Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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giovedì 9 maggio 2013

Sovvertire il presente

– Guido Viale (Il Manifesto)

 
Assistiamo da decenni, impotenti, a una continua espropriazione del Parlamento, peraltro consenziente, e per suo tramite del «popolo sovrano». Le principali tappe di questo processo sono state: 1. La separazione della Banca centrale dal controllo del governo (anni ’80) per contrastare le rivendicazioni salariali, che ha dato a un organo non elettivo il potere (poi trasferito alla Bce) di decidere le politiche economiche e sociali; ma soprattutto ha fatto schizzare il debito pubblico mettendolo in mano della finanza. 2. Le molte riforme del sistema elettorale, dall’abrogazione del sistema proporzionale («una testa un voto», principio basilare della democrazia rappresentativa) al cosiddetto porcellum, che trasferisce dagli elettori alle segreterie dei partiti la scelta dei propri rappresentanti; 3. La cancellazione della volontà di 27 milioni di elettori al referendum contro la privatizzazione dell’acqua e dei servizi pubblici con ben quattro leggi controfirmate da Napolitano (l’ultima anche dopo che la Corte costituzionale aveva dichiarato illegittime le prime tre), come anni prima, con il referendum per l’abrogazione del finanziamento pubblico dei partiti; 4. L’imposizione di un «governo tecnico» con un programma (l’«Agenda Monti») imposto dalla Bce, e attraverso questa, dall’alta finanza sotto «l’incalzare» dello spread: una sudditanza che non avrà più fine, perché da allora la finanza che controlla il debito pubblico potrà imporre a qualsiasi governo le misure che vuole; 5. il governo Letta, conclusione logica di questo processo, che azzera la volontà di tre quarti degli elettori italiani (un quarto astenuti; un quarto cinque stelle; un quarto «centro-sinistra») tutti determinati, con il voto o il non voto, a cancellare le politiche di Monti e Berlusconi); 6. Il progetto, non nuovo, di cambiare in senso presidenziale la Costituzione.
Questa progressiva espropriazione del Parlamento e degli elettori serve a creare un interlocutore unico che risponda direttamente ai cosiddetti «mercati» (cioè alla finanza, che è la forma attuale del dominio del capitale a livello globale), annullando sia i poteri dei governi nazionali e soprattutto dei comuni, dai quali dipende la gestione della vita quotidiana e della convivenza civile di ogni comunità, sia la prospettiva di cambiare la propria condizione con il conflitto.
Questa deriva, che riguarda tutta l’Europa, non porta a una ripresa (ormai prevista da ben cinque anni, per essere ogni volta rimandata all’anno prossimo); bensì al disastro della Grecia, che ormai incombe anche su Spagna, Portogallo, Cipro e Slovenia; ma già investe in pieno anche Italia, Francia e l’Olanda; e presto persino la Germania: il cui governo fa da scudo agli interessi dell’alta finanza solo per non scoprire la situazione disastrosa delle sue banche, che ne sono parte integrante.
Ma la resa dei conti si avvicina: un disastro planetario: nemmeno le economie di Cina, India e Giappone vanno più molto bene, mentre la catastrofe ambientale incombe su tutti. In Italia l’occupazione crolla; la disoccupazione dei giovani è al 40 per cento (e gli altri sono precari o hanno rinunciato a cercare un lavoro; ma questi giovani presto saranno adulti, e poi anziani, senza alcuna speranza di un lavoro, di un reddito stabile, di una casa, di una famiglia, della possibilità di mantenere dei figli, di una pensione); scuola, università e ricerca affondano; migliaia di aziende chiudono e non riapriranno più; e non ne nascono di nuove; e con esse spariscono mercati di sbocco, know-how, competenze, abitudine alla collaborazione, coesione sociale, solidarietà. Perciò anche il Governo Letta nasce già vacillante e quel processo di accentramento rischia produrre regimi ancora più duri, magari sotto la di facciata di un antieuropeismo demagogico e populista, solo per nascondere una subordinazione anche più stretta alla finanza.
Per invertire quel processo occorre far saltare i vincoli che inchiodano le politiche economiche e sociali dei governi europei agli interessi dell’alta finanza: i patti di stabilità esterno e interno; il fiscal compact; il pareggio di bilancio; il taglio di spesa pubblica e pensioni; la privatizzazione dei beni comuni e dei servizi pubblici; la diffusione del lavoro precario. Ripudiare quei vincoli richiede un programma di respiro generale che unisce a livello europeo; che può e deve contare su tutte le rivolte e le mobilitazioni contro i vincoli del debito che da tempo si moltiplicano in un numero crescente di paesi, o che prima o poi esploderanno.
Ma per opporsi all’azzeramento della sovranità popolare non basta restituire al Parlamento quei poteri che i partiti non vogliono né usare né difendere. All’accentramento dei poteri va contrapposto, in tutti i paesi d’Europa, il progetto di un loro radicale decentramento: un governo dei territori, dei servizi pubblici e delle imprese basato sulla democrazia partecipata promossa dalla componente attiva della cittadinanza in un regime di trasparenza e leggibilità dei bilanci assolute. Per recuperare e potenziare quelle funzioni delle Municipalità che i patti di stabilità stanno soffocando. Ma se è chiaro quali sono le forze che lavorano per l’esautoramento della sovranità popolare, dove sono mai «i soggetti» in grado di elaborare, perseguire e portare a compimento un programma alternativo?
Quei soggetti non ci sono. Vanno costruiti. Ma senza distogliersi dai loro obiettivi specifici, le potenzialità dei movimenti, dei comitati, delle associazioni, delle iniziative civiche – ma anche e soprattutto quelle dei milioni di cittadini che in Italia espresso con il voto la volontà di liberarsi di Monti e Berlusconi – possono trovare una convergenza nel progetto di imporre alle rispettive amministrazioni comunali – alle poche disponibili, ma soprattutto alle molte che non lo sono – quel ruolo peculiare che le politiche di accentramento stanno azzerando: far saltare il patto di stabilità interno; quello che impedisce ai Comuni di far fronte ai propri compiti istituzionali, ma soprattutto che inibisce loro la possibilità di farsi promotori di una radicale conversione ecologica imperniata su un potere diffuso nei territori. Un passo irrinunciabile per costruire un’alternativa concreta al potere della finanza a livello locale, nazionale ed europeo.
Non è vero che «non ci sono i soldi» per politiche di promozione dell’occupazione, di sostegno dei redditi, di riconversione delle imprese, di salvaguardia del welfare e dell’ambiente. Nel mondo, di denaro o titoli equivalenti ce ne è anche troppo: oltre dieci volte il valore del Pil mondiale; e anche in Italia non manca di certo. Ma è nelle mani sbagliate: di speculatori che lo usano per metter alle corde lavoratori, amministrazioni locali, piccole e medie imprese e governi. Con quella massa immane di denaro l’alta finanza – che è ormai mera speculazione: fare denaro con il denaro a spese di chi non ne ha – impone la sua volontà ovunque. Ma tutto quel denaro è «solo» virtuale: funziona finché gli stati gli riconoscono un valore; in fin dei conti non è che una gigantesca «bolla finanziaria» creata nel corso degli anni e tenuta in piedi – fin che dura – dalle scelte operate da banche centrali, governi e parlamenti asserviti alla sua potenza. Come si è creata può essere sgonfiata e ricondotta alle dimensioni necessarie ad alimentare il credito e i redditi che fanno circolare beni e servizi sui mercati.
Ma per perseguire un sovvertimento del genere occorre un programma che renda praticabile un diverso modo di organizzare il lavoro, le imprese, l’amministrazione pubblica e i consumi: il nostro «stile di vita». Questo programma è il recupero della sovranità all’interno di ogni territorio non solo in termini politici, ma anche in campo economico: sovranità alimentare (filiera corta per le produzioni agroalimentari); energetica (fonti rinnovabili ed efficienza energetica); nella gestione delle risorse (soprattutto di ciò che oggi bistrattiamo come rifiuti); sui suoli (sottratti a speculazione edilizia e infrastrutture devastanti); monetaria (controllo partecipato di banche e monete locali); e, ovunque possibile, anche sulla produzione industriale (filiere corte con accordi diretti tra produttori e consumatori associati). In tutti questi campi il ruolo promozionale di una municipalità democratica e partecipata è fondamentale.
Utopia? I prossimi anni non saranno la prosecuzione di quelli che abbiamo alle spalle. Siamo ormai in mezzo a sconvolgimenti radicali; e altri, anche maggiori, sono in arrivo. O li affrontiamo con uno sguardo capace di vedere oltre le miserie del presente, o ne rimarremo soffocati.

