Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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domenica 7 aprile 2013

"Se non si cambia strada la fine dell'Euro è segnata".

Autore: fabio sebastiani - controlacrisi - 
        Intervista a Vladimiro Giacché
Le parole di Draghi e della Bce non sono per niente rassicuranti. Tra l’altro, il sistema creditizio rimane come incagliato dentro la sua stessa trama. E la Bce non sembra darsi molta pena.
Continua a prodursi una divaricazione nei diversi paesi dell’Unione, con diversi trend negativi, tra cui il nostro. Tutto sommato, la situazione nel 2013 è del tutto simile a quella del 2012 per quanto riguarda la recessione. In una situazione come questa è normale che le banche restringano il credito. Sofferenze e tassi di copertura sono a livelli di guardia. Viceversa, con paesi con Pil positivi gli istituti bancari sono messi peggio. E quindi se ne deduce che la differenza la fa il livello dei titoli di Stato.
Le banche italiane però ora cominciano a soffrire proprio per la recessione e non solo per il differenziale tra i tassi legati al debito tra l’Italia e gli altri paesi…
Si certo, i problemi delle banche italiane derivano dalla recessione degli ultimi anni. Il punto è che questi fattori vanno visti nel loro rapporto. La divaricazione tra i vari paesi è causata dalla recessione, e aggravata dall’austerity.
Dalle tue parole capisco che a fare la differenza in questa crisi è stata la scelta della Germania di esportare la crisi verso i paesi più deboli…
Guarda, all’origine della crisi in Europa c’è sicuramente l’arrocco della Germania. Molti dimenticano che all’esplodere della crisi negli Usa è corrisposto il fallimento di una banca tedesca, finita anch’essa nelle maglie dei derivati, che aveva acquistato in grande quantità. Come negli anni ’30 tra Usa e Germania, si produce subito una precisa posizione della Germania nei confronti della Grecia. I tedeschi per non rischiare fanno rientrare centinaia di miliardi peggiorando di fatto la situazione dei paesi periferici. Ad un certo punto la situazione precipita per le troppe esitazioni dell’Europa.
Torniamo per un attimo al discorso sulla divaricazione tra i vari paesi…
Le condizioni macroeconomiche si stanno divaricando per tutti, e questo per una Europa che dice di essere unita sotto una stessa moneta è esiziale. Anche l’Olanda rischia la recessione. Nel frattempo però c’è stata una massiccia distruzione della capacità produttiva dei paesi periferici. La torta si restringe e la lotta non è più soltanto tra capitale e lavoro ma tra capitali. Certo, l’Italia ha ancora qualche cartuccia da sparare, soprattutto per quanto riguarda l’export. Ma anche qui c’è da dire che se aumenta è perché diminuisce l’import. La verità è che il crollo lo stanno subendo quei settori che producono per il mercato interno. Nel rapporto tra economie forti in Europa e paesi periferici si sta replicando quello che è accaduto tra la Germania dell’Ovest e quella dell’Est dopo la caduta del muro, ovvero un indebolimento straordinario che di fatto rende il paese più debole economicamente dipendente.
Draghi ha sorvolato sul piano B. Eppure è sempre più all’ordine del giorno.
Quello che sta succedendo da dopo le elezioni è la dimostrazione che il miglior programma era quello di Rivoluzione civile: lotta alla corruzione e all’evasione fiscale, non rispetto del fiscal compact e rinegoziazione delle condizioni. Soprattutto su questo ultimo punto, se non si riesce ad andare avanti è chiaro che la fine dell’euro è prossima. E non per una scelta di questo o quel partito politico ma per una tendenza oggettiva. Per dirla in breve, diciassette paesi con economie divergenti non stanno nella stessa moneta.
A quale soluzione si potrebbe pensare?
E’ molto tardi per rimettere insieme i cocci. L’euro potrebbe ritrovare una sua strada attraverso il deprezzanto, ma il punto è che i tedeschi non ci pensano proprio. Bisogna che qualcuno cominci a svegliarsi. E un po’ l’hanno fatto i sindacati tedeschi che parlano di un nuovo piano Marshall. Resta da vedere quanto questo conterà nelle elezioni in Germania il prossimo settembre.
Valutata da punto di vista delle ricette per uscire dalla crisi, quanto è inadeguata la nostra classe politica?
Abbiamo per la prima volta un Parlamento che ha una totale identità di vedute senza più distinzioni apprezzabili. Guarda quello che è accaduto sull’articolo 18. E’ chiaro che stanno sbagliando le priorità. Ritenere che il problema sia la cosiddetta casta politica e non la costruzione di un orizzonte per le imprese del Paese non sta né in cielo né in terra. C’è da dire che stanno indietro perfino rispetto a Confindustria che comincia a ricredersi rispetto all’austerity. In questo va detto che anche il sindacato ha sbagliato completamente la mira. Basta con questo collateralismo che di fatto ha portato alla paralisi del ruolo dei lavoratori.

