Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!

venerdì 29 novembre 2013

Così possiamo cambiare l'Europa

di Paolo Pini - sbilanciamoci -
 
Un’altra rotta per l'Europa è possibile, mantenendo la moneta unica e cambiando regole e politica economica. L'introduzione dell'ultimo libro di Paolo Pini
È condivisa l’opinione che la crisi economica ha colpito una Europa che si regge solo su un pilastro, mentre un secondo pilastro manca. Il pilastro esistente è quello della Europa Economica, peraltro incompleta ed asimmetrica. Il pilastro mancante è quello della Europa Politica, che avrebbe dovuto portare agli Stati Uniti d’Europa. Avere sostituito alla prospettiva dell’Europa degli Stati quella dell’Europa dei Governi, l’Europa intergovernativa, è la più evidente dimostrazione che il progetto europeo si è ripiegato su se stesso, ed a ciò ha contribuito la non approvazione della Costituzione Europea. Ma le radici sono forse più profonde.
La supremazia dell'Europa Economica sull'Europa Politica nell'Era euro
A fronte delle difficoltà di procedere verso la strada dell’Europa Politica in una fase in cui l’Unione Europea procedeva a tappe forzate verso l’allargamento ad est, si è avviato un processo centrato sulla moneta unica come strumento di armonizzazione e convergenza delle economie dei singoli Paesi al fine di giungere (armonizzate le economie) alla unità politica. Impossibilitati a fare l’Europa Politica per via politica, si è percorsa la strada dell’Europa Economica per realizzare quella Politica, come second best.
Ci hanno raccontato che la moneta unica richiedeva almeno due condizioni per poter funzionare: un tasso di inflazione analogo tra paesi, e deficit fiscali e debiti pubblici contenuti. Soprattutto però la moneta unica porta con sé la necessità di sistemi economici armonizzati e convergenti. Armonizzazione e convergenza implicano anche una gestione di equilibrio delle bilance commerciali dei vari paesi e dei flussi di commercio intra-europeo. Questo era invece caratterizzato da un eccessivo surplus dell’area tedesca e nordica che avrebbe richiesto di essere ridotto con una maggiore domanda interna e/o maggiore inflazione nelle aree con avanzi strutturali. Invece di procedere in tal senso, sono stati posti vincoli alle politiche di bilancio degli Stati con deficit commerciali, e richieste via via più pressanti, sino a divenire vincolanti, di riforme strutturali, del mercato del lavoro e per la concorrenza dei mercati in generale. I famosi «compiti a casa».
Questo processo si è scontrato con una conseguenza, in parte endogena, e con un accadimento, in parte esogeno.
La conseguenza endogena è il fatto che con la moneta unica non si è avviata la armonizzazione delle economie dei vari Stati dell’Unione; anzi la moneta unica ha consentito di, o è stata utilizzata per, rafforzare le differenze e le distanze tra paesi. Invece di convergere, vi è stato un processo di divergenza nei tassi di crescita dei paesi e nei flussi commerciali e finanziari tra gli stessi. La ragione è che l’onere dell’aggiustamento è stato posto sui paesi deboli, con deficit commerciali e debiti pubblici, mentre i paesi forti, quelli soprattutto con avanzi commerciali strutturali crescenti, erano dispensati dal rallentare le loro politiche mercantili e far crescere la loro domanda interna.
Secondo alcuni la «responsabilità» sarebbe invece della politica di alcuni paesi (i deboli) che invece di riformare strutturalmente i sistemi economici nazionali nei tempi richiesti, i mercati del lavoro, dei beni e delle attività finanziarie, ha rimandato le necessarie riforme, portando tali paesi a «vivere al di sopra delle loro possibilità». Secondo altri, sono stati invece proprio i paesi forti che hanno goduto di un vantaggio competitivo iniziale e in virtù di tale vantaggio hanno proceduto a passi forzati nelle riforme strutturali in un contesto nel quale la moneta unica li metteva al riparo dalle spinte di rivalutazione del cambio, mentre la stessa moneta unica metteva in difficoltà gli altri paesi impossibilitati a svalutare. Indipendentemente da chi abbia ragione, è indubbio che negli anni della moneta unica l’armonizzazione dei sistemi economici non si è realizzata; anzi la distanza tra paesi forti e «virtuosi» e paesi deboli e «viziosi» è aumentata, e le economie si sono divaricate. I differenziali dei tassi di crescita del reddito tra paesi sono aumentati, e sono cresciute le distanze tra i debiti pubblici e privati tra paesi come conseguenza anche della crescita negli squilibri dei saldi commerciali sempre tra i medesimi paesi (Krugman, 2009).
