Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

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sabato 25 maggio 2013

Le vette della stupidità

Le strategie di politica internazionale che i paesi europei stanno seguendo sono sbagliate. Ottenere più flessibilità di spesa al loro interno servirà a ben poco, visto che non verrebbe rimosso il vincolo di austerità. Se si vuole uscire dal ristagno europeo va rilanciata la domanda finale, ma ciò va fatto “alla grande”, come le politiche Obama insegnano

- sbilanciamoci -
Arrogante ignoranza e stupidità in crescita dei dirigenti europei sembrano inseguirsi sempre più velocemente. Nel giro di una manciata di secondi da uno dei tanti giornali radio sento le tre cose seguenti: il fatturato delle aziende italiane è diminuito del 7% su base annua; il Ministro Giovannini conta di far diminuire la disoccupazione giovanile di 8 punti percentuali; il premier Letta cinguetta, dichiarandosi soddisfatto del fatto che i primi ministri europei hanno accettato di occuparsi di occupazione e sviluppo in uno dei prossimi vertici, fermi restando i “giusti principi del risanamento dei conti pubblici”.
È difficile digerire questa sagra dell’ottimismo. Qualsiasi artigiano o commerciante è in grado di spiegare che, visto che il fatturato è diminuito dopo essere già diminuito in precedenza, le aspettative sulle vendite future difficilmente possono essere tali da spingere le aziende ad assumere. Se poi si riflette sul fatto che la diminuzione del fatturato è maggiore di quella del Pil, è chiaro che le aziende si trovano a dover smaltire un bel po’ di magazzino prima di pensare a produrre di più e a fare assunzioni. In un contesto di tal genere è chiaro che gli obbiettivi del ministro Giovannini sono quelli di rimaneggiare la composizione della disoccupazione, rinunciando a farla diminuire. Forse era meglio dirlo con chiarezza tanto da farlo capire perfino ai grandi media.
La disoccupazione giovanile è un grande dramma sociale ed economico, per varie ragioni. Quindi può aver senso politico pensare ad una diversa distribuzione di occupazione e disoccupazione, esattamente come ha senso aprire nuovi confronti su una redistribuzione di opzioni di lavoro, opzioni di tempo libero, minore consumo.
Ma deve essere chiaro a tutti, senza ambiguità, che la riduzione della disoccupazione, senza aggettivi, passa per strumenti del tutto diversi e che la disoccupazione giovanile è solo un aspetto della disoccupazione generale. È questa a costituire il segno incisivo di disfunzioni organizzative nelle nostre economie, rese palesi dalla incapacità di saldare la presenza di fattori produttivi disoccupati (capacità produttiva e lavoro) con bisogni insoddisfatti.
Il problema della disoccupazione è il ristagno europeo.
Se lo si vuole risolvere va rilanciata la domanda finale, ma ciò va fatto “alla grande”, come le politiche Obama insegnano. Le strategie di politica internazionale che i paesi europei in difficoltà stanno seguendo è sbagliata. La loro pressione per avere più flessibilità di spesa al loro interno serve a ben poco, visto che non verrebbe rimosso il vincolo di austerità.
Andrebbe invece chiesto che sia la Germania e gli altri paesi in surplus commerciale a rilanciare la propria domanda. Sembra di essere a Bretton Woods, quando Keynes tentava di chiarire che gli squilibri, nel quadro di un accordo monetario e commerciale internazionale, andavano corretti (e con ciò resi automaticamente temporanei) non solo agendo sul piano delle politiche restrittive che avrebbero dovuto essere praticate dai paesi in deficit, ma “imponendo” politiche espansive ai paesi in surplus.
Ma l’Unione europea non era qualcosa in più di un accordo monetario e commerciale?
L’Unione avrebbe dovuto e potuto essere molto di più dei trattati di Bretton Woods. Nel suo ambito esisterebbe una ulteriore, direi esaltante alternativa, illustrata da molti europeisti, economisti e non, in contrasto con la stupidità prevalente: quella di accelerare la creazione di un bilancio federale europeo di rilevanti dimensioni, accogliere l’ipotesi che le politiche per il rilancio dell’Europa quale polo competitivo planetario si collochino nel quadro di tale rinnovato e ampio bilancio europeo, accogliere infine l’idea che le spese associate alle politiche di rilancio possano essere finanziate attraverso la creazione netta di moneta.
L’Europa della Conoscenza era un’idea che poteva incardinare politiche coordinate sul piano della ricerca, dell’educazione superiore, dell’innovazione. L’idea era fondamentalmente giusta e avrebbe potuto facilmente trovare strumenti organizzativi adatti. Tuttavia le “mancavano i soldi!”, un bel segno della stupidità organizzativa di cui parlavo più sopra.
Per il finanziamento in deficit occorrerebbe forse rivedere alcune clausole del Trattato, probabilmente quelle che fanno divieto alla Bce di sottoscrivere alla emissione i titoli del debito emessi dagli stati membri (lascio ai giuristi stabilire se la Bce possa sottoscrivere all’emissione titoli emessi dall’Unione stessa in relazione al suo bilancio federale). Nell’affrontare tale problema occorre in ogni caso risalire all’origine di quelle clausole. Esse erano state inserite per volontà delle banche centrali nazionali per “sovra-proteggersi” dai condizionamenti politici. Immagino che oggi, sulla base dell’esperienza comparativa Europa-Usa dell’ultimo decennio, la maggior parte delle banche centrali (Germania a parte) sarebbero disposte a rinunciare a quelle clausole, accettando l’invito di Obama a fare della Bce qualcosa di simile alla Fed.

