Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
Visualizzazione post con etichetta misure di austerita. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta misure di austerita. Mostra tutti i post

venerdì 7 giugno 2013

Il falso problema del debito pubblico

di Guglielmo Forges Davanzati - micromega sinistrainrete -

L'elevato debito pubblico italiano costituisce un problema, per il presidente Letta, perché danneggia le generazioni future, che saranno gravate da ulteriori imposte nel caso in cui il debito dovesse ulteriormente crescere. Sono tesi che si basano sulla fallace equiparazione del debito di una famiglia con il debito di uno Stato. E che devono essere superate, se davvero si vuole andare oltre il disastroso dogma dell'austerità

Per l’ex premier Mario Monti, il (presunto) elevato debito pubblico italiano costituiva un problema dal momento che avrebbe incentivato attacchi speculativi, così che occorreva porre in essere misure di austerità, riducendo la spesa pubblica e soprattutto aumentando l’imposizione fiscale. Due i risultati ottenuti: le misure di austerità messe in atto per ridurre il rapporto debito pubblico/PIL hanno prodotto l’esito esattamente opposto, determinandone un aumento di circa 7 punti percentuali in un anno, anche in considerazione dell’errore di stima del moltiplicatore fiscale, come evidenziato dal Fondo Monetario Internazionale. In più, proprio in quella fase, all’aumentare del debito pubblico non hanno fatto seguito attacchi speculativi, o almeno non di entità e durata paragonabili a quelli sperimentati nell’estate del 2011, quando l’indebitamento pubblico rispetto al PIL era inferiore ai valori assunti nel corso del 2012.

Per il neo-Presidente del Consiglio, Enrico Letta, il (presunto) elevato debito pubblico italiano costituisce un problema perché danneggia le generazioni future, che, inevitabilmente, a suo dire, saranno gravate da ulteriori imposte nel caso in cui il debito dovesse ulteriormente crescere.

E’ bene chiarire che queste convinzioni si basano sulla fallace equiparazione del debito di una famiglia con il debito di uno Stato, e soprattutto si basano sull’assunto – non dimostrato né dimostrabile – secondo il quale il nostro debito pubblico è eccessivamente elevato. Si tratta di un’assunzione opinabile dal momento che, allo stato attuale delle conoscenze, non esiste alcun criterio “scientifico” per definire il limite di sostenibilità del debito: sul piano empirico, può essere qui sufficiente richiamare il caso giapponese, laddove, con un rapporto debito pubblico/PIL che oscilla intorno al 240%, non sussistono problemi di sostenibilità dello stesso. Si può, inoltre, ricordare che il rapporto debito pubblico/PIL italiano è sostanzialmente in linea con la media dei Paesi appartenenti all’Unione Monetaria Europea e che, stando a studi recenti relativi alla quantificazione del c.d. debito pubblico “implicito”, sembrerebbe che il debito italiano in rapporto al PIL sia inferiore a quello di tutti i Paesi dell’eurozona, Germania inclusa.

La convinzione del Presidente Letta, secondo la quale le politiche di rigore si giustificano per ragioni di equità intergenerazionale, è del tutto priva di fondamento, per le seguenti ragioni.

1) Non è chiaro chi, perché e quando dovrebbe accrescere l’imposizione fiscale a danno delle generazioni future. E non è chiaro a quale futuro si fa riferimento, dal momento che l’aumento della tassazione a seguito di un aumento del debito pubblico non è affatto un automatismo, e rinvia a una decisione puramente politica. Né è dato sapere di quanto la pressione fiscale aumenterà e a danno di quali gruppi sociali. In altri termini, il Presidente Letta ritiene di poter persuadere i contribuenti italiani rendendoli disponibili a impoverirsi oggi per evitare di impoverire i posteri, ovvero ritiene che li si possa far diventare a tal punto altruisti in senso intergenerazionale da far loro desiderare il benessere di individui che potrebbero non conoscere mai, accettando ulteriori sacrifici certi, oggi.

domenica 26 maggio 2013

ALTER SUMMIT ad Atene 7 - 8 giugno 2013




 Un MANIFESTO dei Popoli

Le nostre urgenti e comuni priorità per una Europa

democratica, ecologica e femminista

 

FERMIAMO L’AUSTERITY E RIVENDICHIAMO UNA REALE DEMOCRAZIA!

