Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!

martedì 8 ottobre 2013

Danni di guerra

Fonte: liberazione.it
 La Grecia presenta il conto alla Merkel
Scopo della richiesta è soprattutto quello di addolcire la pesante austerity imposta dalla troika
Secondo il New York Times c'è un documento di 80 pagine in cui il governo di Atene elenca i danni subiti dalle città e delle infrastrutture greche per opera delle truppe di occupazione della Germania nazista durante la seconda guerra mondiale per un ammontare di circa 220 miliardi dollari. In effetti l'importo dei danni che ammonta a quasi la metà del debito statale, fa tornare la voglia dei greci di chiedere il risarcimento al governo di Berlino. La richiesta era stata già avanzata, seppur non ufficialmente, durante la visita che il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble, effettuò la scorsa primavera in Grecia. Una richiesta che, però, Schaeuble, rigettò senza appello ricordando che la questione era stata chiusa in base a degli accordi precedentemente firmati da entrambi i governi. La richiesta troverebbe motivo come rivalsa per le dure politiche di austerità che Berlino avrebbe imposto, insieme alla troika, in cambio degli aiuti, pari a 240 miliardi di euro. In realtà Atene fu costretta a rinunciare alle sue pretese da americani e britannici che nel 1945 non volevano ripetere gli errori del Trattato di Versailles, a seguito della prima guerra mondiale, e come aveva suggerito inutilmente l'economista britannico John Maynard Keynes di non pesare troppo con i pagamenti per danni di guerra sulla ripresa tedesca. Cosa che in effetti avvenne solo nel 1945 dando il via al miracolo economico tedesco del secondo dopoguerra. Ma Atene dovette rinunciare alle sue pretese di vedersi ripagare i danni di guerra nell'entità voluta. Insomma per tutti questi motivi i danni di guerra provocati dalla Germania nazista sono una ferita ancora aperta in Grecia e non solo per le numerose stragi perpetrate dai soldati del Terzo Reich come rappresaglie sulla popolazione civile ma per l'intervento di Washington e Londra che avevano messo a tacere le pretese elleniche. Alcuni membri del Consiglio nazionale ellenico sui risarcimenti, un gruppo di pressione sul tema, chiedono più di 677 miliardi dollari per ripagare anche i numerosi manufatti antichi rubati, i danni per l'economia e per le infrastrutture, nonché il finanziamento bancario forzoso e i singoli reclami di danni di privati cittadini.
Anche l'importo relativo al prestito bancario forzoso è un tema molto dibattuto e controverso in quanto imposto, in dracme, in un momento di forte inflazione oltre 70 anni fa. Tradurre questo prestito in moneta attuale è una operazione molto complessa e la questione di quanto dovrebbe essere valutato l'interesse da applicare è oggetto di aspro dibattito tra gli esperti. Una stima prudente elaborata da un ex ministro delle finanze greco, ha considerato il valore del prestito forzoso a soli 24 miliardi di dollari, importo fortemente contestato da altri economisti.
Altri analisti, invece, ritengono che le cifre uscite sul rimborso dei danni di guerra tedeschi - in particolare quelle sul prestito forzoso – potrebbero diventare un importante merce di scambio nei mesi a venire, quando la Grecia e i suoi creditori dovranno discutere i modi per ridurre l'enorme peso del suo debito.
Pochi ad Atene credono che la diffusione del rapporto governativo sia stato un incidente di percorso visto che i dettagli del rapporto sono stati fatti trapelare dal giornale greco Real News il 22 settembre scorso, il giorno che i tedeschi sono andati alle urne eleggendo cancelliere, per la terza volta, Angela Merkel.

lunedì 7 ottobre 2013

12 ottobre.