venerdì 11 gennaio 2013

"Se anche la parola riformismo viene usata in modo disonesto"

Fonte: liberazione | Autore: angelo d'orsi
          
Di “manomissione delle parole” si sta parlando da qualche tempo: ricordo un recente libro di Gianrico Carofiglio a cura di Margherita Losacco così intitolato, per esempio. Ma io stesso ne ho variamente discorso in saggi e articoli, tanto evidente e insieme sfrontato il fenomeno, entrato in fase acuta a partire dal passaggio tra gli anni ’80 e ’90, e accentuato con la dissoluzione del PCI e la famigerata “discesa in campo” del Cavaliere. Il crollo del Muro, innescò la corsa verso le nuove mirabolanti mete del liberalismo, identificato semplicisticamente col liberismo. Berlusconi cominciò disinvoltamente a rovesciare il senso delle parole, nel vortice della sua azione dirompente, davanti alla quale i suoi avversari usarono il suo stesso lessico: e fu una corsa forsennata verso l’abisso politico, nel quale vennero triturati i concetti, sviliti i valori, manomesse, appunto, le parole.
Il termine chiave, in tale contesto fu “riforme” con i suoi derivati riformismo e riformista. Peraltro il contesto era europeo: riformisti divennero gli anticomunisti, chiamati anche “democratici”, o “liberali”. Riformisti furono dal 1989 in poi tutti coloro che volevano sia riformare il sistema socialista, sia, prevalentemente, coloro che semplicemente intendevano cancellare il socialismo, e le sue realizzazioni a favore delle classi proletarie.
Ma da dove deriva il termine? Di origine religiosa (nasce nell’ambito del dibattito e poi dello scontro suscitato dalla “Riforma” di Lutero, nel XVI secolo), trasmigrò verso l’universo politico nel Settecento (alludendo soprattutto a un riformismo cosiddetto “dall’alto”, da parte di capi politici che volevano in qualche modo prevenire eventi rivoluzionari, concedendo qualcosa ai ceti popolari). La Bastiglia, la madre di tutte le rivoluzioni, il 14 luglio 1789, fece comprendere che chi stava in basso non poteva accontentarsi delle briciole offerte da chi dominava. Fu però soprattutto tra fine Ottocento e i primi anni Venti del sec. XX che il dibattito fra riformisti e rivoluzionari divenne intenso.
Già nel 1899, riprendendo un testo di Engels del 1895 (l’anno stesso in cui il grande sodale di Marx morì), che aveva sostenuto che sarebbe stato possibile giungere al socialismo, anche attraverso le vie parlamentari, Eduard Bernstein avviò la stagione del “revisionismo marxista”, identificandolo nel riformismo politico: egli proclamò che per lui “il fine non era nulla”, mentre “il movimento tutto”. Ossia, non aveva intenzione di attendere che spuntasse il “sol dell’avvenire”, la società socialista, ma gli interessava migliorare subito le condizioni di vita e lavoro delle classi proletarie. Gli replicarono gli “ortodossi”, ossia coloro che erano convinti che la rottura rivoluzionaria fosse inevitabile: il dibattito divenne via via più infuocato, con scambi di accuse reciproche. Il riformismo, imbevuto della cultura del positivismo, dell’idea che le società potessero avere una naturale evoluzione proprio come gli organismi viventi, significò evoluzionismo, ossia gradualismo: si potevano ottenere risultati importanti per i ceti subalterni con la politica dei piccoli passi, con riforme, con cambiamenti graduali. Principio respinto dai marxisti fedeli all’analisi di Marx.
Ciononostante a lungo riformisti e rivoluzionari furono uniti dal punto d’arrivo: il socialismo. La discussione divenne scontro, e si arrivò a scissioni a catena nel movimento socialista.
Eppure, a guardare indietro, anche i riformisti più incalliti ci appaiono portatori di grandi visioni, oltre che perlopiù di una nobiltà d’animo ammirevole. Volevano davvero il “riscatto degli umili” come allora usava dire.
Il riformismo visse in Italia una nuova importante stagione con il primo Centrosinistra, tra la fine anni ’50 e la fine dei ’60 del Novecento. Figure come Giacomo Brodolini (a cui si deve lo Statuto dei Lavoratori) o Fernando Santi, per citarne solo due, brillano tuttora come stelle ahinoi dimenticate nel firmamento della politica dalla parte dei subalterni.
Oggi la parola riformismo appare non solo stravolta ma disonestamente usata, eppure tranquillamente accolta nella discussione pubblica. E non si contrappone più a rivoluzionarismo (ogni lemma legato alla parola maledetta “rivoluzione” è pressoché scomparso dalla comunicazione politica, e ringraziamo De Magistris e Ingroia per averla reintrodotta con il bell’attributo “civile”, altrimenti sarebbe appalto della sedicente “rivoluzione delle camicie verdi”, che richiama tanto la “rivoluzione delle camicie nere” di 90 anni fa…). Riformista si proclama Bersani, ma anche Monti; riformista continua a sbraitare di essere il solito Berlusconi. E ultrariformisti sono quei bei tomi dei leghisti “padani”. I quali, tanto per dire, oggi non esitano a invocare come “riforma” la reintroduzione della gabbie salariali cancellate proprio da Brodolini negli anni Sessanta!
Oggi, insomma, il riformismo è una grottesca bandiera della destra. Sono circa tre decenni del resto che la destra è “in movimento”, è all’attacco: la sinistra dunque è schiacciata nell’alveo del “conservatorismo” : invece di farsi trascinare nella corsa verso il “novitismo” dei sedicenti riformisti, ci si può attestare sulla barricata della difesa dei valori e dei beni pubblici, dalla Costituzione, alla Scuola, al paesaggio, ai diritti del lavoro, dei migranti e così via. E da quella barricata ripartire con un’azione incisiva, a tutto campo, senza paura delle etichette. Ci chiamano conservatori? Ebbene sia! A chi usa quest’accusa, replichiamo che esiste un conservatorismo degli interessi (di cui oggi Monti e Berlusconi sono rappresentanti diversi, ma uniti, con pericolosi cedimenti in quella direzione del PD), e un conservatorismo dei valori: noi dobbiamo essere gli alfieri di questo conservatorismo, e metterlo in movimento, trasformandolo in principio guida di un’azione che ridia dignità alla sinistra e un progetto politico e sociale al Paese.