L'Europa si trova sul bordo di un precipizio, proiettata verso l'abisso. Le politiche di austerità portano i popoli dell'Europa nella povertà, minano la democrazia e smantellano le politiche sociali. Crescenti disuguaglianze mettono in pericolo la coesione sociale. La distruzione ecologica sta peggiorando e nello stesso tempo acute crisi umanitarie devastano i paesi più colpiti. Le donne e i giovani sono i più colpiti.

L'oligarchia europea impiega metodi sempre più autoritari per puntellare un fallimentare sistema neoliberista, tutto questo nonostante una diffusa protesta e resistenza. La democrazia e la pace sono minacciate. La discriminazione, religiosa, razzista, omofoba, sessista e i nazionalismi sono in aumento e la crisi si sta aggravando di giorno in giorno. E’ a rischio ora l’esistenza stessa dell'Unione europea , mentre le attuali politiche indeboliscono la solidarietà tra i popoli europei.

La nostra priorità è quella di costruire una Unità Europa basata su uguaglianza, solidarietà e autentica democrazia. Le istituzioni europee e i governi europei oggi servono gli interessi dei mercati finanziari, senza alcun rispetto per la sovranità popolare. Devono essere messi sotto il controllo democratico, così come devono prevalere l'interesse pubblico e devono essere rispettate le esigenze ecologiche e sociali. Su questi principi fondiamo le nostre richieste, per una Europa democratica sociale, ecologica e femminista, in solidarietà con i popoli del mondo.

I)                   Porre fine alla schiavitù del debito

Il debito pubblico deriva da scelte economiche e politiche che ancora sono nell’agenda delle istituzioni e dei governi europei. Decenni di politiche fiscali regressive hanno consapevolmente e scandalosamente arricchito una piccola minoranza, mentre le entrate pubbliche sono diminuite e istituzioni pubbliche, utilizzando soldi pubblici, hanno salvato le banche dal fallimento. Le politiche di austerità hanno drenato risorse delle piccole imprese e delle famiglie e aggravato la recessione. La speculazione sui titoli di stato è un gioco banale per le banche private, mentre le finanze pubbliche sono state contaminate dalla corruzione e dalla collusione tra politici e interessi economici privati​​.

Inoltre, in molti paesi il debito privato, al contrario di quello nazionale, è dovuto ai prestiti delle famiglie, un debito aggressivamente promosso dal settore finanziario e dai governi, al fine di compensare la stagnazione dei salari reali, mentre i prezzi sono in aumento.
Le misure imposte dalle istituzioni europee e dei governi sono progettati per far pagare alla gente questo debito. Tuttavia, in gran parte, il debito può essere considerato illegittimo visto che è stato accumulato senza alcun riguardo per il bene comune. E' ormai chiaro che alcuni paesi non saranno mai in grado di rimborsare il loro debito.

I diritti umani devono venire prima della copertura del debito e i bisogni umani prima del profitto. Come questione di urgenza, chiediamo misure a livello europeo per liberare le persone dalla pressione dei mercati finanziari e dalle politiche di austerità. La fiscalità, le tasse e le politiche monetarie devono essere modificate in modo da disinnescare la trappola del debito.
Le nostre comuni e urgenti richieste:

  1. Cancellare immediatamente il «memorandum» imposto dalla Troika ai paesi più indebitati. Annullare  una quota considerevole del debito pubblico senza danneggiare gli interessi dei piccoli obbligazionisti, risparmiatori e pensionati. Le banche e il settore finanziario devono assumere la loro quota delle perdite. Devono essere definite democraticamente specifiche somme da annullare. A questo scopo, la creazione di istituti revisori dei cittadini sul debito può essere un utile strumento.
  2. Sospendere i rimborsi fino a quando le popolazioni non saranno protette dal peggioramento della povertà e dalla disoccupazione e fino a che siano garantiti uno sviluppo economico e una transizione ecologica, consolidati i servizi pubblici e rafforzati i diritti sociali ed economici.
  3. Mirare al segmento più ricco della popolazione, per  un prelievo di ricchezza una tantum.
  4. Mandato e obbligo della Banca centrale europea e di altre istituzioni bancarie pubbliche europee di concedere prestiti direttamente agli Stati con un basso interesse e sotto il controllo democratico senza la "riforma" neoliberista di condizionamento del programma.

