Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

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sabato 8 dicembre 2012

Disoccupazione, quella vera.

di Aldo Carra -
I dati più recenti sulla disoccupazione sono drammatici, ma la situazione reale lo è ancora di più. Il tasso di disoccupazione totale a settembre 2012 è salito al 10,8 per cento, quello giovanile al 35,1 per cento, mentre ogni mese che passa si tocca un nuovo record storico. Nella crisi che attraversa i paesi sviluppati, l’aumento della disoccupazione non è solo un fenomeno italiano: nell’Europa a 27 essa ha raggiunto il 10,6 per cento e nell’area Euro è arrivata fino all’11,6. Stando a questi dati, in Italia ci sarebbe quindi una disoccupazione uguale a quella dell’Europa o addirittura inferiore a quella dell’area Euro.
È così? Così sembrerebbe, ma così invece non è, perché i dati ufficiali che misurano la disoccupazione non dicono tutto. E poiché non è giusto che una situazione drammatica e che tende ad aggravarsi sempre di più non venga rappresentata nella sua giusta dimensione, pensiamo sia indispensabile fare chiarezza sul modo in cui si misurano forze di lavoro e disoccupazione e avanzare proposte concrete perché vengano adottati nuovi criteri. Siamo sollecitati a farlo anche da un articolo di Andrea Fumagalli apparso di recente su il manifesto dal titolo “Disoccupazione al 19 per cento. Ecco come l’Istat nasconde i dati” e dalla replica del direttore della comunicazione dell’Istat, che al contrario sostiene che i dati ci sono e sono pubblici.
Partiamo subito da una premessa per evitare ogni fraintendimento: i dati ufficiali non sono certamente falsi e sono calcolati con i criteri dettati da Eurostat e doverosamente seguiti dall’Istat. Solo che è venuto il momento di dire che quei criteri non sono più adeguati e che debbono essere rivisti e che l’Italia, per le ragioni che diremo, è tra i paesi più interessati a questa revisione. Ma andiamo con ordine, ricollegandoci alle analisi in precedenza condotte su Rassegna, nelle quali abbiamo più volte sostenuto l’inadeguatezza della misurazione della disoccupazione. La definizione di disoccupazione adottata da Eurostat comprende le persone che hanno effettuato un’azione attiva di ricerca del lavoro nelle quattro settimane che precedono la rilevazione.
È chiaro che in un mercato del lavoro in cui i vecchi canali di collocamento non sono più ritenuti utili per trovare lavoro, in cui la maggior parte delle persone trova un’occupazione ricorrendo a canali di conoscenza, in cui le attività professionali meglio remunerate passano di padre in figlio, in cui, soprattutto, è così difficile trovare lavoro, quella definizione è fortemente restrittiva ed esclude tante persone che il lavoro lo cercano e lo vogliono, ma che in molti casi non sanno nemmeno quale azione attiva fare per trovarlo. Questo lo sanno anche gli istituti di statistica, che, oltre a misurare la cosiddetta popolazione attiva (occupati e disoccupati), da alcuni anni hanno cominciato a calcolare anche quanti tra la popolazione “inattiva” sono disponibili a lavorare, anche se non stanno cercando attivamente lavoro (nel 2011 erano 2 milioni e 897.000 più dei disoccupati dichiarati, che erano 2 milioni e 108.000), e anche quanti lo cercano, ma non sono temporaneamente disponibili a lavorare (nel 2011 erano 121.000).
Queste due aree di popolazione classificate come inattive costituiscono, in realtà, un serbatoio di “forze di lavoro potenziali”, che sono più vicine alla condizione di disoccupati che a quella di inattivi: condizione, quest’ultima, che comprende pensionati, casalinghe e studenti. C’è poi addirittura una terza fascia di persone che lavorano part time, ma che vorrebbero lavorare di più (nel 2011 erano 451.000). Queste tre categorie di persone insieme ammontavano nel 2011 a tre milioni e mezzo. Poiché i disoccupati veri e propri erano due milioni e 100.000, ciò significa che l’area della disoccupazione intesa in maniera meno restrittiva superava i 5 milioni e mezzo di persone e oggi, nel 2012, è certamente sui 6 milioni. Includendo questa disoccupazione oggi trascurata tra i disoccupati (i sottoccupati part time si possono calcolare al 50 per cento) e tra le forze di lavoro, il tasso di disoccupazione da cui siamo partiti cambia notevolmente: nel 2011 quello ufficiale era pari all’8,4 per cento, con i nuovi criteri adottati risulta essere in realtà pari al 19 per cento. Una bella differenza, certo. Anche se si può obiettare che questo vale anche per gli altri paesi e che, quindi, il confronto non cambia.
Non è proprio così, ed è per questo che prima abbiamo detto che l’Italia è tra i paesi più interessati a modificare i criteri di calcolo della disoccupazione. Il perché è evidente nel grafico in pagina: con la misurazione attuale, il tasso di attività (rapporto forze di lavoro – occupati più disoccupati – e popolazione da 15 a 74 anni) è di gran lunga più basso di quello di tutti gli altri paesi. Come si spiega? Con il fatto che i fenomeni prima accennati sui canali di accesso al lavoro sono in Italia molto più accentuati che negli altri paesi (non a caso, siamo in coda nella graduatoria della mobilità sociale) e queste strozzature fanno sì che molte persone che vorrebbero lavorare, più che cercare attivamente lavoro, aspettano che si presenti l’occasione buona.
Non si potrebbe spiegare altrimenti il fatto che in Italia i “disponibili a lavorare che non cercano lavoro” sono ben il 12 per cento rispetto alle forze di lavoro, mentre in Europa sono solo il 3,6 per cento, in Francia l’1,1 per cento, in Germania l’1,4 per cento, in Spagna il 4,2 per cento. È evidente perciò come in questa categoria si annidi, in Italia più che altrove, una vasta realtà di persone che non cercano lavoro perché scoraggiate dalle difficoltà a trovarlo: esse non possono certo essere considerate inattive. L’anomalia italiana non è, quindi, di avere meno popolazione attiva (cosa che non sarebbe spiegabile), ma di avere un mercato del lavoro più rigido e più scoraggiante. A riprova di ciò, basta guardare ancora il grafico, da cui emerge che considerando tra le forze di lavoro anche le tre categorie prima escluse e ricalcolando i tassi di attività, l’anomalia italiana si attenua fortemente: le persone che lavorano o sono disponibili a lavorare costituiscono una percentuale pressoché uguale a quella che si registra in Francia e molto più vicina a quella degli altri paesi.
L’attuale metodologia di calcolo dei disoccupati fornisce, insomma, un’immagine distorta soprattutto della realtà italiana ed è per questo che, secondo noi, l’Italia dovrebbe essere più interessata degli altri paesi a una revisione dei criteri di calcolo della disoccupazione, che includa le tre aree oggi escluse. Per questo pensiamo si possa formalizzare la seguente proposta: ricalcolare i tassi di disoccupazione inserendo le persone disposte a lavorare anche se non risulta stiano cercando attivamente lavoro. Così facendo, i confronti europei sarebbero quelli presenti nella tavola a fianco e i tassi di disoccupazione così risultanti darebbero una visione più corretta delle realtà dei diversi paesi europee.

