Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

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venerdì 12 aprile 2013

GRECIA: Affari d’oro.

 Come le multinazionali (straniere) sfruttano la crisi

Foto Kalkidiki
Nella penisola di Halkidiki*, nella Grecia nord-orientale, le multinazionali straniere stanno per fare, letteralmente, affari d’oro. Attratte dalle ricchezze minerarie della regione e facilitate dall’instabilità economica del paese, le compagnie minerarie si sono accaparrate i diritti di estrazione e intendono cominciare a sfruttare le risorse aurifere della penisola il più presto possibile. Gli abitanti, invece, non intendono trasformare le loro risorse naturali in merce di scambio, e si oppongono strenuamente ai piani di sfruttamento delle loro risorse.
Tutto ebbe inizio nel 2011, quando la compagnia Hellas Gold, filiale della multinazionale canadese Eldorado Gold Corporation, ottenne dallo stato greco i diritti di estrazione sulle miniere della penisola, ad un prezzo ben al di sotto del loro valore di mercato e in assenza di alcuna gara d’appalto. Lo stato greco, infatti, aveva fretta di riparare al fallimento della società canadese TVX Gold, operativa nell’estrazione di oro nella penisola fino al 2003, anno in cui dichiarò bancarotta lasciando senza stipendio i suoi oltre 400 lavoratori. Così, oltre ad offrire condizioni particolarmente vantaggiose, lo stato greco esentò Hellas Gold dalla riparazione del danno ecologico causato dalla società che l’aveva preceduta. Oltre al danno, la beffa: l’inquinamento peggiorerà, dato che il proseguimento dell’attività estrattiva da parte di Hellas Gold prevede l’uso del cianuro, una tecnica considerata ad alto rischio ambientale, ma non ancora bandita in Grecia.
L’altro lato della medaglia
Gli abitanti della penisola, invece, temono le conseguenze devastanti che la riapertura delle miniere comporterà, soprattutto in termini ambientali. Antiche foreste come quelle attorno al villaggio di Skouries saranno rase al suolo, mentre ingenti risorse idriche, abbondanti nella penisola, verranno sprecate nel processo di estrazione e inquinate dai materiali di scarto. Per non parlare dei rifiuti tossici che potrebbero inquinare irrimediabilmente il suolo della penisola. Qualche migliaio di posti di lavoro, affermano gli oppositori del progetto, non giustificano una tale devastazione ambientale. Anche perché le attività lavorative termineranno una volta esaurito l’oro da estrarre (la stima è di circa 27 anni), mentre il danno ambientale sarà permanente.
La comunità locale e la solidarietà internazionale
Gli alleati più stretti delle comunità greche che si oppongono allo sfruttamento aurifero della penisola di Halkidiki sono gli attivisti di Rosia Montana, in Romania. I problemi da affrontare sono simili, così come analoghe sono le compagnie coinvolte. Tra i suoi azionisti, infatti, Hellas Gold conta il famoso Frank Timis, controverso businessman romeno-australiano già fondatore della Gabriel Resources, compagnia attiva nell’estrazione dell’oro a Rosia Montana.
I cittadini greci sono scesi in piazza molte volte In difesa della penisola di Halkidiki e in solidarietà con la sua popolazione, contando sull’appoggio di ambientalisti e attivisti internazionali. La risposta dello stato non si è fatta attendere: la polizia antisommossa è intervenuta più volte per fermare le proteste, fino all’ultimo, clamoroso, intervento a marzo nel villaggio di Ierissos. Di fronte all´ennesima manifestazione della popolazione locale, la polizia ha reagito lanciando gas lacrimogeni all’interno di una scuola, all’interno della quale si trovavano alcuni studenti e professori, giustificando poi l’arresto di alcuni minorenni in quanto potenziali partecipanti ad un’azione di sabotaggio contro la compagnia canadese avvenuta il 17 febbraio nel cantiere di Skouries.
Nonostante la comunità locale si opponga strenuamente al progetto, secondo i piani di Hellas Gold le attività dovrebbero ricominciare nel 2015.
*in italiano penisola Calcidica

