Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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martedì 11 dicembre 2012

Discorso tenuto dal Presidente dell’Uruguay Josè Mujica al G20 in Brasile nel giugno 2012

Jose Mujica Presidente dell'Uruguay
- pacheramanda -

Autorità presenti di tutte le latitudini e organismi, al popolo del Brasile, e alla sua signora Presidente e molte grazie alla buona fede che sicuramente hanno manifestato tutti gli oratori che mi hanno preceduto ed esprimiamo l’intima volontà, come governanti, di accompagnare tutti gli accordi che questa nostra povera umanità possa sottoscrivere e che senza dubbio ci permettono di farci alcune domande a voce alta: per tutta la sera si è parlato di sviluppo sostenibile di tirare fuori masse immense dalla povertà. Che cos’è che ci svolazza in testa? Il modello di sviluppo e di consumo attualmente è quello delle società ricche. Mi domando : cosa succederebbe a questo pianeta se gli Hindu avessero la stessa proporzione di auto per famiglia che hanno i tedeschi? Quanto ossigeno ci resterebbe per poter respirare? Più chiaramente: il mondo oggi ha gli elementi materiali per rendere possibile che 7-8 miliardi di persone possano avere lo stesso grado di consumo e di spreco che hanno le più opulente società occidentali? Sarà possibile? O dovremo fare un giorno un altro tipo di discussione? Perché abbiamo creato una civilizzazione, quella in cui siamo, figlia del mercato, figlia della concorrenza e che ha prodotto un progresso materiale portentoso e esplosivo. Però quello che era economia di mercato ha creato società di mercato! E ci ha prodotto questa globalizzazione, che significa guardare a tutto il pianeta! Stiamo governando la globalizzazione o la globalizzazione governa noi ? E’ possibile parlare di solidarietà e che “siamo tutti uniti”, in un’economia basata sulla concorrenza spietata? Fino a dove arriva la nostra fratellanza?
Nulla di questo lo dico per negare l’importanza di questo evento, no è il contrario!
La sfida che abbiamo davanti è di una portata colossale e la grande crisi … non è ecologica, è politica! L’uomo non governa oggi ..
la forze che ha scatenato; fino a quando le forze che ha scatenato governano l’uomo e la vita! Perché non veniamo sul pianeta per svilupparci in termini generali, veniamo alla vita cercando di essere felici. Perché la vita è corta e ci va via. E nessun bene vale come la vita, e questo è elementare. Però se la vita mi va a sfuggire, lavorando e lavorando per consumare un “plus”, e la società del consumo è il motore! Perché, in definitiva, se si paralizza il consumo, o se si ferma, si ferma l’economia, e se si ferma l’economia, è il fantasma della stagnazione per ognuno di noi. Però questo iper-consumo a sua volta, è quello che sta assalendo il pianeta! E deve generare, questo iper-consumo, cose che durano poco, perché si deve vendere tanto! E una lampadina elettrica non può durare più di 1000 ore accesa. Ma ci sono lampadine che possono durare 100.000… 200.000 ore! Però queste non si possono fare! Perché il problema è il mercato, perché dobbiamo lavorare e dobbiamo avere una civilizzazione di uso e smaltimento! E siamo in un circolo vizioso!
Questi sono problemi di carattere politico! Che ci stanno indicando la necessità di iniziare a lottare per un’altra cultura. N
on si tratta di tornare all’uomo delle caverne, né di avere un “monumento dell’arretratezza”. E’ che non possiamo indefinitamente continuare ad essere governati dal mercato , ma che dobbiamo governare il mercato!
Per questo dico che il problema è di carattere politico… e nel mio umile modo di pensare.
Perché i pensatori antichi definivano, Epicuro, Seneca, gli Aymara , “Povero non è chi possiede poco, ma veramente povero è chi necessita infinitamente tanto” .. e desidera, e desidera.. e desidera sempre di più.
Questa è una chiave di carattere culturale.
Quindi saluto lo sforzo e gli accordi che si fanno. E lo accompagno, come governante. Perché so che alcune delle cose che sto dicendo “stridono”. Però dobbiamo renderci conto che l
a crisi dell’acqua, che la crisi dell’aggressione ambientale, non è una causa. La causa è il modello di civilizzazione che abbiamo costruito. E ciò che dobbiamo rivedere è il nostro modo di vivere!
Perché! Appartengo ad un piccolo paese, molto ben dotato di risorse naturali per vivere. Nel mio paese ci sono 3 milioni di abitanti, poco più, 3 milioni e 200.. Però ci sono 13 milioni di vacche delle migliori al mondo! E un 8-10 milioni di ovini stupendi! Il mio paese è esportatore di cibo, di latticini, di carne. E’ una pianura, quasi il 90% del suo territorio è utilizzabile.

