Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!

venerdì 9 agosto 2013

L’Italietta d’avanspettacolo getta le ultime maschere dopo la condanna del Cavaliere.

  
Di enzo sanna ·     
La democrazia italiana è profondamente malata e in certe sue parti le infezioni sono a un passo dal degenerare in cancrena. Buttarla sul ridere può essere a volte una buona medicina, a condizione di non considerarla l’unica. Molti esperti sostengono che il “prenderla a ridere” immetta nell’organismo sostanze anti-ossidanti e altri elementi capaci di espellere le tossine proteggendo il corpo e persino aiutando l’organismo a guarire. Proviamoci, allora.

Partiamo con le dichiarazione del redivivo Bondi il quale, dopo essere sparito dai pubblici spalti, forse per sottoporsi a inutili (visti i risultati) sedute di meditazione atte a fargli ritrovare il senso perduto, fuoriesce dal guscio qual chiocciola investita d’acqua piovana nelle serate d’arsura estiva, percependo però solo i sentori dell’umidità, senza ben comprendere il senso della precipitazione atmosferica e gettandosi, dunque, nella vischiosa melma con dichiarazioni tanto improvvide da riprodurre quasi in fotocopia i proclami di fine anni settanta delle brigate rosse, con tanto di minacce annesse e connesse. Povero Bondi! Se solo fosse rimasto a poltrire dentro il guscio.

Un posto sulla scena del ridicolo spetta di diritto all’ex sindaco di Roma Alemanno il quale, non pago dei calcioni ricevuti di fresco dai suoi concittadini, va a capeggiare una sorta di contromanifestazione ai Fori Imperiali, resi finalmente liberi dai veicoli per iniziativa del nuovo, ben più serio e concreto sindaco Marino. Non vi è dubbio alcuno che il tempismo della protesta capeggiata da Alemanno, circondato da un misero manipolo di esaltati (si prenda visione dei video), sottintenda ben altri molto meno nobili scopi rispetto a quelli dichiarati; a dimostrazione, la botta in testa assestata alla povera vice-capo dei vigili urbani con un fendente portato con l’asta di bronzo che issava lo stendardo della Madonna di non so cosa. Povero Alemanno! Se solo possedesse il senso della pudicizia e della vergogna.

Esprimersi sulle dichiarazioni rese alla stampa dalle “donne” del PDL necessita sempre di particolare prudenza. Essere tacciati di maschilismo o roba simile è un attimo. Ma come si fa a non ridere a crepapelle nel sentire le interviste rilasciate da quella “profonda intellettuale” della Biancofiore, come pure dalla “filosofa di nonsoché” della Santanchè, col buon seguito delle altre cosiddette “amazzoni”, evitando di infierire sulla penosa Carfagna, poveretta, o ancor peggio, sulle volgarità da trivio della Mussolini. Bisogna essere forti e motivati per resistere alla tentazione di ribattere parola su parola alle insensate meschinerie delle appena citate. Povere donne del PDL! Perdonale, o Signore, non sanno quel che fanno, ancor meno quel che dicono.

La palma dell’ilarità non può che andare, però, a quel manipolo di esponenti del cosiddetto “esercito di Silvio” i quali, in numero di circa una dozzina, come è misura il contare le uova delle galline, presidiavano le scalinate del palazzo della Cassazione, capeggiati da un tizio dichiaratosi alla stampa, udite udite, “rappresentante del popolo”. Costoro gioivano alla lettura della sentenza senza averne compreso una mazza, come capita a tanta gente del loro partito, sino a quando un povero cristo in seria difficoltà dovette spiegar loro che proprio non era il caso di esultare, datasi la condanna definitiva, inoppugnabile e non più appellabile, del loro “idolo”. Se questo è l’esercito di Silvio, beh, povero Silvio!

Qualora ci trovassimo nell’Italia della Maga Circe e dell’Ulisse buggerato, con i suoi amici trasformati in porci, potremmo anche trovare una qualche passione verso gli avvenimenti citati. Purtroppo, invece, non rimane che piangere sulle reazioni di esponenti delle istituzioni ai vari livelli. Che dire, ad esempio, della più che tardiva indignazione del Presidente Napolitano alle parole eversive di esponenti del PDL come se fossero le prime? Su di lui pesa e peserà nei secoli avvenire l’atteggiamento di tolleranza e, in taluni momenti, persino di appoggio all’allora Governo Berlusconi quando la credibilità internazionale del nostro Paese toccava i più infimi bassifondi intrisi della peggior sozzura cialtrona e cafonesca senza che il Quirinale assumesse alcuna determinazione.

E’ mai possibile che debba essere un giornale come Famiglia Cristiana a dire qualcosa di sensato nel panorama politico invitando tutti, per primi quelli del PDL, a considerare “bollito” il pluri-condannato Cavaliere? E’ mai possibile che il Partito Democratico accetti di governare, in nome di non si sa quale realpolitik , con un partito, il PDL, pregno del peggio del peggio della rappresentanza nazionale, con provate infiltrazioni persino di parte mafiosa?
L’abbiamo iniziata sul ridere, la finiamo col piangere, anche perché la pseudo opposizione del Movimento cinque stelle, impegnata a combattere tutto e tutti, sé stessi compresi, ha imbrigliato un quarto degli elettori nella inutilità di un voto sprecato, godente e goduto su scontati temi di protesta quanto insipiente e insignificante sugli argomenti della proposta.
Insomma, siamo mal messi. Accidenti a noi! Cadono le ultime maschere, mentre i commedianti continuano a recitare, come se nulla fosse, nell’anfiteatro nazionale, ma ora con la faccia scoperta, interpretando la più sconcertante e becera farsa mai messa in scena di fronte all’intero pubblico di questa povera Italietta, col condannato in Cassazione che manifesta la propria innocenza, urlandola da un palco di fronte a un pubblico esultante, felice di adorare uno che scamperà alla galera solo per le leggi che si è fatto da sé.
Prendiamo atto che neppure il salutare umorismo può lenire la grave malattia della democrazia italiana; solo una dose abbondante di forti antibiotici somministrati dai cittadini onesti potrebbe contribuire allo scopo.

giovedì 8 agosto 2013

New York Times: il problema dell'Italia non è solo Berlusconi ma anche gli ex comunisti


INTERESSANTE EDITORIALE DEL NOTO FOGLIO SOVVERSIVO "NEW YORK TIMES" DAL TITOLO: SILVIO BERLUSCONI NON E' L'UNICO PROBLEMA DELL'ITALIA.

"Il centro-sinistra non ha alcun leader né un vero programma: i suoi dirigenti più noti sono ex-comunisti troppo ambiziosi di provare la loro ortodossia capitalista attraverso un'adesione cieca alle dottrine ascetiche preferite dai banchieri tedeschi. Questo non li ha resi popolari con gli elettori italiani. Né ha aiutato l'economia italiana che oggi vive una doppia recessione. La disoccupazione è intorno al 12 per cento, con una crescita insignificante negli ultimi dieci anni".

http://www.nytimes.com/2013/08/06/opinion/its-not-just-silvio-berlusconi.html?ref=global-home&_r=2&

mercoledì 7 agosto 2013

Germania e austerità, finita la luna di miele?

Luigi Pandolfi

Fino a pochi mesi fa, se si chiedeva in giro “a chi giova l’austerità?”, la risposta sarebbe stata scontata: “alla Germania”, ovviamente! La qual cosa non era peraltro priva di fondamento, stanti i livelli dell’economia tedesca in rapporto a quelli del resto d’Europa.

Grazie all’euro ed alle politiche di contenimento della spesa pubblica nell’area Ue, la Germania ha potuto beneficiare per alcuni anni di un reale vantaggio competitivo sui mercati del continente ed anche su quelli emergenti. Da un lato il tasso di cambio reale effettivo nell’area euro ribassato del 15-20% rispetto all’ipotesi del mantenimento della divisa nazionale, dall’altra il deprezzamento della moneta unica rispetto al dollaro ed allo yen, hanno fatto sì che le esportazioni tedesche spiccassero il volo, dentro e fuori i confini dell’Europa, passando dal disavanzo al surplus della bilancia commerciale.

Prima dell’introduzione dell’euro le esportazioni tedesche verso i paesi europei costituivano il 25% del totale, poi, almeno fino al 2012, la percentuale è salita fino al 70% (dato Bundesbank 2011). Sennonché, approfittando proprio dei vantaggi derivanti da un euro debole, negli ultimi tempi la Germania ha puntato molto anche su alcuni mercati emergenti, Cina in primis, abbandonando quote di quello che potremmo definire il mercato “di cortile”.
Fin qui quel che è stato. Ed ora? Due fattori concomitanti rischiano di far finire questa lunga e bella luna di miele. La crisi prolungata nei paesi europei ed il rallentamento dell’economia cinese, stanno minando alla radice alcune certezze dei governanti tedeschi, a cominciare dall’infallibilità delle politiche di rigore.

Secondo i dati forniti dall’Ufficio federale di statistica tedesco (Destatis), le esportazioni sono calate a maggio 2013 complessivamente del 2,4%, la più vistosa contrazione delle esportazioni tedesche dal dicembre 2009, contro una previsione degli esperti che non andava oltre lo 0,4%. Il surplus della bilancia commerciale di maggio si è attestato così a 14,1 miliardi di euro, contro i 17,5 miliardi di euro di aprile. Segnali. Come segnali da prendere in considerazione sono quelli che giungono dall’economia. Certo, stiamo parlando ancora di un sistema in salute, solido, ma alcuni dati permettono di ragionare anche su ipotesi di prospettiva. In questo quadro non sono da sottovalutare il fatto che il Prodotto interno lordo abbia visto solo un debole +0,1% nel primo trimestre 2013, contro lo 0,7% del 2012 e l’1,5% del 2011, che a maggio la produzione è calata dell’1% e sono calati anche gli ordinativi alle aziende, che si è registrato un -1% nelle assunzioni rispetto all’anno precedente.

Cosa ha determinato questa contrazione nella produzione e nelle esportazioni? Alcuni analisti più inclini ad assecondare le ragioni della Cancelliera Merkel e dei fautori del rigore si sono subito affrettati ad imputare questo passo indietro ai problemi di domanda che si registrano nel mercato cinese. Ed in parte è vero. Ma questo non spiega tutto. Per quanto ridottosi l’interscambio con i paesi della Ue, esso costituisce ancora una quota rilevantissima del totale (40%), e la forte recessione che investe alcuni partner commerciali europei, compresa l’Italia, sta avendo un effetto molto negativo sulla capacità di esportazione della Germania. Lo dicono i numeri: - 3,6% le esportazioni nei paesi dell’area euro negli ultimi cinque mesi, soprattutto per il vacillare dei partner commerciali storici, come la Francia, l’Italia e la Spagna.