mercoledì 13 febbraio 2013

Grecia, le multinazionali fanno affari ma tagliano stipendi e indennità

    
Grecia, le multinazionali fanno affari ma tagliano stipendi e indennità

- rifondazione -

di Francesco De Palo -
Mentre il mercato greco si restringe per la crisi, (la gente non spende più) i prodotti delle multinazionali si “allargano” e fatturano numeri significativi. La riduzione del costo del lavoro, dopo il memorandum della troika e la diminuzione di fatto dei diritti per i lavoratori, avvantaggia solo i grossi nomi che vanno in Grecia per investire, ma di fatto risparmiando su stipendi e indennità che la troika ha provveduto a tagliare. Quattro i casi più significativi. La Kraft Hellas AE è una filiale della multinazionale Mondelez internazionale (fino a poco tempo denominata Kraft Foods), che domina il mercato europeo per il cibo da spuntini. Ha recentemente annunciato, dopo gli otto milioni complessivi investiti nell’ultimo lustro, una nuova esposizione in Grecia per cinque milioni a partire dal 2013. Proprio quando entreranno in vigore i nuovi contratti di lavoro contenuti nel memorandum lacrime e sangue che il Parlamento ellenico ha approvato in una lunga notte di passione, dove di fatto sono stati falciate indennità di malattia e quantum di stipendi e scatti.
Anche l’Hellas Unilever ha annunciato che intende avviare la produzione in Grecia di trenta nuovi prodotti, e due giorni fa ha presentato il piano commerciale al mercato greco. Ancora: Procter & Gamble ha annunciato la creazione del Centro per la Ricerca e l’Innovazione di Atene, il terzo sistema operativo d’Europa. Pochi giorni fa la Johnson & Johnson ha annunciato che continuerà a investire nel mercato greco. In effetti il noto marchio ha in Grecia uno dei tre poli europei utilizzati quasi esclusivamente per l’esportazione. La società dà lavoro in Attica a duecento dipendenti, anche se non ha ancora specificato la quantità di investimenti. Il caso di Johnson & Johnson è particolarmente rilevante se si considera che il 95% della produzione è esportato in altri paesi europei e ha scelto la Grecia come base di produzione proprio perché oggi al centro dell’Egeo una multinazionale “risparmia” sui diritti dei lavoratori.
Infine il caso della Henkel uno dei più grandi gruppi tedeschi che ha deciso di ripristinare la produzione dei propri prodotti in Grecia. La società è stata “assente” dal mercato greco dal 2011 al 2012 dopo che il marchio Alapis, per via della crisi, aveva spostato la produzione in Italia. Ma dallo scorso mese di settembre i prodotti tedeschi sono stati recuperati dalle società Henkel Hellas SA e Rolco Vianyl Souroulidi. Nello specifico l’accordo di produzione di detersivi e prodotti di pulizia prevede che Henkel Hellas detenga più di 50 marche tra Dixan, Neomat e Bref, con una produzione annua di circa sette milioni di unità, che corrisponde al 75% delle vendite annuali della società nel settore. L’accordo prevede anche la produzione di ulteriori 2,5 milioni di unità degli stessi prodotti per le necessità della Henkel a Cipro e per un totale di trenta milioni di euro.
Così se da un lato si iniziano a vedere i primi frutti del riservatissimo briefing che la cancelliera Angela Merkel tenne in occasione della sua visita ad Atene lo scorso ottobre con i grandi gruppi tedeschi seduti allo stesso tavolo con banchieri e imprenditori ellenici, dall’altro non si può non osservare come dal memorandum in poi, quegli investimenti delle multinazionali non si traducano in benefici per il territorio, ma esclusivamente per i grandi gruppi che incassano di più perché tagliano alla voce diritti. Il memorandum, prestando dei soldi allo stato, ha aperto delle falle nei diritti, perché oggi le aziende (oltre che il pubblico impiego) possono assumere personale a 500 euro al mese (un insegnante universitario al primo incarico nel prende 650, un dipendente di banca 550) , tagliando tranquillamente le indennità sia di malattia che di straordinari. Quindi chi ci guadagna non è il cittadino greco che se assunto ha uno stipendio misero, ma proprio le multinazionali che investono in Grecia senza ricadute sul territorio. E il tutto col cappello del grande salvataggio greco che non ha salvato un bel niente (se non la ricapitalizzazione bancaria), perché di quei soldi che le aziende straniere fatturano in Grecia, lì non rimane nulla. E quando manca appena un mese dalla prima tranches di licenziamenti, 15mila impiegati pubblici a casa dal primo marzo. Si attraggono investimenti stranieri? Certo, ma perché invogliati dai salari bulgari di gente che poi si confronta sul mercato con “prezzi milanesi”.
Il tutto accade nei giorni in cui il maxiemendamento fiscale a medio termine 2013-2016, presentato in Parlamento dal Ministro delle Finanze Stournaras, lascia aperta la possibilità di intervenire con nuove misure, e mentre un nuovo scandalo sembra passare inosservato tra i media ellenici. Il canale televisivo francese France2 documenta la svendita a una società canadese di trecentomila ettari di foresta nella regione settentrionale della Calcidica per la simbolica cifra di un euro: dove in quel sottosuolo abbonderebbero oro e minerali di vario genere. Per questo, ma non solo, Antonis Karakousis, primo editorialista del popolare quotidiano To Vima si chiede : “C’è un rischio Weimar per la Grecia post memorandum? Dove l’instabile equilibrio tra politica ed economia è minacciato dal declino della classe media e dalla miscela di estremismo e populismo”. E dove i neonazisti di Alba dorata, nell’ultimo sondaggio, hanno ufficialmente sfondato per la prima volta quota 11%.
dal Fatto quotidiano

