Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

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sabato 29 dicembre 2012

Grandi opere in perdita nei porti italiani

di Sergio Bologna - sbilanciamoci -

Il business dei container è prossimo al crack? E allora mettiamoci fondi pubblici. Ecco le grandi opere in corso nei porti italiani, da Venezia ad Augusta. Soldi buttati in mare / 2

Di tutto il bailamme legato alla bolla dei mari, in Italia non si è avuto sentore. Come dei sonnambuli, i rappresentanti della nostra classe dirigente, a livello nazionale ministri e sottosegretari, a livello locale deputati delle città portuali, assessori regionali, sindaci, alcuni presidenti di Autorità portuali, hanno continuato a vaneggiare di progetti per il potenziamento dei porti, che non hanno alcun senso comune.
1. Era cominciata con il progetto del superporto di Monfalcone, elaborato da Unicredit, che pretendeva di farlo in project financing (ma garantito dallo stato, quindi debito pubblico), un porto nuovo fatto in faccia al porto di Trieste, il quale ha dei fondali da poter far arrivare navi da 14 mila Teu, un’opera che avrebbe reso necessario rimuovere 9 milioni di tonnellate di materiale (in parte inquinato) a spese del contribuente, progetto grazie al cielo finito nel nulla ma sul quale si sono spesi i deputati e gli eurodeputati friulani (e qualcuno di questi non se lo è ancora tolto dalla testa). Poi il presidente dell’Autorità portuale di Venezia ha tirato fuori il progetto di un terminal container da 1 milione e passa di Teu al largo della costa, un terminal off shore, che avrebbe potuto avere senso se il porto di Venezia avesse dovuto realizzare il porto petroli off shore, deciso anni fa e finanziato per poter allontanare le petroliere dalla laguna, ma oggi non più necessario perché gli impianti Eni che consumavano il greggio trasportato dalle petroliere, non ne consumano più. E allora il presidente dell’AP è costretto a giustificare il terminal off shore come opera di “mitigazione” del Mose, tesi piuttosto ardita ma che l’ineffabile Ciaccia – già responsabile, come ricordava Il Fatto Quotidiano di ottobre, di aver lasciato la banca a lui affidata da Passera, la Banca Infrastrutture e Servizi (Biis), con 500 milioni di buco 1 – aveva accolto con convinzione. Particolarmente sconcertante, questa vicenda, perché rischia di azzerare una delle poche “vision” di grande respiro partorite dalla portualità italiana in questi ultimi anni, proprio per merito del presidente dell’AP di Venezia, la visione di una proiezione strategica dei porti del Nord Adriatico sul “corridoio” Adriatico-Baltico, progetto europeo appoggiato dal Commissario ai trasporti Kallas, ex primo ministro dell’Estonia. Se portato avanti con intelligenza, questo progetto potrà contribuire a spostare l’equilibrio dei traffici container tra nord e sud, e sottrarre una parte di traffici ai porti tedeschi per restituirli ai porti dell’Alto Adriatico. Basti pensare che 22 dei 50 servizi feeder del porto di Amburgo sono destinati alle repubbliche baltiche e a San Pietroburgo. È un progetto questo che può correre solo su gambe ferroviarie, può avere successo a condizione che i porti del Nord Adriatico sappiano poter dire a un operatore logistico o a un grande spedizioniere della Baviera, della Slovacchia, della Repubblica Ceca, dell’Ungheria, della Serbia: “questa è la tariffa se passi da sud, confrontala con quello che paghi al nord”. Invece di ragionare così, il porto di Venezia, come la grande maggioranza dei porti italiani, pensa solo a scavare fondali ed a costruire banchine di dimensioni tali che nemmeno un boom economico decennale riuscirebbe a riempire, puri esercizi di megalomania, prodotti di previsioni di traffico fantasiose quanto superficiali. Appunto, previsioni che non hanno mai tenuto conto di quel che succede nel traffico container e nelle istituzioni che lo finanziano. E continuano ad ignorarlo, con imperdonabile leggerezza. Basti pensare che oggi il porto di Venezia non riceve e non spedisce nemmeno un container (1) via treno, mentre Trieste alla fine di quest’anno avrà realizzato 3.900 treni di trasporti intermodali per il centro Europa, unico porto italiano a servire i mercati d’oltralpe.
2. Ma le enormità non sono finite e percorrendo le coste dell’Italia giù verso Ravenna, Ancona, Bari, Brindisi, incontriamo la martoriata città di Taranto alla quale una stampa irresponsabile promette 50 mila posti di lavoro che risulterebbero dalla realizzazione di un’improbabile “piastra logistica”, partorita da alcune lobbies locali per regalare soldi pubblici ai soliti costruttori. 