Chi di austerità ferisce, di austerità perisce? Non è un’ipotesi peregrina, in base alle leggi più elementari dell’economia, o della macroeconomia, se si preferisce. D’altronde non servono grandi sistemi di analisi per capire che se non c’è domanda non ci sono consumi e che senza consumi non c’è produzione ed occupazione. Molto efficace a tal riguardo l’espressione usata da Paul Krugman in un suo recente saggio: “La tua spesa è il mio reddito, la mia spesa è il tuo reddito”. Una regoletta semplicissima a cui nemmeno la Germania può sottrarsi.

Alcuni osservatori, con un certo ottimismo, sostengono che a metà anno le cose dovrebbero andar meglio, ma se il rallentamento del Pil[1] continuasse ai ritmi attuali tra due trimestri la Germania sarebbe da considerarsi ufficialmente in recessione, il che avrebbe un effetto non secondario sulla tenuta dell’attuale impalcatura euro-finanziaria, se non altro per i rivolti psicologici di una simile evenienza al netto dei problemi economici reali che di fatto comporterebbe.

Torna allora il tema di come uscire da questa crisi e di cosa dovrebbe fare la Germania per propiziare tale evenienza. C’è un’unica soluzione, ancora oggi: allentare la morsa dei vincoli di bilancio, consentendo ai singoli paesi politiche di stimolo all’economia attraverso la leva degli investimenti pubblici, in linea generale; per la Germania, ed altri paesi in surplus, come l’Olanda ad esempio, si tratterebbe, attraverso lo stimolo alla domanda interna, anche di incrementare il livello delle importazioni, a vantaggio della ripresa di competitività dei paesi dell’Eurozona maggiormente colpiti dalla crisi.

Diversamente sarà difficile mantenere in piedi l’attuale costruzione euro-monetaria, che scricchiola in parecchi punti e si è fatta già parecchi nemici. Senza una riforma della Bce, che trasformi l’istituto in prestatore di ultima istanza, e una drastica rivisitazione del patto di stabilità dell’Unione, nel prossimo futuro è immaginabile un solo default: quello dell’euro.
E nelle condizioni date non è detto che quest’ultima sia l’evenienza più temibile per il futuro dei popoli europei.


[1] Per il 2014 la Bundesbank prevede una crescita dell’1,4%, contro una previsione dell’1,9%. Ma sarà proprio così?

martedì 6 agosto 2013

«Così siamo ripartiti, nella Grecia in default»

Fonte: il manifesto | Autore: Jamila Mascat
Dall’edilizia ai detersivi naturali. La Vio.me di Salonicco ha riconvertito la produzione e prova a ripartire dall’autogestione. Parla un lavoratore
A febbraio scorso i lavoratori della azienda di materiali edili Vio.Me di Salonicco, senza stipendio da maggio del 2011, hanno rimesso in moto la loro fabbrica avviando la produzione autogestita di detersivi naturali. Con questo slogan: «Voi non potete, ma noi possiamo». Da subito è stata lanciata una campagna di solidarietà per chiedere al governo greco la legalizzazione di quest’impresa. In Francia Makis Anagnostou, membro dell’assemblea generale degli operai della Vio.Me, ha incontrato i lavoratori e le lavoratrici della Fralib di Gémenos (vicino a Marsiglia), la filiale francese del gruppo agroalimentare Unilever che è rinata producendo thé e infusioni grazie all’iniziativa degli ex dipendenti, dopo che la compagnia ha chiuso i battenti nel 2011. Anche Fralib, come Vio.me, si batte per il riconoscimento legale della propria attività.
La direzione della Vio.Me ha abbandonato la fabbrica a maggio del 2011 lasciando a spasso tutti i dipendenti. Dopo una grande mobilitazione, che ha visto la partecipazione di migliaia di persone a Salonicco e dintorni, gli operai hanno rilanciato la produzione autogestita il 12 febbraio del 2013. Cosa è successo nell’arco di questi due anni?
Per prima cosa, quando Vio.Me ha deciso di chiudere l’attività nonostante non fosse affatto sull’orlo della bancarotta, abbiamo cominciato a batterci per reclamare i salari arretrati e i nostri posti di lavoro. Poi, a luglio del 2011, il sindacato di fabbrica – nato nel 2006 e indipendente dalla Gsee, la Confederazione generale dei lavoratori greci, e dal Pame, il fronte sindacale di ispirazione comunista – si è trasformato in assemblea e ha votato quasi all’unanimità (97%) l’occupazione dello stabilimento confiscando le macchine e i prodotti. A quel punto abbiamo cominciato a immaginare soluzioni alternative. Riciclando i materiali di scarto siamo riusciti a raccogliere un po’ di soldi che ci sono serviti nei mesi successivi per autofinanziarci. Da subito abbiamo creato una cassa di sciopero e abbiamo anche ricevuto una marea di aiuti alimentari, tanto che ogni giorno tornavamo a casa con due buste della spesa piene di cose da mangiare. Me lo ricordo come un momento magico, perché è riuscito a risollevarci il morale. Nel frattempo abbiamo iniziato a considerare l’ipotesi dell’autogestione, sperando nel supporto del governo e delle amministrazioni locali, ma è stata una perdita di tempo, e qualche mese dopo ci siamo costituiti in cooperativa. L’idea era semplice ed è diventata il nostro slogan: se loro, i padroni, non possono, noi operai invece possiamo. Nonostante tutto un anno fa eravamo molto demoralizzati perché non eravamo sicuri di potercela fare da soli, in 38, e in più illegalmente. E invece il supporto del Comitato locale di solidarietà, composto per lo più da attivisti della sinistra radicale o di orientamento anarchico, ci ha fatto intravedere la possibilità di andare avanti anche da soli e immaginare una produzione diversa che non fosse tossica, ma naturale.
Parliamo della riconversione. Per quale motivo avete deciso di passare dalla produzione di materiali da costruzione alla produzione di detersivi naturali? E in che misura oggi si produce in modo diverso rispetto a ieri?
Non produciamo più la stessa cosa per ragioni di sostenibilità economica e soprattutto ecologica. I nostri detersivi – saponi, ammorbidenti, detergenti per i vetri – costano poco, sono pensati per le famiglie greche al tempo della crisi, e non contengono additivi chimici ma solo componenti naturali. Diciamo che trasformare un’impresa chimica e inquinante in una fabbrica attenta all’ambiente per noi è stato anche un modo per ripagare un debito alla società. Ora il lavoro e la cooperativa sono gestiti collettivamente. Facciamo assemblee tutti i giorni e ogni mattina decidiamo chi fa cosa assegnandoci ciascuno una postazione diversa, a rotazione. Nessuno dà gli ordini e ci trattiamo tutti allo stesso modo, sia a livello di stipendi – purtroppo ancora molto bassi – sia a livello di decisioni. Abbiamo stabilito infatti che ogni lavoratore è membro della cooperativa e che ogni membro della cooperativa deve essere un lavoratore, cioè le quote dei membri non possono essere cedute né rivendute. È un modo per garantire la democrazia diretta.
In questo regime di illegalità come riuscite a comprare le materie prime e a rivendere i prodotti?
Sfacciatamente, direi. Per acquistare non abbiamo problemi, perché paghiamo subito e in contanti, e oggi in Grecia se hai disponibilità di soldi liquidi puoi comprare tutto quello che vuoi. Però noi non diciamo che vendiamo i nostri detersivi, ma che li «distribuiamo» nei circuiti di un’economia solidale. La distribuzione è possibile grazie a una rete militante che si è creata fin da subito intorno alla nostra iniziativa e che sorprendentemente finora ha funzionato molto bene. La gente compra in fabbrica o presso i rivenditori che ci sostengono. Per ora siamo distribuiti a livello regionale e stiamo provando a raggiungere il Peloponnes e la Germania, dove ci è stato chiesto di inviare un camion di prodotti da far circolare nei negozi del commercio equo. Abbiamo inventato il nostro slogan: «Date una bella pulita…con la solidarietà!» Se questo sistema riesce a dare i suoi frutti in un contesto di illegalità, chissà che cosa potremmo fare se fosse legale.
A proposito di solidarietà. Qual è il senso dell’appello alla mobilitazione che avete indetto per il 26 giugno ?
Il 26 giugno eravamo in piazza per dire a tutti che produciamo illegalmente. Per dire che fabbrichiamo prodotti naturali e economici e che questo per il governo greco è illegale. Insieme al Comitato di solidarietà alla lotta di Vio.me abbiamo pensato che dichiarare apertamente la nostra condizione potesse essere un’arma per fare pressione sul governo in vista della legalizzazione, e anche un modo per prevenire eventuali azioni di repressione da parte delle forze dell’ordine. Finora non è successo ancora niente. La polizia è soltanto venuta a trovarci con la scusa di fare un sopralluogo, ma senza far nulla. Se dovessero tornare saremmo pronti ad accoglierli come si deve, ma ovviamente non è quello che ci auguriamo. Perciò per ora abbiamo scelto un’altra strada e fatto appello a tutti i comitati di sostegno alla nostra iniziativa, in Grecia e all’estero, suggerendo di organizzare sit-in e manifestazioni per chiedere al governo greco che la cooperativa venga riconosciuta legalmente. La questione della legalità è fondamentale per le conseguenze economiche che comporta. Se vogliamo andare avanti, non possiamo prescindere da questo aspetto.
Qual è il ruolo del Comitato di solidarietà di Salonicco e come è nato?
È nato intorno alla fabbrica, nel momento in cui abbiamo cominciato a contattare associazioni e gruppi di attivisti chiedendo aiuto pratico e supporto logistico e politico. Non abbiamo ricevuto nessuna risposta da parte delle forze politiche governative, dai sindacati e spesso nemmeno dalle organizzazioni della sinistra; in compenso abbiamo avuto il sostegno dei militanti e dei collettivi di base. Sono stati loro a mettere in moto la macchina della solidarietà, che ha fatto conoscere la nostra lotta dappertutto, in Egitto, in Danimarca, in Australia. E sono stati loro i nostri principali interlocutori in tutti questi mesi di preparazione dell’autogestione.
E adesso come pensate di andare avanti?
C’è ancora parecchia strada da fare e mille cose da migliorare: ridurre i costi di produzione, espandere la rete della distribuzione, crescere. Per ora abbiamo dimostrato che sappiamo essere più ecologici dei padroni, ma c’è ancora molto da sperimentare per riuscire a fabbricare colla, malta e altri materiali da costruzione naturali. Speriamo anche di moltiplicarci. In Grecia sono già in corso alcune esperienze importanti di autogestione. Penso alla Sekap tabacchi di Zante, o alla Heracles di Evia, che fabbrica cemento. Noi ci aspettiamo che di esperienze del genere ce ne siamo sempre di più. Qui a Salonicco, per esempio, la produzione industriale si è ridotta del 50%, come pure in molte altre regioni. L’area delle fabbriche è piena di stabilimenti fantasma che sono stati abbandonati e di operai a spasso; e anche quelli che hanno la fortuna di lavorare spesso non hanno la fortuna di essere pagati. L’autogestione può servire a invertire la rotta. Non credo che ci sia niente di pionieristico o innovativo in quello che stiamo facendo. Le nostre rivendicazioni e i nostri strumenti di lotta hanno radici profonde nella storia del movimento operaio. Anzi forse l’occupazione delle fabbriche è la prima cosa a cui pensano naturalmente i lavoratori licenziati in un periodo di crisi. Alcuni di noi all’inizio non erano nemmeno particolarmente di sinistra – oggi invece quelli più a destra votano Syriza – ma erano pronti lo stesso a battersi contro l’azienda per il trattamento che ci ha riservato. Per questo mi auguro che l’autogestione operaia possa fare da traino, cioè che possa funzionare proprio come la ruota di un ingranaggio – è questo il simbolo che abbiamo scelto per il nostro logo- che muovendosi rimette in moto l’intero meccanismo della società. Sperando che siano sempre di più quelli che possono seguire il nostro esempio.