    
12 ottobre. Dacci oggi la nostra Costituzione quotidiana

Dacci oggi la nostra Costituzione quotidiana

di Vittorio Agnoletto -
“Noi possiamo avere la democrazia, o possiamo avere la ricchezza concentrata nelle mani di pochi, ma non possiamo averle entrambe”, così scriveva Louis Breandeis, giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti dal 1916 al 1939.
Una grande e semplice verità, facilmente comprensibile da ciascuno, che restituisce concretezza alla parola Democrazia, sottraendola a dibattiti spesso astratti e sottomessi alle esigenze contingenti di una specifica fase politica. E la Costituzione è la pietra fondante della nostra convivenza democratica.
L’iniziativa del 12 ottobre e il percorso individuato sono quindi utili e necessari, ma dobbiamo fare molta attenzione a non essere vissuti come “elitari”; dobbiamo evitare che i milioni di persone che ogni giorno lottano per la sopravvivenza, per arrivare a fine mese, per pagare l’affitto, le bollette e il mutuo si sentano estranei a questa battaglia, la vivano come qualcosa di completamente avulsa dalla propria drammatica quotidianità.
Dobbiamo rendere esplicito il collegamento tra la difesa della Carta Costituzionale e il diritto al lavoro, all’assistenza sanitaria e all’istruzione, diritti garantiti dalla Costituzione. Dobbiamo in tutti i modi avere la capacità di rendere comprensibile a chiunque che la lotta per una giustizia sociale fondata sulla redistribuzione delle ricchezze rappresenta la miglior modalità per applicare la Costituzione che, non a caso, ha come riferimenti il diritto al lavoro, alle cure e allo studio.
La nostra campagna in difesa della Carta Costituzionale deve certamente rivolgersi a tutti, ma con la capacità di individuare riferimenti precisi nelle classi subalterne; in poche parole dobbiamo far vivere, alle persone alle quali ci rivolgiamo, la materialità della Costituzione.
Una Costituzione, la nostra, già più volte calpestata: sospesa a Genova in quel drammatico luglio 2001, ignorata dieci anni dopo, quando 27 milioni di persone votarono in difesa dell’acqua pubblica e stracciata le tante volte che la nostra bandiera ha sventolato su carri armati e cacciabombardieri.
Il ripudio della guerra è un elemento cardine e oggi più che mai attuale della nostra Carta Costituzionale; sbaglieremmo a ritenere che sia ormai archiviato il rischio di un ulteriore ampliamento del conflitto in Siria e a non considerare come la guerra sia prepotentemente tornata ad essere per molti governanti la continuazione delle politica con altri mezzi. La nostra campagna deve coinvolgere tutto il mondo pacifista e anche i tanti, singoli e associazioni che si sono mobilitati raccogliendo l’appello del Papa.
Sono tempi difficili, non raramente abbiamo l’impressione che rischi di prevalere una depressione collettiva; i nostri avversari ci descrivono come dei conservatori, isolati, con gli occhi rivolti al passato. Non perdiamoci d’animo, torniamo con la mente alle parole di Bertolt Brecht nella famosa poesia “A chi esita” “Su chi contiamo ancora? Siamo dei sopravvissuti, respinti via dalla corrente? Questo tu chiedi. Non aspettarti nessuna risposta oltre la tua.” La posta in gioco è grande.
L’appello lanciato da Rodotà, Landini, don Ciotti, Zagrebelsky e Carlassare s’intreccia con la consapevolezza di molti: lo scardinamento dell’art.138 ha l’obiettivo di consegnare il testo costituzionale alle decisioni delle temporanee maggioranze parlamentari.
Sullo sfondo il timore, non certo infondato, che il governo Letta punti a trasformare l’attuale assetto istituzionale in senso presidenzialista o comunque attraverso un rafforzamento ulteriore dell’esecutivo (le formule utilizzate sono infinite: cancellierato forte, repubblica semipresidenziale ecc.) destinato inevitabilmente ad allontanare ancor più la popolazione dalla partecipazione e ad esasperare la delega e la personalizzazione della politica che in Italia ha già prodotto immensi danni.
Senza pensare a quali rischi esporremmo noi stessi e le future generazioni in un paese che non è riuscito in vent’anni nemmeno ad approvare una legge sul conflitto d’interesse, pietra d’angolo per evitare una pericolosa concentrazione di potere.

Il gasdotto TAP

... ovvero fuga di capitali e danni ambientali?

