Lo scorso 23 dicembre Mario Monti ha presentato con gran clamore la sua Agenda, ovvero il manifesto con cui intende raccogliere consenso alle prossime elezioni e il programma su cui si stanno misurando le classi dominanti italiane. L’Agenda è stata accolta con entusiasmo dai media, che hanno festeggiato la “salita in politica” di Monti (come se finora non fosse stato al governo!), e ha riscosso un consenso quasi unanime fra intellettuali, addetti ai lavori e politici.
Pochi hanno provato a chiarire cosa l’Agenda diceva per davvero, finché questa non è proprio scomparsa dal dibattito, espulsa dal sistema mediatico che ha già cominciato a ingurgitare la sbobba elettorale, le sparate di Berlusconi, le prediche di Bersani, le polemiche su Grillo, gli inviti alla responsabilità di Napolitano...
Anche perché a sinistra, soprattutto fra i giovani e nel movimento, il dibattito non è stato molto ricco, anzi: c’è stata una vera e propria disattenzione rispetto ai punti di questa Agenda e varrebbe la pena chiedersi il perché. Forse alcuni, come i partitini della sinistra, erano troppo impegnati con le alchimie tattiche per superare la soglia di sbarramento, troppo impegnati nell’aprire dialoghi con il PD, nell’esaltare acriticamente la “società civile”, affidandosi all’ennesimo leader, che per di più è un magistrato che celebra lo Stato e attribuisce tutti i problemi dell’Italia alla mafia… Come aspettarsi da questi qui un’analisi nel merito delle politiche di classe del Governo Monti, una critica dell’Unione Europea, del Fiscal Compact e del pareggio di bilancio come norma costituzionale? Quanto al movimento, ai collettivi, alle associazioni etc, sembrano purtroppo avere interiorizzato la difficoltà di incidere a un livello “alto”, almeno nazionale, e quindi tendono a disinteressarsi di questa dimensione essenziale della politica, a ripiegare sui propri progetti e rinchiudersi in un quartiere, in una facoltà o in uno spazio sociale…
Invece l’Agenda Monti – per quanto non apporti troppe novità rispetto alla linea già seguita da questo governo e alle proposte che la borghesia ha messo in campo da diversi anni, per quanto risponda a esigenze principalmente elettorali e quindi deve essere per forza di cose vaga, anche per agevolare la costruzione di alleanze nel confuso scenario post-elezioni – è la sintesi e la schematizzazione degli interventi che la frazione della borghesia più internazionalizzata intende imporre al paese. È, in altri termini, il piano di lavoro del prossimo governo, indipendentemente dall'esito delle elezioni.
Per questo capire attraverso l’Agenda Monti quella che è la strategia del nostro nemico, misurarla con gli altri processi che accadono a livello continentale, ci potrebbe aiutare a migliorare la nostra azione politica, a renderla più organica e in linea con le preoccupazioni del nostro blocco sociale di riferimento, con gli interessi di milioni di lavoratori, disoccupati, studenti, pensionati.
Proviamo a procedere per punti, individuando alcuni grandi temi che attraversano tutto il testo. Temi che non a caso sono passati un po’ sotto silenzio…
1. L’Italia, il polo imperialista europeo e la sponda Sud del Mediterraneo
È singolare che l'Agenda si apra con un'ammissione quasi marxista, come se l’ex PCI ed ex PD Pietro Ichino, co-autore se non vero autore del testo (nota 1), si fosse ricordato del suo passato: “La crisi ha impresso al processo di integrazione europea una accelerazione che sarebbe stato difficile immaginare solo pochi anni fa”. Questa è una constatazione importantissima, perché ci fa capire che i padroni hanno più chiara di noi la posta in gioco dell’Unione continentale e ragionino a fondo sullo scenario che si è aperto dal 2007 in poi. Dopo l'unione monetaria raggiunta nel 2002 il processo di integrazione europea si era infatti arenato: ma la crisi ha dimostrato che non si può rimanere in mezzo al guado e che la necessità della borghesia più "avanzata" (cioè di quella che intende competere a livello internazionale con gli altri grandi blocchi del mondo globalizzato – USA, Giappone, Brasile, Russia, India, Cina etc), è di fortificare la propria "base" economica e i propri apparati di governo. Ecco il motivo per cui bisogna procedere velocemente sulla strada dell’integrazione bancaria (nota 2) e sulla costruzione di un Tesoro comune (nota3) anche attraverso la leva dei project bond, ecco perché bisogna realizzare l’integrazione fiscale. È con questi giganteschi processi, con questi enormi interessi che si devono misurare i partiti di governo in ogni paese europeo, e in particolare in quelli più in difficoltà. Detto per inciso, in quest’ottica si capisce sia come diventi necessario per il PD obbedire alle ingiunzioni del Fiscal Compact, sia come non si possa ritenerlo un partito di “sinistra”, in grado di avviare politiche sociali e redistributive.