I miei compagni lavoratori lottarono molto per le 8 ore di lavoro e ora stanno ottenendo 6 ore! Però chi ottiene 6 ore ottiene due lavori pertanto lavora più di prima. Perché? Perché deve pagare un mucchio di rate: il motorino che ha comprato.. l’automobilina che ha comprato.. E paga rate! E paga rate! E quando arrivi ad estinguere è un vecchio reumatico come me, e la vita gli va via!
E uno si fa questa domanda:
E’ questo il destino della vita umana?
Queste cose sono molto elementari.
Lo sviluppo non può essere contro la felicità! Deve essere a favore della felicità umana!
  • Dell’amore!
  • Della terra!
  • Delle relazioni umane!
  • Di prendersi cura dei figli!
  • Di avere amici!
  • Di avere l’elementare!
Precisamente. Perché questo è il tesoro più importante che hanno. Quando lottiamo per l’ambiente, il primo elemento dell’ambiente si chiama: la felicità umana. Grazie

venerdì 5 ottobre 2012

Perché Chavez?
121005chavezdi Jean-Luc Mélenchon * e Ignacio Ramonet **
Hugo Chávez è senza dubbio il capo di Stato più calunniato del mondo. Mentre ci avviciniamo alle elezioni presidenziali del 7 ottobre, queste diffamazioni stanno diventando sempre più infami. Sia a Caracas che in Francia e in altri paesi. Testimoniano della disperazione degli avversari della rivoluzione bolivariana di fronte alla prospettiva (che i sondaggi sembrano confermare) di una nuova vittoria elettorale di Chávez.
Un leader politico deve essere giudicato per le sue azioni, non per le voci messe in giro contro di lui. I candidati fanno promesse per essere eletti: pochi sono quelli che, una volta eletti, le mettono in pratica. Fin dall'inizio, la promessa elettorale di Chávez è stata molto chiara: lavorare a favore dei poveri, ossia - da quelle parti - la maggioranza dei venezuelani. E ha mantenuto la parola.
La riconquista della sovranità
Perciò questo è il momento di ricordare che cosa è veramente in gioco in queste elezioni, ora che il popolo venezuelano si prepara a votare. Il Venezuela è un paese molto ricco, grazie ai favolosi tesori del suo sottosuolo, in particolare gli idrocarburi. Ma quasi tutte queste ricchezze erano monopolizzate dalle élite politiche e dalle imprese transnazionali. Fino al 1999, il popolo otteneva solo le briciole. I governi che si alternavano, cristiano-democratici o socialdemocratici, corrotti e sottomessi ai mercati, privatizzavano indiscriminatamente. Più della metà dei venezuelani viveva al di sotto della soglia di povertà (70,8% nel 1996).
Chávez ha fatto sì che la volontà politica prevalesse. Ha addomesticato i mercati, ha fermato l'offensiva neoliberista e poi, attraverso il coinvolgimento popolare, ha fatto sì che lo Stato si riappropriasse dei settori strategici dell'economia. Ha riconquistato la sovranità nazionale. E, con essa, ha proceduto alla redistribuzione della ricchezza a favore dei servizi pubblici e dei dimenticati.
Politiche sociali, investimenti pubblici, nazionalizzazioni, riforma agraria, quasi piena occupazione, salario minimo, imperativi ecologici, accesso alla casa, diritto alla salute, all'istruzione, alla pensione... Chávez ha anche lavorato alla costruzione di uno Stato moderno. Ha lanciato un'ambiziosa politica di riassetto del territorio: strade, ferrovie, porti, dighe, gasdotti, oleodotti.
In politica estera, ha optato per l'integrazione latino americana e ha privilegiato gli assi Sud-Sud, mentre allo stesso tempo imponeva agli Stati Uniti un rapporto basato sul rispetto reciproco...
La spinta del Venezuela ha scatenato una vera ondata di rivoluzioni progressiste in America latina, trasformando questo continente in una esemplare isola di resistenze di sinistra contro le devastazioni del neoliberismo.
Libertà di espressione limitata?
Un tale uragano di cambiamenti ha trasformato le tradizionali strutture del potere e ha portato alla rifondazione di una società che fino ad allora era stata a verticale, elitaria. Questo non poteva che scatenare l'odio delle classi dominanti, convinte di essere i legittimi padroni del paese. Sono queste classi borghesi che, con i loro amici e protettori di Washington, finanziano le grandi campagne diffamatorie contro Chávez. Sono arrivate anche a organizzare - in alleanza con i grandi media di cui sono proprietarie - un colpo di stato l'11 aprile del 2002.
Queste campagne continuano ancora oggi, e certi settori politici e dei media europei si occupano di diffonderle. Dato che - come purtroppo accade - ripetere significa dimostrare, gli spiriti semplici finiscono per credere che Hugo Chávez starebbe incarnando «un regime dittatoriale in cui non c'è libertà di espressione».