venerdì 25 gennaio 2013

Banca d’Italia: i tagli portano la recessione

di Mario Pianta
La Banca d’Italia vede un 2013 di recessione e corregge l’ottimismo passato, teme la disoccupazione e ammette che l’austerità peggiora la finanza pubblica. Tre notizie importanti per la campagna elettorale
Meno uno percento. La notizia è che per Banca d’Italia l’economia del paese sarà in recessione anche nel 2013, in un’eurozona senza ripresa, col prodotto in calo anche negli ultimi tre mesi. In Italia la disoccupazione – ora all’11,1% – salirà al 12%. Il rapporto debito/Pil – ora al 126% – continuerà a peggiorare nel 2013 e potrà ridursi solo dal 2014. Ma le vere notizie, dietro questi dati sono altre.
La prima è che Banca d’Italia impara a correggere le previsioni sbagliate (prima, per il 2013 prevedeva un calo di appeno lo 0,2%). La Banca centrale europea ha sbagliato finora tre previsioni su quattro e c’è voluto il risveglio keynesiano di Olivier Blanchard, capo-economista del Fondo monetario, per ricordare ai banchieri che l’austerità provoca recessione. Ma questa non è solo una caduta del reddito. In Italia il Pil è sceso nel 2012 (-2,1% per Banca d’Italia, -2,4% per il governo), era stagnante nel 2010-2011, era caduto del 5,1% nel 2009 e dell’1,2% nel 2008. Questa è una depressione. Secondo Confindustria la produzione industriale nel dicembre 2012 è del 25% inferiore al livello pre-crisi dell’aprile 2008: in questi cinque anni un quarto della capacità produttiva del paese è andata perduta.
La seconda notizia è il collasso del lavoro. Oggi i disoccupati sono 2,8 milioni, a cui si deve aggiungere l’equivalente di 520 mila persone in cassa integrazione a zero ore nel 2012, e un milione e mezzo di persone in cerca di lavoro ma “scoraggiate”, che scivolano fuori dalla definizione di disoccupati. In tutto arriviamo al 18%, più di un italiano su sei. E sappiamo che il 37% dei giovani non lavorano e che, tra coloro che un lavoro ce l’hanno, ci sono quattro milioni di lavoratori precari, quasi un dipendente su quattro. Banca d’Italia ci dice che tutto questo è destinato a peggiorare ancora.
La terza notizia è che Banca d’Italia ammette che le politiche realizzate per ridurre deficit e debito pubblico non possono funzionare. L’anno scorso il deficit netto è stato del 3% del Pil, contro il 3,9% del 2011. Ma nel 2011-2012 sono state effettuate dai governi Berlusconi e Monti cinque manovre fiscali, per un totale di 120 miliardi di euro. Tutto questo è riuscito a migliorare solo di poche briciole il saldo, ma ha aggravato la caduta del Pil: con il Pil che cade, la finanza pubblica non può migliorare.
Banca d’Italia spera che nella seconda metà del 2013 la caduta del prodotto possa fermarsi grazie a una ripresa di investimenti e export. Ma quali imprese investono quando perdono un quarto della produzione? E nel 2013 (e dopo) peserà l’effetto delle manovre del governo Monti che tagliano la spesa pubblica per molte decine di miliardi. La domanda continuerà a cadere e, senza domanda, – lo sanno tutti ormai - il prodotto non cresce. Solo un drastico cambio di rotta può farci uscire dalla crisi, cambiando la traiettoria di uno sviluppo ingiusto e insostenibile.
Sembrano notizie di rilievo. Chissà perché la campagna elettorale non se ne occupa.

lunedì 21 gennaio 2013

La banca d'Italia ... ha scoperto l'America!!

