Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

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mercoledì 24 ottobre 2012

Stereotipi di genere e discriminazione in Tv. L'Italia è fuori legge

121024televisoredi Claudia Moretti - rifondazione -
E' ormai fatto notorio: la televisione italiana rappresenta la società in un modo irreale, macchiettistico quasi, rappresentando uomini e donne di un'Italia che non esiste, o non esiste più.
Uomini attempati vestiti in giacca e cravatta al fianco di giovani seminude, belle e mute. Non solo in programmi quali Veline, Ciao Darwin e Striscia la Notizia al centro di critiche da anni, ma anche in icone della modernità e dell'intellettualismo come Che tempo che fa (si pensi alla bella svedese Felipa Lageback che accanto, a Fazio, non ha altro ruolo se non quello di sorridere) o nella sagra nazional-popolare del festival di Sanremo. La donna rimane ai margini, subordinata, muta o tutt'al più sorridente, oggetto di sketch televisivi dove l'uomo è dipinto come un vecchio bavoso che seduce la giovane. Spesso inquadrata dal basso, deumanizzata.
Non si racconta, invece, la complessità della nostra società, le nuove generazioni che nulla hanno a che vedere con quel modello televisivo proposto.
Nulla di nuovo. Quel che è meno notorio è che tutto ciò è bandito da decenni dal nostro ordinamento internazionale e, dunque, anche in quello nazionale. La lotta agli stereotipi, infatti, rientra a pieno, negli obiettivi d'azione di pari opportunità ed è il corollario dei principi di pari dignità e di non discriminazione.

Ormai da oltre quarant'anni, le Nazioni Unite, hanno preso atto dell'esigenza di intervenire sulla rappresentazione di genere, approvando la Convenzione sui diritti delle donne CEDAW, ossia la Dichiarazione sulla eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne, adottata dall'Assemblea Generali nel 1979 e ratificata dall'Italia nel 1985).
Ecco quanto riporta l'articolo 5:
“Gli Stati prendono ogni misura adeguata:
a) al fine di modificare gli schemi ed i modelli di comportamento socioculturale degli uomini e delle donne e di giungere ad una eliminazione dei pregiudizi e delle pratiche consuetudinarie o di altro genere, che siano basate sulla convinzione dell'inferiorità o della superiorità dell'uno o dell'altro sesso o sull'idea di ruoli stereotipati degli uomini e delle donne
b) al fine di far sì che l'educazione familiare contribuisca alla comprensione che la maternità è una
funzione sociale e che uomini e donne hanno responsabilità comuni nella cura di allevare i figli e di
assicurare il loro sviluppo, restando inteso che l'interesse dei figli è in ogni caso la considerazione
principale”

Già negli anni '90 l'obiettivo posto dalla CEDAW viene ribadito e rafforzato nella Piattaforma di Pechino (1995, protocollo emanato in seno alla IV Conferenza Mondiale delle Donne organizzata dalle Nazioni Unite) dove si individuano varie aree critiche di azione e promozione dei diritti delle donne, tra cui anche una, rubricata Donne e Media. La comunità internazionale prede atto della diffusa permanenza di pregiudizi e di discriminazioni nella rappresentazione di genere nei mass media e stila l'elenco delle attività che sono richieste ai governi per superare gli stereotipi di genere.
Eccone alcuni passaggi salienti:
1. promuovere la ricerca e la formazione delle donne nel campo delle comunicazioni affinché possano, con il loro contributo ed intervento professionale rimediare alle scelte editoriali che danneggiano l'immagine femminile;
2. promuovere la formazione di comitati di controllo, formati da donne, dove si osservano i media e si raccolgono proteste e reclami;
3. promuovere il pluralismo culturale e la creatività al fine di dar conto delle numerose realtà che caratterizzano la donna, allontanandosi dai modelli steriotipati;
4. promuovere, a tutti i livelli istituzionali e non, l'innalzamento del livello di consapevolezza delle tematiche di genere e delle tematiche degli stereotipi sessisti.

Nel nostro Paese la Convenzione CEDAW è lettera morta. Ecco cosa emerge dalle raccomandazioni del Comitato Cedaw all'Italia del 26 luglio 2011:
“…[...]il Comitato esprime il proprio disappunto circa il fatto che lo Stato-membro non abbia sviluppato un programma completo e coordinato per combattere l’accettazione generalizzata di ruoli stereotipati tra uomo e donna, come raccomandato nelle precedenti Osservazioni Conclusive del Comitato. Il Comitato rimane profondamente preoccupato per la rappresentazione della donna quale oggetto sessuale e per gli stereotipi circa i ruoli e le responsabilità dell’uomo e della donna nella famiglia e nella società. Tali stereotipi, contenuti anche nelle dichiarazioni pubbliche rese dai politici, minano la condizione sociale della donna, come emerge dalla posizione svantaggiata delle donne in una serie di settori, incluso il mercato del lavoro e l’accesso alla vita politica e alle cariche decisionali, condizionano le scelte delle donne nei loro studi ed in ambito professionale e comportano che le politiche e le strategie adottate generino risultati ed impatti diseguali tra uomini e donne.”

