Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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giovedì 13 dicembre 2012

Il secondo default della Grecia

Fonte: il manifesto | Autore: Guido Viale - controlacrisi -   
Concentrata sulle dimissioni di Monti e sulla ridiscesa in camposanto (ovviamente in senso metaforico) di Berlusconi, la stampa nazionale ha dato poco rilievo a una notizia che invece ne meritava assai di più. Per la seconda volta nel giro di un anno o poco più lo Stato greco è fallito: cioè ha ristrutturato il suo debito con una manovra che altrove si chiama default, e che consiste nella decisione di rimborsare solo in minima parte un debito in scadenza; una specie di "concordato preventivo". Tutto su indicazione della Troika (Bce, Fmi e Commissione europea), del Governo tedesco e di tutti gli altri Stati che in questi tre anni hanno imposto alla Grecia, alla sua economia e alla sua popolazione, di andare i malora.

Se quella ristrutturazione fosse stata fatta tre anni fa, allo stesso costo, l'economia greca sarebbe ancora in piedi e l'euro e l'Unione europea non ne avrebbero subito i contraccolpi che hanno spinto l'intero continente (Germania compresa: anche lì la crisi è alle porte) verso il cosiddetto double dip : cioè una ricaduta nella crisi molto peggiore della prima. Ma chi sono i responsabili di questa situazione? Sapientoni come Trichet, Draghi e Monti che vivono solo di spread e denaro e non sanno niente del sangue che scorre nelle vene e nei corpi della gente che governano; o, meglio, che amministrano. Nessuno di loro aveva previsto la crisi: né la prima né la seconda. E Monti, dopo il primo memorandum della Troika che aveva messo la Grecia alle corde, sosteneva che quel paese aveva finalmente imboccato la strada della ripresa. Così, diventato Presidente del Consiglio, ha lavorato e ancora lavora per fare imboccare all'Italia la stessa strada; sostenendo, naturalmente, che sta salvando il paese. Ma è molto interessante il meccanismo di questo secondo default della Grecia. Il governo greco ha ricomprato una grande quantità di propri titoli di debito (ormai considerati carta straccia) pagandoli meno di un terzo del loro valore di emissione. Per farlo ha utilizzato fondi concessi dall'Esfs (il cosiddetto "fondo salvastati") che a sua volta li ha avuti in prestito dalla Bce. Questi fondi sono garantiti da tutti gli Stati dell'eurozona, i cui debiti pubblici sono così aumentati in misura proporzionale ai rispettivi Pil. E fin qui, niente di male: solidarietà, si potrebbe dire. Ma a chi sono finiti i fondi con cui il governo greco ha ricomprato quei titoli? In parte alle banche greche, sull'orlo del fallimento per le operazioni speculative che hanno messo in atto negli anni passati.

Per questo il Governo greco si appresta a sostenerle con un'altra tranche di un nuovo prestito concesso dalla Troika, utilizzando anche in questo caso fondi dell'Esfs. Con questa operazione, da un lato le banche ci perdono, perché rivendono a 10 quello che avevano comprato a 30 (ma che in realtà non valeva più niente). Dall'altro vengono ricompensate con denaro fresco, che non saranno mai più in grado di restituire (pronte, magari, a utilizzarlo in nuove operazioni speculative). Ma in parte a rivendere al governo greco quei titoli sono stati degli hedge fund (fondi speculativi) che li hanno comprati da chi ancora li deteneva per niente, o quasi, sicuri di poterli rivendere a un prezzo molto più alto, anche se inferiore al loro valore nominale, una volta che la Troika avesse imposto al Governo greco di ricomprarli. Si tratta di quegli stessi hedge fund che con le loro manovre governano come vogliono i cosiddetti "mercati", per lo più con operazioni "allo scoperto": cioè vendendo titoli che non hanno ancora o comprandoli senza avere il denaro per pagarli, giocando sulle oscillazioni degli spread che essi stessi provocano con queste operazioni. In sostanza il circuito è questo: il governo Monti, e prima di lui quello Berlusconi, mettono alla fame pensionati, lavoratori, studenti e disoccupati per ridurre la spesa pubblica e pagare gli interessi sul debito.

La Bce da un lato finanzia a costo zero le banche che comprano quel debito, ricavandone lauti interessi; dall'altro finanzia, sempre a costo zero, l'Esfs, il quale finanzia il governo greco, il quale ricompra i propri titoli a un prezzo che fa guadagnare somme astronomiche agli speculatori che li hanno acquistati a pochi euro. Per la proprietà transitiva della finanza, quello che Monti - e il Monti che verrà dopo di lui, e il Berlusconi che è venuto prima di lui - sottrae a lavoratori, disoccupati e pensionati finisce, dopo un giro tortuoso, nelle tasche degli speculatori che lo usano per mettere alle corde il paese. Si tratta di un meccanismo ben collaudato. L'Argentina, che ha appena varato una legge che vieta qualsiasi forma di speculazione, cioè di impiego di danaro che non sia il finanziamento di imprese produttive o di famiglie, è di nuovo sull'orlo del default , nonostante che la sua economia abbia ripreso a "girare", anche grazie alla rivolta popolare contro le politiche recessive adottate in passato. Perché? Perché è stata messa in mora - e rischia il sequestro di fondi e beni delle sue imprese, per esempio conti correnti per finanziare il normale commercio internazionale, o navi e aerei, con il loro carico, che sbarchino o atterrino all'estero da un tribunale degli Stati Uniti. Questo ha dato ragione a una serie di hedge fund che hanno rivendicato, e intendono ottenere, il pagamento integrale, al loro valore originario più gli interessi, dei titoli del debito argentino (i cosiddetti Tango bond) in loro possesso: titoli che hanno ricomprato a costo quasi zero da risparmiatori che non avevano accettato, perdendo così l'intero valore del loro investimento, una transazione proposta anni fa dal governo dell'Argentina.

Se ne ricava che senza una ristrutturazione del nostro debito pubblico, fatta prima che questa ci venga imposta, come alla Grecia, solo come misura per salvare banche in crisi e ingrassare speculatori d'assalto, l'Italia non potrà adottare autonomamente alcuna vera politica: né economica, né industriale, né sociale, né culturale e nemmeno civile (saremo sempre ostaggio anche del Vaticano, che di finanza, alta e bassa, se ne intende parecchio). E meno che mai si potrà promuovere un programma di conversione ecologica, necessario per ristabilire nel mondo giustizia sociale e sostenibilità ambientale. È questa la discriminante fondamentale tra chi si è aggregato al carro del centrosinistra, che è anche quello di Monti, e chi capisce che un mondo diverso può nascere solo da una netta contrapposizione di tutti i paesi dell'Europa mediterranea alle norme e ai vincoli con cui la finanza internazionale ha imbrigliato e sta condannando a morte l'economia e la convivenza civile di un intero continente.

martedì 4 settembre 2012

Cosa fanno i banchieri che hanno innescato il terremoto finanziario?