martedì 25 settembre 2012

La calce del nuovo mondo

 

Ci sono libri attraverso i quali ciò che è nascosto appare alla vista, come quando il lampo illumina la notte. È il caso di «Territori in resistenza» (Nova Delphi) di Raúl Zibechi, scrittore e giornalista, autore di numerosi libri e articoli sui movimenti sociali. Zibechi racconta le periferie urbane in America latina, nelle quali a suo modo di vedere germogliano «le principali sfide al sistema dominante». Al centro delle attenzioni di questa indagine ci sono «los de abajo», un ampio ed eterogeneo insieme di persone che include tutti coloro che subiscono oppressione ma resistono ai poteri in molti modi, più o meno organizzati, creando spazi di autonomia. A nostro avviso, «Territori in resistenza» riesce a illuminare anche pezzi di città europee, aldilà del contesto differente, a cominciare da Roma. Perché il libro parte da una consapevolezza importante: ovunque, in America latina come in Italia, mancano linguaggi capaci di captare «i flussi invisibili allo sguardo verticale, lineare, della nostra cultura maschile, saccente e razionale». Eppure oggi i cambiamenti sociali profondi si moltiplicano proprio grazie a quei flussi. E allora mettiamoci alla ricerca di coloro che creano spazi orizzontali di autonomia, certo non privi di limiti, ma che trasformano paure e povertà in luce.
Nella sua analisi Zibechi richiama, tra gli altri, Immanuel Wallerstein, secondo il quale nelle periferie confluiscono alcune delle principali fratture che attraversano il capitalismo: etniche, di classe, di genere. Le periferie sarebbero «i territori della spoliazione quasi assoluta», ma anche luoghi «della speranza» perché in grado di accogliere forme e reti di interscambio reciproco. L’autore racconta ad esempio l’importanza dei mercati e del commercio al dettaglio, degli orti condivisi, dei comedores populares, cioè le cucine e gli acquisti collettivi diffusi soprattutto in Perù. È in microspazi di vita quotidiana come questi che «los de abajo» esercitano i loro diritti di cittadinanza, maturano dignità e nuove forme di ribellione, raggiungono spesso risultati sorprendenti. Qualche esempio? Il movimento dei contadini senza terra del Brasile, senza aspettare di prendere il potere statale, ha conquistato in meno di trent’anni 22 milioni di ettari, una superficie superiore a quella di diversi paesi europei. Dal 2001 in Argentina si sono invece formate 205 fabbriche recuperate, cioè abbandonate dai padroni, occupate e poi autogestite dai lavoratori attraverso cooperative. Oggi sono tutte funzionanti. Quelle fabbriche sono importanti perché dimostrano che gli operai sono in grado di modificare in modo autonomo l’organizzazione del lavoro. «In diverse fabbriche sono stati creati laboratori culturali, radio comunitarie e spazi di dibattiti e scambi, riuscendo talora a creare reti di distribuzione ai margini del mercato», aggiunge Zibechi. In queste iniziative il lavoro alienante non è più la forma dominante grazie alla rotazione delle mansioni e alla consapevolezza acquisita dagli operai. E la produzione di beni per il mercato (valore di scambio) è subordinata alla produzione del valore d’uso. Di fatto, quelle fabbriche non vendono al mercato, dato che hanno consolidato relazioni di fiducia con clienti fissi. Il paradigma tradizionale del lavoro viene quindi messo in discussione sotto diversi punti di vista.
I comedores populares, gruppi autogestiti di cucine collettive diffusi a Lima durante la crisi, sono invece nati negli anni ‘80 per sostenere i più impoveriti, sempre meno in grado di provvedere ai propri pasti. Tramite questi gruppi il cibo viene comprato a prezzi ridotti, in quanto acquisti collettivi, cucinato e distribuito. Un’indagine di qualche anno fa, ricorda Zibechi, ne censiva settemila, ognuno mediamente composto da 22 volontari, per lo più donne dello stesso barrio. Ogni comedor fornisce un centinaio di pasti al giorno. Di fatto, le donne dei comedores non producono merce e non operano per il mercato ma per persone conosciute.
Anche gli orti autogestiti hanno costituito una maniera di affrontare la crisi alimentare dei ceti più poveri in diverse città latinoamericane e una parte di essi ha continuato a funzionare malgrado la «ripresa» economica. In alcuni casi sono sorti su terreni di case private e coltivate da nuclei familiari con l’aiuto dei vicini; in altri sono sorti su terreni pubblici occupati dalle famiglie. In ogni caso si sono dimostrati utili al bisogno di cibo e straordinari canali per la ricomposizione dei legami sociali. Zibechi, a tal proposito, cita un racconto di un gruppo di donne di un orto comunitario di Montevideo, pubblicato dalla rivista uruguaiana Multiversidad: «All’inizio avevamo una scheda dove ciascuno annotava le ore lavorate e al momento del raccolto questo veniva diviso in funzione delle ore lavorate. Con sorpresa, nel corso di una riunione, fu proposto di non segnare più le ore. Infatti il gruppo cominciava ad avere una coscienza comunitaria. Così si continua a fare ancora oggi. Al termine delle ore di lavoro ciascuno ritira ciò che serve per la propria famiglia».

