Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

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domenica 9 giugno 2013

Gli apprendisti stregoni del presidenzialismo

   
Gli apprendisti stregoni del presidenzialismo

- micromega - rifondazione -

di Stefano Rodotà, da Repubblica, 7 giugno 2013 -
Nel tempo ingannevole della “pacificazione”, il conflitto giunge nel cuore del sistema e mette in discussione la stessa Costituzione. Una politica debole, da anni incapace di riflettere sulla propria crisi, compie una pericolosa opera di rimozione e imputa tutte le attuali difficoltà al testo costituzionale. Le forze presenti in Parlamento non ce la fanno a sciogliere i nodi tutti politici che hanno reso impossibile una decisione sull’elezione del Presidente della Repubblica? Colpa della Costituzione. “Je suis tombé par terre, c’est la faute à Voltaire”.
Imboccando questa strada, non si dedica la minima attenzione all’esperienza degli anni passati, alle manipolazioni istituzionali che, sbandierate come la soluzione d’ogni male, hanno aggravato i problemi che dicevano di voler risolvere, rendendo così la crisi sempre più aggrovigliata. Ho davanti a me le dichiarazioni di politici e commentatori, i saggi e i libri di politologi che, all’indomani della riforma elettorale del 1993, sostenevano che l’instaurato bipolarismo, con l’alternanza nel governo, avrebbe assicurato assoluta stabilità governativa, cancellato le pessime abitudini della Prima Repubblica con i suoi vertici di maggioranza e giochi di correnti, eliminato la corruzione. E tutto questo avveniva in un clima che svalutava la funzione rappresentativa delle Camere, attribuendo alle elezioni sostanzialmente la funzione di investire un governo e accentuando così la personalizzazione della politica e le inevitabili derive populiste.
Sappiamo come è andata a finire. E gli autori e i fautori di quella riforma oggi si limitano a lamentare il bipolarismo “rissoso” o “conflittuale”, senza un filo non dirò di autocritica, parola impropria, ma neppure di analisi seria e responsabile di quel che è accaduto. Eppure quel rischio era stato segnalato proprio nel momento in cui si imboccava la via referendaria alla riforma, suggerendo altre soluzioni. Ma non si volle riflettere intorno all’ambiente politico e istituzionale in cui quella riforma veniva calata, sulla dissoluzione in corso del vecchio sistema dei partiti e sulla inevitabile conflittualità che sarebbe derivata da una riforma che, invece di accompagnare una transizione difficile, esasperava proprio la logica del conflitto.
Oggi sembra tornare il tempo degli apprendisti stregoni e di una ingegneria costituzionale che, di nuovo, appare ignara del contesto in cui la riforma dovrebbe funzionare. Che cosa diranno gli odierni sostenitori di variegate forme di presidenzialismo quando, in un domani non troppo lontano, il “leaderismo carismatico” renderà palesi le sue conseguenze accentratrici, oligarchiche, autoritarie? Diranno che si trattava di effetti inattesi?
Questo ci porta al modo in cui si è voluto strutturare il processo di riforma. Si è abbandonata la procedura prevista dall’articolo 138 per la revisione costituzionale, norma di garanzia che dovrebbe sempre essere tenuta ferma proprio per evitare che la Costituzione possa essere cambiata per esigenze congiunturali e strumentali. Compaiono nuovi soggetti – una supercommissione parlamentare e una incredibile e pletorica commissione di esperti, con componenti a pieno titolo e “relatori”. Il Parlamento viene ritenuto inidoneo per affrontare il tema della riforma e così, consapevoli o meno, si è imboccata una strada tortuosa che finisce con il configurare una sorta di potere “costituente”, del tutto estraneo alla logica della revisione costituzionale, concepita e regolata come parte del sistema “costituito”. Sono rivelatrici le parole adoperate nella risoluzione parlamentare: “una procedura straordinaria di revisione costituzionale”. L’abbandono della linea indicata dalla Costituzione è dunque dichiarato.