venerdì 13 luglio 2012

L’elemosina

Fonte: il manifesto | Autore: Francesco Piccioni
           Francoforte vede «incertezza» e «peggioramento» nell’economia, problemi enormi sui mercati finanziari, ma si preoccupa di «flessibilizzare» e svalorizzare il lavoro. La volatilità delle obbligazioni «ai livelli di prima di Lehmann Brothers»
Lo sguardo che la Bce posa sulle popolazioni d’Europa all’inizio del terzo millennio è ancora quello di chi decideva – tre secoli fa – di recintare in enclosures le «terre comuni» d’Inghilterra. C’è infatti un passaggio del Bollettino mensile, pubblicato ieri, che «consiglia» ai vari governi di «incoraggiare la flessibilità dei mercati del lavoro e la moderazione salariale, in modo da agevolare la riallocazione settoriale dei lavoratori in esubero, favorire la creazione di posti di lavoro e ridurre così la disoccupazione». Il suggerimento arriva subito dopo la constatazione che «in vari paesi la correzione al ribasso dei salari è stata modesta, e ciò malgrado l’aumento della disoccupazione, a indicazione della necessità di ulteriori riforme che favoriscano la flessibilità dei salari».
Non c’è quasi bisogno di tradurre: i salari si sono abbassati troppo poco e questo non aiuta la «riallocazione» di chi perde il lavoro, quindi dovreste agire sul piano legislativo. L’«apprezzamento» per una controriforma del mercato del lavoro che taglia – tra le altre cose – gli ammortizzatori sociali non potrebbe essere più sincera; tutta quella gente che non potrà più contare su una cassa integrazione o mobilità «lunga» sarà costretta ad accettare qualsiasi lavoro e qualsiasi salario. E infatti l’Aspi (nuova denominazione dell’indennità di disoccupazione) disegnato da Elsa Fornero può esser revocato se non si accetta un lavoro retribuito il 20% in meno dell’Aspi stesso (in pratica, a seconda dei periodi, tra i 600 e gli 800 euro lordi).
Come ai tempi delle enclosures, dunque, si creano a tavolino, lucidamente e senza una lacrima, quei recinti e corridoi che dovrebbero incanalare le greggi umane verso «datori di lavoro» che potranno pagarli pochissimo. Allora si cacciavano i contadini dalle campagne e li si spingeva verso le nascenti manifatture cittadine; oggi si «flessibilizza» chi aveva un «posto fisso», lo si rende facilmente licenziabile, per fare di tutti – «equamente» – dei precari disposti a tutto, per pochi euro.
È il passaggio socialmente più scabroso di un documento come al solito molto cauto nel fotografare il momento economico. L’«incertezza» regna sovrana, con una «congiuntura» che resta debole o in aperta recessione (ma la Bce preferisce parlare di «stagnazione nel primo trimestre»). Ma in ogni caso gli indicatori segnalano che nel secondo, appena concluso, c’è stato «un nuovo indebolimento dell’espansione economica». Un eufemismo per dire contrazione.
