Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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giovedì 9 maggio 2013

Il debito pubblico non esiste, è solo un errore linguistico

Picture

di Daniel Mayoraz
Considerazioni sulla crisi del debito all'interno del sistema monetario contemporaneo:

1- Il problema del debito pubblico è una delle più grandi ipnosi di massa della storia. Perché in realtà il problema del debito pubblico, per uno stato a moneta sovrana, non esiste. Siccome il denaro è creato dallo stato attraverso la banca centrale, la banca centrale è in grado di versare direttamente a beneficio del Tesoro tutto il denaro necessario alle spese dello stato, alle infrastrutture e agli investimenti... (in maniera adeguata e proporzionale alla crescita economica e alla massa monetaria in circolazione - per non creare eccessiva inflazione).
Solo che non vuole farlo. Purtroppo ciò che avviene oggi è che la banca centrale crea nuovo denaro mettendolo in circolazione quasi esclusivamente a beneficio del sistema bancario. Queste iniezioni di liquidità (489 miliardi recentemente) vanno sì a beneficiare i mercati finanziari, ma entrano solo limitatamente nell'economia reale.

2- L'unica causa della crisi economica e della sfiducia dei mercati in molte nazioni dell'area euro come l'Italia, è l'adozione dell'euro come moneta.
Il malgoverno e gli sprechi, e tutto quello che ci vogliono far credere, non c'entrano un bel niente, nisba, zero. L'entità del debito pubblico nemmeno. (Per esempio il Giappone ha un debito pubblico molto più grande di quello dell'Italia, eppure i rendimenti dei suoi titoli di stato sono vicini allo zero. Questo perché il Giappone ha una banca centrale che stampa yen, e quindi nessuno dubita della sua capacità di ripagare i debiti).

Il problema dell'euro invece, è che l'euro è una moneta tecnicamente straniera, e quindi gli stati come l'Italia che l'hanno adottata, non possono garantire la restituzione dei debiti nella loro moneta, perché non hanno più la facoltà di crearla..., possono solo prenderla in prestito. Questo diritto di creare moneta nell'area euro è oggi esclusivo della BCE, che però sembra avere dei piani non molto in sintonia con quello che è l'interesse delle nazioni dell'area euro...

(Ora la stangata di Mario Monti è di 40 miliardi. PER EVITARE LA STANGATA BASTAVA CHE LA BCE INVECE DICESSE AD UN FUNZIONARIO DI DIGITARE "40.000.000.000 euro" NEL CONTO DEL TESORO ITALIANO sotto le "passività" e la stessa cifra nel suo conto nelle "attività" (cioè nel foglio elettronico che vedete sotto). Impiegava un minuto. Dopo di chè lo stato italiano poteva accreditare stipendi, pensioni, pagare forniture, bollette perchè il suo conto corrente era aumentato di 40 miliardi.... - dal forum di cobraf.com)

3- Lo stato potrebbe creare moneta senza emettere titoli di stato, direttamente accreditando il Tesoro, a tasso zero.
Ad ogni modo, per rimanere ad oggi, anche il debito accumulato tramite titoli di stato e i conseguenti interessi, sono un problema irrilevante per uno stato a moneta sovrana. Solitamente lo stato emette semplicemente nuovi titoli di stato per rimborsare i titoli di stato giunti a maturazione. Inoltre i rendimenti sui titoli di stato arricchiscono i cittadini che acquistano i titoli di stato, a rischio zero perché il debito di uno stato a moneta sovrana è sempre solvibile.
Alla base rimane sempre la facoltà dello stato di creare moneta dal nulla, e la conseguente certezza della sua abilità di ripagare i debiti e gli interessi.

mercoledì 13 febbraio 2013

Se il Parlamento europeo dicesse no al bilancio

di Monica Frassoni

Delude il risultato del vertice dell’Unione Europea sul bilancio 2014-2020. L’8 febbraio è passata la linea dell’austerità e dei tagli. Ma il Parlamento europeo potrebbe bloccare tutto

