Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!

giovedì 26 settembre 2013

Intervista a Lucarelli: "Privato non vuol dire efficiente"

Fonte: controlacrisi.org | Autore: Fabio Sebastiani
                  
Intervista a Stefano Lucarelli, ricercatore all'Università di Bergamo e insegna Economia monetaria internazionale
Stefano Lucarelli, ricercatore all'Università di Bergamo e insegna Economia monetaria internazionale, mentre sta per ripartire una nuova stagione di privatizzazione ci troviamo di fronte al crollo di Telecom, che può essere considerata un po’ uno degli esempi italiani della via italiana alle dismissioni di aziende pubbliche.
In una situazione in cui ci si trova ad essere debitori con un debito che continua a crescere laddove le entrate non sono sufficienti si passa alla vendita del patrimonio. E lo si fa su servizi che sono potenzialmente redditizi. Un’impresa impegnata nel settore delle telecomunicazioni può essere molto attraente soprattutto se viene acquistata ad un valore inferiore alle sue capacità di creare reddito.
Sì, ma un bilancio sulle privatizzazioni si può tentare?
Certo. Guardando ad esperienze come quelle della Gran Bretagna non c’è da stare allegri. Smentito chi dice che la privatizzazione è inevitabile nel momento in cui bisogna raggiungere risultati di efficienza. Hanno sempre sostenuto che con il mercato in gioco il manager sarà più incentivato sulla riduzione dei costi. E questo insieme a una regolamentazione adeguata anche se siamo quasi sempre una situazione di monopolio naturale, dovrebbe spingere in basso il livello dei prezzi.
E invece cosa è accaduto?
Per quanto riguarda il servizio idrico integrato i dati dimostrano che l’efficienza è una variabile complessa che non si può studiare solo in riferimento ai prezzi ma alla struttura produttiva complessiva. Un acquedotto è efficiente se non perde acqua per esempio o usa tecnologie più avanzate. Con questo criterio salta la correlazione tra efficienza e assetto proprietario perché anche le aziende pubbliche sono efficienti e anche tra le private trovi le inefficienti.
E la Gran Bretagna?
Nel suo saggio “Th Great Divesture”, Massimo Florio dimostra che se andiamo a calcolarci in tutto e per tutto gli effetti della telefonia privatizzata in Inghilterra prendendo non solo i prezzi ma i salari degli addetti, e i rendimenti degli azionisti ci accorgiamo che il bilancio non è certo rose e fiori. Innanzitutto nella prima fase il governo ci ha rimesso 14 miliardi di sterline, svendendo il proprio patrimonio. E non ci furono nemmeno i guadagni di borsa ventilati, quanto meno non per tutti, perché ad intascare furono i ricchi che diventarono ancora più ricchi. I salariati no di certo. Non c’è una correlazione, quantomeno non è significativa in senso statistico - nemmeno tra tasso di crescita dell’economia britannica e le privatizzazioni. Anzi, le privatizzazioni sono state legate a effetti redistributivi e i risultati in termini di contenimento delle tariffe del servizio non è stato significativo.
C’è poi un discorso in relazione alla crescita del Paese. In Italia alienare aziende strategiche non farà bene. Poi ci lamentiamo se lo spread aumenta…
Sì è vero lo spread dipende di più dai tassi di crescita che dai risultati di finanza pubblica. Basta leggere i rapporti del Fmi. E basta guardare al dibattito ai piani alti. Ciò che interessa non è tanto l’ammontare di debito pubblico sul prodotto interno lordo. Questa cosa è diventata importante perché nel dibattito sulla stabilità politica Ue è diventato centrale in modo pretestuoso. Ma il vero problema sono i tassi di crescita. E i tassi di crescita aumentano se il sistema economico nazionale investe nei settori strategicicamente importanti, come le Tlc, appunto. C’è un tasso di interesse alto sui titoli del debito pubblico perché c’è sfiducia nella competitività del paese, ma anche a causa di una politica monetaria europea che non disincentiva la speculazione finanziaria sui titoli di Stato.
Siamo in una congiuntura in cui il confronto sulla crescita non si può più eludere…
Le politiche industriali sono importantissime. E’ vero che la quota dell’high tech sugli scambi commerciali è crescente e dominante, ma questo segnala un cambiamento da un paradigma produttivo ad un altro in cui il settore manifatturiero continua a contare; non possiamo distruggerlo, dobbiamo trasformarlo. High tech e biotecnologie sono manifatturiero e non terziario. Tra i settori trainanti ci sono anche le telecomunicazioni e molti servizi di pubblica utilità come energia e acqua sono strategici. Ma una politica industriale in Italia non sembra esserci. I distretti tecnologici dopo il 2010 sono entrati in difficoltà proprio per l’assenza di politiche pubbliche adeguate. Nella divisione internazionale del lavoro il ruolo italiano è quello di un paese subfornitore di secondo livello. La classe politica italiana non può essere contenta di questa situazione, quella tedesca e francese certamente sì proprio perché in questo modo le proprie aziende si sono ricollocate a monte della filiera produttiva ed hanno difeso e addirittura ampliato le proprie quote di mercato.
Non si vede lo sbocco però…
Questa situazione ci sta conducendo a un punto di minimo. Il problema è che se ne esce solo con la politica. Il profilo di politica economica del governo è estremamente confuso. Si ritiene che si può giocare un ruolo con gli incentivi ai giovani attraverso i fondi europei che sono pochi e non prendono il toro per le corna. Una impresa può sfruttare questa opportunità ma se quell’impresa non ha commesse deve ridefinire al rìbasso comunque la struttura produttiva, despecializzandosi. E’ chiaro che tutto questo si accompagna ad una occupazione che viene umiliata, per usare le parole di un sociologo, Federico Chicchi. Le competenze alte di chi cerca lavoro non corrispondono alle richieste dei datori di lavoro italiani.

"Merkel porta l'Ue alla rovina. Gli altri Paesi devono reagire". Intervista a Giacché

Fonte: www.liberazione.it | Autore: fabio sebastiani
                
l risultato delle elezioni in Germania e l’interpretazione che ne danno i maggiori partiti ci dicono che un cambio di passo è al di là da venire, con conseguenze pesanti per l’Europa. Su questo chiediamo un punto di vista a Vladimiro Giacché che sta per uscire con un importante libro sull’argomento (Anschluss, L’annessione. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa, Imprimatur edizioni).
Il voto è la conseguenza di un fatto politico molto importante, ossia la sostanziale convergenza di posizioni, tra la destra dal volto materno e la Spd, il partito socialdemocratico. E’ una cosa che è emersa chiara in campagna elettorale, cioè l’assoluta mancanza di un'alternativa alla politica del governo. Un giornalista di Ft che aveva seguito il dibattito tra Merkel e Steinbruck ha parlato di un garbato colloquio tra due economisti di tendenza neoliberista. Una parte sostanziosa dell’estabilishment tedesco ha sostanzialmente appoggiato le politiche del governo. Il risultato è questo: l’elettorato alla copia preferisce l’originale. La Merkel ha guadagnato molti più voti di Spd ed ha distrutto il partito liberaldemocratico. In questo caso la logica dell’originale ha funzionato in tutte e due le direzioni. I liberaldemocratici hanno provato con una posizione euroscettica ma una parte dei voti sono andati da un’altra parte.
Come valuti il risultato della Linke?
Intanto, non dobbiamo dimenticarci che in linea teorica il risultato delle urne ci ha consegnato un parlamento con una maggioranza di sinistra. Ma la Spd ha detto da subito che con la Linke non vuole fare accordi e quindi si continua con l’esclusione della sinistra. La posizione di vera sinistra ha comportato per la Linke un buon risultato. Qualche punto in meno? Ma all’epoca era più facile profilare una posizione autonoma, oggi la Spd, invece, era all’opposizione. La Linke, che è vittima di una conventio ad escludendum anche nei mezzi di informazione, è l’unica forza politica tedesca che ha le idee chiare su quello che andrebbe fatto in Germania ed in Europa e dice che quello che sta accadendo in Europa è il risultato della politica di deflazione, precarizzazione e bassi salari che la Germania vuole esportare anche negli altri paesi dell’Europa. In parole povere siamo all’agenda 2010 di Schroeder. Questa posizione della Linke è essenziale perché lega i vari movimenti dei lavoratori europei. E’ un punto importante da cui ripartire. Noi dovremmo uscire un po’ dall’idea di una contrapposizione tra paesi. E loro lo dicono chiaramente. E’ evidente che questo punto di vista si oppone alle politiche praticate in Germania e negli altri paesi.
La Grosse Koalition assomiglia un pò - come nel caso italiano - al "governo del presidente"...
A questa grossa coalizione si arriverà con una Spd che è più o meno la metà del partito della Merkel con le idee poco chiare sulle cose da fare. Credo che uno degli aspetti più importanti sia la fine della speranza in un blocco alternativo alle politiche di austerity guidato dai partiti socialdemocratici. Hollande prima ha gridato contro il fiscal compact e poi si è adeguato seguendo come uno scolaretto.
Non ci saranno nemmeno gli eurobond?
Su questo capitolo va detta una cosa chiara. La situazione si è aggravata. L’idea che l’Europa si salva con la comunitarizzazione del debito è sbagliata. In realtà i temi all’ordine del giorno sono la deindustrializzazione, la disoccupazione di massa, forte deficit in Italia della bilancia commerciale soprattutto nei confronti della Germania. Del resto abbiamo un esempio in Europa di un paese con tutti questi tre feneomeni che poi si è trovato in una forte dipendenza dall’estero. Questo paese è la Germania Est. Le dinamiche europee che sono state accentuate dalla moneta unica sono dinamiche che tu non inverti con l’obolo per i debiti. In un’altra forma queste coperture c’erano pure prima. Quello che serve è un riorientamento della politica europea. E questo ha conseguenze molto gravi. Dobbiamo porci in una situazione in cui non dobbiamo avere bisogno dei soldi della Germania. Loro devono fare politiche espansive e smetterla con una concorrenza sleale con bassi salari e aiuti alle imprese.
Non c’è solo questo contenzioso tra Europa e Germania. C’è anche la partita sul controllo delle banche. E quello interessa le istituzioni europee in quanto tali.
I loro interessi li hanno difesi bene nella cornice attuale rendendo complicata una evoluzione istituzionale in Europa, come per esempio sull’unione bancaria, che è stata bombardata dalla Germania. La supervisione non è su tutte le banche ma solo per quelle sopra i 30 miliardi di euro. Quelle che hanno problemi sono soprattutto le piccole. Qui non ci sarà alcuna vigilanza. Anche su quelle grandi la Merkel ha ottenuto di ritardare il processo. Tutto ciò non va nella direzione dell’integrazione. E’ oggettivamente una contraddizione perché sono gli stessi tedeschi che da una parte invocano più Europa e poi però la bombardano.
Messe così le cose non si vedono alternative se non in una presa di coscienza degli altri paesi europei…
La Francia è realmente a un bivio. O fanno come i tedeschi oppure devono guidare la rivolta contro la Germania.L’equilibrio attuale dovrebbe essere fatto saltare a beneficio dell’Europa stessa, sia chiaro. La mia impressione è che le dinamiche distruttive che riguardano in particolare l’euro non si sono minimamente arrestate. L’abbassamento dello spread riguarda solo la gran massa di liquidità immessa da Stati uniti e Giappone con capitali in libera uscita che si buttano pure sui titoli di Stato italiani. Insomma, se consideriamo l’adeguatezza dei tassi di interesse dei vari paesi l’euro non c’è già più. Se si continua su questa rotta l’euro è spacciato. O si riducono gli squilibri oppure l’euro diventa una camicia di forza che poi uno alla fine decide di togliersi.

