Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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sabato 22 giugno 2013

La protesta vince e non si ferma

Governo e sei città revocano gli aumenti dei trasporti. Due le vittima degli scontri: un ragazzo investito da un suv che ha sfondato una barricata e una donna soffocata dai lacrimogeni. Dilma Rousseff annulla la visita in Giappone e riunisce d'urgenza il governo. Le manifestazioni continuano. Prime voci di sospensione della Confederations Cup smentite dalla Fifa

Geraldina Colotti - ilmanifesto -
Alckmin vattene. No all'aumento del biglietto. No alla repressione. Libertà per i manifestanti detenuti. Sono gli slogan che risuonano per le vie del Brasile dopo l'aumento del prezzo dei trasporti annunciato dal governo. Dal 16 - inaugurazione della Coppa delle confederazioni, preludio ai Mondiali di calcio che il paese ospiterà nel 2014 - la popolazione è scesa in piazza a Brasilia e in una ventina di altre città: contro gli sprechi, la corruzione e il carovita. La più importante mobilitazione da vent'anni a questa parte.
La presidente Dilma Rousseff, succeduta a Lula da Silva, ha subito teso la mano al movimento, che ha incassato una prima vittoria. L'aumento del biglietto è stato revocato in almeno sei città: a cominciare da San Paolo, guidata dal contestatissimo governatore Geraldo Alckmin, conservatore e autoritario. Stesso annuncio anche da parte del socialista Eduardo Campos, probabile candidato alle presidenziali del 2014, nel nord-est povero. «Abbiamo abbassato i prezzi per favorire il dialogo - ha affermato Campos - siamo consapevoli dell'esistenza di un malcontento generale».
Le manifestazioni però continuano in più di 70 località del Brasile. Si sono verificati nuovi scontri tra manifestanti e corpi speciali di polizia in tenuta antisommossa. L'altro giorno, il governo ha infatti deciso di fare appello alle squadre d'élite della Forza nazionale e di inviarle in cinque delle sei città in cui si svolge la Coppa di calcio delle Confederazioni: «Avranno però un compito di mediazione», ha spiegato Rousseff. A Fortaleza, dove il Brasile ha incontrato il Messico, le manifestazioni si sono svolte nei pressi dello stadio. Per disperdere le proteste (circa 30.000 persone) la polizia ha usato gas lacrimogeni e proiettili di gomma. Alcuni video, molto gettonati su You Tube, mostrano invece poliziotti che si uniscono ai manifestanti, a San Paolo come a Rio de Janeiro: «Servire un governo simile? Mi vergogno», dice uno gettando via l'arma.
A Dilma Rousseff - la prima donna presidente del Brasile - e al suo Partito del lavoratori (Pt) si rimproverano le spese faraoniche in vista dei Mondiali, a scapito della qualità dei servizi sanitari e educativi, e la gigantesca corruzione, vero buco nero delle risorse statali. Il costo dei mondiali ammonta a 13 miliardi di dollari, quello per costruire stadi moderni a 3.500 milioni: «Vogliamo scuole moderne come stadi», gridano perciò i manifestanti.
E un sondaggio dell'Istituto Ibope dice che il 94% dei brasiliani ritiene «legittime» le loro proteste e le appoggia. La presidente Rousseff, invece - sempre secondo l'inchiesta - ha perso l'8% di popolarità negli ultimi mesi. E la sua coalizione di centrosinistra, al governo dal 2003, è chiamata a rispondere su ritardi e timidezze rispetto ai piani di riforme promessi, da rinnovare in vista delle presidenziali di ottobre 2014.
La Federazione internazionale del football (Fifa) ha mantenuto un atteggiamento cauto. Il suo presidente Joseph Blatter, da una parte ha invitato i manifestanti a «non usare il calcio per farsi ascoltare», dall'altra ha però sostenuto di capire «che la gente non sia contenta».
Sono intervenuti anche i calciatori. Pelé, leggenda del calcio brasileño, ha invitato i manifestanti a dedicarsi al tifo e non alla protesta: «Dimentichiamo tutto questo disordine che scuote il Brasile, tutte queste proteste e ricordiamoci che la squadra brasiliana è il nostro paese e il nostro sangue», ha detto Pelè, ricevendo una valanga di insulti su twitter. Altre stelle del football come Neymar, David Luiz o Hulk hanno invece espresso pubblicamente il loro appoggio alle proteste: «Mi dispiace che per chiedere miglior educazione, casa e salute sia necessario manifestare», ha scritto Neymar. Negli stadi, incuranti del divieto della Fifa, molti tifosi hanno sostenuto le proteste: «Brasile svegliati, un professore vale più di un Neymar».

venerdì 17 agosto 2012

Lezione dal Brasile.