È poi sopraggiunta la crisi economica del 2008, in parte endogena, perché anche importata dagli Stati Uniti.
La prima risposta, di qua e di là dell’Atlantico, come sappiamo, è stata quella di arginare la crisi nei mercati finanziari, di evitare che questa si diffondesse sui mercati reali, cercando di evitare prima i fallimenti dei sistemi bancari, e poi il credit crunch nei mercati del credito per imprese e famiglie.
Negli Stati Uniti veniva realizzata una tiepida, ma comunque indispensabile e non irrilevante quantitativamente, politica fiscale espansiva che accompagnava una politica monetaria decisamente espansiva che portava i tassi di interesse a zero. In Europa il rigore fiscale è stato inizialmente alleggerito e la politica monetaria ha accompagnato la domanda di moneta sui mercati mantenendo sempre controllato però il tasso di inflazione, essendo la stabilità dei prezzi l’obiettivo cardine della Bce. Le manovre contro la crisi non hanno impedito però che i deficit di bilancio ed i debiti pubblici (ed anche privati) peggiorassero, in modo alquanto diseguale fra i paesi dell’Unione Europea. Anzi la crisi e le politiche per arginare la crisi hanno peggiorato le situazioni debitorie.
Come è noto questo ha portato ad una situazione nella quale neppure usciti dalla crisi del 2008-2009, con i tiepidi segnali di ripresa nel 2010, si è ripiombati in una crisi dei mercati finanziari europei e quindi delle economie reali nel 2011. A fronte di questa seconda crisi, mentre negli Stati Uniti si realizzavano politiche monetarie ancora più espansive e politiche fiscali comunque non restrittive, in Europa si è risposto da subito con più rigore sui conti pubblici e sui sistemi di welfare, per realizzare il rientro dai deficit di bilancio e dai debiti pubblici, ovvero con politiche severe di austerità, e con un rafforzamento della domanda di riforme strutturali sui mercati del lavoro (soprattutto), e dei beni (anche, ma non troppo) e dei mercati finanziari (assai poco) (Krugman, 2009; 2012b; Pianta, 2012; Bianchi, Pini, 2009).
Le risposte alla seconda crisi
Dopo una fase (breve) in cui sono state poste in discussione le politiche economiche liberiste e neo-liberiste ed i loro effetti negativi sul funzionamento dei mercati a scapito della crescita e della occupazione, soprattutto in Europa la pressione dei mercati ha convinto molti a ritornare alle vecchie ricette del rigore ad ogni costo e del non intervento dello Stato per sostenere la domanda.
La logica con la quale si è risposto alla crisi dei mercati finanziari si è tradotta in un mix di rigore e liberismo: le perdite sono collettive, i guadagni sono individuali, che applicato al sistema finanziario in crisi vuol significare socializzare le perdite dei mercati scaricandole sui conti pubblici e sulla collettività che paga con più oneri fiscali, per poi far pagare due volte alla collettività, anche per la crescita dei deficit e debiti pubblici, imponendo misure di austerità e di riduzione del welfare in nome del rigore, trasferendo eventualmente sui mercati anche quote di welfare pubblico (con la privatizzazione del welfare) (Bianchi, Pini, 2009; Brancaccio, Passarella, 2012; Pianta, 2012; Stiglitz, 2012).
Ovviamente questo sentiero sopra esposto non sta procedendo in modo lineare e neppure con quella rigidità e pervicacia che alcuni studiosi liberisti e neo-liberisti auspicherebbero.
Ciò per una serie di ragioni, esogene ed endogene anche queste allo scenario europeo.