Si entra così in una dimensione di dichiarata “discontinuità”, che apre ulteriori questioni. Quando si incide profondamente sulla forma di governo, come si dichiara di voler fare, si finisce con l’incidere anche sulla forma di Stato, come hanno messo in evidenza molti studiosi del diritto costituzionale. E, di fronte alla modifica della forma di governo e di Stato, si può porre un altro interrogativo. Queste modifiche sono compatibili con l’articolo 139 della Costituzione, dove si stabilisce che “la forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale”? Originata dalla volontà di impedire una restaurazione monarchica, questa norma è stata poi letta per definire quali siano gli elementi costitutivi della forma repubblicana così come è stata disegnata dall’insieme del testo costituzionale. Ne conseguirebbe che la modifica o l’eliminazione di uno di questi elementi sarebbe preclusa alla stessa revisione costituzionale. Sono nodi problematici, certamente. Che, tuttavia, non possono essere ignorati nel momento in cui si vuole intervenire sulla Costituzione abbandonando il modello di democrazia rappresentativa intorno al quale è stata costruita.
Ha osservato giustamente Gustavo Zagrebelsky che l’introduzione del presidenzialismo nel nostro paese “si risolverebbe in una misura non democratica, ma oligarchica. L’investitura d’un uomo solo al potere non è precisamente l’idea di una democrazia partecipativa che sta scritta nella Costituzione”. Il riferimento al “nostro paese” risponde proprio a quella necessità di valutare ogni riforma costituzionale nel contesto in cui è destinata ad operare. Sì che ha poco senso l’obiezione che il semipresidenzialismo, ad esempio, è adottato in un paese sicuramente democratico come la Francia. Questa obiezione, anzi, obbliga a riflettere sul fatto che la compatibilità di quel sistema con la democrazia è strettamente legata a un dato istituzionale – l’assenza in Francia di gravi fattori distorsivi, come il conflitto d’interessi o il controllo di una parte rilevantissima del sistema dei media; e a un dato politico — il rifiuto di usare il partito di Le Pen come stampella di uno dei due schieramenti in campo, mentre in Italia pure la destra estrema è stata arruolata sotto le bandiere di una coalizione pur di vincere.
Più sostanziale, tuttavia, è la contraddizione con il modello della democrazia partecipativa. Proprio nel momento in cui la necessità di questo modello si manifesta prepotentemente per le richieste dei cittadini e il mutamento continuo dello scenario tecnologico, finisce con l’apparire una pulsione suicida l’allontanarsi da esso, con evidenti effetti di delegittimazione ulteriore delle istituzioni e di conflitti che tutto ciò comporterebbe. Una revisione condotta secondo la logica costituzionale, e non contro di essa, esige proprio la valorizzazione di tutti gli strumenti della democrazia partecipativa già presenti nella Costituzione, tirando un filo che va dai referendum alle petizioni, alle proposte di legge di iniziativa popolare. Le proposte già ci sono, per quelle sull’iniziativa legislativa popolare basta una modifica dei regolamenti parlamentari, e questo aprirebbe canali di comunicazione con i cittadini dai quali la stessa democrazia rappresentativa si gioverebbe grandemente. Altrettanto chiare sono le proposte sulla riduzione del numero dei parlamentari, sul superamento del bicameralismo paritario, su forme ragionevoli di rafforzamento della stabilità del governo attraverso strumenti come la sfiducia costruttiva. Si tratta di proposte largamente condivise, che potrebbero essere rapidamente approvate con benefici per l’efficienza del sistema senza curvature autoritarie. E che potrebbero essere affidate a singoli provvedimenti di riforma, senza ricorrere ad un unico “pacchetto” di riforme, più farraginoso per l’approvazione e che distorcerebbe il referendum popolare al quale la riforma dovrà essere sottoposta, che esige quesiti chiari e omogenei.
Vi è, dunque, un’altra linea di riforma istituzionale, sulla quale varrà la pena di insistere e già raccoglie un consenso vastissimo tra i cittadini, alla quale bisognerà offrire la possibilità di manifestarsi pienamente. Solo così potrà consolidarsi quella cultura costituzionale che oggi manca, ma che è assolutamente indispensabile, “capace di adeguare la Costituzione ma soprattutto di rispettarla”, come ha sottolineato opportunamente Ezio Mauro.
da Micromega online