Fonte: sbilanciamoci.info | Autore: Mario Pianta
Banca d’Italia: i tagli portano la recessione
La Banca d’Italia vede un 2013 di recessione e corregge l’ottimismo passato, teme la disoccupazione e ammette che l’austerità peggiora la finanza pubblica. Tre notizie importanti per la campagna elettorale
Meno uno percento. La notizia è che per Banca d’Italia l’economia del paese sarà in recessione anche nel 2013, in un’eurozona senza ripresa, col prodotto in calo anche negli ultimi tre mesi. In Italia la disoccupazione – ora all’11,1% – salirà al 12%. Il rapporto debito/Pil – ora al 126% – continuerà a peggiorare nel 2013 e potrà ridursi solo dal 2014. Ma le vere notizie, dietro questi dati sono altre.
La prima è che Banca d’Italia impara a correggere le previsioni sbagliate (prima, per il 2013 prevedeva un calo di appeno lo 0,2%). La Banca centrale europea ha sbagliato finora tre previsioni su quattro e c’è voluto il risveglio keynesiano di Olivier Blanchard, capo-economista del Fondo monetario, per ricordare ai banchieri che l’austerità provoca recessione. Ma questa non è solo una caduta del reddito. In Italia il Pil è sceso nel 2012 (-2,1% per Banca d’Italia, -2,4% per il governo), era stagnante nel 2010-2011, era caduto del 5,1% nel 2009 e dell’1,2% nel 2008. Questa è una depressione. Secondo Confindustria la produzione industriale nel dicembre 2012 è del 25% inferiore al livello pre-crisi dell’aprile 2008: in questi cinque anni un quarto della capacità produttiva del paese è andata perduta.
La seconda notizia è il collasso del lavoro. Oggi i disoccupati sono 2,8 milioni, a cui si deve aggiungere l’equivalente di 520 mila persone in cassa integrazione a zero ore nel 2012, e un milione e mezzo di persone in cerca di lavoro ma “scoraggiate”, che scivolano fuori dalla definizione di disoccupati. In tutto arriviamo al 18%, più di un italiano su sei. E sappiamo che il 37% dei giovani non lavorano e che, tra coloro che un lavoro ce l’hanno, ci sono quattro milioni di lavoratori precari, quasi un dipendente su quattro. Banca d’Italia ci dice che tutto questo è destinato a peggiorare ancora.
La terza notizia è che Banca d’Italia ammette che le politiche realizzate per ridurre deficit e debito pubblico non possono funzionare. L’anno scorso il deficit netto è stato del 3% del Pil, contro il 3,9% del 2011. Ma nel 2011-2012 sono state effettuate dai governi Berlusconi e Monti cinque manovre fiscali, per un totale di 120 miliardi di euro. Tutto questo è riuscito a migliorare solo di poche briciole il saldo, ma ha aggravato la caduta del Pil: con il Pil che cade, la finanza pubblica non può migliorare.
Banca d’Italia spera che nella seconda metà del 2013 la caduta del prodotto possa fermarsi grazie a una ripresa di investimenti e export. Ma quali imprese investono quando perdono un quarto della produzione? E nel 2013 (e dopo) peserà l’effetto delle manovre del governo Monti che tagliano la spesa pubblica per molte decine di miliardi. La domanda continuerà a cadere e, senza domanda, – lo sanno tutti ormai - il prodotto non cresce. Solo un drastico cambio di rotta può farci uscire dalla crisi, cambiando la traiettoria di uno sviluppo ingiusto e insostenibile.
Sembrano notizie di rilievo. Chissà perché la campagna elettorale non se ne occupa.