domenica 22 luglio 2012

Cinque passi su un'altra strada

Come uscire dalla dittatura dello spread: ecco le proposte avanzate dal Forum «Uscire dalla crisi con un’altra Europa» (Green European Foundation e Sbilanciamoci!, Roma, luglio 2012)
La politica italiana è stretta tra la crisi europea e le nuove manovre di austerità imposte dal governo Monti con la “spending review”. Da un lato una speculazione finanziaria senza freni, una recessione sempre più grave e l’incapacità dell’Europa di affrontarle. Dall’altro una politica italiana fatta di tagli alla spesa degli enti locali, alla sanità, all’istruzione, la riduzione dei dipendenti statali, mentre restano spese inutili come quelle per i cacciabombardieri F35, con l’effetto di aggravare la recessione e l’impoverimento del paese.
Una via d’uscita da questa doppia crisi è stata proposta al Forum «Uscire dalla crisi con un’altra Europa» che ha riunito a Roma il 9 luglio 2012 decine di associazioni, sindacati e movimenti italiani chiamando a discutere le forze politiche progressiste. Sono state riprese e sviluppate le proposte discusse il 28 giugno 2012 al Forum “Un’altra strada per l’Europa” tenuto al Parlamento europeo a Bruxelles in contemporanea con il Consiglio europeo. Le proposte di Bruxelles, condivise da un ampio schieramento di associazioni, movimenti e sindacati europei, chiedevano cinque cambiamenti delle politiche europee sui seguenti temi:
1. La possibilità per la Banca centrale europea di intervenire come prestatore di ultima istanza per i titoli di Stato, e una soluzione al problema del debito pubblico fondata sulla responsabilità comune dell'eurozona.
2. Un radicale ridimensionamento della finanza, con l’introduzione della tassa sulle transazioni finanziarie, limiti alla finanza speculativa e ai movimenti di capitali.
3. Il rovesciamento delle politiche di austerità, il rifiuto dei vincoli del “Patto fiscale” e politiche che tutelino il welfare e i salari, con un’Europa capace di stimolare la domanda, assicurare l'armonizzazione fiscale, spostare l’imposizione fiscale dal lavoro ai profitti e alla ricchezza, promuovere la piena occupazione e avviare uno sviluppo equo e sostenibile. Su questi temi la politica del governo Monti è ferma all’ortodossia neoliberista, aggrava la recessione e disegna una prospettiva di declino economico, ingiustizia sociale, perdita di democrazia. Per l’Italia è particolarmente importante riaffermare che il lavoro e la contrattazione collettiva devono essere difesi; i diritti del lavoro sono parte essenziale dei diritti democratici in Europa e in Italia.
4. Per uscire dalla crisi, occorre una trasformazione profonda dell’economia europea nella direzione della sostenibilità ambientale e sociale. Serve un “new deal” verde, che orienti gli investimenti privati e le risorse pubbliche verso la conversione ecologica delle nostre infrastrutture energetiche, dei trasporti e produttive, con il ripristino delle risorse naturali, nuove conoscenze che alimentino ricerca e innovazione, una distribuzione più equa e minori disuguaglianze; solo così si riusciranno a creare “nuove” attività economiche e occupazione di qualità. In Italia, mille “piccole opere” per la tutela del territorio, il rinnovamento delle città e la qualità della vita sono punti di partenza importanti, insieme all’esperienza dei referendum sull’acqua e sul nucleare che hanno indicato come un’alternativa fondata sul valore dei “beni comuni” può diventare maggioranza nel paese.
5. Questi cambiamenti nelle politiche europee e italiane richiedono un’altra politica e una nuova pratica della democrazia. È necessaria una mobilitazione che risponda al crescente vuoto di democrazia e all’incapacità di realizzare politiche alternative in Europa: la battaglia per un’altra Europa è parte integrante della costruzione dell’alternativa in Italia. Occorre unire una maggiore integrazione europea con radicali cambiamenti nei modi in cui l’Unione europea prende le sue decisioni, per invertire la tendenza alla concentrazione del potere in pochissime mani e trovare una via d’uscita dalla crisi.
Il Forum ha aperto un confronto tra organizzazioni della società civile e forze politiche sulle forme e contenuti della democrazia, anche in vista delle elezioni italiane del 2013 e di quelle europee del 2014. In Italia, è importante organizzare una forte aggregazione intorno a queste proposte di cambiamento, influenzando i contenuti del dibattito delle prossime elezioni.
In Europa è necessario cambiare radicalmente le politiche, riequilibrare i poteri di governi nazionali, Commissione, Parlamento europeo e rafforzare il controllo dei Parlamenti nazionali sui loro governi; servono iniziative di riforma “costituzionale” con una vasta partecipazione; come le proposte per una Convenzione europea o un’Assemblea costituente; sono state proposte liste transnazionali per le elezioni del parlamento europeo e l’utilizzo degli strumenti di democrazia diretta come l’Iniziativa dei cittadini europei per promuovere nuove politiche europee.
Di fronte a una crisi sempre più grave, le politiche italiane ed europee devono cambiare strada; un'alleanza tra società civile, sindacati, movimenti sociali e forze politiche progressiste è oggi più che mai necessaria per portare l'Europa fuori dalla crisi prodotta da neoliberalismo e finanza, e verso una vera democrazia.
Forum "Uscire dalla crisi con un'altra Europa", Green European Foundation e Sbilanciamoci! Roma, Casa internazionale delle donne, 9 luglio 2012