di Giorgio Faunieri - ilfattoquotidiano - rifondazione -
Non solo Draghi e Monti. I tedeschi hanno la guardia alta e la memoria lunga con tutti. Naturale, quindi, che a cinque anni esatti dallo scoppio della bolla dei mutui concessi senza garanzie reali, i cosiddetti subprime, che sono stati la causa remota della crisi che stiamo vivendo ancora oggi, il quotidiano economico tedesco Handelsblatt nei giorni scorsi sia andato a vedere che cosa fanno oggi “i piromani” che hanno dato fuoco alle polveri della crisi del debito. Stanno ovviamente tutti bene e nessuno passa le proprie giornate in galera. Vale comunque la pena ricordare i loro nomi e le loro facce, perché gran parte della colpa di quanto sta accadendo ora è proprio di questi signori. Richard Fuld Conosciuto tra gli addetti ai lavori come “il Gorilla di Wall Street”, l’ex ad di Lehman Brothers ancora non si capacita come mai il governo di Washington abbia lasciato fallire solo la “sua” banca:
“Da quando è successo, mi chiedo come mai abbiano lasciato cadere solo me”, dice a proposito del più grande fallimento nella storia delle bancarotte mondiali che nel settembre del 2008 ha dato inizio alla crisi finanziaria globale. Sotto la guida di Fuld, che nel corso della sua carriera presso la banca d’affari americana ha incassato compensi per complessivi 500 milioni di dollari, Lehman Brothers si concentrò sull’acquisto di mutui subprime – cioè associati a garanzie basse o nulle dei debitori – e sulla loro successiva rivendita, non prima però di averli impacchettati in “obbligazioni salsiccia”, le famose Mortgage Backed Securities (Abs) che una volta diffuse hanno infettato buona parte della finanza globale. Dopo il 15 settembre 2008, Fuld ha lavorato per l’hedge fund Matrix Advisor, uno dei tanti “fondi locusta”, come sono stati comunemente ribattezzati quei fondi d’investimento che operano con l’obiettivo di spremere valore da una società per poi uscire e andarsene a cercarne un’altra per ricominciare il ciclo. Come le locuste, appunto. Successivamente Fuld è passato per Brokerhaus Legend Securities, da cui ha dato le dimissioni all’inzio di quest’anno. Intanto ai creditori Lehman arriveranno circa 65 miliardi di dollari, contro richieste per oltre 300 miliardi.
Maurice “Hank” Greenberg A lungo amministratore delegato di Aig, allora la più grande assicurazione al mondo, Greenberg trasformò la compagnia nella maggior emittente di Credit default swap (le assicurazioni contro il crack di una società o di uno Stato), un’attività molto redditizia fino al crollo di Lehman Brothers. Dopo il fallimento della banca d’affari, di Aig non rimase che un mucchio di macerie, il cui salvataggio allo stato americano è costato 180 miliardi di dollari. Oggi Greenberg lavora per la società di private equity CV Starr & Co, il cui nome viene dal fondatore di Aig, Cornelius Vander Starr.
Stan O’Neil L’ex amministratore delegato di Merrill Lynch ha fatto lievitare gli utili della banca d’affari americana puntando sui derivati legati ai subprime, ovvero strumenti speculativi basati su crediti di dubbia qualità. Nel giugno del 2006 ne aveva a bilancio per ben 41 miliardi di dollari. Quando il castello di carte è crollato, Merrill Lynch è stata salvata da Bank of America sotto la regia della Federal Reserve e del governo di George W. Bush. Noto perché aveva al suo seguito alcuni bodyguards il cui unico compito era quello di chiamargli l’ascensore, Stan O’Neil ha lasciato Merrill Lynch con una buonuscita di 160 miliardi di dollari e oggi siede nel consiglio di amministrazione di Alcoa, il gigante Usa dell’alluminio che in Italia sta facendo molto parlare di sé per la dismissione dell’impianto sardo dopo aver ricevuto, in 15 anni, 3 miliardi di aiuti dallo Stato italiano.

venerdì 15 giugno 2012

Tables are turning on Greek debt deal

The time for reaching a Greek debt deal is fast running out. That's one thing everyone can agree on here in Davos.

But what's less often noticed is that the balance of power around the negotiating table has also shifted lately; against the Eurozone institutions and politicians who most want to see a deal, and in favour of the Greeks themselves.

There are three reasons for this shift.

First, the need for more debt relief for Greece has become even more blindingly apparent.

Second, it has become clear that the official sector has to contribute if it's going to happen politely.

Finally, and more quietly, the Greek government has slashed its way to a primary budget surplus: as of now it is only borrowing money to pay off the debt. That could change things quite a bit.
Skyrocketing cost
Let me say a bit more about all of this.

To see the need for greater debt relief, you need only look at the skyrocketing cost of servicing Greek debt. For all the "cheap" loans flowing to Greece from the Europeans and the IMF, the Greek government had to pay 23% more in debt interest in 2011 than in 2010.

Forecasts for its total debt relative to GDP get revised up almost every week and look less and less plausible.

The second new reality follows directly from the first. To put it bluntly, the truth is slowly dawning that no "voluntary" arrangement to cut the value of debt held by the private sector is going to provide Greece with enough relief.

Either the haircut for the private sector has to be a lot more than 50%, in which case it is very unlikely to be classed as "voluntary" by any stretch of the meaning of that word, or the stock of debt that's part of the deal needs to grow to include bonds held by public sector institutions like the ECB, which has bought around €40bn (£34bn; $53bn) of them.

As we have seen this week, Germany and the ECB are still dead set against this.

They say it might not be legal under the Treaty. They also think, reasonably enough, that there's an important principle at stake. If the official sector runs into a burning building when the private sector are all running out, the rescuers shouldn't be the ones to get burned.

But, you might say, that is why firemen have trouble getting insurance. It's a dangerous line of work no matter how much protective clothing you have.

Maybe it's not fair, but if the Germans want their first - and supposedly last - foray into "private sector involvement" to happen in an orderly way, it's looking as though they're going to have to swallow some losses for the ECB, or find some other way for the public sector to be involved.
Ambitious debt reduction
You might ask why any of this strengthened the hands of the Greeks, as I suggested at the start.

One reason is that the IMF is now firmly behind a more ambitious debt reduction. As we have seen this week, the IMF's managing director is also on Greece's side pushing for public sector involvement in the deal.

But another key factor, which few seem to have tumbled to, is that the costs to Greece of the government walking away from the table and suffering a disorderly default have fallen noticeably since last summer, at least when compared to any plausible (orderly) alternative.

The key to this is to look at the Greek government's budget outturns for the second half of 2011, published earlier this month.

As Graham Turner of GFC Economics has noted, these show a real step-change in the effort to cut spending and actually collect more Greek taxes.

You'll remember it was the Greeks' inability to get a grip on spending or taxes in the first half of 2011 that caused the big overshoot in their deficit, and such paroxysms in Berlin and Brussels (not to mention the markets).

The primary budget - excluding debt interest payments - for the first 6 months of the year had a deficit of €5.1bn, which was almost exactly the same as the year before.

Tax revenues had fallen by more than 5%, year-on-year, and non-interest spending had risen by more than 8%.

That was when the fiscal equivalent of Eurozone special forces parachuted into Athens as part of the second rescue package, with EU tax officials seconded to the Greek finance ministry. If the numbers are to be believed, they have made a massive difference.

In the second half of 2011 the latest figures show tax revenues up 1.4% year on year and non-interest spending falling by an impressive 7.4%. As a result, the Greeks seem to have managed a 1.8bn euro primary surplus in that period: the overall deficit was still massive, but all that borrowing was going toward debt interest, not domestic spending.
Less terrifying
Here's why this matters: traditionally, countries that need a massive write-down of debt will try very hard to avoid a disorderly default when they are still borrowing from the markets to fund basic government services.

However, the balance of arguments shifts a bit, when they "only" need to raise money in the markets to service their debt. Further budget cuts, simply to pay investors their interest, are harder to defend politically. And the immediate fallout for basic services of losing access to the markets gets slightly less terrifying.

Don't get me wrong. If it happens, as so many people now expect, a full-blown Greek default would still be horrendous for its financial system, and its domestic economy - at least in the short run. (That's quite apart from the impact on its eurozone neighbours. I'm only thinking here about the implications for Greece.)

For all that, the balance of costs and benefits to Greece relative to the current path is not what it was years ago, when it's primary deficit was 5% or 6% of GDP.

And, let's face it, the stick-with-it scenario is not looking so hot either.

