Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!

domenica 6 ottobre 2013

Dietro la crisi della democrazia

micromega


Cultura e diritti, un’altra idea di Italia

libertaegiustizia

1 ottobre 2013 -
Salvatore Settis
SettisDestinazione Italia: più o meno questo sarà stato lo slogan in voga nelle capitali europee alla fine del Quattrocento. E infatti la Penisola divenne presto terreno di scontro fra eserciti spagnoli, francesi, “imperiali”: fu così che il regno di Napoli passò per secoli sotto la Spagna e il ducato di Milano fu dominato prima dalla Spagna poi dall’Austria, per non dire del sacco di Roma perpetrato dai lanzichenecchi, con il Papa asserragliato in Castel Sant’Angelo (1527).
Destinazione Italia si chiama il recente decreto del governo, mirato ad attrarre investimenti stranieri, ma varato in sinistra coincidenza con la svendita di Telecom (o Telco) a un’impresa spagnola, mentre già suonano le campane a morto per Ansaldo Energia (destinata ai coreani) e per Alitalia, che dopo un farsesco “salvataggio” costato al contribuente cinque miliardi sta per passare in mano francese. L’Italia è dunque in vendita? I cittadini assistono impotenti al teatrino di una retorica dello sviluppo che produce recessione, di un’austerità senza traguardi e senza successi, di una “stabilità” sempre più chiaramente sinonimo di paralisi. Il rimedio viene additato in nuove svendite di patrimonio pubblico (anche di beni culturali), e la quotidiana erosione dei diritti (al lavoro, all’educazione, alla salute, alla cultura) viene giustificata in nome dell’Europa, come se fosse un invasore straniero. Come se l’Italia non potesse concorrere a scrivere un’agenda europea di ben altro segno.
Da anni i beni pubblici e le stesse istituzioni dello Stato vengono smantellate da “destra” e da ”sinistra”, con una larga intesa che i governi Monti e Letta hanno solo reso più esplicita. Abituata agli agi e alle pigrizie della rendita parassitaria, buona parte della classe imprenditoriale italiana ha da decenni imbandito il banchetto dove si dividono le spoglie di un’Italia in rotta. Spolpandone il corpo martoriato proprio mentre si autoelogiano come accorti manager, imprenditori e operatori finanziari si trasformano in sensali, comprano a basso prezzo per rivendere (all’estero) a prezzo ancor più basso, e trovano chi li definisce “eroici patrioti” (così Berlusconi chiamò l’armata Brancaleone del “salvataggio” Alitalia). Si chiama “privatizzazione” e viene considerata la panacea di tutti i mali, ma non crea nuova ricchezza, bensì la trasferisce alle oligarchie dei furbi e degli sciacalli, a svantaggio delle classi meno agiate e dei giovani; genera disoccupazione, esilia i diritti e fragilizza la comunità, contro lo stesso principio di «promozione della coesione sociale e territoriale» affermato dal Trattato di istituzione della Comunità europea (art. 16). È quella che David Harvey chiama accumulation by dispossession:
la ricchezza pubblica (cioè dei cittadini) viene espropriata per concentrarla in poche mani. Compito congeniale a quella «immane piramide di sfruttatori» emersa dal fascismo e dal dopoguerra, «che coltiva l’insensibilità nei delitti contro il pubblico denaro e appesta tutto, confonde tutto, dando all’Italia la sua pietosa fama di furberia, tortuosità, vanità, bassa sensualità ». Questa diagnosi di Corrado Alvaro vale ancora; è ancor vero che l’«antica, onoranda borghesia creatrice, con attitudine alla mercatura, all’industria, all’agricoltura» di cui l’Italia poté vantarsi «si conta ormai sulle dieci dita».
Per frenare l’emorragia ci sarebbero due strade (o una combinazione fra le due): una politica di investimenti pubblici, come suggerito da Guido Roberto Vitale, e l’applicazione dell’art. 46 della Costituzione, che «riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare alla gestione delle aziende», come ha ricordato Susanna Camusso. C’è da scommettere che il governo non tenterà né l’una né l’altra. A qualsiasi investimento di fondi pubblici si oppone infatti non tanto la sbandierata congiuntura economica, ma la sistematica rimozione della monumentale evasione fiscale, protetta da tutti i governi come un fortilizio. L’Italia è al terzo posto al mondo per evasione fiscale, preceduta solo da Turchia e Messico (dati Ocse): 154,54 miliardi di euro di tasse non pagate nel solo 2012 (valutazione Confcommercio); e basterebbe recuperarne il 10 % per affrontare le prime emergenze senza nuovi sacrifici e imposizioni. Di dare esecuzione alla “democrazia economica” prevista dalla Costituzione, poi, non se ne parla: come potrebbe «promuovere l’elevazione economica e sociale del lavoro» (art. 46) un governo che in nome dell’austerità ignora il diritto al lavoro (Costituzione, art. 4)? Come potrebbe affidare «a comunità
di lavoratori o di utenti determinate imprese [...] di preminente interesse generale» (art. 43), se lo stesso presidente del Consiglio (coi ministri Quagliariello e Franceschini) firma la proposta di modifica radicale della Costituzione in quanto scritta «nella temperie della guerra fredda » e non più adatta al «mutato scenario politico, economico e sociale»? Se queste parole (datate 10 giugno) echeggiano quelle della finanziaria J. P. Morgan (28 maggio) secondo cui «le Costituzioni dei Paesi della periferia meridionale mostrano una forte influenza socialista, riflesso della forza politica delle sinistre dopo la sconfitta del fascismo », e perciò vanno cambiate? Se la stessa relazione Morgan indica nell’Italia «il test essenziale di questo cambiamento»?
Ma l’Europa non è un impero esterno che, dopo aver conquistato gli Stati membri, possa imporre manu militari
un proprio sistema di regole difformi dall’ordinamento di ciascun Paese. Dev’essere un concerto di voci, anche dissimili, in cui ogni Paese possa portare la propria tradizione culturale, civile, giuridica. Il Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea «lascia del tutto impregiudicato il regime di proprietà esistente negli Stati membri» (art. 345), dunque lo statuto della proprietà pubblica e privata in Italia è e resta quello della sua Costituzione (sovraordinata ai Trattati Ue): la proprietà privata dev’essere finalizzata all’«utilità sociale» (art 42), i beni pubblici e comuni sono garanzia indispensabile all’esercizio dei diritti fondamentali dei cittadini (come riaffermato dalla Commissione Rodotà). All’Europa come una sorta di Germania extralarge,
caricatura delle idee europeistiche da cui nacque l’Unione, è necessario sostituire un’altra idea di Europa, un’Europa delle culture e dei diritti, dove le drammatiche disuguaglianze fra i cittadini, anzi fra gli stessi Paesi (la Grecia!) non vengano attribuite a una sorta di fatalità di natura (le “leggi dei mercati”), ma intese come una stortura da correggere, come la prova provata di errori gravi nella costruzione del sistema. Se mai l’Italia vorrà essere fedele alla propria Costituzione, questa è la sua prima missione in Europa.
Tags: , ,