Per la prima volta nella storia comunitaria, la spesa della Ue è stata ridotta rispetto al periodo precedente, ritornando al livello degli anni Ottanta. Le cifre complessive sono di 960 miliardi di impegni: meno 86,6 mld di euro rispetto alla proposta della Commissione e meno 69,4 mld rispetto alle prospettive finanziarie attuali. Il premier italiano Mario Monti si è accontentato di tornare a casa con 500 milioni di euro in più e con qualche risultato sulla politica agricola comune e i fondi di coesione.
Non è un grande successo perché non s’interviene sulla qualità di questi fondi e comunque resta il forte squilibrio a favore dei paesi ricchi e “egoisti”, che – chi più, chi meno – ottengono sconti sui loro contributi. Invece, si sarebbe potuto tentare, cercando convergenze con altri paesi e anche “organizzando” il veto sull’accordo, di denunciare in modo netto l’assoluta inadeguatezza di questo modo di “dis-fare” l'Europa. È stato deciso di continuare a percorrere la strada sbagliata dei tagli e proprio nei quei settori che più servono: educazione, ambiente, innovazione e ricerca. Sono stati invece mantenuti i 2 miliardi di euro per il progetto ITER, riguardante la fusione nucleare, che resta un sogno irrealizzabile e soprattutto non prioritario.
Scelte miopi sul futuro che non possono essere giustificate con il periodo di crisi economica che sta investendo l’Europa. ­Il 94% della spesa torna agli Stati membri: il bilancio UE non è in deficit e non ha bisogno di essere tagliato. Anzi, potrebbe essere utilizzato al meglio, per rilanciare in modo più efficace progetti di sviluppo che possano indirizzare l'economia e produrre occupazione, magari in settori innovativi come quello della green economy.
La verità è che la maggioranza degli Stati membri non vuole un’Europa solidale, capace di uscire dalla crisi. L’accordo al ribasso è un errore, ma è anche il risultato della procedura di decisione che impone un consenso unanime o un nulla di fatto. La Gran Bretagna, seguita a ruota dai paesi scandinavi ha avuto come al solito un ruolo devastante, reso ancora più efficace dalla presidenza Van Rompuy, mai davvero in grado di imporre le ragioni dell’Europa su quella degli egoismi nazionali.
È stata persa l’occasione di intraprendere un percorso diverso e di qualità, di puntare su un vero e proprio “piano per lo sviluppo” di una nuova economia basata sul risparmio di risorse e l’efficienza, per occupazione, ricerca e innovazione. Un piano questo che non si può fare a livello nazionale ma ha bisogno di un’area vasta di applicazione per potere davvero cambiare le cose.
Dal vertice Ue emerge anche un altro segnale importante. I progetti per le grandi infrastrutture, soprattutto di trasporto, perdono il 48% dei fondi previsti dalla proposta della Commissione. È chiaro adesso che il finanziamento di grandi e inutili opere, come la linea ad alta velocità Torino-Lione, dovrà essere seriamente riconsiderato. In questo senso, il progetto potrebbe essere rivisto rinunciando al tunnel e presentandone un altro che consenta di rimodernare la linea esistente e di valorizzare i nodi di Torino e Lione.
È stata poi confermata la destinazione di almeno il 20% dell’impegno complessivo a favore dell’azione climatica e per il sostegno alla transizione verso una “low-carbon economy”, in modo da rafforzare la competitività europea e creare nuovi posti di lavoro, grazie allo sviluppo della green economy. In ogni modo, bisognerà alzare il livello di guardia per arginare gli attacchi di coloro che includono in questa voce il nucleare, il carbone pulito, incentivi ai fossili e a settori che non hanno nulla di green.
Il risultato del vertice europeo sul bilancio comunitario è dunque profondamente negativo e adesso la parola passa al Parlamento Europeo, che già, per voce del suo presidente ha minacciato di non approvarlo. Nell’interesse esclusivo dei cittadini degli Stati membri, sarebbe infatti preferibile un bilancio annuale che, in caso di mancato accordo sulle prospettive finanziarie multi-annuali, dovrebbe essere basato sul bilancio 2013, che è superiore a quello definito dall’accordo del Consiglio europeo.
Il Parlamento europeo a questo punto si gioca una grande partita: potrebbe tenere duro e imporre un contenuto migliore a questo magro bilancio comunitario. Potrebbe fare in modo che numeri usciti dal vertice non rimangano immutabili per i prossimi sette anni, ma che ci sia la possibilità di avviare una procedura di revisione nel 2015, subito dopo le elezioni europee, quando, si spera, le maggioranze politiche e la situazione economica saranno diverse. Una cosa è certa: oggi l’Europa appare sempre più frammentata e incapace di prendere decisioni costruttive e “capaci di futuro”. Avrebbe invece bisogno di politiche e risorse per innescare un processo virtuoso che consenta di avviare la ripresa e uscire dalla depressione. Un’esigenza chiave, in vista delle elezioni del nuovo Parlamento europeo, che si terranno nel 2014.

