Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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venerdì 15 febbraio 2013

Sanità

    
Sanità, 2 milioni di anziani tagliano i farmaci

2 milioni di anziani tagliano i farmaci

di Rassegna.it -
Censis: 9 milioni di italiani nel 2012 sono stati costretti a rinunciare ad accedere a prestazioni sanitarie per motivi economici. Colpita la terza età, il 20% è over 65. Scendono visite diagnostiche e specialistiche. “Non si cura chi ha più bisogno”.
(Adnkronos Salute) – La crisi economica svuota i portafogli ma fa male anche alla salute. Soprattutto quella dei più anziani. Il 20% dei 9 milioni di italiani che secondo il Censis lo scorso anno sono stati costretti a rinunciare ad accedere ad alcune prestazioni sanitarie per motivi economici, è infatti over 65.
Anziani che, sempre per la crisi, hanno ridotto anche l’acquisto di farmaci pagati direttamente di tasca propria. E’ quanto emerge da un rapporto aggiornato del Censis, illustrato da Ketty Vaccaro, responsabile welfare del Censis, a margine di un incontro sulla sanità organizzato a Roma dall’associazione Pubblic Affairs Association.
ostrette a rinunciare ad alcune prestazioni, soprattutto quelle persone con meno risorse, che vivono in condizioni socio-economiche più difficili: ben il 40% dei 9 milioni totali. Le cure che più spesso vengono rimandate per mancanza di soldi sono: le prestazioni diagnostiche e le visite specialistiche.
In sostanza, come spiega l’esperta del Censis, “sono state costrette a rinunciare alle cure proprio quelle persone che ne hanno più bisogno, che sono poi le stesse che quando sono costette a sottoporsi a qualche esame, visita o cura, si sono rassegnate alle lunghe liste di attesa in strutture pubbliche o convenzionate, mentre in altri tempi avrebbero fatto ricorso alle strutture private, pagando interamente di tasca propria la prestazione”.

venerdì 30 novembre 2012

SANITÀ La ricetta americana di Monti

Fonte: il manifesto | Autore: Felice Piersanti       
Il Presidente del Consiglio ha espresso le sue preoccupazioni circa le prospettive di aumento della spesa sanitaria nei prossimi anni e ha affermato che si deve pensare a «finanziamenti alternativi». Ma che cosa sono i finanziamenti alternativi? Sono le assicurazioni private, cioè il sistema americano. In altre parole, dai sistemi europei di sanità pubblica dovremmo avviarci verso un sistema misto, un po' europeo, un po' americano.
Ma il sistema americano, basato sulle assicurazioni private pagate dai cittadini, è pessimo e giustamente in via di trasformazione.
E' costoso (due-tre volte quello europeo), è meno efficace, perché la durata media della vita è più bassa rispetto a quella europea e sono peggiori le statistiche di funzionalità (mortalità infantile, mortalità neonatale, etc.); é ingiusto, perché i ricchi pagano direttamente le migliori prestazioni, mentre circa 50 milioni di cittadini sono privi di assistenza. Solo con la riforma Obama, nel 2013-2014 questa vergogna sarà eliminata. Ma il paradosso consiste nel fatto che lo Stato deve comunque intervenire con i propri finanziamenti per l'assistenza agli ultra sessantacinquenni (Medicare), perché senza finanziamenti statali le assicurazioni non assicurano gli anziani, e per l'assistenza ai poveri (Medicaid). Con questi due programmi spende quasi quanto in Italia si spende per l'assistenza sanitaria a tutti i cittadini.
Ha senso in queste condizioni parlare di finanziamenti alternativi? Le risorse sono poche e la proposta di Monti è quella di ricorrere, sia pure parzialmente, a un sistema notoriamente più costoso. Non è un progetto serio, ma non è casuale: risponde a una ideologia immobile, tolemaica, che pone i mercati invece della Terra al centro del mondo, non accetta discussioni, non si confronta con la complessa realtà.
L'intervento di Monti era stato preceduto da segnali premonitori. Il mese scorso, sul Corriere della sera, un autorevole consulente del governo, Giavazzi, sostenendo che non siamo in condizioni di garantire l'assistenza sanitaria a tutti, ha proposto di limitarla ai più poveri, facendo pagare direttamente le prestazioni al ceto medio. Il rinnovamento di Giavazzi consisteva dunque nel tornare al medico condotto per i poveri. Il ministro della sanità, invece, che pure conosce benissimo il nostro Servizio sanitario nazionale, avanza una proposta bizzarra, che si sta trasformando in legge: i cittadini meno poveri dovranno pagare di tasca propria i primi trecento euro di spese sanitarie di un anno e solo per le spese successive interverrà il Servizio sanitario nazionale. In tal modo, chi è in buona salute non avrà nessun problema, mentre chi non lo è pagherà un supplemento di tasse di trecento euro l'anno, una sorta di multa per la colpa di essere malato.
Sono tutti iniziali tentativi di mettere in discussione il principio fondamentale del Servizio sanitario nazionale: ognuno paga con le tasse in proporzione delle proprie entrate e riceve l'assistenza secondo le sue necessità. E non si tratta di questioni di scarsa entità, si tratta di attentati al diritto alla salute previsto dalla nostra Costituzione, in un quadro generale che tende a cambiare il segno della Repubblica italiana nata dalla Resistenza. Ma il problema della dinamica ascendente della spesa sanitaria per i prossimi anni è un problema reale. Pur razionalizzando ed eliminando sprechi e corruzione, la spesa sanitaria tenderà inevitabilmente a crescere: è una conseguenza del miglioramento della sanità e delle condizioni di vita che ha determinato, e ancor più determinerà in futuro, un vertiginoso aumento del numero degli anziani. Si tratta di un cambiamento epocale della demografia della nostra società, che non c'è modo di contrastare a meno che non s'imponga l'eutanasia obbligatoria degli utraottantenni.
Un governo serio dovrebbe affrontare serenamente il problema, meglio se a livello europeo, studiando dove reperire i fondi necessari - ad esempio diminuendo radicalmente le spese militari, introducendo una patrimoniale progressiva, tassando le rendite, etc., senza mettere in discussione il servizio sanitario nazionale, in una prospettiva di medio e lungo termine. A breve termine, tuttavia, piuttosto che ridurre il finanziamento, allo scopo di rendere più economica la sanità si possono individuare alcuni problemi da risolvere: l'intreccio pubblico-privato, le grandi multinazionali farmaceutiche e della diagnostica non correttamente controllate, la diabolica lottizzazione clientelare delle Asl, la corruzione imperversante che qualche regione talvolta alimenta. Resta poi il problema di fondo: quello dell'appropriatezza delle prestazioni che, in presenza di una forte spinta privata all'utilizzo di prestazioni anche inutili e perfino dannose, dovrebbe essere fondamentale. Ma questo presuppone che si ponga l'accento su un grande sviluppo culturale e che si mettano al centro della sanità gli operatori più qualificati invece dei direttori generali lottizzati.