    
Il tracciato del TAP. Immagine di Genti77, licenza CC-BY-SA-3.0, Wikimedia Commons
[di Elena Gerebizza]
Nel corso della seduta 111 del Senato della Repubblica, tenutasi il 25 settembre scorso, si è discussa la ratifica dell’accordo internazionale tra Italia, Grecia e Albania per la costruzione del gasdotto Trans Adriatico, meglio noto con l’acronimo TAP (Trans Adriatic Pipeline).
Una grande opera dalla dubbia utilità, contro cui si stanno opponendo il comitato No tap e diverse amministrazioni comunali, a partire dal Comune di Melendugno, nel cui territorio dovrebbe arrivare il gasdotto. Una pipeline lunga centinaia di chilometri, che dovrebbe portare in Europa gas naturale proveniente dalla regione del Caspio, a partire da quello del nuovo giacimento offshore di Shah Deniz al largo della costa azera. Punto di arrivo, dopo avere attraversato Grecia e Albania, dovrebbe essere pr l’appunto la costa pugliese. Più a oriente, il gasdotto TANAP (anch’esso in fase di progettazione) dovrebbe attraversare tutta la Turchia, fino a collegarsi al funzionante gasdotto BTC per raggiungere Baku, sul mar Caspio.
Il TAP è quindi solo una parte del nuovo “corridoio sud del gas” che la Commissione europea definisce “di priorità comunitaria” per la costruzione del mercato del gas europeo (vedi la pubblicazione “In Gas We Trust“).
Tra le questioni su cui il governo italiano si auspica riferirà nelle prossime settimane, vi è quella della personalità giuridica della società costituita per la costruzione del progetto, la Trans Adriatic Pipeline GA, registrata a Baar, nel cantone di Zugo in Svizzera. Fino a questo momento è imbarazzante l’incapacità del nostro esecutivo di fornire delucidazioni in merito a chi siano i titolari di questa società intestata a “persone anonime”, al punto da sollevare dubbi sull’autenticità della forma giuridica della TAP.
A nostro avviso è gravissimo che un progetto definito “strategico” per l’Italia e per l’Europa – che si candida a ricevere l’importante sostegno economico che la Commissione assieme alla Banca europea degli investimenti riserva appunto ai progetti prioritari – venga costruito e gestito da una società registrata in un noto paradiso fiscale, o ancora meglio a Zug, il cantone con la legislazione più blanda in tutta la Svizzera e dove le aziende possono registrarsi senza dichiarare praticamente nulla dei rispettivi “proprietari”.
Fatta la visura della TAP GA alla Camera di commercio svizzera – a questo sito
• abbiamo constatato che in effetti la TAP è stata registrata dichiarando il minimo dovuto, ovvero solo i nomi dell’amministratore delegato e del consiglio di amministrazione della TAP- che non si sa quali proprietari veri rappresentano – il capitale sociale, e nient’altro.
C’è il sospetto che con questo accordo il governo si prepari di fatto a facilitare una fuga di capitali dall’Italia nell’ordine di milioni di euro al giorno, permettendo a note multinazionali del petrolio di far transitare dal nostro paese non solo milioni di metri cubi di gas, che non sono destinati al consumo nostrano, ma al “mercato europeo”, ma anche milioni di euro in profitti che non verranno spesi in Italia, e che in Italia non verranno nemmeno tassati!
Ciò risulta alquanto singolare, visto che lo stesso governo in queste settimane si sta giustamente battendo in sede europea nell’ambito del negoziato sulla revisione della direttiva sull’anti-riciclaggio per ottenere registri delle imprese che riportino la verità sui proprietari ultime di queste in tutti i paesi Ue, così come avviene da tempo qui da noi. Peccato però che per le opere strategiche poi si tollera che le società si registrino in Svizzera in grande segretezza.
Un progetto inutile e dannoso, che dietro di se rischia di lasciare danni ambientali e sociali dai territori in cui il gas verrà estratto fino all’ultimo centimetro di terra espropriata per costruire il gasdotto e gli impianti collegati. A quale costo? A vantaggio di chi dovrebbe essere costruito il TAP? Domande su cui il Parlamento dovrebbe facilitare una discussione più ampia, che coinvolga tutte le parti coinvolte, che permetta una valutazione reale dei costi e dei presunti benefici che il nostro paese dovrebbe trarre da un progetto che per ora sembra disegnato per servire gli interessi di attori privati e dei mercati finanziari, scaricando i costi sui cittadini italiani.

La crisi perpetua come strumento di potere

Conversazione con Giorgio Agamben - sinistrainrete -

Intervista uscita in tedesco il 24 maggio 2013 sul Frankfurter Allgemeine Zeitung e poi pubblicata in inglese dalla casa editrice Verso il 4 giugno 2013. La traduzione è di Nicola Perugini
Professor Agamben, quando lo scorso marzo ha proposto l’idea di un “impero latino” contro il dominio tedesco in Europa, s’immaginava che questa idea avrebbe avuto una tale risonanza? Nel frattempo il suo saggio è stato tradotto in molte lingue e discusso appassionatamente in mezzo continente…
Giorgio Agamben: No, non me lo aspettavo. Ma credo nella forza delle parole, quando sono pronunciate al momento giusto.