giovedì 27 dicembre 2012

Quel che occorrerebbe dire, ma non si dice


Di Zag(c) ·      - miogiornale -

Draghi è molto soddisfatto dei conti italiani e Monti , chiaramente, sprizza ottimismo da tutti i pori, a patto però che sia ancora lui a condurre la baracca. Entrambi affermano che la bilancia dei pagamenti è migliorata di 21% dal 2009 ad oggi. E sono previsti ulteriori miglioramenti per il 2013.
Naturalmente i giornali che si dicono finanziari o che si vantano di sapere di economia si son ben guardati dal verificare questa affermazione. Eppure le fonti non mancano, per fortuna. Allora vediamo di fare in casa quel che i mass media non fanno, ne i politici . Persino( si fa per dire) Grillo ha affermato che l'Italia dal 1980 al 2011 era stata virtuosa se non fosse stata per i malefici gnomi della finanza. ( discorso a Pescara)
La verità ( prendendo i dati un pò più in profondità) però è che l'Italia presenta una bilancia commerciale pessima e il trend è al ribasso. Dal 2000 al 2012 mancano quasi 100 miliardi di euro cumulativi. Tutto punti PIL che si spostano all'estero.( dati Istat)
Cioè ricchezza prodotta in Italia e spostata all'estero. Quando si parla di ricchezza prodotta, detto in linguaggio marxista più aderente alla realtà si intende non genericamente ricchezza, ma salario( plusvalore) spostato dalle tasche dei lavoratori in quella dei capitalisti esteri.
Ma specificatamente il massimo export dell'Italia risiede nel più grande mercato nazionale che è quello della Germania ( grafico preso da dati ISTAT )
Dal grafico e dai dati risulta la Germania non solo il mercato dove più esportiamo , ma anche quello da cui importiamo di più. Doppia perdenza quindi. E facendo una semplice somma del disavanzo della bilancia siamo per il 2011 a -137.000.000.000. -137 miliardi di euro. Ora qualcuno potrebbe arrivare ad una semplice equazione e conclusione di logica. Ma aspettiamo un po. Per adesso il tarlo è introdotto aspettiamo che cresca, ossia se altri dati analitici e statistici , empirici, possano farlo crescere o smontarlo.
Dal grafico seguente si vede come dal 1971 le due linee rossa Import e blu export viaggiavano sostanzialmente appaiate, . Cresceva l'uno e di pari passo cresceva anche l'altro. Nonostante che la struttura industriale economica della Germania fosse notevolmente più strutturate e più forte. Ma l'Italia si sorreggeva attraverso la sua politica fiscale, politica delle tariffe e salariale, di tassi di interesse, di aiuti statali all'industria e sopratutto attraverso politiche monetarie di svalutazione( la Banca d'Italia per essendo autonoma dal potere statale purtuttavia agevolava le politiche di sviluppo e di aiuto all'economia)
Lo stop, o meglio la divaricazione fra le due curve si è avuto a partire degli anni 2000 . L'introduzione dell'Euro ha fatto si che l'import dalla germania continuasse a prendere una ripidità ascendente, mentre l'esportazione , sempre da quel paese una discesa. E le due curve hanno continuato a viaggiare con gli stessi trend , ma con una forbice sempre più accentuata.
La coincidenza fra la divaricazione è l'introduzione dell'Euro non può essere solo una coincidenza. Ma forse la causa scatenante , o meglio il vincolo che ha cosentito alla Germania, avendo una struttura economica.industriale più robusta e dinamica di approfittare del vincolo introdotto dell'Euro per prendere le distanze e al contempo a impedito all'Italia di utilizzare di tutti quegli strumenti finanziari , fiscali ed economici di cui ho accennato sopra( ma si potrebbe parlare qui di tutti gli altri paesi europei etichettati sotto il tag di PIGS, ma su questo occorrerebbe una analisi dei dati macroeconomici per singolo paese)Pertanto l'Italia è stata costretto a guerreggiare con la Germania ad armi impari , partendo dagli stessi blocchi di partenza e quello che avrebbe dovuto essere strumento di unione ( una sola valuta in combinazione con tassi di interesse diversificati per coprire gli svantaggi iniziali) è finito per essere strumento di maggior vantaggio per chi partiva già con metri di distanza avanti.