giovedì 29 novembre 2012

Il welfare degli egoisti

   

di Manuele Bonaccorsi - lavorincorsoasinistra -
«Il nostro Sistema sanitario nazionale potrebbe non essere garantito se non si individuano nuove modalità di finanziamento», ha dichiarato il premier Monti martedì scorso. Tradotto: niente certezza della cura, la sanità dobbiamo pagarcela da soli. Poco male: per noi “casta” dei giornalisti è già così. Abbiamo una cassa sanitaria professionale, si chiama Casagit, che ci garantisce senza spendere un euro un’assistenza sanitaria completa, comprese le lenti da vista, le costosissime cure dentistiche, riabilitazioni ortopediche. In pulitissime cliniche, senza lista d’attesa. Splendido, no? Per la precisione, cotanto lusso non è proprio gratis. Lo paghiamo nella nostra busta paga, un contributo mensile, tanto più alto quanto più elevato è il salario. Quindi, se lo Stato abbandona il diritto alla cura, per chi scrive e per i suoi colleghi non è un problema. Oddio, non proprio per tutti i colleghi. I giornalisti contrattualizzati, che sono sempre meno, stanno in una botte di ferro. Ma i nostri collaboratori, quelli che sono pagati a pezzo, i portavoce degli uffici stampa, la pletora di partite Iva delle televisioni, loro la Casagit non ce l’hanno. Peggio per loro, no?
Ecco, la questione posta da Mario Monti funziona proprio così. Siccome non possiamo permetterci più il diritto “universale” alla salute, non esiste altra soluzione che “privatizzare” la sicurezza sociale. La conseguenze è che solo chi lavora, è già forte contrattualmente e ha paghe più alte, può godere di quel diritto. Come in America: se lavori hai la sanità, se no fatti tuoi. Si chiama “welfare contrattuale”, è una battaglia della Cisl che sul tema aveva avviato un profondo dialogo con l’ex ministro Maurizio Sacconi. Il tema è precipitato anche nel recente accordo sulla produttività, non firmato dalla Cgil, dove si prevede di detassare i contributi per il welfare contrattuale a livello nazionale e aziendale. Secondo quell’accordo, addirittura, potrebbero esserci sistemi di welfare diversi tra diverse aziende di uno stesso settore produttivo. Se lavori in Maserati hai il welfare, se stai in Fiat no. E tutti gli altri? Non resta che chiedere la carità. Non è una boutade. Lo scriveva proprio Sacconi, nel suo libro bianco sul welfare. Servirebbe l’opposto: poiché il mondo del lavoro è cambiato, e la certezza dell’impiego è purtroppo un ricordo del passato, ci vuole un welfare universalistico, che sostenga tutti: lavoratori e disoccupati, precari e dipendenti stabili, anziani e giovani. Susanna Camsussosostiene che l’accordo sulla produttività «sancisce il principio che prestazioni pubbliche quali la sanità e il welfare possono trovare forme complementari solo per una parte della popolazione, sottraendo risorse pubbliche a beneficio di tutti». Tradotto: se i protetti “fanno da sé” pagano meno tasse. E se pagano meno tasse si riducono le protezioni per tutti i non protetti. Il welfare al contrario, l’egoismo fatto principio. Possiamo dirlo chiaramente? Il premier, con questa dichiarazione, dimostra la sua rispettabilissima natura politica. Il professore si troverebbe del tutto d’accordo con le proposte portate avanti da Romney che si opponeva al Medical care di Obama. è ideologicamente e politicamente l’ultimo epigono di una stagione dell’economia e della politica globale che si chiama neoliberismo. Che ha portato alla più grande “redistribuzione” di risorse dal lavoro ai ricchi che la storia recente ricordi. Ci risponderanno che il welfare è un lusso che non possiamo permetterci, ce lo dice l’Europa, che ci impone di tagliare la spesa pubblica. Ma se l’Europa davvero ha l’obiettivo politico di distruggere i sistemi di welfare nazionali, allora questa non è la nostra Europa. Non perché siamo “antieuropei”. Ma perché Bruxelles (e Berlino) ha dimenticato di essere europea. Ormai è americana, peggio di Romney.

Monti sbaglia, le risorse per la sanità ci sono

 
di Domenico Moro da Pubblico il giornale
Il premier Mario Monti, intervenendo in collegamento a Palermo durante l’inaugurazione di un centro biomedico della fondazione Ri.Med., ha rilasciato una dichiarazione preoccupante: «Il nostro sistema sanitario nazionale, di cui andiamo fieri, potrebbe non essere garantito se non si individuano nuove modalità di finanziamento. La posta in gioco è altissima».

Monti ha ribadito inoltre che «il momento è difficile, la crisi ha colpito tutti e ha impartito lezioni a tutti. E il comparto medico non è stato esente né immune dalla crisi». Il punto, dunque, è quello del finanziamento. Quello che Monti non dice, però, è che le difficoltà di finanziamento del sistema sanitario non dipendono direttamente dalla crisi economica. In primo luogo, dipendono dal decentramento, ovvero dalla regionalizzazione della sanità. In secondo luogo, dipendono dalle scelte del governo e della maggioranza parlamentare sia sul fiscal compact, che impone vincoli di bilancio molto stretti, sia a proposito di fisco e di ripartizione delle risorse tra i vari comparti statali. Il decentramento avrebbe dovuto risolvere i problemi dell’Italia, a partire dalla sanità. In realtà, li ha accresciuti favorendo il collegamento, non sottoposto a controlli centrali, tra ceto politico locale e imprese private sanitarie locali, che ha fatto lievitare i costi. Il problema è costituito non solo dalla corruzione, ma dall’inserimento nel sistema dell’impresa privata, che comporta la necessità di un profitto e quindi di un accrescimento della spesa statale. Un problema specifico è costituito dal federalismo fiscale, praticamente una finzione, visto che è lo Stato a decidere di quanto si possa aumentare le imposte locali e quanta parte ne vada agli enti locali. La fonte principale di finanziamento della sanità pubblica, per circa il 40 per cento, è l’Irap, l’imposta regionale sulle attività produttive, il risultato di un pastrocchio in cui alcune imposte già esistenti sono state messe insieme con i contributi sanitari per i lavoratori, cioè con una parte del salario indiretto.
L’Irap è stata da sempre oggetto di un attacco lobbistico da parte della Confindustria e delle grandi imprese, che ha portato alla sua progressiva riduzione nel corso degli anni, contribuendo ad inaridire le fonti di finanziamento della sanità pubblica. Un ulteriore colpo è stato inferto dalla Legge di stabilità, che già nelle stesura originaria vedeva la riduzione dei trasferimenti statali alle regioni: un miliardo di euro in meno. Riguardo alla sanità, oltre ai provvedimenti già adottati, si prevede un taglio di 600 milioni per il 2013 (500 in beni e servizi non sanitari e 100 in dispositivi medici), e un miliardo per il 2014 e per il 2015, di cui il taglio per i dispositivi medici ammonta a 500 milioni annui. Sempre la Legge di stabilità, nella sua stesura definitiva, prevede una ulteriore riduzione dell’Irap per le imprese. L’importo deducibile per un lavoratore dipendente sale da 4.600 a 7.500 euro e per un lavoratore donna o giovane fino a 35 anni da 10.600 a 13.500. Nel Mezzogiorno, l’importo è ancora più alto: da 9.200 a 15.000 e per giovani e donne da 15.200 a 21.000. Non consideriamo poi l’aumento della dotazione, deciso dalla maggioranza parlamentare, a quasi un miliardo nel 2013 e a 800 milioni nel 2014 della detassazione per il pagamento di straordinari, lavoro notturno e festivo, presentato impropriamente come “salario di produttività”.
Dunque, se oggi il sistema sanitario non ha risorse è perché sta facendo le spese di una redistribuzione del salario, indiretto e diretto, verso il profitto, cioè verso le imprese in genere. In effetti, Monti non è credibile neanche quando dice che tutti i settori pagano la crisi. Infatti, il ministero della Difesa vede crescere la sua dotazione, che passerà dai 19,96 miliardi del 2012 ai 20,55 miliardi del 2013, azzerando i tagli triennali previsti dal governo Berlusconi. A beneficiarne saranno gli acquisti di nuovi sistemi d’arma, tra cui i cacciabombardieri F35, la cui spesa salirà dai 2,48 ai 3,63 miliardi, mentre migliaia di militari saranno licenziati, preferendo evidentemente garantire le commesse alle imprese belliche. Inoltre, il bilancio della Difesa non tiene conto della spesa per le missioni all’estero e dei fondi per i sistemi d’arma contenuti nel bilancio del Ministero dello sviluppo economico, che dovrebbero ammontare insieme a circa due miliardi e mezzo.
Le dichiarazioni di Monti sulla necessità di reperire “altre fonti di finanziamento” potrebbero alludere al proposito di incrementare ancora la presenza dei privati, a partire dalle assicurazioni, nella sanità pubblica o a forme come quelle in vigore negli Usa che sono universalmente note per la loro inefficacia. Infatti, secondo Costantino Troise, segretario nazionale dell’Anaao Assomed, «quando Monti parla di dover trovare nuove modalità di finanziamento, sembra voler aprire al privato, magari con un modello come il Medicare statunitense. Forse è già in campagna elettorale?».
Peccato che Medicare abbia contribuito a rigonfiare il debito pubblico Usa a livelli ingestibili, malgrado non offra un servizio universalistico come quello italiano, coprendo appena il 48% dei costi di assistenza per gli anziani oltre i 65 anni e i giovani disabili. Già oggi andare nelle strutture pubbliche, a causa dell’aumento dei ticket, è in alcune regioni tutt’altro che più conveniente rispetto ai privati. Le parole di Monti potrebbero segnare l’inizio del definitivo smantellamento del servizio sanitario nazionale.