Merkel: “Non cambierà nulla”. Syriza: “Coordiniamo resistenze di tutti i paesi europei”

 
Merkel: “Non cambierà nulla”. Syriza: “Coordiniamo resistenze di tutti i paesi europei”

di ARGIRIS PANAGOPOULOS – il manifesto -

Le dichiarazioni di Angela Merkel, domenica sera dopo la vittoria elettorale, («non dovremo smettere di esercitare pressioni per l’applicazione delle riforme in Grecia») sono suonate, per la maggioranza dei greci, come una nuova dichiarazione di guerra, mentre l’affermazione che si prepara un terzo Memorandum ha cancellato qualsiasi dubbio sulla durata dell’austerità. In verità i greci hanno dimostrato poco interesse per le elezioni tedesche: l’attenzione è tutta rivolta alle proteste contro l’assassinio di Paulos Fissas da parte degli squadristi di Alba Dorata, alle teste tagliate negli alti gradi della polizia greca e all’ondata dei scioperi nel settore pubblico e privato, che hanno dimostrato la voglia di lottare ma anche una grande stanchezza.
Ieri pochi giornali aprivano con le elezioni in Germania. Il giornale filogovernativo Ta Nea titolava “Trionfo per la regina dell’austerità” e l’economico Nauftermporiki intitolava “Che porta per l’Europa il trionfo di Merkel?” Il resto dei quotidiani preferiva aprire con le notizie che riguardavano la piccola insurrezione contro i neonazisti.
Anche i politici greci, specialmente quelli al governo, non si sono sperticati in dichiarazioni. Perfino la telefonata di Samaras a Merkel è passata in meno di due righe nell’agenzia ufficiale: «Il primo ministro si è congratulato con la cancelliera tedesca per il successo elettorale».
Nuova Democrazia e Pasok vivono con la speranza che la grande coalizione con la Spd possa modificare la linea dura della Merkel. Ancora peggio, alcuni esponenti di spicco di Nuova Democrazia insistono sul fatto che Merkel è una dei pochi politici che sostengono con forza il loro progetto. Per parte sua Giannis Dragasakis, l’anima pensante di Syriza e per tutto ciò che riguarda la politica economica del partito, ha sottolineato che «la chiave è lo sviluppo e il coordinamento delle resistenze contro le politiche neoliberali di austerità in ogni paese e in Europa».
«La signora Merkel ha detto che non dobbiamo allentare le riforme e che non dobbiamo aspettarci nessuna svolta politica. A rischio di sottovalutare la complessità della situazione, credo che il problema della possibilità di una coalizione lo avranno i socialdemocratici, perché saranno risucchiati dalla signora Merkel. Non dobbiamo dimenticare come avevano votato i socialdemocratici sulle misure di austerità e i Memorandum». «Non è un caso che il grande pensatore tedesco Ulrich Beck parla di “una regina senza corona nell’Unione Europea”», ha detto Rena Doutou, responsabile per la politica estera di Syriza.
La deputata indipendente dei comunisti del Kke Liana Kaneli ha messo in guardia sul fatto che «qualcuno probabilmente ha stappato lo champagne. Chi credeva che se perdeva Merkel sarebbe cambiato qualcosa sbaglia, perché le elezioni in Germania non influenzano la Grecia, se non per quanto riguarda l’economia».
Da parte sua la Frankfurter Allgemeine Zeitung sottolineava ieri che i greci, se potessero, voterebbero tutti per i socialdemocratici, mentre la Süddeutsche Zeitung è convinta che «negli occhi di tanti greci nessun’altra persona incarna la miseria del loro paese cosi tanto come Merkel», ricordando come recentemente la cancelliera era stata mostrata con una divisa nazista.

mercoledì 25 settembre 2013

The economists' warning

 


Nello stesso giorno in cui i media celebrano la vittoria di Angela Merkel in Germania [ndr: 23 settembre 2013], il Financial Times pubblica un testo che interpreta molto diversamente la fase e che guarda più avanti: è "Il monito degli economisti" ("The Economists' Warning"), un documento promosso dagli italiani Emiliano Brancaccio e Riccardo Realfonzo (Università del Sannio) e sottoscritto da alcuni tra i principali esponenti della comunità accademica internazionale, appartenenti a varie scuole di pensiero, tra di essi:
Philip Arestis (University of Cambridge), Wendy Carlin (University College of London), James Galbraith (University of Texas), Mauro Gallegati (Università Politecnica delle Marche), Eckhard Hein (Berlin School of Economics and Law), Alan Kirman (University of Aix-Marseille III), Jan Kregel (ex capo dell'ufficio Finanziamenti per lo sviluppo dell'ONU), Dimitri Papadimitriou (presidente del Levy Economics Institute), Pascal Petit (Université de Paris Nord), Dani Rodrik (Institute for Advanced Study, Princeton), Willi Semmler (New School University, New York), Tony Thirlwall (University of Kent) ed altri.
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La crisi europea continua a distruggere posti di lavoro. Entro la fine del 2013 ci saranno 19 milioni di disoccupati nella sola zona euro, oltre 7 milioni in più rispetto al 2008, un aumento senza precedenti dalla fine della seconda guerra mondiale, che si estenderà per tutto il 2014.
La crisi occupazionale colpisce soprattutto i paesi membri periferici dell'Unione monetaria europea, dove si sta verificando un'eccezionale crescita dei fallimenti, mentre la Germania e gli altri paesi centrali della zona euro hanno invece registrato una crescita sul fronte lavoro.
Questa asimmetria è una delle cause della attuale paralisi politica dell'Europa e della successione imbarazzante di incontri al vertice che si traducono in misure palesemente incapaci di arrestare i processi di divaricazione in atto. Se questa lentezza nel trovare una risposta politica può giustificarsi in fasi meno gravi del ciclo e momenti di tregua sul mercato finanziario, potrebbe avere invece conseguenze più gravi nel lungo periodo.
Come previsto da parte della comunità accademica, la crisi sta rivelando una serie di contraddizioni nelle istituzioni e nelle politiche dell'Unione Monetaria Europea. Le autorità europee hanno preso una serie di decisioni che, contrariamente a quanto annunciato, hanno in realtà contribuito a peggiorare la recessione e ad ampliare il divario tra i paesi membri.
Nel giugno 2010, quando i primi segni della crisi della zona euro sono diventati evidenti, una lettera firmata da trecento economisti ha sottolineato i pericoli inerenti le politiche di austerità, che deprimono ulteriormente la domanda di beni e servizi, nonché l'occupazione e il reddito, rendendo così il pagamento dei debiti, sia pubblici che privati, ancora più difficile.
Questo allarme è stato tuttavia inascoltato. Le autorità europee hanno preferito adottare la fantasiosa dottrina di "austerità espansiva", secondo cui i tagli di bilancio potrebbero ripristinare la fiducia dei mercati nella solvibilità dei paesi dell'Unione europea e quindi portare ad un calo dei tassi di interesse e la ripresa economica. Come il Fondo monetario internazionale ha riconosciuto, oggi sappiamo che le politiche di austerità hanno effettivamente approfondito la crisi, provocando un crollo dei redditi contrariamente alle aspettative largamente diffuse. Anche i campioni della "austerità espansiva" ora riconoscono i loro errori, ma il danno è ormai in gran parte fatto.
Le autorità europee si accingono ora a compiere un nuovo errore. Sembrano convinte che i paesi membri periferici possano risolvere i loro problemi mediante l'attuazione di "riforme strutturali", in grado di ridurre i costi e i prezzi, incentivare la competitività e quindi favorire la ripresa, trainata dalle esportazioni e dalla riduzione del debito estero. Anche se questo punto di vista mette in evidenza alcuni problemi reali, la convinzione che questa soluzione possa al contempo salvaguardare l'unità europea è un'illusione.
Le politiche deflazionistiche applicate in Germania e altrove per costruire surplus commerciali hanno lavorato per anni, insieme con altri fattori, per creare enormi squilibri tra debito e credito tra i paesi della zona euro. La correzione di questi squilibri richiederebbe un'azione concertata da parte di tutti i paesi membri. Ipotizzare che i paesi periferici dell'Unione possano risolvere il problema senza aiuto significa chiedere loro di sottoporsi a un calo dei salari e dei prezzi su tale scala da causare un crollo ancora più accentuato dei redditi e una violenta deflazione del debito, con il rischio concreto di provocare nuove crisi bancarie e di produzione capaci di paralizzare intere regioni d'Europa.
John Maynard Keynes si oppose al Trattato di Versailles nel 1919 con queste parole lungimiranti:
«Se accettiamo la prospettiva che la Germania debba mantenersi impoverita ei suoi figli morti di fame e storpi [...]. Se puntiamo deliberatamente all'impoverimento dell'Europa centrale, la vendetta, oso predire, non sarà zoppicare».
Anche se le posizioni sono ora invertite, con i paesi periferici in difficoltà e la Germania in una posizione relativamente avvantaggiata, la crisi attuale presenta più di una somiglianza con quanto avvenne in quella terribile fase storica, che ha creato le condizioni per l'ascesa del nazismo e la seconda guerra mondiale. La memoria di quei terribili anni sembra essersi tuttavia persa, da come la Germania e gli altri governi europei stanno ripetendo gli stessi errori che sono stati fatti allora.
Questa miopia è in definitiva la causa principale delle ondate di irrazionalismo che attualmente imperversano in Europa, dagli ingenui paladini dei tassi di cambio flessibili come una cura per tutti i mali fino ai casi più inquietanti della propaganda ultra-nazionalista e xenofoba.
È essenziale capire che se le autorità europee continueranno con le politiche di austerità affidandosi soltanto a riforme strutturali per ristabilire l'equilibrio, il destino dell'euro è già segnato. L'esperienza della moneta unica si avvierà alla sua conclusione, con ripercussioni sulla sopravvivenza stessa del mercato unico europeo.
In assenza di condizioni per una riforma del sistema finanziario e di una politica monetaria e fiscale che consenta di sviluppare un piano per rilanciare gli investimenti pubblici e privati, di contrastare le disuguaglianze di reddito e tra le aree e di aumentare l'occupazione nei paesi periferici della Unione, la decisione politica che rimarrà da prendere sarà niente altro che una scelta cruciale tra modi alternativi di uscire dall'euro.
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Traduzione per Megachip di Pier Francesco De Iulio.
Il testo in inglese e tutte le informazioni sul progetto:http://www.theeconomistswarning.com/Il blog del Prof. Emiliano Brancaccio:
http://www.emilianobrancaccio.it/