martedì 17 luglio 2012

Europa, una lunga storia dall’Atlantico agli Urali

Fonte: il manifesto | Autore: Nicola Cipolla
        Non c’è, nella sinistra anticapitalista, la consapevolezza della centralità della crisi ambientale, uno dei tre flagelli che il capitalismo infligge all’umanità. In Italia, creati 60 mila posti di lavoro con le energie rinnovabili
Monica Frassoni nell’articolo: «Occupy Europe» sul dibattito aperto con l’iniziativa di manifesto, Verdi e Sbilanciamoci di Bruxelles, del 28 giugno scorso, afferma che per uscire dalla crisi occorre lasciar perdere le centrali a carbone e petrolio e le spese militari, tra cui i costosissimi F35 americani, per finanziare l’efficienza energetica le rinnovabili e lo sviluppo della cultura. Rossana Rossanda aveva dato notizia che a Bruxelles erano intervenuti gli eredi delle posizioni di Spinelli e dei gaullisti dell’Europa delle patrie. Così ecco il ricordo dei vecchi tempi.
Dal 1969 al 1976 ho fatto parte, sotto la direzione di Giorgio Amendola, della pattuglia di deputati comunisti entrati al parlamento europeo dopo che finalmente era stata eliminata la discriminazione antisocialista e anticomunista delle prime due legislature. Denunciammo i vizi d’origine della costruzione europea. Da un lato un’unione regionale, in violazione degli accordi di Yalta, nel quadro della politica Nato e del sistema di Bretton Woods,e dall’altro, sulla base dei Trattati di Roma, una concezione mercantilistica e privatizzatrice contraria ad ogni forma di intervento pubblico e di stato sociale.
L’Spd tedesco di Schumacher aveva definito la Ceca, l’Euratom e poi la Cee come infeudate alle quattro k: kapitalism, klericalism (Schumann, Adenauer e De Gasperi erano tra i promotori dell’Unione) korservatorism, kartellen.
Ancora più forte era l’opposizione di De Gaulle che fece uscire la Francia dall’organo militare della Nato, diede il via all’autonomia atomica, con la force de frappe (affossando così L’Euratom), e con il Piano Fouchet propose una “unione delle patrie” in contrapposizione a quella degli apatrides di Bruxelles e soprattutto neutrale tra i due blocchi contrapposti Usa – Urss, donde la formula: l’Europa dall’Atlantico agli Urali.
Spinelli proponeva, invece, una Europa federale ma sempre all’interno dello schema monnettiano a soggezione atlantica. Il gruppo comunista diventò il centro dell’opposizione concreta alla politica della Commissione e si sforzò di stabilire rapporti, non solo con i partiti socialisti e socialdemocratici, sulle questioni sociali ma anche, in molte occasioni, con il potente gruppo gaullista che votò persino, in alcuni casi, le proposte che partivano dal gruppo comunista mettendo in minoranza la Commissione con grande dispetto dello stesso Spinelli che era allora Commissario in quota socialista. Amendola propose, al convegno sull’Europa promosso dal gruppo comunista al parlamento europeo e dal Cespe, di riprendere la parola d’ordine: l’Europa dall’Atlantico agli Urali suscitando l’opposizione di Bufalini e di altri miglioristi che volevano, dopo essere stati fedeli al mito dell’Urss, far cambiare la linea del Pci di 180° alla ricerca del Washington consensus.

giovedì 5 luglio 2012

GIORGIO CREMASCHI – Come in Grecia. La criminalità economica governa

gcremaschiLa truffa più grande che stiamo subendo è quella che ci vuol far credere che le misure che il governo Monti ha preso, prende e prenderà, hanno lo scopo di evitare di finire come la Grecia.