domenica 4 agosto 2013

Intervista a Stefano Rodotà: «È il momento di unire le forze dei movimenti»

Autore: Eleonora Martini
 
La grazia a Berlusconi? «Inaccettabile. Anche perché sarebbe come fare di Napolitano una sorta di super-Cassazione che elimina tutti gli effetti della condanna». Intervista al giurista Stefano Rodotà che parla di «rischio istituzionale e costituzionale che non va corso». È un momento delicato questo per il Paese, dice Rodotà, che richiederebbe un po’ di «coraggio e lungimiranza politica» da parte dei partiti. «Subito la riforma della legge elettorale, e poi il voto», auspica. E nel frattempo, «insieme ad altri», sta pensando a un modo di «unire le forze di quei soggetti civili, politici e sociali» tornati da tempo protagonisti e che ora «non possono più essere trascurati».
Mentre per il Financial Times «cala il sipario sul buffone di Roma», Sandro Bondi usa toni apocalittici minacciando la «guerra civile». Frasi che il Quirinale giudica come «irresponsabili». C’è da preoccuparsi o è solo un’altra farsa?
Ciò che sta avvenendo non è solo una reazione simbolica, rivolta a imrpessionare l’opinione pubblica. I comportamenti tenuti sono qualificabili come eversivi, nel senso che negano i fondamenti della democrazia costituzionale… La richiesta ufficiale del Pdl che, dicono, formalizzeranno nell’incontro con Napolitano, è di «eliminare un’alterazione della democrazia». Sono parole e comportamenti da valutare come rifiuto dell’ordine costituzionale. Al di là delle conseguenze, non si può cedere ancora all’abitudine di derubricare e sottovalutare quelle che vengono considerate «intemperanze verbali». Sono molto colpito dalla parola «irresponsabile» attribuita al presidente Napolitano, che di solito è molto cauto. Ma è evidente che la situazione configurata da Berlusconi e dal Pdl – considerare «un’alterazione della democrazia» una sentenza passata in giudicato – è eversiva. È un fatto di assoluta gravità che non possiamo sottovalutare.
Dunque i toni apocalittici vanno presi sul serio?
Assolutamente sì.
Ma non era tutto prevedibile?
Certo, il governo delle larghe intese è stato un grandissimo azzardo perché tutti sapevano che in pista c’era la vicenda giudiziaria di Berlusconi e che il Pdl non avrebbe certo mostrato responsabilità. Si è scelta questa strada nella speranza che non sarebbe accaduto, ma la storia di Berlusconi, fin da quando rovesciò il tavolo della bicamerale di D’Alema per sottrarsi al giudizio, testimonia esattamente che tutto era prevedibile. E allora oggi confidare in un ravvedimento operoso è pericoloso. Perché Berlusconi può continuare a condizionare pesantemente non solo il governo ma l’intero sistema costituzionale. Presidente della Repubblica, parlamento, magistratura: l’intero sistema costituzionale è in questo momento sotto ricatto.
Un ricatto che rischia di immobilizzare in ogni caso Napolitano. Secondo lei, il capo dello Stato dovrebbe concedere la grazia a Berlusconi?
No. Indipendentemente dai toni, penso che Napolitano non debba concedere la grazia. E sembra che il Quirinale vada prudentemente in questa direzione. Napolitano dovrebbe dire e dirà che una richiesta proveniente da Schifani e Brunetta è irricevibile dal punto di vista formale, anche perché per concedere la grazia vanno prese in considerazione una serie di condizioni, non ultima la condotta del condannato. Su Berlusconi invece pendono altri procedimenti e una condanna di primo grado nel processo Ruby. Rispetto a una persona che ha questo profilo, si può intervenire con un provvedimento di clemenza? Ma c’è di più: una grazia all’indomani della condanna assumerebbe la funzione di un quarto grado di giudizio, cioè una sconfessione della magistratura, facendo di Napolitano una sorta di super-Cassazione che elimina tutti gli effetti della condanna. È un rischio istituzionale che non va corso.
Ieri sul manifesto il presidente della Giunta per le autorizzazioni Dario Stefano ha ricordato l’iter istituzionale che seguirà la decadenza di Berlusconi da senatore. Non è un atto dovuto, dunque?
Ricordiamoci che Alfano ritirò la fiducia al governo Monti dopo l’approvazione della norma sulla decadenza e sull’ineliggibilità. Naturalmente la decadenza dovrebbe essere un atto dovuto e questo passaggio previsto in Parlamento può apparire una singolarità. Ma la legge è molto chiara sul punto: il passaggio in Parlamento è una presa d’atto di un provvedimento operativo nei confronti di uno dei suoi membri. La procedura può essere anche macchinosa ma l’esito non può essere discrezionale.
Il voto non riserverà sorprese?
Forse, visto che la legalità per una certa parte politica è un optional. Ma al Senato c’è una maggioranza che va ben al di là dei numeri del Pdl; sarebbe un fatto davvero istituzionalmente inqualificabile.
Come mai ora sarebbe «necessaria» quella riforma della giustizia fin qui ritenuta «impensabile»?
Appunto. Questa riforma assume il significato della rivincita politica di Berlusconi nei confronti della magistratura. Riscrive – nella situazione drammatica che vive l’Italia – le priorità dell’agenda come condizione per far vivere il governo. Ma anche questa non è una novità. Faccio un solo esempio: quando si costituì la Commissione bicamerale D’Alema Berlusconi chiese che al primo posto fosse iscritta la questione giustizia. Non era compresa tra i compiti della commissione ma ne divenne l’architrave, per accontentare Berlusconi. E infatti, come ci ha rivelato alcuni giorni fa l’ex ministro Flick il suo pacchetto di riforma della Giustizia venne allora bloccato; D’Alema stesso glielo chiese con una lettera. Non si può continuare su questa strada.
Nemmeno con il lavoro dei «saggi»?
Considero quella commissione istituita solo per dare consigli, che non può diventare in nessun modo politicamente rilevante né tantomeno vincolante. E in più ritengo nel merito largamente inaccettabili le loro proposte.
Allora elezioni subito? Con questa legge elettorale?
No, perché rischiamo di nuovo l’ingovernabilità. E ormai sappiamo – ce lo ha detto la Corte costituzionale e ricordato il suo presidente – che andremmo a votare con una legge viziata di incostituzionalità. Sulla questione a dicembre ci sarà una sentenza della Consulta, su richiesta della Cassazione. Ma al di là di questo, c’è anche un problema politico: si può accettare di andare al voto con una legge incostituzionale e politicamente devastante per gli effetti che ha prodotto? Propongo di riconvocare subito le camere per affrontare la legge elettorale. Non occorre sospendere le vacanze: possiamo utilizzare lo spazio riservato alla riforma costituzionale calendarizzata all’inizio di settembre per arrivare subito a una riforma elettorale. D’altronde non si può fare una riforma costituzionale con chi mette in discussione l’ordine costituzionale, è incosciente in questo clima. E invece occorre un’iniziativa immediata per anticipare i tempi e modificare in brevissimo tempo la legge elettorale, partendo a settembre dalla proposta più semplice, quella di Giachetti di ritorno al mattarellum. È l’unica iniziativa politica possibile per mettere minimamente in sicurezza il sistema.
Settembre è un tempo breve e lungo insieme. E il M5S ha smentito di essere disponibile a un governo, sia pur programmatico, con il Pd.
Indipendentemente dalle dichiarazioni del M5S, il Pd dovrebbe porre il problema di sciogliere le camere solo nel caso fosse accertata la mancanza di una maggioranza per costituire un governo, anche di breve durata, che si faccia carico immediatamente della riforma della legge elettorale. Ed è un problema che si presenta solo al Senato. Ma è un passaggio politico che richiede iniziativa, coraggio e lungimiranza politica da parte dei partiti; non ci si può solo chiedere cosa farà il capo dello Stato. Lui deve essere lasciato nella condizione di fare il suo lavoro ma non nel vuoto politico che si era determinato quando i tre responsabili dei partiti che oggi costituiscono la maggioranza, incapaci di eleggere un qualsiasi presidente della Repubblica, si ripresentarono da Napolitano facendo una mossa politicamente gravissima, dettata da debolezza politica.
Lei stesso ne fu protagonista…
Venni coinvolto ma oggi guardo alla vicenda con distacco. Piuttosto come allora in questo periodo, non solo in questi giorni, si è sedimentato attorno al tema della difesa della Costituzione – ma in senso alto: difesa dei valori e dei principi – un’attenzione di forze sociali politiche e civili che non può essere assolutamente trascurata. Ci sono state moltissime iniziative, tra le quali io metto anche l’ostruzionismo parlamentare di Sel e del M5S che ha inseguito la forzatura dell’approvazione ai primi di agosto della legge sulla revisione costituzionale. Ma in questo momento sono necessario iniziative non solo per sostenere la difesa di questi principi ma anche per porre le forze politiche davanti alla loro responsabilità.
Quali iniziative?
È ancora presto per dirlo, con altri abbiamo appena cominciato a pensarci, ma qualcosa è assolutamente necessario fare.
Potrebbe tornare lei stesso protagonista?
I discorsi da protagonista li ho sempre scartati. Dico solo che oltre alle responsabilità dei partiti, c’è una responsabilità propria di soggetti politici sociali e civili che in questo periodo si sono mobilitati – ne abbiamo visto un esempio a Bologna il 2 giugno – e che devono trovare forme di espressione. Non è questione di investitura, semmai l’investitura l’hanno ricevuta in molti e questo è il momento di unire le forze…

