Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

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giovedì 24 gennaio 2013

La speculazione sui titoli tossici? Sta continuando come prima. Ecco i dati

Autore: fabio sebastiani   - controlacrisi -
Warren Buffett gia' nel 2002, nella tradizionale lettera agli azionisti di Berkshire Hathaway, definiva i derivati "un'arma di distruzione di massa". Una sintesi davvero eccellente che mette a nudo da una parte la voracità della speculazione e, dall’altra, la natura intimamente distruttiva del capitalismo il quale, giunto a certi picchi di sviluppo, deve per forza di cose distruggere pezzi delle forze produttive per far ripartire il ciclo. Prima questa funzione era assolta dalle guerre mondiali. Un’arma di distruzione di massa perfettamente funzionale, quindi. Sembrerà strano ma di derivati “si continua a morire”.I dati piu' recenti sono quelli dell'Office of the Comptroller of the Currency, l'agenzia federale del governo Usa che regola e vigila su tutte le banche nazionali e le filiali di banche estere presenti negli Stati Uniti. Nel terzo trimestre 2012, scrive l'Occ, il totale dei contratti sui derivati stipulati dalle principali 25 societa' americane e' tornato ad aumentare dopo una serie di cali consecutivi, per un totale che supera i 227 mila miliardi di dollari.Una somma che e', tanto per dare un'idea, 15 volte il debito pubblico americano, oppure piu' di 3 volte il Pil complessivo di tutti i paesi del mondo. Una esposizione, peraltro assai limitata, visto che le 4 banche piu' grandi ne controllano il 96%: la sola JP Morgan Chase detiene derivati per 71mila miliardi, pari al Pil del mondo. A livello globale, poi, le stime del mercato dei derivati vanno dai 400 ai 500 mila miliardi di dollari. Facile intuire come il minimo 'inceppamento' in questo meccanismo finanziario possa avere conseguenze devastanti per l'economia di qualsiasi paese.
Alla indecente abbuffata non è estraneo il nostro paese. Appena due giorni fa Borsa Italiana ha battezzato Agrex, un nuovo segmento di derivati destinato ai futures sul grano duro e che punta a 'coprire' gli operatori da variazioni indesiderate
Tecnicamente parlando, come spiegano i manuali di economia, i derivati sono strumenti finanziari contraddistinti da: 1) un valore che varia al variare di un'attivita' sottostante con un legame tra i due prezzi fissato da complessi (e discussi) algoritmi matematici; 2) una necessita' di capitale iniziale nullo o molto piccolo; 3) una regolazione in una data futura. Tutte caratteristiche che possono consentire la generazione di enormi profitti o gravissime perdite, a seconda dell'evoluzione del mercato: piu' o meno quanto avviene con una classica scommessa (la definizione piu' gentile utilizzata dai critici di questi strumenti). Solo che qui la posta in gioco e' enorme, e per certi versi incalcolabile. Ovviamente, questo giochino ha due effetti devastanti: il primo, diretto, sul settore economico legato ai prezzi in gioco, come il caso delle materie prime, perché ad un certo punto l’entità degli interessi coinvolti assume un peso rilevante sulle quotazioni. Basta guardare al ruolo dei futures nella determinazione del prezzo del petrolio. Secondo, quando i derivati diventano tossici i bilanci delle aziende e degli istituti di credito ne risentono in maniera spropositata rispetto ai loro asset e quasi sempre si apre la strada del fallimento. Terzo, quando questo fenomeno arriva in modo massiccio al sistema bancario di fatto blocca il flusso del credito.
Per ora Stati Uniti ed Europa sono riusciti a definire nuove normative anti-crisi per regolamentare in particolare i mercati dei derivati over-the-counter. La nuova disciplina europea prevede che i derivati Otc vengano obbligatoriamente scambiati attraverso le cosiddette "casse di compensazione", con una controparte centrale (Ccp) tra venditore e acquirente che si assume il rischio di insolvenza di una delle controparti e in questo modo ne riduca il potenziale 'effetto domino'.
Ma sono regole che hanno costi pesanti per il sistema finanziario globale (fino a 6,7 miliardi di dollari) e che non piacciono alle multinazionali (tra cui Shell, Bp, Edf, Eon, Gazprom), che denunciano i rischi di aumento dell'inefficienza e quindi dei costi complessivi. I derivati, d'altronde, hanno sempre avuto grandi estimatori (nel 2005 nell'audizione al Congresso Usa per la sua nominaalla Fed lo stesso Bernanke si disse assolutamente "fiducioso" sulla tenuta di questo mercato) e molte amministrazioni pubbliche - anche nel nostro Paese - sono ricorse tranquillamente ai derivati per finanziarsi senza dover sottostare all'obbligo del pareggio di bilancio.
Una prassi che ha condotto - ancora una volta - a forti perdite ma, nel caso di Milano, anche alla condanna di quattro banche internazionali per truffa aggravata. Anche perche' - come ha spiegato il procuratore Alfredo Robledo i contratti con le amministrazioni pubbliche sono viziati da "un'asimmetria informativa, aggravata dal fatto che praticamente nessun Comune e' stato assistito da esperti indipendenti di matematica finanziaria".