sabato 8 settembre 2012

Usano il panico da deficit per smantellare il sociale

Usano il panico da deficit per smantellare il sociale
di Paul Krugman
L’AGENDA DELL’AUSTERITY
“Il tempo giusto per le misure di austerità è durante un boom, non durante la depressione”. Questo dichiarava John Maynard Keynes 75 anni fa, ed aveva ragione. Anche in presenza di un problema di deficit a lungo termine (e chi non ce l’ha?), tagliare le spese quando l’economia è profondamente depressa è una strategia di auto-sconfitta, perché non fa altro che ingrandire la depressione.

Allora come mai la Gran Bretagna (e l’Italia, la Grecia, la Spagna, ecc. NDR) sta facendo esattamente quello che non dovrebbe fare?
Al contrario di paesi come la Spagna, o la California, il governo britannico può indebitarsi liberamente, a tassi storicamente bassi.
Allora come mai sta riducendo drasticamente gli investimenti, ed eliminando centinaia di migliaia di lavori nel settore pubblico, invece di aspettare che l’economia recuperi?

Nei giorni scorsi, ho fatto questa domanda a vari sostenitori del governo del primo ministro David Cameron. A volte in privato, a volte in TV. Tutte queste conversazioni hanno seguito la stessa parabola: sono cominciate con una metafora sbagliata, e sono terminate con la rivelazione di motivi ulteriori (alla ripresa economica NDR).

La cattiva metafora – che avrete sicuramente ascoltato molte volte – equipara i problemi di debito di un’economia nazionale, a quelli di una famiglia individuale. La storia, pressappoco è questa: Una famiglia che ha fatto troppi debiti deve stringere la cinghia, ed allo stesso modo, se la Gran Bretagna ha accumulato troppi debiti – cosa che ha fatto, anche se per la maggior parte si tratta di debito privato e non pubblico – dovrebbe fare altrettanto!

COSA C’È DI SBAGLIATO IN QUESTO PARAGONE?

La risposta è che un’economia non è come una famiglia indebitata. Il nostro debito è composto in maggioranza di soldi che ci dobbiamo l’un l’altro; cosa ancora più importante: il nostro reddito viene principalmente dal venderci cose a vicenda. La tua spesa è il mio introito, e la mia spesa è il tuo introito.

E allora cosa succede quando tutti, simultaneamente, diminuiscono le proprie spese nel tentativo di pagare il debito? La risposta è che il reddito di tutti cala – il mio perché tu spendi meno, il tuo perché io spendo meno.- E mentre il nostro reddito cala, il nostro problema di debito peggiora, non migliora.

Questo meccanismo non è di recente comprensione. Il grande economista americano Irving Fisher spiegò già tutto nel lontano 1933, e descrisse sommariamente quello che lui chiamava “deflazione da debito” con lo slogan:”Più i debitori pagano, più aumenta il debito”. Gli eventi recenti, e soprattutto la spirale di morte da austerity in Europa, illustrano drammaticamente la veridicità del pensiero di Fisher.

Questa storia ha una morale ben chiara: quando il settore privato sta cercando disperatamente di diminuire il debito, il settore pubblico dovrebbe fare l’opposto, spendendo proprio quando il settore privato non vuole, o non può. Per carità, una volta che l’economia avrà recuperato si dovrà sicuramente pensare al pareggio di bilancio, ma non ora. Il momento giusto per l’austerity è il boom, non la depressione.

Come ho già detto, non si tratta di una novità. Allora come mai così tanti politici insistono con misure di austerity durante la depressione? E come mai non cambiano piani, anche se l’esperienza diretta conferma le lezioni di teoria e della storia?

Beh, qui è dove le cose si fanno interessanti. Infatti, quando gli “austeri” vengono pressati sulla fallacità della loro metafora, quasi sempre ripiegano su asserzioni del tipo: “Ma è essenziale ridurre la grandezza dello Stato”.

Queste asserzioni spesso vengono accompagnate da affermazioni che la crisi stessa dimostra il bisogno di ridurre il settore pubblico. Ciò e manifestamente falso. Basta guardare la lista delle nazioni che stanno affrontando meglio la crisi. In cima alla lista troviamo nazioni con grandissimi settori pubblici, come la Svezia e l’Austria.

Invece, se guardiamo alle nazioni così ammirate dai conservatori prima della crisi, troveremo che George Osborne, ministro dello scacchiere britannico e principale architetto delle attuali politiche economiche inglesi, descriveva l’Irlanda come “un fulgido esempio del possibile”. Allo stesso modo l’istituto CATO (think tank libertario americano) tesseva le lodi del basso livello di tassazione in Islanda, sperando che le altre nazioni industriali “imparino dal successo islandese”.

Dunque, la corsa all’austerity in Gran Bretagna, in realtà non ha nulla a che vedere col debito e con il deficit; si tratta dell’uso del panico da deficit come scusa per smantellare i programmi sociali. Naturalmente, la stessa cosa sta succedendo negli Stati Uniti.

In tutta onestà occorre ammettere che i conservatori inglesi non sono gretti come le loro controparti americane. Non ragliano contro i mali del deficit nello stesso respiro con cui chiedono enormi tagli alle tasse dei ricchi (anche se il governo Cameron ha tagliato l’aliquota più alta in maniera significativa). E generalmente sembrano meno determinati della destra americana ad aiutare i ricchi ed a punire i poveri. Comunque, la direzione delle loro politiche è la stessa, e fondamentalmente mentono alla stessa maniera con i loro richiami all’austerity.

Ora, la grande domanda è se il fallimento evidente delle politiche di austerità porterà alla formulazione di un “piano B”. Forse. La mia previsione è che se anche venissero annunciati piani di rilancio, si tratterà per lo più di aria fritta. Poiché il recupero dell’economia non è mai stato l’obiettivo; la spinta all’austerity è per usare la crisi, non per risolverla. E lo è tutt’ora.

http://cambiailmondo.org

venerdì 31 agosto 2012

EPPUR SI MUOVE… Torna lo Stato imprenditore ?

 

Un’intervista a Susanna Camusso su l’Unità rilancia il dibattito intorno al ruolo dello Stato come imprenditore. Un segno inequivocabile che, almeno sul piano dell’egemonia culturale, il neoliberismo è finito e che nuovi spazi di riflessione considerati fino a ieri impronunciabili, seppure timidamente, si stanno aprendo. Da puntualizzare molte cose al riguardo: ad esempio, il rapporto che deve intercorrere tra intervento pubblico e beni comuni, tra controllo democratico e direzione dello sviluppo, tra Europa (neoliberista) e Italia…. affinché un nuovo protagonismo statuale non finisca col soddisfare gli obiettivi della ritirata strategica del capitale, annunciati, anche, nelle ultime pseudo-previsioni delle agenzie di rating.