- micromega -
E’ vero esattamente il contrario. Le misure sono come quelle che hanno portato la Grecia alla catastrofe economica e al disastro sociale.
Magari vengono scaglionate nel tempo, in modo da evitare un impatto complessivo ed immediato che forse avrebbe costretto i sindacati più tremebondi d’Europa – Cgil, Cisl e Uil – a lottare. Ma le misure sono le stesse.
Prima il massacro sulle pensioni, aggravato dalla manifesta incompetenza del ministro Fornero, a cui Bersani, Berlusconi e Casini non han fatto mancare la fiducia, alla faccia degli esodati. Poi la controriforma del lavoro, che ha liberalizzato precarietà e licenziamenti mentre la crisi economica avanza. Ed ora la manovra correttiva di tagli sociali, ipocritamente coperta dal
solito trucco dell’uso dell’inglese. Ma quale spending review del cavolo!
Assisteremo sicuramente a qualche operazione di facciata, che verrà esaltata dalla sempre più insopportabile stampa di regime per coprire i tagli veri. Che come in Grecia saranno su tre fronti.
Privatizzazioni con svendita del patrimonio pubblico. Licenziamenti dei dipendenti pubblici, che come ad Atene non bastano e non basteranno mai a far quadrare i conti, ma che scateneranno nuovi drammi occupazionali nel pubblico come nel privato. Tagli drammatici a tutti i servizi sociali e in particolare a quelli sui quali si può fare cassa subito, i trasporti e la sanità.
Sui trasporti è utile ricordare che secondo l’amministratore delegato delle ferrovie già ora non ci sono più i soldi per tutto ciò che non sia alta velocità. Sulla sanità il rischio è ancora peggiore, perché ciò che viene messo in discussione è il diritto alla salute.
Proprio in Grecia l’organizzazione mondiale della sanità ha riscontrato una pericolosa regressione delle condizioni sanitarie per una popolazione sempre più povera, soprattutto per fanciulli ed anziani. Con le misure in atto ed annunciate dal governo Monti succederà la stessa cosa da noi. Prevenzione, controlli, cure saranno sempre più difficili da ottenere senza costi insopportabili per chi ha un basso reddito. E i poveri si ammaleranno di più.
Quelle che si stanno attuando sono misure di criminalità economica che colpiscono a fondo le nostre vite. Sono quelle imposte dalla logica dei Memorandum della Troika – Fmi, Bce, Ue – che il governo italiano ha accettato a Bruxelles, mentre l’opinione pubblica credeva il contrario. Complice una stampa che quei giorni parlava solo di calcio e mescolava in piena malafede Monti e Balotelli.
E così andiamo verso la Grecia mentre ci spiegano che stiamo andando nella direzione opposta. È la più grande truffa politico mediatica del dopoguerra.
Giorgio Cremaschi
(5 luglio 2012)

giovedì 26 aprile 2012

Luciano Gallino: Una riforma a favore del più forte

- controlacrisi -
Le bugie e le cattiverie della “riforma del lavoro” in un’accurata analisi del testo della legge. Le facoltà fondamentali del giudice del lavoro, di contemperamento dei poteri della parte più debole (il lavoratore) e di quella più forte (il datore di lavoro), fatte salve le ragioni di entrambi, vengono drasticamente limitate dal disegno di legge di riforma del lavoro, a partire da quelle che gli assegnava l´articolo 18. In tal modo i licenziamenti individuali e collettivi saranno resi ancora più facili. Sono questi gli esiti più negativi del ddl che il Parlamento dovrebbe cercare di attutire - sempre che non prevalga nella maggioranza la volontà di peggiorarli. Prendere in esame le limitazioni delle facoltà del giudice a tutela del più debole apportate dal ddl è un efficace filo conduttore per non perdersi nelle 79 pagine di questo, per di più irte di dozzine di intricati rimandi a leggi preesistenti. A volte sembra che dette facoltà siano accresciute, ma a ben vedere quasi ovunque sono ridotte. Si prenda l´articolo 18, travestito in modo da apparire un parente della versione originale, ma in realtà radicalmente mutato. Il primo comma dei dieci che nel ddl sostituiscono i commi dal primo al sesto dell´articolo in questione attribuisce al giudice la facoltà di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro, in caso di licenziamento discriminatorio, quale che sia il numero dei dipendenti occupati dal datore di lavoro. Sulle prime questa parrebbe una novità meritoria, poiché da ogni parte si è sempre detto che l´articolo 18 si applica solo alle aziende con più di 15 dipendenti. E qualche voce del governo si è pure levata per far notare questa straordinaria innovazione a favore dei lavoratori. In verità si tratta di un dispositivo che ha più di vent´anni. La legge numero 108 del 1990 stabilisce infatti, all´articolo 3, che nel caso di licenziamento determinato da ragioni discriminatorie si applicano le conseguenze dell´articolo 18, cioè il reintegro nel posto di lavoro, quale che sia il numero dei dipendenti.

giovedì 12 aprile 2012

La «riforma» dell'Articolo 11

di Manlio Dinucci - rifondazione -
Una «riforma strutturale profonda»: così il ministro Di Paola definisce la revisione dello strumento militare, presentata dal governo Monti su sua proposta. Che sia profonda non c'è dubbio. Da oltre vent'anni talpe bipartisan stanno scavando sotto l'art. 11 della Costituzione, che «ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».

I lavori in galleria iniziano nel 1991, dopo che la Repubblica italiana ha combattuto la sua prima guerra, quella lanciata dagli Usa in Iraq. Sotto dettatura del Pentagono, il governo Andreotti redige il «nuovo modello di difesa» che stabilisce, quale compito delle forze armate, non solo la difesa della patria (art. 52), ma la «tutela degli interessi nazionali ovunque sia necessario». Nel 1993 - mentre l'Italia partecipa all'operazione militare lanciata dagli Usa in Somalia, e al governo Amato subentra quello Ciampi - si dichiara che «occorre essere pronti a proiettarsi a lungo raggio» al fine di «garantire il benessere nazionale mantenendo la disponibilità delle fonti e vie di rifornimento dei prodotti energetici e strategici». Nel 1995, durante il governo Dini, si afferma che «la funzione delle forze armate trascende lo stretto ambito militare per assurgere a misura dello status del paese nel contesto internazionale». Nel 1996, durante il governo Prodi, si sostiene che quello militare deve essere «uno strumento della politica estera». Nel 1999 - dopo che il governo D'Alema ha fatto partecipare l'Italia, sotto comando Usa, alla guerra contro la Jugoslavia - si enuncia «la necessità di trasformare lo strumento militare dalla sua configurazione statica ad una più dinamica di proiezione esterna», compito per cui è adatto «il modello interamente volontario», ossia l'esercito di professionisti della guerra. Che si rivela prezioso per gli interventi militari in Afghanistan e Iraq, sotto il governo Berlusconi. Qui si innesta il concetto strategico pentagoniano enunciato nel 2005 da Di Paola, in veste di capo di stato maggiore. Di fronte alla «minaccia globale del terrorismo», occorre «sviluppare capacità di intervento efficace e tempestivo anche a grande distanza dalla madrepatria». Le forze armate italiane devono operare nelle zone di «interesse strategico» che comprendono i Balcani, l'Europa orientale, il Caucaso, l'Africa settentrionale, il Corno d'Africa, il vicino e medio Oriente e il Golfo persico. La guerra contro la Libia, di cui Di Paola è nel 2011 uno degli artefici quale presidente del comitato militare Nato, conferma la necessità che l'Italia costruisca uno «strumento proiettabile», con spiccata capacità «expeditionary», attraverso una organica pianificazione. Quella che Di Paola vuole ora istituzionalizzare con il decreto legge, per creare forze armate più piccole ma più efficienti, con mezzi tecnologicamente più avanzati (tra cui l'F-35) e più risorse per l'operatività. Ciò è dovuto non alla «necessità di contenere i costi» a causa della crisi finanziaria, ma, come per l'art. 18, alla necessità delle oligarchie economiche e finanziarie, artefici della crisi, di rafforzare i loro strumenti di dominio. Con l'aggravante che si vuole smantellare, insieme a uno dei cardini dello Statuto dei lavoratori, uno dei principi fondamentali della Costituzione.