sabato 7 luglio 2012

Come si possono leggere i datti.

di Zag in ListaSinistra
I dati statistici e quelli di tendenza, al di la delle parole e delle fraseologie ad effetto, parlano chiaro.Certo a sentire la tv , tutte le tv, a leggere i giornali cartacei ed elettronici, le notizie pur non risollevanti, sono pur consolatrici. Ce la faremo, ci stiamo allontanando dal burrone, pur se questo avanza più veloce, i sacrifici sono necessari, ci riusciremo e via di questo passo.  Ottimismo , ma con moderazione, per riuscire a indorare la pillola al veleno che ci propinano ogni giorno. Poi arrivano i dati e su questi c'è poco da scherzare, A volerli leggere. Si perché i dati si possono anche leggere in due modalità. Prendo ad esempio il dato sulla disoccupazione in USA, che è sintomatico di come è stata data in Italia.
Ferma al 8,2. Nonostante tutto è all'8,2%. Non cala la disoccupazione in USA. Riuscita a frenare la disoccupazione in USA.
e via di questo passo.
E qui siamo anche al di là della lettura del bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno
.
Ma veniamo ai dati di quest'oggi di casa nostra.


Al netto dell'inflazione, il potere d'acquisto ha subito un calo nel primo trimestre del 2012 dell'1% rispetto al trimestre precedente, e del 2% rispetto al primo trimestre del 2011. In qualsiasi modo lo si voglia leggere si tratta del livello più basso rilevato negli ultimi 12 anni, cioè dal terzo trimestre del 2000. Che per quanto ottimismo uno ci può mettere rimane un fatto.
Certo qualcun altro  può anche arrivare a dirla come quel contadino che con il suo carro si era scontrato con il panzer tedesco e di fronte al nazista con la luger ancora fumante dopo che aveva ammazzato il suo cavallo agonizzante , senza un braccio, con il capo sanguinante, e zoppicante , saltellando dice " Che culo ! Non mi son fatto niente...non mi son fatto niente!" e si allontana, sperando di non fare la stesa fine del suo cavallo.

Ma i dati non sono ancora terminati
Il tasso di investimento delle famiglie consumatrici, cioè il rapporto tra gli investimenti fissi lordi, che comprendono esclusivamente gli acquisti di abitazioni, e il reddito disponibile lordo è stato pari al 6,7%, in diminuzione di 0,2 punti percentuali rispetto all'ultimo trimestre del 2011 e di 0,4 punti rispetto al periodo gennaio-marzo 2011. Federconsumatori e Adusbef hanno sottolineato come il ribasso del potere d'acquisto delle famiglie comporta che «dal 2008 a fine anno la perdita complessiva delle capacità d'acquisto ammonterà a -11,8%».

Ma anche le imprese produttrici quelle non finanziarie, quelle non finanziarie,  non stanno messe bene. La quota di profitto nel primo trimestre del 2012 è scesa al 38,8%, con una diminuzione di 0,9 punti percentuali rispetto al trimestre precedente. Nel medesimo periodo il tasso di investimento delle società non finanziarie è stato invece pari al 21,6%, in diminuzione di 0,2 punti percentuali rispetto all'ultimo trimestre del 2011.

Uno può anche stare chiuso nel suo guscio, non uscire, non andare al supermercato, chiuso nelle sue stanze in Università, in ufficio a Palazzo Chigi e nella sua stanza di redazione, non vedere la gente al mercato, nei negozi , per la strada , ma ai dati occorre che uno sguardo lo dia. E i dati in qualsivoglia li si vuole leggere sono questi. E non da oggi.

E quel qualcuno lo stesso che continua a lodare l'attuale politica recessiva, che continua a vedere il bicchiere mezzo pieno, che guarda a quel che potrebbe succedere e non vede a quel che sta succedendo deve per un solo attimo fermarsi e ragionare. Se non lo fa o è uno sciocco , o è uno che ha interessi che succede quel che sta succedendo. Si perché in questa guerra non è che siamo tutti  su lo stesso fronte. C'è chi ci sta rimettendo e chi ci sta guadagnando. E quel qualcuno sicuramente non ci sta rimettendo. Se non è uno sciocco!
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Grave è la situazione sotto il cielo. Però la situazione non è eccellente!

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