sabato 25 maggio 2013

Le vette della stupidità

Le strategie di politica internazionale che i paesi europei stanno seguendo sono sbagliate. Ottenere più flessibilità di spesa al loro interno servirà a ben poco, visto che non verrebbe rimosso il vincolo di austerità. Se si vuole uscire dal ristagno europeo va rilanciata la domanda finale, ma ciò va fatto “alla grande”, come le politiche Obama insegnano

- sbilanciamoci -
Arrogante ignoranza e stupidità in crescita dei dirigenti europei sembrano inseguirsi sempre più velocemente. Nel giro di una manciata di secondi da uno dei tanti giornali radio sento le tre cose seguenti: il fatturato delle aziende italiane è diminuito del 7% su base annua; il Ministro Giovannini conta di far diminuire la disoccupazione giovanile di 8 punti percentuali; il premier Letta cinguetta, dichiarandosi soddisfatto del fatto che i primi ministri europei hanno accettato di occuparsi di occupazione e sviluppo in uno dei prossimi vertici, fermi restando i “giusti principi del risanamento dei conti pubblici”.
È difficile digerire questa sagra dell’ottimismo. Qualsiasi artigiano o commerciante è in grado di spiegare che, visto che il fatturato è diminuito dopo essere già diminuito in precedenza, le aspettative sulle vendite future difficilmente possono essere tali da spingere le aziende ad assumere. Se poi si riflette sul fatto che la diminuzione del fatturato è maggiore di quella del Pil, è chiaro che le aziende si trovano a dover smaltire un bel po’ di magazzino prima di pensare a produrre di più e a fare assunzioni. In un contesto di tal genere è chiaro che gli obbiettivi del ministro Giovannini sono quelli di rimaneggiare la composizione della disoccupazione, rinunciando a farla diminuire. Forse era meglio dirlo con chiarezza tanto da farlo capire perfino ai grandi media.
La disoccupazione giovanile è un grande dramma sociale ed economico, per varie ragioni. Quindi può aver senso politico pensare ad una diversa distribuzione di occupazione e disoccupazione, esattamente come ha senso aprire nuovi confronti su una redistribuzione di opzioni di lavoro, opzioni di tempo libero, minore consumo.
Ma deve essere chiaro a tutti, senza ambiguità, che la riduzione della disoccupazione, senza aggettivi, passa per strumenti del tutto diversi e che la disoccupazione giovanile è solo un aspetto della disoccupazione generale. È questa a costituire il segno incisivo di disfunzioni organizzative nelle nostre economie, rese palesi dalla incapacità di saldare la presenza di fattori produttivi disoccupati (capacità produttiva e lavoro) con bisogni insoddisfatti.
Il problema della disoccupazione è il ristagno europeo.
Se lo si vuole risolvere va rilanciata la domanda finale, ma ciò va fatto “alla grande”, come le politiche Obama insegnano. Le strategie di politica internazionale che i paesi europei in difficoltà stanno seguendo è sbagliata. La loro pressione per avere più flessibilità di spesa al loro interno serve a ben poco, visto che non verrebbe rimosso il vincolo di austerità.
Andrebbe invece chiesto che sia la Germania e gli altri paesi in surplus commerciale a rilanciare la propria domanda. Sembra di essere a Bretton Woods, quando Keynes tentava di chiarire che gli squilibri, nel quadro di un accordo monetario e commerciale internazionale, andavano corretti (e con ciò resi automaticamente temporanei) non solo agendo sul piano delle politiche restrittive che avrebbero dovuto essere praticate dai paesi in deficit, ma “imponendo” politiche espansive ai paesi in surplus.
Ma l’Unione europea non era qualcosa in più di un accordo monetario e commerciale?
L’Unione avrebbe dovuto e potuto essere molto di più dei trattati di Bretton Woods. Nel suo ambito esisterebbe una ulteriore, direi esaltante alternativa, illustrata da molti europeisti, economisti e non, in contrasto con la stupidità prevalente: quella di accelerare la creazione di un bilancio federale europeo di rilevanti dimensioni, accogliere l’ipotesi che le politiche per il rilancio dell’Europa quale polo competitivo planetario si collochino nel quadro di tale rinnovato e ampio bilancio europeo, accogliere infine l’idea che le spese associate alle politiche di rilancio possano essere finanziate attraverso la creazione netta di moneta.
L’Europa della Conoscenza era un’idea che poteva incardinare politiche coordinate sul piano della ricerca, dell’educazione superiore, dell’innovazione. L’idea era fondamentalmente giusta e avrebbe potuto facilmente trovare strumenti organizzativi adatti. Tuttavia le “mancavano i soldi!”, un bel segno della stupidità organizzativa di cui parlavo più sopra.
Per il finanziamento in deficit occorrerebbe forse rivedere alcune clausole del Trattato, probabilmente quelle che fanno divieto alla Bce di sottoscrivere alla emissione i titoli del debito emessi dagli stati membri (lascio ai giuristi stabilire se la Bce possa sottoscrivere all’emissione titoli emessi dall’Unione stessa in relazione al suo bilancio federale). Nell’affrontare tale problema occorre in ogni caso risalire all’origine di quelle clausole. Esse erano state inserite per volontà delle banche centrali nazionali per “sovra-proteggersi” dai condizionamenti politici. Immagino che oggi, sulla base dell’esperienza comparativa Europa-Usa dell’ultimo decennio, la maggior parte delle banche centrali (Germania a parte) sarebbero disposte a rinunciare a quelle clausole, accettando l’invito di Obama a fare della Bce qualcosa di simile alla Fed.