Adesso quel tarlo detto all'inizio comincia a crescere ancora di più e molte cose cominciano ad essere più chiare ma il debito pubblico è proprio pubblico? è proprio dovuto ai lavoratori italiani cicale che hanno consumato più di quel che producevano?)
Ma non arriviamo ancora a conclusioni affrettate
Ma l'Italia è quindi fanalino di coda in Europa?
La Francia importa dal 1993 più di quanto esporta l'Italia. Le due curve viaggiano parallele se non per un leggera divaricazione intorno agli anni 2004 , ma ben al di là dall'introduzione dell'Euro. Il differenziale è intorno agli 83 miliardi , non sufficiente comunque a sanare il deficit con la Germania
Purtroppo quei 85 miliardi cumulativi non mitigano tanto la situazione.
Da questi dati si può trarre come summa il dato che non solo non è l'Euro la causa del debito pubblico , ma che il debito pubblico è debito privato che poi si è scaricato sul pubblico. La medicina quindi non è tagliare la spesa pubblica, ma questa viene utilizzata solo come moneta sonante per poter risanare il defici della bilancia commerciale. Tagliare pensioni, welfare , stato sociale non cura la malattia, ma solo serve come medicina per poter , sperare di sanare il male che ha altre radici, ed altre cause.
L'altro dato è che , ancora, non è l'Euro la causa che ha dato origine ma solo una concausa.Ossia è stata una concezione esclusivamente monetarista dell'Euro che ha portato al generare l'aumento delle disparita economiche fra paesi europee. Invece di essere strumento di unione e di omegenizzazione dei paesi europei è stato strumento di disomogeinizzazione e di aumento delle disparità fra i paesi.
MA il dibattito politico o meglio che i partiti e uomini politici propongono è esattamente sfuggire la vera ragione della crisi europea. Da un lato vi sono i convinti europeisti e della attuale politica europea. Continuare su questa concezione, con al massimo qualche aggiustamento. Sono i prodiani più o meno convinti fino ai liberisti monetaristi alla Monti. Questa politica non ci porterà che ad aumentare la miseria e l'impoverimento delle nazioni più in crisi ed ad aumentare il divario fra i paesi ricchi e quelli poveri. Come i dati dal 2000 ad oggi hanno dimostrato e che il trend conferma Fino a che il baratro non colpirà tutta l'Europa. Perché la crisi dei mercati PIGS finirà per intaccare anche la Germania Poi vi sono i populisti demagogici, irresponsabili .Quelli che parlano di una fuoriuscita dall'Euro con un semplice referendum. Sono dei demagogici irresponsabili. che raccontano frottole per racimolare un po di consenso. Sanno benissimo che un referendum di questa natura non potrà mai essere indetto, non solo, ma anche ammesso, uscire dall'euro così sic et simpliciter non farebbe che aggravare la crisi non intacca le cause , ma solo gli effetti.
E come ai tempi della rivoluzione industriale i luddisti propagandavano la distruzione delle macchine che a loro dire avevano procurato miseria e disoccupazione. Certo! ma non era quella la vera ragione, ma come era stata utilizzati quelle macchine per chi, per quale scopo. Così per l'Euro. L'uscita dell'Euro senza al contempo quelle politiche fiscali, politiche dei redditi, spostare la disparità distributiva delle ricchezze prodotte servirà solo passare dalla padella alla brace. Ma per questo occorrerebbe parlare con i dati di fatto e con la conoscenza e non solo con battute o demagogia.

