Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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giovedì 17 gennaio 2013

Il programma del governo che verrà. Un’analisi critica dell'Agenda Monti

scarica in pdf - crashcityworkers -

Lo scorso 23 dicembre Mario Monti ha presentato con gran clamore la sua Agenda, ovvero il manifesto con cui intende raccogliere consenso alle prossime elezioni e il programma su cui si stanno misurando le classi dominanti italiane. L’Agenda è stata accolta con entusiasmo dai media, che hanno festeggiato la “salita in politica” di Monti (come se finora non fosse stato al governo!), e ha riscosso un consenso quasi unanime fra intellettuali, addetti ai lavori e politici.
Pochi hanno provato a chiarire cosa l’Agenda diceva per davvero, finché questa non è proprio scomparsa dal dibattito, espulsa dal sistema mediatico che ha già cominciato a ingurgitare la sbobba elettorale, le sparate di Berlusconi, le prediche di Bersani, le polemiche su Grillo, gli inviti alla responsabilità di Napolitano...
agenda mario montiagenda mario monti
Ci sembra invece il caso, per non soffocare nelle cazzate che ci propinano ogni giorno e nei finti scontri fra personaggi politici, per riportare l’attenzione sugli elementi davvero decisivi della situazione in cui ci troviamo, di analizzare attentamente le cose scritte in quest’Agenda, i contenuti che esprime e le logiche di classe di cui è espressione.
Anche perché a sinistra, soprattutto fra i giovani e nel movimento, il dibattito non è stato molto ricco, anzi: c’è stata una vera e propria disattenzione rispetto ai punti di questa Agenda e varrebbe la pena chiedersi il perché. Forse alcuni, come i partitini della sinistra, erano troppo impegnati con le alchimie tattiche per superare la soglia di sbarramento, troppo impegnati nell’aprire dialoghi con il PD, nell’esaltare acriticamente la “società civile”, affidandosi all’ennesimo leader, che per di più è un magistrato che celebra lo Stato e attribuisce tutti i problemi dell’Italia alla mafia… Come aspettarsi da questi qui un’analisi nel merito delle politiche di classe del Governo Monti, una critica dell’Unione Europea, del Fiscal Compact e del pareggio di bilancio come norma costituzionale? Quanto al movimento, ai collettivi, alle associazioni etc, sembrano purtroppo avere interiorizzato la difficoltà di incidere a un livello “alto”, almeno nazionale, e quindi tendono a disinteressarsi di questa dimensione essenziale della politica, a ripiegare sui propri progetti e rinchiudersi in un quartiere, in una facoltà o in uno spazio sociale…
Invece l’Agenda Monti – per quanto non apporti troppe novità rispetto alla linea già seguita da questo governo e alle proposte che la borghesia ha messo in campo da diversi anni, per quanto risponda a esigenze principalmente elettorali e quindi deve essere per forza di cose vaga, anche per agevolare la costruzione di alleanze nel confuso scenario post-elezioni – è la sintesi e la schematizzazione degli interventi che la frazione della borghesia più internazionalizzata intende imporre al paese. È, in altri termini, il piano di lavoro del prossimo governo, indipendentemente dall'esito delle elezioni.
Per questo capire attraverso l’Agenda Monti quella che è la strategia del nostro nemico, misurarla con gli altri processi che accadono a livello continentale, ci potrebbe aiutare a migliorare la nostra azione politica, a renderla più organica e in linea con le preoccupazioni del nostro blocco sociale di riferimento, con gli interessi di milioni di lavoratori, disoccupati, studenti, pensionati.
Proviamo a procedere per punti, individuando alcuni grandi temi che attraversano tutto il testo. Temi che non a caso sono passati un po’ sotto silenzio…