Intervista a Flassbeck: “L’uscita dall’euro non sia più un tabù”

    
Intervista a Flassbeck: “L’uscita dall’euro non sia più un tabù”

di Alberto Fierro – il manifesto -

Direttore generale del ministero delle finanze nel biennio 1998-99 quando a guidarlo era Oskar Lafontaine, poi alto funzionario dell’Unctad (Conferenza Onu sul commercio e lo sviluppo), il 63enne Heiner Flassbeck è uno degli economisti tedeschi più autorevoli. Autore di numerose pubblicazioni, oggi insegna all’Università di Amburgo e dirige un sito web di analisi e commenti sulla politica economica (www.flassbeck-economics.de) che offre una voce in controtendenza rispetto al mainstrem neoliberale.
Professor Flassbeck, in un suo recente studio – che ha suscitato un vasto dibattito – lei sostiene che il superamento della moneta unica così com’è ora non possa più essere considerato un tabù: la fine dell’euro potrebbe rappresentare un miglioramento delle condizioni del Sud Europa. Perché?
Secondo le mie analisi, il problema della zona euro è principalmente il gap di competitività tra Germania e paesi dell’Europa meridionale. Questa situazione è la conseguenza diretta delle politiche tedesche di dumping salariale praticate nei primi dieci anni di vita dell’euro, che, di fatto, sono andate contro le regole e lo spirito dell’unione monetaria. Il fatto è che il costo unitario del lavoro (cioè il salario in rapporto alla produttività) è aumentato in Germania in misura molto inferiore rispetto agli altri paesi europei, influenzando in maniera decisiva l’inflazione e conseguentemente la competitività delle esportazioni: minore inflazione e costo del lavoro significano prezzi più bassi della concorrenza estera. La catastrofe è l’attuazione di queste politiche di moderazione salariale in paesi come la Spagna e la Grecia: l’unico risultato ottenuto è la distruzione della domanda interna. Se tali misure venissero adottate anche in Italia e Francia si avrebbe il collasso dell’Europa. Per queste ragioni abbandonare l’euro potrebbe rappresentare forse l’unica possibilità per i Paesi oggi costretti a diminuire i salari di avere un’alternativa a tali misure. E per salvare l’Unione europea come progetto politico.
Come immagina potrebbe realmente concretizzarsi l’abbandono dell’euro?
Questi paesi potrebbero uscire dalla moneta unica, introdurre una nuova divisa, svalutare in maniera intelligente e quindi sopravvivere economicamente. Potrebbero esserci due euro, uno «forte» e uno «debole». Sono tutti scenari su cui è possibile ragionare. Ci tengo a sottolineare che io sono sempre stato un sostenitore dell’introduzione dell’euro: il problema è nato con la sua gestione. Se la politica non è in grado di governare il sistema della moneta unica, allora è meglio che venga abbandonato.
Lei sostiene che la moderazione salariale sia la ragione fondamentale della forza tedesca rispetto al resto d’Europa in questi anni.
Come valuta l’idea di introdurre un salario minimo per legge contenuta in alcuni programmi elettorali (8,5 euro secondo Spd e Verdi, 10 per la Linke)? Quali sarebbero le ricadute europee di un aumento dei salari tedeschi?
L’unica soluzione alla crisi economica europea passa attraverso un forte aumento dei nostri salari che vada a compensare il gap di competitività. Le proposte sul salario minimo sono senza dubbio giuste e importanti, ma non bastano. Occorrono misure che riducano sostanzialmente la competitività tedesca nel medio periodo. Affinché i Paesi del sud Europa possano a loro volta migliorare la propria competitività, c’è bisogno di una fase di transizione in cui gli stati attualmente in crisi possano indebitarsi «in maniera sana»: ad esempio con i famosi eurobond. Anche la Germania trarrebbe alcuni benefici dall’aumento dei salari: crescita della domanda interna e aumento delle importazioni. Il problema del nostro sviluppo economico è stato negli ultimi anni proprio relativo alla domanda interna: si è avuta stagnazione dei consumi interni e degli investimenti. Insomma, dietro l’immagine di una Germania vincente grazie al boom di esportazioni esiste una realtà ben diversa.
Come valuta le proposte economiche dei tre partiti di sinistra (Spd, Grünen e Linke) che si presentano al voto?
Possiamo definirli tutti e tre «di sinistra»? Per quanto riguarda la Spd non credo sia possibile. Ufficialmente continua a sostenere che le politiche di riforme strutturali del governo di Gerhard Schröder – la cosiddetta Agenda 2010 – siano state giuste, e non ha messo al centro della propria campagna elettorale un vero dibattito sulla crisi in Europa. Steinbrück e compagni non sono in grado di proporre soluzioni per la situazione attuale: proprio a causa della mancanza di ricette alternative a quelle di Angela Merkel che socialdemocratici e Verdi non ne hanno parlato. A mio modo di vedere, l’unica forza politica che ha provato davvero a comprendere realmente la crisi e a cercare soluzioni è la Linke.

domenica 22 settembre 2013

La Commissione Europea vuole smantellare lo Stato sociale, ormai lo dice anche il premio Nobel Paul Krugman…

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In un articolo del 3 settembre sul New York Times, tradotto e pubblicato dal Sole24Ore il 13 settembre, il premio nobel per l’economia, Paul Krugman (della scuola Neo-Keynesiana) ha così definito i metodi adottati dalla Commissione Europea, riferendosi nello specifico al suo vice presidente e Commissario europeo agli affari economici e monetari, Olli Rehn:
[...] la verità è che Rehn ha gettato la maschera. Non è una questione di rigore nei conti pubblici, non lo è mai stata. Lo scopo è sempre stato usare lo spauracchio ingigantito dei pericoli del debito per smantellare lo Stato sociale.
26056380_il-nobel-paul-krugman-all-attacco-di-apple-gruber-in-difesa-9Fa sempre piacere vedere di essere in buona compagnia nel dire certe cose e avere la possibilità di poter sfidare un interlocutore avverso (tipo Boldrin per dire) a smentire non tanto noi (“ragazzi della MeMMT”) ma un premio Nobel per l’economia. La cosa che però volevo far notare è che ancora una volta non serve un premio nobel per capire che cosa ci stanno realmente imponendo le elité sovranazionali europee, dal momento che sono loro stesse a dircelo periodicamente (in maniera più o meno esplicita).
Per esempio, il 23 febbraio del 2012, il presidente della Banca Centrale Europea (BCE), Mario Draghi rilasciava un’intervista in cui annunciava molto tranquillamente che:
Il «pregiato modello sociale ed economico dell’europa», che garantisce la sicurezza del lavoro e gli ammortizzatori generosi, «è obsoleto».
Oppure, nel lontano agosto del 2003, l’ex ministro dell’Economia e delle Finanze nel governo Prodi (2006-2008), Tommaso Padoa Schioppa, uno dei principali alfieri italiani del processo di unione monetaria europea, descriveva così il suo ideale di futuro modello europeo sulle colonne del Corriere della sera:
Nell’Europa continentale, un programma completo di riforme strutturali deve oggi spaziare nei campi delle pensioni, della sanità, del mercato del lavoro, della scuola e in altri ancora. Ma dev’essere guidato da un unico principio: attenuare quel diaframma di protezioni che nel corso del Ventesimo secolo hanno progressivamente allontanato l’ individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere, con i rovesci della fortuna, con la sanzione o il premio ai suoi difetti o qualità. Cento, cinquanta anni fa il lavoro era necessità; la buona salute, dono del Signore; la cura del vecchio, atto di pietà familiare; la promozione in ufficio, riconoscimento di un merito; il titolo di studio o l’ apprendistato di mestiere, costoso investimento. Il confronto dell’ uomo con le difficoltà della vita era sentito, come da antichissimo tempo, quale prova di abilità e di fortuna. È sempre più divenuto il campo della solidarietà dei concittadini verso l’ individuo bisognoso, e qui sta la grandezza del modello europeo. Ma è anche degenerato a campo dei diritti che un accidioso individuo, senza più meriti né doveri, rivendica dallo Stato.
E questi sono solo due degli esempi più lampanti e inequivocabili per capire con chi abbiamo a che fare. Insomma, ci stanno dicendo cosa vogliono fare delle nostre vite e del nostro futuro. Questa è la loro finalità.
Il mezzo utilizzato si chiama Euro: una moneta che gli Stati dell’Eurozona non possono più emettere ma che sono costretti a prendere in prestito dai mercati finanziari; i governi quindi non possono attuare politiche fiscali di spesa in maniera autonoma per creare benessere e piena garanzia dei diritti per i cittadini. E, ripeto: anche se domani mattina al posto del governo Letta arrivasse qualcuno che volesse intraprendere realmente politiche a favore della collettività, dei lavoratori, dei disoccupati, sarebbe materialmente impossibilitato a farlo stando dentro l’Eurozona. Oggi, qualsiasi decisione che conti davvero deve essere vagliata dai tecnocrati della Commissione Europea a Bruxelles (come ormai dicono apertamente anche fonti insospettabili).
E, di nuovo, che l’Euro sia uno strumento di governo non lo dico io, ma gli stessi architetti dell’Unione monetaria. Per esempio, nel 2011, l’ex Presidente del consiglio, Mario Monti notava che “what Greece has decided and has implemented is the best signal to date that the euro as a means of structural transformation is working”, ossia “ciò che la Grecia ha adottato e implementato è il miglior segnale che l’euro, come mezzo di trasformazione strutturale, sta funzionando” (fonte).
Ah, ovviamente spiegatelo ai Greci senza più lavoro che sono in piazza da due giorni, con a casa bambini denutriti come in tempo di guerra, che tutto sta funzionando.
Daniele Della Bona