Italia Spa, la saga delle privatizzazioni

micromega


Se Repubblica li chiama i migranti clandestini.

Autore: stefano galieni
                     Lettera-denuncia su un titolo allucinante
Egregio direttore,
ho iniziato a leggere il quotidiano da lei diretto sin dalla sua fondazione, nel lontano 1976, non avevo ancora 16 anni. Ho continuato a farlo, a volte con assiduità altre meno. Per formazione politica raramente mi son ritrovato a condividerne la linea editoriale ma, in alcuni momenti è riuscito a dare strumenti di informazione e forse anche di formazione per chi ritiene questo un dovere civico. Ho continuato ad acquistarlo anche quando ho iniziato a collaborare per altre testate, periodici di vario tipo e quotidiani come Liberazione per cui da anni mi occupo soprattutto di tematiche connesse all’immigrazione. Mi era utile come contraltare, come punto di vista diverso ma con cui mantenere un ponte di riflessione. Utilizzo il passato e c’è una ragione. Oggi 4 ottobre sono andato in edicola con addosso l’amarezza immensa per la strage che si era verificata il giorno prima nelle acque prospicienti Lampedusa. Nella giornata di ieri per me, rivedere in televisione, e nelle immagini della vostra edizione on line, quei luoghi terribilmente noti non mi permetteva alcun tipo di distacco emotivo. Mi sentivo come tanti e tante impotente, pur essendo da ormai due decenni impegnato su alcune battaglie, con gli articoli scritti, con le tante mobilitazioni, con le iniziative volte a modificare le ragioni che hanno determinato questa ed altre catastrofi. Ieri ho riavvertito un fallimento politico e culturale di questo Paese di cui tutti, a diverso titolo siamo responsabili. Ma a diverso titolo. Ed è per un titolo che da oggi Repubblica per me attiene al passato. Ci vuole coraggio, cinismo o ignoranza, a contraddire un titolo adeguato come “La strage della vergogna” con un occhiello in cui si scrive “La più grande tragedia nel mare dei clandestini”. Clandestini? Ma non è stato spiegato a chi ha scritto quell’occhiello e a lei che ha dato il “visto si stampi” che chi cerca di arrivare in questo disgraziato paese non è un clandestino? Non comprendete quanto questo termine, che la stampa apertamente di destra ma anche apparentemente progressista, abbia modificato la percezione collettiva delle persone, sia divenuta marchio di infamia che rende le vittime meno importanti? Con quanta faciloneria e violando anche i principi sanciti dalla Carta di Roma vi permettete di deformare la realtà. Si lo so poco conta, nel giornale tanti articoli che fanno piangere, poco spazio per riflettere ovviamente, poca voglia di evocare proposte che si scontrano con la pancia dei lettori come avviene con quella degli elettori in altri momenti. Io non so e poco mi interessa sapere se quella frase sia sfuggita nella fretta di andare in stampa o meno. So che fa parte di un pensiero dominante in cui il confine con la beceraggine leghista è solo apparente, di forma ma non di sostanza. So che viene normale scriverlo così come di fronte ad un reato particolarmente efferato è normale considerare notizia la nazionalità del colpevole. E chi legge, come chi scrive con un minimo di presunta consapevolezza è anche disposto a comprendere, cercare di modificare anche simili stereo tipizzazioni. Ma poi si raggiunge un limite di non ritorno. Questa volta siete riusciti a superarlo.
Buon Lavoro, mi auguro migliore.
P.S. Dimenticavo, chi scrive ha anche il limite culturale di dichiararsi comunista. Una parola desueta che da voi ha poco spazio.
Stefano Galieni