Naturalmente, in questo quadro le «pressioni inflazionistiche» sono pressoché nulle, al punto che unici pericoli possono arrivare dal prezzo dell’energia (specie se dovesse aumentare la tensione in Medioriente) e, non troppo paradossalmente, da «ulteriori incrementi delle imposte dirette, dovuti all’esigenza di risanare i conti pubblici».
I rischi veri vengono dal «mercato obbligazionario», quindi fondamentalmente dai titoli di stato di tutta Europa (esclusa la Germania e pochi altri piccoli paesi del grande Nord). Qui «la volatilità» di prezzi e rendimenti «rimane elevata e attualmente si colloca su livelli vicini a quelli prevalenti poco prima del fallimento di Lehmann Brothers». L’unico conforto, per la Bce, viene dal fatto che questo livello preoccupante resta comunque inferiore a quello registrato a fine 2011, quando – per esempio – lo spread tra Btp italiani e Bund tedeschi raggiunse quota 575 punti, imponendo a Berlusconi l’inevitabile passo indietro.
A medio periodo, l’istituto di Francoforte spera in una «graduale ripresa della zona euro», ma non può ignorare che questa «dinamica» è condizionata dalle «tensioni in alcuni mercati del debito sovrano» (in parole povere: Grecia, Portogallo, Spagna e Italia), che inevitabilmente pesano anche su «condizioni di credito», «processi di aggiustamento dei bilanci» ed «elevata disoccupazione».
Rispetto all’Italia, per esempio, i «processi di aggiustamento» rischiano di impattare duramente il settore delle costruzioni, indebolito dall’introduzione dell’Imu e dalla «graduale cancellazione delle detrazioni fiscali a favore dell’investimento nel settore residenziale». Un effetto immediatamente recessivo, dunque, ma che può trasformarsi a breve in una svalutazione generale del patrimonio immobiliare. Ovvero l’esplosione di un’altra «bolla» che peserebbe non solo sulle famiglie, ma anche sui bilanci delle banche, che hanno proprio gli immobili, in genere, come «garanzia» dei prestiti erogati.

lunedì 26 marzo 2012

Ma il problema è che ce le raccontano le balle o che ci crediamo?

di Zag in ListaSinistra
La miglior dimostrazione di dov'è la verità o quantomeno dove risiede la mistificazione e' quando si comincia a raccontar frottole e ad alterare la realtà.
In questo caso, come in quella della TAV la verità è sotto gli occhi di tutti ( ad aprirli però gli occhi) , ma ci raccontano le favolette di cappuccetto rosso.

E' sempre stato così. Fin da quando dicevano che i comunisti mangiavano i bambini, a quando ci raccontarono che la scala mobile creava inflazione, a quando ci dissero più volte e ripetutamente , che la riforma delle pensioni avrebbe aiutato i giovani, a quando ci hanno detto che precarizzando il lavoro (la flessibilità in ingresso di Biagi e di Treu), avrebbe aumentato i posti di lavoro .
Poi ancora sulle pensioni ci hanno detto è obbligatorio versare i contributi, ma che per avere la pensione bisogna farsi una pensione privata e che il TFR occorreva versarlo , anzi, donarlo in Borsa.