Earlier this week, the IMF's chief economist, Olivier Blanchard, spoke eloquently about the dangers of the crisis.

He noted that one of the more pernicious things about the current situation was that countries under pressure were doing the "right thing" in terms of budget cuts, but were not getting rewarded for it, either by the markets or by their supposed eurozone allies. That's more than unfair; it's dangerous.

The irony is that Germany's very emphasis on putting fiscal tightening before everything else has actually now put Greece in a stronger position to default.

If that is not what Angela Merkel intended to happen, she will almost certainly need to give some ground in these debt negotiations to prevent it. Assuming it is not already too late.

domenica 10 giugno 2012

Lo shock in rete: «Un saccheggio»

Fonte: il manifesto | Autore: Ma. Fo.
       
La Spagna è sotto shock. Traspariva ieri sera nelle edizioni on-line dei quotidiani di fronte a el rescate, il salvataggio. Sotto un cubitale « Rescate a España », il quotidiano El País (centrosinistra) ha dato per primo la notizia, intorno alle 19: in «un accordo senza precedenti», la Spagna riceverà fino a 100 miliardi per il sistema bancario. Altri titoli: «Un duro colpo psicologico», «Il governo cerca di lottare contro lo stigma del salvataggio» (il capo dell’esecutivo, Mariano Rajoy, non è comparso in pubblico). Ancora qualche ora prima, lo stesso País cercava di distinguere tra rescate delle banche e di un intero paese, come a separare il caso della Spagna da quelli di Grecia, Portogallo e Irlanda, anche se avvertiva: bisognerà vedere le condizioni dell’aiuto europeo, «se imporranno nuove condizioni di politica economica». Inevitabile: anche se ieri sera il ministro dell’economia Luis de Guindos si è arrampicato sui vetri: «non è un rescate » ma «un prestito a condizioni di favore». Per El País «un rescate rivela un fallimento politico».
Il governo ha cercato fino all’ultimo di negare quel fallimento, e il quotidiano Público ieri ha messo sul suo sito il filmato di Rajoy che promette «alto e chiaro» che non ci sarà bisogno di salvare le banche: era il 28 maggio. Decisamente imbarazzato il quotidiano Abc , voce della destra al governo: ha atteso la conferenza stampa del ministro dell’economia Luis de Guindos prima di dare la notizia sul suo sito, restando fino all’ultimo sul vago: «l’eventualità» di un salvataggio. Su Rtve, la radio televisione spagnola (pubblica), ieri si spiegava che greci, portoghesi e irlandesi sono «più poveri dopo il salvataggio».
Il disagio diventa vera e proproa rabbia quando si guarda la rete. «Non è un rescate , è un saccheggio», dice un twit ripreso sul sito di Público . «I salvataggi salvano vite, non le condannano alla miseria», risponde un altro. Del resto, « el rescate è come il Titanic, ci sono scialuppe solo per quelli di prima classe».

lunedì 30 aprile 2012

La Grecia è in default - Beppe Scienza


BeppeGrilloBlog
Prima un saluto agli amici del blog di Beppe Grillo. Sono Beppe Scienza, insegno al Dipartimento di matematica dell’Università di Torino e mi occupo soprattutto di risparmio (ahinoi!) tradito.
Sulla Grecia il discorso è un po’ complesso, con qualcosa di contraddittorio, perché qualche settimana fa si sono sentiti titoli di telegiornali, si sono lette sulla stampa frasi di questo tipo: "La Grecia è stata salvata", "Successo della ristrutturazione del debito pubblico greco", "Evitato il fallimento della Grecia".
Poi uno che aveva per esempio 10 mila Euro di titoli greci, un paio di settimane fa si è visto arrivare al posto del suo titolo 24 titoli diversi, li somma e si accorge che ha soltanto 2 mila euro. La Grecia si è salvata e io ho perso l’80%, come la mettiamo?
Bisogna dire la verità: ci sono stati due inganni:
1) un inganno da parte dei massimi politici ed esponenti dell’Unione Europea, della Banca Centrale che hanno detto: "Salveremo la Grecia", "La Grecia no, assolutamente, la Grecia non deve fallire", "La Grecia deve essere salvata" mentre stavano lavorando per preparare il fallimento della Grecia.
2) un inganno è avvenuto dopo, perché adesso gira la storiella che la Grecia è stata salvata. La ristrutturazione dei titoli greci, Dio non voglia che abbiano la stessa sorte quelli italiani, è avvenuta in due fasi:
1) si è fatta una proposta dicendo alle banche, ai fondi comuni, alle assicurazioni: volete accettare di cambiare questi vostri titoli con titoli nuovi, accettate che si faccio un taglio? In effetti la stragrande maggioranza dei cosiddetti investitori istituzionali hanno accettato, sul modo che hanno accettato vorrei citare il capo della Commerzbank tedesca, Martin Blessing, che riguardo all’accettazione della ristrutturazione del debito greco ha detto: "Essa è così volontaria, come era volontaria la confessione nell’inquisizione spagnola".
La Banca centrale ha ottenuto che le banche accettassero questa cosa e questi sono fatti loro.
Quelli che non sono fatti loro è che dopo, anche chi non aveva accettato, si è trovato la stessa sorte, gli hanno dimezzato in valore nominale i titoli che aveva e in valore di mercato la perdita è dell’80%. Ora questo si chiama in linguaggio tecnico “default”, si chiama insolvenza. Se uno deve pagare degli interessi, un rimborso (Stato o società privata che sia) e non li paga, si chiama in termini brutali fallimento, in termini tecnici insolvenza o default.
La Grecia ha fatto default, la Grecia è stata insolvente nei confronti di quelli che non hanno accettato la ristrutturazione, la Grecia non ha rispettato il regolamento e questo si chiama insolvenza, quindi la Grecia è fallita. Non è la prima volta che è fallita, tutti i greci ricordano una frase pronunciata il 10 dicembre 1893 dall’allora primo ministro Charilaos Trikoupis che in greco è "Δυστυχώς επτωχεύσαμεν" (distihós eptohéfsamen) "Purtroppo siamo falliti". Fallita allora, una storia analoga negli anni 30, e fallita di nuovo. I greci possono dire e dicono "Δυστυχώς επτωχεύσαμεν ξανά" (distihós eptohéfsamen ksaná) "Purtroppo siamo di nuovo falliti".
Allora non raccontiamo la storia che la Grecia non è fallita: la Grecia è fallita! Una faccia, una razza Però questo fallimento ha un’altra stranezza: non ha toccato tutti e c’è stato qualcosa che, se riguardasse una società privata, si chiamerebbe bancarotta preferenziale e sarebbe un reato,perché la Grecia aveva, a fine 2011, 380 miliardi di debito pubblico, tantissimo, il 170% abbondante del Pil.

