Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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sabato 19 gennaio 2013

Modello tedesco: lavoro "normale", salario "mini"

- senzasoste -
Negli ultimi anni in Italia si è parlato tantissimo di "modello tedesco" e della necessità di conformarsi a questo virtuoso sistema di relazioni industriali e sociali per uscire dalla crisi e riprendere a "crescere". Ma, a voler andare al di là dei proclami populisti dei leader dei maggiori partiti e di quell'attitudine rinunciataria a scegliere solo in quale paradiso dell'occupazione e degli alti salari dovremmo emigrare, ci sono cifre che parlano chiaro.
Non ci riferiamo ai dati sulla disoccupazione in aumento in tutta l'Eurozona o al calo della produzione industriale che ci sembrano restituire una realtà molto meno rosea di quella che ci presentano i media.
Ci riferiamo soprattutto al fatto che in Germania, negli ultimi anni, è aumentato a dismisura il numero di "mini-jobber", cioè di persone impiegate in lavori che di norma prevedono una retribuzione non superiore ai 450 euro mensili. Si tratterebbe di circa 5 milioni di persone, soprattutto donne (circa il 63% del totale), come sempre costrette a fronteggiare più difficoltà degli omologhi maschi nel trovare lavoro e peggiori condizioni una volta che l'impiego lo si è trovato.
Ma il numero cresce ancora - fino a 7 milioni - se si includono i tantissimi lavoratori che sono costretti a integrare il salario percepito per prestazioni di lavoro "normali" con un salario da mini-job. A dimostrazione del fatto che la locomotiva tedesca è alimentata dal peggioramento delle condizioni di lavoro, precarizzazione, taglio dei salari. Tutte cose che in effetti sono perfettamente in linea con le riforme del lavoro Hartz, messe in campo già dieci anni fa dal governo del "socialdemocratico" Schroeder. Proprio quelle riforme che Bersani e il centrosinistra ci presentano come la strada da seguire...

domenica 30 dicembre 2012

Crisi Europa: la Germania "deporta" anziani e malati ad est

Si delocalizzano a forza i vecchi, in Asia e all'est: spediti altrove perché non ci sono soldi per mantenerli in Patria. L'Europa è un orrore senza fine.

anzianigermania.jpgLa parola brucia, scotta. Eppure è il Guardian, autorevole quotidiano britannico, ad usarla nel catenaccio sotto il titolo: "inumana deportazione".
Si tratta della sbalorditiva notizia che arriva dalla Germania. Ecco il testo del Guardian, in traduzione:
Un crescente numero di anziani e malati tedeschi vengono spediti all'estero per cure di lungodegenza in ospizi o centri di riabilitazione, a causa dei costi crescenti e del livello in declino dell'assistenza tedesca. L'iniziativa, che ha visto migliaia di pensionati ricollocati in case dell'Europa dell'Est e dell'Asia è stata pesantemente criticata dalle organizzazioni di welfare come "deportazione inumana".
Il problema è la popolazione che invecchia e gli alti costi sociali dell'assistenza, che in un momento di tagli ed austerity non può provvedere a tutti. Così, come si delocalizzano le industrie per risparmiare sui costi, ora si delocalizzano a forza anche anziani e malati per lo stesso motivo. Ma qui si tratta di esseri umani, e non di macchinari.
Circa 7000 di essi si trovano oggi in ospizi in Ungheria, 3600 in Repubblica Ceca e Slovacchia, altre centinaia in Spagna, Grecia e persino Thailandia o le Filippine. Il Guardian ha parlato con molti di essi, ed hanno dichiarato che sono stati costretti a tale scelta con estrema riluttanza. Inoltre, sembra che aziende specializzate nel business degli anziani stiano aprendo sedi in questi Paesi proprio per stipulare convenzioni col sistema sanitario tedesco e "ricevere" i vecchietti spediti colà dalla Germania.
Le associazioni lanciano l'allarme: anziani spesso poco presenti a se stessi che si ritrovano in posti lontani, con lingue diverse, fuori dalla loro casa e dal loro quartiere. In posti dove, come accade per le industrie, l'obiettivo è il risparmio all'osso.
Non so esprimere quanto trovo agghiacciante quello che sta accadendo. Non voglio arrivare a fare orridi paragoni col passato. Ma sempre più trovo inumana e terribile questa orrenda Europa e il suo metodo di governo, da cui vorrei scappare insieme a tutto il mio Paese. Ripeto ciò che ho detto altre volte: chi voterà "per l'Europa" è mio nemico.