lunedì 10 settembre 2012

Hugo Chavez

Hugo Chavez e l’era dell’alternativa
di Fabio Marcelli
L’elezione a presidente della Repubblica di Hugo Chavez, nel 1998 e l’approvazione della nuova Costituzione venezolana nel 1999 hanno certamente aperto una nuova era per il Venezuela e l’America Latina. Epoca segnata da importanti affermazioni dei diritti sociali e della partecipazione democratica. Fatto sta che mai come negli anni dal 1998 ad oggi in Venezuela si è votato per elezioni presidenziali, politiche, locali, referendum costituzionali e revocatori e sempre Chavez ne è uscito vittorioso, con l’unica eccezione del referendum del dicembre 2007, perso per un’incollatura, probabilmente perché prospettava, insieme alla rieleggibilità, una serie di modifiche di troppo ampia portata.

Contemporaneamente sono cresciuti momenti di partecipazione popolare diretta ed è stato grazie alla mobilitazione del popolo venezolano che è stato sconfitto, poco più di dieci anni fa, il tentativo di golpe con il quale oligarchie locali, potere imperiale statunitense e governo spagnolo, fra gli altri, avevano tentato di far fare a Chavez la fine di Salvador Allende. Senza riuscirci.

Per questi motivi suonano un po’ patetiche le strida che si levano da qualche parte per denunciare la presunta natura dittatoriale del governo venezolano. Se per dittatore si intende, come si dovrebbe per dare un senso comune alle parole, qualcuno che governa contro la volontà del popolo, questo non è certamente il caso del presidente Chavez. Eletto più volte ad ampia maggioranza e fortemente amato da moltissimi venezolani. Non tutti ovviamente, perché c’è anche chi con Chavez ci ha rimesso, ma è la legge della democrazia e della lotta di classe, o stai da una parte o stai dall’altra. E Hugo ha deciso, in omaggio alle sue origini popolare e meticce, ai suoi studi approfonditi e fruttuosi all’Accademia militare, alle sue riflessioni di ufficiale patriottico, di stare dalla parte del popolo.

E il popolo lo ha capito. Per questo motivo è molto probabile che, nonostante i suoi problemi di salute, Hugo Chavez, come dicono anche i sondaggi, verrà rieletto presidente della Repubblica bolivariana di Venezuela alle elezioni del prossimo ottobre.

Ma la portata della sua esperienza non si ferma certo lì. Innanzitutto perché Hugo è uno dei protagonisti, insieme ad altri leader come l’ecuadoriano Rafael Correa, l’argentina Cristina Fernandez, la brasiliana Wilma Roussef, il boliviano Evo Morales, l’uruguayano Pepe Mujica, il nicaraguense Daniel Ortega, il cubano Raul Castro e altri, di una nuova stagione di integrazione e protagonismo dell’America Latina sulla scena mondiale, che segna un indubbio rinascimento di quel bellissimo continente dopo gli anni tristi delle dittature e del neoliberismo. Pur con sfumature differenti e sistemi che mantengono sensibili diversità, gli Stati dell’America Latina costituiscono oggi degli avamposti a livello mondiale nella lotta al liberismo e per una democrazia effettivamente partecipata. Essi sono inoltre definitivamente usciti da quasi due secoli di sudditanza nei confronti degli Stati Uniti. Cosa della quale Obama dovrebbe prendere finalmente atto anche per conferire maggiore forza d’attrazione alla sua candidatura, abbandonando ogni velleità imperialista e dedicandosi ai gravi problemi del suo Paese.