domenica 15 aprile 2012

Breve storiella del Debito Pubblico

Come sappiamo già da mesi, alcuni paesi europei sono stati privati del loro potere politico di indirizzo economico, e sostituiti da strutture europee economico-finanziarie quali la Banca Centrale Europea, il famigerato Fondo Salva Stati (variante europea del Fondo Monetario Internazionale), nonché dalla stessa Unione Europea e dalla Banca Centrale Tedesca. Di fatto, parlare di commissariamento è fin troppo poco: quello che stanno vivendo i paesi più indebitati dell’eurozona ricalca alla perfezione ciò che hanno vissuto, nel corso dell’ottocento e del novecento, decine di paesi del secondo e terzo mondo, con l’FMI al posto del Fondo Salva Stati, la Banca mondiale al posto di quella europea e il governo statunitense al posto dell’Unione Europea. Tutti paesi che, di fronte ad un debito pubblico sempre più grande e col rischio dell’insolvenza, si affidavano a strutture finanziarie sovranazionali che ne determinavano le riforme, ne garantivano la solvibilità e ne indirizzavano le politiche economico-sociali. La storiella del debito, dunque, è abbastanza vecchia da poter essere presa a modello per capire cosa accadrà in Italia, ricordando anche cosa successe a qualche paese invaso dalle stesse cure che toccheranno a noi.
Prima di tutto, è stato preparato a dovere il terreno culturale su cui poi andare a intervenire. Si sono create le condizioni psicologiche che hanno portato la gente ad avere una fottuta paura del debito pubblico, così da vedere il ridimensionamento dello stesso come condizione imprescindibile per andare avanti. La storia è più o meno questa:
i mercati, che sono formati dalla massa di cittadini-risparmiatori che investono i propri risparmi nelle banche comprando obbligazioni o azioni delle società quotate in borsa, stanno portando un attacco speculativo verso i paesi indebitati vendendo le azioni o le obbligazioni di questi paesi, intimoriti dalla possibile insolvenza di questi paesi. Questi mercati, dunque, non sono altro che una sorta di opinione pubblica mondiale sui fatti economici, per cui se decidono di vendere determinate azioni o obbligazioni è perché non si fidano più della stabilità (= solvibilità) di ciò che hanno in portafoglio. Questa opinione pubblica è spaventata dall’enorme massa di debito di alcuni grandi paesi europei, dunque questo crollo di fiducia determina una fuga di capitali dai paesi indebitati. Quindi il vero motivo di questa sfiducia collettiva è, in fin dei conti, il debito pubblico. Cosa avrebbe prodotto questo debito pubblico? Il debito pubblico sarebbe il risultato di anni di gestione scellerata e spendacciona di questi stati, che nel corso del tempo avrebbero accumulato un debito nei confronti dei loro cittadini in virtù delle proprie politiche di sperpero di denaro pubblico, di salari troppo elevati, di pensioni troppo alte, di servizi pubblici garantiti e così via. Insomma, la soluzione dovrebbe essere quella di rientrare di questo debito riformando l’economia, abbattendo pezzi di stato sociale ormai non più proponibili perché sarebbe finito il tempo delle “vacche grasse”, in cui un po’ tutti abbiamo vissuto “al di soppra delle nostre possibilità”, mentre sarebbe giunta l’ora di “tirare la cinghia”. E’ ora di liberare l’economia dai lacci e laccioli che la imbrigliano, diminuendo la spesa statale, abbassando le tasse e così via, per far risalire finalmente la fiducia degli investitori internazionali nei nostri confronti così da generare di nuovo profitti e crescita economica. Torna, vero?
Questa, in linea di massima, la visione politica odierna di ciò che sta succedendo in Italia e nei paesi maggiormente indebitati. Bene, tutto questo è falso.

sabato 14 aprile 2012

Paradossi d’Europa ai tempi di Monti

Antonio Lettieri - il manifesto - controlacrisi -
L’intervento sulla Grecia, quello della Bce e il Patto fiscale. Tutte e tre queste misure si sono rivelate, come era prevedibile, o sbagliate o inefficienti

La precoce primavera dell’eurozona è durata poco. In realtà si trattava di una sensazione illusoria che Mario Monti aveva alimentato esaltando effimeri successi dei tecnici al governo e facendo la lezione ai politici non solo del passato ma anche del futuro. Negli ultimi giorni si è scoperto quello che già si sapeva, che l’austerità, con al suo seguito la recessione, peggiora il quadro della finanza pubblica. E, soprattutto, che la liberalizzazione dei licenziamenti è un tributo pagato alla destra politica, senza per questo impressionare i mercati finanziari dediti alla speculazione del giorno per giorno.
Un raro umore di compiacimento aveva caratterizzato la leadership dell’eurozona dopo l’ultimo Vertice europeo di marzo. All’origine del malposto ottimismo della leadership europea vi erano stati la decisione del secondo salvataggio della Grecia con il varo del pacchetto di 130 miliardi di euro e il taglio di altri 100 miliardi di euro di debiti verso le banche private; la decisone di Mario Draghi di far intervenire la Bce sui mercati finanziari con oltre mille miliardi di euro; e il cosiddetto Patto fiscale. Tutte e tre queste misure si sono rivelate, come era prevedibile, o sbagliate o inefficienti.
Per rendersene conto, basta dare uno sguardo ravvicinato a queste misure e ai loro effetti.
Partiamo dalla Grecia.Dopo il secondo piano di salvataggio, se tutto funzionerà secondo le previsioni dell’Ue e del Fmi, la Grecia raggiungerà nel 2020 il 120,5 per cento del rapporto debito-Pil. Vale a dire, un tasso superiore al livello che registrava la Grecia quando il nuovo eletto primo ministro Georges Papandreou denunciò la falsificazione del bilancio da parte del precedente governo conservatore di Kostas Karamanlis. Sarebbe questo il risultato paradossale della politica imposta dall’asse Berlino-Bruxelles dopo tre anni di recessione, con un debito salito al 165 per cento del Pil, e dopo aver portato la Grecia sull’orlo della guerra civile. E senza aver scongiurato il default che gli analisti continuano a considerare inevitabile, sia pure allontanato per consentire ad Angela Merkel di andare alle elezioni del 2013 senza aver prima sfasciato l’eurozona.

mercoledì 14 marzo 2012

La nube tossica del liberismo che ammorba l'Europa e l'Italia

Dino Greco - controlacrisi -
I sedicenti demiurghi della modernità, i cultori delle taumaturgiche virtù del mercato, gli ineffabili interpreti del pensiero unico liberista, gli spregiudicatissimi protagonisti della superfetazione finanziaria che ammorba l'intero pianeta stanno pilotando verso il disastro l'economia mondiale, con la stessa sciagurata incoscienza con cui il transatlantico Concordia è stato affondato nelle acque del Giglio.

L'era politica nata sotto la stella del reaganismo e del tatcherismo, la totale deregolamentazione dei rapporti economici e di quelli sociali e la spaventosa polarizzazione della ricchezza che ne è sortita hanno letteralmente annichilito i redditi da lavoro dipendente, hanno devastato - sino a ridurle all'irrilevanza - le organizzazioni del movimento operaio e hanno conculcato i diritti dei prestatori d'opera. Ma, alla lunga, l'impressionante diseguaglianza di condizioni sociali si è trasformata, per i detentori del capitale, in un colossale boomerang, perché l'impoverimento di massa, la proletarizzazione di estesi strati di ceto medio hanno inesorabilmente compromesso gli sbocchi delle merci sui mercati. Sicché l'ennesima crisi di sovraproduzione ha generato un tragico impasse nel rapporto produzione-consumo-produzione, che neppure il tradizionale ricorso alla guerra e alla proliferazione militare come volano della domanda ha potuto sbloccare.

Il credito “ad libitum" ai consumi, che è stato l'escogitazione fraudolenta con cui gli Stati Uniti e l'intero sistema bancario hanno creduto di rimettere in moto il meccanismo inceppato senza comprometterne i fondamenti, ha poi generato una colossale bolla speculativa ed un default che le banche hanno trasferito sugli stati e gli stati, a cascata, sui cittadini, distruggendo forze produttive e mordendo sull'economia reale.

Lo spettacolo surreale che ci viene quotidianamente somministrato ha per attori protagonisti proprio le grandi istituzioni finanziarie, dal Fmi alla Bce, divenuti i veri dominatori di una scena politica dalla quale sono scomparsi, o ridotti a pallide controfigure, i rappresentanti ormai solo formali della sovranità popolare.