«SOLO QUI IN ITALIA IL PUBBLICO È IL MALE»

De Cecco: il pubblico non è il male. . Tornare a un’interazione nell’economia mista «è un fatto positivo», ma vedo «alcuni limiti dello Stato»
(da L’Unità del 22-8-12)
«Tornare a parlare di un ruolo attivo dello Stato nell’imprenditoria è senz’ altro un fatto positivo, anche se c’è da dire che pur nella dissennata e lunga stagione delle privatizzazioni l’idea dell’intervento pubblico non è mai definitivamente tramontata. Ad esempio, è cronaca di queste settimane il ventilato ingresso di Cassa Depositi e Prestiti nel capitale del Monte dei Paschi. Piuttosto, da osservatore di una certa età non posso fare a meno di evidenziare lo scostamento fra teoria economica e concreto comportamento dei governi e dei singoli che tanto spesso ha penalizzato il nostro Paese». Marcello De Cecco, economista con una lunga stagione d’insegnamento presso la Scuola Normale di Pisa, non nasconde il suo pessimismo. Pur nella condivisione di vari elementi del dibattito sulla presenza dello Stato nell’economia, iniziato con l’intervista a l’Unità di Susanna Camusso, i “conti” del professore abruzzese alla fine non tornano sempre per lo stesso motivo, il fattore umano.
Quali sono gli elementi concreti che non la convincono?
«Se parliamo di una presenza diretta dello Stato nell’attività industriale, posso cominciare con una battuta dicendo che rispetto all’Iri del 1933 adesso manca il duce… Per carità sia benedetta la democrazia, però un conto è il sacrosanto confronto parlamentare un altro è la perenne litigiosità dei partiti a cui siamo ormai abituati da decenni. Immaginiamo che questo governo, od uno futuro, decidesse di lavorare su un diretto intervento dello Stato nell’imprenditoria. Ne seguirebbe un putiferio di dibattiti, polemiche, accuse e controaccuse. Tutte cose non certo a beneficio del Paese ma di quella decina di soggetti forti, forse anche meno, che orientano giorno per giorno le speculazioni dei mercati. Fenomeni che abbiamo ben imparato a conoscere con l’altalena degli spread. Insomma, con tutta probabilità alla fine non se ne farebbe niente con il risultato di avere ancora una volta arricchito soggetti che si trovano fuori dall’Italia».

martedì 31 luglio 2012

Sto con i tartassati. Non è demagogia

di Moni Ovadia
La macelleria sociale continua senza dare segni di stanchezza. Lo spread, che non dipende dalle volontà politiche dei governanti di oggi, fa un po’ quello che gli pare, prediligendo il comportamento ciclotimico tipico dei flussi speculativi. Così facendo tiene sotto ricatto Stati e governi perché non venga loro in mente di decidere e di legiferare contro l’interesse dei mercati. I feroci costi di questo stato di cose, si scaricano, come sempre, su lavoratori, pensionati, disoccupati e precari.
Ma come potrebbe essere diversamente? Coloro che decidono, in proprio, o sulla base di «autorevoli» sollecitazioni esterne, versano in condizioni economiche molto lontane a volte lontane anni luce, da quelle dei tartassati o massacrati dai provvedimenti dell’austerità.
I redditi annui di leader politici e di governo, di manager di banche e istituzioni finanziarie, sono spesso talmente spropositati rispetto al reddito dei cittadini di cui sono chiamati a determinare le sorti economiche, da impedire loro di cogliere la prospettiva della realtà, anche con quella partecipazione personale che permette ad una persona di saper vagliare la verità viva dei problemi che madri e padri di famiglia si trovano ad affrontare.
Non voglio con questo dire che per capire i problemi, le frustrazioni e i travagli di un pensionato a settecento euro al mese si debba essere poveri. Quelli attenti al prossimo e alle sue condizioni esistenziali sono in grado di essere solidali a prescindere dalla consistenza del loro reddito.
Ma purtroppo tale sensibilità non è così diffusa tra chi non conosce sulla propria carne i disagi e le notti bianche degli afflitti dai morsi delle difficoltà economiche.
Forse sarebbe ora di avviare una riflessione seria e ponderata sul livello di reddito di chi è chiamato a elaborare riforme che peggiorano le condizioni esistenziali ed economiche dei meno abbienti. E non ci vengano a dire che questa è demagogia perché dell’uso squallidamente intimidatorio di questo termine fatto proprio dai peggiori demagoghi, ne abbiamo piene le tasche. L’ideologia dell’intimidazione demagogica contro chi chiede giustizia sociale, dignità e diritti, è figlia di una precisa pedagogia che per secoli e secoli ha costruito il mondo a misura dei potenti e dei loro privilegi. Dalla Rivoluzione francese in avanti, questa pedagogia è stata contrastata con crescente forza fino a tutti gli anni Settanta del Novecento, con conquiste significative e con un orizzonte di speranza.
Ma dal crollo del cosiddetto comunismo in poi, la demagogia del privilegio si è riaffermata con questo messaggio: «Vi eravate illusi, lo Stato sociale è morto, vi spetta una vita grama, chinate la testa!».

leparole-ipensieri.comunita.unita.it

mercoledì 25 luglio 2012

Mario Monti odia lo Stato. E ci dicono che lo salverà.

Mario Monti, il criminale che sta smembrando il futuro delle prossime due generazioni di bambini italiani e tutta la nostra ricchezza residua, è un fanatico discepolo del Libero Mercato. Il Libero Mercato è possibile solo e unicamente a condizione che lo Stato cessi di esistere, poiché lo Stato moderno è nato con la funzione primaria di proteggere la gente dalla furia predatoria del Libero Mercato.
Il fanatismo integralista del Libero Mercato anti-Stato ha un padre-profeta, che risponde al nome di Friedrich August von Hayek, economista austriaco vissuto dal 1899 al 1992. Di seguito alcuni suoi principi:
Sullo Stato Sociale, Hayek così si pronunciò: “Fornire agli indigenti e agli affamati qualche forma di aiuto, ma solo nell’interesse di coloro che devono essere protetti da eventuali atti di disperazione da parte dei bisognosi”.
Sulla democrazia dello Stato, si dichiarò a favore di uno Stato minimo, ma anche di uno Stato dittatoriale che imponesse le leggi dell’ordine supremo al popolo ignorante.
Sulla funzione pubblica della spesa statale, Hayek pensò che distruggendo ogni accesso dello Stato alla moneta si sarebbe finalmente abolita ogni forma di spesa pubblica. Propose l’abolizione completa del monopolio statale sull’emissione della moneta, per permettere solo alle banche private di creare denaro in libera competizione fra loro. Di fatto, si sarebbe trattato dell’abolizione del Tesoro nazionale e del bilancio dello Stato. L’abolizione dello Stato in sé.
** Si noti che quanto sopra è precisamente il disegno dell’Eurozona, cioè la sottrazione radicale agli Stati sovrani della loro moneta. Otmar Issing, uno dei padri dell’Euro e membro della BCE, ha dichiarato:“Quello che è successo con l’introduzione dell’Euro ha davvero ottenuto ciò che invocava Hayek”. E ancora: “E’ oggi chiaro che idee come le sue hanno ispirato i Trattati dell’Unione Europea… Non dovrebbe Hayek essere oggi felice di ciò che abbiamo fatto? Così tanta parte delle sue idee degli anni ’60 sono oggi legge europea”. Questo ammette il maggior insider della BCE nel 1999, parlando liberamente presso una delle più accanite fondazioni di destra neoliberista del mondo, l’Institute of Economic Affairs di Londra. Ammette che davvero, come da me scritto molte volte, questa Unione fu modellata sul volere dei profeti delle elites sociopatiche e anti-Stato, in palese sfregio del mandato ricevuto dagli amministratori dei cittadini comuni d’Europa. **
Posto di fronte alla scelta se favorire l’occupazione o la lotta all’inflazione, Hayek non ha dubbi: la lotta all’inflazione deve essere Regina, e tutto il resto dell’economia viene dopo, incluse le masse disperate delle persone condannate a una vita ignobile nella disoccupazione e sottoccupazione, che non lo toccano minimamente.
Hayek era un propagandista di un Darwinismo sociale senza pietà. Per lui ogni singolo aspetto del vivere comune, inclusa la morale, doveva essere frutto di una lotta spontanea, e mai di una pianificazione democratica dello Stato. Niente tutele per le minoranze, per i deboli, assolutamente no spesa dello Stato per il bene pubblico, trionfa solo il meritevole, il forte, in assenza completa di una qualsivoglia funzione pubblica. Hayek rappresenta il massimo profeta anti-Stato forse mai esistito.