giovedì 27 dicembre 2012

Banche condannate per i derivati di Milano

di Andrea Baranes - sbilanciamoci -

Una multa di un milione di euro per ognuna delle quattro banche accusate di truffa nella vendita di derivati al Comune di Milano. Le avventure della “finanza creativa” arrivano finalmente in tribunale

Una somma minuscola per gli istituti coinvolti, ma una sentenza di portata storica, non solo per l'Italia. Viene riconosciuta la gigantesca asimmetria informativa tra le grandi banche che maneggiano e vendono derivati e chi li acquista. Più in generale la sentenza riapre il dibattito sui danni che tali strumenti possono provocare.
Parliamo di contratti finanziari nati come assicurazioni contro i rischi. Ho un pastificio, e intendo proteggermi da un possibile aumento dei prezzi del grano. Acquisto un derivato che mi da il diritto di comprare il grano tra un mese a un prezzo fissato già oggi. In cambio di una commissione, la banca che me lo vende si assume quindi i rischi delle oscillazioni dei prezzi. Più in generale i derivati danno il diritto o la possibilità di comprare, vendere o scambiare qualcosa in una data futura, fissando prezzo e condizioni già al momento dell'acquisto del derivato stesso.
Nel caso degli enti locali, si scambia un debito a tasso fisso con uno a tasso variabile, spostando così sulla controparte il rischio di oscillazione dei tassi. Tali contratti però spesso contengono clausole e costi occulti difficilissimi da comprendere per chi, con limitate capacità finanziare, li acquista.
Soprattutto, i derivati sono gli strumenti ideali della speculazione, permettendo di scommettere su un evento futuro, dal prezzo del petrolio a quello del cibo al fallimento di Stati sovrani. Oggi nel 99% dei casi non c'è la consegna del sottostante, ovvero su 100 derivati sul grano, uno si chiude con la consegna materiale del prodotto, gli altri 99 sono pure scommesse sul suo prezzo futuro.
Il PIL dell'intero pianeta vale 63.000 miliardi di dollari. Una singola banca statunitense controlla derivati per oltre 70.000 miliardi di dollari. Sommando l'esposizione in derivati di quattro banche il totale supera i 200.000 miliardi. Il debito pubblico italiano è circa l'1% di questa cifra. Siamo sicuri, come ci ripetono ossessivamente media e politici, che i problemi attuali risiedano nella finanza pubblica e negli “eccessivi” debiti sovrani?
In realtà una sterminata massa di scommesse esaspera l'instabilità dei prezzi. Non è un fastidioso effetto collaterale, ma il cuore stesso della finanza globale. La speculazione si nutre delle oscillazioni dei prezzi. Più tali oscillazioni sono ampie e veloci, più posso guadagnare. Più creo disastri tramite i derivati più i prezzi impazziscono, più posso estrarre profitti scommettendo sulle variazioni future dei prezzi stessi, più diventa interessante continuare a giocare, in una spirale senza fine.
Le proposte per arrestare questa follia ci sarebbero, a partire da una tassa sulle transazioni in derivati per frenare le operazioni speculative di breve termine. Peccato che la proposta di tassa sulle transazioni finanziarie inserita nella legge di stabilità escluda quasi interamente i derivati. Il motivo ufficiale per non limitarne l'utilizzo è che servono alle imprese per coprirsi dai rischi. Nel 2000 in Italia circolavano derivati per 1.400 miliardi di dollari. Nel 2011 l'ammontare ha superato gli 11.000 miliardi. Il 685% di aumento in undici anni, a fronte di una crescita del 40% dell'economia reale. Forse nel 2000 le imprese italiane si trovavano in maggiori difficoltà? O, esattamente al contrario, è proprio lo sviluppo di una finanza ipertrofica e fine a sé stessa la base della crisi attuale?
Di fatto, se oggi un'impresa deve acquistare un derivato è per coprirsi dai rischi di instabilità dovuti in primo luogo all'eccesso di derivati sui mercati. La logica è la stessa della lobby delle armi negli USA: per evitare future stragi nelle scuole non bisogna limitare la diffusione delle armi, ma al contrario armare anche insegnanti e bidelli.
Non possiamo condannare i derivati unicamente per l'uso che ne viene fatto nel 99% dei casi. Al di là della battuta, da trent'anni siamo immersi nel dogma neoliberista secondo il quale i mercati devono essere lasciati liberi e senza regole perché sono “efficienti”. In italiano l'efficienza misura la quantità di risorse necessarie a portare a termine una data azione. Nel limitare i rischi, i derivati lavorano con un'efficienza del'1%. Il rimanente 99% è superfluo o più spesso nocivo.
Sono questi i tanto magnificati “mercati efficienti”? E' forse necessario risalire alla preistoria per trovare un uomo disposto a compiere uno sforzo di 100 per produrre 1. La finanza, come strumento al servizio dell'economia, è di fatto una delle attività più inefficienti che mente umana abbia mai concepito. Non solo. Visti i danni che provoca e il numero di persone escluse dall'accesso al credito, è altrettanto inefficace. Nell'interesse anche dello stesso sistema finanziario, non sarebbe ora di cambiare radicalmente strada?

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