mercoledì 29 agosto 2012

Esportazioni, il dogma del modello tedesco

di Vincenzo Comito - sbilanciamoci -

Il modello tedesco continua a definire l’ortodossia della politica europea, una ricetta che viene dichiarata buona per tutti. Anche se è palesemente assurdo che tutti gli stati diventino esportatori netti

Secondo i dati Eurostat pubblicati nei giorni scorsi, l’area euro è ufficialmente in recessione, ma nessun cambiamento è in vista nelle politiche europee. È evidente che il calo della domanda è una delle cause maggiori della crisi attuale, ma la risposta dei governi e della Banca centrale europea continua a essere l’austerità, il taglio della spesa pubblica e la spinta all’aumento delle esportazioni. È il modello tedesco che continua a definire l’“ortodossia” della politica europea, una ricetta che viene dichiarata buona per tutti. È palesemente assurdo che tutti gli stati diventino esportatori netti, ma non viene indicata altra via possibile per la ripresa della domanda. Si impone il taglio del debito pubblico anche a Spagna e Portogallo, dove l’aumento del debito è una conseguenza della crisi, non una causa.
Sono i dogmi del neoliberismo declinati sulla base della storia e delle contingenze della Germania, con una combinazione di cecità ideologica - che non tiene ben conto dei costi e dei vantaggi effettivi che lUnione monetaria ha per la Germania – e di delicato equilibrio tra le forze che sostengono la cancelliera Angela Merkel. Una parte dell’elettorato conservatore è apertamente ostile all’idea di finanziare i paesi “dissipatori” e la Bundesbank, la Csu (i democristiani bavaresi) e il partito liberale al governo con la Merkel sono i paladini di questa posizione intransigente. A favore degli accordi europei decisi al vertice Ue del giugno scorso – Fondo salva-stati e scudo anti-spread, la cui realizzazione è stata bloccata dalle resistenze tedesche – ha preso posizione in modo più esplicito negli ultimi giorni la cancelliera, delineando un “asse” con la Bce di Mario Draghi, fondato sull’affermazione della condizionalità, cioè vincoli politici stringenti per i paesi che potranno beneficiare degli interventi di sostegno. Lo stesso Draghi insiste da tempo che è la politica che deve intervenire e che l’azione della Bce non può sostituirvisi. Ma la politica sembra immobile, anche in Germania, dove a fare da arbitro è ora chiamata la Corte costituzionale, che a sua volta ha preso tempo prima di decidere se il Fondo salva-stati è conforme alla costituzione del paese o no. Dietro questo incerto balletto c’è una difficile scelta strategica tra le resistenze di fronte a un cambiamento nell’approccio all’integrazione europea da un lato e, dall’altro, l’emergere della consapevolezza che una rottura dell’euro non convenga a nessuno, neanche in Germania, e che i costi dell’uscita dalla moneta unica dei paesi mediterranei, o di una parte di essi, sarebbero incontrollabili. La prima strada, tuttavia, richiederebbe che i paesi creditori, come la Germania, spingano sulla crescita della domanda interna in modo da aiutare le esportazioni dei paesi in difficoltà, che l’Europa finanzi un grande piano di investimenti comuni concentrando una parte fondamentale delle risorse nei paesi deboli, e che siano abbandonati gli arbitrari obiettivi del “Fiscal compact”, lasciando che la riduzione del deficit e del debito pubblico segua la dinamica di un’economia che tornata finalmente a crescere.

martedì 14 agosto 2012

Modello tedesco, discutiamone

Fonte: il Manifesto | Autore: Enrico Grazzini
In Italia nessuna forza politica o sindacale ha in agenda il sistema di codeterminazione nelle aziende. E sui beni comuni si potrebbe riprendere il modello Olstrom, affidandoli alle comunità locali