mercoledì 11 luglio 2012

La spending review contro il Welfare State

Posted by keynesblog on  
La spending review cui sta lavorando il governo ha ben poco a che vedere con un’operazione finalizzata solo a ridurre gli sprechi. Il pericolo è che si metta in campo un potente meccanismo di (ulteriore) destrutturazione del welfare legittimando l’assunto (assai discutibile) che tutto ciò che è pubblico è fonte di inefficienza.
di Guglielmo Forges Davanzati da Micromega on line

Aristotele concepiva l’Economia come “governo della casa”. Nell’ideare la c.d.spending review (revisione della spesa), il Governo deve evidentemente aver attinto al pensiero aristotelico, indossando i panni di un buon padre di famiglia impegnato a far quadrare i conti. Sul sito della Presidenza del Consiglio si legge che: “con la spending review il Governo è intervenuto analizzando le voci di spesa delle pubbliche amministrazioni, per evitare inefficienze, eliminare sprechi e ottenere risorse da destinare allo sviluppo e alla crescita. La razionalizzazione e il contenimento dei costi sono infatti fondamentali per garantire, da un lato il raggiungimento degli obiettivi di finanza pubblica, dall’altro l’ammodernamento dello Stato e il rilancio del circuito economico”, e che, nel complesso, la spesa pubblica cosiddetta rivedibile (leggi: tagli) ammonta a quasi 300 miliardi di euro.
Nello stesso documento, viene precisato che questo importo “potrebbe servire, per esempio, a evitare l’aumento di due punti dell’IVA previsto per gli ultimi tre mesi del 2012”. I tagli verranno effettuati anche tendendo conto delle numerosissime mail spedite da cittadini italiani, che si sono avvalsi dell’opzione “esprimi la tua opinione”, segnalando sprechi e inefficienze. Fra queste, si cita il caso di un ospedale nel quale verrebbero tenuti accesi i riscaldamenti anche nel periodo estivo: caso piuttosto inverosimile, sebbene ancora da verificare, dal momento che ragionevolmente sarebbe nell’interesse di tutti coloro che lì lavorano chiedere che i riscaldamenti vengano spenti. A prescindere dall’incidentale “per esempio” al quale il Governo fa riferimento (non essendo noto a cosa si sia pensato in alternativa all’aumento dell’IVA), occorre innanzitutto rilevare – in linea generale – che è assai arduo ritenere che con 300 miliardi di minori spese si possa generare sviluppo e crescita, soprattutto considerando che questi risparmi verranno utilizzati per accrescere l’avanzo primario, potenziando – come si legge ancora nel comunicato governativo – “la linea di risparmio seguita dal Governo nei primi mesi di attività”.
Il documento, nella sezione di analisi, parte da un assunto falso, ovvero che, nell’ultimo trentennio, la spesa pubblica in Italia sia sempre aumentata. Su fonte Banca d’Italia, si rileva, per contro, che, a partire dalla seconda metà degli anni ’90, la spesa corrente ha cominciato a contrarsi, riducendosi, dal 1993 al 1994, da 896.000 miliardi a circa 894.000 miliardi. La spesa complessiva delle Amministrazioni pubbliche diminuisce dal 51,7% al 50,8% del PIL nel 1994 e, nel 1995, continua la riduzione dell’incidenza della spesa sul PIL, che raggiunge il 49,2%. Interessante osservare che, nel confronto internazionale con i principali Paesi OCSE, dal 1961 al 1980 (periodo nel quale la spesa pubblica in Italia è stata in continua crescita), lo Stato italiano ha impegnato risorse pubbliche in rapporto al PIL sistematicamente inferiori alla media dei Paesi industrializzati: a titolo puramente esemplificativo, nel 1980, il rapporto spesa corrente su PIL, in Italia, era pari al 41% a fronte del 41.2% della Germania.
Il documento ministeriale imputa l’aumento della spesa pubblica nell’ultimo trentennio unicamente a una sua gestione inefficiente (p.e. la duplicazione delle funzioni a livello centrale e locale). Anche in questo caso, ci si trova di fronte a una tesi opinabile, per due ragioni.
1. Senza negare che sprechi e inefficienze ci sono (e ci sono stati) nella gestione della cosa pubblica, occorre considerare che l’aumento della spesa pubblica, nel periodo considerato dal documento ministeriale, è stato essenzialmente finalizzato all’ampliamento delle funzioni dello Stato sociale (come del resto è accaduto nella gran parte dei Paesi OCSE, in quel periodo) che, a sua volta, si è reso necessario per venire incontro alla crescente domanda di giustizia distributiva in una fase storica caratterizzata da un elevato potere contrattuale dei lavoratori e delle loro rappresentanze nell’arena politica. Appare, dunque, a dir poco riduttivo ritenere – come fa il Governo – che la spesa pubblica è aumentata perché è stata gestita male.
2. Non è chiaro perché la revisione di spesa venga effettuata a partire dall’andamento dei valori assoluti della spesa pubblica e non dal rapporto spesa/PIL, che è l’indicatore al quale – per i vincoli europei – occorre far riferimento ai fini del rispetto del vincolo del bilancio pubblico. D’altra parte, l’andamento del valore assoluto della spesa pubblica non tiene conto delle variazioni del tasso di inflazione, così che non si hanno informazioni relative al suo andamento in termini reali. In ogni caso, anche assumendo l’ipotesi governativa, si rileva – su fonte Bundesbank – che, con la sola eccezione del 2004 e del 2011, la spesa pubblica in valore assoluto in Germania è costantemente aumentata. Puà essere sufficiente rilevare che, nel triennio 2008-2010, la spesa pubblica in Germania è aumentata, nel 2008, del 3,16%, del 4,66% nel 2009 e del 3,8% nel 2010, e ben oltre il tasso d’inflazione, quindi anche in termini reali. L’aumento è imputabile essenzialmente alla crescita degli investimenti pubblici, dei salari dei dipendenti pubblici e della spesa per il pagamento degli ammortizzatori sociali.
La spending review interviene soprattutto sulle spese della pubblica amministrazione e sulle spese sanitarie. Si stima, a riguardo, che, entro il 31 dicembre 2012, verranno soppresse circa 11mila sedi ospedaliere. L’obiettivo appare chiaro, anche considerando alcune significative dichiarazioni dei Ministri di questo Governo (come è noto, “anche gli statali siano licenziabili” è il leitmotiv del Ministro Fornero): ridurre (ulteriormente) i presunti privilegi dei lavoratori del settore pubblico, come fine in sé e come strumento per depotenziare (ulteriormente) il Welfare, e contenere le spese per la sanità pubblica, riducendo la quantità e la qualità dei servizi offerti, così da lasciar spazio a imprese private anche in questo settore. Su quest’ultimo aspetto, le conseguenze sono facilmente prevedibili: poiché le spese delle famiglie per servizi sanitari sono ovviamente considerate di primaria importanza, la riduzione dell’offerta pubblica – e la conseguente necessità di pagare i servizi sanitari – non può che tradursi in una (ulteriore) decurtazione dei redditi, soprattutto dei redditi più bassi e soprattutto nelle aree del Paese – Mezzogiorno in primo luogo – dove i salari medi sono più bassi. Così come la “razionalizzazione” della spesa delle pubbliche amministrazioni può facilmente tradursi in un (ulteriore) peggioramento della qualità dei servizi offerti, se non si accoglie l’eroica tesi – peraltro tutta da dimostrare – secondo la quale è solo rendendo le risorse sempre più scarse che si incentiva a farne un uso efficiente.
Sulla questione della licenziabilità dei dipendenti pubblici, occorre preliminarmente sgombrare il campo da un equivoco. Il Testo Unico del 2001 ha sostanzialmente “privatizzato” il rapporto di lavoro nella Pubblica Amministrazione, rendendo esplicitamente possibili i licenziamenti collettivi e non escludendo i licenziamenti individuali. Dunque, la normativa vigente già prevede la possibilità di licenziare dipendenti pubblici. Seguendo la linea Fornero, occorrerebbe fare un passo in più, ovvero incentivare le amministrazioni pubbliche a licenziare. A che fine? La sola ratio economica che può porsi alla base di questa proposta consiste nell’imporre – come nel settore privato – un dispositivo di ‘disciplina’ che incentivi i dipendenti pubblici a erogare maggiore produttività. Il problema, in questo caso, è che, a differenza del settore privato, non è chiaro chi e sulla base di quali criteri dovrebbe licenziare. Al di là della percezione diffusa secondo la quale molti settori della Pubblica Amministrazione funzionano male, il punto teorico che occorre sottolineare riguarda la difficoltà (se non l’impossibilità) di costruire criteri razionali – o anche solo ragionevoli – che orientino le decisioni di licenziamento nel settore pubblico .
Vista in quest’ottica, la spending review ha ben poco a che vedere con un’operazione tecnicamente neutrale finalizzata a ridurre gli sprechi. Si tratta di un potente meccanismo di (ulteriore) destrutturazione del Welfare State che si intende legittimare con l’assunto (assai discutibile) che tutto ciò che è pubblico è fonte di inefficienza.