Partiti o comitati elettorali?

di Rossana Rossanda

Questo impianto del pensiero politico moderno sta saltando dal 1989 in poi con la crisi dei partiti comunisti e di quel “compromesso keynesiano”, che era nato dopo il disastro economico del ’29, il sorgere dei fascismi e la seconda guerra mondiale. Ed era stato alla base delle costituzioni democratiche, come la nostra. Esso riconosceva che fra capitale e salariato gli interessi sono opposti e cercava di frenare sia una rivoluzione, come quella russa del 1917, sia una reazione come quella fascista e nazista, ponendo dei limiti alla classe più forte, quella del capitale. Era allora comune che il modo di produzione capitalistico dominante in occidente andasse corretto, l’ondata liberista riaperta da Thatcher e Reagan ha dichiarato l’unicità e l’eternità dell’assetto sociale capitalista con la famosa “Tina” e ha messo fine ai “partiti” come espressione di “parti sociali’, lasciando legittimità soltanto ai bilateralismi anglosassoni e a un modo in parte diverso di amministrare l’unica società possibile, quella capitalista. E questo ritorno a Von Hayek è apparso persuasivo agli eredi europei dei partiti comunisti, anzi, come ebbe a dire D’Alema, la “normalità” cui hanno auspicato che anche l’Italia arrivasse.
Da quel momento anche i partiti che hanno continuato a dirsi di sinistra hanno cessato di esprimere un diversa idea di società, con relativi valori e controvalori, avversari e obiettivi e il loro asse si è spostato dalla proposta di un’idea di società e di paese alla promozione delle persone che si candidano a dirigerlo. Non stupisce che il più travolto e sconvolto dal mutamento sia l’erede del Partito comunista, il Pd. Traversato da lotte furibonde tra autoproposti a tenere il presente e i pochi che vorrebbero mantenere una differenza sociale, essere insomma non dico ancora comunisti ma ancora keynesiani. I più, anche nella cosiddetta società civile, di conflitti non ne vogliono più sentir parlare e preferiscono lamentare la degenerazione morale di una politica che non può essere che quella. E non ne vogliono sapere, non per caso, della proposta di Fabrizio Barca, consistente nel ridare ai partiti soltanto il ruolo di propositori di idee di società, separandoli dalle istituzioni dello Stato, con relativi posti e prebende. Non è una proposta semplice ma non è stata presa neanche in considerazione dai candidati leader alla segreteria, e il Pd già non è che un comitato elettorale, il cui problema principale è decidere se la base degli elettori deve essere riservata a chi ne costituiva la base sociale composta dai senza mezzi di produzione (capitali, terre, miniere) oppure l’intera popolazione, capitalista o no. Il voto andrà esclusivamente alla persona del candidato e al suo modo di fare e apparire in una società appunto “normalizzata” come sopra. Un giovane come Renzi non esita a dire che del partito non gliene importa niente, se non come mezzo sul quale salire per arrivare al governo; perché di una società altra non gli cale affatto.
Non so se un partito del genere sarebbe in grado di risanare la crisi italiana, sezione della crisi mondiale in cui il liberismo ci ha messo. Questo non sta nei suoi intenti, come non mi è nota l’analisi delle cause che ne fa finora Barca. Più modestamente la sua proposta sarebbe in grado liberarci da quella sovrapposizione di bassi interessi e illegalità che deprecava Marco Revelli nell’auspicare la fine dei partiti? Forse sì, ma se ne uscirebbe ripulita la sfera della rappresentanza, l’intera formazione della struttura politica andrebbe ripensata. E sarebbe impossibile cancellare il conflitto sociale come oggi fa tutta la politica, destra e sinistra, rappresentati e non rappresentati.

sabato 3 agosto 2013

Dal blog del comico.

Letta, facce Tarzan!


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Le movenze di Capitan Findus Letta, un po' legnose, e il naso affilato in crescita telegiornale dopo telegiornale, ne rivelano la vera essenza collodiana, pinocchiesca. Il suo eloquio è meno effervescente di quello dello psiconano, ma la sostanza è sempre quella della balla in prima serata. Dal milione di posti di lavoro di una volta ai 200.000 giovani occupati. Racconta il Nipote di suo Zio, sparandole più grosse del barone di Münchhausen: "È un intervento significativo, coperto in parte con fondi nazionali e in parte con fondi europei. Servirà ad assumere in 18 mesi 200 mila giovani con un’intensità maggiore nel centro Sud. Ma è un provvedimento che riguarda tutto il Paese. Vogliamo dare un colpo duro alla piaga della disoccupazione giovanile.".
Un ragazzo per dire addio alla piaga della disoccupazione e dare questo "colpo duro" deve:
- essere privo di impiego regolarmente retribuito da almeno sei mesi
- essere privo di un diploma di scuola media superiore o professionale
- vivere da solo con una o più persone a carico.
Quindi per accedere devi essere un disoccupato cronico (se sei a casa da cinque mesi non vale), essere un semianalfabeta (se hai studiato sono cazzi tuoi), non vivere con i genitori ma da solo (infatti un giovane senza reddito esce sempre di casa) e avere a carico la vecchia nonna o moglie e figli. Chi, in nome di Dio, possiede questi requisiti in Italia?
Nel caso il disoccupato cronico, semianalfabeta, con famiglia a carico acceda "all'intervento significativo" di Letta, questo, come si legge nel decreto, verrà corrisposto all'azienda "per un periodo di 12 mesi ed entro i limiti di 650 euro mensili per lavoratore nel caso di trasformazione a tempo indeterminato". Letta, adesso facce anche Tarzan...

Il buon gusto di dimmettersi

Americanità o Europa

Scritto da Diego Fusaro

Dopo la polverizzazione dei sistemi socialisti e la scomparsa dell’alternativa possibile sotto le macerie del Muro (Berlino, 9.11.1989), il programma di Novalis, Cristianità o Europa, si è sempre più perversamente riconfigurato in una nuova e macabra forma: Americanità o Europa.
La potenza vincitrice della Guerra Fredda ha rinsaldato quel processo esiziale di americanizzazione integrale del vecchio continente avviato fin dal 1945. Ciò si determina evidentemente nella cultura, non solo quella di massa delle canzonette in inglese della radio, ma anche nella ristrutturazione capitalistica della scuola, sempre più simile a un’azienda, con debiti e crediti, presidi managers e studenti ridotti a consumatori di formazione; ma emerge poi anche nelle politiche sociali, id est nella demolizione del nobile sistema europeo dell’assistenza sociale e dell’attenzione per gli ultimi.
Infatti, la storia delle vicende europee successive alla caduta del Muro e alla tragicomica implosione dell’Unione Sovietica (la più grande tragedia geopolitica del Novecento) si inscrive a pieno titolo nel processo di imposizione del modello americano di capitalismo senza eticità residua contro il paradigma europeo del capitale ancora mitigato dal welfare state e da robusti elementi di eticità (tutti guadagnati sul campo tramite le lotte, e non certo donati generosamente dal capitale). L’Europa sta sempre più diventando una colonia americana: i singoli Stati europei stanno agli Stati Uniti come i satelliti dell’Unione Sovietica stavano al paese che aveva monopolizzato il materialismo storico.
L’ultima prova di questo scenario scandaloso risale alla settimana scorsa e allo stupore per le oscene pratiche di spionaggio degli Stati Uniti nei confronti degli “alleati” (che più opportuno sarebbe chiamare “subordinati”). Lo scrivente, dal canto suo, si stupisce per lo stupore. Perché meravigliarsi? È forse una novità che tra gli Stati europei e gli Stati Uniti non si dà un rapporto inter pares? Dove sta la novità? Ci si aspettava forse che l’Impero del Bene trattasse l’Italia, la Germania e la Spagna come soggetti liberi e uguali?
Nel quadro dell’odierna “quarta guerra mondiale” – così l’ha efficacemente definita Costanzo Preve – avviatasi nel 1991, la potenza americana è in lotta contro ogni forza che non si pieghi al suo dominio: i cosiddetti “alleati” sono costretti ogni volta (dall’Iraq del 1991 alla Libia del 2011!) a servire il padrone, prendendo parte attivamente alle sue aggressioni imperialistiche. Di ciò si può legittimamente sostenere quel che Carl Schmitt scriveva nel Concetto del politico (1927): “se un popolo si lascia prescrivere da uno straniero, in forma di sentenza o in qualsiasi altra maniera, chi è il suo hostis, e contro chi esso può combattere o no, esso non è più un popolo politicamente libero, ma è coordinato o subordinato a un altro sistema politico”. Questa l’Europa di oggi, appunto.
È sempre più lampante che la cultura imperiale dello Stato che, vincitore della Guerra Fredda, oggi sottomette ogni forza che non ne riconosca il dominio e il codice simbolico (subito condannata come rogue State, “Stato canaglia”) è strutturalmente incapace di relazionarsi autenticamente con l’Altro. Infatti, gli nega aprioristicamente ogni possibile legittimità, presentandolo sempre come luogo instabile del terrorismo e delle dittature o, semplicemente, classificandolo come the rest of the world. Gli Stati Europei non fanno eccezione: hanno diritto di esistere come colonie della madrepatria, così recita l’ideologia imperiale americana.
A questa prerogativa, propria di pressoché tutte le forme di imperialismo che si sono registrate nella storia, deve esserne accostata un’altra, connessa con la specifica ideologia puritano-protestante, di origine veterotestamentaria, che caratterizza l’odierna “monarchia universale” (per inciso, l’espressione Universalmonarchie è di Kant, che la impiega nel suo trattato Per la pace perpetua). Quest’ultima, in forza di tale formazione ideologica, è costantemente indotta a ritenersi il “popolo eletto”, quando non il solo indispensabile, con tutte le conseguenze che ininterrottamente ne discendono sul piano geopolitico.
“America stands alone as the world’s indispensable nation”: così nel discorso di Bill Clinton del 20 gennaio 1997. Se l’America è la sola nazione indispensabile del mondo, tutte le altre sono legittimate a esistere come sue alleate subordinate, come sue colonie appunto.
Alfiere divino della special mission, l’“impero del bene” subito etichetta come terrorismo la legittima e benemerita resistenza dei popoli oppressi e di tutti gli Stati che, nonostante le loro macroscopiche contraddizioni interne, non si piegano alla mondializzazione capitalistica, svolgendo per ciò stesso un prezioso ruolo sul piano geopolitico (dall’Iran a Cuba, dalla Corea del Nord al Venezuela), ricordando anche a noi europei che resistere è possibile (con buona pace del titolo di un fortunato best-seller che recita “resistere non serve a nulla”).
In rivendicata antitesi con il coro virtuoso del politically correct e dei pentiti sempre pronti a schernire come pura nostalgia il recupero di categorie in grado di mettere in luce le contraddizioni di cui il presente è gravido, il recupero della critica dell’imperialismo è oggi di vitale importanza. Con buona pace della manipolazione organizzata e della propaganda ufficiale, che dichiarano tale categoria un ferrovecchio, l’imperialismo è oggi più che mai vivo – sia pure in forme nuove e flessibili, compatibili con il nuovo assetto del pianeta globalizzato – e la tendenza dominante a liquidarlo come categoria desueta rivela la mal celata volontà di anestetizzare la critica dichiarando morto il suo oggetto proprio quando esso è nel pieno delle forze.
Con Voltaire, ci ripeteremo finché non saremo capiti: non può esservi democrazia in Europa finché il suo territorio sarà occupato da basi militari atomiche statunitensi. Non può esservi l’Europa senza la sovranità geopolitica. Non può esservi un’Europa democratica di Stati liberi e uguali finché il vecchio continente sarà una semplice colonia della monarchia universale, o finché esisterà solo nella forma perversa del sistema eurocratico. Stupirsi per lo spionaggio è degno delle inguaribili anime belle di ogni tempo. Occorre, invece, adoperarsi per eliminare le condizioni che rendono possibili simili eventi.