2 E poi, proseguendo lungo la costa ionica arriviamo a Gioia Tauro, gioiello un tempo delle tecniche di transhipment ma ormai in difficoltà per la concorrenza dei tanti porti di transhipment mediterranei. Ma basta spostarsi ancora un po’ a ovest, lungo le coste della Sicilia, per imbattersi in quello che, onestamente, stentiamo a credere: il progetto di un nuovo terminal container nel porto di Augusta. Qui debbo introdurre un ricordo personale. Alcuni anni fa, si era ancora nel periodo del boom dei traffici marittimi est-ovest, Sviluppo Italia (l’attuale Investitalia) mi chiese di far parte di un gruppo di esperti che doveva esprimere un parere “scientifico” sulla fattibilità di un terminal di transhipment nel porto di Augusta (un porto che è come un distributore di benzina, serve alle navi per fare bunkeraggio). Non mi ci volle molto studio per dare una risposta assolutamente negativa, sapevo che nel Mediterraneo si stavano costruendo a pieno ritmo i porti di trasbordo, sarebbero entrati in servizio in tempi rapidi, quelli italiani già cominciavano a vedere il traffico calare, Cagliari in particolare, Taranto cercava nuovi soci, insomma una situazione che sconsigliava un investimento destinato ad avere la vita assai dura, una volta ultimato. Ricordo di aver avuto l’opportunità di parlare senza peli sulla lingua a una riunione presieduta da una bravissima dirigente della Regione Sicilia e che non faticai molto a convincerla. Negli anni successivi non ne sentii più parlare, ma evidentemente qualche talpa ha continuato a scavare e, sorpresa delle sorprese, le sue gallerie sbucano ai giorni nostri, non a Roma, come si potrebbe credere, ma a Bruxelles. È con occhi increduli che leggo il comunicato stampa della Commissione Europea Aiuti di Stato: la Commissione approva un aiuto di 100 milioni di euro per il porto di Augusta. La data è il 19 dicembre 2012 – un mese esatto dopo la dichiarazione della Maersk che il business del container è un business in perdita. Si dice che la Commissione approva “un aiuto di 100 milioni di EUR concesso dall’Italia a fronte di un progetto di investimento di 145,33 milioni di EUR nelle infrastrutture del porto siciliano di Augusta”. Il progetto consentirà “al porto di Augusta di ristrutturare le infrastrutture esistenti destinate al traffico di merci e di ospitare il traffico di container”. E prosegue “L’aiuto è stato ritenuto compatibile con le norme dell’Ue in materia di aiuti di Stato in quanto persegue un obiettivo di comune interesse, ossia l’adattamento delle infrastrutture esistenti al trasporto intermodale (…) le potenziali distorsioni della concorrenza sono relativamente limitate.” Il passaggio dal trasporto tradizionale a quello intermodale avviene quando più di un modo di trasporto viene coinvolto nella catena, nel caso specifico la nave e il treno, ma non risulta che ad Augusta siano in corso progetti di terminal intermodali ferroviari; Gioia Tauro non è lontana, che farà Augusta quando sarà pronto il terminal? Taglierà le tariffe per portare via traffico a Gioia Tauro, tipica concorrenza suicida, non è distorsione della concorrenza questa? Facciamoci coraggio e continuiamo la lettura: ”Per quanto riguarda il progetto di investimento nelle infrastrutture del porto di Augusta, l’Italia ha condotto un’approfondita analisi del rapporto tra costi e benefici economici e finanziari, dalla quale risulta che gli introiti per l’autorità portuale generati dall’utilizzo dell’infrastruttura non sarebbero sufficienti a coprire i costi degli investimenti. Il tasso di gap finanziario per il progetto è stato stimato a 68,87%.” Dunque gli introiti previsti riusciranno a coprire solo il 31,13% dell’investimento. Non è ragione sufficiente per dire che è un investimento sbagliato, non abbiamo sempre detto che vogliamo i privati nei porti? Ci manca il fiato, ma continuiamo. “Il finanziamento pubblico di 100 milioni di EUR è pertanto indispensabile per realizzare il progetto ed è limitato a quanto necessario per sopperire al deficit di finanziamento. La capacità supplementare di traffico di merci e di container che sarà generata dal progetto nel porto di Augusta dal 2015, anno in cui è previsto il completamento del progetto, non è tale da provocare significative distorsioni della concorrenza e sugli scambi tra Stati membri.” Cioè il traffico previsto è poca roba, ininfluente sul terreno competitivo, e allora che senso ha farlo? E conclude: “La versione non riservata della decisione sarà consultabile con numero di riferimento SA.33540 nel Registro degli aiuti di Stato, sul sito internet della DG Concorrenza, una volta risolte eventuali questioni di riservatezza.” Rigore vorrebbe che prima di esprimere giudizi si debba leggere il testo della decisione, ma in quel momento mi vien solo da pensare alle decine e decine di progetti, dettagliati nella loro parte economica, presentati da soggetti imprenditoriali di provata serietà, credibili, ragionevoli – soprattutto nel campo dei trasporti intermodali – che la DG Concorrenza ha bocciato perché il sostegno pubblico che questi progetti chiedevano per potersi avviare veniva cassato come “aiuto di Stato, contrario alle regole di concorrenza della UE”. Ma mi viene da pensare anche ai milioni di precari italiani che non hanno uno straccio di sostegno al reddito o di sussidio di disoccupazione, ai professionisti con partita Iva, agli artigiani, ai microimpreditori che non ce la fanno più a portare avanti l’attività, oberati dal fisco, dalle vessazioni della burocrazia, da normative assurde, indifesi rispetto ai clienti che non li pagano. Allora mi sale alla gola un grido: fermiamoli, con tutti i mezzi possibili!
1 Il cemento di Ciaccia: la fabbrica degli sprechi, di Giorgio Meletti, 18 ottobre 2012
2 Corriere della Sera, inserto Sette, di Ferruccio Pinotti, 31 agosto 2012.Taranto, dal porto arriva la speranza. Un piano da 400 milioni per fare della città la Rotterdam del Mediterraneo. Ma i cinesi minacciano di lasciare lo scalo, se non si fa in fretta