domenica 25 novembre 2012

Ai rigori in casa, all'attacco in Europa

di Sergio Bruno - sbilanciamoci -
È possibile chiedere conti pubblici in ordine e allo stesso tempo una politica pubblica di sviluppo? Sì, basta porre le due domande a due soggetti diversi. Bilanci nazionali austeri, bilancio federale espansivo: una piattaforma credibile per i progressisti europei
Dichiararsi d’accordo nel volere conti sani e chiedere un allentamento dei vincoli, come fanno i sindacati europei e molte forze di sinistra, è contraddittorio, a meno che gli interlocutori cui ci si rivolge siano diversi: conti sani per i singoli stati ma uso di un bilancio europeo rilevante per innovazione e sviluppo, con la possibilità per il bilancio federale di essere in disavanzo.
La posizione dei sindacati europei
La mobilitazione europea indetta dalla Conferenza Europea dei Sindacati (CES/ETUC) è stata di pura protesta, senza proposte capaci di portarli ad un tavolo di trattative con le istituzioni europee. Anzi, se si esamina con un minimo di attenzione la piattaforma (Declaration adopted by the ETUC Executive Committee at their meeting on 17 October 2012), ci si rende conto del fatto che, a parte la denuncia per la disoccupazione e i guasti sociali, non esistono differenze incisive, in termini di sostrato concettuale, tra la posizione dei sindacati e quella dei soggetti europei impegnati nel perseguimento ottuso e generico del pareggio di bilancio da parte degli stati membri (e basta) e del rientro dei debiti pregressi nel più breve tempo possibile (e basta).
In relazione alla giornata di mobilitazione i sindacati “esprimono la loro forte opposizione alle misure di austerità che stanno trascinando l’Europa nella stagnazione economica e allo smantellamento del modello sociale europeo; misure tutte che, lungi dal ristabilire fiducia, servono solo a peggiorare gli squilibri e a favorire l’ingiustizia”. Si tratta di una denuncia relativamente chiara (non si comprende a quali “squilibri” ci si riferisca), che potrebbe presupporre analisi dei fenomeni alternative a quelle “ufficiali”, simile a quelle dei molti economisti critici che Sbilanciamoci.info ha sempre ospitato o segnalato (governi ed eurocrati europei, per dirla con Fitoussi, “... hanno interiorizzato questo mantra dell’austerity ... se [la politica economica] crea disoccupazione, vogliamo ammettere che è sbagliata?”).
Questa impressione sembra tuttavia essere smentita dal punto successivo: “Il comitato esecutivo, mentre sostiene l’obiettivo di conti sani, considera che la recessione può essere fermata solo se i vincoli di bilancio vengono allentati e gli squilibri eliminati, nella prospettiva di raggiungere una crescita economica sostenibile e la coesione sociale, nel rispetto dei valori consacrati nella Carta dei Diritti Fondamentali”. Il problema sta nel sostegno dell’obiettivo dei conti sani, per due distinti motivi. Il primo sta nell’ambiguità del l’aggettivo “sano”, il secondo e molto più importante sta nel termine “obiettivo”. (Ho scelto di riferirmi ai sindacati, ma comunque una buona parte delle forze politiche progressiste condivide le stesse equivoche posizioni).
I “conti sani”
La maggior parte dei paesi europei ha convenuto di intendere “i conti sani” come un obbligo di pareggio del bilancio pubblico, tanto che molti di essi, sotto pressione della Germania e degli eurocrati, hanno costituzionalizzato in qualche modo il pareggio di bilancio. Tale prescrizione è stata sempre riferita ai singoli paesi. La CES è contraddittoria se vuole, da parte dei paesi, conti sani e allentamento dei vincoli. Non lo sarebbe, invece, ove chiedesse di associare politiche espansive, gestite a livello di un bilancio federale in espansione, ai conti sani da parte dei paesi.
Il secondo motivo è dirimente. Lo stato di un bilancio pubblico, che rappresenta nulla più che i soldi implicati da azioni pubbliche, non può essere un “obbiettivo”, ma solo uno strumento per raggiungere obbiettivi. La disoccupazione, lo sviluppo, l’innovatività possono essere obbiettivi, non il pareggio del bilancio pubblico, che in sé non ha significato, come ho qui argomentato di recente. “Sani”, in uno stato sovrano, possono quindi essere gli effetti di azioni pubbliche, non i conti di per sé. I soldi e i conti sani, valgono invece per soggetti subalterni, come le famiglie, le imprese, gli enti locali, gli stati non (non più) sovrani.
Porre attenzione al bilancio europeo
Come semplice idea guida si pensi ad una Europa federale, simile agli Usa. È quasi ovvio che in una realtà di tal genere possano esistere vincoli di bilancio per gli stati confederati, ma non per il bilancio federale. Al contempo il riferimento agli Usa implica una complessiva governance europea in cui il ruolo della banca federale sia quello di regolare la creazione di moneta nonché di fungere da garante di ultima istanza per il bilancio federale, senza particolari vincoli a priori in merito a come finanziare eventuali deficit. Il discorso, in un tale caso, sarebbe netto: usare il bilancio federale, se necessario tramite deficit monetizzato dalla BCE e con esso concordato, per promuovere (A) occupazione e aumento del PIL nel breve periodo, nonché, in un più lungo periodo, (B) sviluppo e innovazione e (C) riequilibrio complessivo tra stati confederali ove necessario e opportuno. Questo ricondurrebbe la situazione europea alla normalità, spazzando quella parte della speculazione che fa leva su possibili default degli stati membri e che genera i deprecati spreads.