Un'alternativa europeista al crollo dell'euro

di Andrea Ricci *

Le maggiori perplessità suscitate dalla prospettiva di una fine dell’euro sono principalmente dovute all’incertezza su ciò che avverrà dopo, al timore storicamente fondato del ritorno di un’Europa divisa e conflittuale al suo interno.

Infatti, che l’euro sia stato un brutto affare per l’Italia e per gli altri Paesi mediterranei sono ormai in molti a pensarlo. Brutto affare perché, in assenza di una politica fiscale e di bilancio comune, la moneta unica rende socialmente drammatico il problema dei divari strutturali di competitività tra i Paesi membri.

Meno diffusa è invece l’opinione che l’euro sia stato un brutto affare anche per l’Europa. E invece così è stato. Il fallimento dell’euro e l’ostinazione con cui le classi dirigenti continuano a negarlo hanno messo in profonda crisi l’idea stessa d’integrazione, rinfocolando odi e pregiudizi che in un recente passato furono la culla dei peggiori sciovinismi reazionari. Oggi a dividere i popoli europei, a far riemergere atavici sentimenti di rivalità nazionale è paradossalmente proprio l’unica cosa che essi hanno in comune sul piano politico ed economico, ovvero la moneta unica.

L’idea che la fine dell’euro porti con sé la fine dell’Europa come entità politica e culturale è forse il principale ostacolo che s’incontra, soprattutto a sinistra, nell’affrontare con lucidità e realismo la più grande crisi economica e sociale dal secondo dopoguerra. L’incapacità di formulare una piattaforma europeista di superamento dell’euro è oggi il più grande limite teorico e politico della sinistra europea. Tutto ciò lascia un vuoto enorme nello spazio politico, che rischia di essere occupato da movimenti populistici di varia natura che rivendicano il puro e semplice ritorno all’antica sovranità nazionale non solo in campo monetario, ma in ogni sfera della vita civile. Ancor peggio di questo, l’afasia della sinistra lascia alle classi dirigenti europee completa autonomia di decisione su quando e come l’euro, nella sua attuale e insostenibile configurazione, dovrà essere abbandonato.

Paradigmatica di questa incapacità, frutto di un’inconsapevole subalternità culturale al pensiero dominante, è la posizione espressa da alcune forze della sinistra europea, tra cui in Italia da Rifondazione Comunista. La proposta di una dichiarata violazione, da parte del Governo e del Parlamento, dei Trattati e dei Patti europei in materia di bilancio pubblico senza abbandonare la moneta unica è tanto strampalata quanto assurda. Come ha dovuto drammaticamente costatare la Grecia, tale iniziativa conduce in un vicolo cieco e probabilmente alla resa senza condizioni ai poteri europei.

È noto che il programma di acquisto di titoli pubblici da parte della Banca Centrale Europea è espressamente condizionato al pieno e integrale rispetto delle politiche di abbattimento del deficit e del debito pubblico, monitorate dalla Troika (FMI, Commissione europea e la stessa BCE). Qualora ciò non si verificasse, Draghi ha ufficialmente dichiarato che non soltanto verrebbe sospeso ogni ulteriore acquisto di titoli del Paese ribelle, ma verrebbe messo in vendita anche lo stock precedentemente acquistato sul mercato secondario dalla BCE (che, secondo l’ultimo bilancio, al 31 dicembre 2012 ammontava a 103 miliardi di euro di titoli italiani), come forma di pressione estrema e come misura prudenziale per salvaguardare la posizione patrimoniale dell’istituzione.

In tale contesto, i tassi di interesse sui titoli italiani schizzerebbero alle stelle perché difficilmente troverebbero compratori, nazionali o stranieri. Lo Stato non riuscirebbe più a finanziarsi sui mercati e, mancando di una propria moneta sovrana, non potrebbe nemmeno monetizzare il proprio deficit. Il primo atto necessario, prima della bancarotta, sarebbe inevitabilmente la sospensione immediata e sine die di tutti i pagamenti pubblici, a cominciare dai salari e dagli stipendi dei dipendenti della pubblica amministrazione.

Arrivati a quel punto, e i tempi sarebbero rapidissimi, torneremmo al dilemma di oggi: o subire i diktat europei o uscire dall’euro. Soltanto che il ritorno alla situazione di partenza avverrebbe in condizioni disperate, con una forza contrattuale ridotta pressoché a zero, senza alcuna preparazione per affrontare l’ignoto e presumibilmente con un’opinione pubblica interna disorientata e spaventata.
È evidente quindi che la proposta di RC non si pone l’obiettivo di indicare una strada possibile di cambiamento ma, ancora una volta, rappresenta una scorciatoia propagandistica per eludere i problemi sul tappeto. Di questo è morta la sinistra italiana.

Ma allora quali possono essere i connotati dell’abbandono dell’euro in una prospettiva di rilancio del processo d’integrazione europea? La prima cosa da dire a questo proposito, a evitare equivoci e timidezze, è che questo problema si porrebbe soltanto in seguito ad una decisione unilaterale dell’Italia o di altri Paesi di fuoriuscita dall’area monetaria europea. È questo il primo passo necessario e ineludibile, l’hic Rhodus hic salta, della situazione attuale.

I Tedeschi cattivi

di Ars Longa

Quando qualcuno ha diffuso la notizia che la Finlandia avrebbe l’intenzione di uscire dall’euro mi sono ricordato di un money game che Thomas Friedman pubblicò sul New York Times alla fine del 1996. Immaginate – diceva Friedman – una Finlandia che ha i conti in ordine ma li ha perché si basa su due soli settori: telefonia e carta. Immaginate che uno dei due settori vada in crisi. Che vada in crisi la Nokia o che i russi dopo anni di difficoltà tornino sul mercato della carta e spazzi via come birilli svedesi, norvegesi e – appunto – finlandesi. La Finlandia dentro l’euro non può battere moneta e quindi non può svalutare il cambio. Se vuole sopravvivere deve fare esattamente due cose: o esce dall’euro o comincia ad abbassare i salari.Non essendoci una politica fiscale europea i finlandesi dovrebbero andarsi a cercare lavoro altrove. Money game. Come vedete vi cito un giornalista e non un articolo di qualche convegno o di qualche economista. Il problema c’era e bastava capire l’abc.

Il problema non è l’intuibilità dei problemi di un cambio fisso. Il problema non è neppure la sovranità nazionale sulla moneta. I Tedeschi non ne avevano bisogno. A loro interessava il sistema del Mercato Unico che funzionava benissimo anche senza moneta unica. I tedeschi sapevano benissimo che bisognava andare cauti. Due dirigenti politici della CDU: Wolfgang Schäube e Karl Lammers lanciarono l’idea della Kerneuropa. Un euro nel quale per almeno due anni dovessero stare fuori Portogallo, Spagna, Italia e Grecia. E di questa idea era Chirac, l’allora ministro delle finanze Wagel, gli olandesi. L’articolo 105 del Trattato di Maastricht prevedeva (e prevede) che la priorità assoluta debba essere data alla stabilità dei prezzi. L’articolo 107 prevedeva e prevede l’indipendenza della BCE. Il Patto di Dublino del 1996 obbligava i paesi membri a mantenere il rapporto deficit/PIL nel tetto massimo del 3%. L’Articolo 104c, comma 11 stabiliva e stabilisce meccanismi di punizione in caso di sforamento. Punizioni che sono, di fatto, la perdita della autonomia economica del paese trasgressore. L’idea di Kerneuropa non era male. Ma noi, gli spagnoli, i portoghesi decisero di raggiungere i criteri stabiliti entro il 1997. La ragione era semplice: la distanza tra le valute del sud europa e il marco in termini di tassi diminuiva quando si faceva concreta la possibilità di una adesione immediata. Si temeva che ritardare l’entrata avrebbe comportato perdita di fiducia dei mercati. Lo spread sarebbe aumentato e la possibilità in due anni di salire sul treno dell’euro in corsa si sarebbe allontanata perché il rapporto deficit/PIL sarebbe ancora aumentato. Bisognava fare in fretta e salire subito sul treno.

