Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!

venerdì 19 aprile 2013

Il Movimento 5 Stelle

Una rivolta nella postdemocrazia e le ossessioni della (ex) sinistra italiana

di Michele Nobile - utopiarossa - sinistrainrete -

Demonizzazione e captatio benevolentiae verso il M5S
È da tempo che la crisi di legittimità della casta partitico-statale italiana si esprime nella crescita dell’astensionismo: che è il fenomeno politico maggiormente in crescita di cui poco si parla o se ne parla per liquidarlo come primitivismo antiparlamentare o «qualunquismo». Come forma di protesta politica l’astensionismo cresce perché ha profonde e diffuse motivazioni sociali, alle quali né il centrosinistra né il centrodestra sono in grado di rispondere in modo credibile e accettabile.


Con le recenti elezioni la crisi di legittimità si è trasferita anche all’interno dell’istituzione parlamentare, in conseguenza del successo elettorale del Movimento cinque stelle (M5S): piaccia o no, di fronte ai partiti che da vent’anni governano il paese è il M5S che costituisce il terzo polo, quello della protesta.

È questo che spiega l’ambivalenza dell’atteggiamento di politici e commentatori nei confronti del M5S, che oscilla tra la demonizzazione e la captatio benevolentiae
: in questo secondo caso ci si aspetta che Grillo «il demagogo» e i parlamentari della cosiddetta «antipolitica» sappiano anche mostrarsi ragionevoli e costruttivi, consentendo in tal modo la formazione di un governo, possibilmente di centrosinistra.


Tuttavia il M5S rifiuta, certamente non senza tensioni, di giungere ad accordi con il Pd: accordi che in altre circostanze si sarebbero spregiativamente bollati come consociativi e che costituirebbero il definitivo colpo di grazia alla ventennale retorica circa l’alternanza bipartitica (colpo, in effetti, già sferrato dal consenso bipartitico al governo Monti). Tentando di coagulare il consenso di Pd e Pdl intorno ai presunti «saggi» il presidente Napolitano non ha fatto altro che giocare nuovamente la carta consociativa.

Ma la sinistra - intendendo Rifondazione comunista, Pdci, Verdi e quel che resta del «popolo» che a questi partiti continua a far riferimento – come si comporta nei confronti dell’impasse cui è giunta la casta partitica, attualmente più screditata che al tempo di Tangentopoli?

Nell’articolo precedente auspicavo che dai risultati delle elezioni politiche si sapesse trarre la giusta lezione1. Evidentemente non è così. La sinistra post-Pci sembra anzi in preda a un crollo psichico, che si manifesta nell’isteria antigrillina e nella marchiatura a fuoco della figura di Beppe Grillo, considerato come un seduttore di masse istupidite, una sorta di Grande fratello totalitario in versione postmoderna, mentre i risultati elettorali del M5S vengono qualificati come «diversione» o addirittura come un esempio della
«reazione che avanza». E siamo arrivati al vergognoso paradosso per cui questa sinistra formalmente antimontiana oggi si scaglia contro Grillo perché ha il coraggio di dire no a un inciucio tra Pdl e Pd, che di Monti è stato il più fedele sostenitore2; e questo dopo che Prc, Pdci e Verdi hanno condiviso responsabilità di governo con il centrosinistra, vale a dire con la coalizione che negli anni ‘90 fece la maggior parte del lavoro sporco di stampo neoliberistico. Stiamo parlando di un’area politica (i Forchettoni rossi) reduce da tre lustri di battimani, in adorazione di ogni minima svolta del guru e autentico demagogo Bertinotti, oppure di Diliberto, ministro nel governo D’Alema, quello che bombardò la Jugoslavia.