domenica 26 febbraio 2012

PERCHÉ NESSUNO È ANDATO IN GALERA ?

DI MIKE WHITNEY Counterpunch
- comedonchisciotte -
Secondo l’accordo firmato da cinquanta stati sul pignoramento ipotecario, i contribuenti americani possono smettere di pagare miliardi di ammende che dovrebbero essere pagate dalle banche. Questo è il succo di un articolo apparso in prima pagina sul Financial Times di martedì 17 febbraio. Il citatissimo articolo di Shahien Nasiripour mostra come le cinque banche che dovrebbero essere colpite dagli effetti di questo accordo - Bank of America, JPMorgan Chase, Citigroup, Wells Fargo e Ally Financial - potranno utilizzare il programma di modifiche sulle ipoteche di Obama (HAMP) per ridurre l’ammontare dei debiti e “ricevere pagamenti in contanti fino a 63 centesimi per dollaro, per ogni dollaro di prestiti insolventi”.

Ma non è tutto, se i creditori rispettano i pagamenti dopo che i loro mutui sono stati ristrutturati, le banche possono essere qualificate a ricevere ulteriori fondi che (secondo il FT) “possono diventare un profitto per le banche secondo persone che hanno familiarità con le modalità di pignoramento”.

E quindi? Affidiamoci all’amministrazione Obama pro-banche per veder trasformata una sanzione in un colpo di fortuna. In effetti, l’accordo aiuterà le banche a evitare perdite sui mutui che sono ampiamente sovrastimati nei loro libri mastri e che erano probabilmente destinati in ogni caso al pignoramento. I contribuenti dovranno sborsare i soldi per le forti svalutazioni che permetteranno alle banche di esigere ancora maggiori tributi dai proprietari in difficoltà. Ma che razza di sanzione è questa?