domenica 7 ottobre 2012

Corte dei Conti

Corte dei Conti. Le manovre «tecniche» hanno creato recessione
121003cortecontidi Vladimiro Giacchè
La Corte fa due conti: e boccia il governo tecnico. Il linguaggio garbato, gli sparsi riconoscimenti all’operato del governo e qualche richiamo ai vincoli europei non devono ingannare: l’audizione della Corte dei Conti davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato è stata una sonora bocciatura del governo dei tecnici. I magistrati della Corte dei Conti hanno esaminato la Nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza e hanno sottolineato con la matita blu la dubbia efficacia delle politiche governative e i loro sicuri effetti negativi sulla crescita del nostro Paese.
Per quanto riguarda gli effetti negativi, non hanno dovuto faticare molto. Come giustamente rilevano in apertura della loro relazione, infatti, «sul fronte delle prospettive economiche, il peggioramento rispetto all ’aprile scorso appare assai netto e, per l’Italia, drammatico».
Ad aprile era stata stesa la prima versione del Documento di Economia e Finanza, e già allora la Corte dei conti aveva avuto qualcosa da ridire: in particolare sull’aumento di una pressione fiscale, «già fuori linea nel confronto europeo» e tale da generare un ulteriore effetto recessivo.
A questo riguardo la Corte sottolineava «il pericolo di un corto circuito rigore/crescita » favorito proprio dalla composizione delle manovre correttive proposte nel Documento (per quasi il 70% affidate ad aumenti di imposte e tasse a chi già le paga). Quel pericolo è oggi divenuto realtà. E lo dimostrano gli stessi dati contenuti nella Nota di aggiornamento, drasticamente rivisti in peggio: -2,4 per cento il prodotto interno lordo nel 2012 (contro la previsione di un -1,2 per cento di aprile), e ancora -0,2 per cento l’anno prossimo (ipotesi probabilmente ottimistica). In questo modo la perdita di prodotto rispetto ai valori pre-crisi del 2007 raggiungerà i 7 punti percentuali nel 2013. E siccome lo stesso documento governativo non ritiene che all’approfondimento della recessione possa seguire, nel 2014-2015, un rimbalzo congiunturale, quella perdita ancora nel 2015 sarà di 5 punti percentuali. A questo punto, afferma la Corte dei conti, gli stessi risultati del programma di «riforme strutturali» avranno «una dimensione insufficiente per colmare il vuoto di domanda apertosi nel 2007».
Cosa sta succedendo? È molto semplice: al rallentamento della domanda internazionale, spiega la Corte dei Conti, «in Italia si accompagna la caduta del prodotto imputabile proprio alle manovre di consolidamento fiscale. E ciò a causa di una manovra di bilancio che, nel breve periodo, trasmette impulsi restrittivi su una domanda interna già avvitata in una spirale depressiva». Non solo: «secondo gli stessi parametri offerti dal documento governativo, quasi due terzi della riduzione del pil devono essere imputati alle dimensioni e alla composizione della manovra complessiva della finanza pubblica attuata a partire dall’estate 2011».
In effetti, lo stesso Documento di Economia e Finanza ora rivisto deve constatare la caduta della domanda interna, peggiore che nel 2009: in assenza delle esportazioni (+1,2%), se cioè la crescita fosse determinata soltanto dall’andamento della domanda interna, il calo del prodotto a fine 2012 sarebbe un vero e proprio crollo (-3,6%). All’interno della caduta della domanda interna, spiccano il peggioramento dei consumi delle famiglie (-3,3%) e gli investimenti in macchinari (-8%); ma se per quanto riguarda questi ultimi si sono verificate in passato crisi peggiori, per quanto riguarda i consumi delle famiglie – osserva la Corte dei conti - quello attuale è «l’episodio recessivo di massima intensità»: insomma, nel dopoguerra non è mai andata così male.

giovedì 4 ottobre 2012

Continuate pure a parlare di Batman

- byoblu - 

Corte dei Conti Austerity Economia

Mentre tutti si occupano di Fiorito, denunce di livello ben più grave vengono esposte alle Commissioni Bilancio riunite di Camera e Senato. Quella che potete vedere sopra è la registrazione dell'intervento integrale di Luigi GIampaolino, presidente della Corte dei Conti, oggi in Parlamento di fronte alle Commissioni Bilancio riunite di Camera e Senato. Riassunto: con l'austerity e le tasse di Monti, il paese stra sprofondando in una recessione ben oltre tutte le previsioni. Ma noi continuiamo a parlare solo di Batman...
Per chi volesse, visto che in giro si trovano solo brevi stralci, metto a disposizione sia il testo che la registrazione multimediale dell'audizione in forma integrale. Quello che segue è un piccolo estratto del PDF completo (scaricabile da qui, se non volete guardare il video):
« La somministrazione di dosi crescenti di austerità e rigore al singolo paese, in assenza di una rete protettiva di coordinamento e di solidarietà, e soprattutto se incentrata sull’aumento del prelievo fiscale, si rivela, alla prova dei fatti, una terapia molto costosa e, in parte, inefficace. E che, neppure, offre certezze circa il definitivo allentamento delle tensioni finanziarie. Questa spirale negativa è ben evidenziata dall’esame della situazione italiana. Ma, più in generale, essa appare proprio la conseguenza di una visione distorta e incompleta delle ragioni della crisi che l’Europa sta attraversando. »

venerdì 14 settembre 2012

Una carrozzella per far muovere il capitale

Una carrozzella per far muovere il capitale
di Francesco Piccioni
Nelle botti piccola sta il vino buono. In tempi di lettori deboli, il vino buono è costretto a stare in testi brevi. Ma ci vuole arte.
L'operazione è riuscita a Giovanni Mazzetti, economista orgoglioso della sua eterodossia, con un illuminante critica del pensiero unico (Ancora Keynes? Miseria o nuovo sviluppo?, Asterios, euro 8). In meno di 90 pagine propone una corsa nella teoria economica e tra i pilastri delle grandi crisi del secolo scorso per illuminare «l'idiozia» - letterale - delle politiche applicate in piena recessione, a cominciare da quel «pareggio di bilancio» che è stato inchiodato a forza nella Costituzione.
Quel «pareggio» è stato «una conquista borghese» al tempo della lotta contro la monarchia assoluta.