Non è difficile comprendere i motivi della reazione antigrillina di questi professionisti della politica e del forchettonismo di sinistra: dal loro punto di vista, il successo del M5S non ha dato vita soltanto a un enorme concorrente sul terreno elettorale (come si è potuto vedere), ma intacca anche il portafoglio economico dei rimborsi, delle sovvenzioni e dei privilegi dei parlamentari e dei consiglieri regionali. In altri termini, l’insuccesso nel mercato politico minaccia alla fonte l’afflusso della linfa che è vitale per la riproduzione di questi apparati e degli apparatini ad essi collegati. La perdita dello status istituzionale e la minimizzazione del loro ruolo nel sistema politico compromettono la possibilità di apparire mediaticamente, di partecipare attivamente allo spettacolo parlamentare e televisivo.
Quanto alle correnti minori, gruppi, blog e social networks vari (considerati in genere erroneamente come il nocciolo duro del cosiddetto «popolo di sinistra»), lungi dal valorizzare il dato crescente dell’astensionismo e l’impasse in cui il M5S ha contribuito a mettere l’intera casta, si sono scatenati nell’opera di amplificazione di ogni sbavatura dei grillini, nell’estrema semplificazione del discorso del o intorno al M5S, nell’invettiva urlata (in questo paradossalmente simili allo stile di Beppe Grillo). Per questo «popolo di sinistra», che nel passato ha dimostrato ampiamente di essere altrettanto «populista» dei cosiddetti grillini – anche se in forma più antiquata - la seconda batosta elettorale consecutiva ha generato frustrazione, risentimento e invidia nei confronti dell’enorme successo elettorale (ma anche di mobilitazione nelle piazze) conseguito dal M5S. E questi stati d’animo rancorosi stanno impedendo una radicale autocritica che, finalmente, faccia i conti sino in fondo con vent’anni di subalternità strategica al centrosinistra e ai miti dell’elettoralismo - nonché con il sottostante retroterra ideologico, togliattiano e ingraiano, dei partiti post-Pci. In effetti, lo zelo digital-militante sarebbe meglio impiegato nell’autocritica e nella liquidazione dei Forchettoni rossi che non nella denigrazione di Grillo e del suo movimento.

Il risentimento e l’invidia non solo rendono più difficile interpretare il fenomeno M5S (sommandosi in questo a limiti e incapacità di analisi che noi di Utopia rossa stiamo denunciando da tempo), ma stanno dando vita a una volontà di rivalsa
elettorale, di ricomposizione della «sinistra» in funzione del ritorno (degli zombies?) in Parlamento, riproponendo per l’ennesima volta il vaniloquio di un «vero e proprio processo costituente, democratico e partecipato».

Si direbbe che la sinistra post-Pci sia afflitta da una irresistibile coazione a ripetere secondo un modello di base e dall’incapacità di rielaborare le sconfitte che necessariamente conseguono. È come se, in fondo, fosse vittima di un trauma originario mai compreso sino in fondo: la mutazione del Pci da partito stalinista in partito organicamente capitalistico – e quindi torni sistematicamente a cercare l’affetto di questo padre padrone e «traditore». Con ciò non solo si vanifica la possibilità di comprendere e superare il passato, ma anche di autonomizzarsi, di divenire adulta e battere nuove vie, costruire il futuro. In tale abisso mentale, la sinistra post-Pci non riesce nemmeno a sentire il bisogno di incarnare e radicalizzare politicamente il sentimento antioligarchico che da tempo si sta esprimendo nella crescita dell’astensionismo e, più recentemente, nel boom del voto per il M5S – e ciò impedisce a priori
di creare le condizioni per convertirlo in lotta sociale fuori e contro le istituzioni del capitale. È un’ossessione che ha profonde radici ideologiche, sostenuta dalla necessità di riprodursi di apparati di professionisti della politica; è una condanna al declino e alla degenerazione, ormai giunta a uno stadio irreversibile. Questa ossessione forchettonica continua invece a produrre danni: se ne uscirà fuori solo se e quando dalla società emergeranno energie nuove, capaci di assimilare le lezioni del passato e cercare forme nuove della lotta contro il sistema capitalistico.

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