1. L’Italia, il polo imperialista europeo e la sponda Sud del Mediterraneo

È singolare che l'Agenda si apra con un'ammissione quasi marxista, come se l’ex PCI ed ex PD Pietro Ichino, co-autore se non vero autore del testo (nota 1), si fosse ricordato del suo passato: “La crisi ha impresso al processo di integrazione europea una accelerazione che sarebbe stato difficile immaginare solo pochi anni fa”. Questa è una constatazione importantissima, perché ci fa capire che i padroni hanno più chiara di noi la posta in gioco dell’Unione continentale e ragionino a fondo sullo scenario che si è aperto dal 2007 in poi. Dopo l'unione monetaria raggiunta nel 2002 il processo di integrazione europea si era infatti arenato: ma la crisi ha dimostrato che non si può rimanere in mezzo al guado e che la necessità della borghesia più "avanzata" (cioè di quella che intende competere a livello internazionale con gli altri grandi blocchi del mondo globalizzato – USA, Giappone, Brasile, Russia, India, Cina etc), è di fortificare la propria "base" economica e i propri apparati di governo. Ecco il motivo per cui bisogna procedere velocemente sulla strada dell’integrazione bancaria (nota 2) e sulla costruzione di un Tesoro comune (nota3) anche attraverso la leva dei project bond, ecco perché bisogna realizzare l’integrazione fiscale. È con questi giganteschi processi, con questi enormi interessi che si devono misurare i partiti di governo in ogni paese europeo, e in particolare in quelli più in difficoltà. Detto per inciso, in quest’ottica si capisce sia come diventi necessario per il PD obbedire alle ingiunzioni del Fiscal Compact, sia come non si possa ritenerlo un partito di “sinistra”, in grado di avviare politiche sociali e redistributive.

giovedì 10 gennaio 2013

Ma l’Agenda Monti è davvero così diversa dalla Carta dei Progressisti?

di Alfonso Gianni - sinistrainrete -

L’antivigilia di Natale ha portato nuove certezze agli italiani. Finalmente si è capito, punto per punto, in cosa consiste la celebre “agenda Monti” di cui tutti parlavano da alcuni mesi. L’ha pubblicata lo stesso Presidente del Consiglio dimissionario nel suo sito, in versione integrale. Si tratta di 25 pagine, ma non particolarmente dense. Alcuni sostengono che gliela abbia scritta Ichino. Questa sarebbe la causa della miniscissione dal Pd capitanata dal senatore. Se è vero non deve essersi sforzato molto: la parte sul lavoro non fa altro che ribadire perentoriamente che “non si può fare marcia indietro” rispetto alle riforme Fornero e al di là di frasi di circostanza si annuncia una drastica semplificazione normativa in materia di lavoro. Il progetto di legge Ichino, appunto.

A guardare bene, separato il loglio dal grano, non vi è poi tanta differenza fra questa “agenda” e la Carta di intenti dei progressisti e democratici. Anzi su qualche questione Monti appare persino più ardito. Ad esempio per quanto riguarda il welfare propone di generalizzare il “reddito minimo di sostentamento”, una sorta di reddito di cittadinanza, del quale la Carta di intenti non fa minimo cenno. Non vi è da stupirsi per almeno due ragioni. La prima è che questa misura era raccomandata dal parlamento europeo in una risoluzione assunta più di un anno fa come misura di contenimento della povertà e di facilitazione per trovare lavoro. Per quanto il Parlamento europeo abbia poteri solo virtuali, qualcuno prima o poi qualcosa la doveva pur dire.

Ma vi è un altro ben più sostanziale motivo. Anche Milton Friedman considerava compatibili con il suo impianto liberista forme di reddito di cittadinanza. Il suo ragionamento era semplice: essendo, secondo lui, la piena occupazione difficile da realizzarsi e in ogni caso non desiderabile, bisognava pur farsi carico di coloro che rimanevano inevitabilmente esclusi dal mondo del lavoro senza dargli pretesti per imbarazzanti sollevazioni sociali. Meglio quindi distribuire un po’ di reddito che non offrire occasioni lavorative a tutti, perché il lavoro è un diritto che a sua volta ne crea e ne amplia altri e il tutto finisce per minacciare la tranquillità delle classi dirigenti, come annotava Kalecki in un famoso articolo dei primi anni settanta.

L’agenda Monti appare quindi come l’ultima versione della teoria “dell’austerità espansiva”, fastidioso ossimoro ormai criticato persino dal Fondo monetario internazionale. Se si vuole andare al sodo, il documento montiano può ridursi ai pochi e lapidari punti del secondo capitolo che si aprono con l’affermazione “che non si può seriamente pensare che la crescita si faccia creando altri debiti”. In base a questa indimostrabile affermazione, Monti trae la conseguenza che bisogna attuare in modo rigoroso il pareggio di bilancio, seguire pedissequamente la road map tracciata dal fiscal compact, dismettere il patrimonio pubblico destinando i proventi “integralmente” alla riduzione dello stock del debito pubblico.

Qui il punto di incrocio, almeno sulle prime due decisive questioni, con la Carta d’intenti è evidente. Quest’ultima nelle battute finali (quelle che contano di più, come più volte ha detto anche esplicitamente il segretario Bersani) ribadisce la necessità di “assicurare la lealtà istituzionale agli impegni internazionali e ai trattati sottoscritti dal nostro Paese, fino alla verifica operativa e all’eventuale rinegoziazione degli stessi in accordo con gli altri governi”, senza però assumersi l’impegno di promuovere o sollecitare quest’ultima. Infatti Bersani in una recente intervista al Financial Times afferma di non avere alcuna intenzione di rinegoziare il fiscal compact, anzi di essere d’accordo con il ministro delle Finanze tedesco nel rafforzarlo ulteriormente costruendo un organo di controllori autorizzati a mettere il naso nella formazione del bilancio di ogni singolo paese membro della Ue.