La frattura dentro l’Unione Europea è davvero una frattura tra economie e modi di vita “germanico” del nord e “latino” del sud?

G.A.: Vorrei chiarire il fatto che la mia tesi è stata esagerata dai giornalisti e quindi fraintesa. Il titolo del mio articolo, “L’impero latino al contrattacco!”[1], è stato scelto dalla redazione di Libération ed è stato ripreso dai media tedeschi. Non ho mai utilizzato quella frase. Come potrei contrapporre la cultura latina a quella tedesca, quando qualsiasi europeo dotato d’intelligenza sa che la cultura italiana del Rinascimento o della Grecia classica sono oggi parte integrante della cultura tedesca, la quale le ha riformulate e se n’è appropriata!

Dunque non è una questione di “impero latino” dominante o di tedeschi ignoranti?

G.A.: L’identità di ogni cultura europea è un’identità di frontiera.
Un tedesco come Winckelmann o Hölderlin potrebbe essere più greco dei greci. E un fiorentino come Dante potrebbe sentirsi tedesco quanto l’imperatore Federico II di Svevia. Questo è ciò che caratterizza l’Europa: una particolarità che non smette di oltrepassare le frontiere nazionali e culturali. L’oggetto della mia critica non era la Germania, ma il modo in cui l’Unione Europea è stata costruita, vale a dire su base esclusivamente economica. Dunque, in questo processo di costruzione sono state ignorate sia le nostre radici culturali e spirituali, sia quelle politiche e giuridiche. Se ciò è stato interpretato come una critica alla Germania, è perché la Germania, a causa della sua posizione dominante e nonostante la sua eccezionale tradizione filosofica, oggi sembra incapace di concepire un’Europa fondata su qualcosa di diverso dall’euro e dall’economia.

In che senso l’Unione Europea ha negato le sue radici politiche e giuridiche?

G.A.: Quando parliamo di Europa oggi, ci troviamo di fronte all’enorme repressione di una verità tanto dolorosa quanto ovvia: la cosiddetta costituzione europea è illegittima. Il testo varato con questo nome non è mai stato votato dai popoli europei. Quando è stato messo ai voti, ad esempio in Francia e Olanda nel 2005, è stato rifiutato con forza. Quindi, dal punto di vista legale, ciò che abbiamo non è una costituzione, bensì un trattato concordato tra governi: diritto internazionale, non diritto costituzionale. Recentemente un esperto tedesco di diritto molto rispettato come Dieter Grimm ci ha ricordato che la costituzione europea manca di un elemento democratico fondamentale, poiché ai cittadini europei non è stata concessa possibilità di esprimersi in merito. E ora l’intero progetto di ratifica popolare è stato congelato.

È proprio questo il famoso “deficit democratico” del sistema europeo…

G.A.: Non dovremmo perdere di vista questo elemento. I giornalisti, soprattutto in Germania, mi hanno accusato di non capire nulla di democrazia, ma farebbero bene a prendere in considerazione il fatto che l’Unione Europea è innanzitutto una comunità fondata su trattati tra stati camuffati con una costituzione democratica. L’idea di Europa come potere costituente è uno spettro che nessuno si azzarda più a evocare. Tuttavia è solo con una costituzione valida che le istituzioni europee potrebbero riacquisire legittimità.

Questo significa che lei vede nell’Unione Europea un’entità illegale?

G.A.: Non illegale ma illegittima. La legalità è una questione di regole con cui si esercita il potere; la legittimità è il principio che sta alla base di queste regole. I trattati legali non sono mere formalità poiché riflettono una realtà sociale. Per cui è chiaro che un’istituzione senza una costituzione non può seguire politiche sincere, e che ogni stato europeo continua ad agire secondo interessi egoistici – e oggi ciò significa chiaramente interessi economici. Il minimo comun denominatore di questa comunità si manifesta in maniera chiara quando l’Europa agisce come un vassallo degli Stati Uniti e prende parte a guerre che non sono fondate su alcun interesse comune, né sulla volontà dei popoli. Alcuni stati fondatori dell’Unione Europea –come l’Italia, con le sue molte basi americane– assomigliano più a dei protettorati che a degli stati sovrani. Nelle questioni politiche e militari c’è un Alleanza Atlantica, ma certamente non un’Europa.