Bipolarismo e globalizzazione

Molti paesi in Europa si trovano in una situazione post-politica

Intervista a Chantal Mouffe
25 settembre
Intervista a Chantal Mouffe a cura del Gruppo di lavoro “Europp” (European Politics and Policy) della London School of Economics and Political Science. Pubblicata sul sito Social Europe Journal il 19 settembre 2013. Traduzione dall’inglese di Fabio Vander.
Hai scritto molto in tema di post-politica. Pensi che l’Europa sia in una condizione post-politica?
Di sicuro molti paesi europei sono in una situazione post-politica. Ho sviluppato questa idea di post-politica, riferendomi innanzi tutto alle grandi democrazie rappresentative europee e segnatamente al fatto che lì si è affermato quello io chiamo ‘consensus al centro’, cioè la convergenza fra il centro-destra e il centro-sinistra intorno all’idea che non c’è alternativa alla globalizzazione neo-liberale. A mio modo di vedere democrazia deve invece significare possibilità per i cittadini di fare una scelta consapevole quando vanno a votare, cioè una scelta fra due alternative reali rispetto all’ordine esistente. Oggi questa alternativa non c’è più, perché i partiti di sinistra non offrono più una alternativa seria alla globalizzazione neo-liberale. Ne abbiamo avuto una riprova lampante in Gran Bretagna con Tony Blair e il New Labour, che è andato al potere senza minimamente mettere in discussione le basi dell’agenda stabilita dalla Thatcher, semplicemente limitandosi a gestirla in modo più umano. Lo stesso è avvenuto in altro paesi. Ad esempio in Francia abbiamo oggi un governo socialista, ma Hollande non sta facendo niente di davvero alternativo rispetto a quello che faceva Sarkozy. Lo stesso è accaduto in Spagna con Zapatero. Questo è dunque ciò che chiamo post-politica: il fatto che non c’è vera alternativa; ai cittadini non è offerta una effettiva possibilità di scelta. Non penso che questa sia una buona cosa per la democrazia. Naturalmente c’è anche chi invece pensa che sia un bene tale offuscamento della distinzione fra destra e sinistra, perché così la democrazia sarebbe più matura. Non penso proprio sia così. Non a caso nel mio libro On the [[Political(1) ho cercato di mostrare come lo sviluppo di partiti populisti, di destra come di sinistra, sia una reazione proprio al difetto di alternative a disposizione dei cittadini. I partiti populisti di destra sono oggi in molti paesi gli unici che offrono una alternativa reale. Ovviamente l’alternativa che loro propongono è inaccettabile, non funziona dal punto di vista economico ed esprime troppo spesso forme di xenofobia, ma sono purtuttavia in grado di raccogliere e interpretare le spinte al cambiamento. Perché la politica ha certamente a che fare con gli interessi e con le istanze morali, ma ha anche una dimensione fatta di ‘passione’, del bisogno della gente di identificarsi con un progetto. Ebbene quello che io chiamo post-politica è precisamente una tale mancanza di passione e di identità.
L’Europa deve solo diffidare del populismo, o esso potrebbe anche avere un effetto positivo sulla democrazia?
Cominciamo col dire che la crisi europea è percepita per lo più come ‘crisi del progetto europeo’. Non penso sia così. Penso si tratti piuttosto di crisi della variante liberista del progetto europeo. Il problema è semmai che troppa gente a tal punto identifica l’Unione Europea con il neo-liberismo, che si crede davvero non ci sia possibilità di trasformarla in qualcosa d’altro. Europa e neo-liberismo coincidono per costoro. D’altro canto sono le stesse persone che considerano ogni critica all’attuale progetto europeo come fondamentalmente anti-europea. Sembra non esservi spazio per quanti non sono contro l’Europa, ma semplicemente vogliono un diverso tipo di integrazione europea. Attualmente i partiti populisti di destra non offrono alcuna alternativa, sono interessati solo a dire che non vogliono l’Unione europea. Ma poiché appunto sembra che non si possa ricercare una alternativa senza essere etichettati come ‘anti-europei’, ecco rafforzarsi proprio il consenso al populismo di destra, che vuole soltanto sbarazzarsi dell’integrazione europea. Ora secondo me il termine populismo non ha soltanto un’accezione negativa. Perché, sempre a mio modo di vedere, la democrazia ha di necessità anche una dimensione populista. La democrazia è costruzione di un demos e il populismo -pur lasciando da parte le interpretazioni che insistono sui rischi connessi alla manipolazione delle masse ed ai leaders demagogici- è elemento irrinunciabile della creazione di un popolo. La democrazia struttura la volontà popolare, quella che Gramsci chiamava “collective will” (2) . Certo ci sono poi modi diversi in cui un “popolo” può essere costruito, tanto che ci sono forme diverse di populismo, di destra e di sinistra. Ho elaborato una dottrina secondo la quale l’identità politica è basata sulla contrapposizione di ‘noi’ a ‘loro’. E se si vuole costruire un popolo è necessario stabilire chi siano ‘loro’. Nel caso del populismo di destra sono immancabilmente gli immigrati, gli islamici, gli stranieri. Ma questo non è il solo modo possibile di costruzione di un popolo. Se si pensa infatti al “Front de la Gauche” in Francia, esso è sicuramente un movimento di sinistra, ma accusato a sua volta di populismo. Da un certo punto di vista è giusto, perché essi vogliono opporsi al Fronte Nazionale costruendo un’altra idea di popolo. Un popolo in cui islamici e immigrati non siano degli esclusi, mentre i veri nemici sono le forze della globalizzazione neoliberista. Così se Fronte della Sinistra e Fronte Nazionale sono entrambi movimenti populisti, pure c’è una bella differenza nel tipo di popolo che sono rispettivamente impegnati a costruire. Un altro esempio di populismo di sinistra -e di populismo vincente- è rappresentato da Syriza in Grecia, che arrivò a sfiorare la vittoria alle elezioni del 2012. Assistiamo dunque alla nascita di un nuovo populismo di sinistra in Europa e questo a mio modo di vedere è uno sviluppo estremamente positivo. Rappresenta infatti il modo con cui cominciare a infrangere il consensus intorno al centro e a costruire una reale alternativa alla globalizzazione neo-liberista.
Finora abbiamo discusso di politiche nazionali, ma pensi che gli sviluppi sul piano europeo, ad esempio l’opera della Commissione europea e del Parlamento europeo, possano avere un effetto sul dibattito intorno alla integrazione europea? E comunque un effetto positivo o negativo?
Credo che in ultima istanza abbiamo lo stesso effetto negativo dei partiti centristi sul piano nazionale. Le istituzioni europee non vanno prese in considerazione dell’ambito di un discorso politico serio. L’Unione Europea ha bisogno di essere politicizzata; al momento si tratta solo di ambiti burocratici e non-politici che è bene non pesino nell’ambito di una discussione vera sulla direzione dei processi di integrazione. Tutto ciò ha per altro riflessi sulla scena nazionale, perché i partiti centristi trovano nelle attuali istituzioni europee la scusa per evitare di cambiare le loro politiche. Possono infatti sostenere che fosse per loro promuoverebbero anche politiche diverse, solo che è Brussels che glielo vieta. È appunto una scusa che serve a negare ai cittadini la possibilità di organizzare le cose diversamente. Ma ciò non è affatto necessario. C’è sempre la possibilità di organizzare un dibattito pubblico sulle alternative, di destra o di sinistra, in Europa. Se le elezioni per il Parlamento europeo fossero impostate a partire da chiare linee di destra e di sinistra, con effettive alternative offerte agli elettori, sicuramente aumenterebbe l’interesse dei cittadini per l’Unione europea. Del resto l’Europa dovrebbe essere ciò che i suoi cittadini vogliono che sia.
I governi tecnocratici sono la conclusione necessaria del tipo di Europa post-politica che vai tratteggiando?
Sicuramente io condivido le analisi di studiosi come Colin Crouch che sostengono noi stiamo vivendo in un’era ‘post-democratica’. Le nostre società ancora si definiscono democratiche, ma che significa democrazia nella condizione attuale? Ora il caso più evidente è certamente quello in cui viene completamente scavalcato ogni processo democratico incentrato sul parlamento e sostituito con un governo di tecnocrati. Che senso ha chiamare ancora democratiche questo tipo di società? Indubbiamente si tratta di una tendenza reale, ma di una tendenza che mina nel profondo la democrazia. Ci induce infatti a credere che non ce ne facciamo più niente della democrazia. Anzi ci spinge a credere che le cose andranno meglio se semplicemente rimuoviamo ogni complicazione democratica e implementiamo determinate forme di burocrazia. In casi come questi il nome ‘democrazia’ può anche rimanere, ma non si può seriamente credere che questi paesi siano ancora democratici.
(1) Traduzione italiana: C. Mouffe, Sul Politico. Democrazia e rappresentazione dei conflitti, Bruno Mondadori, 2007. Se ne veda la recensione: F. Vander, C. Mouffe, Sul Politico, “Behemoth”, n. 42, 2007. (2) “Volontà collettiva nazionale popolare”, in quanto creazione del “moderno Principe”, è probabilmente la formula gramsciana più adeguata ai termini usati da Mouffe.