La ricetta salvifica - di rigida osservanza monetarista - è quella dei tagli: al welfare, ai salari, alle pensioni, all'istruzione, nell'intento di saldare, con il sangue della povera gente, un debito che, al contrario, la caduta dei consumi alimenta, lungo una spirale recessiva di cui non si vede il punto d'arrivo: la Grecia, con la sua debolezza strutturale, non rappresenta dunque un'eccezione, ma riflette la china su cui, con modi e ritmi diversi, stanno scivolando tutti i paesi europei.

sabato 10 marzo 2012

Halevi in linea: lo swap? Una truffa legalizzata

Cinzia gubbini, Joseph Halevi - ilmanifesto -
"i 130 miliardi di aiuti [alla Grecia] serviranno esclusivamente a ripagare il debito delle banche". L'economista Halevi, storico collaboratore del manifesto, spiega da Sydney le conseguenze dello "scambio titoli".

cinziagubbini: cosa ne pensi del "grande swap" di ieri? sembra sia andato bene.
joseph halevi: E'una truffa legalizzata
cinziagubbini: In che senso?
joseph halevi: Alla Grecia veine ridotto il debito 110 miliardi di euro e si indebita con le organizzazioni uffciali di 130 miliardi, un ulteriore aumento di 20 miliardi. Lo swap altro non é che il trasferimento del debito verso i privati al debito pubblico, cioé alle istituzioni pubbliche rappresentate dalla Troika.
cinziagubbini: spiegaci meglio, chi ha scambiato i suoi titoli non aveva comunque nel portafoglio i titoli di stato greci?
joseph halevi: Sì ed é per questo che ai dententori di titoli sono stati offerti i 30 miliardi, gli altri 100 andranno a pagare le spese future per interessi, commissioni etc. Il punto é che ai privati veine offerta una via d'uscita mentre la Grecia si indebita ulteriormente questa volta con le organizzazioni ufficiali. Sul tema c'é un lucido articolo di Nouriel Roubini, che spesso non mi piace, sul Financial Times di oggi. Comunque Roubini mostra molto bene come il fatto che i privati suibsicano delle perdite pesanti sia un mito. Pagano un costo per il trasferimento del peso del debito alle organizzazioni pubbliche.
cinziagubbini: Dunque la Grecia dovrà, ad un certo punto, ridare comunque indietro questi soldi, anche se con un taglio nominale.
joseph halevi: La Grecia é in fallimento quindi il debito verso gli organismi pubblici internazionali non potrà pagarlo ne consegue che ricadrà sulla collettività.
cinziagubbini: Dici che non lo pagherà?
joseph halevi: Certo deve restituirli. Riceve 130, di cui 30 per addolcire la pillola verso i privati subito e 100 per pagare le spese future sempre ai privati. Ma con gli organismi pubblici resta indebitata di quei 130 miliardi di euro.
cinziagubbini: Ieri tutti dicevano: la Grecia è salva
joseph halevi: Non può pagare, l'avevo scritto un meso e rotti fa sul manifesto. Il 20 febbraio Der Spiegel ha pubblicato un ottimo articolo dicendo che il pacchetto dei 130 miliardi di "aiuti"-strozzinaggio non deve andare avanti. Giustissimo. La Grecia non é salva, é in bancarotta. Sono salvi coloro che riceveranno i 30 ed i 100 miliardi di euro, non la Grecia la cui economia é in caduta libera oberata di ulteriori 20 miliardi di debiti: 130 meno 110 =20
cinziagubbini: Ho capito, tu dici che il pacchetto di aiuti che arriverà praticamente servirà solo a pagare i creditori, e non a fare qualche misura a favore dei cittadini come, per dirne una, un fondo contro la disoccupazione.
joseph halevi: Esattissimo ed è stato Der Spiegle a dirlo nella maniera più chiara oltre che a uno zombie di pseudosinistra come me. I 130 miliari (100, perché trenta sono dei dolcificanti) servano a garantire i pagamenti ai privati nel tempo. Scrive Der Spiegel (grosso modo) "la Grecia é come un vacca che deve produrre latte e nutrirsi quel tanto che non la porti ad un esaurimento completo" come la storia dell'asino e la macina insomma. Comunque l'articolo è qui: ttp://www.spiegel.de/international/europe/0,1518,816498,00.html

domenica 4 marzo 2012

Grecia, il default pilotato svela l’inganno da tremila miliardi dei Credit default swaps

di Matteo Cavallito - ilfattoquotidiano -
La decisione di non liquidare i derivati assicurativi sul debito greco rappresenta una beffa per gli investitori. Ma al tempo stesso ha “il merito” di certificare per la prima volta in via ufficiale il vero volto (speculativo) di un mercato che nel mondo vale quasi tremila miliardi di dollari

La Grecia è ufficialmente fallita. Ma anche no. Sembra la battuta di un comico, magari di uno bravo, uno particolarmente forte con le imitazioni. E invece, nell’universo della regolamentazione dei mercati, c’è chi lo ha detto sul serio. L’haircut sui titoli sovrani di Atene, che sancisce l’insolvenza della Grecia e impone agli investitori un perdita effettiva del 75% sul valore dei bond stessi, determina de facto la bancarotta ellenica eppure, nonostante tutto, non imporrà la liquidazione dei Credit default swaps, i derivati assicurativi che dovrebbero “pagare” proprio in caso di bancarotta. Una sostanziale assurdità semantica che ora, dopo mesi di attesa, è diventata realtà. Stabilendo un micidiale precedente e svelando al tempo stesso la vera natura di quelli che fino a poco tempo fa venivano considerati semplicemente innocui strumenti di copertura assicurativa.

Un Credit default swap, è bene ricordarlo, è un contratto derivato nemmeno troppo complesso in cui una parte (A) si impegna a tutelare l’altra (B) dall’impossibilità di recuperare un credito a fronte dell’ipotetica bancarotta del debitore (C). In questo caso A, cioè le banche americane, si erano fatte garanti del debito di C, cioè la Grecia. B, cioè i creditori di Atene, ne avevano sottoscritti per 3,2 miliardi di dollari retribuendo così le banche per il rischio ma convincendosi anche di essersi messi al riparo. Un tragico errore. L’International Swaps and Derivatives Association (Isda), regolatore supremo di uno dei mercati meno regolamentati del mondo, ha stabilito che i miliardi di Cds costruiti sulla Grecia non dovranno essere liquidati per il semplice fatto che quello sull’haircut non è altro che un accordo “volontario”. E poco importa che in realtà si tratti di un’intesa imposta di fatto in modo unilaterale (prendere il 20% o lasciare tutto quanto). Insomma, gli investitori hanno perso. E i Cds, in quanto polizze, si sono rivelati perfettamente inutili.

mercoledì 22 febbraio 2012

Un appello agli intellettuali europei. Salviamo la Grecia dai suoi salvatori.

di VICKY SKOUMBI, DIMITRIS VERGETIS, MICHEL SURYA* - ilmanifesto -

Nel momento in cui un giovane greco su due è disoccupato, 25.000 persone senza tetto vagano per le strade di Atene, il 30 per cento della popolazione è ormai sotto la soglia della povertà, migliaia di famiglie sono costrette a dare in affidamento i bambini perché non crepino di fame e di freddo e i nuovi poveri e i rifugiati si contendono l'immondizia nelle discariche pubbliche, i "salvatori" della Grecia, col pretesto che i Greci "non fanno abbastanza sforzi", impongono un nuovo piano di aiuti che raddoppia la dose letale già somministrata. Un piano che abolisce il diritto del lavoro e riduce i poveri alla miseria estrema, facendo contemporaneamente scomparire dal quadro le classi medie.