Fonte: repubblica | Autore: paolo corrias
BRASILE OGNI DETENUTO POTRÀ LEGGERE UN LIBRO AL MESE, FARNE UNA RECENSIONE E COSÌ OTTENERE QUATTRO GIORNI DI SCONTO DELLA PENA
 
Il più struggente e anche il più istruttivo elogio del libro arriva dalle carceri brasiliane. È un elogio che ci riguarda: perfeziona l'equivalenza universale tra i libri e la libertà. Perché tra i dannati di laggiù si è appena accesa la luce di «una alternativa alla pena» che i legislatori brasiliani hanno intitolato alla «redenzione dei reclusi». È un esperimento varato in quattro carceri, grazie a una legge appena approvata. Dice che ogni detenuto potrà leggere un libro al mese - di letteratura, filosofia o scienza - farne una relazione scritta «con proprietà di linguaggio e accuratezza, dimostrando di averne compreso il valore e il senso» e ottenere in cambio «quattro giorni di sconto pena». Non più di un libro al mese, per ora. Dodici libri all'anno, l'equivalente di 48 giorni di libertà in più.L'idea è così azzeccata, così pertinente, che poteva venire in mente solo a chi ha conosciuto la geometrica afflizione del carcere, il rumore delle serrature, i fantasmi della solitudine. E infatti è stata Dilma Rousseff a idearla. Che molto prima di diventare l'attuale presidente del Brasile è stata incarcerata per tre anni, dal 1970 al 1972. Era la cupa stagione dei generali. Dilma, studentessa di famiglia borghese era entrata nella guerriglia, era stata arrestata a San Paolo con un'arma addosso, aveva subito ventidue giorni di tortura. Da allora non ha mai dimenticato quanti abissi contengano quelle mura. Quanto buio. E quali piccole vie d'uscita possano trasformare i reclusi in «persone migliori».
Il libro è una di quelle vie d'uscita. Perché apre mondi immaginari. Racconta vite vere. Insegna che il destino è multiplo, la malasorte ondivaga, l'odio può essere guarito, la poesia può svelare significati inattesi alla semplice nostalgia di un tramonto, l'amore può cambiarci in una sola sera, e anche la libertà è sempre possibile, ma mai chiudendo gli occhi. «Chiunque di loro avrà una visione più larga del mondo» hanno detto al ministero della Giustizia brasiliano, varando questa legge che punta tanto sui libri, quanto sui detenuti.
Del resto. I vecchi regolamenti del carcere afflittivo, così come le ideologie totalitarie, hanno sempre ostacolato l'ossigeno dei libri. Dittature militari e religiose si sono esercitate a compilare per secoli l'elenco dei proscritti. A organizzarne i roghi: la Chiesa cattolica per quattro secoli, dal Concilio di Trento al Vaticano II, il fondamentalismo islamico anche oggi con la sua sequenza di fatwa e di persecuzioni.
Gli imperi coloniali li proibivano per impedire agli schiavi di diventare uomini. I nazisti perché confutavano il loro desiderio di incendiare il mondo. Stalin perché non riuscivano a spegnere la sua paranoia. Pinochet perché odiava l'ironia del Don Chisciotte. Le artiglierie serbe di Radovan Karadzic perché volevano cancellare non solo le case di Sarajevo, ma anche la memoria, cannoneggiando per tre giorni e tre notti la Biblioteca, fino a ridurla un mucchio di cenere più nera dell'inchiostro andato in fumo.
DILMA-ROUSSEF E L'ARRESTO PER TERRORISMO
Anche la detenzione, in quegli universi totalitari è sempre stata un corrispettivo di quell'odio. Dove gli uomini, se detenuti, diventano libri di memorie inascoltabili. Da sorvegliare e punire. A conferma della profezia di Heinrich Heine: «Dove si bruciano i libri, prima o poi si bruciano anche gli uomini».
Eppure non c'è storia di carcere, dai taccuini di Casanova, alla rabbia di Ed Bunker, passando per la visionarietà di Manuel Puig, dove non si intraveda lo spiraglio di una pagina scritta che fa correre un po' d'aria interrompendo l'apnea della detenzione. Tutti i libri del mondo - e anche uno solo - sono un riscatto dalla punizione. O almeno un suo incantesimo. Basta ascoltare, nelle biblioteche allestite dentro le carceri italiane - 153 su 206 istituti di pena - quel silenzio speciale che si respira nelle ore di lettura. Quando persino le vite accatastate dei 68 mila detenuti diventa un rumore di fondo sopportabile.
La «redenzione attraverso la lettura» avviene già. Sarebbe una straordinaria novità - come in Brasile - se anche da noi esistesse per legge quel piccolo convertitore che calcola i libri in libertà sonante, al cambio attuale della vita.