mercoledì 6 giugno 2012


THE BLACK HOLE GANG
"A black hole of 3.4 billion!"
"The workers must be kept dangling"

giovedì 19 aprile 2012

Vladimiro Giacchè: "Da oggi Keynes è fuorilegge. Impossibile investire"

Daniele Nalbone - micromega -
L'economista non ha dubbi: "Con il pareggio di bilancio si subordinano diritti fondamentali riconosciuti dalla Costituzione all'articolo 81"

Sera di martedì 17 aprile. Il Senato ha appena inserito in Costituzione il pareggio di bilancio. Per capire gli effetti di questa riforma, abbiamo intervistato Vladimiro Giacchè, economista, autore del libro dal titolo "Titanic Europa - La crisi che non ci hanno raccontato" (ed. Aliberti, gennaio 2012).

Professor Giacchè, inziamo col provare a capire la base di questa riforma. Qual è la ratio del pareggio di bilancio in costituzione?

Il pareggio di bilancio, di fatto, sancisce l'illegalità del keynesismo. Secondo Jhon Maynard Keynes, nei periodi di recessione, con la 'domanda aggregata' insufficiente, era lo Stato, tramite il deficit spending, a far ripartire l'economia. Secondo questo principio, il deficit si sarebbe poi ripagato quando la crescita fosse ripresa. Ora, impedendo costituzionalmente il deficit di bilancio dello Stato - se non per casi eccezionali e comunque per periodi di tempo limitati - tutto ciò sarà impossibile. Da oggi il nostro paese abbraccia ufficialmente l'ideologia economica per la quale la priorità è evitare il deficit spending, ossia che lo Stato possa finanziare parte della domanda indebitandosi. Questa cosa può sembrare apparentemente ragionevole per paesi indebitati come il nostro, ma in realtà è assolutamente folle. Così facendo si stanno replicando gli errori drammatici degli anni '30: quando ci si trova alle prese con la recessione, oggi come ottanta anni fa, accade che i privati investono meno. Ed è qui che sarebbe fondamentale un deciso intervento pubblico, con investimenti che facciano in modo che la 'domanda aggregata', cioè l'insieme dell'economia, aumenti, per ripresa. Questi effetti benefici, poi, si riassorbirebbero negli anni a seguire con effetti positivi sui conti pubblici. Ad esempio, con un maggior introito di tasse, il governo avrebbe avuto un rientro maggiore. Da oggi, invece, questo non sarà più possibile.

Cosa significa questo per un paese come l'Italia?

mercoledì 11 aprile 2012

Il pareggio di bilancio in Costituzione, il silenzio dei progressisti

Posted by keynesblog on 11 aprile 2012
Il Parlamento italiano introdurrà nella Costituzione il “pareggio di bilancio”: si tratterà dell’ultimo omaggio offerto alle “idee fallite” che stanno alla base dell’attuale crisi e che tuttora ispirano le politiche recessive e di austerity in tutta Europa. Perchè la stampa e le sinistre tacciono?

di Lanfranco Turci – da MicroMega on line

Nei prossimi giorni il Senato sarà chiamato ad approvare in seconda lettura le modifiche all’art. 81,97,117 e119 della Costituzione in materia di pareggio di bilancio.

Si tratterà dell’ultimo passaggio previsto dall’art. 138 C. dal momento che la Camera del Deputati ha già effettuato le due votazioni previste e il Senato ha già votato in prima lettura il 15 dicembre scorso.

In tutte e tre le occasioni il Parlamento si è espresso con un voto quasi unanime. Le modifiche, secondo cui «Lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico» si ispirano alle dottrine dominanti in questa fase della politica europea guidata dalle destre conservatrici e neoliberiste.