venerdì 24 maggio 2013

Il governo della fame

- contropiano -

 
 
Il governo della fame
Affamare un popolo è un programma impopolare. Si rischiano rivolte, sommosse, gesti disperati, gente licenziata che spara al datore di lavoro o ai carabinieri sotto Palazzo Chigi, anche se in genere si limita a suicidarsi.


Se non ci sono molte soluzioni pratiche per ridurre il disagio sociale, si fa un ricorso totalitario alla retorica, occupando tutti i media per spedire un solo messaggio: “stiamo lavorando per voi, lasciateci fare”. Cosa stiano facendo non viene detto. O per lo meno, non viene detto nel modo chiaro che tutti potrebbero capire. Per questo a noi operatori dell'informazione antagonista tocca il compito di “tradurre” le poche indicazioni che emergono dal lavorio del governo e presentarle in una forma logica. Sia nel merito dei piani economici che in quelli “istituzionali”. La marcia del governo avviene infatti su due gambe, ma la direzione è ovviamente unitaria. Anche la divisione dei compiti tra Pd e Pdl è funzionale allo scopo. "Se solo quegli imbecilli di berlusconiani non fossero così fissati con la salvaguardia del proprio capo dai processi, tutto potrebbe andare più alla svelta". Ma anche questa – Berlusconi e la giustizia – è da sempre un'efficacissima arma di distrazione di massa. La gente, specie a sinistra, si appassiona al gioco scandalistico e non si accorge che le stanno sfilando il portafoglio.

Prendiamo le proposte che girano in questi giorni. Sul “lavoro per i giovani”, il ministro Giovannini ha alluso sostanzialmente a due misure: precarietà a go-go, senza più limitazioni per i contratti a termine o di apprendistato (ovvero, senza più l'obbligo di assumere il lavoratore dopo tre anni da ricattato) e “staffetta generazionale”. Il tutto a costo zero, perché gli obblighi di bilancio imposti e sorvegliati dalla Troika non consentono slanci di creatività a là Tremonti.

La staffetta generazionale, in soldoni e senza fumo parolaio, si riduce a: part time obbligatorio per i lavoratori anziani prossimi alla pensione (con relativa decurtazione drastica di stipendio e contributi) e “in cambio” assunzione di giovani precari con un salario ridicolo. Già così la si può chiamare una truffa, perché si impoveriscono i lavoratori anziani senza peraltro promuovere “buona e vera” occupazione giovanile. In pratica, si precarizzano tutti – giovani e anziani – a un salario da fame.