Dunque lei all’Unione Europea preferirebbe un imperium latino, al cui stile di vita i “germanici” dovrebbero adattarsi…

G.A.: No, forse ho ripreso il progetto di “imperium latino” di Alexandre Kojève in maniera provocatoria. Nel Medio Evo quanto meno le persone sapevano che l’unione di società politiche diverse doveva significare qualcosa di più che una società esclusivamente politica. A quel tempo, il legame andava cercato nella cristianità. Oggi credo che questa legittimazione vada cercata nella storia dell’Europa e nelle sue tradizioni culturali. A differenza degli asiatici e degli americani, per cui la storia significa qualcosa di completamente diverso da come noi la intendiamo, gli europei incontrano sempre la verità nel dialogo con il proprio passato. Per noi il passato non significa solo un’eredità o una tradizione culturale, ma una condizione antropologica di fondo. Se ignorassimo la nostra storia potremmo solo penetrare nel nostro passato in maniera archeologica. Il passato diventerebbe per noi una forma di vita distinta. L’Europa ha una relazione speciale con le sue città, i suoi tesori artistici, i suoi paesaggi. In questo consiste l’Europa. E in questo risiede la sua sopravvivenza.

Quindi l’Europa è innanzitutto una forma di vita, una sensazione storica di vita?

G.A.: Sì, ed è per questo che nel mio articolo ho insistito sul fatto che dobbiamo preservare le nostre peculiari forme di vita. Quando gli Alleati hanno bombardato le città tedesche, sapevano che avrebbero potuto distruggere l’identità tedesca. Allo stesso modo, gli speculatori stanno distruggendo il paesaggio italiano con il cemento, le autostrade e le superstrade. Questo non significa solo derubarci di ciò che possediamo, ma anche della nostra identità storica.

Allora l’Unione Europea dovrebbe valorizzare le differenze al posto dell’armonizzazione?

G.A.: Forse non esiste un altro posto al mondo in cui è percepibile una tale varietà di culture e di forme di vita come in Europa. A mio avviso, in passato la politica si esprimeva nell’idea di impero romano, poi di impero romano-germanico. L’insieme ha sempre lasciato intatte le particolarità dei popoli. Non è facile prevedere cosa possa emergere oggi al posto di questo modello. Ma sicuramente un’entità politica che prenda il nome di Europa non può che muovere i suoi passi dalla consapevolezza del passato. È per questa ragione che la crisi attuale mi sembra così pericolosa. Dobbiamo immaginare l’unità nella piena consapevolezza delle differenze. Invece negli stati europei le scuole e le università – quelle stesse istituzioni che dovrebbero tramandare la nostra cultura e stimolare il contatto tra passato e presente – vengono demolite ed economicamente indebolite. Questo indebolimento va di pari passo con una crescente museificazione del passato. Un processo che sta prendendo piede in molte città, trasformate in zone storiche in cui gli abitanti sono costretti a sentirsi turisti negli spazi in cui vivono.

Questa museificazione strisciante va di pari passo con un impoverimento strisciante?

G.A.: È ormai chiaro che dobbiamo far fronte a problemi la cui natura non è solamente economica. La questione è l’esistenza dell’Europa nel suo insieme –a partire dalla nostra relazione con il passato. L’unico posto in cui il passato può vivere è il presente. E se il presente non percepisce più il proprio passato come un qualcosa di vivo, le università e i musei diventano problematici. È evidente che in Europa vi sono forze che cercano di manipolare la nostra identità tagliando il cordone ombelicale che ci lega al nostro passato. In questo modo le differenze vengono cancellate. Ma l’Europa può essere il nostro futuro se chiariamo a noi stessi che questo futuro significa prima di tutto il nostro passato. Un passato che si cerca sempre più di liquidare.

Dunque questa crisi è la forma di espressione di un sistema di governo che si applica alle nostre vite quotidiane?

G.A.: Il concetto di “crisi” è ormai divenuto il motto della politica moderna, e da tempo fa parte di tutte le sfere della vita sociale. La parola stessa esprime due radici semantiche: una medica, che si riferisce al percorso di una malattia, e una teologica, che si riferisce al Giudizio Universale. Tuttavia oggi entrambi i significati si sono trasformati, annullando la loro relazione con il tempo. “Crisi” nell’antica medicina significava giudizio, il momento decisivo in cui il dottore si rendeva conto se il paziente sarebbe sopravvissuto o no. Invece l’attuale interpretazione della nozione di crisi si riferisce a uno stato permanente. Dunque questa incertezza si estende al futuro, indefinitamente. La stessa cosa vale per il senso teologico di crisi: il Giudizio Universale non era separabile dalla fine del tempo. Invece oggi il giudizio viene separato dall’idea di fine e posticipato ripetutamente. Così la prospettiva di una decisione è senza fine, un interminabile processo decisionale che non si conclude mai.