Perché cambiare la Costituzione?

di Rossana Rossanda - sbilanciamoci -
Credo che nessuna delle democrazie europee abbia furia di cambiare la propria Costituzione come l’Italia. Uno apre il giornale e trova un giorno sì e un giorno no l’annuncio di modifiche urgenti. Sabato scorso, il Presidente della Repubblica ci ha informato che vigilerà sui tempi dei cambiamenti, che auspica molto rapidi; anche se in un sistema come il nostro, a dire il vero, il suo compito non sarebbe vigilare sui tempi dei cambiamenti ma sulla fedeltà e permanenza della legge fondamentale sulla quale è stata incardinata la nostra Repubblica.
È dunque da discutere, prima di ogni altra cosa, se i cambiamenti siano necessari oppure, al contrario, rappresentino un vulnus all’immagine fondamentale che ci siamo dati dopo il fascismo. Che cosa sarebbe cambiato nella nostra società al punto da dover mutare i principi stabiliti nel 1948? In verità, come si vede facilmente, è cambiato soprattutto il punto di vista dominante sulla struttura sociale, come se il trionfo del neoliberismo su un impianto che era, come dovunque in Europa, piuttosto keynesiano, comportasse non l’adeguamento delle leggi normali ai principi costituzionali – come dovrebbe essere – ma il contrario. È un problema, anzi – diciamolo – una “malattia” che dovrebbe farci riflettere.
Di fatto, la prima parte della Costituzione del 1948, mancando perlopiù di una regolamentazione legislativa, resta puramente ottativa: che l’Italia sia una repubblica fondata sul lavoro non è che un auspicio, come il diritto di ciascuno ad avere un impiego o una casa. La prima Repubblica ha vissuto al proprio interno lo scontro fra chi voleva rendere effettivi questi principi e chi vi si opponeva; sono rimasti in gran parte irrealizzati. La seconda o terza Repubblica (dipende dai punti di vista) si dà da fare sia a destra sia a sinistra per modificare la seconda parte della Costituzione, cioè l’assetto istituzionale italiano. Già lo ha fatto sul Capitolo V un governo di centrosinistra e adesso quello delle “larghe intese” sembra tutto tentato nientemeno che dal presidenzialismo, preferibilmente “alla francese”, perché sembra meno rigido, in quanto obbliga il presidente, eletto a suffragio universale, ad avere però l’accordo del parlamento, anche se eletto da una maggioranza diversa.
In verità quella francese, ideata da De Grulle, è un monarchia sotto veste repubblicana, abbastanza laica, ma nella quale onori e oneri del presidente sono evidentissimi. Probabilmente De Gaulle li ha voluti per fare la pace in Algeria senza dover passare dalle Camere, come Mitterrand ha abolito la pena di morte. Ma ne è conseguita, e permane, una diminuzione clamorosa del ruolo del parlamento. Se l’Italia deve seguire questa strada, mi sembra elementare che si debba discuterne, almeno quanto ne discussero i padri costituenti; non sarebbe decente che le “larghe intese” fra due o tre grossi partiti decidessero tutto.