Nel novembre del 2010 una analoga proposta costituzionale avanzata dai Repubblicani negli USA, per bloccare la politica di stimoli economici del presidente Obama, fu duramente contrastata da un alto numero di economisti, fra cui i Premi Nobel Kenneth Arrow, Peter Diamond, Eric Maskin e Robert Solow. Il capo del governo britannico, David Cameron, ha osservato recentemente che norme del genere equivalgono all’abolizione per legge del pensiero di Keynes.

giovedì 8 marzo 2012

Anche il Financial Times è preoccupato: “Il rigore tedesco ingabbia l’Europa”

Posted by keynesblog on 8 marzo
“Una follia è fare più volte la stessa cosa e aspettarsi risultati diversi. La determinazione della Germania a imporre una camicia di forza finanziaria ai suoi partner non funzionò ai tempi del ‘Patto di crescita e stabilità’. Potrà funzionare con il “Trattato sulla stabilità, il coordinamento e la governance”, su cui è stato raggiunto un accordo la settimana scorsa? Ne dubito. Il trattato è il prodotto di una convinzione che la crisi sia stata causata dalla mancanza di disciplina di bilancio, e che la soluzione potrà venire da una maggiore disciplina. Ma la disciplina di bilancio non è tutta la verità, neanche lontanamente. L’applicazione rigorosa di un’idea così infondata è pericolosa”

Non poteva essere più chiaro ed esplicito Martin Wolf, commentatore del Financial Times, nell’affrontare il nuovo patto di bilancio sottoscritto dalla grande maggioranza dei paesi europei (non la Gran Bretagna, patria del quotidiano economico di Wolf).

Nonostante la prodigalità della BCE verso le banche, che ha contribuito a “calmare” i mercati finanziari, “la crisi non è passata. – rimarca Wolf – Chi più chi meno, i Paesi vulnerabili restano in difficoltà. Questi piani di risanamento hanno salvato l’Eurozona dalle sue crisi a catena? Riusciranno a tirare fuori da queste crisi i Paesi colpiti? La risposta è no, a entrambe le domande.”

Wolf spiega chiaramente che, se il patto fosse stato in vigore prima della crisi, non avrebbe affatto prevenuto o alleviato i suoi effetti. Una analisi perfettamente calzante, se si pensa che paesi come l’Irlanda e la Spagna sono stati veri campioni della disciplina di bilancio, con deficit pubblici e debito bassissimi o addirittura con costanti avanzi del bilancio statale.

Scrive Wolf: “l’indicatore avrebbe dovuto urlare ‘crisi’: eppure la Spagna registrava un forte avanzo strutturale e l’Irlanda era in pareggio; sia Madrid che Dublino erano in condizioni migliori della Germania. La Grecia aveva un disavanzo strutturale importante, ma il Portogallo aveva un disavanzo più basso di quello della Francia. La regola non avrebbe fatto distinzioni tra Paesi vulnerabili e Paesi immuni perché non tiene conto di bolle speculative e manie finanziarie.”

Wolf conclude con l’esempio spagnolo: “Le difficoltà di bilancio della Spagna sono una conseguenza della crisi, non una causa: il Paese iberico ha avuto un colossale aumento del debito privato dopo il 1990, in particolare per quanto riguarda le grandi aziende non finanziarie; l’eccedenza di costruzioni residenziali esclude anche un forte indebitamento da parte delle famiglie. Alla luce di tutto questo, è molto improbabile che una drastica riduzione del debito pubblico sia compensata da un incremento dell’indebitamento e della spesa del settore privato. Il risultato, più verosimilmente, sarà una recessione molto più grave, accompagnata da scarsi progressi nella riduzione del deficit effettivo.”