L'obiettivo non è il "salvataggio"della Grecia: su questo punto tutti gli economisti degni di questo nome concordano. Si tratta di guadagnare tempo per salvare i creditori, portando nel frattempo il Paese a un fallimento differito.Si tratta soprattutto di fare della Grecia il laboratorio di un cambiamento sociale che in un secondo momento verrà generalizzato a tutta l'Europa. Il modello sperimentato sulla pelle dei Greci è quello di una società senza servizi pubblici, in cui le scuole, gli ospedali e i dispensari cadono in rovina, la salute diventa privilegio dei ricchi e la parte più vulnerabile della popolazione è destinata a un'eliminazione programmata, mentre coloro che ancora lavorano sono condannati a forme estreme di impoverimento e di precarizzazione.

Ma perché questa offensiva neoliberista possa andare a segno, bisogna instaurare un regime che metta fra parentesi i diritti democratici più elementari. Su ingiunzione dei salvatori, vediamo quindi insediarsi in Europa dei governi di tecnocrati in spregio della sovranità popolare. Si tratta di una svolta nei regimi parlamentari, dove si vedono i "rappresentanti del popolo" dare carta bianca agli esperti e ai banchieri, abdicando dal loro supposto potere decisionale. Una sorta di colpo di stato parlamentare, che fa anche ricorso a un arsenale repressivo amplificato di fronte alle proteste popolari. Così, dal momento che i parlamentari avranno ratificato la Convenzione imposta dalla Troika (Ue, Bce, Fmi), diametralmente opposta al mandato che avevano ricevuto, un potere privo di legittimità democratica avrà ipotecato l'avvenire del Paese per 30 o 40 anni.

Parallelamente, l'Unione europea si appresta a istituire un conto bloccato dove verrà direttamente versato l'aiuto alla Grecia, perché venga impiegato unicamente al servizio del debito. Le entrate del Paese dovranno essere "in priorità assoluta" devolute al rimborso dei creditori e, se necessario, versate direttamente su questo conto gestito dalla Ue. La Convenzione stipula che ogni nuova obbligazione emessa in questo quadro sarà regolata dal diritto anglosassone, che implica garanzie materiali, mentre le vertenze verranno giudicate dai tribunali del Lussemburgo, avendo la Grecia rinunciato anticipatamente a qualsiasi diritto di ricorso contro sequestri e pignoramenti decisi dai creditori. Per completare il quadro, le privatizzazioni vengono affidate a una cassa gestita dalla Troika, dove saranno depositati i titoli di proprietà dei beni pubblici.. In altri termini, si tratta di un saccheggio generalizzato, caratteristica propria del capitalismo finanziario che si dà qui una bella consacrazione istituzionale.

Poiché venditori e compratori siederanno dalla stessa parte del tavolo, non vi è dubbio alcuno che questa impresa di privatizzazione sarà un vero festino per chi comprerà.

Ora, tutte le misure prese fino a ora non hanno fatto che accrescere il debito sovrano greco, che, con il soccorso dei salvatori che fanno prestiti a tassi di usura, è letteralmente esploso sfiorando il 170% di un Pil in caduta libera, mentre nel 2009 era ancora al 120%. C'è da scommettere che questa coorte di piani di salvataggio - ogni volta presentati come 'ultimi'- non ha altro scopo che indebolire sempre di più la posizione della Grecia, in modo che, privata di qualsiasi possibilità di proporre da parte sua i termini di una ristrutturazione, sia costretta a cedere tutto ai creditori, sotto il ricatto "austerità o catastrofe". L'aggravamento artificiale e coercitivo del problema del debito è stato utilizzato come un'arma per prendere d'assalto una società intera. E non è un caso che usiamo qui dei termini militare: si tratta propriamente di una guerra, condotta con i mezzi della finanza, della politica e del diritto, una guerra di classe contro un'intera società. E il bottino che la classe finanziaria conta di strappare al 'nemico' sono le conquiste sociali e i diritti democratici, ma, alla fine dei conti, è la stessa possibilità di una vita umana. La vita di coloro che agli occhi delle strategie di massimizzazione del profitto non producono o non consumano abbastanza non dev'essere più preservata.

E così la debolezza di un paese preso nella morsa fra speculazione senza limiti e piani di salvataggio devastanti diviene la porta d'entrata mascherata attraverso la quale fa irruzione un nuovo modello di società conforme alle esigenze del fondamentalismo neoliberista. Un modello destinato all'Europa intera e anche oltre. E' questa la vera questione in gioco. Ed è per questo che difendere il popolo greco non si riduce solo a un gesto di solidarietà o di umanità: in gioco ci sono l'avvenire della democrazia e le sorti del popolo europeo.

Dappertutto la "necessità imperiosa" di un'austerità dolorosa ma salutare ci viene presentata come il mezzo per sfuggire al destino greco, mentre vi conduce dritto. Di fronte a questo attacco in piena regola contro la società, di fronte alla distruzione delle ultime isole di democrazia, chiediamo ai nostri concittadini, ai nostri amici francesi e europei di prendere posizione con voce chiara e forte. Non bisogna lasciare il monopolio della parola agli esperti e ai politici. Il fatto che, su richiesta dei governanti tedeschi e francesi in particolare, alla Grecia siano ormai impedite le elezioni può lasciarci indifferenti? La stigmatizzazione e la denigrazione sistematica di un popolo europeo non meritano una presa di posizione? E' possibile non alzare la voce contro l'assassinio istituzionale del popolo greco? Possiamo rimanere in silenzio di fronte all'instaurazione a tappe forzate di un sistema che mette fuori legge l'idea stessa di solidarietà sociale?

Siamo a un punto di non ritorno. E' urgente condurre la battaglia di cifre e la guerra delle parole per contrastare la retorica ultra-liberista della paura e della disinformazione. E' urgente decostruire le lezioni di morale che occultano il processo reale in atto nella società. E diviene più che urgente demistificare l'insistenza razzista sulla "specificità greca" che pretende di fare del supposto carattere nazionale di un popolo (parassitismo e ostentazione a volontà) la causa prima di una crisi in realtà mondiale.
Ciò che conta oggi non sono le particolarità, reali o immaginari, ma il
comune: la sorte di un popolo che contagerà tutti gli altri.

Molte soluzioni tecniche sono state proposte per uscire dall'alternativa "o la distruzione della società o il fallimento" (che vuol dire, lo vediamo oggi, sia la distruzione sia il fallimento). Tutte vanno prese in considerazione come elementi di riflessione per la costruzione di un'altra Europa. Prima di tutto però bisogna denunciare il crimine, portare alla luce la situazione nella quale si trova il popolo greco a causa dei "piani d'aiuto" concepiti dagli speculatori e i creditori a proprio vantaggio.
Mentre nel mondo si tesse un movimento di sostegno e Internet ribolle di iniziative di solidarietà, gli intellettuali saranno gli ultimi ad alzare la loro voce per la Grecia? Senza attendere ancora, moltiplichiamo gli articoli, gli interventi, i dibattiti, le petizioni, le manifestazioni. Ogni iniziativa è la benvenuta, ogni iniziativa è urgente. Da parte nostra ecco che cosa proponiamo: andare velocemente verso la formazione di un comitato europeo di intellettuali e di artisti per la solidarietà con il popolo greco che resiste. Se non lo facciamo noi, chi lo farà? Se non adesso, quando?

*Rispettivamente redattrice e direttore della rivista Aletheia di Atene e direttore della rivista Lignes, Parigi.