domenica 12 maggio 2013

L’ultimo bunker della destra

di Marco Bascetta   - ilmanifesto -

Non basta il presente a spiegare il presente. Soprattutto in Italia, dove la “non contemporaneità del contemporaneo” è sempre alacremente all’opera. E di certo vi è solo che non c’è alcuna rivoluzione in corso né in prospettiva, tanto meno quando abbondano i tribuni che la evocano. Il percorso tortuoso conduce a una fine nota: quelle larghe intese che nel nome della “responsabilità” ignorano, quando non reprimono irresponsabilmente tutto ciò che di vivo e di non definitivamente rassegnato esiste ancora in questo paese. Non è la prima volta, ma è la prima volta che una classe dirigente screditata come non mai e nel suo insieme perdente quanto ai numeri e alla capacità di leggere il contesto in cui agisce, si blinda senza offrire alcun compromesso a una società stremata. È qui che i paragoni storiografici di Giorgio Napolitano con gli anni ’70 mostrano come la memoria possa volgere in sclerosi e come il pio desiderio di interpretare una nuova situazione con un vecchio paradigma partorisca più mostri del sonno della ragione, fino a confondere le “convergenze parallele” di un tempo con le marcescenze parallele di oggi.
Lo schema è pressappoco quello, collaudatissimo, della vecchia destra comunista da cui il presidente della repubblica proviene.
Consiste, certo semplificando all’estremo, nello stabilire, in accordo con i poteri forti del momento e con i “mercati”, una serie di “compatibilità”, garantire che le forze sociali rappresentate dalla sinistra le rispettino senza fiatare, nel condannare, reprimere e accusare di fascismo (rosso o a 5 stelle poco importa) ogni forma spontanea di mobilitazione e di dissenso, nell’impedire ogni pretesa di esercizio della democrazia che anche garbatamente si discosti dai canali istituzionali e dagli equilibri politici tra i partiti maggiori.
Ne consegue, oltre all’apprezzamento pratico e ideologico dell’austerità, una profonda ostilità nei confronti dello strumento referendario, per non parlare dei movimenti e del conflitto sociale nonché dei diritti di libertà che potrebbero disturbare il mondo cattolico (e cioè i suoi vertici e ideologi).
Nel suo discorso inaugurale Napolitano ammonisce «mai la piazza contro i partiti!». E per cosa mai bisognerebbe scendere in piazza se non contro leggi inique votate da una maggioranza che non riteniamo rappresentarci? Quando questo accadeva 35 anni fa ci pensava il ministro di polizia delle “convergenze parallele” Francesco Cossiga, oggi chi ci penserà? E’ una politica che abbiamo vista all’opera innumerevoli volte non solo nelle scelte politiche del Pci, ma anche nella partita sempre aspra tra i vertici della Cgil e le rivendicazioni di democrazia sindacale provenienti dagli operai, dalla base, dai metalmeccanici o altri settori del sindacato. Anche nel sindacato i manovratori non vogliono essere disturbati.
Nel frattempo l’Europa a egemonia germanica ha offerto nuovi argomenti alla politica delle compatibilità, la crisi economica ha provveduto a ridimensionare ogni pretesa, si può fingere che il Pdl non sia poi così diverso dalla Dc, tanto da rendere del tutto superflua la vecchia promessa di repertorio degli “equilibri più avanzati”. Le riforme, quelle sì, a sbandierarle non si rinuncia mai. Ma i destinatari a cui debbono piacere sono ormai i capitali vagabondi e capricciosi. Quanto agli altri, da un bel pezzo, quando sentono la parola riforma si rannicchiano per proteggersi la testa dalle bastonate
Questa forma mentis, la dottrina e la pratica patriottica e a democrazia limitata della destra comunista è l’unica solida realtà che il Pds, poi Ds, poi il malnato o mai nato Pd hanno ereditato dalla casa madre ed è infatti l’unica cosa, come dimostra l’impossibilità di rinunciare a Napolitano, che può, in un modo o nell’altro, direi nel peggiore, tenerli insieme, nonostante faide, tradimenti, apocalissi culturali. E a dispetto di ogni mutamento della realtà e della sensibilità sociale. Il contenuto del richiamo all’unità, alla scelta di maggioranza condivisa, è questo e solo questo. Che si discuta, che ci si laceri in una lotta senza quartiere tra le fazioni, che i militanti occupino i circoli o brucino le tessere, la sintesi politica è alla fine questa: Napolitano presidente, governo di larghe intese.
I grillini non sono gli indiani metropolitani del ’77 (ma maniacali cultori della rappresentanza e dell’obbedienza incivile), il Pdl non è neanche lontanamente la Dc, solo la dottrina della destra del Pci resta se stessa. E i suoi antichi schemi reggono, anche senza un Partito degno di questo nome mantengono clandestinamente in vita una specie di centralismo democratico, raccolgono il plauso di Berlusconi, e naturalmente quello europeo. Come la costituzione sovietica riducono al minimo la democrazia esaltandola oltre misura.
È la forma più garbata di connubio tra liberismo e autoritarismo ( nel senso di una indiscutibile autonomia dei manovratori, di una prevalenza sacrale dei governanti sui governati ) a tirare le fila della crisi politica nella figura di Giorgio Napolitano. Si può essere un po’ cinesi anche se al posto del partito unico ce ne sono parecchi e parecchio rissosi.
Probabilmente solo un convinto esodo dal Pd ( ma, per carità, senza aspirazioni a rifondare) potrebbe porre fine a questa storia, all’ipnosi di una unità che nei termini in cui si è data e in quelli, ancor peggiori, in cui promette di darsi condurrà a una distanza siderale dalla società reale e in conseguenza a una pura e semplice disgregazione.
In altre parole si dovrebbe farla davvero finita col Pci, non con quello immaginario con cui Berlusconi si balocca e terrorizza gli allocchi, ma con quella sua eredità reale di cui si serve e con cui volentieri tratta, quella che ha le facce di Violante e D’Alema, di Veltroni e Fassino e anche di diversi solerti giovani che non sanno nemmeno a quale fonte si abbeverano. Per dirlo in estrema sintesi quel Pci che piace a Eugenio Scalfari.
Questa politica è venuta in piena luce con l’elezione di Giorgio Napolitano alla presidenza della repubblica così come la natura profonda del Pd e la sua intima resistenza a ogni rinnovamento. Non c’è più niente da “stare a vedere”. Luigi Pintor scrisse una volta, a proposito del neonato Pds qualcosa come «pretendono di non venire da nessuna parte e dunque non andranno da nessuna parte». Temo che invece, almeno i più avveduti, dove andare lo sapessero benissimo. Ci sono arrivati, che ora gli piaccia o meno.
Dalle macerie ancora fumanti si leva impaziente la voce dell’ennesimo “rifondatore”, un migliorista naturalmente, con poche idee e molta prosopopea. Quello che vuole rendere l’Italia “più smart”. Il mondo è davvero cambiato, almeno nel gergo, Giorgio Amendola non parlava così.