sabato 5 ottobre 2013

Lampedusa, lo schermo della vergogna

Lampedusa, lo schermo della vergogna

( Testo pubblicato sul sito del Centro studi per la Riforma dello Stato, http://www.centroriformastato.org)
Lampedusa non è solo l’estremo lembo dell’Italia e dell’Europa, la cosiddetta porta della penisola e del continente sull’altra sponda del Mediterraneo. E’ anche, come sa chiunque ci abbia messo piede per poche ore, un microcosmo delle contraddizioni feroci della globalizzazione. E’ un posto dove la presenza spettrale dei migranti rinchiusi e stipati nel centro di accoglienza convive, per molti mesi dell’anno, con la presenza spensierata dei turisti in vacanza. Dove l’incombenza quotidiana della morte convive con l’eterno presente dell’industria dello svago. Dove accade – è accaduto, tante volte – che i corpi dei vivi che si immergono nel mare si imbattano con i cadaveri che il mare sospinge verso le spiagge o sbatte sugli scogli. E’ il posto dove i corpi che contano, e che si contano uno per uno perché equivalgono ad altrettanti consumatori di alberghi, bar, creme abbronzanti e spay antizanzara, si muovono contigui a quelli che non contano, e che si contano a grappolo, a decine o a centinaia quando arrivano dal mare vivi o morti, senza singolarità senza nome senza storia. E’ un posto dove noi europei arriviamo con un trolley carico di tutti i nostri (vacillanti) diritti, e loro, i migranti, arrivano senza neanche il diritto a essere sepolti e compianti.
Chiamata ”frontiera d’Europa” dai nostri politici che non sanno di che parlano, Lampedusa è dunque precisamente il posto dove l’idea di frontiera e di confine si vanifica, dissolta dal mare. Obbedendo a un nome più antico della geopolitica, il Mediterraneo – mare di mezzo, e di mediazione – rimescola quello che i confini della politica e della legge pretendono di dividere. Non c’è sovranità statuale che tenga, a Lampedusa. Non c’è legge di Schengen che valga, nel mare di mezzo. Non c’è barriera di cittadinanza possibile, dove il proprio dei diritti si perde nel nostrum del mare. Dove il mare restituisce la contiguità fra la vita e la morte che sta alla radice dell’umano, lì le politiche di distribuzione gerarchica e annichilente dei diritti, cento a noi e zero ai migranti, getta la maschera e si mostra per quello che è: una tanatopolitica basata, né più né meno che ad Auschwitz, sulla pretesa sadica di dividere gli umani in più umani, ”noi”, e meno umani, ”loro”.
Nessuna retorica dell’orrore, nessuna morale della vergogna, nessun elogio dell’eroismo dei lampedusani, nessuna proclamazione del lutto nazionale sono credibili se non sono sostenuti da una chiara ed esplicita autodenuncia delle connivenze della politica italiana con questa tanatopolitica che ha tristi e mai del tutto estirpate radici europee. Il Papa, che non legifera, può vergognarsi e appellarsi alla nostra vergogna, a un senso di colpa collettivo, a un collettivo desiderio di espiazione; il governo, il parlamento, la presidenza della Repubblica no. Se si vergognano, com’è auspicabile, hanno il dovere di dimostrarlo con gli atti, in primo luogo disfacendo quello che hanno fatto fin qui. L’immediata cancellazione della Legge Bossi-Fini e del reato di immigrazione clandestina sono la premessa necessaria, urgente e improrogabile di qualunque discorso sulla politica dell’immigrazione, dell’accoglienza e dell’asilo politico.
La piega che il discorso pubblico sta prendendo sui fatti di Lampedusa è invece tutta un’altra, e non solo a destra. Il ministro dell’interno, di fronte ai cadaveri allineati, sordo alle parole inequivoche della sindaca di Lampedusa e del governatore della Sicilia, dice e ripete che il problema non è la Bossi-Fini, che con ogni evidenza non intende toccare, ma il coinvolgimento dell’Europa ”nella condivisione della tragedia”. Ci si rivolge dunque all’Europa in una prospettiva doppiamente sbagliata: invocando a scopi meramente repressivi un di più di quella sovranità che le migrazioni sfidano, come se per superare la crisi dello stato sovrano bastasse allargarne i confini dalle singole nazioni alla Ue; e invocando la logica della riduzione del danno di fronte a un fenomeno che non è un danno e non è riducibile. Alla Ue bisogna imporre viceversa lo sfondamento dell’Europa-fortezza, la cancellazione delle leggi che consentono la libera circolazione delle merci ma impediscono quella degli esseri umani, la promozione di politiche dell’asilo nei confronti di masse di rifugiati che provengono da quegli stessi paesi in cui l’Europa fomenta le guerre, l’apertura di corridoi umanitari. E una completa rotazione del discorso sulle migrazioni, che finalmente le guardi come una risorsa necessaria per un continente altrimenti destinato a un inarrestabile declino demografico, e non come un danno da limitare o una tragedia da reprimere.
Riteniamo che su queste due discriminanti i partiti di centrosinistra debbano svolgere azioni parlamentari chiare e vincolanti ai fini della valutazione e della prosecuzione dell’attuale esperimento di governo.
Ida Dominijanni, Maria Luisa Boccia, Tamar Pitch