Prime adesioni: Daniel Alvaro, Alain Badiou, Jean-Christophe Bailly, Etienne Balibar, Fernanda Bernardo, Barbara Cassin, Bruno Clement, Danièle Cohen-Levinas, Yannick Courtel, Claire Denis, Georges Didi-Hubermann, Ida Dominijanni, Roberto Esposito, Francesca Isidori, Pierre-Philippe Jandin, Jérome Lebre, Jean-Clet Martin, Jean-Luc Nancy, Jacques Ranciere, Judith Revel, Elisabeth Rigal, Jacob Rogozinski, Avital Ronell, Ugo Santiago, Beppe Sebaste, Michèle Sinapi, Enzo Traverso

martedì 21 febbraio 2012

Grecia: meglio fuori o dentro l’euro?

by keynesblog on 21 febbraio 2012 in Europa
L’Europa ha deciso di salvare la Grecia. Se così si può dire. Perché le misure di austerità imposte ad Atene potrebbero invece distruggerla definitivamente. Che però la Grecia debba rimanere nell’euro ne è convinto Paolo Guerrieri, professore ordinario di Economia Internazionale alla Sapienza Università di Roma, che sull’Unità scrive:

E’ dimostrabile, da un lato, che un default di Atene ordinato e in grado di mantenere la Grecia all’interno dell’area euro potrebbe essere in qualche modo gestibile; dall’altro, un fallimento seguito dall’uscita dall’euro e dal ritorno alla dracma è molto più probabile scatenerebbe sui mercati europei – al di là dei drammatici costi per l’economia greca – una serie di reazioni a catena con effetti di contagio diffusi e in larga misura difficili da prevedere e controllare. [...]

Ancora, se l’eurozona continua a rappresentare la maggiore fonte di rischio per una ripresa dell’economia mondiale che si mantiene fragile e anemica, è evidente che un disordinato fallimento della Grecia determinerebbe un drastico ridimensionamento del clima di fiducia sui mercati e finirebbe per rappresentare il detonatore di una nuova recessione dell’area dei Paesi più sviluppati.

Ma a questo punto della situazione, in cui i “salvataggi” sembrano invece condanne, si moltiplicano le voci di chi consiglia alla Grecia di abbandonare la moneta unica. Tra gli ultimi arrivati Joseph Stiglitz che, criticando l’austerità come un “salasso medioevale” consiglia un default non concordato che permetta alla Grecia di ricontrattare seriamente il proprio debito con le banche europee e liberarsi dell’Euro, visto come una camicia di forza simile al Gold Standard negli anni ’30.

Di simile avviso un articolo di Marshall Auerback sul blog eterodosso New Economic Prospectives che scrive:

Non c’è dubbio che con un default un sacco di dipendenti del settore pubblico saranno licenziati, le pensioni saranno a rischio, e la disoccupazione quasi certamente crescerà. Ma questo sicuramente accadrebbe anche con l’accordo di ora. Se il paese tornasse alla dracma, però, probabilmente avrebbe una moneta sostanzialmente più debole, che potrebbe in ultima analisi offrire al paese i mezzi per competere nell’economia globale. Con un tasso di cambio super-cheap, la Grecia potrebbe diventare una Mecca per case di riposo, ospedali di ricerca, colleges transeuropei di arti liberali, e magari nuove aziende di software a basso costo.

Non una grande prospettiva vista così, ma in fondo la Florida ha basato su questi settori molto del suo benessere. La Grecia a basso costo potrebbe diventare la Florida europea.

Anche Werner Sinn, dell’Istituto IFO, in una intervista allo Spiegel spinge verso una soluzione extra Euro per la Grecia:

Le merci greche dovrebbero diventare più economiche del 30% per poter raggiungere i livelli della Turchia. E questo è possibile solamente con l’uscita dalla moneta unica e la svalutazione. Senza svalutazione si dovrebbero rinegoziare milioni di listini prezzi e contratti di lavoro. Questo porterebbe alla radicalizzazione dei sindacati e il paese sull’orlo di una guerra civile. Molte aziende andrebbero verso il fallimento perché i loro guadagni e il loro fatturato crollerebbero mentre i loro debiti bancari resterebbero invariati. I debiti bancari possono essere abbattuti solo attraverso una svalutazione. L’idea di poter salvare la Grecia all’interno dell’Euro è un’illusione. E’ diventato politicamente inaccettabile deflazionare i prezzi attraverso un taglio dei salari, in modo da rendere il paese nuovamente competitivo.

I dubbi sono tutti legittimi e nessuno sembra avere una risposta in tasca.

Default. La popolazione europea è vittima di questa paura

di Zag in ListaSinistra
La popolazione europea è vittima di quella paura , di massa, ma anche individuale, che ci prende quando si è lasciati soli a combattere contro i potenti , più potenti all'apparenza che nella sostanza. Tutte le misure, ormai credo che non occorre più dimostrarla a chi vuol vedere e guardare con occhi disincantati.. sono, appunto come tu dici, più per salvare le banche che le popolazioni europee. I numeri parlano da soli. Ma i popoli hanno paura di prendere coscienza di ciò , e sperano che affossando gli altri paesi ci si possa salvare e farcela da soli.
Sintomatico è lo slogan che passa nel nostro paese.
Noi non siamo come la Grecia
In questa frase , in questa affermazione traspare tutta le nostre paure, il nostro egoismo, come a dire, loro sono appestati, ma noi ci salveremo perché non siamo come loro. Si spera che dando in pasto al mostro divoratore la vittima sacrificale il mostro possa saziarsi e farla franca. E se non lo fosse ci sarebbe un altro paese ( che non siamo noi, almeno si spera) da sacrificare, La Spagna, il Portogallo ecc ecc E lo dimostra anche come ci si è aggrappati al governo Monti chiudiamo gli occhi e anche il culo sperando che lui ci possa salvare e difendere da l'indifendibile. E lo stesso atteggiamento della popolazione tedesca, non siamo disposti a pagare debiti che un popolo fannullone ha contratto ( che è poi la leva su cui forzare la mano per una politica della Merkel) sta li a dimostrare che l'ideale di un popolo europeo si è infranto , forse per sempre. E il revanscismo e l'egoismo che si è scatenato, fra tutti i popoli a ricordare il passato che credevamo lo avessimo lasciato alle spalle ,gli eccidi dei nazisti, i debiti di guerra non pagati, la non riconoscenza per il credito che abbiamo dato alla germania perché potesse riunificarsi, oggi quei fantasmi ritornano tutti più violenti di prima. A questa barbarie umana ci ha condotto una politica non-politica . E chi ha governato in questi ultimi vent'anni in Europa, nei paesi europei.? Sia la destra xenofoba, razzista , nazionalista, sia quella liberal democratica, sia la socialdemocrazia , liberale, socialista umanista.
La bestialità e gli istinti più violenti ed egoisti sono ricomparsi nella popolazione europea. Come quando durante un naufragio si strappa dalle mani di un bambino o di una donna indifesa l'ultimo salvagente rimasto o lo si spinge giù in acqua pur di potersi accaparrare l'ultimo posto sulla scialuppa di salvataggio.
Il 18 Febbraio era stata indetta in tutti i paesi la giornata all'insegna di Siamo tutti Greci La partecipazione è stata assolutamente assente. Anche ad Atene nella piazza del Parlamento non vi era che pochissima gente, poca partecipazione, poca speranza, solo delusione, rabbia e rancore.
Si voleva lanciare un appello e un incoraggiamento al popolo greco. Non siete soli, noi siamo a voi fratelli , noi siamo a voi uniti, nella solidarietà. Il nostro concetto di democrazia deriva da voi , nasce da voi e con voi sta scomparendo.
Siamo soli
Zag(c)