Unica nota stonata in un ragionamento lucido e lineare è l’aspettativa di miglioramenti attraverso le riforme del mercato del lavoro adottate dal governo di Madrid (sempre che non venga costretto ad austerità più stringenti, secondo Wolf). Come ampiamente dimostrato nella letteratura economica, compresa quella non sospettabile di simpatie per il sindacato (si pensi al capo economista del FMI, Olivier Blanchard) non c’è evidenza di una correlazione tra l’occupazione (e la Spagna ha proprio un gigantesco problema di disoccupazione) e la flessibilità, intesa come normalmente viene intesa dai progettisti delle riforme del mercato del lavoro, vale a dire “facilità di licenziamento”. L’occupazione è guidata dall’aumento di produzione e l’aumento di produzione è guidato dalla domanda. Il mercato del lavoro segue, non guida.

mercoledì 7 marzo 2012

Pareggio di bilancio in Costituzione: l’Italia proibisce Keynes per legge, gli USA no

Posted by keynesblog on 7 marzo 2012
La Camera ha approvato ieri, in seconda lettura, il disegno di legge che introduce il vincolo del pareggio di bilancio nella Costituzione italiana. La nuova normativa prevede l’equilibrio tra entrate e uscite anno per anno, contraddicendo così uno degli elementi cardini dell’economia keynesiana, ovvero il raggiungimento dell’equilibrio in un intero ciclo economico. Fa un passo avanti decisivo, quindi, la costruzione di quella “Europa tedesca” voluta dal nuovo patto fiscale, promosso dalla cancelliera Merkel, sulla base di una errata analisi della crisi europea, tutta concentrata sull’ipotesi che essa sia dovuta alla “prodigalità” dei paesi periferici (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna). Abbiamo invece visto che tale ipotesi è contraddetta dai fatti, come si ostinano a sottolineare molti economisti.

Il testo tuttavia presenta alcuni alleggerimenti al fine di tenere conto del ciclo economico. Come si può leggere sul sito della Camera:

In particolare, le novelle all’art. 81 della Costituzione, che detta regole sulla finanza pubblica e sulla formazione del bilancio, sanciscono il principio del “pareggio di bilancio”, in base al quale lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle diverse fasi – avverse o favorevoli – del ciclo economico.

Si prevede tuttavia una eventuale deroga alla regola generale del pareggio, stabilendo che possa consentirsi il ricorso all’indebitamento solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e al verificarsi di eventi eccezionali, che possono consistere in gravi recessioni economiche; crisi finanziarie e gravi calamità naturali. Per circoscrivere e rendere effettivamente straordinario il ricorso a tale deroga, si dispone che il ricorso all’indebitamento connesso ad eventi eccezionali sia autorizzato con deliberazioni conformi delle due Camere sulla base di una procedura aggravata, che prevede un voto a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti.

Una previsione, quella della procedura aggravata, che restringe la portata stessa della deroga, rendendola residuale e improbabile, almeno fino al conclamarsi di una situazione di gravità paragonabile ad una vera e conclamata depressione.

domenica 11 dicembre 2011

Pareggio di bilancio nelle Costituzioni, la follia ultima. Forse

di Francesco Piccioni. Fonte: controlacrisi
Il vertice azzoppato della tarda notte nel pomeriggio è tornato a sembrare un gigante dalle gambe salde. Recuperati gli indecisi, azzerata l’anomalia ungherese, si è potuta ammirare la dimensione del successo tedesco: un nuovo «patto di bilancio», aggiuntivo rispetto ai trattati europei, che parte dalla disciplina sui conti pubblici e di poco altro si interessa (i «meccanismi di stabilizzazione»). Ma impone di inserire in tutte le Costituzioni nazionali il «pareggio di bilancio», tollerando uno scostamento massimo dello 0,5%.
Diciamola in modo semplice: nel bel mezzo di una crisi globale di dimensioni ancora incomprese, una decisione del genere equivale ad affrontare la tempesta con una pietra al collo. Dà l’impressione della «fermezza» mentre tutto intorno balla a un ritmo indiavolato. Si adatta perfettamente all’immagine che la Germania in questo momento vuol dare di sé (il paese «serio» e «fermo»), mentre proprio la «spensieratezza» degli altri governi europei ha permesso di rafforzare la centralità della produzione e della capacità di esportazione tedesca, trasformando i confinanti in «contoterzisti».
Da questa angolatura la governance rafforzata si articola in regole ferree e sanzioni «automatiche» o quasi, nella convinzione metafisica che i «bilanci sani» degli stati permettano a tutti di comportarsi e competere come fa la Germania. Il doppio vincolo (3% massimo nel rapporto tra deficit e Pil, 60% massimo per quello debito/Pil) diventa un tritacarne in cui verranno infilati parecchi paesi (persino i virtuosi tedeschi superano ormai l’80%), Senza alcuna possibilità di venirne fuori migliorati.

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