 

Settimana di azione contro il debito e le istituzioni finanziarie internazionali, 8-15 Ottobre 2013

arton9433-ec6d4
Dichiarazione comune per la settimana globale di azione sul debito e le IFI 2013
Il pagamento del debito, l’evasione fiscale e la fuga di capitali stanno impoverendo le popolazioni a vantaggio di pochi. Il denaro viene trasferito dal Sud al Nord del mondo, da coloro che vivono ai margini della società ai più potenti, dal 99% all’1%. Questo sistema finanziario devasta le vite e i mezzi di sostentamento di centinaia di milioni di persone attraverso l’impatto e le crisi che è capace di provocare.
Creditori incauti e rapaci sono invece protetti dall’impatto delle crisi di debito che essi stessi hanno causato, sebbene le popolazioni, a cui non mai stato chiesto il proprio parere sulle operazioni di prestito, ne stiano pagando il prezzo. Questo sistema di indebitamento predatorio e spericolato e il salvataggio bancario hanno accresciuto l’ineguaglianza e messo in pericolo la democrazia in ogni angolo del mondo.
Si deve porre un termine a questo sistema, perché si facciano dei passi avanti verso una vera democrazia, una maggiore uguaglianza e il compimento dei diritti umani fondamentali.
Siamo un movimento internazionale che sostiene cittadini e le cittadine di tutto il mondo che si battono per:
Degli audit pubblici o cittadini in grado di determinare quali debiti siano legittimi;
Il ripudio o la cancellazione dei debiti illegittimi e insostenibili;
La fine dell’imposizione di misure a vantaggio degli interessi dei creditori, come le banche e l’FMI
Un sistema di tassazione giusto e progressivo;
Prestiti pubblici e pratiche di gestione del debito che garantiscano la trasparenza e la partecipazione dei cittadini e delle cittadine;
Una spesa pubblica che dia la priorità ai servizi essenziali che promuova uno sviluppo sostenibile ed equo ;
La trasformazione del sistema finanziario allo scopo di scongiurare il continuo ripetersi delle crisi di debito

NON IL NOSTRO DEBITO!
Settimana internazionale contro il debito illegittimo e le istituzioni internazionali, 8-15 Ottobre
Mentre i creditori più potenti del mondo sono riuniti a Washington nella sede della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, noi, popoli tutti, rivendichiamo uniti un chiaro messaggio:
I debiti ingiusti non sono i nostri debiti!
Dall’America Latina, all’Africa e all’Asia, dall’Europa al Nord America, siamo costretti a vivere con i danni e le sofferenze provocate dai debiti illegittimi e insostenibili
In un mondo dove i debitori sono puniti e i creditori prendono le decisioni, noi diciamo ai creditori- assumetevi le responsabilità per averci portato verso il fallimento!
Vogliamo delle soluzioni alla crisi che siano centrate sulle persone, e non delle false soluzioni imposte da creditori esterni e dall’alto
In questa settimana, noi movimenti globali e locali diciamo, in modi diversi e creativi, e in lingue differenti: “Non è il nostro debito”
Non è il nostro debito quando siamo non siamo stati noi a crearlo
Non è il nostro debito quando non siamo stati consultati
Non è il nostro debito quando i diritti fondamentali vengono violati in nome del suo pagamento.

I debiti ingiusti non sono i nostri debiti!
Vi invitiamo a unirvi a noi per la settimana di azione dall’8 al 15 Ottobre per costruire una o più delle seguenti azioni allo scopo di esprimere le nostre rivendicazioni:
Organizzare dibattiti pubblici, conferenze, diffondere letteratura e materiali sulla tematica del debito
Organizzare incontri, manifestazioni o altre forme di azione nelle scuole, nei luoghi di lavoro, negli spazi pubblici
Inviare lettere o dichiarazioni ai vostri governi
Inviare messaggi elettronici attraverso i social network (facebook o twitter)
Organizzare conferenze stampa, far circolare comunicati stampa, inviare altri comunicati a giornali locali
Agisci:
Durante la settimana di azione contro il debito dall’8 al 15 ottobre, facciamo appello a tutte le popolazioni del mondo per rivendicare il nostro motto: “Non è il nostro debito”. Vi invitiamo per questo a mandare un messaggio sul perché pensiate che un particolare debito non è “il nostro debito” o “non dovrebbe essere pagato”.
1) Per prima cosa. Scrivete su un cartello/pezzo di carta perché pensate un particolare debito “non è il nostro debito” o “non dovrebbe essere pagato”. Per esempio:
- “Non è il nostro debito se serve per salvare banche irresponsabili”
- “Non è il nostro debito se il suo pagamento mette in pericolo la nostra salute… la vita prima del debito!’
- “Non è il nostro debito se è servito per comprare delle armi”
2) Scattate una foto con voi e il cartello. Come nelle immagini qui:http://www.flickr.com/photos/101919330@N02/with/9773614174/
3) Postate la foto su twitter, facebook o instagram, scrivendo il messaggio e usando l’hashtag #notourdebt. Un esempio qui: https://twitter.com/tkjones3434/status/379617689099968512/photo/1
(E’ molto importante usare l’hashtage sia in inglese #notourdebt che in italiano)
4) Se avete utilizzato l’hashtag #notourdebt il messaggio apparirà automaticamente su:http://tagboard.com/notourdebt
Lo scopo è quello di mettere insieme il maggior numero possibile di foto provenienti da tutto il mondo per dimostrare che l’opposizione ai debiti ingiusti e illegittimi è globale.
Se siete impossibilitati a fare la foto, potete comunque partecipare all’iniziativa scrivendo il vostro messaggio su twitter e/o facebook con l’hashtag #notourdebt. Se invece non potete postare la vostra foto su twitter or facebook, potete inviarla a events@jubileedebtcampaign.org.uk e Jubilee UK la posterà per voi.
Aiutateci a trasformare questa azione in un appello globale contro il debito condividendola con i tutti i vostri amici!