Così Mark Gongloff riassume il tutto per l’Huffington Post:

“Le banche prenderanno soldi dai fondi statali - che diventano un incentivo per depennare i mutui - in base a un accordo che avrebbe dovuto punirle per la loro cattiva condotta. Le banche hanno ottenuto il denaro dei contribuenti fino ad oggi grazie a programmi di modifica dei mutui come l’HAMP: 615 milioni di dollari fino ad ora. Questi incentivi sono stati triplicati il 28 gennaio solo qualche giorno prima dell’annuncio dell’accordo sui mutui, facendo apparire l’affare ancora più vantaggioso per le banche.”

“Non si può dire che questo accordo sia in alcun modo punitivo o funga da deterrente, se i soldi andranno dai contribuenti alle casse delle banche a partire secondo i termini dell’accordo”, ha detto il Professore di diritto della New York University, Neil Barofsky, ex ispettore generale del Troubled Asset Relief Program”. (“Mortgage Foreclosure Settlement: Who Pays?”, Huffington Post).

Chiaramente nessuno sa quanti incentivi e benefici intascheranno le banche, dato che la copia scritta dell’accordo non è stata ancora pubblicata. Noi crediamo che le banche ne usciranno intonse e i cinquanta procuratori generali finiranno per sembrare dei pazzi per aver cantato vittoria troppo presto.

Tenete presente che le banche sono in bilico in realtà solo per cinque miliardi di dollari. Il resto dell’accordo da 25 miliardi sarà addossato agli investitori in titoli collegati ai mutui(MBS), molti dei quali sono pensionati. Saranno loro a venire schiacciati, mentre chi ha perpetrato questo crimine nazionale rimarrà impunito.

mercoledì 8 febbraio 2012

Aziende magna e fuggi

I gruppi esteri che usano fondi pubblici e poi lasciano l'Italia.
di Ulisse Spinnato Vega. lettera43
Il capitale transnazionale si sposta rapido in giro per il mondo a caccia di profitti sempre maggiori. Arriva, crea occupazione diretta e indotta, dà benefici e ricchezza, ma a un tratto prende armi e bagagli e se ne va. Difficilmente pianta radici e di frequente crea illusioni. E quando migra lascia sul terreno lavoratori disperati e territori esausti, spesso incapaci di riconvertirsi.
Intanto la politica resta a guardare. Cioè, prima blandisce le multinazionali, le sostiene con fiumi di danaro pubblico. Poi appare del tutto incapace di contrastare un trasloco, una delocalizzazione. Nel frattempo, però, ad averci rimesso sono non solo i dipendenti e l’indotto, ma anche le casse dello Stato. E non poco.
IN CINQUE ANNI OLTRE 100 MLN DI EURO. Non è facile disaggregare le erogazioni pubbliche a beneficio delle aziende straniere dai dati complessivi sui sostegni all’industria in Italia. L’unico dato certo Lettera43.it lo ho ottenuto da Invitalia, l’agenzia per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa che agisce per conto del governo e fa capo al ministero dello Sviluppo economico: dal 2006 al 2011 le imprese estere (o italiane, ma controllate da investitori esteri) hanno preso incentivi per 111,3 milioni di euro, con punte di 35,3 milioni nel 2009 e 30,9 milioni nel 2010, mentre nel 2011 i finanziamenti sono scesi a 12,3 milioni di euro.
NON CONTEGGIATI I FONDI LOCALI. Naturalmente si tratta di cifre parziali, legate al vecchio strumento del contratto di localizzazione, oggi sostituito dal più raffinato contratto di sviluppo che ha rimpiazzato anche il celebre contratto di programma. E soprattutto si tratta soltanto dei fondi erogati dallo Stato centrale, ai quali vanno poi aggiunte le risorse dell'Unione europea e i finanziamenti delle singole Regioni o Province autonome con le loro agenzie di sviluppo e la miriade di strumenti e programmi che hanno a disposizione.