venerdì 6 luglio 2012

Modelli di welfare tra le due sponde

        Antonio Lettieri
       
Nel confronto con la crisi, l’asse Francoforte-Bruxelles si muove lungo il doppio binario dell’austerità e delle riforme strutturali. C’è un punto in cui i due binari s’incontrano per diventare uno solo. E’ il punto dove il taglio della spesa pubblica (austerità) si risolve nel taglio di alcuni capitoli della spesa sociale (riforme strutturali). In tutta l’Unione europea, i due capitoli sui quali s’interviene sono le pensioni e la sanità. In Italia è stata utilizzata la mannaia per le pensioni. Ora s’intensifica l’opera di erosione del sistema sanitario pubblico.
Quando le autorità europee dettano i canoni delle riforme strutturali, il paradigma di riferimento è la riduzione della spesa pubblica associata a dosi crescenti di privatizzazione del welfare. In altri termini il modello americano che nei sistemi pensionistici, sanitari, educativi è caratterizzato dal crescente predominio del mercato.
In questi giorni, mentre in Italia si discute di ennesimi tagli alla sanità, è stata portata all’attenzione la riforma sanitaria americana che, si è salvata dal rischio di essere cancellata dalla Corte Suprema – possibilità sulla quale contava Mitt Romney, il candidato repubblicano alle elezioni presidenziali di novembre.
Quando Obama arrivò alla Casa Bianca, 47 milioni di americani erano privi di assistenza sanitaria, una vergogna per il paese più ricco del mondo. La via più semplice, lungamente coltivata dall’ala liberal del Partito democratico, era la generalizzazione del sistema di assistenza pubblica, Medicare, instaurato da Lyndon Johnson negli anni Sessanta a favore delle persone da 65 anni in su. Si sarebbe trattato di un servizio universale a più basso costo. Ma questo modello si scontò con la violenta opposizione del potente complesso assicurativo-sanitario privato. Lo scontro proseguì per oltre un anno nel Congresso e nel paese senza esclusione di colpi. Obama fu accusato di essere un “socialista”, e di voler importare negli Usa un sistema di welfare di tipo europeo. Il risultato finale fu il compromesso che oggi, per fortuna di Obama, la Corte suprema ha convalidato.
Sulla base della riforma, trentatré milioni di americani che ne sono privi avranno nel corso dei prossimi anni un’assicurazione sanitaria. Di questi, 17 milioni saranno associati a Medicaid, l’assistenza pubblica per i poveri; mentre altri 16 milioni fruiranno di una sovvenzione pubblica tramite un credito d’imposta correlato al livello di reddito. La riforma, cosa non meno importante, prevede anche che le compagnie assicuratrici non potranno rifiutare o revocare l’assicurazione in rapporto alla storia medica o alla patologia delle persone interessate. Come contropartita le assicurazioni hanno chiesto e ottenuto l’obbligo per tutti di contrarre una polizza assicurativa – obbligo che era al centro della denuncia alla Corte suprema da parte di alcuni governatori repubblicani, e che il presidente John Roberts, nominato da Bush, rovesciando la maggioranza di tendenza conservatrice, ha sorprendentemente risolto, interpretando l’obbligo assicurativo, di dubbia legittimità, come una tassa che il Congresso federale poteva imporre senza ledere l’autonomia dei singoli stati.
Obama ha salvato la riforma, e probabilmente il secondo mandato, ma la riforma, per quanto salutata con comprensibile sollievo dai democratici, rimane lontana dalla soluzione dei due fondamentali problemi del sistema sanitario americano: i costi e la diseguaglianza di fronte ai problemi della salute. I costi, infatti, continuano a crescere in termini esplosivi. Alla fine del 2011, il costo medio di una polizza familiare ha superato 15.000 dollari annui. La spesa sanitaria è cresciuta fra il 1999 e il 2011 tre volte di più dei salari e quattro volte di più dell’inflazione media. Poi, dietro le medie si celano profonde diseguaglianze. E’ evidente che,dal punto di vista della prevenzione e dall’accesso alle cure, una polizza, mettiamo, da 10 mila dollari ha un contenuto assicurativo radicalmente diverso da un’altra di 20.000 . Gli assistiti non sono tutti uguali, anche se uguali sono le malattie,le disabilità, i bisogni di cura. E, non a caso, a dispetto dall’alto livello di eccellenza che si riscontra al vertice del sistema per chi può accedervi, l’attesa media di vita è al di sotto della media dell’Ocse, mentre al di sopra è la mortalità infantile.
Intanto, la voracità del sistema fa crescere i costi complessivi a livelli astronomici. Alla fine del 2011, il costo totale ha raggiunto 2,7 trilioni di dollari, il 18 per cento del Pil americano. E, secondo le previsioni si avvia a toccare il 20 per cento del Pil, come dire che un dollaro su cinque della ricchezza prodotta in America sarà consegnato al complesso assicurativo-sanitario. Il confronto con i sistemi sanitari europei di carattere universale e, in linea di principio, gratuiti è clamoroso. Il costo totale medio nell’Unione europea è circa la metà di quello americano, intorno al 9 per cento del Pil. In Francia e Germania con i sistemi più costosi la spesa totale è intorno all’11,5 per cento del Pil. In Italia, la spesa sanitaria totale è pari al 9,6 per cento del Pil (gli ultimi dati comparativi dell’Ocse sono del 2009), al disotto della media europea, più bassa che nel Regno Unito, due punti di Pil al disotto della Francia e della Germania.
Secondo una vecchia graduatoria dell’Ocse, i sistemi sanitari francese e italiano spiccano per la loro eccellenza a livello mondiale. Il vantaggio derivante dal carattere pubblico del sistema è fuori discussione. Questo, ovviamente, non significa che nei sistemi pubblici non vi siano problemi di efficienza, di sprechi, di corruzione. Certamente vi sono. Ma, come ci ha insegnato Albert Hirshman nel suo celebre saggio sulla Retorica della reazione, è un tipico atteggiamento ideologico della conservazione dare l’assalto alle conquiste democratiche e, in particolare, allo stato sociale, denunciandone gli effetti perversi non per eventualmente correggerli, ma allo scopo di trarne motivo per corroderle e smantellarle.
In sostanza, il punto non è ignorare o negare l’insufficienza o lo scadimento della qualità di un servizio pubblico che deve rispondere a bisogni di massa, ma si tratta di intervenire in modo puntuale e razionale per correggerne le disfunzioni non per smembrarlo e, più o meno esplicitamente, avviarne la privatizzazione in nome di una superiore efficienza del mercato che, come dimostra l’esempio americano, è un puro fantasma ideologico alimentato da precisi interessi privatistici.
Sotto questo aspetto, non potrebbe esservi un paradosso più sconcertante. Mentre i democratici americani sognano un modello il più possibile europeo, la tecnocrazia dell”asse Francoforte-Bruxelles, alleata alle destre più o meno tecnocratiche che governano nella maggioranza dei paesi dell”Unione, guardano al modello americano. Va in questa direzione l’opera di erosione della spesa sociale del governo Monti che, sotto il titolo attraente quanto ingannevole della spending review, il carattere di attacco allo Stato sociale, sotto la maschera delle riforme di struttura.