EURO: UN TUMORE NEOLIBERISTA


Non confondiamo il sogno dell'Unione europea con l'incubo della moneta unica

di Mark Weisbrot*
Pubblichiamo quest'articolo malgrado sia "inglese", ovvero contenga la pittoresca idea che la politica monetaria del duetto anglosassone (UK e USA) sia "meno di destra" e meno "antipopolare" di quella della Bce e delle autorità politiche europee che l'avallano. Per l'autore sarebbero andati benissimo, nel tentare di uscire dalla recessione, i paesi che hanno adottato stimoli e incentivi fiscali per rilanciare i consumi, mentre la Bce ha scelto politiche restrittive. Tutto vero. Solo va aggiunto che di quegli stimoli si sono avvantaggiati solo i capitalisti e le banche, e che né UK né USA sono venute fuori dal marasma e che anzi, per certi versi stanno messe peggio dell'eurozona. Se la finanza predatoria non li aggredisce è solo perché... essa risiede nella City londinese e a Wall Street. La verità è che né a Francoforte, né a Londra, né a Washington hanno la più pallida idea di come evitare che la crisi diventi catastrofica, per la semplice ragione che quest'esito non si può evitare. La crisi è una crisi epocale, e il capitalismo occidentale è destinato a sprofondare. Se poi sarà in grado di risorgere, lo si vedrà fra trenta o quaranta anni.

L’euro sta precipitando verso i minimi storici nei confronti del franco svizzero e i tassi di interesse sui bond italiani e spagnoli hanno raggiunto tassi da record. Quest’ultimo sviluppo della crisi della zona euro è dovuto ai timori che il contagio stia per estendersi all’Italia, che con un’economia da 1.400 miliardi di euro e un debito di 1.700 miliardi è “troppo grande per fallire”, come si usa dire. Di conseguenza le autorità europee sono fortemente preoccupate.

Anche se al momento ci sono pochi presupposti che i tassi d’interesse italiani possano salire al punto da mettere davvero a repentaglio la solvibilità, i mercati finanziari stanno agendo irrazionalmente e incrementando sia i timori sia l’eventualità che la profezia si auto-avveri. Il fatto che le autorità europee non riescano neppure ad accordarsi su come gestire il debito greco – un’economia pari a meno di un sesto di quella italiana – non ispira molta fiducia nella loro capacità di gestire una crisi più grande. Le economie più deboli della zona euro – Grecia, Portogallo, Irlanda e Spagna – sono già di fronte alla prospettiva di anni di sacrifici economici, oltre ad altissimi livelli di disoccupazione (rispettivamente del 16, 12, 14 e 21 per cento).

Se teniamo conto del fatto che al fondo di questa condanna auto-inflitta c’è il proposito di salvare l’euro, è sicuramente opportuno chiedersi se valga davvero la pena salvarlo, e bisogna formulare questa domanda dall’ottica della stragrande maggioranza degli europei che si guadagnano da vivere, quindi da una prospettiva progressista.

Si afferma di frequente che l’unione monetaria – che ormai comprende 17 paesi – deve essere mantenuta per il bene dell’intero progetto europeo. Ciò implica ideali apprezzabili come la solidarietà europea, l’adozione di standard comuni sui diritti umani, l’integrazione sociale, la sorveglianza del nazionalismo di destra e naturalmente l’integrazione economica e politica che sta alla radice di questo progresso.

Ma ciò significa confondere l’unione monetaria, ovvero la zona euro, con l’Unione europea stessa. Danimarca, Svezia e Regno Unito, per esempio, appartengono all’Ue ma non all’unione monetaria. Non vi è dunque motivo per il quale il progetto europeo senza l’euro non possa andare avanti e portare comunque a un’Unione prospera.

Ci sono buone ragione per sperarlo. Il problema è che l’unione monetaria, diversamente dall’Ue, è un progetto della destra. Se ciò non è stato chiaro sin dall’inizio dovrebbe diventarlo adesso che le economie più deboli della zona euro sono soggette provvedimenti punitivi riservati in passato ai paesi a basso o medio reddito caduti nella morsa del Fondo Monetario Internazionale (Fmi) e del G7. Invece di cercare di uscire dalla recessione tramite stimoli e incentivi di natura fiscale e/o monetaria, come hanno fatto la maggior parte dei governi di tutto il mondo nel 2009, questi governi sono stati costretti a fare esattamente il contrario, con un enorme sacrificio a livello sociale.

Al danno si sono aggiunte anche le beffe: le privatizzazioni in Grecia e la “riforma del mercato del lavoro” in Spagna; gli effetti regressivi dell'austerity; il continuo contrarsi e assottigliarsi del welfare, mentre le banche erano salvate a spese dei contribuenti. Tutto ciò dimostra che le autorità europee hanno un’agenda di destra e tentano di sfruttare la crisi per imporre riforme di stampo liberista.

La natura fondamentalmente di destra dell’Unione monetaria è stata istituzionalizzata sin dall’inizio. Le leggi che limitano il debito pubblico al 60 per cento del pil e i deficit di bilancio annuali al 3 per cento del pil, per esempio, pur essendo infrante nella pratica sono restrittive senza motivo in tempi di recessione e di alta disoccupazione. Il mandato della Banca centrale europea, che deve occuparsi esclusivamente dell’inflazione e non dell’occupazione, è un altro brutto segnale. La Federal Reserve statunitense, per esempio, è un’istituzione conservatrice, però è tenuta per legge a preoccuparsi sia della disoccupazione sia dell’inflazione.

La Fed oltretutto – malgrado la sua incompetenza nel riconoscere per tempo una bolla immobiliare da ben ottomila miliardi di dollari che ha poi finito col travolgere l’intera economia degli Stati Uniti – ha dimostrato di essere flessibile di fronte alla recessione, e ha stampato oltre duemila miliardi di dollari nell’ambito di una politica monetaria espansionistica. Da aprile, invece, gli estremisti che dirigono la Banca centrale europea hanno aumentato i tassi di interesse, nonostante una disoccupazione nelle economie più deboli della zona euro che ricorda i livelli della depressione.

Alcuni economisti e osservatori politici sostengono che per funzionare a dovere la zona euro ha bisogno di un’unione fiscale, con un maggiore coordinamento delle politiche di bilancio. Ma la politica fiscale di destra è controproducente, come possiamo testimoniare noi tutti, anche nel caso in cui fosse coordinata meglio. Altri economisti – compreso il sottoscritto – hanno sostenuto che le grandi differenze nella produttività di economie collegate tra loro comportano gravi difficoltà per un’unione monetaria. Se anche tali problemi potessero essere risolti, se il progetto è di destra la zona euro non varrebbe lo sforzo.

Modello afgano

Prima della creazione della zona euro l’integrazione economica europea era di natura diversa. L’Unione europea aveva compiuto alcuni sforzi per migliorare le economie meno performanti e proteggere quelle maggiormente vulnerabili. Ma le autorità europee hanno dimostrato di essere spietate nella loro unione monetaria.

L’idea che l’euro debba essere salvato per il bene della solidarietà europea si scontra con la resistenza opposta dai contribuenti di paesi quali la Germania, i Paesi Bassi e la Finlandia contro il bailout della Grecia. Se è innegabile che in parte tale resistenza si basi su pregiudizi nazionalistici – spesso esaltati dai mass media – le cose non stanno del tutto così. Molti europei non amano l’idea di pagare di tasca propria il bailout delle banche europee colpevoli di aver erogato prestiti rischiosi. E le autorità europee non stanno “aiutando” la Grecia, non più di quanto gli Stati Uniti e la Nato stiano “aiutando” l’Afghanistan – se vogliamo riferirci a un dibattito più o meno analogo, nel quale chi si oppone a politiche distruttive è etichettato come “retrogrado” e “isolazionista”.

Pare, per altro, che buona parte della sinistra europea non capisca la natura di destra delle istituzioni, delle autorità e soprattutto delle politiche macroeconomiche che governano la zona euro. Ciò rientra nel problema più generico dell'incomprensione da parte dell’opinione pubblica delle politiche macroeconomiche mondiali, che ha consentito alle banche centrali di destra di mettere in atto politiche distruttive sotto governi di sinistra.