Vo Nguyen Giap

- marx21 -
Apprendiamo dalle agenzie della scomparsa di Vo Nguyen Giap, uno dei protagonisti della storia del novecento e simbolo della lotta di liberazione dei popoli di tutto il mondo. Se ne è andato un grande dirigente del movimento comunista e antimperialista mondiale. Un grande stratega della “Guerra di popolo” che ha saputo sconfiggere due formidabili eserciti imperialisti, dando così un contributo decisivo alla liberazione del Vietnam.
Pensiamo che il miglior modo di ricordare la vita e l'opera di Giap, sia riproporre l'articolo che il compianto compagno Sergio Ricaldone - che con Giap aveva instaurato un rapporto di collaborazione e amicizia durante gli anni della lotta di liberazione contro l'imperialismo statunitense – scrisse in occasione del 100° compleanno della grande figura vietnamita.
Al popolo del Vietnam e al suo Partito Comunista porgo le più sentite condoglianze, a nome dell'intera redazione di Marx21.it
Mauro GemmaDirettore di Marx21.it
GIAP, IL GRANDE STRATEGA DELLA GUERRA DI POPOLOdi Sergio Ricaldone
Si continua a dire che il comunismo è morto. Celebrando il compleanno di Giap e guardando al Vietnam di oggi direi che il comunismo è un soggetto politico e ideale assai difficile da seppellire.
La lunga vita di Van Nguyen Giap coincide con lo spazio temporale della storia contemporanea del Vietnam durante il quale il popolo vietnamita, per riconquistare l’indipendenza nazionale, ha dovuto lottare contro gli eserciti delle quattro maggiori potenze imperialiste del 20° secolo: quello francese, quello giapponese, quello inglese e quello americano. Tutte le generazioni vietnamite del 900’ sono state segnate e coinvolte da questo titanico confronto. Tutte le classi, ogni ceto sociale: gli intellettuali tradizionalisti, poi i modernisti, gli operai, i contadini, i bonzi, i preti cattolici e le diverse etnie. Nessuna forma di lotta è stata esclusa: scioperi, manifestazioni, forme diverse di cultura popolare, rituali religiosi, alfabetizzazione di massa. Ma solo quando si è potuta formare una strategia politica di lunga durata e di largo respiro, patriottica e socialista, e di intense relazioni internazionali, la scelta dell’opzione militare, imposta dalle circostanze storiche, è stata quella che alla fine ha prevalso e deciso le sorti del paese. Ciò è diventato possibile solo dopo la formazione nel 1930 del partito comunista indocinese e dall’emergere di due figure dirigenti di formazione marxista leninista e di eccezionale spessore politico, quali Ho Ci Minh e Giap, che hanno saputo portare a sintesi, rendendole complementari e vincenti, le loro geniali intuizioni politiche e militari.
Fino agli inizi degli anni 50 il Vietnam, nella sua dimensione geografica, storica e politica era scarsamente presente nell’immaginario collettivo della sinistra europea. Era ancora un paese marginale, conosciuto da pochi col suo vecchio nome coloniale, Indocina, collocato ai margini del campo socialista. L’indipendenza del Vietnam proclamata da Ho Ci Minh il 2 settembre 1945 era stata una parentesi di breve durata e pressoché ignorata dai mass media. Il suo popolo di guerriglieri era stato costretto a disperdersi nella giungla nel 1946 dalle cannonate della flotta, dai carri armati e dai bombardieri francesi, Braccato dai tagliagole della Legione straniera (imbottita di ex SS), sembrava non avere scampo. Nessuno sospettava che da quell’improvvisato esercito di “contadini straccioni”, affamati e peggio armati, potesse nascere un movimento di liberazione guidato da un gigante del pensiero strategico, di nome Giap, che nei decenni successivi, dopo 30 anni di guerra, sarebbe riuscito a mettere in crisi politica e militare la più grande potenza imperialista della storia contemporanea.
Il velo di mistero che avvolgeva quella “piccola” porzione di mondo chiamata Indocina fu sollevato dal movimento di lotta iniziato in Francia contro la “sporca guerra” d’Indocina nel nome di Henry Martin, il coraggioso marinaio francese che, nei primi anni 50, con il suo rifiuto di imbarco su una nave da guerra destinata in Vietnam, aveva scatenato la furibonda reazione dello Stato Maggiore di Parigi e della destra colonialista. Fu cosi, soprattutto a livello di movimenti giovanili comunisti, che cominciammo a conoscere quel movimento di liberazione che, pur operando in un paese molto più piccolo della Cina, finì per assumere nei decenni che seguirono un ruolo decisivo e trainante dei movimenti di liberazione e delle rivoluzioni antimperialiste che hanno inciso non poco sui cambiamenti geopolitici del pianeta e sulle lotte del movimento operaio in occidente.