mercoledì 16 maggio 2012

Hobsbawn: “Il capitalismo di Stato sostituirà quello del libero mercato”

 


La notizia della morte del capitalismo è per lo meno prematura, il sistema economico sociale che da alcune centinaia di anni regge il mondo non è neanche malato, e basta guardare la Cina per convincersene e per leggere il futuro. In Oriente masse di contadini entrano nell'universo del lavoro salariato, lasciano il mondo rurale e diventano proletari. È nato un fenomeno nuovo, inedito nella storia: il capitalismo di Stato, dove alla vecchia borghesia illuminata, creativa, anche se rapace - come la descriveva Marx nel "Manifesto comunista" - sono subentrate istituzioni pubbliche. Insomma, non siamo all'apocalisse e nessuna rivoluzione è dietro la porta, semplicemente il capitalismo sta cambiando pelle. Eric Hobsbawm scende con una specie di montacarichi dalla ripida scala della sua casa di Highgate a Londra, non lontano dal luogo in cui riposa il suo grande maestro e ispiratore Karl Marx, appunto. Ha subito un'operazione per cui cammina male. Ha 95 anni, ma mentre il corpo mostra i segni dell'età, la testa di questo signore considerato il massimo storico contemporaneo, è quella di un giovane. Sta scrivendo un saggio su Tony Judt, un intellettuale britannico morto prematuramente, due anni fa. Parla alla Bbc, è attivo più che mai. E non ha mai smesso di essere marxista.

La crisi è epocale. Ma il capitalismo gode di ottima salute. Sta solo cambiando pelle e diventa di Stato. Le sorprendenti tesi del più grande storico contemporaneo, erede di Marx.

colloquio con Eric Hobsbawm di Wlodek Goldkorn, da L'Espresso

E se per questa intervista con "l'Espresso", una delle rarissime che rilascia, si è fatto mandare le domande via mail, e se comincia seguendo il canovaccio concordato, dopo pochi minuti passa a un serrato e spontaneo dialogo con l'interlocutore. "Mi ha chiesto se sia possibile il capitalismo senza le crisi", inizia: "No. A partire da Marx sappiamo che il capitalismo opera attraverso crisi appunto, e ristrutturazioni. Il problema è che non possiamo sapere quanto sia grave quella attuale, perché ci siamo ancora in mezzo".

La crisi in corso è differente da quelle precedenti?"Sì. Perché è legata a uno spostamento del centro di gravità del Pianeta: dai vecchi Paesi capitalisti verso nazioni emergenti. Dall'Atlantico verso l'Oceano Indiano e il Pacifico. Se negli anni Trenta tutto il mondo era in crisi, ad eccezione dell'Urss, oggi la situazione è diversa. L'impatto è differente in Europa rispetto ai Paesi del Bric: Brasile, Russia, Cina, India. Altra differenza, rispetto al passato: nonostante la gravità della crisi, l'economia mondiale continua a crescere. Però solo nelle aree fuori dall'Occidente".

Cambieranno i rapporti di forza, anche militari e politici?"Intanto stanno cambiando quelli economici. Le grandi accumulazioni dei capitali da investire sono oggi quelle dello Stato e delle imprese pubbliche in Cina. E così mentre nei Paesi del vecchio capitalismo la sfida è mantenere gli standard del benessere esistenti - ma io credo che queste nazioni siano in un rapido declino - per i nuovi Paesi, quelli emergenti, il problema è come mantenere il ritmo di crescita senza creare problemi sociali giganteschi. È chiaro, ad esempio, che la Cina si è data a una specie di capitalismo in cui l'insistenza di stampo occidentale sul Welfare è completamente assente: sostituita invece dall'ingresso velocissimo di masse di contadini nel mondo del lavoro salariato. È un fenomeno che ha avuto effetti positivi. Rimane la questione, se questo sia un meccanismo che possa operare a lungo".

Quello che sta dicendo porta alla questione del capitalismo di Stato. Il capitalismo come l'abbiamo conosciuto significava scommessa personale, creatività, individualismo, capacità di invenzione da parte dei borghesi. Può lo Stato essere altrettanto creativo?"L'"Economist" alcune settimane fa si è occupato del capitalismo di Stato. La loro tesi è che potrebbe essere ottimo nella creazione delle infrastrutture e per quanto riguarda gli investimenti massicci, ma meno buono nella sfera della creatività. Ma c'è dell'altro: non è scontato che il capitalismo possa funzionare senza istituzioni come il Welfare. E il Welfare è di regola gestito dallo Stato. Penso quindi che il capitalismo di Stato ha un grande futuro".

E l'innovazione?"L'innovazione è orientata verso il consumatore. Ma il capitalismo del Ventunesimo secolo non deve pensare necessariamente al consumatore. E poi: lo Stato funziona bene quando si tratta dell'innovazione nell'ambito militare. Infine: il capitalismo di Stato non è legato al dovere di una crescita senza limiti, e questo è un vantaggio. Detto questo, il capitalismo di Stato significa la fine dell'economia liberale come l'abbiamo conosciuta negli ultimi quattro decenni. Ma è la conseguenza della sconfitta storica di quello che io chiamo "la teologia del libero mercato", la credenza, davvero religiosa, per cui il mercato appunto si regola da sé e non ha bisogno di alcun intervento esterno".

Per generazioni la parola capitalismo faceva rima con libertà, democrazia, con l'idea che le persone forgiano il proprio destino."Ne siamo sicuri? Secondo me non è affatto evidente associare i valori che lei ha menzionato con determinate politiche. Il capitalismo di mercato puro non è obbligatoriamente legato alla democrazia. Il mercato non funziona nel modo in cui lo teorizzavano i liberisti: da Hayek a Friedmann. Abbiamo semplificato troppo".

Cosa vuol dire?
"Ho scritto tempo fa che abbiamo vissuto con l'idea di due vie alternative: il capitalismo di qua il socialismo di là. Ma è un'idea stramba. Marx non l'ha mai avuta. Spiegava invece che questo sistema, il capitalismo, un giorno sarebbe stato superato. Se guardiamo la realtà: gli Usa, l'Olanda, la Gran Bretagna, la Svizzera, il Giappone, possiamo arrivare alla conclusione che non si tratta di un sistema unico e coerente. Ci sono tante varianti del capitalismo".

Intanto la finanza prevale. C'è chi dice che il capitalismo potrebbe fare a meno della borghesia. È un'intuizione giusta?"È emersa con forza un'élite globale composta di persone che decidono tutto nel campo dell'economia, e che si conoscono tra di loro e lavorano insieme. Ma la borghesia non è scomparsa: esiste in Germania, forse in Italia, meno negli Usa e in Gran Bretagna. È cambiato invece il modo in cui si accede a farne parte".

Vale a dire?"L'informazione è oggi un fattore di produzione".

Non è una novità. Già i Rothschild diventarono ricchi perché per primi seppero della sconfitta di Napoleone a Waterloo, cosa che ha permesso loro di sbancare la Borsa..."Intendo una cosa diversa. Oggi fai soldi perché controlli l'informazione. E questo è un argomento forte nelle mani dei reazionari che dicono di combattere le élites colte. Sono le persone che leggono i libri e che hanno vari gradi di istruzone universitaria, a trovare gli impieghi redditizi. Gli istruiti sono identificati ormai con i ricchi, con gli sfruttatori, e questo è un problema politico vero".

Oggi si fanno soldi senza produrre beni materiali, con derivati, con speculazioni in Borsa."Però si continua a fare denaro anche, e soprattutto, producendo beni materiali. È cambiato solo il modo con cui viene prodotto quello che Marx chiamava il valore aggiunto (la parte del lavoro dell'operaio di cui si appropria il padrone, ndr.) Oggi lo producono non più gli operai ma i consumatori. Quando lei compra un biglietto aereo on line, lei con il suo lavoro gratuito paga per l'automazione del servizio. È quindi lei a creare il plusvalore che fa il profitto dei padroni. È uno sviluppo caratteristico della società digitalizzata".