sabato 20 ottobre 2012

Quella che si mangia è la cultura borghese

Alberto Burgio

Quando Tremonti pensò di trasformare gli atenei pubblici in Fondazioni, che notoriamente non sono enti filantropici, e poi la Gelmini portò a compimento il processo di aziendalizzazione dell’Università, ci scandalizzammo. Quando vediamo Pompei e le mura del Pincio crollare, rimaniamo attoniti. Quando leggiamo di un’intera biblioteca – quella dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici – costretta a sloggiare dalla sua sede naturale per trasferirsi in un capannone, protestiamo. Abbiamo tutte le ragioni per farlo. Ma forse commettiamo un errore in qualche modo analogo a quello in cui perseveriamo pensando che certi politici si ingannino sul senso delle proprie azioni e della devastazione che ne consegue. E questo per il solo fatto che, in un’altra vita, militarono in un partito comunista, salvo poi rinnegare quest’antica appartenenza (con il che, va detto, di quel partito restaurano ex post una dignità offesa).

Anche in questo caso riteniamo si tratti di sviste, di disattenzione, di errori commessi senza intenzione. Siamo sicuri che le cose stiano proprio così?

E se invece in questa incuria storica (quanti, per esempio, conoscono lo stato cronico di abbandono delle biblioteche pubbliche, a cominciare dalle nazionali, tenute in vita, contro il sadismo ministeriale, dall’amore eroico del personale?) – se invece in questo degrado si manifestasse né più né meno, anzi nel modo più diretto e limpido, il modo di essere proprio della «vera borghesia»?

Se avesse ragione Marx quando, sin nel Manifesto, descrive il ruolo rivoluzionario della borghesia osservando che essa tutto traduce in termini economici? Come dire che, nella modernità borghese, il denaro è finalmente e in senso pieno l’«equivalente generale», la misura di ogni valore. Se avesse ragione Marx quando poi analizza il rapporto sociale come né più né meno che la coerente e organica manifestazione del processo di accumulazione del capitale? E avesse ragione il buon Debord, che, sulla scia di Marx, descrive la società contemporanea (il capitalismo maturo) come teatro della merce, nel quale lo spirito della merce – che è poi lo spirito del valore monetario – domina incontrastato e ridefinisce tutti i valori a partire da sé?

Se Marx ha visto giusto, e con lui quanti hanno provato a leggerlo seriamente, tenendo affilata la lama della critica, allora quei comportamenti – che rimangono scandalosi – cessano di essere sorprendenti. Quelle scelte e quelle omissioni – che rimangono vergognose – appaiono tuttavia coerenti. Perché questo è il punto: non c’è, nella mente della borghesia degna di questo nome, spazio per la cultura. Non c’è, nel suo orizzonte di senso, un lessico capace di scoprirne il valore. Nella mente borghese soltanto la logica dell’utile funziona. Il suo mondo è il mondo dell’economia e del mercato. La borghesia – si badi: quella migliore, quella proba e operosa – esiste e pensa e lavora e produce soltanto a questo fine: per accrescere il capitale, unico sovrano legittimo. Il resto è spreco.

venerdì 25 maggio 2012

Ascoltando Macao


Autore:  - eddyburg -

Spazio pubblico, beni comuni, diritto alla città, nuove forme di partecipazione e organizzazione politica. Si riallacciano fili interrotti almeno dagli anni ’70. Il manifesto, 25 maggio 2012 (f.b.)

La cultura, oppressa da trent'anni di televisione, di marketing e di carrierismo craxiani e berlusconiani torna a prendersi la scena nel modo più impensato: prima con l'occupazione del teatro Valle di Roma e la presa di parola della generazione TQ (i trenta-quarantenni); ora con la forza aggregante di Macao a Milano e, tra le due, e intorno a loro, un'altra decina di occupazioni di cinema, teatri, locali in varie città d'Italia: per "fare cultura". Cultura e arte sono scienza del possibile: potenze che scardinano l'appiattimento sulle necessità imposte dai "fatti compiuti". Il conformismo dei passati decenni era un coperchio su una pentola in lenta ebollizione: una volta sollevato, le spinte sociali sono destinate a esplodere; analogamente a come quattro decenni fa la delegittimazione dell'ordine costituito prodotto dal movimento degli studenti aveva spalancato le porte all'offensiva operaia e sociale degli anni '70.

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