Assistenza burocratica, sostegno all'impresa e formazione
In ogni caso, da Invitalia arriva una misura più che indicativa di quelli che sono stati gli stanziamenti elargiti alle multinazionali estere che venivano a insediarsi in Italia. Tutto molto bello, se si considera che l’agenzia per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, oltre agli incentivi finanziari, garantiva (e garantisce) assistenza sul fronte burocratico e istituzionale, sostegno alla ricerca e alla formazione. Intenzioni e pratiche buonissime che però si sono spesso scontrate con gli umori cangianti del capitale globale.

mercoledì 18 gennaio 2012

E c'è chi sta pensando di brevettare il broccolo ...

Fonte: altritasti
Il Parlamento europeo sta discutendo un importante argomento: le grandi multinazionali del biotech hanno infatti chiesto di poter brevettare il nostro cibo quotidiano. Davvero: non stiamo scherzando.
Ed è un tema molto delicato, perchè non siamo più (soltanto) di fronte alla volontà di qualche potente colosso agroindustriale che richiede brevetti su sementi modificate con le tecniche della transgenesi (i famosi OGM). No, è ancora peggio ...
Ce lo spiega Carlin Petrini attraverso un chiarissimo articolo pubblicato sul quotidiano "La Repubblica": «Facciamo un passo indietro: la questione dei brevetti è questione complessa, che inizialmente - ovvero quando i brevetti stessi vennero ideati - doveva riguardare le “invenzioni”, quindi cose utili, nuove, che potevano essere riprodotte con un processo descrivibile. All'inizio questo riguardava solo le invenzioni industriali e tutto filò liscio. Ma all'inizio degli anni Ottanta un ricercatore americano ottenne il primo brevetto su un batterio, ovvero su un organismo vivente, da lui geneticamente modificato, in grado di degradare le molecole di petrolio grezzo e quindi di bonificare aree inquinate.
Da qui derivò la possibilità per i produttori di Ogm di brevettare le sementi, e dunque il divieto per gli agricoltori di riprodurle secondo i metodi tradizionali, e l'obbligo ad acquistare le nuove sementi ad ogni stagione».

Ma la situazione, ora, si fa ancora più complessa: le multinazionali del biotech vogliono di più. E Petrini ci aiuta a capire meglio partendo da un caso concreto: «Parliamo di broccoli. Il broccolo è una pianta naturalmente ricca di molecole con proprietà anticancro che si chiamano glucosinolati e allora un'azienda ha studiato il genoma dei broccoli per capire in quali condizioni le concentrazioni di glucosinolati risultano maggiori. Ha così scoperto che i broccoli contengono più glucosinolati quando hanno un determinato assetto genomico e che, selezionando la piante migliori e incrociandole con metodi tradizionali, è possibile ottenere una pianta con l’assetto desiderato. Complicato, vero? Sì, complicatissimo. Infatti hanno brevettato questa scoperta, perché il procedimento lo hanno inventato loro e ne sono orgogliosi. Ma tutto ciò non era sufficiente.
Perché invece i broccoli, con i loro glucosinolati, non li hanno inventati loro e quindi se un altro ricercatore, o un agricoltore evoluto, decide di misurare i glucosinati che ci sono in un broccolo, con un procedimento chimico, e poi incrociare tra loro – sempre con sistemi tradizionali - solo quelli con i tassi più alti, ottiene per un'altra strada quello che i primi hanno ottenuto studiando i DNA».

Tassisti, parliamone

di Guido Viale ilmanifesto
Tassisti, parliamoneIl pacchetto di liberalizzazioni del governo Monti va giudicato alla luce della prospettiva di una conversione ecologica. Confrontarlo con lo stato di cose presente non ha senso: quel pacchetto non ne costituisce alcuna reale alternativa (se non in senso peggiorativo) ed entrambi (il pacchetto e l'esistente) non sono sostenibili. Dunque, non si può restare fermi né tornare indietro. Quel pacchetto conferma però l'assoluta inconsistenza del liberismo nell'affrontare i problemi

Il pacchetto di liberalizzazioni del governo Monti va giudicato alla luce della prospettiva di una conversione ecologica. Confrontarlo con lo stato di cose presente non ha senso: quel pacchetto non ne costituisce alcuna reale alternativa (se non in senso peggiorativo) ed entrambi (il pacchetto e l'esistente) non sono sostenibili. Dunque, non si può restare fermi né tornare indietro. Quel pacchetto conferma però l'assoluta inconsistenza del liberismo nell'affrontare i problemi: sia nel cielo dell'alta finanza (il rischio default) che sulla terra della quotidianità: professioni, orari dei negozi, ruolo delle farmacie o organizzazione dei tassisti.