sabato 27 aprile 2013

Il governo bunga-bunga e la protesta dentro il Pd

Fonte: sbilanciamoci | Autore: Donatella Della Porta
                 
Che succede a un partito di centro-sinistra quando fa compromessi indecenti con la destra? L’abbandono della base e il declino elettorale sono le lezioni delle esperienze di Psi e Pasok

Mentre i vertici di Pd e Pdl cercano accordi di governo, attivisti del Pd in tutto il paese occupano sedi del loro partito, si autoconvocano, bruciano le loro tessere in pubblico o le restituiscono in privato. Se certamente l’oscenità di un governo del bunga-bunga a guida pidina è (o sarebbe?) circostanza storicamente unica, non è invece la prima volta che si formano, dentro e attorno a partiti di centro-sinistra, movimenti di opposizione a quelli che vengono considerati da chi protesta come compromessi indecenti, perché snaturanti rispetto a una identità sentita come collettiva.
Gli effetti di questi movimenti sono stati diversi, a seconda della loro forza nella base del partito così come della presenza di potenziali alleati ai vertici. Se talvolta quei partiti si sono infatti rinnovati, aprendosi alle domande dal basso, in altri casi c’è stata invece una chiusura, con almeno due effetti disgreganti: abbandono da parte degli attivisti delusi e declino in termini elettorali.
La perdita degli attivisti – spesso considerati con fastidio dai vertici – ha in genere conseguenze nefaste per l’organizzazione, abbassando le barriere rispetto alle motivazioni opportunistiche di chi entra in politica per migliorare la propria condizione economica, e allontanando invece quelli che vedono nella politica un bene comune. Il caso che meglio illustra l’implosione del partito senza più attivisti è quello del Psi. La decisione di partecipare, nel 1963, al primo governo di centro-sinistra porterà, l’anno successivo, all’uscita dell’ala, minoritaria ai vertici, ma fortemente attiva, che fonderà il Partito Socialista di Unità Proletaria. Al declino elettorale (dal 20% del dopoguerra, il Psi si dimezzerà in termini elettorali), seguirà una profonda degenerazione del partito stesso, frammentato in protettorati di politici rampanti, in un contesto di corruzione sempre più diffusa, che minerà l’identità di sinistra del partito, fino alla sua scomparsa a seguito degli scandali emersi nel 1992. Come nel caso del Psi italiano, anche in quello del greco Pasok, il Partito socialista panellenico, lo spostamento a destra, fino al sostegno a un governo di grande coalizione, si è intrecciato a un crollo elettorale di dimensioni drammatiche. Un partito che aveva il 47% dei voti negli anni novanta raggiungerà appena il 12% nelle elezioni del 2012, passando da primo a terzo partito nel paese, mentre a competere con la destra resta la Coalizione della sinistra radicale, Syriza, che riuscirà ad occupare lo spazio abbandonato a sinistra dal Pasok.
Psiup e Syriza sono interessanti illustrazioni delle potenzialità in termini di politica elettorale che l’implosione dei partiti di centro-sinistra può aprire alla sinistra. Il Psiup ha rappresentato un onesto tentativo di difendere un’identità socialista di sinistra, con aperture ai movimenti che si svilupparono alla fine degli anni sessanta. Non a caso, il partito guadagnerà sostegno elettorale da quelle proteste, raggiungendo quasi il 5% alle elezioni politiche del 1968. La struttura organizzativa del partito rimarrà comunque ancorata a un centralismo democratico che ne limiterà la capacità di attrazione per gli attivisti dei movimenti, che nel frattempo sperimentano forme organizzative più decentrate e partecipate. Dopo l’insuccesso elettorale del 1972, il partito si dividerà infatti tra adesioni al Pci e allontanamenti dalla politica partitica verso quella dei movimenti.
Molto diversa sembra invece l’evoluzione di Syriza che, nata nella tradizione della sinistra radicale, si trasformerà profondamente dal punto di vista organizzativo, riprendendo dal movimento degli indignados istanze di orizzontalità, pluralità e inclusione dal basso. Il 27% degli elettori greci voterà Syriza nelle seconde elezioni del 2012 (erano stati solo il 4,6% nel 2009), premiando non solo una coerente opposizione alle politiche di austerity , ma anche una trasformazione nelle forme e nei modi del far politica del partito, che lo porterà ad aprirsi ben al di là della tradizionale base dei partiti della sinistra radicale. Se è difficile dire in che misura il modello organizzativo proposto da Syriza sia applicabile al caso italiano, certamente le opportunità che il prevedibile declino elettorale del centro-sinistra, compromesso col Caimano , aprono a un’opposizione di sinistra non potranno essere colte senza una profonda trasformazione nella concezione stessa della politica.

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