Che la si guardi da una parte o dall’altra la situazione ci appare quindi bloccata. A decidere sono le nuove normative europee qualunque sia il governo in carica. Monti con la sua agenda non fa altro che metterlo in evidenza. Come ricordava qualche settimana Carlo Bastasin editorialista del Sole 24 Ore “un governo post-Monti dovrebbe comportarsi più o meno allo stesso modo del governo attuale”. Anzi “qualsiasi sarà il prossimo governo rischia di avere ancora meno margine di manovra” di quello appena defunto.

La pubblicazione dell’agenda Monti fa dunque ulteriore chiarezza su un punto, per chi non l’avesse ancora compreso o facesse finta: la ricusazione del fiscal compact – su cui costruire da subito alleanze concrete con i paesi mediterranei e tutti quelli in difficoltà nella Ue – è la vera discriminante programmatica su cui si giocano le prossime elezioni. E’ l’unica possibilità per ridare un senso alla politica, che consiste nello scegliere fra strade diverse e possibili. Altrimenti ce ne è una sola, quella già decisa a Bruxelles, quella che ci fa dire, dati alla mano, che l’Europa più che vittima della crisi lo è delle proprie politiche. Di questo bisognerebbe discutere – e difatti di questo si parla nei movimenti e nella sinistra in Europa -, invece di perdersi in discussioni astratte e vuote sul fatto se sia meglio stare al governo o all’opposizione, dando la sensazione di essere come l’ubriaco della barzelletta che cerca le chiavi perdute sotto il lampione semplicemente perché lì c’è luce.

Queste erano le osservazioni che sono andato facendo con sempre maggiore intensità dentro Sel, la comunità politica nella quale ho militato (non la chiamo partito, perché il primo a negare che lo sia o che lo debba essere è il suo leader). Debbo prendere atto che non hanno avuto successo. Sel ha finito per stringere un’alleanza che la subordina ai trattati vigenti e alle decisioni che a maggioranza verranno prese nei gruppi parlamentari. E’ ovvio che il pallino resta in mano al Pd. Ma soprattutto Sel ha messo da parte quello che pure era un impegno derivante dai documenti congressuali, ovvero la costruzione di una forza di sinistra autonoma, per quanto non isolazionista o testimoniale. Necessita perciò trovare altre strade, per quanto esse siano difficili e tutt’altro che sicure, rese ancora più ardue dall’incombenza della scadenza elettorale, con la consapevolezza che lasciare una comunità politica che si è contribuito a costruire fin dal suo inizio porta anche il segno di una sconfitta personale. Riconoscerla è già un passo avanti