Questa incapacità di comprendere come stanno veramente le cose, insieme alla mancanza di stimolo democratico, possono contribuire a spiegare il paradosso per il quale l’Europa ha politiche macroeconomiche più di destra degli Stati Uniti, malgrado abbia sindacati estremamente più forti e basi istituzionali ispirate a politiche più progressiste
* Fonte: www.presseurop.eu/it Originale in The Guardian del 13 luglio 2011
** Traduzione di Anna Bissant

La Germania si sveglierà europea

La Repubblica Roma
Chiunque sia il vincitore delle elezioni del 22 settembre, dovrà ridare slancio alla costruzione dell'Europa politica e rimediare agli errori commessi finora.
«L’idea che i tedeschi vogliano giocare un ruolo speciale in Europa è un fraintendimento », ha rassicurato Schäuble. «Non stiamo chiedendo agli altri di essere come noi. È un’accusa insensata quanto gli stereotipi nazionali che si nascondono dietro a dichiarazioni del genere». Ma i fatti raccontano un’altra storia, come ha riscontrato il politologo Edgar Grande in uno studio a livello europeo. Grande e i suoi collaboratori hanno analizzato il dibattito sulla crisi dell’euro in diversi contesti nazionali: dai risultati emerge una differenza chiarissima fra la Germania e gli altri Paesi europei, Regno Unito compreso.
Mentre in tutti i Paesi soggetti sovranazionali come la troika sono riconosciuti come protagonisti capaci di influire sulle sorti della nazione, in Germania nessuno ne parla: questo significa che il dibattito tedesco sulla crisi dell’euro è innanzitutto un dibattito nazionale, mentre in tutti gli altri Paesi è un dibattito europeo dominato da soggetti sovranazionali e tedeschi. Questi dati empirici confermano chiaramente la mia diagnosi sull’«Europa tedesca », che a causa della crisi dell’euro si è evoluta in entrambi i sensi.
Mentre in tutti i Paesi d’Europa la Germania è al centro del dibattito nazionale, in Germania il dibattito si concentra quasi esclusivamente sulla Germania. Con le imminenti elezioni politiche (il 22 settembre), un osservatore straniero che venga a Berlino si aspetterebbe di trovare polemiche accese sull’Europa. E invece la Germania sembra stranamente distaccata. La campagna elettorale si è concentrata finora sul Datagate, sull’aumento del costo dell’energia, sulle strutture per l’infanzia. E basta. La Germania, il Paese chiave per risolvere la crisi dell’euro, sembra immune ai laceranti dibattiti sulle diverse opzioni disponibili (nessuna delle quali a costo zero).
Da quando è cominciata la crisi dell’euro, molti governi in carica, in tutta Europa, hanno perso rovinosamente le elezioni. Per la cancelliera tedesca sembra profilarsi invece una riconferma. I tedeschi adorano Angela Merkel, innanzitutto perché pretende pochissimo da loro. E poi perché la Merkel sta mettendo in pratica un nuovo stile di potere politico, il merkiavellismo. «È meglio essere amato che temuto, o ’l converso? », chiedeva Machiavelli nel Principe. E rispondeva «che si vorrebbe essere l’uno e l’altro; ma, perché elli è difficile accozzarli insieme, è molto più sicuro essere temuto che amato, quando si abbia a mancare dell’uno de’ dua».
Merkiavelli sta applicando questo principio in modo nuovo e selettivo. All’estero dev’essere temuta, in casa amata (forse perché ha insegnato ai Paesi stranieri a temerla).
Neoliberismo brutale per il mondo esterno, concertazione con una spruzzata di socialdemocrazia in casa: questa è la formula di successo che ha sistematicamente consentito
a Merkiavelli di espandere il suo potere e quello della Germania. E c’è una discrepanza clamorosa anche per quanto riguarda le posizioni delle classi dirigenti e dei partiti politici. In tutti i Paesi europei ci sono forti movimenti euroscettici o antieuropeisti, e partiti che danno voce a una cittadinanza sempre più insofferente. Per questi cittadini le politiche di rigore imposte dai loro governi sono una mostruosa ingiustizia. Stanno perdendo l’ultimo barlume di speranza e fiducia nel sistema politico nazionale ed europeo. Anche in questo caso, la Germania fa eccezione.

Consenso trasversale

Qui troviamo una rara situazione di consenso. I due partiti di opposizione, i socialdemocratici e i verdi, contestano i piani di austerity della cancelliera su alcuni dettagli, ma in Parlamento hanno sempre votato con lei. Invece, due dei partiti che sono al governo con la Merkel, la bavarese Csu e la liberale Fdp, sono su posizioni nettamente distanti da quelle del loro stesso esecutivo. Il risultato è che il dibattito sulla crisi dell’euro in Germania manca di un’opposizione in Parlamento. Al suo posto c’è una strana mescolanza di favorevoli e contrari: da un lato, una grosse Koalition non dichiarata tra governo e opposizione, nello specifico socialdemocratici e verdi; dall’altro lato, Csu e Fdp, che teoricamente fanno parte della coalizione di governo, che si oppongono a questa grosse Koalition. Su ogni decisione importante, quando la cancelliera rischia di non trovare il pieno sostegno dei suoi alleati, si assiste a uno strano scambio di ruoli «alla tedesca ».
la crisi europea sta arrivando al dunque, e la Germania si trova di fronte a una decisione storica
Ma la crisi europea sta arrivando al dunque, e la Germania si trova di fronte a una decisione storica: tentare di rilanciare il sogno e la poesia di un’Europa politica nell’immaginazione della gente o restare attaccata a una politica del tirare a campare e usare l’esitazione come mezzo di coercizione, finché euro non ci separi. La Germania è diventata troppo potente per permettersi il lusso dell’indecisione e dell’inattività, eppure va avanti come un sonnambulo per la sua strada. O – per citare Jürgen Habermas – «la Germania non sta ballando, sta sonnecchiando su un vulcano».
E poi c’è un ultimo paradosso: anche se la Germania sta sonnecchiando su un vulcano, anchese non c’è nessun dibattito sul momento della decisione, l’esito più probabile delle elezioni sarà favorevole a ulteriori progressi verso l’unione politica del continente. Con ogni probabilità Angela Merkel resterà alla guida del Paese per un terzo mandato e mi aspetto che ci sia una svolta non dichiarata verso una politica più europeista. Dopo tutto, cambiare posizione è l’elemento chiave del merkiavellismo. E salvare l’euro e l’Unione Europea fa fare bella figura sui libri di storia.
Nell’improbabile eventualità che la Merkel non venga rieletta, un governo rosso-verde si darebbe da fare, insieme a Francia, Italia, Spagna, Polonia ecc. per correggere l’errore di progettazione dell’unione monetaria e fare il passo successivo verso il completamento dell’unione politica, producendo una situazione in cui la Merkel, all’opposizione, costituirebbe il socio ufficioso di una grosse Koalition.
Guardiamo le elezioni tedesche attraverso gli occhi degli altri. Nei governi, nelle strade d’Europa e nei corridoi di Bruxelles, tutti aspettano di vedere in che direzione andrà Berlino.
«Probabilmente sono il primo ministro degli Esteri in tutta la storia della Polonia a dire una cosa del genere », ha dichiarato Radek Sikorski nel 2011, «ma è così: più che la forza della Germania sto cominciando a temere l’inattività della Germania». A partire dal 23 settembre, il giorno dopo le elezioni, in una costellazione o nell’altra la domanda «quale Europa vogliamo e cosa dobbiamo fare per arrivarci?» sarà al centro della politica tedesca ed europea. Speriamo che sia ein anderes Europa, un’altra (e cosmopolita) Europa, capace di far sentire la sua voce in un mondo a rischio, e non eine Deutsche Bundesrepublik Europa, una repubblica federale tedesca d’Europa.

sabato 21 settembre 2013

La condanna europea all’austerity

Fonte: Il Manifesto | Autore: Andrea Fumagalli
                 
Tra pochi giorni le elezioni tedesche segneranno lo spartiacque per un probabile cambio della politica economica europea. Pur se la governance politica dell’Unione Europea rimarrà non molto dissimile, la governance economica potrebbe significativamente modificarsi con l’allentamento delle politiche di austerity . Dopo sei anni di crisi, alla cui persistenza le stesse politiche di austerity hanno sicuramente contribuito, è necessario voltar pagina. Il motivo è semplice. Le politiche di austerity hanno raggiunto in buona parte i loro scopi e il loro perdurare rischia di colpire anche chi ne ha fatto una bandiera. Nonostante quel che ci viene raccontato, non siamo in presenza di una ripresa economica. Al limite, dopo sei trimestri consecutivi di segni negativi (un vero e proprio record) è lecito attendersi un rallentamento, quasi fisiologico, del calo, verso una situazione più di stagnazione che di crescita. Il mercato del lavoro, nel frattempo, ristagna, anzi peggiora. I paesi dell’Europa meridionale segnano livelli record di disoccupazione, soprattutto, di quella giovanile (il massacro di una generazione), ben oltre i valori ufficiali dichiarati, se si contano tra gli inoccupati, anche i cosiddetti «scoraggiati» e «mini jobs» (in Germania) e i «zero hours contracts» (in Gran Bretagna). L’attuale situazione del lavoro in Europa è uno dei risultati vincenti delle politiche di austerity. La destrutturazione del mercato del lavoro è infatti uno degli obiettivi della politica economica recessiva che è stata pervicacemente perseguita dalla Germania e dalle autorità europee: la precarizzazione del lavoro e della vita tramite processi di mercificazione biopolitica dell’esistenza, la frammentazione del lavoro vivo e l’impossibilità di sviluppare capacità conflittuali, se non di mera resistenza. Potere oligarchico Tale risultato è stato possibile anche perché il pesante calo dei redditi, la precarizzazione crescente sotto il ricatto della disoccupazione e del bisogno hanno depotenziato la capacità conflittuale (invece di aumentarla). La crisi ha aumentato infatti l’eterogeneità sociale e dei movimenti degli stati membri dell’Unione Europea. L’inesistenza di istituzioni rappresentative europee a tutti i livelli in grado di contrapporsi a tale deriva ma piuttosto inclini ad aumentare la divergenza e a definire gerarchie nazionaliste non ha che peggiorato la situazione. Si noti che tale processo sociale disgregativo (che ha alimentato anche forme di revanscismo localista, xenofobo e razzista in quasi tutti gli stati europei) è avvenuto nel mentre l’oligarchia economico-finanziaria, sotto l’egida tedesca, era in grado di promuovere un’omogeneità dell’azione politica e fiscale senza precedenti. Paradossalmente, ma non troppo, si è contemporaneamente affermato un modello (regressivo, reazionario e neo liberista) di politica fiscale comune europea, con l’obiettivo di ribadire il primato della proprietà privata (contro il comune ), della diseguaglianza (contro una più equa distribuzione del reddito ), del lavoro precario (contro un reddito di base incondizionato ), del saccheggio dello spazio e dell’ambiente e della mercificazione della vita (contro la possibilità di esercitare un potere decisionale autonomo per sé e per il proprio territorio). Ma le politiche d’ austerity e fiscali ora rischiano, se ulteriormente perpetrate con le stesse modalità recessive che le hanno definite fino a ora, di rilevarsi un boomerang, se non vengono mitigate dalla necessità di favorire comunque una ripresa economica. Il mantra della crescita – almeno a parole – è diventato la nuova emergenza economica. Se prima era il debito a definire la situazione emergenziale da cui tutto doveva dipendere, ora è l’aumento del Pil a essere la nuova ossessione emergenziale. Non è un caso che alla minor valorizzazione del capitale multinazionale europeo si accompagna anche la perdita di importanza dell’Europa nello scacchiere internazionale. Vi è cioè anche una crisi di governamentalità politica che richiede un cambio di passo. L’Europa, oggi, al sesto anno di crisi, non solo ha perso la centralità economica ereditata dal fordismo, ma anche la centralità politica fondata sull’asse con gli Usa. te monetario e nel controllo dei debiti pubblici e esteri definiva i pilastri della propria governance tendono a essere irreversibili e irrimediabili per la stessa valorizzazione capitalistica. La generalizzazione della condizione precaria nel lavoro da un lato, la privatizzazione del modello europeo di welfare state, accelerati dalla crisi, dall’altro, non consentono infatti di poter sfruttare al meglio quelle economie dinamiche di rete e di apprendimento che oggi sono la base per la crescita della produttività e per l’innovazione tecnologica. L’esperienza del Sud America e la parabola economica di Cina e India (che vive, comunque, una situazione attualmente di impasse ) mostrano che altri modelli economici sono possibili, pur con tutta l’ambiguità del caso. Il modello europeo in salsa neoliberista ha oramai fatto il suo tempo: l’essere riusciti a impedire lo sviluppo di conflittualità (a differenza di altre regioni del globo) ha avuto un costo talmente alto da mettere in crisi lo stesso establishment europeo.