Cominciamo da questi ultimi. Ancora una volta l'impressione che dà il governo Monti è di non conoscere ciò di cui si occupa (ne ha già dato prova la prof. Fornero, che ha studiato per quarant'anni il sistema pensionistico ma si era dimenticata dello scivolo al prepensionamento, con decine di migliaia di persone che il governo lì per lì aveva lasciato sul lastrico).
Nessuno lo ha scritto, ma la prima misura di buon senso da adottare nei confronti dei tassisti è imporre il rilascio di scontrini fiscali emessi direttamente da un tassametro che funzioni come un registratore di cassa.
Ci aveva provato Prodi al termine del suo primo governo, provocando una rivolta. Ma è una misura civile: se tutti devono pagare le tasse in base al loro reddito, lo devono fare anche i tassisti. Così si accerta finalmente quanto guadagnano e si possono modulare su questi guadagni le tariffe amministrate: i loro redditi variano molto passando dalle città grandi a quelle medie e piccole; e negli ultimi due anni sono diminuiti fortemente per tutti (le aziende, principali clienti indiretti dei taxi, li rimborsano sempre meno ai loro dipendenti). Solo così, comunque, si possono affrontare in modo sensato tutti gli altri problemi.

Primo: che cosa vuol dire liberalizzazione? Già Adriano Sofri ha fatto notare sul Foglio che non può esserci una liberalizzazione della tariffa: non si può contrattare il prezzo di un passaggio per telefono né a bordo strada prima di salire sul mezzo. D'altronde, senza tariffe di riferimento - ma questo vale anche per medici, notai, avvocati, commercialisti - non si possono neanche chiedere sconti; si corre solo il rischio di essere fregati due volte. Al più si possono istituire taxi di prima, seconda e terza categoria (puliti e con aria condizionata i primi, sporchi, scassati e con la radio Roma-Lazio a pieno volume i secondi e i terzi), con tariffe differenziate, così come Montezemolo, e dietro di lui Trenitalia, ha deciso di reintrodurre la terza e la quarta classe nei treni.
Ma questo dividerebbe solo per due o per tre il parco macchine effettivamente disponibile, aumentando in misura corrispondente i tempi di attesa. Non è certo quello che si vuole ottenere.

lunedì 16 gennaio 2012

COSTA CONCORDIA: LA "MOVIDA" GALLEGGIANTE

di Sergio Bologna. fonte: furiacerveli
Strano che nessuno si sia chiesto quale bandiera batte la “Costa Concordia”. Strano che nessuno si sia chiesto chi stava sul ponte di comando della nave al momento dell’incidente. Strano che nessuno abbia ricordato che ai primi di ottobre del 2011 la nave portacontainer “Rena” della MSC è andata a sbattere contro l’Astrolabe Reef in Nuova Zelanda, uno dei più preziosi paradisi marini del globo, e che da allora (sono passati tre mesi e mezzo) sputa petrolio su quelle acque incontaminate, creando il più grave disastro ecologico in quell’emisfero. Strano che nessuno ricordi come l’Italia abbia a che fare in questi incidenti, per più motivi. Costa Crociere, nata italiana come dice il nome, è controllata dal gigante americano del settore. Ma chi la gestisce? Le navi, è bene si sappia, sono di proprietà, di norma, di una holding la cui prima preoccupazione è di metterle al riparo dal fisco e dalle norme sulle tabelle d’armamento presso certi paradisi fiscali ( da cui le cosiddette “bandiere ombra” o flag of convenience). Ma sono gestite da Ship Management Societies specializzate che decidono le assunzioni di personale e lo fanno di solito in base al principio del minor costo.