Questo significa che la crisi del debito, la crisi della finanza statale, della moneta, dell’Unione Europea, sono crisi senza fine?

G.A.: Oggi la crisi è divenuta uno strumento di governo. Essa serve a legittimare decisioni politiche ed economiche che di fatto privano i cittadini di qualsiasi possibilità di decisione. Questo è estremamente chiaro in Italia, dove si è formato un governo nel nome della crisi e Berlusconi è tornato al potere contro la volontà degli elettori. Questo governo è illegittimo tanto quanto la cosiddetta costituzione europea. I cittadini europei devono rendersi conto che questa crisi senza fine –come qualsiasi stato di emergenza– è incompatibile con la democrazia.

Quali prospettive restano all’Europa?

G.A.: Dobbiamo iniziare con la riscoperta del significato originario della parola “crisi”, intesa come momento di giudizio e scelta. L’Europa non può continuare a posticipare a un futuro indefinito. Molti anni fa il filosofo Alexandre Kojève, un alto rappresentante di ciò che poi sarebbe stata l’Europa nel suo stadio embrionale, ipotizzava che l’homo sapiens era giunto alla fine della sua storia e che erano rimaste solo due possibilità. O l’“American way of life”, che Kojève vedeva come una sorta di vegetazione post-storica. O lo snobismo giapponese, una forma di celebrazione di rituali vuoti di una tradizione privata di qualsiasi significato storico. Penso che l’Europa possa rendersi conto dell’esistenza di un’alternativa, di una cultura che rimanga sia umana sia vitale, poiché in dialogo con la sua propria storia e quindi in grado di acquisire una nuova vita.

L’Europa, intesa come cultura e non solo come spazio economico, potrebbe dunque offrire una risposta alla crisi?

G.A.: Per oltre duecento anni le energie umane europee si sono focalizzate sull’economia. Molti elementi indicano che per l’homo sapiens è giunto il momento di riorganizzare l’azione umana al di là di questa dimensione esclusivamente economica. È qui che l’Europa può offrire il suo contributo al futuro.

Note
[1] Qui una traduzione italiana dell’articolo.