I “precari” avranno mai una coscienza di classe?

Il ruolo della scuola pubblica

Christian Raimo - sinistrainrete -


Che vuol dire quindi cultura del lavoro?
Mio nonno – operaio – non credo abbia mai letto molto Hegel o Marx in vita sua ma mi ha trasmesso quel paio di cose fondamentali: 1) che il lavoro nobilita nel senso hegeliano, in quanto dà all’essere umano la consapevolezza di poter trasformare la natura; 2) che una coscienza di classe è sentita prima ancora che teorizzata. La condizione sociale di mio padre è, a miei occhi, il frutto migliore di una comunità fondata sul lavoro, come Costituzione aveva voluto all’articolo 1. La sua etica lavorista e aziendalista, il suo rapporto con gli altri dipendenti e con i sindacati, sono stati la forma di un mondo per cui per dirla – contro la Thatcher – non gli individui ma la società esiste, ed è fatta in primis dalle persone che lavorano insieme. Nessuno della mia famiglia ha fatto politica attivamente: questa cultura (ossia questa consapevolezza) era immediata. Passava, sono convinto, attraverso grandi e piccole narrazioni. Ho presente che nelle storie che mi raccontavano da bambino mio nonno e mio padre c’erano i racconti della guerra ma c’erano anche un sacco di racconti di fabbrica: scioperi, vertenze, aneddoti della vita interna tra la mensa e i laboratori.
E oggi? Mi viene in mente quello che dice Stanley Aronowitz in Post-work: non esiste una coscienza di classe se non c’è un racconto di classe, non esiste una rivendicazione di diritti sul lavoro se prima non c’è un racconto comune su cosa vuol dire lavoro. Ossia, per farla breve, esiste il movimento operaio, la cultura operaia, se ci pensate con i suoi canti, i suoi riti, le sue feste, le sue date fondamentali, i suoi eroi, ed è una meravigliosa e secolare storia; non esiste un movimento precario, una cultura precaria. Nonostante, per fare un esempio sempre dal mondo anglofono, Guy Standing abbia provato un paio di anni fa a realizzare nel suo libro The precariat. The new dangerous class, un’operazione di sintesi storica e geografica dei nuovi lavoratori globali. Ma è una forzatura, a mio avviso, una sintesi in vitro. È difficile e forse impossibile definire il “precariato” una classe. Per semplici, preliminari ragioni, linguistiche prima ancora che storiche.

Precario dice in sé una condizione di debolezza, oggettiva e non soggettiva. Precario è una condizione deficitaria, semanticamente definisce per difetto rispetto a stabile. Precario è una parola onni-significante, in sociolinguistica si definirebbe un plastismo, ossia una parola talmente adattabile a tanti significati diversi da non essere più utile a dirci qualcosa. In questo senso la cultura del lavoro è oggi una questione più che una risorsa.
È difficile: A) riconoscere una condizione e B) pensare che questa condizione ci definisca e che anzi la rivendichiamo come parte fondamentale della nostra identità se questa condizione è essenzialmente dolorosa, deficitaria, mancante, spersonalizzante…
La cultura del lavoro oggi è un processo complicato perché il capitalismo avanzato è veramente molto avanzato, e mette a lavoro tutto, comprese non solo le nostra facoltà cognitive, ma anche – se ci pensiamo – le nostre psicosi. Per fare un esempio, io non sono soltanto un consumatore migliore se sono portato a fare shopping compulsivo, ma sono in un certo senso un lavoratore migliore se per esempio sono ansioso. Sono un lavoratore più produttivo se sono un manager che sviluppa una control-freakness, se sono un ufficio stampa con manie narcisistiche, se sono uno che fa più lavori e ha un bipolarismo accentuato. Già riconoscere questa condizione come una condizione patologica determinata anche dalle forme del lavoro contemporaneo non è facile. Il rischio successivo è di fare di questa condizione patologica la condizione di rispecchiamento. Un orgoglio patologico, se ci si pensa. Una coscienza di far parte di una comunità di traumatizzati vissuta come coscienza di classe.
Quale cultura del lavoro si può sviluppare da tutto questo? Come abbiamo provato a considerare, il capitalismo avanzato mette tutto a profitto. Sia il trauma che produce, sia il racconto del trauma. Non è vero che non si parli di precariato, di lavoro, etc… Ma se ne parla quasi sempre come un elemento oggettivo. In questo senso si è sviluppato negli ultimi anni un consumo culturale legato al precariato. Film, libri, canzoni, format televisivi, spot televisivi hanno raccontato moltissimo questa nuova scena sociale, questo mondo vissuto dai precari. In due modi: oggettivandolo ossia spesso neutralizzandolo (eliminandole la prospettiva soggettiva, quindi eliminandone la potenzialità di conflitto), e – passaggio ancora più importante – rendendolo merce. Mister Precarietto con i suoi 700 euro al mese, sempre a casa di mamma e papà, senza futuro chissà che farà, è diventato uno dei personaggi più diffusi delle narrazioni contemporanee. Il racconto della sfiga, della lamentazione, del paradosso di adulti che non riescono a essere adulti è diventato un genere letterario.
Ora, la domanda ovviamente è cosa si può fare per uscire dall’impasse. Io penso che una data cardinale come punto di svolta nella politica italiana degli ultimi due anni sia stata il 14 dicembre 2010. Era il giorno in cui Berlusconi riusciva ad avere la fiducia dopo lo strappo di Fini raccattandosi gli scherani di Scilipoti. Per strada a Roma c’era una manifestazione degli studenti dell’Onda che veniva attaccata dalla polizia in piazza del Popolo. Quello che mi fu chiaro lì era che la rabbia che la generazione post-Genova aveva maturato era una rabbia non ingenua, ma una specie di rabbia disincantata.

venerdì 20 settembre 2013

"In Grecia un delitto dei nazisti ampiamente annunciato".