venerdì 4 ottobre 2013

Omicidio plurimo premeditato

Italy Migrant DeathsdemocraziaKmzero

di PIERLUIGI SULLO
Quello che è successo a Lampedusa non è “una tragedia”, come ripetono tutti i media. Tecnicamente, è un omicidio plurimo premeditato, aggravato dalla reiterazione. Nel linguaggio cui ci hanno abituato le infinite serie televisive “crime”, attorno alle coste del sud Italia è al lavoro un “serial killer”, anche se non si tratta di un solo individuo sociopatico o maniaco depressivo o semplicemente ossessionato dal gusto di uccidere, ma un assassino a sua volta plurale. La soluzione di questo sanguinoso thriller, inoltre, non è così semplice come i media e i politici dicono. Gli “scafisti” e gli organizzatori del traffico di esseri umani sono certamente parte del killer seriale, ma ne sono solo l’ultimo anello. Sono – precisamente – coloro che mettono a frutto una merce che, in quanto clandestina, ha un assunto un valore sproporzionato: il viaggio verso l’Europa. Si tratta dei governi del Nord Africa e dei loro emissari, complici e inerti nella persecuzione, nello sfruttamento e nei furti ai danni di chi viene da ancora più a sud, e da paesi in cui avvengono massacri, come la Siria: è un questo brodo che galleggiano gli imprenditori privati dell’affare, quelli che allestiscono i barconi precari e assumono gli “scafisti”.
Ma chi permette loro di organizzare questo traffico siamo noi, governi e paesi del nord, dell’Europa. I personaggi ed interpreti di questo omicidio di massa non sono solo i migranti che annegano o gli aguzzini che li hanno stipati su quei barconi. Basta vedere scorrere i titoli dei telegiornali, per leggere – come nei titoli di coda di un film – i nomi dei protagonisti della vicenda.
Il presidente del consiglio, Letta, dice che si tratta di una “immane tragedia”: ma lui, lodato in queste ore per la sua furbizia democristiana nel mettere in angolo Berlusconi, cos’ha fatto, da quando è a Palazzo Chigi, per evitare queste morti? Non fa parte di un partito, il Pd, che ha sempre tollerato, per lo meno tollerato, la politica di chiusura, le leggi che impediscono a chiunque – fosse anche un rifugiato da un paese in guerra – di mettersi in salvo in Italia, o in Europa, senza dover percorrere la via crucis che conduce eritrei e somali e siriani ad affogare a qualche metro dalla riva della Sicilia o della Puglia? Perché l’ultimo governo Prodi, di cui pure faceva parte Rifondazione comunista, non solo non ha in nessun modo riformato la legge Bossi-Fini ma anzi ha varato un decreto d’emergenza contro i “romeni”?
Certo, Letta ha nominato ministro dell’”integrazione” (di chi? Di quelli che non sono annegati prima?) una persona di origine congolese, la ministra Kyenge, ora in visita a Lampedusa. Tutti l’abbiamo difesa degli insulti di leghisti, razzisti e nazisti, ma di fronte alle centinaia di morti di Lampedusa (e tutti gli altri, e le migliaia di cui non sapremo mai nulla) non possiamo non chiederci, provando un insopportabile disagio: cosa ha fatto, la ministra, per meritarsi quegli insulti?
A Lampedusa è accorso anche l’uomo che ha trionfato su Berlusconi, Angelino Alfano, che è incidentalmente anche ministro degli interni. Inutile dire che lui è, ed è sempre stato, favorevole alla micidiale legge che porta il nome di un suo ex dirigente, Fini, e dell’ex capo dei leghisti, Bossi. Legge che, semplicemente, chiude ogni porta in faccia ad ogni profugo. Come pensa, Alfano, di cambiare registro, a parte la comparsata sull’isola e oltre ai rituali lamenti sull’Europa che “ci lascia soli”?
E il presidente della Repubblica, Napolitano, che di nuovo si duole per la “tragedia” e chiede una revisione delle norme sull’accoglienza dei profughi, non diede a suo tempo il suo nome a una legge sui migranti, la Turco-Napolitano, che inventò i Cpt, oggi Cie, cioè i lager in cui i migranti “clandestini” vengono relegati in una zona senza legge, né diritti, né via d’uscita che non sia l’espulsione (verso dove?). Quella legge, mi spiegò la ministra Livia Turco quando andai a chiederglielo (lavoravo all’epoca al manifesto) era divisa in due parti: la prima, severa, voleva reprimere gli ingressi clandestini (allestendo appunto quei lager dal nome paradossale: Centro di permanenza temporanea), ma la seconda avrebbe dato diritti e offerto integrazione a chi si metteva in regola. Quella seconda parte è rimasta sospesa, ancora si fanno file umilianti per i permessi di soggiorno, ancora non abbiamo deciso che chi nasce in Italia è ovviamente cittadino italiano, ancora una giungla di regole contraddittorie rende la vita impossibile a milioni di nostri vicini di casa. Cosa vuol fare Napolitano in proposito e per evitare che il serial killer colpisca ancora?
Il papa Francesco ha fatto un coraggioso viaggio a Lampedusa, ha detto cose impegnative sul tema, ha detto che i conventi vuoti vanno usati non come alberghi ma come luoghi di accoglienza per i profughi e i migranti, dopo le centinaia di morti di Lampedusa ha fatto sapere: “Una sola parola mi viene in mente: vergogna”. E ha fatto una affermazione scandalosa (nel senso evangelico) nella conversazione con Eugenio Scalfari: non esiste un Dio cristiano, esiste Dio e basta, e dunque i somali e i siriani e gli eritrei, di qualunque religione siano, sono tutti figli di Dio da amare e proteggere e accogliere; papa Francesco cosa farà ora? Inviterà tutte le parrocchie, tutti i cristiani, a insorgere perché il massacro termini?
Ma ancora: l’Unione europea, tanto severa nel castigare chi viola le regole dlel’”austerità”, tanto occhiuta nell’esaminare i bilanci degli stati, cosa intende fare per i suoi vicini del sud? E’ evidente che fingere che non esistano, salvo fare affari con dittatori orrendi o partecipare a guerre “umanitarie”, comporta questo sgradevole sottoprodotto: esseri umani in fuga. In fuga, ovviamente, verso qualche posto in cui ci si possa salvare la vita, magari perfino lavorare per mantenere se stessi e le famiglie. Invece stabilisce che chi riesce ad approdare precariamente, ancora in vita, a un paese europeo del sud, Grecia o Italia, lì debba restare. Perciò i kurdi o i siriani acciuffati sui traghetti in arrivo dalla Grecia, ad esempio ad Ancona, vengono subito rispediti indietro. Qualcuno ha raccontato come vivono i migranti in Grecia, la favela del porto di Patrasso, per esempio, con le aggravanti del saccheggio economico e sociale che colpisce i greci e quello delle bande fasciste di Alba Dorata che danno loro la caccia. Ma il governo, i media, la Commissione europea si sono impressionati? No, hanno replicato con l’indifferenza e il cinismo. Migranti annegano non solo nel Canale di Sicilia, ma anche nello Stretto di Gibilterra, e nell’Atlantico, sulla rotta tra l’Africa e le isole Azzorre. Frega a qualcuno? Qualche giorno fa è passata inosservata anche la notizia che gruppi di migranti africani hanno dato l’assalto al Muro che divide il Marocco dalla colonia spagnola di Melilla, sul Mediterraneo: tempo fa andammo a Bamako, nel Mali, e persone che avevano cercato di percorrere quella via, prima il deserto, poi le persecuzioni dei marocchini, infine i reticolati di Ceuta e Melilla, ci mostrarono le cicatrici delle fucilate con cui i poliziotti spagnoli li avevano respinti. Il fatto è che l’Europa non lascia sola l’Italia, lascia sola se stessa, nega quel che racconta di sé, il suo riscatto dall’orrore tutto europeo dell’antisemitismo e dell’Olocausto, e del colonialismo, ciò che costituisce il fondamento morale dell’Unione.
Indignazione, certo, e stanchezza nell’osservare inerti gli omicidi di massa. Questi sono i sentimenti che dovremmo provare. Chiunque dice che vorrebbe un modo diverso di vivere, che si mobilita per uno qualunque degli insulti che questo modo di vivere infligge invece alla società, dovrebbe fare qualcosa, subito.