Ed è solo in quella fase che diventa - insieme al nuovo primo comandamento: «lasciar fare» al mercato - una pratica potentemente «progressiva». Nell'epoca dell'ascesa del capitalismo, infatti, la spinta individuale all'arricchimento è stata una molla formidabile per la messa in produzione delle risorse di lavoro esistenti.
Ma ogni cosa ha una fine e Keynes, a cavallo della prima guerra mondiale, se ne accorge. La crisi della «prima globalizzazione» e la guerra avevano mostrato che «i singoli (imprenditori, ndr) non erano in grado di tener adeguatamente conto delle più ampie implicazioni della loro stessa azione collettiva», e quindi «l'economia avrebbe dovuto subire una subordinazione ad un innovativo processo di coordinamento generale».
Ci vorrà una seconda e più distruttiva guerra - e l'affermarsi del «socialismo sovietico» - per convincere le classi dirigenti dell'Occidente ad accettare la visione di Keynes e varare politiche di spesa pubblica in deficit. Prima per «ricostruire» un sistema industriale distrutto dappertutto tranne che negli Usa, poi per garantire una stabile «piena occupazione».
Si parte dalla constatazione che «la spesa di un uomo è il reddito di un altro». Nella storia, «ogni accrescimento di capitale» è stato possibile perché «c'è stata una spesa superiore rispetto a quella necessaria a riprodurre la situazione economica al livello del periodo precedente». Se questo «di più» non viene anticipato dalle banche (come oggi), allora è necessario che lo faccia lo Stato. Questa spesa pubblica (non certo le clientele o le mazzette) fa da «moltiplicatore», attivando «una domanda potenziale che, affidata alle sole capacità degli imprenditori, sarebbe rimasta inespressa». Mazzetti dipinge il moltiplicatore keynesiano come «una carrozzella» per un capitalismo «con problemi motori»; che ha funzionato finché «ogni 100 dollari spesi dallo Stato si generavano 400 dollari di reddito reale» grazie alla risposta delle imprese.
Quando queste hanno preso a reagire meno - per troppa ricchezza, non per scarsità di risorse - è esplosa la «crisi fiscale dello Stato» degli anni '70. Il «ritorno» in tasse non era sufficiente a ripianare le anticipazioni in investimenti pubblici. Lì sono tornati in pista i liberisti «ortodossi», del tutto dimentichi del disastro in cui «il libero mercato» aveva cacciato il mondo 50 anni prima. E la parola d'ordine è diventata «tagliare la spesa».

giovedì 28 giugno 2012

Cesaratto, Brancaccio, Stirati, Gnesutta.


7euro sotto acqua
Quattro economisti italiani smontano i quattro più importanti “luoghi comuni” che riempiono le pagine dei giornali, nei giorni che precedono il vertice di Bruxelles del 28 e 29 giugno, nel quale si deciderà il futuro dell’Europa. Tesi economiche ripetute come un mantra, eppure false sul piano teorico ed empirico. Quattro economisti “critici” ci spiegano perché le tesi fondamentali dell’economia neoliberista non sono la soluzione, ma il problema.

1. Per salvare l’euro serve un’Europa politica basata sull’austerity? NO.
Assolutamente no se per Europa politica si intende ciò che ha più volte ripetuto Angela Merkel. L’Europa che ella prefigura è assai inquietante: una definitiva espropriazione della libertà democratica dei cittadini sulle decisioni in materia di bilancio, accentrate a Bruxelles. In cambio la Germania propone un “fondo di redenzione” in cui i Paesi metterebbero in comune il debito eccedente il fatidico 60 per cento del Pil, impegnandosi a restituirlo in una ventina d’anni. Null’altro che un rafforzamento del cosiddetto fiscal compact già imposto da Berlino: due decenni di austerità assicurata in una Europa divisa fra ricchi e poveri. È questa una prospettiva inaccettabile e disastrosa. Più Europa servirebbe, invece, se l’obiettivo fosse quello di assicurare la crescita delle aree più svantaggiate. Qualsiasi soluzione deve rispondere al problema alla base della crisi: la moneta unica ha aggravato i differenziali di competitività fra le economie europee deboli e forti. Questo ha prodotto una decade di stagnazione e poi la crisi per l’Italia, mentre la Spagna ha mascherato il problema dietro una crescita di carta, anzi di mattone, finanziata da afflussi di capitali tedeschi e si ritrova oggi indebitata sino al collo. In genere coloro che credono nei poteri salvifici dell’Europa politica tralasciano tali problemi e ne trascurano i relativi costi e ostacoli politici, provenienti soprattutto dai tedeschi. Una Europa politica genuina e sostenibile implica infatti principi di riequilibrio economico fra Paesi e di perequazione sociale fra i propri cittadini che possono essere realizzati in due modi. Il primo è una vera svolta europea volta a: mettere assieme i debiti pubblici (eurobond) stabilizzando i debiti pubblici nazionali, invece di ridurli; creare un bilancio federale degno di questo nome per sostenere domanda, occupazione e ambiente; riformare la Bce nella direzione del sostegno alla politica fiscale e sviluppo; fissare un target di inflazione almeno al 4 per cento, con l’impegno tedesco ad attenersi a tale obiettivo, dando spazio al recupero di competitività dei Paesi periferici. In alternativa si potrebbe procedere verso una “transfer union” che mantiene lo status quo nelle competitività relative, mentre i Paesi forti redistribuiscono alla periferia i proventi dei surplus commerciali sotto forma di congrui trasferimenti monetari, in modo da realizzare una perequazione negli standard di vita. Mentre la seconda strada è chiaramente inattuabile, la prima potrebbe essere tempestivamente perseguita. Ciò senza richiedere premature ed eccessive cessioni di sovranità nazionale. Ma l’opposizione della Germania a quelle ragionevoli misure è formidabile, non volendo quel Paese abbandonare il proprio modello neomercantilista basato sulle esportazioni. In verità c’è al momento un bailamme di proposte volte ad aprire un varco al muro dei nein tedeschi. La confusione è dunque grande e non promette nulla di buono e di tempestivo, mentre i mercati non perdoneranno le mezze misure. Appena i tassi sui buoni decennali italiani supereranno il 7 per cento preparatevi al peggio. di Sergio Cesaratto. Ordinario di economia politica all’università di Siena. Scrive sul blog politicaeconomiablog.blogspot.com
2. L’aumento dello spread dipende dal debito pubblico degli Stati? NO.