Ma anche perché l’esperienza venezolana, contrassegnata come detto da partecipazione popolare e diritti sociali, attraverso la formula inedita delle misiones nei campi di salute, istruzione, abitazione, lavoro, alimentazione, ecc. va studiata e applicata anche nell’Europa oggi soggetta a un preoccupante declino della sua coesione e dei suoi livelli di civiltà, nel segno delle privatizzazioni dei beni pubblici e del dominio incontrastato della finanza.

E sul piano politico? Anche qui si possono cogliere alcuni parallelismi tra la storia del Venezuela, nel quale ogni progresso sociale e democratico è stato a lungo pregiudicato dal patto di Punto Fijo tra forze solo apparentemente alternative come il democristiano COPEI e il socialdemocratico Ad, e quella italiana degli ultimi mesi, con il patto bipartisan che sostiene il governo Monti e che durerà ancora a lungo. In Venezuela l’era dell’alternativa è cominciata quando è emerso l’elemento in grado di scardinare il governo del pensiero unico, un leader carismatico sostenuto da un movimento popolare. E in Italia?
ilfattoquotidiano.it

Via Campesina, il Sud America e il fatalismo.


Il dubbio e' rivoluzionario

Articolo di Alessandro Di Battista

"Il Latino-America sta rafforzando una convinzione che ho da tempo. Il primo nemico da combattere nella battaglia per la giustizia sociale non sono le banche, le multinazionali, i governi corrotti o il crimine organizzato. Il nemico numero uno è il fatalismo.
"Sono soltanto belle idee che non si possono applicare", "l'Italia non è mica l'Ecuador", "non è possibile cambiare un sistema in così breve tempo, forse ci riusciranno i nostri figli". Ma chi l'ha detto?
Nel bellissimo post di Sergio Di Cori Modigliani pubblicato sul blog si parla di Correa e della decisione del governo ecuadoriano di cancellare un debito immorale. Correa, che tra l'altro non è neppure perfetto, non è sceso in Ecuador con un asteroide o si è materializzato per un miracolo divino. Correa in Ecuador, Morales in Bolivia o Ortega in Nicaragua sono stati eletti grazie al lavoro instancabile di centinaia di movimenti sociali che hanno scelto di dire basta alle ingiustizie. Anche in questi paesi era partito il coro dei rassegnati, "l'economia solidale è un'utopia", "gli Stati Uniti non ci scioglieranno mai le catene", "la sovranità alimentare è soltanto un'illusione".
La storia attuale del Sud America dimostra il contrario, dimostra che un popolo organizzato, unito e informato ha un potere immenso anche contro nemici spietati. La CLOC-Via Campesina è una delle organizzazioni contadine più grandi del continente, coordina 84 organismi di 16 paesi differenti ed è una forza capace di promuovere alternative e creare nuovi paradigmi sociali. Oggi ha sede a Quito. Come Assange ha scelto l'Ecuador e anche questo non è stato un caso. Negli ultimi 10 anni ha sviluppato idee e ha fatto pressione sui governi nazionali affinché le adottassero come scelte programmatiche. L'Ecuador ha accolto il progetto di sovranità alimentare di Via Campesina e la Bolivia ha approvato cambi costituzionali che favoriscono l'equità sociale. La Kirchner in Argentina ha nazionalizzato la YPF e, in piena era delle privatizzazioni, il Nicaragua ha reso pubblica l'istruzione e la sanità.
Perché loro sì e noi no? Forse perché abbiamo la mafia? Perché da noi c'è troppo benessere? Perché l'Europa non ce lo chiede? Balle! Sarà per via dei miei 33 anni ma non posso accettare l'idea di non potere incidere sul futuro.
Movimenti come Via Campesina danno prova che la società civile è assolutamente in grado di avanzare soluzioni e che la crisi, alimentare in Sudamerica, finanziaria ed economica (e un domani alimentare) in Europa, possa essere un'opportunità per ridiscutere un intero modello di vita. Purtroppo la crisi non è un'occasione soltanto per le popolazioni che chiedono un cambiamento, lo è anche per chi fino ad oggi ha detenuto il potere e cerca in ogni modo di mantenerlo. In Latino-America le tragedie non sono ancora finite. Le stesse transazionali che per decenni hanno impoverito terra e popoli oggi si tingono di verde e provano ad offrire false soluzioni ecologiche. E' il mito dell'economia verde, un mito falso, ipocrita e imperialista. In Italia succede lo stesso, la classe dirigente che ha indebitato la popolazione ha la spudoratezza di suggerirci la strada per tornare ad essere competitivi. Cambia qualche faccia, ad un Presidente impresentabile succede uno che sa il francese e mezza Italia dice: "che bravo, sa il francese, ora si che ci rispettano in Europa".
E' in tempo di crisi che la società civile deve vigilare ancor di più, deve mettere in discussione ogni cosa, deve informarsi come mai ha fatto nella Storia, deve partecipare, deve studiare le proposte che arrivano dall'America Latina. Non deve mai credere al 100% a quello che le viene raccontato. Il dubbio é rivoluzionario.
I movimenti sociali ecuadoriani si incontrano con quelli argentini, i brasiliani con i peruviani, sanno di essere tutti quanti sulla stessa barca e discutono, propongono, approvano documenti. Lottano! Si sono incontrati lo scorso luglio a Rio de Janeiro in occasione del vertice RIO+20, hanno smascherato le menzogne del capitalismo verde, delle lobbies finanziare, delle Nazioni Unite che parlano di sicurezza alimentare quando dovrebbero approfondire il concetto di sovranità. Le organizzazioni latinoamericane presentano soluzioni come l'economia contadina, la riforma agraria integrale, l'implementazione di un modello energetico decentrato basato sull'auto-produzione. Si può anche accettare chi non vuole combattere, ma non chi sostiene che il mondo non si possa cambiare perché i problemi sono troppo grandi. Non c'è figura più deplorevole di colui che davanti a un'ingiustizia, un disagio o uno scandalo sa soltanto dire "beh, tanto è così dappertutto"."
Alessandro Di Battista (seguilo su Twitter)
Alessandro Di Battista è autore del libro "Sicari a 5 euro" di prossima pubblicazione.