Fonte: http://www.lucianomuhlbauer.it | Autore: luciano muhlbauer        


Si chiamava Pavlos Fyssas, aveva 34 anni, faceva il cantante hip hop con il nome Killah P, era un antifascista e militava nell’organizzazione di sinistra Antarsya. Stanotte, in un quartiere periferico di Atene, è stato assassinato a coltellate dai neonazisti di Alba Dorata.
Un delitto infame, ma anche un delitto ampiamente annunciato, perché al di là di luogo, circostanza e identità della vittima era purtroppo soltanto questione di tempo perché l’escalation di violenze da parte del partito neonazista greco, Alba Dorata, sfociasse nell’omicidio. Aggressioni a migranti, gay e militanti della sinistra sono ormai all’ordine del giorno e soltanto una settimana fa è stata sfiorata la tragedia, allorché un gruppo di militanti del KKE (partito comunista greco) è stato aggredito a freddo e a suon di sprangate.
D’altronde, i neonazisti sono galvanizzati dal consenso che riescono a canalizzare in una Grecia devastata dalle politiche d’austerità della Troika (siedono in Parlamento e i sondaggi li danno al 13% delle intenzioni di voto) e dalle ampie complicità di cui godono all’interno della polizia greca. Insomma, sono un fenomeno in preoccupante crescita, come ci ricorda anche l’ottima inchiesta di Leonardo Bianchi, Nazisti sull’orlo del potere. Il caso Alba Dorata, pubblicata pochi giorni fa su MicroMega.
Alba Dorata è sicuramente un caso estremo, ma non certamente unico. In tutta Europa i movimenti neofascisti, neonazisti e razzisti trovano oggi nuovi spazi e a volte, appunto, riescono a riempirli, come ad esempio in Ungheria. Ed è per questo, anzitutto, che ci deve preoccupare quello che accade in Grecia e altrove, perché anche qui ci sono la crisi e le politiche d’austerità e anche qui ci sono spazi che si aprono per ideologie e gruppi nazifascisti. E il fatto che qui i gruppi militanti neofascisti e neonazisti siano allo stato tutto sommato piccoli e marginali non cambia di una virgola il problema, poiché anche Alba Dorata era fino a pochi anni fa soltanto un gruppuscolo insignificante, dalla consistenza organizzativa ed elettorale non dissimile da Forza Nuova.
Ed eccoci a noi, cioè al nostro problema. Già, perché anche il più distratto degli osservatori si è ormai accorto che vi è una certa inflazione di iniziative, manifestazioni e raduni di ispirazione nazifascista in Lombardia e nell’area metropolitana milanese. Loro vedono e sentono i nuovi spazi che si aprono e quindi si comportano di conseguenza. Ma quello che forse non stupisce, ma sicuramente preoccupa molto, è che a sinistra e, in generale, nell’opinione pubblica democratica sembrano essere venuti meno gli anticorpi, a tutto beneficio della banalizzazione e della sottovalutazione.
Non intendo certo aprire qui una riflessione sulle ragioni di questo stato di cose, che sono molteplici e peraltro stranote, dal tempo che passa al vuoto culturale a sinistra, ma voglio piuttosto insistere sulla ormai inderogabile necessità di ricostruire gli anticorpi, cioè l’antifascismo.
Ebbene sì, perché ultimamente succedono delle cose preoccupanti dalle nostre parti e alle consuete sottovalutazioni (“ma cosa vuoi che sia?”, “ma ignoriamoli”, “il fascismo è cosa di altri tempi” ecc. ecc.) si sono aggiunte nuove e più insidiose varianti, come i nazi sono “un partito come un altro” e quindi, in nome della libertà e della democrazia, si concedono spazi pubblici a iniziative nazifasciste, come è avvenuto di recente a Cantù. Cioè, intendiamoci, un conto è che lo facciano esponenti istituzionali provenienti da esperienze neofasciste, ma ben altra cosa è che lo facciano anche amministratori pubblici di formazione democratica, come il Sindaco di Cantù. E non importa un fico secco che il raduno di Forza Nuova a Cantù sia stato un mezzo fiasco o che il Sindaco, al di là delle tante chiacchiere, fosse soltanto interessato a un po’ di pubblicità personale (purché se ne parli, diceva qualcuno che se ne intendeva). No, importa che un altro argine sta cedendo, proprio quando ci sarebbe bisogno di ricostruire gli argini!
A proposito, siccome l’antifascismo non sembra più andare di moda, qualcuno ha pensato bene di osare il colpo grosso, come ha denunciato l’Osservatorio democratico sulle nuove destre: un concerto nazirock in pieno centro Milano, al Teatro Manzoni, il 16 dicembre prossimo. L’iniziativa è sempre del giro Lealtà Azione, cioè l’organizzazione di copertura milanese dei neonazisti Hammerskin, e i buoni uffici sono dei consiglieri provinciali dei Fratelli d’Italia, Turci e Capotosti. Insomma, come volevasi dimostrare, quando cedono gli argini…
Oggi ad Atene c’è dolore e rabbia tra gli antifascisti, nella sinistra, tra i democratici. Noi siamo vicini a loro. Ma non basta, dobbiamo fare la nostra parte qui. E questo significa anzitutto indicare e comprendere il problema, porre fine ai cedimenti culturali e politici, prima che sia troppo tardi, perché i nazisti e i fascisti non sono un “partito come un altro”.

giovedì 19 settembre 2013

GRECIA: I PROFESSORI IN SCIOPERO SCRIVONO AGLI STUDENTI

Fonte: Atene Calling                
Cara nostra studentessa, caro nostro studente,
è passato ormai molto tempo da quando questi giorni di settembre erano per tutti noi un dolce ritorno a scuola, con lo scambio delle esperienze estive, con la progettazione e le decisioni sul nuovo anno scolastico, con il rinnovo della promessa che faremo tutto il possibile per vivere bene. È passato ormai molto tempo da quando i governi dei Memoranda, e tutti coloro che li servono, hanno deciso di distruggere la Scuola Pubblica, di trasformarla in un’azienda grigia e severa, che avrà spazio solo per i figli di pochi.
Qualcuno cerca di convincerci che si tratta di una cosa normale e logica. Aspettano di farci “abituare” alla distruzione. Ma tutti sappiamo che questo sarà difficile che succeda. Perché non possiamo vivere così. Ma anche perché vorrà dire che dobbiamo rinunciare, sia noi che tu, a essere delle persone. Ad un mondo migliore. Alla forza del tuo impeto giovanile e creativo, al desiderio forte di cambiare le cose intorno a te contro le abitudini ed il compiacimento dei grandi.
Dopo questo settembre, quindi, niente sarà lo stesso. Noi, i tuoi professori, abbiamo deciso di ribellarci con uno sciopero per la difesa della Scuola Pubblica, della nostra e della tua vita. Di fronte a noi abbiamo i dirigenti dei ministeri, i manager ben pagati, i telegiornali, che non hanno smesso di ripetere che la nostra lotta nuocerà alla scuola… non la loro politica barbara! Queste persone, vivendo da anni nei salotti del potere, non sono in grado di rendersi contro dei tuoi bisogni, delle tue ansie, dei tuoi sogni. Queste persone del sistema, sanno solo fare i conti e in questi conti hanno trovato che la Scuola Pubblica è di troppo.
Durante l’estate, hanno portato avanti l’opera distruttiva della fusione/abolizione di scuole. Hanno chiuso all’improvviso, in una notte, molte scuole e hanno abolito alcune specializzazioni dell’educazione tecnologica, spingendoti tra le “braccia” delle scuole private. Nel contempo, il governo cerca di completare la trasformazione della scuola in un campo di esami forzati, un centro di allenamento per gli esami, visto che invece di elaborare un programma che mirerà alla conoscenza sostanziale e versatile e che ridurrà la pressione insopportabile che stai vivendo, crea un meccanismo disumano di setaccio di persone, basato sugli esami continui, dalla Scuola Media fino al tuo ultimo giorno nel Liceo.
Vogliono spaccare la tua gioventù. Vogliono farti abituare al controllo, così domani sarai un impiegato obbediente. Vogliono cacciarti via dalla scuola, così diventerai un lavoratore non specializzato “conveniente”, se riuscirai a trovare un lavoro. Progettano una vita scolastica sgraziata e spiacevole, con più ragazzi nelle classi e nei laboratori, con meno professori che correranno trafelati, ognuno di loro in molte scuole, per assolvere il loro compito. Con lo stesso disprezzo per qualsiasi cosa viva e bella, le stesse persone secche ci impongono di essere “valutati”, cioè di trasformare quello che amiamo di più (i nostri studi e la nostra educazione, i programmi ed i lavori che facciamo insieme a te, tutte quelle ore di gite, di spettacoli teatrali, di discussioni, di prove e di concerti) in “carte” che riempiranno la nostra cartella, per salvarci dal licenziamento. Insieme a questo, hanno creato un asfissiante codice disciplinare che ci vuole persone docili, che pensino a “insegnare” e a niente altro.
Cominciamo questo anno scolastico in meno: con delle scuole chiuse nell’educazione tecnica e generale, con oltre 10.000 colleghi ai quali hanno tagliato la strada verso la scuola. È una situazione che tu conosci in prima persona: perché sono anche i tuoi genitori che subiscono lo stesso violento attacco con i tagli ai salari, i licenziamenti, la chiusura dei negozi e il disperato mostro della disoccupazione. Perché sei anche tu che tutti i giorni devi contare i pochi spicci di fronte alla mensa, avvelenare il tuo successo agli esami di ammissione con lo stress per le possibilità economiche, che ci chiedi se ha più senso studiare quello che volevi o se c’è qualche altra facoltà che ti porta ad un “salario più sicuro” per sfuggire, magari, dalla miseria. Perché sono anche i tuoi fratelli e i tuoi amici, cioè i nostri studenti di ieri, che ci dicono che qui non ce la fanno più e che cercano fortuna all’estero, sulla strada dell’emigrazione, che in passato avevano percorso i loro nonni e speravamo che non dovessimo rivivere per forza.
I nostri problemi sono comuni. Non solo per noi e per te che viviamo, creiamo, lottiamo e sogniamo nello stesso spazio, ma per l’intera società. Una società che può permettersi di subire inerte gli attacchi che si susseguono uno dopo l’altro. Ed è per questo che noi, i tuoi professori e le tue professoresse, abbiamo deciso di ribellarci in questa lotta decisiva, che romperà la putrefazione del “niente può succedere”. In questa lotta vogliamo al nostro fianco tutti i lavoratori. Vogliamo i tuoi genitori, ma abbiamo bisogno anche di te. Non per evitare gli obblighi che sono nostri. Il costo della lotta lo subiremo noi, completamente, nonostante le zozzerie che trasmettono alcuni media. Ti vogliamo al nostro fianco, come anche dentro l’aula, perché è la tua partecipazione che dà senso alla nostra lotta. Solo insieme possiamo rompere il dominio del fatalismo e della miseria, solo insieme possiamo rimanere in piedi e dimostrare che non siamo solamente “un altro mattone nel loro muro”, un altro ingranaggio nella loro macchina.
Dopo questo settembre quindi, niente sarà più uguale. Questa lotta o sarà vinta dalle politiche della Troika e del governo che la serve, che ci impongono la devastazione e la miseria, o sarà vinta da noi, aprendo la strada per la scuola del futuro, per una vita creativa e libera, per tutti. Noi, i tuoi professori e le tue professoresse, ti chiediamo di stare al nostro fianco, di aggiungere la tua determinazione alla nostra e di diventare parte dell’enorme fiume popolare che riempirà le strade del paese e vincerà!
Con affetto, i tuoi professori e le tue professoresse in lotta!
La Federazione dei Professori di Insegnamento Secondario scrive agli studenti