giovedì 3 ottobre 2013

Il nuovo matrimonio tra capitalismo e schiavitù

CARLO FORMENTI –
cformentiUn vecchio e radicato pregiudizio – che un certo marxismo “volgare” ha contribuito ad alimentare – attribuisce al capitalismo il merito di avere “liberato” (cioè di averli resi liberi di vendere la propria forza lavoro) i proletari, riscattandoli dal lavoro servile e dalla schiavitù.
Niente di più falso: il capitalismo ha spesso convissuto con la schiavitù e, in alcuni casi, ha addirittura costruito – come nelle Americhe – la propria fortuna sullo sfruttamento di milioni di schiavi. Cose vecchie, si dirà: dopo le Guerre Mondiali del secolo scorso, e dopo la caduta degli imperi coloniali, la schiavitù si è ridotta a un fenomeno marginale che coinvolge poche regioni economicamente e culturalmente arretrate, con alcune rare eccezioni (vedi il regime dell’apartheid in Sudafrica) nel mondo industriale. Semmai, aggiungono gli apologeti del liberal liberismo, certe forme di schiavitù sono sopravvissute nel mondo comunista fino alla sua recente caduta.
Non sarebbe difficile contestare questa tesi, ma non è questo il fine che qui mi prefiggo: il punto è che – ammesso e non concesso che capitalismo e schiavismo avessero mai divorziato – oggi è del tutto evidente che hanno celebrato un nuovo matrimonio. Come definire altrimenti quello che sta capitando in Qatar? Una recente inchiesta del “Guardian”, rivela che decine di giovani lavoratori di nazionalità nepalese e indiana stanno morendo di fame di sete e di stenti nel deserto del Qatar, dove vengono costretti a lavorare in condizioni disumane dalle imprese che stanno costruendo le infrastrutture per i campionati del mondo di calcio, previsti per il 2022.
Lo sfruttamento selvaggio di milioni di immigrati provenienti dall’Estremo Oriente non è una novità nei Paesi degli sceicchi del petrolio, ma qui si è superato ogni limite, anche perché viene impedito a chi vorrebbe sottrarsi al massacro di rimpatriare, sequestrando i passaporti alle vittime. Naturalmente le rivelazioni hanno scatenato le reazioni (ipocritamente) indignate dei politici occidentali e della FIFA (credete davvero che toglieranno al Qatar i campionati del 2022, danneggiando gli interessi delle imprese appaltatrici che si aspettano miliardi di profitti dall’affare?).
Una storia assai simile a quella delle migliaia di operaie tessili del Bangladesh perite negli incendi, o sepolte sotto le macerie delle fatiscenti fabbriche dei terzisti locali che lavorano per i marchi occidentali (ivi compresa l’indignazione a posteriori di chi sapeva benissimo). Ma sbaglierebbe chi pensasse che questo ritorno della schiavitù riguardi solo le periferie del capitalismo globale.
In una precedente puntata di questo blog ho raccontato l’incredibile storia delle carceri private trasformate in riedizioni delle working house di settecentesca memoria, e della complicità fra questi nuovi negrieri e le amministrazioni disposte ad “arruolare” carne fresca per alimentare i loro profitti (per inciso, ho ricevuto molte segnalazioni di lettori che volevano giustamente ricordarmi che il fenomeno non riguarda solo gli Stati Uniti).
E ancora: sulle pagine del Corriere di qualche giorno fa ho letto un servizio sull’annuncio del cancelliere dello scacchiere George Osborne in merito alla svolta del governo inglese in materia di welfare: d’ora in avanti i sussidi di disoccupazione saranno erogati solo a chi “dimostrerà” di voler veramente cercare lavoro, peccato che per dimostrarlo occorrerà adempiere a una serie di condizioni talmente vessatorie da configurare una vera e propria induzione a forme di lavoro coatto (gratuito per le imprese che ne usufruiranno, oneroso per i contribuenti poveri che lo finanzieranno, visto che ai ricchi il governo Tory offre ampi sgravi fiscali). Insomma la schiavitù avanza in tutti i Paesi capitalisti, non solo nelle cayenne delle periferie del mondo.
Carlo Formenti
(3 ottobre 2013)

Blog curato da ...

Blog curato da ...
Mob. 0039 3248181172 - adakilismanis@gmail.com - akilis@otenet.gr
free counters