lunedì 2 aprile 2012

BRICS – Banca Sviluppo senza Dollari, declino delle vecchie potenze economiche

- verdemoneta -
Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa, Stanno per dar vita ad una banca per lo sviluppo, in più scambieranno tra loro le merci in valuta locale, il Dollaro perde così il suo ruolo di valuta di riferimento, una spallata al modo di governare la finanza da parte delle attuali istituzioni.

Non manca certo la determinazione ai paesi che formano i BRICS, acronimo di Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa, infatti dal 4° vertice che si è appena svolto a New Delhi sono arrivate delle conclusioni a dir poco temibili.

Le decisioni prese rischiano infatti, e forse hanno proprio lo scopo, di mettere in crisi le istituzioni finanziarie statunitensi ed europee, ponendole di fronte ad una scelta, cominciare realmente a fare qualcosa per uscire dalla crisi o soccombere.

Non è un caso che i BRICS rappresentino le economie emergenti, per cui non è un caso che i loro vertici siano ben diversi dai vari G-Vertici ( G8, G20).

Sino ad ora ogni appuntamento tra i leader di questi stati ha visto prevalere una caratteristica comune, la voglia di fare, per cui dinamismo e concretezza.

Cosa è successo in questo vertice ? Qualcosa di estremamente importante, un segnale chiaro di come i BRICS non sopportano più l’ immobilismo delle maggiori economie industrializzate.

Per prima cosa si è deciso di attivare ufficialmente l’ iter per la creazione di una nuova Banca per lo Sviluppo che possa supportare i paesi più poveri.

La mancanza di considerazione per le persone “meno fortunate” è uno degli atti d’accusa rivolta ai paesi sviluppati e alle istituzioni finanziarie esistenti, non è la prima volta che i BRICS la portano all’ attenzione delle cronache solo che questa volta non è stato un semplice ammonimento.

Le vecchie decrepite istituzioni finanziarie europee e statunitensi, non sono riuscite e non hanno alcuna intenzione di aiutare i paesi poveri che continuano a restare isolati nel loro faticoso percorso verso uno scenario migliore.

Indi per cui traendo spunto dal modello della Banca Mondiale, a breve sarà attivata una istituzione per i bisogni e le necessità di quella parte del mondo ancora oggi esclusa dai giochi di potere economico.

Ma questo non è il problema principale, anzi tanto di cappello ai BRICS per l’ iniziativa.

venerdì 30 marzo 2012

BRICS

La foto dell'incontro di New Delhi tra le cinque maggiori economie emergenti: si è parlato di Iran, Siria e di creare un'alternativa alla Banca Mondiale

29 marzo 2012 - ilpostit -
Oggi si è tenuto a New Delhi, in India, il quarto incontro annuale dei capi di stato dei BRICS, le cinque maggiori economie emergenti mondiali (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica). La sede dell’incontro era il lussuoso Taj Palace nel centro della capitale indiana. È la prima volta che l’incontro si tiene in India.

Uno dei temi principali è stata la creazione della prima istituzione comune dei BRICS, una banca internazionale per il finanziamento di infrastrutture e di progetti nei paesi in via di sviluppo, che nelle intenzioni dovrebbe costituire un’alternativa ad altre istituzioni finanziarie multilaterali come la Banca Mondiale e la Banca Asiatica per lo Sviluppo. Il secondo tema principale è stata la diplomazia internazionale, e in particolare la crisi siriana e i difficili negoziati con l’Iran sul programma atomico del paese. Per entrambe le situazioni, i BRICS hanno sottolineato che l’unica soluzione possibile è il negoziato pacifico e hanno rifiutato con decisione qualsiasi uso della forza. I BRICS hanno anche detto di sostenere il processo di pace promosso per la Siria dall’inviato internazionale nel paese, l’ex segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan.

Secondo il Financial Times, l’incontro ha fallito in almeno un obbiettivo importante, che avrebbe dato vero risalto internazionale all’incontro: le grandi differenze che esistono tra i cinque paesi dei BRICS, sia dal punto di vista economico che degli interessi diplomatici, hanno impedito di trovare un accordo su un candidato comune per la presidenza della Banca Mondiale, che potesse bilanciare la candidatura di Jim Yong Kim sponsorizzata dagli Stati Uniti e rappresentare i paesi del mondo in via di sviluppo, come il ministro delle finanze nigeriano Ngozi Okonjo-Iweala.