Se poi aggiungiamo al conto il fatto che i lavoratori “anziani” sono stati precettati sul lavoro per altri 3-4-5 anni grazie alla “riforma Fornero”, abbiamo questo curioso caso di schiavismo postmoderno, per cui sei obbligato a lavorare fino a 67 anni, ma non ti vogliamo sul lavoro dopo i 50; ma non puoi neppure andare in pensione perché non te la pagheremmo; vogliamo sangue fresco da spremere, ma non vogliamo pagarlo; quindi abbassiamo orario e stipendio ai “vecchi” e con quegli spiccioli ci prendiamo un “giovane” o magari due (leggetevi le dichiarazioni del “ministro” Giovannini per verificare).

L'idea “economica” di fondo, come per il governo Monti (del resto l'input è identico: la Troika formata da Bce, Fmi e Ue), è semplice quanto stupida: se l'economia non cresce è perché paghiamo troppo i lavoratori (sia in termini salariali che di diritti). Se questa è la premessa, la soluzione non può che essere “paghiamoli meno”.

Più povertà per tutti, un altro impegno realizzato!

C'è però il rischio che gli impoveriti se ne accorgano e si incazzino. Che quindi si organizzino in movimenti (i “partiti” ormai non possono essere neppure più nominati), che promuovano manifestazioni, scioperi, occupazioni di case e quanto altro sia necessario per sopravvivere in una condizione molto peggiore. Gli si manda contro la polizia, si aumentano le pene, si inventano nuovi reati, in una spirale parossistica in cui la “civiltà giuridica” lascia il posto al codice militare di guerra.

Ma c'è anche la possibilità che questi movimenti si presentino alle elezioni e – guarda un po' la bizzarria – riescano a prendere una fraccata di voti. Mettendo così in dubbio la continuità e legittimità della “classe dominante” (non i nostri comici della “casta”, ma le “persone serie e potenti” che scrivono loro il copione e il programma).

In questo caso si chiama un Zanda e una Finocchiaro e gli si fa firmare una proposta di legge che impedisca tale sciagurata eventualità. Sono anche un po' stupidi, come già detto, perché sembrano credere per davvero che basti vietare il terrremoto per scongiurare le scosse sismiche. Come se fosse tremendamente difficile fare uno “statuto da partito”, dotarsi di strutture somiglianti e scompaginare il quadro politico.

Quello che li spaventa, manifestamente, non è Grillo. Ma quello che sta montando dai sottoscala della società. Quello che li spaventa è il prossimo movimento che ne prenderà il posto e il ruolo, ponendo il problema che così non va e che bisogna cambiare sistema di vita e produzione, non soltanto quattro teste bacate incollate a una poltrona per conto terzi.

Ci proviamo o no a fare un movimento del genere?

mercoledì 22 maggio 2013

Premio Nobel per l’economia Amartya Sen: «L’Euro è stata un’idea orribile. L’austerità è veleno»

- tempiit -

Al Corriere della Sera il Nobel indiano critica l’Europa e l’austerità e afferma: senza l’unità politica l’Ue non si salverà
amartya-sen-nobel-economia«L’euro è stata un’idea orribile, lo penso da tempo. Un errore che ha messo l’economia europea sulla strada sbagliata. L’Europa era nata con lo scopo di unire il continente, ha finito per dividerlo. I greci contro i tedeschi imperialisti, i tedeschi contro i greci fannulloni. Io vedo molto nazionalismo in Europa, non in Asia». Queste le parole al Corriere della Sera del premio Nobel indiano per l’economia Amartya Sen.
POCA UNITÀ. Sen, che è anche filosofo e insegna ad Harvard e a Oxford, sostiene che «una moneta unica non è un buon modo per iniziare a unire l’Europa» se prima non si raggiunge un’unità più profonda. «Quando tra i diversi Paesi hai differenziali di crescita e di produttività – continua – servono aggiustamenti dei tassi di cambio. Non potendo farli, si è dovuto seguire la via degli aggiustamenti nell’economia, cioè più disoccupazione, la rottura dei sindacati, il taglio dei servizi sociali».
AUSTERITÀ COME VELENO. Le critiche del premio Nobel sono tutte per l’austerità: «L’Europa ha impiegato anni a costruire lo Stato sociale. Ora rischia di distruggerlo. (…) L’Europa ha bisogno di riforme: pensioni, tempo di lavoro, eccetera. E quelle vanno fatte, soprattutto in Grecia, Portogallo, Spagna, Italia. Ma non hanno niente a che fare con l’austerità, con tagli indiscriminati. È come se avessi bisogno di aspirina ma il medico decide di darmela solo abbinata a una dose di veleno: o quella o niente. No, le riforme si fanno meglio senza austerità, le due cose vanno separate».