lunedì 7 gennaio 2013

PD e SEL compatibilli con l'agenda Monti


di Alfonso Gianni su il Manifesto - lavorincorsoasinistra -
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Accettare il fiscal compact è la camicia di forza che impedirà al centrosinistra di svolgere un ruolo alternativo al montismo. Vendola rinuncia al progetto-Syriza e io lascio Sel
L’antivigilia di Natale ha portato nuove certezze agli italiani. Finalmente si è capito, punto per punto, in cosa consiste la celebre “agenda Monti” di cui tutti parlavano da alcuni mesi. L’ha pubblicata lo stesso presidente del consiglio dimissionario nel suo sito, in versione integrale. Si tratta di 25 pagine, ma non particolarmente dense. Alcuni sostengono che gliela abbia scritta Ichino. Questa sarebbe la causa della miniscissione dal Pd capitanata dal senatore. Se è vero non deve essersi sforzato molto: la parte sul lavoro non fa altro che ribadire perentoriamente che «non si può fare marcia indietro» rispetto alle riforme Fornero e al di là di frasi di circostanza si annuncia una drastica semplificazione normativa in materia di lavoro. Il progetto di legge Ichino, appunto.
A guardare bene, separato il loglio dal grano, non vi è poi tanta differenza fra questa “agenda” e la Carta di intenti dei progressisti e democratici. Anzi su qualche questione Monti appare persino più ardito. Ad esempio per quanto riguarda il welfare propone di generalizzare il 2reddito minimo di sostentamento», una sorta di reddito di cittadinanza, del quale la Carta di intenti non fa minimo cenno. Non vi è da stupirsi per almeno due ragioni. La prima è che questa misura era raccomandata dal parlamento europeo in una risoluzione assunta più di un anno fa come misura di contenimento della povertà e di facilitazione per trovare lavoro. Per quanto il parlamento europeo abbia poteri solo virtuali, qualcuno prima o poi qualcosa la doveva pur dire.
Ma vi è un altro ben più sostanziale motivo. Anche Milton Friedman considerava compatibili con il suo impianto liberista forme di reddito di cittadinanza. Il suo ragionamento era semplice: essendo, secondo lui, la piena occupazione difficile da realizzarsi e in ogni caso non desiderabile, bisognava pur farsi carico di coloro che rimanevano inevitabilmente esclusi dal mondo del lavoro senza dargli pretesti per imbarazzanti sollevazioni sociali. Meglio quindi distribuire un po’ di reddito che non offrire occasioni lavorative a tutti, perché il lavoro è un diritto che a sua volta ne crea e ne amplia altri e il tutto finisce per minacciare la tranquillità delle classi dirigenti, come annotava Kalecki in un famoso articolo dei primi anni settanta.
L’agenda Monti appare quindi come l’ultima versione della teoria «dell’austerità espansiva», fastidioso ossimoro ormai criticato persino dal Fondo monetario internazionale. Se si vuole andare al sodo, il documento montiano può ridursi ai pochi e lapidari punti del secondo capitolo che si aprono con l’affermazione «che non si può seriamente pensare che la crescita si faccia creando altri debiti». In base a questa indimostrabile affermazione, Monti trae la conseguenza che bisogna attuare in modo rigoroso il pareggio di bilancio, seguire pedissequamente la road map tracciata dal fiscal compact, dismettere il patrimonio pubblico destinando i proventi «integralmente» alla riduzione dello stock del debito pubblico.

sabato 29 dicembre 2012

Il salario di produttività nell’Agenda Monti

- sbilanciamoci -

L’Agenda Monti rilancia l’idea di salari flessibili, legati alla produttività o alla redditività delle imprese. Non è questa la strada giusta per la contrattazione sindacale e per far ripartire la produttività
L’Agenda Monti (www.agenda-monti.it), “Cambiare l’Italia, Riformare l’Europa. Una agenda per un impegno comune”, si propone come un Primo contributo ad una riflessione aperta, così esplicitamente dichiara il titolo. Cogliamo l’occasione per ritornare sul tema del salario flessibile in chiave di politica economica, anche perché proprio nel documento si fa riferimento all’Accordo sulla Produttività firmato dalle parti sociali il 21 novembre 2012. Due sono i passi in cui nel documento ci si occupa del tema.
Il primo nella sezione dedicata a Rivitalizzare la vocazione industriale dell’Italia, ove si afferma:
“Serve infine lavorare sulla produttività totale dei fattori e sul costo del lavoro per diminuire quel divario con gli altri Paesi europei che crea uno squilibrio di competitività. Bisogna quindi continuare sulla strada del decentramento della contrattazione salariale lungo il solco dell’accordo tra le parti sociali dell’ottobre scorso”.
Il secondo nella sezione La riforma delle pensioni e del mercato del lavoro, ove si afferma:
“La modernizzazione del mercato del lavoro italiano richiederà inoltre di intervenire per: [...]
– spostare verso i luoghi di lavoro il baricentro della contrattazione collettiva, favorendo il collegamento di una parte maggiore delle retribuzioni alla produttività o alla redditività delle aziende attraverso forme di defiscalizzazione, come avvenuto nell’accordo firmato dalle parti sociali nell’ottobre scorso”.
Questi due passi sono importanti perché hanno una valenza generale sia in termini di obiettivi che di strumenti. La produttività è necessaria per gli obiettivi di crescita e di recupero di competitività nei confronti di altri Paesi europei, ed è anche un obiettivo a cui le retribuzioni devono essere collegate nelle imprese private e nel settore pubblico in un quadro di decentramento della contrattazione salariale. La visione che emerge nell’Agenda Monti è secondo noi solo in parte condivisibile, per quello che si afferma e per ciò che non si afferma. Ci soffermiamo qui in modo sintetico su tre aspetti: il ruolo della contrattazione e che tipo; lo strumento della fiscalizzazione; la concezione di salario variabile (per chi fosse interessato alle argomentazioni, rimandiamo alla versione completa di questo lavoro, disponibile nel pdf qui sotto).
Due pilastri e un metodo
Premettiamo che il decentramento contrattuale non deve essere assolutamente demonizzato, tutt’altro. E’ sempre stato il livello negoziale nell’ambito del quale sono migliorate le condizioni di lavoro dei lavoratori ed anche le condizioni di produttività e competitività dell’impresa. Ciò è storicamente avvenuto in varie fasi dello sviluppo economico italiano ed ha trovato spesso un equilibrio con modalità centralizzate. (…) Ed anche quando gli obiettivi erano quelli macroeconomici, i due pilastri, decentramento e centralizzazione, sono stati utilizzati congiuntamente in modo complementare. (…) Anche oggi vi è un obiettivo macroeconomico da raggiungere, che è quello di riprendere un sentiero di crescita della produttività e di recupero di competitività dell’apparato industriale nazionale. Tale obiettivo non può che reggersi su due pilastri, il contratto nazionale e il contratto decentrato. E il metodo è quello della concertazione.
È significativo che ciò che viene dichiarato nell’Agenda sia il ruolo della contrattazione decentrata, sul salario, mentre la funzione della contrattazione nazionale sia intesa in modo implicito, non essendo neppure richiamata, come un livello di cui ridurre necessariamente la portata. Al contempo il metodo stesso della concertazione non è indicato come metodo di lavoro, essendo stato sostituito nella pratica del Governo Monti da quello della informazione e a volte della consultazione, come in effetti è avvenuto nel caso della riforma del sistema pensionistico ed in quella del mercato del lavoro, con esiti non particolarmente brillanti ricordiamo. (…).