da Il Manifesto, Martedì 10 Aprile 2012

lunedì 26 marzo 2012

Furore! Cosa diceva John Steinbeck della riforma del lavoro

di Alessandro Robecchi - micromega -
John Steinbeck pubblicò Furore (The grapes of wrath. Titolo greco, Τα σταφύλια της οργής) nel 1939.
Vinse il Pulitzer nel ‘40. Vinse il Nobel per la letteratura nel 1962. Furore è considerato universalmente il più grande romanzo mai scritto sulla Grande Depressione, oltre che uno straordinario affresco degli anni del New Deal di Roosevelt.
E’ solo un libro, dirà qualcuno. E’ vero. E’ solo un libro. E qui se ne possono leggere solo poche righe.
Le dedico a tutti i giovani precari italiani, ai lavoratori che verranno licenziati per motivi “economici” con la nuova riforma dell’articolo 18, alla signora ministra Fornero e ai famosi mercati.
Poche righe. Buona lettura.

Dove c’è lavoro per uno, accorrono in cento. Se quell’uno guadagna trenta cents, io mi contento di venticinque.
Se quello ne prende venticinque, io lo faccio per venti.
No, prendete me, io ho fame, posso farlo per quindici.
Io ho bambini, ho bambini che han fame! Io lavoro per niente; per il solo mantenimento. Li vedeste i miei bambini! Pustole in tutto il corpo, deboli che non stanno in piedi. Mi lasciate portar via un po’ di frutta, di quella a terra, abbattuta dal vento, e mi date un po’ di carne per fare il brodo ai miei bambini, io non chiedo altro.
E questo, per taluno, è un bene, perché fa calare le paghe rimanendo invariati i prezzi. I grandi proprietari giubilano, e fanno stampare altre migliaia di prospettini di propaganda per attirare altre ondate di straccioni. E le paghe continuano a calare, e i prezzi restano invariati.
Così tra poco riavremo finalmente la schiavitù.
(John Steinbeck, Furore, 1939)
Alessandro Robecchi
(23 marzo 2012)

domenica 25 marzo 2012

Riforma del lavoro. Tutto qui il sapere dei tecnici?

di Roberto Romano - sbilanciamoci -
Un'analisi – provvisoria – del documento del governo sulla riforma del lavoro e sugli ammortizzatori sociali dimostra che rimangono irrisolte le questioni principali: flessibilità e precariato, livello salariale, produttività delle imprese, mancanza di una politica industriale.

La bozza di documento del governo sulla riforma del mercato del lavoro e sugli ammortizzatori sociali delinea una riforma strutturale degli ammortizzatori sociali, con un impatto sociale ed economico sostanzialmente incerto, e una piccola correzione della flessibilità in entrata legata al costo-opportunità dell’utilizzo degli attuali modelli di inserimento del mercato del lavoro, senza nessuna vera riforma delle tipologie contrattuali, mentre per la flessibilità in uscita si tende a una monetizzazione, via giudice, di alcune fattispecie dell’articolo 18 sulla reintegra.

Al netto della modifica dell’articolo 18, il governo dei tecnici non interviene sul mercato del lavoro: lo corregge solo in misura contenuta. Da tempo il dibattito economico e politico si interroga sull’eccesso della flessibilità in entrata del mercato del lavoro. In altre parole, 46 modelli di contratti di assunzione sono invero eccessivi, e vanno ben oltre la necessaria flessibilità del lavoro. Infatti, l’eccesso di flessibilità in entrata, che fa il paio con la flessibilità in uscita degli stessi soggetti coinvolti, non ha prodotto nessun miglioramento del mercato del lavoro e più in particolare della struttura produttiva. In qualche misura l’eccesso di flessibilità del lavoro ha ridotto la flessibilità del tessuto produttivo di spostarsi da un settore produttivo maturo a un settore emergente. È proprio la manutenzione proposta dal governo di alcune fattispecie di contratti che formalizza la dissociazione tra mercato del lavoro e politica industriale. Infatti, la flessibilità non è brutta o cattiva, ma dipende dal risultato che si vuole perseguire. Quindi il dualismo nel mercato del lavoro è solo sfiorato in ragione dell’aumento del costo del lavoro a chiamata, a tempo determinato, con delle positive limitazioni per l’uso del tempo parziale, soprattutto se consideriamo il costo complessivo del lavoro italiano rispetto ai principali competitor europei; è del tutto evidente che l’aggravio dei costi e l’aumento del numero delle pratiche amministrative difficilmente inibirà il loro utilizzo. Infatti, la libertà di “licenziamento” dei precari costituisce un vantaggio comparato a cui difficilmente le imprese rinunceranno. Le imprese denunciano l’aggravio amministrativo, ma questo “aggravio” non è così tanto diverso da quello che già oggi le stesse imprese devono svolgere per gestire gli oltre 46 modelli di inserimento del mercato del lavoro. Se l’aumento dei costi nell’utilizzo di certe fattispecie di lavoro fosse così “condizionante”, perché non eliminarli? Evidentemente l’obiettivo non è quello di ri-allineare il mercato del lavoro e la politica industriale, piuttosto quello di “intercettare”, surrettiziamente, un malessere che coinvolge in primis i giovani e le donne, con dei percorsi formativi che travalicano il target della domanda di lavoro delle imprese. Alla fine non di riforma del mercato del lavoro si discute, che presuppone un minimo di politica industriale, ma di mero aggiustamento residuale delle più evidenti storture del modello “Biagi”. Nella bozza del documento sono rintracciabili anche importanti aggiustamenti, ma nulla di più e nulla di meno. Il nodo vero è un altro: il problema del precariato e della flessibilità (in entrata), del mercato del lavoro duale, per non parlare del livello salariale e delle produttività delle imprese, rimane ancora da risolvere. In altre parole: tutti qui il sapere del governo dei tecnici?