La sigla BRIC venne coniata per la prima volta dalla banca di investimenti statunitense Goldman Sachs, e Brasile, Russia, India e Cina si incontrarono nel primo incontro internazionale solo nel 2009. Lo scorso anno, durante la terza riunione tenutasi in Cina, al gruppo si è aggiunto anche il Sudafrica.

Nei giorni precedenti all’incontro ci sono state manifestazioni di centinaia di tibetani in esilio in India, che hanno protestato contro la presenza del presidente cinese Hu Jintao: lunedì 26 marzo, un attivista ventisettenne, Jamphel Yeshi, si è dato fuoco a New Delhi durante una di queste manifestazioni. Due giorni dopo è morto per le ustioni. È stata la prima persona che ha messo in atto questo tipo di protesta al di fuori della Cina, dove dallo scorso marzo altre trenta persone si sono uccise per protesta contro la repressione cinese nella regione tibetana.

venerdì 27 gennaio 2012

BRIC: lotta per la supremazia industriale

di Vincenzo Comito - sbilanciamoci
Il Giappone frena, Corea e India crescono, ma è la Cina protagonista della lotta per diventare la potenza industriale dominante in Asia e nel mondo

Premessa
In Asia, nel corso dell’ultimo millennio, gli scontri militari tra Giappone, Corea, Cina, sono stati frequenti, la maggior parte delle volte su iniziativa del Giappone, che mirava a combattere soprattutto la Cina, più che la Corea, mentre il mondo indiano ha sempre sostanzialmente fatto storia a sé, non coinvolto nelle lotte tra gli altri attori. Oggi la contesa tra le attuali quattro grandi potenze del continente - lasciando da parte la Russia - si è spostata in gran parte sul terreno economico e, in particolare, su quello della conquista di posizioni nelle attività industriali dell’Asia e dell’intero pianeta. Anche in questo caso l’India, che pure partecipa alla contesa, appare relativamente defilata rispetto agli altri tre paesi. Speriamo che tale lotta non si traduca anche in una corsa agli armamenti, come qualcuno sembra temere (Emmott, 2008). Vediamo brevemente ed in maniera approssimata la situazione attuale e le prospettive dei quattro protagonisti.

la Corea

Nel corso della storia dell’ultimo millennio, la Corea si è trovata, per ragioni di posizionamento geografico, collocata com’è tra Cina e Giappone, grosso modo nella stessa situazione in cui in Europa si è dovuta barcamenare in tempi più recenti la Polonia, stretta anch’essa tra due giganti, la Germania e la Russia. Ma il paese asiatico è riuscito a cavarsela meglio di quello europeo, riuscendo quasi sempre a non fare le spese della lotta, o dell’accordo, tra i due contendenti. Oggi il sistema industriale coreano, per prosperare, si trova a dover affrontare ancora quello giapponese, apparentemente in declino ma sempre agguerrito, e quello cinese, invece in grande sviluppo. Come in passato sul terreno militare, oggi su quello industriale i coreani, attraverso in particolare il sistema dei chaebol, entrato in crisi in un periodo relativamente recente e che ora sembra invece rivivere rinnovato, stanno riuscendo a contrastare efficacemente le imprese giapponesi in diversi settori (Soble, 2011). Si consideri quello che è avvenuto nel campo dell’elettronica di consumo, dove imprese come LG e Samsung tendono a dominare i mercati avendo sopravanzato da tempo come risultati i loro omologhi giapponesi, mentre le grandi imprese di quest’ultimo paese, un tempo dominanti – citiamo soltanto la Sony - oggi sono in difficoltà. Qualcosa di ancora più decisivo è avvenuto nella cantieristica, dove i coreani, dopo aver debellato i rivali giapponesi, si trovano peraltro oggi di fronte a quelli cinesi, armati di ben altri mezzi. Intanto nel settore dell’auto, la Hyunday Motor sta riuscendo a sfidare con rilevanti successi la Toyota. L’economia coreana presenta comunque alcuni punti deboli di rilievo (Oliver, 2011): da una parte la struttura delle piccole e medie imprese è molto precaria, con i grandi chaebol che contribuiscono a mantenerla in uno stato di difficoltà; dall’altra parte le grandi imprese del paese sono, in parte almeno, dipendenti da quelle giapponesi per la fornitura di componentistica avanzata. La Corea presenta così un deficit rilevante della bilancia commerciale con il Giappone.

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