Qualcuno si dimentica che nel maggio del 1996 i tedeschi non volevano che la lira rientrasse nello SME-2. Che ci fu una lunghissima e aspra trattativa. Il Frankfurter Allgemeine Zeitung preconizzava che, per sfuggire alle regole, gli italiani avrebbero creato “patti di interesse con gli altri paesi in difficoltà”. L’euro, preconizzavano, sarbbe stato più debole del marco. Ma non era per passare da una valuta forte ad una debole che i tedeschi accettavano di entrare nell’Euro. Nel novembre del 1996 il Sole24Ore pubblicava una inchiesta dalla quale risultava che i cittadini tedeschi non avrebbero voluto un euro con dentro gli italiani. Il 5 aprile del 1997 al consiglio Ecofin di Noordwijk il ministro delle finanze Tetmeyer disse. “la convergenza dei tassi di interesse a lungo termine riflette le politiche economiche e la gestione fiscale. Ma se la convergenza fosse basata solo sulle aspettative che certi Paesi diventino membri dell’unione monetaria, ciò potrebbe diventare pericoloso per i paesi interessati”.

Non vi sto dicendo questo per dirvi che i tedeschi non ci volevano nell’Euro. Questa è storia e dovrebbero conoscerla anche gli econometristi di Pescara. Non sto dicendo che nell’Euro ci siamo voluti entrare per forza o per amore noi, consapevoli di tutte le regole. Anche questo è un fatto ovvio. Quel che vi sto dicendo è che i Tedeschi l’Euro non lo volevano ma l’Euro è stato il prezzo per riunificare il Paese. Quando i Tedeschi annunciarono la loro intenzione di riunificare le due Germanie Mitterand era letteralmente imbestialito. Andò in visita ufficiale a Kieve, incontrò Gorbaciov chiedendogli esplicitamente che l’Unione Sovietica agonizzante si opponesse. Poi andò in Germani Est e pubblicamente annunciò che la Francia sosteneva l’esistenza in vita della Germania Orientale. Tutto questo succedeva nel dicembre del 1989. Poi – neppure fosse il miracolo di Lourdes – nell’aprile 1990 Kohl e Mitterand firmarono un protocollo bilaterale nel quale Parigi e Berlino annunciavano la loro intenzione di far compiere all’Unione Europea un passo in avanti. L’Euro in cambio della riunificazione. E Berlino accettò la proposta francese ma pretese alcune garanzie che sono poi quelle del Trattato di Maastricht. Ma le garanzie chieste dalla Germania – appunto – non sono state scritte di nascosto. Stavano lì. Nessuno ha costretto nessuno. E non si vede perché la Germania avrebbe dovuto accettare di passare da un Marco forte ad un Euro debole senza regole. Il tentativo di far fare anticamera all’Italia e agli altri Paesi del sud Europa attraverso il progetto della Kerneuropa mirava a ridurre il sapore di una polpetta indigesta per i Tedeschi.

Intervista a John Bellamy Foster

di C.J.Polychroniou

CJP: Quella che è iniziata come una crisi finanziaria nel 2007 è diventata una delle maggiori crisi di disoccupazione del mondo capitalista avanzato. Questo può forse voler dire che la crisi del 2007-08 non è stata in realtà causata dalla finanza in sé, ma ha avuto piuttosto le proprie cause sottostanti nell’economia reale?
JBF: Non c’è alcun dubbio che sia stato lo scoppio della bolla finanziaria a condurre alla crisi economica. Dunque, in questo senso, la causa prossima della crisi è stata finanziaria. Ma le risposte più profonde vanno ricercate nella cosiddetta “economia reale”, cioè nel regno della produzione. Una grave crisi economica come la Grande Crisi Finanziaria è invariabilmente il prodotto di fattori strutturali che sono andati sommandosi nel corso di molti anni e ha sempre radici nella produzione. I tassi di crescita dell’economia reale delle economie mature, di capitalismo monopolistico della Triade – Stati Uniti/Canada, Europa e Giappone – hanno cominciato a rallentare negli anni ’70 e sono scesi fondamentalmente di decennio in decennio da allora. Il principale fattore di bilanciamento di tale rallentamento dell’economia è stato la finanziarizzazione, che si può definire come consistente in: (1) crescita della dimensione della finanza (struttura del credito-debito) rispetto alla produzione; (2) una quota accresciuta di profitti finanziari in seno ai profitti complessivi delle imprese e (3) la crescita dei ritorni finanziari come elemento sempre più dominante anche nelle operazioni delle imprese non finanziarie.
Questo processo di finanziarizzazione ha avuto inizio alla fine degli anni ’60 e si è ampliato in misura massiccia negli anni ’80.
Di fronte alla saturazione del mercato e al declinare delle opportunità d’investimento le imprese e gli investitori individuali si sono trovati di fronte a problemi di assorbimento del surplus. La loro reazione è consistita nel collocare una quota sempre maggiore del surplus economico a loro disposizione nel settore finanziario, in cerca di opportunità speculative associate all’apprezzamento dei patrimoni. Le istituzioni finanziarie hanno accolto questo enorme afflusso di capitale inventando strumenti finanziari sempre più esotici. L’intero processo di finanziarizzazione ha fatto crescere l’economia più di quanto sarebbe cresciuta altrimenti, dando una base alla crescita economica.
Ma dato che il processo di finanziarizzazione era esso stesso una reazione a un’economia sempre più stagnante, che non poteva curare, quelle che sono emerse da questo processo sono state bolle finanziarie sempre più grosse e più frequenti sommate a una base economica debole. Ciò ha portato a una stretta creditizia dietro l’altra, ciascuna più grave della precedente, con la Federal Reserve e le altre banche centrali intervenute in continuazione come prestatori di ultima istanza in uno sforzo disperato di impedire che crollasse l’intero castello di carte. Ogni volta è stato allontanato il crollo finanziario completo, preparando il terreno per problemi più grossi nel futuro. Contemporaneamente la finanziarizzazione era globalizzata, poiché tutti i paesi erano costretti ad adottare la stessa architettura finanziaria. Alla fine era destinata a determinarsi una situazione in cui gli effetti di scala dello scoppio di una bolla finanziaria avrebbero superato la capacità delle banche centrali di impedire gravi danni all’economia. Ciò è successo con la Grande Crisi Finanziaria del 2007-08. Tuttavia è stato evitato un crollo finanziario completo mediante il processo relativo del “troppo grande per fallire”, cioè al salvataggio delle grandi istituzioni finanziarie, con i costi trasferiti a carico del pubblico.
La maggior parte delle discussioni sull’intera Grande Crisi Finanziaria, anche a sinistra, ha teso a concentrarsi sugli aspetti e i sintomi superficiali, ignorando le contraddizioni a lungo termine sia nell’ambito della produzione sia in quello della finanza. Per contro sono orgoglioso di dire che la Monthly Review, basandosi inizialmente sul lavoro di Harry Magdoff e di Paul Sweezy, ha seguito da vicino gli sviluppi di queste contraddizioni in articoli scritti in un periodo di quattro decenni e più.
Il principale problema dell’economia capitalista, oggi, non è ovviamente tanto la crisi finanziaria, quanto la stagnazione. Persino economisti liberali come Paul Krugman oggi parlano di “stagnazione permanente”. Il periodo attuale è caratterizzato da una crescita economica estremamente lenta nelle economie mature, un fenomeno emerso in seguito alla Grande Crisi Finanziaria. Il sistema preso in quella che nella Monthly Review abbiamo chiamato la “trappola della stagnazione-finanziarizzazione”. Senza altri boom guidati dalla finanza non c’è nulla attualmente che possa smuovere il sistema dal suo centro morto, per così dire. Ma il processo di finanziarizzazione è esso stesso ostacolato oggi dalla mancanza di prestiti bancari e dunque incapace di offrire uno stimolo sufficiente a stimolare l’economia.
Il capitale si preoccupa perciò soprattutto di rimettere in moto il processo di finanziarizzazione. Il compito prioritario consiste nel garantire la stabilità e la crescita degli attivi finanziari, che costituiscono entrambe la ricchezza della classe capitalista e che oggi sono i mezzi principali di un’ulteriore generazione di ricchezza. In pratica ciò significa rafforzare le condizioni dell’austerità neoliberale mirata a dirottare i flussi economici pubblici e privati sempre più nel settore finanziario. Lo stato capitalista è trasformato in modo tale che la sua funzione di prestatore di ultima istanza sta diventando il suo ruolo principale, con tutti gli altri fini politici subordinati a esso. In una situazione simile le vecchie strategie keynesiane di spesa in deficit e promozione dell’occupazione devono essere sacrificate all’altare dell’élite del potere finanziario. Alla fine ciò può riuscire a generare un altro boom e un’altra bolla generati dalla finanza. Ma le conseguenze finali di questo distorto processo speculativo di generazione di ricchezza, se ne sarà consentita la piena riproposizione, saranno probabilmente più gravi nel futuro.

giovedì 1 agosto 2013

Grillo: “Berlusconi è morto, viva Berlusconi”

Berlusconi è morto. Viva Berlusconi!