lunedì 13 agosto 2012

L'entrata del Venezuela nel Mercosur

- senzasoste -
Con l’ingresso del Venezuela nel Mercosur ben il 70% della popolazione latino americana, cioè circa 270 milioni di abitanti, è incorporata nel mercato più importante della regione che svilupperà così un prodotto interno lordo annuo di 3 trilioni di dollari pari all’83% del PIL di tutta l’America del Sud.
Questi sono i dati che la Presidente del Brasile Dilma Roussef ha fornito durante la conferenza stampa tenutasi a Brasilia dopo il Vertice straordinario del Mercosur del 31 luglio durante il quale è stato ufficializzato l’ingresso del gigante venezuelano in questa unione doganale, commerciale e, in prospettiva, anche produttiva sudamericana. La Roussef dice chiaramente che “l’entrata del Venezuela ampia le potenzialità del blocco, dandogli maggiore dimensione geopolitica e geoeconomica” e che la prospettiva immediata è l’espansione “dalla Patagonia ai Caraibi”.
Il Mercosur diventa così la quinta economia del mondo, dopo USA, Cina, India e Giappone. I paesi membri hanno tutti piena coscienza, a prescindere dalle politiche e ideologie che ciascuno porta avanti, che questo è un momento storico in cui si stanno facendo dei cambiamenti epocali. Cambiamenti sicuramente fondamentali da fare “ora o mai più”, come dice Mujica, Presidente dell’Uruguay, che porteranno definitivi cambiamenti nel continente in quanto a equilibri mondiali.
Infatti, la prospettiva che si profila all’orizzonte dei mercati USA (che stavano già facendo pressione da qualche tempo al loro governo addirittura per allentare l’embargo a Cuba onde poter sfruttare quel mercato, visto che le possibilità di altri mercati più tradizionali si assottigliano sempre più per via della crisi) non è per niente rosea. Vedersi sottratte così repentinamente quelle opportunità tanto faticosamente conquistate con secoli di sanguinosi golpe, di paziente tessitura di trappole, di acquisti di presidenti compiacenti, di “persuasive” o insinuanti e silenziose invasioni di territori con ogni mezzo possibile (dall’esercito alle TV ed alle multinazionali) deve lasciare davvero senza fiato quei poveretti!
Loro, che tanto pazientemente hanno lavorato nel tempo, proprio non si meritavano che arrivasse lì nella conferenza stampa il presidente Chavez e che avesse la sfacciataggine di dire che l’ingresso del suo paese nel Mercosur imprimerà un’accelerazione al processo della storia! Inaudito!
E invece pare proprio che dovranno farsene una ragione, perché Cristina Fernandez de Kirchner, la Presidente dell’Argentina, parla addirittura di necessità di consolidare le istituzioni del Mercosur per rendere “indistruttibile e indivisibile questo nuovo polo di potere” non solo economico. La Kirchner evidenzia, nella stessa sede, che già solo considerando la parte economica del blocco Brasile-Argentina-Venezuela, energia, minerali, alimenti, scienza e tecnologia “si chiude l’equazione di ciò che sarà questo XXI secolo”. Sembra un vero e proprio invito a creare e consolidare istituzioni anche politiche che garantiscano un procedere programmato e compatto sulla strada intrapresa.