2-fine. La prima parte è qui: La nuova bolla esploderà dal mare.

La nuova bolla esploderà dal mare


di Sergio Bologna - sbilanciamoci -

Un altro grande crollo è in vista: quello del business che ruota attorno al trasporto merci nei container via mare. Un settore basato su finanza e gigantismo, prossimo al crack / 1

Un nuovo crack finanziario si profila all’orizzonte, meno eclatante di quello dei mutui subprime ma con conseguenze che potrebbero incidere pesantemente sui meccanismi della globalizzazione.1 Sappiamo qual è la ratio di fondo di questi meccanismi: produrre in una parte dell’emisfero terrestre e consumare i prodotti nell’emisfero opposto, produrre in paesi a basso costo del lavoro e consumare in paesi a reddito pro capite elevato. Il circuito immateriale del denaro governa questo scambio, ma c’è un altro circuito indispensabile al suo funzionamento: il circuito fisico. I prodotti debbono essere materialmente trasportati sui mercati di consumo, i semilavorati debbono arrivare alle fabbriche di produzione finale, i componenti debbono arrivare all’impianto di assemblaggio. Come? Per mare, in container la massima parte, oppure in aereo, se sono di alto valore. Del trasporto in container per mare se ne occupano una ventina di compagnie di navigazione. Le prime cinque per dimensioni, potenza della flotta, copertura planetaria delle rotte, si chiamano Maersk (che organizza anche una buona fetta della logistica militare USA), MSC (invenzione geniale di un sorrentino che ha stabilito il quartier generale a Ginevra), CMA CGM di un libanese naturalizzato francese (che naviga da tempo in cattive acque finanziarie), COSCON (cinese, di stato, che naviga forse in acque peggiori), Hapag Lloyd (tedesca, di antica tradizione, il cui azionista di riferimento, il gruppo TUI, cerca di scaricare sulle spalle di qualcun altro, magari con il contributo della Merkel, così come Hollande cerca di venire in soccorso a CMA CGM). Maersk ha perso l’anno scorso 600 milioni di dollari, MSC è un mistero, non fornisce informazioni all’esterno. L’indebitamento che queste 20 compagnie hanno accumulato dal 2007 ad oggi è, secondo stime di una nota società di consulenza, di 90 miliardi di dollari.2 La stessa società ne ha analizzate alcune in profondità, pubblicando i risultanti ad ottobre: la metà di quelle prese in considerazione “non è in grado di pagare gli interessi sul debito”. Perché perdono tanti soldi? Esaltate dai ritmi di crescita dei primi anni 2000 hanno cominciato a ordinare navi ai cantieri, sempre più grandi (12 mila, 14 mila Teu, adesso è appena entrata in servizio una da 16 mila Teu).3 Hanno creato in tal modo una sovraofferta di stiva, i noli sono crollati, le navi più sono grandi più perdono soldi ad ogni viaggio se vengono riempite al 60/65%.
I cantieri del Far East, coreani, cinesi, giapponesi, sussidiati dai governi, le fabbricano a prezzi sempre più stracciati, pur essendo sempre più sofisticate tecnologicamente. E le compagnie di navigazione le ordinano, le ritirano e ne iscrivono in bilancio il valore, che serve come garanzia per il credito bancario. Organizzare un servizio sulla rotta Far East-Europa costa 1,5 miliardi di dollari, ma per essere competitivi bisogna almeno averne tre di servizi, dunque 4,5 miliardi. Impossibile senza il credito bancario. Ma su quella rotta si abbatte la crisi dell’eurozona, i noli salgono e scendono impazziti, gli spedizionieri, le ditte di import-export, le imprese manifatturiere, la grande distribuzione, perdono il controllo dei loro costi logistici (di cui quelli di trasporto sono la componente maggiore). Il 19 novembre la svolta: Maersk, leader mondiale, dichiara al Financial Times