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Berlusconi è morto. Viva Berlusconi! La sua condanna è come la caduta del Muro di Berlino nel 1989. Il Muro divise la Germania per 28 anni. L'evasore conclamato, l'amico dei mafiosi, il piduista tessera 1816 ha inquinato, corrotto, paralizzato la politica italiana per 21 anni, dalla sua discesa in campo nel 1993 per evitare il fallimento e il carcere. Un muro d'Italia che ci ha separato dalla democrazia. Oggi questo muro, da tempo un simulacro, un'illusione ottica, tenuto in vita dagli effetti speciali dei giornali e della televisione, è caduto. Chi piangerà Berlusconi? Non i suoi che, come tutti i servi, cercheranno subito un altro padrone. E' nella loro natura. Craxi fu subito dimenticato mentre il suo tesoriere Amato divenne presidente del Consiglio (sic). Mussolini venne appeso a piazzale Loreto, ma la nomenclatura fascista entrò in massa nella democrazia cristiana. Chi è abituato a servire, cambia velocemente. I peggiori nemici di chi cade sono i suoi ex compagni. Giuda ha fatto scuola. Invece, si vestiranno a lutto i suoi finti oppositori, che hanno lucrato sulla sua figura. Se non fosse esistito il Pdl, non sarebbe nato neppure il suo doppio, il pdmenoelle. Lo piangeranno i Violante, i D'Alema, le Finocchiaro, i Bersani, i Veltroni, i Fassino che lo hanno tanto amato e a cui devono la loro fortuna. Per il pdmenoelle Berlusconi ha rappresentato l'assicurazione sulla vita, il malloppo elettorale. L'unico programma del pdmenoelle è stato quello di smacchiare il giaguaro per poi divorare insieme a lui l'Italia. Il pdmenoelle è oggi senza stampelle, senza maschera, senza rete, senza l'amico di sempre. "Ah, Berluscò, ricordati degli amici" e lui, gli va riconosciuto, si è sempre ricordato di loro. Berlusconi ha avuto l'intuizione e la capacità di scegliersi i cosiddetti nemici, di allevarli e sostenerli. Sono stati per decenni la sua polizza sulla vita. E ora? Che ne sarà di loro? Dei vedovi di Berlusconi? Degli orfani di mille leggi vergogna votate insieme? Come potranno sopravvivere senza un falso nemico, buono da combattere solo in campagna elettorale per lucrare voti? Un muro è crollato, ma altri devono ancora cadere.

mercoledì 31 luglio 2013

L'Islanda vince sull’UE: non dovrà risarcire le banche straniere


L'Islanda vince sull’UE: non dovrà risarcire le banche straniere
La piccola isola tra i ghiacci ha vinto oggi una importante battaglia legale nei confronti dell’Unione Europea in materia di compensazioni per le perdite causate agli investitori stranieri a causa de fallimento di alcune banche islandesi avvenuto cinque anni fa.

Il Tribunale dell’EFTA (Associazione Europea del Libero Commercio, alla quale aderiscono oltre ai paesi dell’UE anche Islanda, Liechtenstein e Norvegia), con sede a Lussemburgo, ha stabilito oggi che il governo dell’Islanda non ha violato la legislazione europea quando ha deciso di non risarcire gli investitori straneri della banca on-line Icesave, dipendente da una delle principali entità finanziarie fallite nel 2008.
Nella sentenza l’Efta spiega che l’Islanda non ha contravvenuto le normative europee vigenti al momento dei fatti quando decise di non risarcire gli azionisti stranieri, decisione tra l’altro avallata da un referendum appositamente convocato, attraverso il quale la maggioranza dei cittadini del paese valutarono di non investire denaro pubblico per ripianare i debiti con le banche private fallite. Il Tribunale dell’Efta ha anche stabilito che il governo islandese non ha compiuto un atto discriminatorio decidendo invece di risarcire gli azionisti del paese.
Immediatamente dopo la sentenza, il Governo di Reykiavik si è detto molto soddisfatto per la decisione del tribunale dell’organismo internazionale che ha dato ragione all’Islanda, rimarcando che il giudizio é "definitivo e non può essere oggetto di ricorso".
Giudizio opposto naturalmente da parte di vari governi europei secondo i quali c’è bisogno di una normativa più stringente per i casi simili a quelli che squassarono l’economia islandese nel 2008-2009. Piccata la Commissione Europea, secondo la quale “i rimborsi dei depositi bancari devono sempre essere garantiti, anche nel caso di una crisi sistemica”.

A investire il Tribunale dell’Efta del caso era stato un ricorso dell’Autorità di Vigilanza degli Accordi Efta contro il rifiuto dell’Islanda di pagare 3,9 miliardi di euro alla Gran Bretagna e all’Olanda. I governi di Londra e l’Aja avevano scelto di coprire le perdite dei propri cittadini, e successivamente avevano chiesto un indennizzo alle autorità di Reykjavik, richiesta impugnata dall'Islanda.
La Corte di Giustizia di Lussemburgo doveva stabilire se il governo islandese avesse l'obbligo di compensare con un risarcimento di 20 mila euro (26.000 dollari) i titolari dei conti aperti presso la Icesave, fililale online del colosso Landsbanki. Ma con la sentenza di oggi il tribunale ha respinto il ricorso ed ha dato ragione a Reykiavik, stabilendo un importante precedente. In realtà il governo dell'Islanda si è impegnato a risarcire per quanto possibile gli investitori stranieri, ma in maniera graduale e senza attingere ai fondi pubblici.

sabato 27 luglio 2013

La fine del mondo è in anticipo

 

dal blog di Beppe Grillo
"Questa è una notizia che non fa piacere scrivere e credo neanche leggere. Però è solo facendo entrambe le cose e facendole fare a quelli che conosciamo che abbiamo qualche speranza di attenuarne le conseguenze. Nature, la più autorevole rivista scientifica al mondo, ospita l'intervento di un gruppo di ricercatori delle università di Rotterdam e Cambridge, coordinati dalla professoressa Gail Whiteman. Il rapporto prende in considerazione lo scioglimento dei ghiacci nella Siberia artica Orientale. Gli studiosi hanno calcolato che lo scioglimento dei ghiacci in atto potrebbe dar luogo al rilascio nell'atmosfera di 50 gigatonnellate (tonnellate con 9 zeri) di metano. Concretamente questo significa che il temuto riscaldamento globale di 2 gradi (il famoso punto di non ritorno) potrebbe arrivare dai 15 ai 35 anni prima del previsto. Eh si, lo sappiamo, qualcuno ci ride su pensando di poter fare il vino anche in Scozia o di dover alzare l'aria condizionata. Peccato che non sia una questione di qualche uragano in più o qualche specie in meno. I professori fanno i calcoli di quanto costerebbe al pianeta e presentano un conto pari a 60 trilioni di dollari (un trilione = mille miliardi) poco meno del Pil globale del pianeta che è di 70. Contemporaneamente c'è chi vede nel fenomeno un'opportunità di business derivato dal fatto di poter navigare dove prima c'erano i ghiacci nonché dalle estrazioni petrolifere che si potrebbero compiere e che potrebbero render qualche centinaio di miliardi di dollari.
Dobbiamo ringraziare Whiteman per aver fatto questo calcolo perché, al di là come si diceva delle battute, fa toccare con mano (al portafogli) il costo che pagheremo per il disastro che stiamo combinando. Purtroppo, la crisi globale sta spingendo molti paesi a fermare le politiche antiriscaldamento, con la scusa che è un lusso che in questo momento non ci possiamo permettere. La ricerca dimostra esattamente il contrario e cioè che non possiamo permetterci di non affrontare il problema.
Si chiamano all'azione il FMI (Fondo Monetario Internazionale) e il WEF (World Economic Forum) ma una situazione del genere non si risolve se prima o poi non si considera l'ambiente un valore. E se non si attuano politiche come quelle descritte 15 anni fa da Roodman nel suo "La ricchezza naturale delle nazioni". E cioè rendere fortemente antieconomiche tutte le produzioni inquinanti. Questa sarebbe la molla di quella grande innovazione di cui abbiamo bisogno per far ripartire le nostre economie. Gli stati invece trattano l'ambiente come trattano l'economia, pompando in un caso denaro e nell'altro CO2. Creando debiti ai nostri figli da un lato e riscaldamento nell'altro. Solo che se il pianeta va in default cambiare valuta non basta." Marco Di Gregorio
Leggi l'articolo di Whiteman su Nature

martedì 23 luglio 2013

Syrisa

Syriza: un congresso importante!