venerdì 16 marzo 2012

Sucre: un nome e un programma

INTERVISTA di Geraldina Colotti - ilmanifesto -
Manuel Ceresal, economista vicinissimo al presidente Chávez
Una moneta virtuale creata fra i paesi dell'Alba per equilibrare i commerci interni al gruppo e bypassare l'uso del dollaro. Ma si sente la mancanza di pesi massimi quali Brasile e Argentina Qualche analogia e molte differenze fra l'euro e il «sistema unitario di pagamento a compensazione regionale». Marx? «Basta Keynes...»

Manuel Ceresal, docente all'Università bolivariana di Caracas, è un economista trentaquattrenne di origine belga molto ascoltato dal presidente venezuelano Hugo Chávez. Membro del Centro studi di economia politica, ha lavorato al progetto sucre, la piccola moneta comune messa in campo dai paesi dell'Alba (l'Alleanza bolivariana per i popoli della nostra America). Antonio José de Sucre (1795-1830) è stato il luogotenente del Libertador Simon Bolivar e il vincitore della battaglia d'Ayacucho (1824), che portò l'indipendenza alle colonie spagnole del Sudamerica. Sucre (Sistema unitario di pagamento a compensazione regionale) è oggi simbolo di indipendenza economica: in continuità col sogno della "Patria grande" per tutto il continente.
Abbiamo incontrato Ceresal a Caracas, durante la preparazione del vertice del blocco regionale - un'idea di Cuba e Venezuela, nata per consolidare l'integrazione del Sudamerica e dei Caraibi, il 14 dicembre del 2004.
L'Alba entra nel suo ottavo anno di vita. Cos'ha dimostrato fin'ora?
È importante ricordarsi l'inizio, il primo no all'Alca, l'Accordo di libero commercio progettato dagli Stati uniti. Quel rifiuto opposto alla forma dominante del pensiero economico da Cuba e Venezuela ha aperto la strada a un diverso atteggiamento oggi presente anche nel Mercosur. I progetti dell'Alba, sostenuti dall'omonima banca, sono di natura sociale e condotti sulla base di uno scambio solidale. In seguito al dispiegarsi della crisi capitalista, abbiamo concentrato gli sforzi sulla necessità di creare uno spazio finanziario indipendente dal resto del mondo. E' impossibile farlo completamente, però si può limitare la dipendenza nella prospettiva di una zona economica di produzione e scambio allargata a quella che Chávez, riprendendo Bolivar, definisce la Patria grande. Non tutti i governi che partecipano all'Alba, però, sono socialisti. Alcuni paesi caraibici hanno usato questa grande possibilità di finanziamento per rimpinguare il loro bilancio. E questo non va bene, non vogliamo adottare in sedicesimo la logica del Fondo monetario internazionale. I fondi comuni verranno gestiti dalla banca dell'Alba solo per lo sviluppo sociale. Siamo ancora stretti nella contraddizione fra la vecchia architettura finanziaria, produttiva e commerciale, e il nuovo progetto. Il problema è che ci vorrebbero dei pesi massimi come Brasile e Argentina, che invece non sono nell'Alba. Per questo, il commercio interregionale è di soli 5 miliardi l'anno: comunque, un seme di qualità diversa, che indica la rottura con modelli di integrazione inefficaci, per via del loro carattere neoliberista. Sono convinto che ad avere politiche economiche centrate sull'economia reale, ci si guadagni. Non c'è bisogno di tornare a Marx, basta Keynes.
Che cos'è il Sucre, realtà o suggestione?
Il progetto sucre è un Sistema unitario di pagamento a compensazione regionale, una piccola moneta comune che per ora è poco più che una realtà virtuale. E' una unità di conto, la prima funzione del denaro fra quelle descritte da Marx. Una unità di misura che permette di calcolare il valore di scambio dei prodotti e di scambiarli, appunto, su larga scala. Si tratta di una moneta fiduciaria che non è ancora stata coniata. E rischia di non esserlo perché le dinamiche internazionali del sistema sono feroci... Il sucre cerca di compensare i valori di transazione in corso tra i paesi dell'Alba all'interno di una camera di compensazione virtuale, in base ai conti effettuati dalle banche che accettano i sucre, la moneta dell'unità di conto. Queste banche acquistano dei coupon con la loro moneta locale senza ricorrere alla divisa internazionale, il sucre fa funzione di divisa di cambio. Abbiamo immaginato un sistema di scambi un po' più sovrano, non per rimpiazzare il dollaro ma per essere un po' meno dipendenti: per ora durante appena un semestre.