Sulla “Rena” c’erano 15 filippini su 20 uomini di equipaggio. I filippini hanno pessima fama, ma ingiustamente, da “paria” del settore sono diventati oggi tra quelli meglio preparati, perché negli anni hanno imparato che la loro vocazione era quella ed hanno investito in scuole professionali, che rilasciano i diplomi ed i certificati necessari per l’imbarco. Purtroppo oggi il mercato dei certificati falsi è fiorente, oggi i “paria” sono altri, ucraini, vietnamiti, turchi, bielorussi.

1. Sabato c’è stata una manifestazione sul Canale della Giudecca a Venezia contro il passaggio delle grandi navi da crociera. Stava uscendo in quel momento la “MSC Magnifica”. MSC sta per Mediterranean Shipping Company ed è la creatura di un geniale italiano di Sorrento, Gianluigi Aponte, che ha trasferito le sue attività in Svizzera, a Ginevra, dove sembra abbia preso moglie con tanto di banca in dote. Ha una flotta di circa 150 navi portacontainer (è la seconda al mondo) ed una flotta sempre più consistente di navi da crociera. I suoi comandanti e, spesso, anche i suoi ufficiali, sono di Sorrento o dintorni. Anche quello della “Costa Concordia” viene da Sorrento, si legge, e con il suo comportamento ha coperto di disonore una categoria di validissimi uomini di mare. MSC è famosa nel mondo per la sua mancanza di trasparenza. Non comunica informazioni relative ai suoi traffici, in particolare sui volumi di merce trasportata, non conferma né smentisce le notizie che le pubblicazioni insider sfornano ogni giorno sulle loro costosissime newsletter. MSC si è fatta largo con una politica di prezzi assai aggressiva, al limite del dumping, possibile quando si riducono i costi al massimo e magari quando si dispone di grande liquidità (gli invidiosi o i malevoli dicono di sospetta origine).

lunedì 2 gennaio 2012

Un pugno di società controlla il mondo

Ecco la rete globale del potere finanziario.
di LIVIA ERMINI. Fonte: larepubblica
Una ricerca svizzera traccia il quadro delle relazioni tra grandi gruppi: meno di 150 multinazionali dettano le regole del mercato e strozzano la concorrenza: "Controllo sproporzionato, si rischiano ripercussioni disastrose". Unicredit nella top 50

Una cravatta il cui nodo è costituito da un nucleo piccolo ma solido di aziende che, dettando le regole, strozzano la concorrenza e gli Stati. Una rete di controllo di banche e multinazionali che tiene sotto scacco i mercati influenzandone la stabilità. E' l'immagine, colorita ma efficace, che emerge da una ricerca dell'Istituto Federale Svizzero di Tecnologia di Zurigo dal titolo "La rete globale del controllo societario" secondo cui 147 imprese nel mondo sono in grado di controllare il 40% di tutto il potere finanziario.

Lo studio, pubblicato da New Scientist, prende in esame le connessioni fra 43.060 multinazionali evidenziando un piccolo gruppo di 1.318 società transnazionali (la cui punta di diamante sono proprio le 147) che esercita un potere enorme, "sproporzionato" lo definiscono i relatori, sull'economia globale. Goldman Sachs, Barclays Bank e JPMorgan sono solo alcuni dei nomi delle corporation, quasi tutte finanziarie, che figurano ai primi 20 posti della "mappa del tesoro".

TABELLA I primi 50 gruppi di controllo 1

Ma non si tratta della solita tesi complottistica utilizzata dagli analisti per spiegare il saliscendi di titoli che, più che seguire una logica, sembrano obbedire ai comandi della mano di un burattinaio. In questo caso ci troviamo di fronte ad un'analisi che non concede nulla alla speculazione e agli schemi

ideologici, ma si basa esclusivamente su dati statistici. Lo studio, infatti, intreccia modelli matematici con un database delle aziende mondiali (Orbis 2007) ricostruendo reti di relazioni e partecipazione che costituiscono nodi di potere sui mercati globali, senza essere frutto di accordi sottobanco.