venerdì 23 marzo 2012

domenica 18 marzo 2012

Riformismo e anticapitalismo nel movimento no-debito

Giulio Palermo - sinistrainrete -
La crisi del debito pubblico in Europa impone dure misure restrittive che si abbattono su una situazione economica già critica. Secondo le istituzioni internazionali e i governi nazionali non c’è altra via d’uscita: pagare il debito è l’unica cosa da fare. La gente protesterà, ma non si può vivere perennemente al di sopra dei propri mezzi.
Lo stato deve ora onorare i suoi debiti, anche a costo di adottare misure impopolari. Niente mostra meglio la distanza che esiste tra stato e popolo della rabbia sociale espressa fuori del Parlamento greco, mentre all’interno gli onorevoli onoravano i loro impegni con la comunità internazionale, approvando i provvedimenti indicati dalla Banca centrale europea, l’Unione europea e il Fondo monetario internazionale, in difesa del potere bancario. Senza più alcuna mistificazione, lo stato schiaccia il proprio popolo, come misura necessaria a salvare il capitale internazionale.

In Italia, qualche ministro piange al pensiero che milioni di pensionati non arriveranno più a fine mese, ma non si dimette di certo: perché qualcuno il lavoro sporco dovrà pur farlo. “Misure impopolari, ma necessarie”, questo è il ritornello. Perché, appunto, la necessità è salvare le banche, anche a costo di sacrificare il popolo.

Gli stessi partiti di sinistra con ambizioni di governo faticano a dire qualcosa di sinistra perché la prima preoccupazione, per loro come per ogni partito borghese, non è il popolo che dovrebbero rappresentare, ma la stabilità del sistema, la solvibilità delle banche e la tenuta delle istituzioni finanziarie internazionali. Da questo punto di vista, ben vengano i governi tecnici: così sembra che le misure impopolari le prendano loro, senza che destra e sinistra se ne assumano direttamente la responsabilità politica (anche se, ovviamente, sono comunque parlamentari di destra e di sinistra che approvano le manovre dei governi tecnici).

In questo quadro, la nascita di un movimento che si oppone al pagamento del debito pubblico costituisce una novità politica significativa. Riconsiderare il debito, ed eventualmente ripudiarlo, per molti militanti significa rimettere in discussione i meccanismi che strangolano i debitori per il bene dei creditori, attaccare i principi sacri della proprietà privata, capovolgere l’assioma che antepone i profitti di banche e imprese ai bisogni di uomini e donne.

Ma può significare anche una cosa completamente diversa: “default controllato”, che in fondo è quanto chiede il capitale.

Nella proposta di rinegoziare il debito, insomma, si intrecciano potenzialità rivoluzionarie e rischi politici restauratori che devono essere attentamente valutati. In questo articolo, esamino criticamente la proposta del movimento contro il debito che si sta sviluppando in diversi paesi europei e faccio alcune considerazioni sul ruolo di una simile lotta all’interno di un percorso anticapitalista.

Riformisti alla rovescia

Il “neoriformismo” nell’analisi di Paolo Favilli
Toni Muzzioli - sinistrainrete -
A un ventenne di oggi potremmo raccontarla così.
Nella sinistra, un tempo, quando esistevano ancora i partiti socialisti e comunisti, l’Urss e il movimento operaio organizzato, c’erano i riformisti e i rivoluzionari, gli uni e gli altri a loro volta divisi in innumerevoli fazioni, scuole e correnti. Riformisti e rivoluzionari si consideravano, ad ogni modo, due “tribù” diverse, talvolta anche duramente contrapposte. La divisione grosso modo si giocava su modi e forme della auspicata creazione di una futura società socialista: i primi, infatti, pensavano che essa fosse conseguibile senz’altro all’interno delle cornici elettorali e parlamentari, confidando nel progressivo inevitabile scivolamento della società capitalistica verso il suo superamento; i secondi pensavano necessaria la “rottura rivoluzionaria”, la necessità cioè di giungere – presto o tardi e in forme anche assai differenziate secondo le diverse teorie o temperamenti – a un momento di scontro generale e definitivo. Gli uni e gli altri, però, condividevano due cose: il fine, che era il socialismo, e la critica della società vigente, quella capitalistica, dalla quale appunto derivava l’impegno attivo (pur diversamente concepito) per il suo superamento. Le accuse e controaccuse – e i conseguenti comportamenti pratici – potevano spingersi fino ai livelli più atroci, ma resta indiscutibile che l’impegno soggettivo per il socialismo ha sempre accomunato riformisti e rivoluzionari, a tutte le latitudini.

I riformisti, certo, erano abituati a subire le peggiori accuse dai rivoluzionari (tradimento della classe operaia, svendita dei suoi interessi, collusione col nemico, cedimento all’imperialismo ecc.), accuse spesso fondate e altre volte un po’ meno, ma certamente si consideravano impegnati in una battaglia per il miglioramento e il consolidamento delle condizioni economiche e sociali delle classi popolari (anche in questo caso qualche volta era vero, qualche volta un po’ meno…).

Le “riforme” questo erano: passi, o mattoni se si preferisce, di un percorso (o di un edificio) che, rafforzando progressivamente le posizioni della classe operaia, l’avrebbe portata in definitiva non solo a un deciso miglioramento economico ma al governo della società. Tanto è vero che, di fronte a leggi che imponessero un deterioramento delle posizioni sociali del proletariato o un restringimento della democrazia, essi erano soliti usare l’espressione “controriforme”!

Così sono andate le cose all’incirca fino alla fine degli anni Ottanta del XX secolo. La parola “riformista” aveva un significato ben incastonato in questo quadro.