venerdì 17 maggio 2013

Spagna , l'apartheid della riforma sanitaria

Fonte: il manifesto | Autore: Giuseppe Grosso
                 
SIN PAPELES · Stravolto il modello assistenziale, da settembre niente più cure mediche gratuite
Storia di Alpha Pam, viveva da 8 anni a Maiorca, è morto di tubercolosi perché non curato. Un circolo vizioso che «contravviene ai diritti umani», denunciano i Médicos del mundo MADRID È la cronaca di una morte annunciata questa storia d'altri tempi che accade nella Spagna di oggi. Un ragazzo senegalese di 28 anni è morto in una pozza di sangue, stroncato da una malattia curabile come la tubercolosi. Ma dietro la morte del giovane Alpha Pam, da 8 anni residente a Maiorca, non c'è solo la tisi. C'è anche e soprattutto la riforma della sanità del Partido popular , che dallo scorso settembre ha stravolto il modello assistenziale spagnolo, vincolandone l'accesso al requisito della residenza fiscale. Per gli immigrarti senza permesso di soggiorno - come Alpha Pam - è una vera e propria condanna, perché la condizione di clandestinità impedisce loro, a priori, di soddisfare i requisiti della nuova legge e quindi di beneficiare delle cure mediche gratuite. Un circolo vizioso che «contravviene ai diritti umani», spiega Inés Díez, legale di Red Acoge, un'associazione per la tutela dei migranti che insieme a Médicos del mundo (Mdm) e Amnesty international sta lottando per ripristinare l'accesso universale alle cure mediche. «Ma per contrastare la riforma abbiamo poco margine di manovra: l'unica possibilità, come già hanno fatto alcune regioni, è agire sul piano amministrativo contestando al governo un'invasione di competenze». La gestione sanitaria, infatti, spetta alle singole regioni, che in molti casi si avvalgono dell'autonomia decisionale per attutire gli effetti più duri della riforma. In attesa che il Tribunale costituzionale decida sul ricorso presentato da Catalogna, Paesi baschi, Canarie e Navarra, sono molte le comunidades autónomas disobbedienti che continuano a tenere aperte a tutti le porte degli ambulatori. In questa lista di regioni dissidenti non rientrano però le Baleari - la comunidad governata dal Pp nella quale viveva Alpha - nonostante Mdm avesse già segnalato alle autorità alcuni gravi casi di mancata assistenza a malati cronici o a pazienti con malattie infettive, segnalati soprattutto nell'ospedale di Inca. Lo stesso in cui Alpha Pam, per due volte si è visto negare una visita medica. Solo al terzo tentativo e dopo insistenti proteste il ragazzo è riuscito a strappare una visita di cinque minuti: non gli viene fatto nessun esame e - nonostante i sintomi della tubercolosi fossero evidenti, secondo quanto riferisce Mdm - anziché essere ricoverato, viene congedato con una lista di medicine (a suo carico) e una fattura per la visita. Qualche settimana dopo Alpha Pam muore solo nella sua abitazione e diventa - ed era solo questione di tempo - la prima vittima diretta dell'austerità. Un'austerità esercitata sulla pelle dei più vulnerabili, che, pur macchiata di sangue, è rivendicata dal governo: con la riduzione dell'accesso alla sanità pubblica, l'esecutivo conta di risparmiare fino a 500 milioni di euro; e se mezzo miliardo in più nel bilancio (una parte comunque minima del budget della sanità) può significare qualche vita in meno, pazienza. I conti innanzitutto.
Peccato però che siano sbagliati. «Secondo tutti gli studi che abbiamo a disposizione - spiega Manuel Espinel, medico di pronto soccorso e dirigente di Médicos del mundo la spesa medica per gli immigrati sarebbe persino inferiore, dato che si tratta generalmente di persone giovani e in buona salute. Meno del 10% dei pazienti che ricorrono al servizio sanitario nazionale, incluso pediatria e pronto soccorso, sono immigrati». Inoltre la limitazione dell'assistenza di base potrebbe paradossalmente far lievitare i costi della sanità, invece di contenerli: «Eliminando l'assistenza medica primaria - continua Espinel - si fomenta l'utilizzo del pronto soccorso, che ha dei costi molto più elevati rispetto a un'assistenza preventiva di base». E allora perché il governo - mentre la Chiesa tace - infierisce su un collettivo già così debole? La componente ideologica pesa probabilmente più di quella economica e le pressioni della corrente più reazionaria e conservatrice del Pp - come nel caso dell'imminente riforma dell'aborto hanno avuto senz'altro un ruolo determinante nella decisione del governo. Alle limitazioni della riforma fa da tuttavia da contrappeso il senso di responsabilità di molti medici (la maggior parte) che, anche nelle regioni che applicano la riforma senza sconti, prestano assistenza a tutti e in alcuni casi stilano una vera lista di pazienti «irregolari» parallela a quella ufficiale. Il problema sono però le medicine, che, per chi non ha la tessera sanitaria, costano a prezzo pieno.
Lo sa bene Maria Tanya Tigre Castro una dei pochi sin papeles che ha accettato di raccontare la sua storia. Maria Tanya, un lavoro in nero come badante, è diabetica cronica. Tredici anni fa arrivò in Spagna dall'Ecuador e da 8 la sua vita dipende dalle iniezioni quotidiane di insulina, che fino allo scorso settembre erano coperte dal sistema sanitario. «Poi un giorno - racconta Maria Tanya - il mio medico mi ha detto che ero stata cancellata dal sistema e ho dovuto farmi carico delle medicine sostenendo uno sforzo economico incredibile». Solo la pressione di Mdm e della dottoressa di Maria Tanya - che per un periodo ha persino contribuito personalmente all'acquisto delle medicine - ha fatto in modo che l'amministrazione madrilena tornasse a farsi carico della terapia.
La vicenda di Maria Tanya è tutt'altro che eccezionale: «I casi di esclusione più frequenti - precisa Espinel - riguardano diabetici e portatori di Hiv. La maggior parte di essi non va dal medico se non in caso di urgenza perché crede di non poter ricevere aiuto. Uno degli effetti più nefasti di questa riforma - prosegue Espinel - è proprio quello di aver generato confusione e paura tra gli immigrati». Un effetto secondario che non fa che aumentare il senso di emarginazione di questo collettivo, penalizzato doppiamente: alla negazione del diritto alla salute si aggiunge lo stigma sociale che la riforma del Pp proietta sui sin papeles .