domenica 6 ottobre 2013

Dietro la crisi della democrazia

micromega


Cultura e diritti, un’altra idea di Italia

libertaegiustizia

1 ottobre 2013 -
Salvatore Settis
SettisDestinazione Italia: più o meno questo sarà stato lo slogan in voga nelle capitali europee alla fine del Quattrocento. E infatti la Penisola divenne presto terreno di scontro fra eserciti spagnoli, francesi, “imperiali”: fu così che il regno di Napoli passò per secoli sotto la Spagna e il ducato di Milano fu dominato prima dalla Spagna poi dall’Austria, per non dire del sacco di Roma perpetrato dai lanzichenecchi, con il Papa asserragliato in Castel Sant’Angelo (1527).
Destinazione Italia si chiama il recente decreto del governo, mirato ad attrarre investimenti stranieri, ma varato in sinistra coincidenza con la svendita di Telecom (o Telco) a un’impresa spagnola, mentre già suonano le campane a morto per Ansaldo Energia (destinata ai coreani) e per Alitalia, che dopo un farsesco “salvataggio” costato al contribuente cinque miliardi sta per passare in mano francese. L’Italia è dunque in vendita? I cittadini assistono impotenti al teatrino di una retorica dello sviluppo che produce recessione, di un’austerità senza traguardi e senza successi, di una “stabilità” sempre più chiaramente sinonimo di paralisi. Il rimedio viene additato in nuove svendite di patrimonio pubblico (anche di beni culturali), e la quotidiana erosione dei diritti (al lavoro, all’educazione, alla salute, alla cultura) viene giustificata in nome dell’Europa, come se fosse un invasore straniero. Come se l’Italia non potesse concorrere a scrivere un’agenda europea di ben altro segno.
Da anni i beni pubblici e le stesse istituzioni dello Stato vengono smantellate da “destra” e da ”sinistra”, con una larga intesa che i governi Monti e Letta hanno solo reso più esplicita. Abituata agli agi e alle pigrizie della rendita parassitaria, buona parte della classe imprenditoriale italiana ha da decenni imbandito il banchetto dove si dividono le spoglie di un’Italia in rotta. Spolpandone il corpo martoriato proprio mentre si autoelogiano come accorti manager, imprenditori e operatori finanziari si trasformano in sensali, comprano a basso prezzo per rivendere (all’estero) a prezzo ancor più basso, e trovano chi li definisce “eroici patrioti” (così Berlusconi chiamò l’armata Brancaleone del “salvataggio” Alitalia). Si chiama “privatizzazione” e viene considerata la panacea di tutti i mali, ma non crea nuova ricchezza, bensì la trasferisce alle oligarchie dei furbi e degli sciacalli, a svantaggio delle classi meno agiate e dei giovani; genera disoccupazione, esilia i diritti e fragilizza la comunità, contro lo stesso principio di «promozione della coesione sociale e territoriale» affermato dal Trattato di istituzione della Comunità europea (art. 16). È quella che David Harvey chiama accumulation by dispossession:
la ricchezza pubblica (cioè dei cittadini) viene espropriata per concentrarla in poche mani. Compito congeniale a quella «immane piramide di sfruttatori» emersa dal fascismo e dal dopoguerra, «che coltiva l’insensibilità nei delitti contro il pubblico denaro e appesta tutto, confonde tutto, dando all’Italia la sua pietosa fama di furberia, tortuosità, vanità, bassa sensualità ». Questa diagnosi di Corrado Alvaro vale ancora; è ancor vero che l’«antica, onoranda borghesia creatrice, con attitudine alla mercatura, all’industria, all’agricoltura» di cui l’Italia poté vantarsi «si conta ormai sulle dieci dita».
Per frenare l’emorragia ci sarebbero due strade (o una combinazione fra le due): una politica di investimenti pubblici, come suggerito da Guido Roberto Vitale, e l’applicazione dell’art. 46 della Costituzione, che «riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare alla gestione delle aziende», come ha ricordato Susanna Camusso. C’è da scommettere che il governo non tenterà né l’una né l’altra. A qualsiasi investimento di fondi pubblici si oppone infatti non tanto la sbandierata congiuntura economica, ma la sistematica rimozione della monumentale evasione fiscale, protetta da tutti i governi come un fortilizio. L’Italia è al terzo posto al mondo per evasione fiscale, preceduta solo da Turchia e Messico (dati Ocse): 154,54 miliardi di euro di tasse non pagate nel solo 2012 (valutazione Confcommercio); e basterebbe recuperarne il 10 % per affrontare le prime emergenze senza nuovi sacrifici e imposizioni. Di dare esecuzione alla “democrazia economica” prevista dalla Costituzione, poi, non se ne parla: come potrebbe «promuovere l’elevazione economica e sociale del lavoro» (art. 46) un governo che in nome dell’austerità ignora il diritto al lavoro (Costituzione, art. 4)? Come potrebbe affidare «a comunità
di lavoratori o di utenti determinate imprese [...] di preminente interesse generale» (art. 43), se lo stesso presidente del Consiglio (coi ministri Quagliariello e Franceschini) firma la proposta di modifica radicale della Costituzione in quanto scritta «nella temperie della guerra fredda » e non più adatta al «mutato scenario politico, economico e sociale»? Se queste parole (datate 10 giugno) echeggiano quelle della finanziaria J. P. Morgan (28 maggio) secondo cui «le Costituzioni dei Paesi della periferia meridionale mostrano una forte influenza socialista, riflesso della forza politica delle sinistre dopo la sconfitta del fascismo », e perciò vanno cambiate? Se la stessa relazione Morgan indica nell’Italia «il test essenziale di questo cambiamento»?
Ma l’Europa non è un impero esterno che, dopo aver conquistato gli Stati membri, possa imporre manu militari
un proprio sistema di regole difformi dall’ordinamento di ciascun Paese. Dev’essere un concerto di voci, anche dissimili, in cui ogni Paese possa portare la propria tradizione culturale, civile, giuridica. Il Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea «lascia del tutto impregiudicato il regime di proprietà esistente negli Stati membri» (art. 345), dunque lo statuto della proprietà pubblica e privata in Italia è e resta quello della sua Costituzione (sovraordinata ai Trattati Ue): la proprietà privata dev’essere finalizzata all’«utilità sociale» (art 42), i beni pubblici e comuni sono garanzia indispensabile all’esercizio dei diritti fondamentali dei cittadini (come riaffermato dalla Commissione Rodotà). All’Europa come una sorta di Germania extralarge,
caricatura delle idee europeistiche da cui nacque l’Unione, è necessario sostituire un’altra idea di Europa, un’Europa delle culture e dei diritti, dove le drammatiche disuguaglianze fra i cittadini, anzi fra gli stessi Paesi (la Grecia!) non vengano attribuite a una sorta di fatalità di natura (le “leggi dei mercati”), ma intese come una stortura da correggere, come la prova provata di errori gravi nella costruzione del sistema. Se mai l’Italia vorrà essere fedele alla propria Costituzione, questa è la sua prima missione in Europa.
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Italia Spa, la saga delle privatizzazioni