I tre autori (Stefania Vitali, James B. Glattfelder e Stefano Battiston) infatti hanno precisato che tali collegamenti tra compagnie, in una prima fase di crescita economica, possono risultare vantaggiosi per la stabilità dell'intero sistema. In tempi di crisi come quelli che stiamo attraversando, però, queste correlazioni potrebbero risultare molto pericolose perché, come in tutte le concentrazioni di potere, il collasso di una compagnia può avere ripercussioni disastrose sul resto dell'economia del pianeta.

"Quali sono le implicazioni per la stabilità mondiale?", si chiedono gli autori. "Si sa che le istituzioni costituiscono contratti finanziari, con diverse altre istituzioni. Questo permette loro di diversificare il rischio, ma, allo stesso tempo, li espone al contagio. In una situazione così interrelata, connotata da forti rapporti di proprietà, perciò il rischio di una contaminazione a catena è dietro l'angolo".

Per quanto riguarda l'Italia, oltre a Unicredito Italiano Spa tra i primi 50 gruppi di controllo, lo studio effettua uno screening della struttura del gruppo Benetton (GUARDA 2) che mostra le diramazioni del controllo della capogruppo alle subsidiaries, alle consociate a livello internazionale.

(02 gennaio 2012)

sabato 24 dicembre 2011

Asse Carolingio

di Elisabetta Teghil. Fonte: sinistrainrete
L’evoluzione del capitale verso l’accentramento sfocia nel potere, sempre più dominante, delle multinazionali.

Alla radice dei rapporti economici, c’è la tendenza imperiale alla globalizzazione, ma la necessità di realizzare l’unificazione economica e politica che gli è necessaria spiega l’attuale fase di offensiva che svolgono gli Stati Uniti che hanno assunto il ruolo di” Stato del capitale” e che si propongono di assoggettare, con ogni mezzo a disposizione, tutte le potenze lette, a questo punto, come rivali, con l’alleanza dell’Inghilterra.

Infatti ,c’è un “asse carolingio” ispirato, soprattutto, da esigenze di sopravvivenza, da parte della Francia e della Germania, all’offensiva in atto delle multinazionali anglo-americane, di cui i rispettivi governi si fanno braccio esecutivo.

Da qui, l’ondivagare della Francia e della Germania che, alle volte, cercano di salvare gli anelli deboli della catena, Grecia, Irlanda, Spagna e Italia, perché temono che, se cadono i bastioni esterni dell’eurozona, cada anche il centro, altre volte, invece, sembrano attirate dall’idea di non farsi coinvolgere dalle vicende di questi paesi e, magari, di limitarsi a proteggere solo e soltanto la loro ridotta dove si sono asserragliate.

Da qui, il senso dei patti segreti tra Francia e Germania.

L’obiettivo degli Stati Uniti è quello di ricondurre la Germania a Stato “occupato” e di realizzare il sogno americano di ridurre la Francia a “protettorato”, così come era stato coltivato nell’immediato dopoguerra.

A questo proposito sono illuminanti gli studi di Annie Lacroix-Riz su quando gli americani volevano governare la Francia.

Allora, si capisce che non sono i mercati che, paradossalmente diventano qualcosa di neutrale ed ingovernabile, ad attaccare l’eurozona, ma ci sono gli interessi anglo-americani che, potendo contare su paesi fortemente atlantizzati come il Belgio, puntano a staccare i piccoli paesi, come l’Olanda e la Svezia che, per dimensioni demografiche e mezzi economico-militari, non costituiscono preoccupazione e che hanno messo a segno un colpo importante, mandando alla guida dell’Italia un primo ministro il cui compito principale è declinare qui i loro interessi. Operazione resa possibile, anche, dal fatto che già potevano contare sulla più alta carica istituzionale e sul maggior partito già di opposizione.

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