giovedì 3 maggio 2012

Halevi. "La recessione è globale"

Cinzia Gubbini, Joseph Halevi - ilmanifesto -
Ciao Joseph, lo spread oggi vola di nuovo. Quota 400. Ma non era tutto apposto dopo le riforme di Monti? (ce la raccontano così...)
joseph halevi: Veramente Monti c'entra poco, mentre Draghi c'entra moltissimo. Gli spread sono calati quando Draghi ha deciso di aprire i rubinetti della liquidità, ora anche questa droga si sta esaurendo.
cinziagubbini: Dunque il nostro paese più forte, più credibile, non ha alcun tipo di influenza sull'andamento dei mercati?
joseph halevi: Non é più forte, questa é una finzione mandata avanti dai politici e dai loro governanti tecnici. Non ha influenza, punto e basta.
cinziagubbini: Quindi lo spread si sta rialzando perché di nuovo c'è crisi di liquidità?
joseph halevi: Non penso che sia per questo. E' che le aspettative recessive stanno investendo tutta l'Europa malata e lambiscono la Germania, si cumulano con il fatto che la Cina non tira come dovrebbe sebbene questa era una chimera sin dall'inizio.
cinziagubbini: Dunque, una volta tanto, i mercati rispondono a una reale difficoltà economica?
joseph halevi: Da un po' di tempo i mercati hanno ragione, direi da circa un anno. Vi sono due aspetti: andamenti quotidiani in cui i mercati finanziari e le società hedge cercano di lucrare, poi vi sono le loro valutazioni, diciamo strutturali e il quadro é molto più realistico.
cinziagubbini: Quindi quella di oggi è una "botta" di realismo?
joseph halevi: Sì perché sia dagli Usa che dalla Cina le notizie non sono buone, per la Cina il quadro é più complesso in quanto é la Cina che mostra che il sistema capistalistico si sta mordendo la coda in modo cannibalesco.
cinziagubbini: Infatti la principale imputata del ribasso dei mercati di oggi è proprio la Cina. Ma perché?
joseph halevi: Dunque sia perché le esportazioni cinesi sono diminuite su base mensile, soprattutto verso l'Europa, sia perché le importazioni effettuato dalla Cina hanno subito un rallentamento. Nel primo caso il messaggio é: la domanda non tira quindi la dinamica dell'esport cinese rallenta e ciò ridurrà la crescita cinese la quale ridurrà le importazioni della Cina dal resto del mondo, acuendo la carenza di domanda globale.
cinziagubbini: Già adesso, da quello che dici, le importanzioni della Cina sono rallentate...
joseph halevi: Inoltre i mercati finanziari, soprattutto quelli di Londra, New York, Chicago futures e Nikkei (Tokyo) si reggono sulla bolla cinese che é enorme. Fino ad oggi i cinesi hanno finanziato la bolla ma se la loro crescita diminuisce questo sarà più difficile.
cinziagubbini: Visto che la stiamo vivendo in diretta, ci spieghi esattamente cos'e' la bolla cinese?
oseph halevi: Una enorme bolla speculativa: in Cina ci sono città nuove di zecca completamente vuote, città con più aeroporti e con collegamenti ad alta velocità che aumentano la capacità già di per se eccedentaria degli aeroporti. Il tutto veine finaziato con erogazione di denaro da parte della banca centrale verso il sistema bancario. La bolla é stata ampliata a dismisura con la politica anticiclica varata nel novembre del 2008 per sfuggire dalla recessione meondiale. Ci sono riusciti rimanendo bolla-dipendenti ed hanno tirato sé il Brasile, l'Australia, l'Argentina e una grande fetta degli Usa, nonché l'industria tedesce e dei paesi nordici dell'Europa.
cinziagubbini: Nooo, aspetta e che significa? Ce lo devi spiegare meglio: il problema è che tutto viene finanziato dalla banca centrale cinese ma la produzione non tiene testa all'espansione del paese? E che c'entrano con questo il Brasile e gli Stati uniti?