venerdì 17 febbraio 2012

Come liberarsi dall FMI. L'esempio sudamericano.

Se il Fondo Monetario fa fallire gli Stati, ma l’Italia non lo sa!!
Editoriale di Latinoamerica
di Gianni Minà

Il 2 e il 3 dicembre scorso i presidenti e i premier di 33 paesi dell’America Latina e dei Caraibi [praticamente, tutte le nazioni americane tranne Stati Uniti e Canada], si sono riuniti a Caracas per dare compimento alla fondazione della Celac, [Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños] un organismo intergovernativo che si rifà all’idea della Comunità Europea.

L’iniziativa, che ha la sua Germania e la sua Francia nel Brasile, prossima quinta potenza economica del mondo, nell’Argentina di sinistra di Cristina Kirchner e nel ricco Venezuela petrolifero di Hugo Chávez, decreta il tramonto della vecchia Osa, l’Organizzazione degli stati americani che mezzo secolo fa Raul Roa, ministro degli esteri della Rivoluzione cubana, definiva “il ministero delle colonie yanqui” e che oggi Rafaél Correa, giovane presidente dell’Ecuador, economista con un master all’Università cattolica di Lovanio in Belgio, definisce lo “strumento di Washington per perseguitare i governi progressisti del continente a sud del Texas”.

È chiaro che la crisi economica mondiale, causata dagli spregiudicati maneggi finanziari dell’economia neoliberale, ha spaventato e sollecitato un continente oggi in crescita dopo decenni di sofferenze e vessazioni di istituti come il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale. Questi organismi hanno sempre lavorato per soddisfare solo le mire dei paesi più ricchi e potenti, tesi ad accaparrarsi le ricchezze di nazioni piene di risorse naturali ma condannate all’indigenza e alla repressione dalle logiche di prestiti “inumani e impagabili”, come li definì papa Giovanni Paolo II.

Per questo è sintomatico il fatto che alla Celac abbiano aderito anche i rappresentanti di governi conservatori e fino a ieri proni solo agli interessi degli Stati Uniti, come Juan Manuel Santos, neo presidente della Colombia, uno stato che “ospita” ben sette basi militari nordamericane, Felipe Calderón, presidente del Messico che a breve dovrà addirittura accettare che la lotta ai cartelli dei narcos venga diretta nel suo paese dai Seals, le teste di cuoio della Marina americana, che recentemente hanno fatto fuori in modo spiccio Osama bin Laden, e il cileno Sebastian Piñera, ultraliberista, eletto addirittura presidente del nuovo organismo.

La sopravvivenza è la sopravvivenza, e il fatto che molte di queste nazioni sudamericane stanno soffrendo un po’ meno la crisi economica in atto nel mondo perché hanno un rapporto meno dipendente con banche, assicurazioni e agenzie di rating nordamericane ha certamente avuto il suo peso nella decisione di dare vita a questo organismo. Tanto per capirci, infatti, a questo summit c’era anche Raúl Castro, presidente di Cuba, il paese ancora sottoposto a embargo e provocazioni varie da parte degli Stati Uniti per avere scelto, cinquant’anni fa, di governarsi con una sorta di socialismo caraibico e di essere quindi un cattivo esempio per tutte quelle nazioni nel continente sfruttate e depauperate per decenni dalle multinazionali del nord e che, ancora recentemente, sono state obbedienti nell’accettare il famoso Alca, trattato di libero commercio con gli Usa, che le fa ancora penare per restituire i debiti e recuperare uno straccio di sofferta autonomia.

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