domenica 19 febbraio 2012

“Suicidati” dal mercato

di Argiris Panagopoulos - il manifesto - nopiazza
I tagli producono protesta ma anche disperazione: quattro lavoratori si sono suicidati
Il nuovo memorandum dell’Ue ha fatto il suo primo giro di vite, mentre la Grecia aspetta lunedì la luce verde dell’Eurogruppo per il secondo pacchetto di salvataggio di 130 miliardi, il via per il programma di «tagli» dei bot greci in mano ai privati per 100 miliardi e il nuovo regalo alle banche. Dopo che il governo tecnico di Papadimos ha accettato tra l’altro di tagliare del 12% le pensioni sopra i 1.200 euro e un forte taglio di quelle integrative. La borsa di Atene ha festeggiato con un salto del 4,50%, mentre nel museo archeologico di Olympia due «ladri» armati hanno rubato decine di reperti provocando le dimissioni del ministro socialista della cultura Geroulanos. Con il recente furto alla Pinacoteca di Atene e i tagli alla cultura, il patrimonio artistico del paese è a rischio.
Le organizzazioni sindacali di Gsee e Adedy hanno convocato per stamattina una nuova manifestazione a piazza Syntagma sfidando Papadimos la «troika» e la loro polizia. La polizia ieri si è scatenata contro gli studenti delle scuole medie fuori del parlamento, arrestando sette giovani tedeschi e un greco che protestavano contro la politica della Germania davanti all’ambasciata tedesca di Atene. E gli agenti ha disperso con i gas pacifisti che protestavano contro la presenza ad Atene del segretario della Nato Rasmussen.
«Che nessun signor Schaeuble insulti il mio paese. Chi è Schaeuble?», così si è scatenato l’altro ieri, contro i ricatti continui dai paesi ricchi del Nord Europa, il moderato presidente della repubblica greca, il socialista Papoulias. Schaeuble era arrivato ad un passo dall’annunciare anche la composizione del prossimo governo tecnico di Papadimos e dal comunicare lui la data delle elezioni del 29 aprile.
Ora la «troika» e la Germania devono fare i conti con il crollo dei partiti che sostengono le politiche neoliberiste e con le proteste che ricominciano. La maggioranza di Papandreou e Samaras che sostiene il memorandum Ue, non esiste più. Secondo l’ultimo sondaggio della Vprc per la rivista Epikaira, Nuova Democrazia di Samaras ha perso 3% per la sua svolta a favore del Memorandum fermandosi al 27,50% dal 30,50% del precedente sondaggio, mentre dopo il voto del parlamento scivola al 22%. Pasok è sceso al 11% dal 12% e rischia di crollare sempre più. La moderata Sinistra Democratica arriva al 16% dal 13%, i comunisti del Kke aumentano invece al 14% dal 12,50%, Syriza al 13,50% dal 12,50%, l’estrema destra di Laos scende al 4,60% dal 6%, pagando il prezzo dalla sua partecipazione al governo di Papadimos, i neofascisti di Xrisi Avghi arrivano al 2,50%, avvicinandosi al 3% che garantirebbe loro l’entrata in parlamento, i Verdi sono al 3%. Le forze di sinistra con i Verdi superano il 50%, se si aggiunge anche la percentuale della piccola ed «extraparlamentrare» Antarsya e dei «patrioti» del Epam. Mentre i due «partiti del Memorandum», socialisti e Nuova Democrazia, rischiano ora di trovarsi di fronte a nuove formazioni concorrenti formate dai 43 deputati anti-manovra che hanno espulso.
I diktat delle Germania e dei suoi alleati sembrano controproducenti perché alimentano disperazione ma anche forte resistenza contro i tagli assassini. Assassini davvero. Un giornalista della tv pubblica Ert si è suicidato ieri perché non gli hanno rinnovato il contratto a termine scaduto, mentre gli mancava un anno per andare in pensione. Il presidente del sindacato delle amministrazioni locali Poe-Ota Mpalasopoulos ha denunciato che tre impiegati si sono suicidati negli ultimi quindici giorni a causa delle condizioni drammatiche degli enti locali, due nel comune di Atene ed uno di un comune alla periferia di Salonicco, mentre un altro ha perso le gambe in un tentato suicidio. I lavoratori di Poe-Ote hanno scioperato quattro ore, assediando i ministeri di Sanità, Lavoro e Interni. Ha avuto invece un lieto fine la protesta di una coppia di lavoratori dell’ente per le case popolari, cancellato dai tagli, che minacciavano di suicidarsi dalle finestre degli uffici occupati da molti giorni.
Intanto centinai di ateniesi hanno fatto la coda al mercato popolare Varvakeio presso l’Acropoli per partecipare al pranzo con 1.000 kg di carne e 200 litri di vino offerti dai macellai «per il carnevale e per solidarietà».

sabato 18 febbraio 2012

Di ritorno dalla Grecia



globalproject
Quello che stiamo vedendo in Grecia è qualcosa di assolutamente nuovo: un intero paese sottoposto ad un "default sociale" che immiserisce e strangola un'intera popolazione, che giustamente si oppone come successo domenica mentre il Parlamento obbediva accettando le nuove misure.

Una ricetta quella imposta dalla Troika che niente a che fare con la "soluzione del debito greco" e molto invece ha a che fare con gli interessi tedeschi, francesi nel salvaguardare banche e finanza e nel volere un Europa priva di democrazia e diritti.

Per questo è importante seguire quello che avviene nel paese ellenico, perchè riguarda tutti noi.

martedì 14 febbraio 2012

Grecia, era meglio il default

Gli economisti spiegano perché il risanamento è impossibile.
di Gea Scancarello - lettera43 -
Cinque manovre finanziarie, 1 milione di disoccupati (il 20,9% della popolazione), 12 punti di Prodotto interno lordo persi (Pil), il debito pubblico inchiodato al 160% della ricchezza nazionale, deficit stabile al 10% e salari minimi lordi precipitati a 580 euro.
I risultati di tre anni di cura teutonica alla Grecia malata di conti truccati, spesa pubblica fuori controllo e scarsa produttività sono racchiusi nel realismo inconfutabile di numeri che raccontano di una crisi senza fine.
Per risolverla, l’Europa e il Fondo monetario internazionale hanno messo sul piatto un nuovo prestito da 130 miliardi di euro (da sommarsi ai 110 erogati tra il 2010 e il 2011), in cambio di sacrifici sociali e tagli draconiani, ai quali lo stesso parlamento si è in parte opposto .

IL RISANAMENTO IMPOSSIBILE. Eppure, mentre piazza Syntagma ancora brucia di rabbia, il dubbio che l’accanimento terapeutico su Atene sia la strada sbagliata inizia a sfiorare anche insospettabili neoliberisti cresciuti tra le Banche nazionali e i salotti del Fondo monetario internazionale (Fmi).
«Nella migliore delle ipotesi, dopo il salvataggio ci sarà un periodo di calma al termine del quale si scoprirà che la riduzione di stipendi e pensioni ha esacerbato la recessione», ha scritto Wolfgang Münchau, economista e fondatore del quotidiano Financial Times Deutchland, sulle colonne del quotidiano londinese. «E allora ci sarà bisogno di nuovi tagli. Ma la politica potrebbe non prestarsi più».

Debito insostenibile in un decennio e crescita quasi impossibile

Dall’esplosione della crisi greca, poi diventata crisi del debito e quindi dell’intera Eurozona, i governi di George Papandreu e Lucas Papedemos hanno accettato le condizioni impossibili imposte dalla Troika di creditori internazionali (Unione europea, Banca centrale europea, Fondo monetario internazionale) pur di evitare un default incontrollato e conservare un posto all’interno della Ue.
Ma con 65 miliardi di ricchezza volatilizzati in quattro anni (su un Pil che ne vale complessivamente 300) e 150 mila persone da licenziare solo nella pubblica amministrazione entro il 2015, i greci hanno smesso di credere che restare nella Ue sia la soluzione ai loro problemi.
I CONTI NON TORNANO. D’altra parte, se anche il risanamento dell’economia tramite l’austerity dovesse dare i propri frutti (come, peraltro, non accaduto nei due anni scorsi), il rapporto tra debito e Pil di Atene si assesterebbe a 120 entro il 2020; lo stesso livello attuale di quello italiano, giudicato insostenibile. Come dire che un decennio di sacrifici potrebbe non produrre risultati alcuni.

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