joseph halevi: La banca centrale cinese ha una politica di denaoro facile, diciamo à la Draghi ma moltiplicato per tantissime volte. La produzione sopravanza la domanda del paese e dipende in effetti dalle esporatzioni che determinano anche una grossa fetta degli investimenti interni. Australia, Brasile, Argentina, Usa soprattutto gli Stati che vanno dal midwest ad ovest, esportano materie prime in quantità crescenti. Considera che la Cina produce oltre 700 milioni di tonnellate di acciaio e olltre 1,2 miliardi di tonnellate di cemento, oltre seicento milioni di cellulari ecc. Ecco da dove viene la domanda di materie prime che sono un elemento centrale nella formazione dei prodotti finanziari derivati.
joseph halevi: Il fatto nuovo dal 2006 in poi é la crescente integrazione del midwest e del west Usa nel ciclo cinese.
joseph halevi: Queste cose sono poco capite in paesi come Italia e Francia mentre lo sono di più in Germania ed assolutamente in Gran Bretagna
cinziagubbini: Però adesso anche la Cina esporta di meno, perché la domanda ovunque diminuisce...e quindi diminuisce anche la loro domanda di materie prime
cinziagubbini: e quindi tutto si blocca, giusto?
joseph halevi: Più o meno é così. Ma bisogna cogliere l'assurdità di questo processo. Infatti se la Cina esporta con gran successo, come é avvenuto fino al 2008, contribuisce ai cosiddetti squilibri nelle bilance dei pagamenti tra le varie zone del mondo. Finalmente oggi c'è un consenso tra gli economisti, perfino quelli delle banche, che tali squilibri sono stati fattori importanti nell'esplosione e propagazione della crisi. Se però la Cina non esporta quanto prima le cose si fermano.
cinziagubbini: Perché se esporta contribusice agli squilibri? Se esporta vuol dire che c'è domanda...no?
joseph halevi: Se esporta senza accumulare eccedenze hai ragione tu. Ma se esporta come come la Cina sta facendo assieme alla Germania ed altri pochi paesi, accumulando eccdenze allora crea i suddetti squilibri oltre che ad indebolire la domanda interna dei paesi verso i quali registra le eccedenze maggiori.
cinziagubbini: Scusa la mancanza di basi, ma che vuol dire accumulare eccedenze?
joseph halevi: Vendi più di quanto compri.
cinziagubbini: Ok, e la situazione degli Usa?
joseph halevi: Con la Cina dentro gli Usa devono essere valutati per parti. Una componente riparte male e debolmente ed é la componente che ora sembra dominare. In genere questa situazione si riferisce agli stati della costa atlantica e di vecchia indutrializzazione nonché la California. Invece vi sono stati che alimentano la crescita cinesee dipendono da essa: sono quelli che producono materie prime e derrate alimentari. Essi si tirano dietro anche zone di stati industriali che producono i macchinari agricoli e quelli per l'estrazione e delle materie prime. Sugli Usa grava anche il fatto che le finanze di una gran parte degli Stati sono in uno stato catastrofico e non usufruiscono dell'appoggio della federal reserve come invece accade per il governo federale.
cinziagubbini: Le cose di cui ci parli si riferiscono a questioni strutturali. Per risolverle non basta "solo" decidere nuove regole per i mercati finanziari, come la Tobin Tax. Di fronte a questa ondata recessiva che investe Cina e Stati uniti, cosa dovrebbe fare, secondo te, l'Unione europea?
joseph halevi: Il cuore della recessione é in Europa, é l'Europa dell'euro che la genera con le sue demenziali politiche fiscali. Quindi l'Europa genera il male non lo subisce. Ora però dato che l'Europa é in crisi paesi come la Germania e quelli del nord e, stupidamente, anche l'Italia (Marcegaglia) pensano che le esportazioni verso la Cina e gli Usa (vedi la Germania il cui export aumenta specialmente verso la Cinausa) possano più che controbilanciare la crisi della domanda europea. Se Cinausa rallenta questa scommessa, già rischiosa, viene persa.