Chi è oggi il padrone? Una volta c'era la lotta di classe.
"Il vecchio proletariato ha subito un processo di outsourcing; dagli antichi Paesi verso i nuovi. È là che dovrebbe esserci la lotta di classe. Però i cinesi non sanno cosa sia. Seriamente: forse invece ce l'hanno la lotta di classe, ma non la vediamo ancora. Aggiungo: la finanza è una condizione necessaria perché il capitalismo vada avanti, ma non è indispensabile. Non si può dire che il motore che muove la Cina sia solo la voglia di profitto".

È una tesi sorprendente, la può spiegare?"Il meccanismo che sta dietro all'economia cinese è il desiderio di restaurare l'importanza di una cultura e di una civiltà. È l'opposto di ciò che succede in Francia. Il più grande successo francese degli ultimi decenni è stato Asterix. E non è un caso. Asterix è il ritorno al villaggio celtico isolato che resiste all'urto del resto del mondo, un villaggio che perde ma sopravvive. I francesi stanno perdendo, e lo sanno".

Intanto in Occidente abbiamo i banchieri centrali che ci dicono cosa fare. Si parla di conti, numeri, ma non dei desideri degli umani e del loro futuro. Si può andare avanti così?"A lungo termine, no. Ma sono convinto che il vero problema sia un altro: l'asimmetria della globalizzazione. Certe cose sono globalizzate, altre super-globalizzate, altre non sono state globalizzate. E una delle cose che non lo sono state è la politica. Le istituzioni che decidono di politica sono gli Stati territoriali. Rimane quindi aperta la questione come trattare problemi globali, senza uno Stato globale, senza un'unità globale. E questo riguarda non solo l'economia, ma anche la più grande sfida dell'esistente, quella ambientale. Uno degli aspetti della nostra vita che Marx non ha visto è l'esaurimento delle risorse naturali. E non intendo l'oro o il petrolio. Prendiamo l'acqua. Se i cinesi dovessero usare la metà dell'acqua pro capite utilizzata dagli americani non ce ne sarebbe abbastanza nel mondo. Sono sfide dove le soluzioni locali sono inutili, se non a livello simbolico".

C'è un rimedio?"Sì, a patto che si capisca che l'economia non è fine a se stessa, ma riguarda gli esseri umani. Lo si vede osservando l'andamento della crisi in atto. Secondo le antiquate credenze della sinistra la crisi dovrebbe produrre rivoluzioni. Che non si vedono (se non qualche protesta degli indignati). E siccome non sappiamo neanche quali sono i problemi che stanno per sorgere, non possiamo nemmeno sapere quali saranno le soluzioni".

Può fare qualche previsione comunque?"È estremamente poco probabile che la Cina diventi una democrazia parlamentare. È poco probabile che i militari perdano tutto il loro potere nella maggior parte degli Stati islamici".

Lei ha sostenuto la necessità di arrivare a una specie di economia mista, tra pubblico e privato."Guardi la storia. L'Urss ha tentato di eliminare il settore privato: ed è stata una sonora sconfitta. Dall'altro lato, il tentativo ultraliberista è pure miseramente fallito. La questione non è quindi come sarà il mix del pubblico con il privato, ma quale è l'oggetto di questo mix. O meglio qual è lo scopo di tutto ciò. E lo scopo non può essere la crescita dell'economia e basta. Non è vero che il benessere è legato all'aumento del prodotto totale mondiale".

Lo scopo dell'economia è la felicità?"Certo".

Intanto crescono le diseguaglianze."E sono destinate ad aumentare ancora: sicuramente all'interno dei singoli Stati, probabilmente tra alcuni Paesi e altri. Noi abbiamo un obbligo morale nel cercare di costruire una società con più uguaglianza. Un Paese dove c'è più equità è probabilmente un Paese migliore, ma quale sia il grado di uguaglianza che una nazione può reggere non è affatto chiaro".

Cosa rimane di Marx? Lei, in tutta questa conversazione non ha mai parlato né di socialismo né di comunismo..."Il fatto è che neanche Marx ha parlato molto né di socialismo né di comunismo, ma neanche di capitalismo. Scriveva della società borghese. Rimane la visione, la sua analisi della società. Resta la comprensione del fatto che il capitalismo opera generando le crisi. E poi, Marx ha fatto alcune previsioni giuste a medio termine. La principale: che i lavoratori devono organizzarsi in quanto partito di classe".

In Occidente si parla sempre meno di politica e sempre più di tecnica. Perché?"Perché la sinistra non ha più niente da dire, non ha un programma da proporre. Quel che ne rimane rappresenta gli interessi della classe media istruita, e non sono certo centrali nella società". n

domenica 22 aprile 2012

Che cos'è il Quinto Stato?

Roberto Ciccarelli - sinistrainrete -
1. Il Quinto Stato è l’universale condizione di apolidia in patria in cui vivono almeno 7 milioni italiani a cui non sono riconosciuti i diritti sociali fondamentali. Nella stessa condizione vivono almeno 5 milioni di cittadini stranieri che non possiedono tali diritti, e subiscono l’esclusione dai diritti di cittadinanza a causa della loro extra-territorialità in uno Stato.

Questa definizione è ricavata dalle statistiche ufficiali (dati Istat 2010) e presuppone l’avvenuta separazione tra la cittadinanza e lo status tipico di un’appartenenza professionale, un’identità di classe, l’origine statuale del vivente, oltre che il suo rapporto con una comunità politica. Di questa scissione è possibile, ormai, fornire un ampio ventaglio di esempi, sempre e comunque parziali: innanzitutto il precario e l’atipico, detto anche parasubordinato, se vogliamo restare sul piano che descrive la condizione del Quinto Stato alla luce della posizione contrattuale del soggetto che lavora (o che non lavora).

Nelle cronache quotidiane, oltre che nei solidi convincimenti antropologici della sinistra, di qualsiasi tipo e ispirazione culturale, concentrata sul linguaggio e la cultura del sindacalismo prevalente (ormai l’unico discorso “di sinistra” riconoscibile ed accettato), la condizione dell’apolidia generalizzata e universale viene misurata in base alla posizione del soggetto, di qualsiasi soggetto italiano o straniero, rispetto al possesso di un contratto di lavoro. Ne deriva l’idea di una cittadinanza fondata sulla misura giuridica che prescinde dal lavoro svolto dal soggetto che detiene un contratto.

L’aberrazione di questa visione è il prodotto di una sanzione originaria: è cittadino solo chi possiede un contratto di lavoro, non importa quale lavoro sappia fare e, soprattutto, non importa la natura del lavoro in questione. Tale visione è, inoltre, il risultato di una confusione tra la condizione e il condizionato, cioè tra la vita del soggetto e la sua identità giuridica, peraltro ridotta ad uno status professionale fondato su un banale rovesciamento: quello tra una presunta condizione universale - è cittadino solo chi vanta un rapporto di lavoro a tempo indeterminato, e comunque contrattualizzato - e un reale formalismo giuridico: è cittadino solo chi esercita un’attività regolata dalla rappresentanza sindacale, il contratto nazionale di lavoro, all’interno dell’impresa (quella della manifattura otto-novecentesca, ma non solo) oppure nella pubblica amministrazione. Sono questi i confini della cittadinanza all’interno dei quali non saranno mai rappresentati all’incirca 12 milioni di persone che vivono in Italia, oggi.

2. Il Quinto Stato è il risultato di un bando sovrano emesso a partire dalla precondizione fondamentale della cittadinanza: il suo radicamento in un’attività lavorativa o produttiva, la sua appartenenza ad un’identità basata sulla rappresentanza sindacale, la corporazione degli industriali, o di qualsiasi corpo sociale regolato da un ordine professionale, una lobby, un gruppo di pressione, senza contare il vasto assortimento di poteri sociali informali che sopravvivono nell’economia che regola la vita di un paese costituito dalle mille repubbliche legali e illegali.

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