Stiglitz: la disuguaglianza rende malata la nostra politica

Fonte: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
                 
l seguente è un estratto da una trascrizione delle osservazioni di Joseph Stiglitz al congresso dell’AFL-CIO a Los Angeles, l’8 settembre.
Sono un economista. Studio come le economie funzionano e non funzionano. Da molto tempo mi è chiaro che la nostra economia è malata. Uno dei motivi per cui è malata è la disuguaglianza e ho deciso di scrivere un articolo e un libro al riguardo.
Due anni fa ho scritto un articolo per Vanity Fair intitolato “Dell’1%, a opera dell’1%, a favore dell’1%” che in effetti centrava il problema. Troppo a lungo chi lavora duro e rispetta le regole ha visto la propria paga avvizzire o restare la stessa, mentre chi infrange la legge ha accumulato profitti e ricchezze enormi. Ciò ha reso malata la nostra economia, e anche la nostra politica.
Voi tutti conoscete i fatti: mentre la produttività dei lavoratori statunitensi è esplosa, i salari sono rimasti stagnanti. Avete lavorato duro, dal 1979 la vostra produzione oraria è aumentata del 40%, ma le paghe sono a malapena aumentate. Contemporaneamente l’1% al vertice ha portato a casa più del 20% del reddito nazionale.
La Grande Recessione ha peggiorato le cose. Alcuni dicono che la recessione è finita nel 2009. Ma per la maggior parte degli statunitensi ciò semplicemente non è vero: il 95% dei profitti dal 2009 al 2012 è andato all’1% superiore. Il resto – il 99% – non ha mai realmente recuperato.
Più di venti milioni di statunitensi che vorrebbero un lavoro a tempo pieno ancora non possono averne uno, i redditi sono ancora inferiori a quelli che erano un decennio e mezzo fa, la ricchezza nella fascia media è tornata al livello di due decenni fa. I giovani statunitensi affrontano una montagna di debiti per gli studi e prospettive tetre di occupazione.
Siamo diventati il paese avanzato con il più elevato livello di disuguaglianza, con la più grande divisione tra ricchi e poveri. Siamo soliti vantarci: eravamo il paese in cui tutti appartenevano alla classe media. Oggi quella classe media sta arretrando e soffre.
Il messaggio centrale del mio libro ‘The Price of Inequality’ [Il prezzo della disuguaglianza] è che tutti noi, ricchi e poveri, paghiamo il prezzo di questo divario che si allarga. E che questa disuguaglianza non è inevitabile. Non è, come ha detto Rich ieri, come il tempo metereologico, qualcosa che semplicemente subiamo. Non è il risultato di leggi della natura o di leggi dell’economia. E’, piuttosto, qualcosa che creiamo noi, con le nostre politiche, con quello che facciamo.
Abbiamo creato questa disuguaglianza – l’abbiamo scelta, in realtà – con leggi che hanno indebolito i sindacati, che hanno eroso le paghe minime portandole al livello più basso, in termini reali, dagli anni ’50 a questa parte, con leggi che hanno consentito ai direttori generali di prendersi una fetta più grossa della torta dell’industria. Abbiamo reso quasi impossibile che l’indebitamento studentesco sia cancellato. Abbiamo sottoinvestito nell’istruzione. Abbiamo tassato i giocatori d’azzardo del mercato azionario con aliquote più basse di quelle dei lavoratori e incoraggiato investimenti all’estero piuttosto che in patria.
Diciamolo chiaramente: la nostra economia non funziona nel modo in cui dovrebbe funzionare un’economia che funzioni bene. Abbiamo vasti bisogni insoddisfatti, e tuttavia lavoratori e macchine inoperanti. Abbiamo studenti che hanno bisogno di un’istruzione del ventunesimo secolo ma stiamo licenziando gli insegnanti. Abbiamo case vuote e persone senzatetto. Abbiamo banche ricche che non finanziano le nostre piccole aziende ma invece usano la loro ricchezza e il loro ingegno per manipolare i mercati e sfruttare i lavoratori con prestiti predatori.
E’ evidente che la sola prosperità vera e sostenibile è una prosperità condivisa. Se potessimo garantire che chiunque voglia un lavoro e sia disponibile a lavorare duro potesse ottenerne uno, potremmo avere un’economia e una società che sia tanto egualitaria quanto più prospera.
Per ottenere ciò dobbiamo far crescere la nostra economia. Ma non possiamo farlo quando le paghe non crescono e mentre cresce l’insicurezza, con tagli incombenti all’assistenza sanitaria e all’assistenza sociale.
Se abbiamo regolatori o un capo della banca centrale che proteggono i posti di lavoro e i bonus dei banchieri piuttosto che i posti di lavoro e i diritti di tutti gli statunitensi, non realizzeremo ciò.
Non lo realizzeremo mediante irrazionali tagli alla spesa pubblica, che si tratti delle scuole, degli ospedali o dei vigili del fuoco. Questi sono modi per far restare malata la nostra economia. E un’economia in cui il 95% della crescita val all’1% al vertice può essere definita solo così: malata.
Ciò di cui abbiamo bisogno davvero e di investire nel nostro futuro: nell’istruzione, nella tecnologia e nelle infrastrutture.
E i nostri problemi sono più profondi di una crescita debole. Stiamo perdendo la capacità di definirci la terra delle opportunità. Eravamo così quando ciò che uno statunitense poteva ottenere nella vita era il risultato di quanto duramente lavorava. Oggi, dipende molto di più dalla famiglia in cui si nasce, dal suo reddito e dalle sue conquiste nell’istruzione. Ed è peggio negli Stati Uniti che quasi in ogni altro paese avanzato. Stiamo perdendo il ‘sogno americano’.
Se ridiventassimo la terra delle opportunità, potremmo trovare un modo per essere più uguali, più dinamici, più prosperi, e più equi.
Ma per ottenere questo abbiamo bisogno di mercati che funzionino come dovrebbero. Non possiamo permettere che monopolisti e l’1% utilizzino il loro potere per risucchiare ancor più del reddito del paese, di portarlo via agli statunitensi comuni.
La nostra democrazia è in pericolo. Alla disuguaglianza economica si accompagna la disuguaglianza politica. Abbiamo una Corte Suprema che dichiara che le imprese sono persone e dovrebbero avere il diritto incontrollato di spendere denaro per influenzare la politica. I nostri sindacati sono frenati. Piuttosto che un governo del popolo, stiamo diventando un governo dell’1%.
Sulla carta possiamo ancora sostenere l’uguaglianza e il principio ‘una persona – un voto’. Nella realtà alcune voci si sentono più forti – molto più forti – di altre. In conseguenza abbiamo sentito di gran lunga troppo da Wall Street, non abbastanza dalla gente comune e dai lavoratori statunitensi.
Piuttosto che la giustizia per tutti, ci stiamo dirigendo a un sistema di giustizia per quelli che possono permettersela. Abbiamo banche che sono non solo troppo grandi per fallire, ma troppo grandi per essere chiamate a rispondere delle loro responsabilità.
Centosessantacinque anni fa Lincoln disse: “Una casa divisa contro sé stessa non può stare in piedi”. Siamo diventati una casa divisa contro sé stessa, divisa tra il 99% e l’1%, tra i lavoratori, quelli e quelli che li sfruttano. Dobbiamo riunificare la casa, ma non è qualcosa che succederà da sé.
Succederà solo se i lavoratori si uniranno. Se si organizzeranno. Se si uniranno per combattere per ciò che sanno essere giusto, in ciascun luogo di lavoro e in tutti, in ciascuna comunità e in tutte, e in ogni capitale di stato e a Washington. Dobbiamo ripristinare non solo la democrazia a Washington, ma sul luogo di lavoro.
Accadrà solo quando i lavoratori si renderanno conto di essere proprietari di gran parte del capitale del nostro paese, attraverso i fondi pensione, ma che abbiamo permesso che questo capitale sia gestito in modi che sfruttano i lavoratori e i consumatori.
Noi accademici possiamo descrivere con le statistiche quello che sta succedendo, ma siete voi che sapete quello che sta succedendo attraverso quello che vedete e sperimentate ogni giorno.
La sfida che avete davanti è stata raramente più grande. Siete ancora una piccola frazione degli Stati Uniti. Ma siete in gruppo più vasto di rappresentanti della grande maggioranza degli statunitensi che lavorano duro e rispettano le regole.
Dovete far sì che altri si uniscano a voi, che collaborino con voi, che si organizzino con voi, che si battano con voi. Siete solo voi che potete far sentire la voce degli statunitensi comuni ed esigere ciò per cui avete lavorato così duramente. Insieme possiamo far crescere la nostra economia, rafforzare le nostre comunità, ripristinare il sogno americano e ripristinare la nostra democrazia: un governo non dell’1%, a favore dell’1% e ad opera dell’1%, bensì un governo di tutti gli statunitensi, per tutti gli statunitensi e ad opera di tutti gli statunitensi.
Joseph Stiglitz, Premio Nobel, è professore di economia alla Columbia University.


Fonte: http://www.zcommunications.org/stiglitz-inequality-is-making-our-politics-sick-by-joseph-stiglitz.html

Originale: Alternet
Traduzione di Giuseppe Volpe
Traduzione © 2013 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

martedì 17 settembre 2013

La Bce chiede credito per economia reale, ma presta miliardi alle banche all'1% per la speculazione

Fonte: controlacrisi.org
                    La Bce torna a parlare della situazione economica dell'Eurozona, che pare essere migliorata. Ma guai ad abbassare la guardia. Secondo l'istituto guidato da Draghi è necessario stare attenti a competitività, credito bancario, crescita e occupazione. Questo va fatto a livello politico, perché da parte sua la Bce manterrà un atteggiamento accomodante: "Alla luce delle stime moderate per l'inflazione nel medio termine, il consiglio direttivo della Bce prevede che i tassi di interesse resteranno agli attuali bassi livelli, o a livelli più bassi, per un periodo esteso di tempo". Draghi, intervenuto oggi a Berlino durante un convegno, parla di una migliore situazione dei mercati finanziari nell'eurozona, che però "non si è ancora tradotta in una ripresa economica generalizzata". "L'economia resta fragile. La disoccupazione è ancora troppo elevata", dice ancora Draghi. Tra le varie cose dette, spicca una che riguarda il tema del credito: "nelle attuali circostanze la priorità fondamentale è riavviare il credito all'economia reale". Ma come, non è la stessa Bce che ha prestato (meglio dire regalato) centinaia di miliardi di euro alle banche private senza vincolare questi soldi al sostegno dell'economia reale? Infatti, a chi ha memoria non sfugge la contraddizione della banca centrale. Da una parte 'regala' soldi alle banche, che a loro volta li utilizzano per speculare sui mercati finanziari, e dall'altra si lamenta che all'economia reale, imprese e famiglie per capirci, non arriva niente. E' come parlare di povertà e fame mentre ci si abbuffa come maiali.

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