giovedì 27 dicembre 2012

Agenda Monti

 

Pubblicato il · in alfabeta2 -

Mario Merz_Che fare (1968)Augusto Illuminati
«Cambiare mentalità, cambiare comportamenti». Confesso di aver provato un brivido di inquietudine leggendo siffatto titolo di paragrafo nell’agenda Monti (su traccia Ichino) testé divulgata, pochi giorni dopo la mancata fine maya del mondo e nel bel mezzo del sopore natalizio. Sarà che non mi piace che qualcuno voglia cambiare la mia mente, tanto meno i miei comportamenti. Ma chi cazzo siete per darmi questo suggerimento o peggio quest’ordine? Ma cambia tu modo di ragionare, visti i disastri che hai combinato. E per dirla tutta: non mi piace neppure la leggerezza con cui sentenzi ignorando ansie e sofferenze quotidiane della grande maggioranza e pretendendo una cambiale in bianco per governare ancora, dopo essere stato paracadutato senatore a vita e premier. Opinioni mie, d’accordo.
Però mi inquieta pure l’uso della parole, una specie di neo-lingua tecno-liberista della radical centrist politics («The Economist») che ricorda altri infausti e ilari eufemismi totalitari. «Modernizzazione del mercato del lavoro» è uno di questi, soprattutto se si collaziona tale promessa con le implementazioni suggerite: liberalizzazioni sfrenate, culto della competizione, smantellamento dei contratti nazionali di lavoro a favore di accordi aziendali, di cui abbiano avuto triste esperienza con le discriminazioni marchionnesche contro la Fiom. A leggere che si vogliono «ridurre le differenze fra lavoratori protetti e non», torna in mente la vecchia barzelletta sul devoto pellegrino che si reca a Lourdes con una mano paralizzata e invoca: Madonnina, fammele eguali, con il risultato che gli si paralizza l’altra…
Sarà pensar male, ma quando si afferma che «tutte le posizioni sono contendibili e non acquisite per sempre», si potrebbe ipotizzare che in pratica tutti siano licenziabili senza tante storie e la contesa per le posizioni si risolva con la vittoria di chi accetta un salario minore. Per non parlare dell’enfasi sul merito, accertato ai vari livelli attraverso le procedure Invalsi, Indire e Anvur, sì quelle dei quizzoni e di riviste parrocchiali, balneari e di suinicultura assurte a “scientifiche”. Che la dismissione del patrimonio pubblico riguardi poi in primo luogo quello storico-artistico, riprende con terminologia Cee la vendita della Fontana di Trevi immortalata da Totò o l’appalto del Colosseo a uno scarparo.
Il mondo non è finito il 21 dicembre 2012. O forse è finito nel senso che continua ad andare avanti come prima – il contrassegno della catastrofe secondo Walter Benjamin. Litigi di facciata ma accordo sostanziale di quanti giocano le diverse parti in commedia sulla scena politica, concordi a gestire con agende parallele una crisi di cui non sanno a venire a capo se non taglieggiando il 90% e riservando la polpa a gruppi ristretti di super-ricchi, con cospicue briciole al ceto politico e amministrativo di supporto. Che il true progressivism ci risparmi almeno le prediche.

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