Misure di austerita'!!

Wall Street, la lobby delle banche interviene sulle regole. Speculazione pronta a ripartire
Alla fine la lobby delle banche di Wall Street l'ha spuntata. Una delle norme piu' significative della riforma del sistema finanziario americano - quella che pone dei limiti ai rischi che i grandi istituti possono assumere nel settore dei derivati - e' stata annacquata.
A riportarlo è il New York Times, che parla di un accordo raggiunto tra i rappresentanti dei grandi gruppi del settore del credito e quelli delle autorita' di regolamentazione. Le modifiche apportate alla norma - denuncia il quotidiano newyorkese - potrebbero di fatto conferire a poche grandi banche il potere di continuare a controllare il mercato dei derivati, ''il principale colpevole della crisi finanziaria''. Si tratta di un mercato da 700.000 miliardi - si ricorda - un ''business redditizio'' che finora si e' potuto sviluppare nell'ombra, al di fuori delle regole che vigono a Wall Street. E appena cinque banche posseggono oltre il 90% di tutti i prodotti derivati, ''come fosse un club privato''. La preoccupazione ora e' che i trader che si occupano di questi prodotti di finanza speculativa ''possano riprendere le vecchie abitudini'', quelle che hanno portato al disastro del 2007-2009.

Blog curato da ...

Blog curato da ...
Mob. 0039 3248181172 - adakilismanis@gmail.com - akilis@otenet.gr
free counters