sentono anche i ceti medi. Non è per questo che il Pd può permettersi di votare in parlamento le misure di austerità senza doverne pagarne le conseguenze in termini di consensi. Nel nostro paese esiste – eccome – un malcontento diffuso che lo rende simile agli altri paesi dell’Europa mediterranea. Se qui da noi il disagio sociale non raggiunge gli stessi picchi di visibilità della Spagna o, ancor più, della Grecia, dipende da altro, dal fatto che non c’è una sinistra di alternativa all’altezza o che quel disagio si costituisce politicamente in modi del tutto anomali e differenti rispetto ad altri paesi.
Sul primo punto è facile dire. La sinistra di alternativa è oggi una galassia frammentata, nella quale nessuna delle forze presenti è in grado, da sola, di rappresentarne la totalità e di incidere in maniera efficace nella politica nazionale. Allo stato attuale le forze che si muovono in questo campo non costituiscono un’offerta politica credibile. Se un partito come il Pd mantiene inalterato il proprio consenso anche avendo sposato le ricette antipopolari di Monti come unica risposta possibile alla crisi, ciò dipende anche dall’assenza alla sua sinistra di una forza consistente. Nessuna sigla nel campo della sinistra di alternativa è oggi, da sola, nelle condizioni di potersi anche solo avvicinare a percentuali elettorali a due cifre. Perché possa nascere in questo campo un soggetto unitario capace di contendere al Pd l’egemonia – un soggetto organizzato, dotato di massa critica e di un programma autonomo – non basta soltanto sommare l’esistente. Occorrerebbe anche – come è avvenuto in Spagna e in Grecia – una capacità di rinnovamento nei linguaggi e nei propri quadri dirigenti che finora è mancata.
C’è di più, però. Se la sinistra di alternativa non riesce a intercettare la protesta è perché questa in Italia, a differenza di altri paesi, tende a costituirsi come protesta contro il sistema politico, contro gli apparati, contro i ceti politici. Già fin d’ora nell’opinione pubblica prende corpo una polarizzazione che probabilmente segnerà la campagna elettorale dei prossimi mesi. Da un lato, le forze politiche che, grosso modo, hanno sostenuto Monti e che, in nome del realismo, si accreditano a governare il paese; dall’altro, il fronte della protesta, della critica ai partiti e alle istituzioni, capitalizzato dal Movimento 5 Stelle. Le recenti elezioni regionali in Sicilia hanno già fornito una versione in anteprima di questa contrapposizione tra Grillo e gli altri partiti, secondo lo schema uno contro tutti. Ai margini della scena rimane il vecchio centrodestra berlusconiano-leghista, ormai in dissoluzione e in via d’essere sostituito da un neocentrismo imperniato sui Monti, sui Montezemolo e sui Casini.
Sel e Rifondazione. E adesso?
L’ipotesi del quarto polo, infine, riporta all’ordine del giorno la questione dei rapporti a sinistra, in primo luogo tra Rifondazione comunista e Sel. Che cosa ha impedito, fino a oggi, il rapporto tra due forze che hanno in comune gli stessi valori politici? Certo, le rivalità, le biografie politiche, le vicende passate, gli intrecci. La stessa nascita di Sel, per come è avvenuta, in seguito a una scissione dal Prc e sugli strascichi del congresso di Chianciano che aveva spaccato il partito a metà, ha reso tutto più complicato. Ma questo non basta a spiegare la difficoltà dei rapporti a sinistra. L’unità è stata impedita anche dalla presenza di strategie politiche diverse, la più importante delle quali ha riguardato proprio l’investimento o meno sulle primarie del centrosinistra. Da un lato, la scelta di Vendola, perseguita con tenacia da almeno un paio d’anni a questa parte, di puntare tutto sulla propria candidatura, convinto che avrebbe scompaginato il Pd, modificato l’agenda politica del centrosinistra e, per questa via, abolita la distinzione tra le due sinistre, di cui una maggioritaria, legittimata a governare, moderata, l’altra, invece, radicale ma minoritaria, emarginata e ininfluente. Del tutto antitetica, sull’altro versante, la linea di Rifondazione comunista, contraria alle primarie perché ritenute un recinto, all’interno del quale risulterebbe impossibile – con gli attuali rapporti di forza – sottrarsi all’egemonia del Pd e a un programma di governo praticamente in linea con il fiscal compact e le misure di austerità imposte dai vertici dell’Unione Europea.
I risultati di domenica consentono di tirare qualche conclusione. Il peso di Vendola non va oltre il quindici per cento, circa un sesto degli elettori di centrosinistra che hanno partecipato. Una percentuale ben al di sotto delle aspettative evocate fino alla vigilia del voto, che riduce al minimo la possibilità del leader di Sel di condizionare in futuro un eventuale governo a trazione Pd, magari con l’Udc in veste di alleato (senza contare l’effetto che avrebbe una ipotetica vittoria di Renzi al ballottaggio con Bersani). Ma soprattutto le primarie non hanno affatto favorito la riunificazione della sinistra, né tantomeno abolito la distinzione tra sinistra moderata e sinistra radicale. Semmai il risultato raggiunto è stato quello di consolidare la leadership del Partito Democratico e di aver esasperato le divisioni tra le forze alla sua sinistra. Vendola avrebbe potuto evitare la sconfitta alle primarie – di questo si tratta – solo se, invece di affidarsi unicamente alla propria immagine, avesse avuto alle spalle una massa critica più consistente. Se anziché dividere, il leader di Sel avesse scelto di farsi portavoce di una sinistra diffusa, forse le cose sarebbero andate in modo diverso. Ma invece di curare quelle relazioni che avrebbero mobilitato il “popolo di sinistra” Vendola ha perso per strada i pezzi: prima l’Idv, estromessa dalla coalizione di centrosinistra perché incompatibile col programma di governo, poi la Fiom, con cui i rapporti si sono intiepiditi, infine settori dell’intellettualità di sinistra che poi hanno dato vita ad Alba.
D’altra parte, le cose non vanno bene neppure per chi ha resistito alla chimera delle primarie. L’esperienza di Rifondazione comunista dal congresso di Chianciano a oggi ha dimostrato quanto sia complicato e difficile costruire relazioni sociali in un quadro di isolamento politico pressoché totale. Nonostante un contesto di crisi economica, nonostante lo sforzo generoso profuso, nonostante il sostegno a una miriade di conflitti nei territori, l’assenza di relazioni politiche più ampie ha relegato il Prc a una condizione di impotenza, di invisibilità. Quel che è mancato fino a oggi è un soggetto politico forte, efficace, che abbia la dimensione di “popolo”, capace di connettere i singoli conflitti e incidere sulla scena nazionale.
Forse non è troppo tardi.

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