Secondo voi potrebbe accadere in Germania una tragedia come quella dell'Ilva, in cui l'industria pubblica prima e quella privata poi inquinano per decenni un'intera città imponendo ai lavoratori di scegliere tra lavoro e salute fino al rischio di chiusura totale? Secondo voi potrebbe accadere in Germania che la principale azienda automobilistica chiuda gran parte delle sue attività produttive, butti fuori il sindacato che non ci sta, e sposti la sua sede e il centro di ricerca all'estero di fronte a un governo del tutto inerte? La risposta è abbastanza certa: no! E la ragione è chiara. Valga un esempio per tutti: Volkswagen nel suo consiglio di sorveglianza conta non solo i consiglieri dello stato della Bassa Sassonia e degli azionisti privati ma anche metà dei membri eletti dai lavoratori. Così il gigante tedesco, pur essendo quotato in borsa come la Fiat, non può delocalizzare senza l'intesa con i lavoratori, e ha potuto superare le fasi critiche solo con il loro consenso. Il risultato è che Volkswagen domina il mercato mondiale dell'auto, apre fabbriche all'estero senza licenziare in Germania, e che i salari dei lavoratori crescono. È chiaro che la democrazia industriale permette ai lavoratori tedeschi di difendere meglio l'occupazione, il reddito e il potere sindacale; e consente anche di sviluppare produzioni ecologicamente sostenibili (la Germania ha rinunciato al nucleare anche se il gigante Siemens è leader del settore). Ma in Italia purtroppo la sinistra politica, sindacale e intellettuale, che pure spesso mostra di ammirare il "modello tedesco"" ignora la Mitbestimmung (che significa co-determinazione aziendale e non partecipazione, parola troppo ambigua) e non ha neppure in agenda le questioni strategiche della democrazia industriale. Eppure la Mitbestimmung è il vero fattore decisivo (anche se volutamente sottaciuto) che ha reso la Germania leader manifatturiera - e quindi finanziaria e politica - nel mondo.
In pratica, da 60 anni (dal 1951) in Germania, nonostante la dura opposizione della confindustria tedesca, tutti i lavoratori delle medie e grandi aziende, iscritti e non iscritti al sindacato, hanno per legge un doppio diritto di voto: da una parte eleggono i rappresentanti sindacali nel consiglio di fabbrica; d'altro lato nominano i loro rappresentanti nel consiglio di sorveglianza delle aziende, con potere co-decisionale per quanto riguarda le strategie (acquisizioni, cessioni, fusioni, delocalizzazioni, outsourcing, ecc), l'approvazione dei bilanci e la nomina del consiglio di gestione. E non c'è complicità: i lavoratori non partecipano al capitale e agli utili delle aziende. Ovviamente il modello di co-decisione presenta molti rischi, soprattutto di corporativismo e di nazionalismo. Non è la bacchetta magica, non è certamente il soviet e il socialismo. Tuttavia a mio parere rappresenta un compromesso avanzato da considerare positivamente perché aumenta il potere dei lavoratori e dei sindacati di fronte ai capricci del capitale. I vantaggi della democrazia industriale superano i rischi. Crediamo che anche in Italia, soprattutto oggi, quando milioni di cittadini soffrono per le politiche governative di austerità e recessione, e rischiano la perdita del lavoro e del reddito, i lavoratori dovrebbero potere co-decidere sul loro presente e sul loro futuro. Questa battaglia dovrebbe essere sostenuta da tutti quelli che hanno a cuore la dignità del lavoro e delle persone. Del resto la democrazia economica è già prevista dall'articolo 46 della Costituzione secondo cui «la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare alla gestione delle aziende».
La trasparenza e la partecipazione sono indispensabili anche contro la corruzione e la criminalità economica, così diffuse in Italia. Ma la necessità della democrazia economica ha radici ancora più profonde: attualmente la proprietà delle aziende di grande e media dimensione è quasi sempre in mano a società finanziarie - banche d'affari, fondi pensione, hedge fund, fondi d'investimento, fondi sovrani, ecc. - che hanno obiettivi di valorizzazione finanziaria di breve termine. La speculazione finanziaria che sta rovinando le imprese e il lavoro è però strettamente collegata al modello autoritario anglosassone di corporate governance che premia solo gli azionisti e che domina anche in Italia. Al contrario il modello tedesco di governo delle imprese con la partecipazione dei lavoratori nel board garantisce più facilmente continuità produttiva, occupazione, sviluppo e innovazione. Non a caso le analisi dello European trade union institute, il centro studi europeo dei sindacati, indicano che nell'Unione europea 12 paesi su 27, soprattutto nell'area renana e scandinava (Svezia, Norvegia, Danimarca e Finlandia), hanno introdotto forme avanzate di co-determinazione: e questi paesi sono anche quelli in cui si registra la maggior occupazione, più reddito del lavoro, rapida innovazione, migliore sostenibilità ambientale e maggiore potere sindacale. Non proponiamo quindi un'utopia illusoria, ma semplicemente l'estensione dei diritti che i lavoratori hanno già nel nord Europa anche in Italia.

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