micromega


Se Repubblica li chiama i migranti clandestini.

Autore: stefano galieni
                     Lettera-denuncia su un titolo allucinante
Egregio direttore,
ho iniziato a leggere il quotidiano da lei diretto sin dalla sua fondazione, nel lontano 1976, non avevo ancora 16 anni. Ho continuato a farlo, a volte con assiduità altre meno. Per formazione politica raramente mi son ritrovato a condividerne la linea editoriale ma, in alcuni momenti è riuscito a dare strumenti di informazione e forse anche di formazione per chi ritiene questo un dovere civico. Ho continuato ad acquistarlo anche quando ho iniziato a collaborare per altre testate, periodici di vario tipo e quotidiani come Liberazione per cui da anni mi occupo soprattutto di tematiche connesse all’immigrazione. Mi era utile come contraltare, come punto di vista diverso ma con cui mantenere un ponte di riflessione. Utilizzo il passato e c’è una ragione. Oggi 4 ottobre sono andato in edicola con addosso l’amarezza immensa per la strage che si era verificata il giorno prima nelle acque prospicienti Lampedusa. Nella giornata di ieri per me, rivedere in televisione, e nelle immagini della vostra edizione on line, quei luoghi terribilmente noti non mi permetteva alcun tipo di distacco emotivo. Mi sentivo come tanti e tante impotente, pur essendo da ormai due decenni impegnato su alcune battaglie, con gli articoli scritti, con le tante mobilitazioni, con le iniziative volte a modificare le ragioni che hanno determinato questa ed altre catastrofi. Ieri ho riavvertito un fallimento politico e culturale di questo Paese di cui tutti, a diverso titolo siamo responsabili. Ma a diverso titolo. Ed è per un titolo che da oggi Repubblica per me attiene al passato. Ci vuole coraggio, cinismo o ignoranza, a contraddire un titolo adeguato come “La strage della vergogna” con un occhiello in cui si scrive “La più grande tragedia nel mare dei clandestini”. Clandestini? Ma non è stato spiegato a chi ha scritto quell’occhiello e a lei che ha dato il “visto si stampi” che chi cerca di arrivare in questo disgraziato paese non è un clandestino? Non comprendete quanto questo termine, che la stampa apertamente di destra ma anche apparentemente progressista, abbia modificato la percezione collettiva delle persone, sia divenuta marchio di infamia che rende le vittime meno importanti? Con quanta faciloneria e violando anche i principi sanciti dalla Carta di Roma vi permettete di deformare la realtà. Si lo so poco conta, nel giornale tanti articoli che fanno piangere, poco spazio per riflettere ovviamente, poca voglia di evocare proposte che si scontrano con la pancia dei lettori come avviene con quella degli elettori in altri momenti. Io non so e poco mi interessa sapere se quella frase sia sfuggita nella fretta di andare in stampa o meno. So che fa parte di un pensiero dominante in cui il confine con la beceraggine leghista è solo apparente, di forma ma non di sostanza. So che viene normale scriverlo così come di fronte ad un reato particolarmente efferato è normale considerare notizia la nazionalità del colpevole. E chi legge, come chi scrive con un minimo di presunta consapevolezza è anche disposto a comprendere, cercare di modificare anche simili stereo tipizzazioni. Ma poi si raggiunge un limite di non ritorno. Questa volta siete riusciti a superarlo.
Buon Lavoro, mi auguro migliore.
P.S. Dimenticavo, chi scrive ha anche il limite culturale di dichiararsi comunista. Una parola desueta che da voi ha poco spazio.
Stefano Galieni

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