Ora ci raccontano ancora che i tagli sulle pensioni diminuirà le disparità fra giovani e meno giovani, e che la flessibilità in uscita (eliminazione dell'art 18) porterà la crescita, in un crescendo rossiniano. Tra un pò ci diranno che i sindacati in fabbrica creano malumore e conflittualità, poi che la legge la devono rispettare solo i lavoratori, mentre i padroni possono farne a meno (leggi Marchionne) e che questo è giusto che sia così. (di fatto è da sempre che lo sappiamo)

Ma il problema è che ce le raccontano le balle o che ci crediamo?

lunedì 2 gennaio 2012

Danimarca e flexicurity: quello che Ichino e altri non ci raccontano.

di Francesco Lauri. Fonte: senzasoste
In questo periodo Ichino ed altri stanno tornando a parlare di Flexsecurity e sembra che l’obiettivo principale sia l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori. Molte critiche a questo sono state scritte, sostanzialmente condivisibili. Ichino ed altri dichiarano di prendere a modello la Danimarca. E scrivono cose che con la Danimarca non hanno niente a che fare. In Italia il danese non è molto conosciuto, tantomeno la realtà economica e sociale danese, quindi Ichino e a suo tempo Damiano, ma anche esponenti della Lega e del PdL possono dire cosa vogliono.
Ma per chi conosce il danese e la realtà danese è interessante accettare l‘invito e utilizzare il caso danese per mostrare quanto il mondo che PD, PdL, Lega, UDC e SEL presentano non sia l’unico possibile, neanche all’interno del capitalismo. Se poi addirittura si prospettano soluzioni fuori del capitalismo, ancora meno.

Questo articolo non vuole in nessun modo sostenere che la situazione in Danimarca vada bene come è. Chi scrive quando viveva a Copenhagen si schierava con l’opposizione radicale e frequentava Christiania, il più grande centro sociale d’Europa. Dall’Italia ha sostenuto il Bz-bevægelsen, movimento delle occupazioni, ed ha sostenuto senza riserve la rivolta di Nørrebro del 2007 (http://www.youtube.com/watch?v=V6Mu2jcFubM).

Detto questo, passiamo alla Danimarca.
La Danimarca è nell’Unione Europea ma non ha l’euro, e non è obbligata ad adottarlo. Nell’articolo non si parla di questo, ma quasi nessuna delle soluzioni danesi sarebbe possibile con l’euro.
Prima di arrivare alle fandonie di Ichino, Damiano & c., una breve descrizione della Danimarca per chi non la conosce.
La Danimarca è, dopo il Lussemburgo che è un caso a sé, il paese più ricco come reddito pro capite dell’Unione Europea. Supera ampiamente la Germania.

I salari minimi danesi sono i più alti al mondo. In Danimarca non esiste una legge sul salario minimo, ma nei fatti, come spiega questo articolo ( http://jp.dk/uknews/business/article1327660.ece), il 50% dei salari USA sono inferiori al salario minimo danese. In Danimarca questi salari minimi sono di immigrati che non parlano danese che scaricano le balle al mercato. . In Italia a guadagnare meno dell’ultimo danese sono più del 70% dei lavoratori.

La Danimarca ha l’indice di Gini più basso a mondo. Circa 0,23. L’indice di Gini misura le disuguaglianze sociali. Un indice di Gini di 1 vorrebbe dire che tutte e risorse di un paese sono in mano a una persona. Uno di 0 vorrebbe dire che i redditi di tutti sono uguali. La Danimarca ha una distribuzione dei redditi più equa della Cina di Mao, dell’Unione Sovietica di Stalin, e dl Venezuela di Chavez. Ma non è socialista.
La Danimarca ha lo stesso consumo energetico del 1980, ma ha raddoppiato il PIL. Ha il 40% di energia che viene da energie rinnovabili, ma ha incentivi energetici un decimo di quelli italiani.
Il tasso di occupazione danese è il più alto al mondo, intorno all’80%.
La Danimarca ha l’avanzo della bilancia commerciale rispetto al PIL più alto al mondo, il 7%, superiore a Cina e Germania.
In Danimarca l’assistenza sanitaria, l’assistenza agli anziani e l’istruzione dalla scuola materna all’università sono completamente coperte dalla fiscalità generale. Non solo non esistono tasse scolastiche o universitarie, ma la maggior parte degli studenti universitari riceve qualche tipo di sussidio pubblico.

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