syriza-logoPoco più di una settimana fa si è svolto il congresso di Syriza, la formazione della sinistra radicale che con la leadership di Alexis Tsipras si è confermata alle ultime elezioni come il secondo partito greco. Oggi è la principale forza di opposizione al governo composto dai conservatori di Nuova Democrazia e dai socialisti del Pasok. Ma il blocco di potere che sta applicando le politiche di austerità della troika si sta assottigliando. La candidatura di Syriza a governare la Grecia rimane una questione all’ordine del giorno.
Quello che si è da poco concluso non è stato un congresso qualsiasi. Si è trattato di un vero e proprio atto fondativo che ha sancito la nascita di Syriza come partito. Finora la coalizione della sinistra radicale greca era un rassemblement di partiti e sigle di diverso orientamento, tenuti assieme da una piattaforma comune ma con orientamenti ideologici diversi, dall’anticapitalismo al trozkismo, dal comunismo al socialismo, dal femminismo all’ambientalismo, fino al maoismo. Sono – o sarebbe meglio dire, erano – tredici componenti, sigla più, sigla meno. Le più importanti, oltre al Synaspimos da cui proviene lo stesso Tsipras, sono la Sinistra ecologista innovatrice e comunista (Akoa) ispirata all’eurocomunismo e al socialismo democratico, poi il gruppo di Cittadini Attivi di Manolis Glezos, l’uomo simbolo della resistenza ellenica contro l’occupazione tedesca, che spinge per l’unità di tutta la sinistra greca; seguono gli Indipendenti di sinistra che non fanno parte di nessuna componente e i trotzkisti di Dea (Sinistra dei lavoratori internazionalisti) e Kokkino (Rosso). Vanno aggiunti anche i comunisti del Movimento per l’unità d’azione della sinistra (Keda), il gruppo di sinistra radicale Roza, i Radicali – una formazione a metà tra patriottismo e socialismo democratico – , gli ecosocialisti, il Movimento democratico sociale di orientamento nazionalistico ed euroscettico e, infine, l’altra sigla trotzkista Organizzazione socialista internazionalista.
Tsipras ha proposto al congresso di unire in un solo partito le numerose forze che costituivano il cartello elettorale di Syriza e rendere la sinistra radicale greca in grado di contendere il governo ai conservatori di Samaras. La proposta è passata a maggioranza anche se la decisione di sciogliere le componenti non ha trovato tutte le anime concordi. La minoranza che comprende la corrente di sinistra del Synaspimos, i tre gruppi trotzkisti Kokkino, Dea e Apo (raccolte nella Rete rossa), i socialisti del Dikki (fuoriusciti dal Pasok) si è raccolta nella “Piattaforma di sinistra”. Al congresso ha ottenuto il 32,5 per cento dei voti dei delegati. La critica alla linea del partito unico consiste principalmente nel timore che finisca per marginalizzare il dissenso interno e accrescere il ruolo di leader di Tsipras. Secondo la minoranza il risultato del congresso avrebbe sancito il passaggio a «un partito elettoralista dalla vita interna atrofizzata», implicando la rottura «con aspetti decisivi della cultura politica e organizzativa della sinistra radicale» – come ha sostenuto Stathis Kouvelakis, del comitato centrale di Syriza (http://sinistracritica.org/2013/07/20/la-svolta-moderata-di-syriza/).
Dall’altra parte, quello che alla minoranza è apparsa irrimediabilmente come un’involuzione moderata di Syriza verso un «partito di governo» e «presidenzialista», è stata la risposta organizzativa alle esigenze di una formazione politica cresciuta nel giro di brevissimo tempo dal 4 per cento al 26 per cento delle ultime elezioni. Syriza si trova oggi a essere non più una costellazione di minuscole sigle, ma una forza popolare di massa che continua a ricevere adesioni e che ha davanti a sé il non facile compito di conquistare la maggioranza della società greca. Il congresso ha segnato una nuova fase nel dibattito interno, dedicato soprattutto alla forma organizzativa da adottare. La linea passata a maggioranza con oltre il 67 per cento dei delegati ha sancito che quello del partito unico sia oggi lo strumento più adeguato per i compiti che la sinistra radicale si pone. In realtà, la storia di Syriza dimostra una duttilità organizzativa: quando – come in passato – la divergenza ideologica delle sue componenti prevaleva sull’unità, la scelta è caduta sulla forma della «coalizione»; oggi, quando è in gioco l’egemonia nella politica nazionale e sono stati compiuti molti passi verso l’unità, si è scelta la forma del partito unico.
Del resto, non è che i rapporti all’interno di Syriza siano sempre stati idilliaci. Tutt’altro. Gli inizi furono, a dir poco, burrascosi. Nel 2004, alla prima prova elettorale, la formazione della sinistra radicale greca non andò ai là di un 3,3 per cento. Un risultato modesto che però consentì alla neonata formazione di eleggere in parlamento sei deputati. Ma contrariamente agli accordi tra i partiti della coalizione, tutti e sei i parlamentari provenivano dal Synaspimos, il partito maggiore. Da quel momento le tensioni interne salgono e, appena tre mesi dopo, alle elezioni europee, il Synaspimos decide di andare da solo. Al congresso del partito alla fine del 2004 si cambia di nuovo. La maggioranza decide di portare avanti la scelta di Syriza e nella carica di presidente, al posto di Nikos Konstantopoulos, viene eletto Alekos Alavanos, convinto sostenitore della linea della coalizione. La scelta paga e i risultati si vedono alle amministrative del 2006. I candidati di Syriza vanno bene, soprattutto ad Atene, dove a guidare la lista c’è un giovane. Si chiama Alexis Tsipras. E’ uno dei nuovi volti del Synaspimos che ha voluto Alavanos, «aperto alle nuove generazioni».
Ma il vero salto avviene l’anno successivo. I partiti della coalizione firmano una piattaforma comune. Syriza guadagna alle elezioni politiche 120 mila voti in più rispetto alle precedenti consultazioni e raggiunge il 5,04 per cento. Alevanos annuncia che non rinnoverà la propria candidatura alla carica di presidente e lascia il posto ad Alexis Tsipras, che ha solo 33 anni. In pochi anni, sotto la sua leadership, Syriza salirà nei sondaggi fino al 18 per cento. Ma all’inizio non sarà facile. Nel 2008 la coalizione si attesta al 4,7 per cento delle europee e al 4,6 delle parlamentari. L’exploit arriva nel 2012. La Grecia è in piena crisi finanziaria. Gli attacchi speculativi dei mercati fanno schizzare in alto gli interessi sui titoli di stato. Il debito pubblico lievita e in cambio degli aiuti il governo accetta il pacchetto di misure della troika, composta da Bce, Fmi e Ue. La Grecia diventa il laboratorio delle politiche europee dell’austerità. Nelle due tornate elettorali che si succedono a pochi mesi l’una dall’altra, Syriza diventa il secondo partito e ottiene prima il 16 per cento, poi addirittura il 26,89. Un risultato inimmaginabile se i partiti e le sigle che hanno dato vita a Syriza – a cominciare dal Synaspimos – non avessero perseguito fin dal 2004 l’obiettivo dell’unità di tutte le forze della sinistra di alternativa. Se ciascuna di esse fosse rimasta ancorata alle proprie posizioni di partenza – le più svariate e divergenti, dal maoismo al trotzkismo al socialismo democratico, per citarne alcune – non avrebbero mai accumulato quella massa critica che oggi consente di puntare al governo della Grecia. Fossero rimasti ciascuno nel proprio recinto, i soggetti che oggi militano in Syriza non avrebbero mai costruito una platea più ampia dalla quale parlare a tutta la società greca. Se, per ipotesi, il Synaspimos – all’epoca la sigla più importante della coalizione – non si fosse resa disponibile per un processo di ricomposizione delle forze della sinistra radicale, oggi non assisteremmo al miracolo di un partito che si candida alla guida del paese per mettere fine all’austerità, per rinegoziare il debito e cancellarne una parte, per bloccare la speculazione finanziaria e introdurre la patrimoniale, per redistribuire la ricchezza alle classi popolari e rilanciare l’occupazione. Tutto questo sarebbe stato, probabilmente, un bel programma, ma non un programma di governo.

domenica 21 luglio 2013

Come uscire dall'euro?

(tre osservazioni sulla tesi di Brancaccio)

Leonardo Mazzei

Il ragionamento di fondo svolto ormai da tempo da Emiliano Brancaccio, e riproposto in ultimo nel suo articolo Uscire dall'euro? C'è modo e modo, ci trova assolutamente concordi. In sostanza Brancaccio evidenzia tre cose: l'elevata probabilità della fine dell'eurozona, i problemi che essa comporterebbe in considerazione delle diverse modalità di uscita dall'euro, la totale impreparazione della sinistra di fronte a questo scenario.

Sul primo punto - la fine dell'eurozona - Brancaccio è più prudente di noi, ma la centralità che egli assegna ai due punti successivi si giustifica solo con la convinzione che, pur non potendone prevedere i tempi, sarà questo lo scenario più probabile che determinerà il nuovo assetto economico, sociale e politico del Paese.

La sua insistenza sulle diverse modalità di fuoriuscita dalla moneta unica pone il problema dei problemi, cioè quello del programma. Un nodo che a sinistra viene allegramente sfuggito, scambiando per «programma» la solita lista della spesa, fatta di obiettivi giusti ma sganciati dal percorso concreto per raggiungerli. E' il classico vizio massimalista, che gioca al più uno, senza mai porre concretamente la questione del potere.


Nel nostro piccolo, come Mpl, abbiamo più volte indicato i punti essenziali sui quali dovrebbe nascere un governo popolare d'emergenza in grado di gestire, nell'interesse del popolo lavoratore, l'uscita dall'euro e dall'Unione Europea. Tra questi punti vi sono anche quelli richiamati da Brancaccio: il ripristino della scala mobile su salari e pensioni, la difesa del contratto nazionale, il controllo dei prezzi. Ma ve ne sono anche altri non meno decisivi, come la nazionalizzazione del sistema bancario ed il controllo del movimento dei capitali.
L'uscita dall'euro non sarà, in nessun caso, una passeggiata. Ma per la verità non è che le classi popolari oggi abbiano molto da «passeggiare». Né per il presente, né per il futuro. A maggior ragione il volgere altrove il proprio sguardo, tipico di quella sinistra con cui polemizza Brancaccio, è ancor più rivoltante.

Per la verità in altri paesi europei qualcosa ha cominciato a muoversi. Il dibattito sull'euro, anche se in maniera ancora del tutto insufficiente, è presente in Grecia, in Portogallo, in Spagna e perfino in Germania (vedi la posizione di Lafontaine). E' invece totalmente rimosso in Italia, dove il ventennale mix di opportunismo e massimalismo continua ancora oggi a rilasciare i suoi venefici effetti. E dove neppure l'appello spagnolo (che entra nel merito di come uscire dall'euro), per quanto sottoscritto da autorevoli personalità della sinistra, è riuscito a smuovere dal torpore la sinistra. Né quella strutturalmente Pd-dipendente, e fin qui nessuno stupore visto che sarebbe stato stupefacente il contrario, né quella che si raffigura come alternativa al Pd e al centrosinistra.
Se questo è il quadro, ben pochi dovrebbero essere i dubbi sulla necessità di costruire una qualche forma di soggettività politica in grado di impugnare la materia, capace cioè di porre come centrale il tema della sovranità nazionale in una prospettiva di difesa degli interessi delle classi popolari. Brancaccio lamenta in sostanza l'assenza di una sinistra capace di misurarsi con i nodi del presente. Bene, concordiamo con lui, ma forse dobbiamo essere più netti: una sinistra potrà risorgere, nell'attuale congiuntura storico-politica, solo se saprà coniugare un'impostazione di classe con una corretta impostazione della «questione nazionale», in un'ottica di liberazione e di sganciamento dalla gabbia europea e, più in generale, dalla globalizzazione disegnata dal capitalismo casinò.


Alcune osservazioni a proposito degli effetti sui salari e non solo


Giustamente Brancaccio sottolinea la questione della difesa dei salario, evidenziando i pro e i contro derivanti da un'uscita dall'euro. Egli, a tal proposito, cita alcuni studi, con una serie di dati che si prestano ad alcune osservazioni non proprio secondarie.


1. In primo luogo la questione del salario reale,
in rapporto alla svalutazioneconseguente all'uscita dalla moneta unica.

I dati riportati da Brancaccio, che prendono in esame nove casi di sganciamento da un cambio fisso avvenuti tra il 1992 ed il 2001, ci dicono che in sette casi su nove i salari reali si sono ridotti nell'anno successivo, per poi ritornare (tranne che in un caso) ai valori precedenti, talvolta superandoli, dopo 5 anni.

Detto così potrebbe sembrare un mezzo disastro. Ma la realtà è assai diversa. Intanto, restando al passato, va rilevato come le differenze tra i pesi presi in esame sono colossali. Mentre, guardando al futuro, siamo d'accordo che tutto dipenderà da chi gestirà il passaggio alla nuo
va moneta. Quello che invece manca è il raffronto con il presente della crisi in corso. Un calo del salario reale non è già in atto?

Citiamo l'insospettabile Bankitalia che ci dice che nel 2013 il salario medio è sceso da 25.130 euro a 24.644 euro. Un -1,9% in un solo anno, che è già il doppio del calo registrato ad un anno dalla svalutazione del 1992 (-1,0%). E questo dopo cinque anni di crisi che hanno falcidiato i salari, le pensioni, portato ad un forte aumento delle tasse e, soprattutto, a quella che si configura ormai come una vera e propria disoccupazione di massa.

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