Deutschland (il giornale che la proprietà ha deciso di chiudere proprio questa settimana) che per i prossimi cinque anni non ordinerà più una nave ai cantieri e che il business del trasporto marittimo container è ormai un business in perdita. Notizia bomba, di cui in Italia, paese di mare, si è avuta una pallida eco. Intanto è da più di un anno che le istituzioni finanziarie deputate al credito navale, concentrate quasi tutte in Germania, affogano nella crisi. Dall’inizio del 2012 centinaia di “fondi chiusi” hanno dichiarato lo stato di Insolvenz. Le grandi banche tedesche specializzate in finanziamento dello shipping o si ritirano da questo settore di business, come la Commerzbank, o rischiano il default, come HSH Nordbank, la prima al mondo del settore, pubblica, proprietà suddivisa tra la città-stato di Amburgo e il Land dello Schleswig Holstein. Merkel non interviene. Per calcolo politico? I due Länder sono l’uno, Amburgo, socialdemocratico, l’altro, lo Schleswig Holstein, rosso-verde, se l’umore dei loro elettori cambia in seguito al crack della banca, lei, Merkel, riconquista la maggioranza nel Bundesrat.4
Ma non basta, un altro soggetto è deputato al finanziamento della costruzione navale ed alla messa a disposizione di terzi di stive da riempire. Si chiama non operating ship owner – o semplicemente owner. Sono quasi tutti tedeschi, società di dimensioni rispettabili, tanto per rendere l’idea: Peter Döhle, uno dei maggiori, ha 6.800 dipendenti, Hamburg Süd, la 12ma in classifica delle top 20 del trasporto container, ne ha 4.500. Guadagnano come? Costruendo navi e noleggiandole con contratti charter a lungo termine. Quando il mercato tira, i noli charter consentono lauti guadagni, con la crisi crollano in parallelo al crollo dei noli di trasporto. E il valore patrimoniale delle navi scende di conseguenza. A giugno 2012 la “Frankfurter Allgemeine Zeitung” scriveva: “il valore di molte navi è ormai sceso al livello del loro prezzo di demolizione”. Come gli immobili dei mutui subprime, non c’è differenza nelle dinamiche della finanziarizzazione. In questo caso Merkel è intervenuta, il Kreditanstalt für Wiederaufbau, una specie di nostra cassa depositi e prestiti, ha concesso dei crediti-ponte a tassi agevolati agli owner. Di tutto questo bailamme in Italia non si è avuto sentore. Come dei sonnambuli, i rappresentanti della nostra classe dirigente, a livello nazionale ministri e sottosegretari, a livello locale deputati delle città portuali, assessori regionali, sindaci, alcuni Presidenti di Autorità portuali, hanno continuato a vaneggiare di progetti per il potenziamento dei porti, che non hanno alcun senso comune.
(1- continua)

1 Un’analisi più approfondita di questi avvenimenti nel mio articolo Il crack che viene dal mare, in download dal sito www.fondazionemicheletti.it/altronovecento/; vedi anche la mia intervista a “Il Corriere dei Trasporti”, n. 47, dicembre 2012; inoltre Navigazione pericolosa, di C. Müssgens, dalla “Frankfurter Allgemeine Zeitung”, su “Internazionale”, 21 dicembre 2012, p.108.

2 Alix Partner, Sailing in a Sea of Red. The Alix Partner Container Shipping Study.

3 Teu (twenty equivalent unit) unità di carico standard da 20 piedi, una nave da 14 mila vuol dire che può caricare fino a 14 mila unità da 20 piedi ciascuna.

4 Attualmente, la situazione al Bundesrat è così suddivisa, 7 Länder al centro-sinistra (SPD, Verdi, Linke), 5 alla grande coalizione CDU/SPD, 4 al centro-destra (CDU o CDU/FDP); se i due Länder del Nord dovessero cambiare colore, la situazione sarebbe: 5 al centro-sinistra, 5 alla grande coalizione, 6 al centro-destra

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