Poi, il crollo dell’Urss e del blocco socialista cambiò tutto. In realtà, all’indomani della dissoluzione del socialismo reale, ci fu fatto credere che il riformismo, per l’appunto, avesse prevalso sull’estremismo bolscevico, sulla “mentalità rivoluzionaria” (per dirla con Michel Vovelle) e sui suoi effetti totalitari: del socialismo avremmo conservato le giuste aspirazioni sociali (e la prassi riformista), mentre avremmo dimenticato le tendenze totalitarie (questo, perlomeno, dicevano le anime belle socialdemocratiche). Ma non è andata esattamente così: il movimento comunista effettivamente si è dissolto, ma si è portato dietro anche il riformismo socialdemocratico! Con un’importante specificazione: è scomparsa la cosa; non il nome. Sì, perché di riformismo si è continuato a parlare. Anzi, per la verità non si parla d’altro.

martedì 7 febbraio 2012

Può il capitalismo auto-riformarsi?

di ANTONIO MARTINS. democraziakmzero
Outras Palavras (www.outraspalavras.net, sito di San Paolo del Brasile che si occupa di “internet e post-capitalismo”, ndt) pubblica un brillante e provocatorio testo dell’economista Ricardo Abramovay. Nel recensire “La terza rivoluzione industriale” (pubblicato in Italia da Mondadori, ndt) di Jeremy Rifkin, richiama l’attenzione su alcune caratteristiche della possibile transizione a una economia post-petrolifera e post-comunicazioni di massa. Il nuovo paradigma produttivo avrebbe, come motore, l’energia generata in milioni di “microfabbriche” – edifici comuni, condomini o case che catturerebbero il potenziale energetico del vento o del sole per ridistribuirlo attraverso reti molto sofisticate. Così, gli attuali consumatori di elettricità diventebbero “prossimitori” – ossia sarebbero in grado di iniettare nel circuito l’energia che producono.

Nons i tratta di una immaginazione lontana nel tempo, ma di qualcosa che è nell’orizzonte degli attuali sviluppi tecnologici. Quel che Rifkin e Abramovay sottolineano è che, per sua stessa natura, questo nuovo paradigma rovescerebbe la concentrazione di potere che esiste nel mondo dei grandi giacimenti di petrolio e delle mega-centrali. Questo paradigma esigerebbe un potere “condiviso, decentrato e cooperativo”, come Internet. Di più: presentando Rifkin, Abramovay evidenzia i suoi legami con influenti leader politici (la cancelliera tedesca Angela Merkel, tra gli altri) e il mondo della mega-imprese. Vale a dire, l’ipotesi sarebbe quella di una evoluzione più o meno naturale per il nuovo standard – anche se Abramovay aggiunge: “Nessuna garanzia”.

La medesima ipotesi di una auto-riforma del capitalismo è stata avanzata dal giornalista Luis Nassif, nella sua rubrica economica di questa domenica (nel sito http://www.advivo.com.br/, ndt). Nassif prevede un ritorno alla fase post-Seconda Guerra Mondiale, in cui il sistema promosse una certa redistribuzione della ricchezza. Anche Nassif si basa su lavori di ricerca e di ampiezza internazionale. In questo caso, “Capitalism in crisis”, una serie coraggiosa di articoli che il non sospetto Financial Times sta pubblicando, in particolare un testo di Martin Wolf, principale editorialista del giornale. Qui, l’angolo visuale non è la tecnologia, ma le politiche economiche. Wolf si scontra con la credenza che ha orientato il Financial Times e gli economisti mainstream per tre decenni: la presunta capacità dei mercati di guidare la vita sociale. Wolf afferma, al contrario, che i beni pubblici – comprese le politiche sociali – sono i “blocchi strutturali della civiltà”. E aggiunge che un mondo globalizzato avrà bisogno di beni pubblici più sofisticati e di portata internazionale. Nassif ci ricorda che idee simili sono appena state esposte, al Forum economico mondiale di Davos, da Lawrence Summers, “uno dei teorici principali del Washington Consensus”.

lunedì 30 gennaio 2012

Ecco Riforma del Mercato del Lavoro, il gioco da tavolo che cancella i diritti

Alessandro Robecchi. Pubblicato in Il Misfatto
Più entusiasmante di Risiko! Più divertente di Monopoli! Finalmente un gioco che bastona i lavoratori senza usare la polizia! – Il ministro Fornero è già una campionessa: basta un tiro di dadi per eliminare l’articolo 18 e la cassa integrazione – Il gioco in realtà è antichissimo, ma Monti lo presenta in Europa come una grande novità italiana – Sergio Marchionne è raggiante: “Ottimo! Si possono fregare i lavoratori italiani anche vivendo a Detroit!”

Un gioco da tavolo entusiasmante, un passatempo perfetto per riempire le pause in Consiglio dei Ministri, per dilettare banchieri e sottosegretari. Si tratta del nuovissimo Riforma del Mercato del Lavoro®, un gioco che unisce strategia, abilità, cinismo ed economia. La struttura ricorda quella dei giochi tradizionali: un tabellone, pedine colorate, dadi e carte. Ma il segreto del successo è che ognuno fa le regole come cazzo vuole. Per abolire l’articolo 18, per esempio, basta fare sei con i dadi e dire che si tratta di giustizia sociale. Lo stesso vale per la cassa integrazione. Per i sussidi ai disoccupati e il reddito minimo garantito, invece, sarà necessario fare quindici volte consecutive uno tirando due dadi: nessuno c’è mai riuscito. Riforma del Mercato del Lavoro® è in commercio da meno di un mese e già ci sono campioni conclamati. “Il ministro Fornero è molto forte – dice un esperto – soprattutto per il suo cinismo. Pare sia imbattibile , ha ordinato un tabellone in pelle umana e dadi di osso di metalmeccanico”. Intanto si affinano tecniche e strategie di gioco. La migliore è fingere di occuparsi dei precari. “Con la scusa di aiutare i precari si cancellano i diritti a tutti gli altri, e il gioco è fatto – dice un sottosegretario – spesso i sindacati ci cascano alla grande”. Molto preziosa, nel gioco, la carta “diritti acquisiti”: chi la pesca la butta nel cesso ed è favorito per la vittoria. Come ogni gioco di strategia, richiede buona predisposizione alla menzogna. Per esempio convincere tutti che licenziare i lavoratori faccia bene all’economia aiuta molto, così come leggere gli articoli di Alesina e Giavazzi sul Corriere. Vince, alla fine, chi fa più regali alle banche e ai padroni, riuscendo però a passare per un riformista di stampo europeo che modernizza il Paese. Un gioco bellissimo, insomma. Unico neo, il prezzo: Riforma del Mercato del Lavoro® costa infatti tre punti di Pil e cinque di inflazione. Ma anche qui, nessun timore: se i giocatori sono abili, pagheranno i lavoratori.

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