The Homeless Adjunct - sinistrainrete -
Riprendiamo un articolo uscito recentemente su un blog americano, a proposito del processo di graduale privatizzazione e distruzione dell”istruzione universitaria pubblica negli Stati Uniti. Si tratta di un modello ancora ben lontano dal nostro, ma al quale, attraverso i successivi processi di riforma, ci stiamo lentamente avvicinando. La traduzione è di Enrico Natalizio, Paola Perin e Lorenzo Zamponi.
Negli ultimi anni le discussioni sui vari aspetti per i quali le nostre università non funzionano sono cresciute come l’accumularsi di nubi temporalesche. Il dibattito verte sugli scarsi risultati scolastici nei nostri laureati, sulle tasse studentesche fuori controllo e sui rovinosi prestiti d’onore. Finalmente si presta attenzione agli stipendi enormi dei presidenti e degli allenatori sportivi e allo status riservato alla maggioranza dei docenti: simile a quello dei lavoratori migranti. Ora ci sono movimenti che vogliono limitare le tasse studentesche, condonare i debiti degli studenti, creare più potenti strumenti di “valutazione”, offrire materiali didattici gratuiti online e combattere lo sfruttamento dei docenti a contratto. Ma ognuno di questi movimenti si concentra solo su un particolare aspetto di un problema molto più ampio e nessun aggiustamento su questi singoli punti affronta la vera ragione per cui le università in America stanno morendo.
Per spiegare il mio punto di vista devo andare indietro nel tempo. Torniamo agli anni immediatamente successivi alla Seconda Guerra Mondiale, 1950, quando il G.I. Bill (una legge che tra le altre cose consentì ai soldati reduci dalla Seconda Guerra Mondiale di studiare gratuitamente nelle università. Fonte Wikipedia, NdT) e il costo contenuto – talvolta gratuito – delle università crearono un’ondata di studenti universitari in tutto il paese. Questa ondata continuò a crescere durante gli anni ’60: le università erano il cuore di un intenso dibattito pubblico, di passione per l’apprendimento e del coinvolgimento attivo dei cittadini nelle problematiche di quei tempi. Durante questo periodo il corpo docente era fiorente, gli studenti avevano accesso a una ricca varietà di aree tematiche e la possibilità di un apprendimento ampio. Gli studi umanistici erano il cuore dell’istruzione universitaria e gli studenti venivano introdotti a filosofia, antropologia, letteratura, storia, sociologia, religioni, lingue e culture straniere. Certo, successe anche qualcosa d’altro, a partire dalla fine degli anni Cinquanta fino agli anni Sessanta: le sommosse e il crescente numero di cittadini che partecipavano al dissenso popolare, contro la guerra del Vietnam, contro il razzismo, contro la distruzione dell’ambiente in una cultura sempre più aziendalizzata, contro la misoginia, contro l’omofobia. Quali furono gli incubatori di gran parte di quella rivolta? In quali luoghi si riunirono un gran numero di persone istruite, intellettuali e capaci di farsi sentire? Nei campus universitari. E a chi non piacque il risultato degli anni ’60? Alle aziende, ai guerrafondai, a quelli nella nostra società che vorrebbero tenerci divisi sulla base della nostra razza, del nostro genere, del nostro orientamento sessuale.
Ho il sospetto che, se fosse stato possibile, questi gruppi sarebbero stati contenti di chiudere le università. Distruggerle completamente. Ma un paese che afferma di avere valori democratici non può chiudere le sue università. Ciò rivelerebbe qualcosa su quel paese in contrasto con l’immagine che essi vogliono darne – quella di un paese di libertà, giustizia, opportunità per tutti. Quindi, come si fa a uccidere le università del paese senza farsi scoprire? Come a tutti i bambini cresciuti durante la Guerra Fredda, mi è stato insegnato che i paesi comunisti nella prima metà del XX secolo rinchiudevano i loro studiosi, intellettuali e artisti in campi di prigionia, chiamati “campi di rieducazione”. Da adulto, ho capito che i grandi gruppi di interesse americani disprezzano queste persone proprio come faceva (a loro dire) il comunismo. La differenza è che, invece di fare una cosa così ovvia come gettarle in prigione, qui quelle stesse persone vengono ridotte in miseria. Il risultato è lo stesso. La povertà disperata controlla e infine spezza le persone efficacemente quanto un carcere ….. e alcune ricerche dicono che funziona anche MEGLIO.
Quindi: ecco la ricetta per l’assassinio delle università, e se quello che sto descrivendo non è esattamente ciò che è alla radice di tutti i problemi del nostro sistema di istruzione superiore ditemelo. (Perché quello che sto dicendo è più stato recentemente applicato anche alla scuola pubblica.)