martedì 28 febbraio 2012

La vera malattia che piega l´Europa

di PAUL KRUGMAN - controlacrisi -
La situazione in Portogallo è terribile, ora che la disoccupazione vola addirittura oltre il 13 per cento. Ma va anche peggio in Grecia, Irlanda e probabilmente Spagna. Nel suo complesso tutta l´Europa pare scivolare nuovamente nella recessione. Perché l´Europa è diventata il malato dell´economia mondiale? La risposta è nota a tutti. Purtroppo, però, buona parte di ciò che si sa non è attendibile, e le false voci sui guai europei stanno snaturando il nostro dibattito economico. È assai probabile che chi legge un articolo d´opinione riguardante l´Europa – oppure, troppo spesso, una presunta cronaca giornalistica degli avvenimenti – possa imbattersi in una di due possibili interpretazioni, alle quali penso in termini di variante repubblicana e variante tedesca. In verità, nessuna delle due rispecchia la realtà.

Secondo la versione repubblicana di come stanno le cose – uno dei temi centrali sui quali batte la campagna elettorale di Mitt Romney –, l´Europa si trova nei guai perché ha esagerato nell´aiutare i meno abbienti e i disgraziati, e staremmo quindi assistendo all´agonia del welfare state. Questa versione dei fatti, a proposito, è una delle costanti preferite della destra: già nel 1991, quando la Svezia si angosciò per una crisi delle banche innescata dalla deregulation (vi suona familiare?), il Cato Institute pubblicò un trionfante articolo su come ciò che stava accadendo di fatto confermasse il fallimento dell´intero modello del welfare state.
Vi ho già detto che la Svezia – che ha ancora oggi un generoso welfare – è al momento una delle migliori performer e ha una crescita economica più dinamica di qualsiasi altra ricca nazione? Ma procediamo con sistematicità: pensiamo alle 15 nazioni europee che usano l´euro (lasciando in disparte Malta e Cipro) e proviamo a classificarle in rapporto alla percentuale di Pil che hanno speso in programmi di assistenza sociale prima della crisi. Le nazioni Piigs (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna) che oggi sono nei guai spiccano davvero in tale classifica per il fatto di avere uno stato assistenziale insolitamente generoso? Niente affatto. Soltanto l´Italia rientra nelle prime cinque posizioni della classifica, ma anche così il suo welfare state è inferiore a quello della Germania. Ne consegue che i problemi non sono stati causati da grandi welfare.

giovedì 16 febbraio 2012

Dopo la Grecia, sotto a chi tocca.

E l´Italia entra ufficialmente in recessione

Fonte: dirittiglobali - L´Italia è in recessione. Ora anche tecnicamente, visto che quest´oggi l´Istat dovrebbe certificare, secondo quanto anticipato da alcuni analisti, il secondo trimestre consecutivo con un Pil negativo: -0,2% tra luglio e settembre del 2011, -0,5% (o -0,6%) tra ottobre e dicembre. Cifre fosche che tuttavia non sorprendono, semmai rendono lo scenario per il 2012 ancora più allarmante. «Siamo preoccupati del basso potenziale di crescita dell´Italia», ha ammesso ieri Olli Rehn, Commissario europeo per gli Affari economici, commentando i dati del nuovo rapporto sugli squilibri macroeconomici nell´Unione europea. Un rapporto - il primo da quando il meccanismo di "alert", previsto dall´accordo "Six pack" di dicembre, è entrato in vigore - da cui emerge un Paese che cresce poco, con troppe debolezze strutturali, un debito pubblico molto alto, quote di export «ridotte del 20% da metà degli anni ‘90» e una bilancia dei pagamenti «passata da un avanzo del 2% ad un disavanzo di 3,5% nel 2010». «Preoccupa il deterioramento costante della competitività», ha rimarcato Rehn, segnalando l´inserimento dell´Italia (che però, con la Spagna, «sta conducendo con grande determinazione le riforme strutturali») nel gruppo di 12 paesi europei a "rischio" e dunque "da rivedere". Il campanello d´allarme sensibile a nuove instabilità finanziarie - nelle intenzioni, uno strumento di prevenzione delle crisi "alla greca" - è suonato anche per Francia, Regno Unito, Svezia, Finlandia e Danimarca, oltre che per i più "scontati" Spagna, Belgio, Bulgaria, Cipro, Ungheria, Slovenia. In alcuni di questi, ha avvertito Rehn, sarebbe in atto una nuova bolla immobiliare (Svezia e Danimarca). Così, in attesa di passare l´esame europeo (per ora nessuna raccomandazione ufficiale dalla Commissione), da oggi i conti dell´Italia registrano l´ingresso nella recessione.

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