Una esogena, prima per importanza, è che negli Stati Uniti la linea dell’austerità e del libero mercato, che intendeva garantire ancor più ricchezza al 10%, se non all’1%, della popolazione, non è stata premiata dall’elettorato, per cui si confermano politiche monetarie espansive mentre sulla politica fiscale prosegue la contrapposizione tra linea liberista e linea non-liberista (non può essere chiamata keynesiana, però), come è avvenuto sul fiscal cliff.
In secondo luogo, in Europa la linea dell’austerità produce danni gravi: gli effetti economici che essa provoca sono notevoli sia sulla crescita del reddito, sia sulla stabilità dei conti pubblici, ed anche perniciosi sul piano politico. I paesi deboli in ragione delle politiche di austerità a loro imposte stanno pagando sia sotto forma di perdite nei redditi e nell’occupazione, sia sotto forma di peggioramento dei deficit e debiti pubblici che si volevano migliorare. Il peggioramento è andato al di sopra delle pur cupe previsioni, in quanto, come osservato anche dal Fondo Monetario Internazionale (Blanchard, Leigh, 2013; Corsetti, Meier, Müller, 2012), sono stati sottostimati grandemente i moltiplicatori della politica fiscale, per cui misure fiscali restrittive hanno avuto impatti negativi sul reddito ben maggiori di quelli previsti, determinando tassi di crescita molto negativi del Pil dei paesi più deboli, ad iniziare dalla Grecia, Portogallo, ed anche Spagna ed Italia, ed un rallentamento significativo della crescita in tutta l’area euro che tocca anche la Germania per la quale si hanno previsioni economiche negative. Tutto ciò contribuisce a sollevare dubbi sulla scelta del rigore ad ogni costo.
In terzo luogo, in Europa vi sono istituzioni, forze politiche e sociali, ed anche economisti avveduti, che in qualche modo hanno indotto un aggiustamento, anche se certamente inadeguato, nelle politiche di rigore. Sono stati introdotti strumenti che hanno conferito più potere alla Banca Centrale Europea di intervenire con operazioni monetarie tali da influenzare i mercati finanziari ed il comportamento delle istituzioni finanziarie e creditizie. Seppure molte iniziative siano state contrastate e frenate dalle autorità tedesche, la Bce ha svolto in parte un ruolo di supplenza monetario rispetto alle gravi carenze del coordinamento fiscale.
Sappiamo però che gran parte della liquidità immessa dalla Bce è servita alle banche (a) per finanziarsi a basso costo ed acquistare titoli pubblici con rendimenti superiori al tasso pagato alla Bce medesima, piuttosto che soddisfare la domanda di prestiti da parte di imprese e famiglie con effetti positivi sull’economia reale, ed al contempo (b) per procedere alla ricapitalizzazione richiesta dai vincoli più stringenti previsti dalla revisione degli accordi di Basilea (Ruffolo, Sylos Labini, 2012; Leon, 2012a). Gli effetti negativi della politica di austerità non si riducono, benché vi sia una tregua nella tensione sui mercati finanziari e sugli spread tra titoli pubblici emessi nei diversi paesi. Nel frattempo, anche gli squilibri nei saldi commerciali tra paesi dell’area euro non si riducono, anzi crescono. Questi squilibri sono parte del problema della crisi europea, con i paesi forti che hanno costruito la loro crescita sulla componente della domanda estera, sulle quote di commercio intra-europeo piuttosto che extra-europeo, col rischio di politiche del tipo Beggar thy neighbours, in un gioco che è tendenzialmente a somma zero in quanto le esportazioni dell’uno sono le importazioni dell’altro e parallelamente i deficit ed i debiti (pubblici, ma anche privati) dell’uno sono gli avanzi ed i crediti dell’altro (Eichengreen, 2012; Protopapadakis, 2012; iAGS, 2012).
Due visioni dell'Europeismo e su come affrontare la crisi
Non vi sono dubbi che tale evoluzione negativa basata sul primato delle ragioni dell’economia su quello della politica sia alla base di come la crisi è stata affrontata, privilegiando la ricetta dell’austerità su quella della crescita. Tale evoluzione è stata governata da una visione fondamentalmente liberista dell’europeismo, contrapposta ad una visione che interpreta l’europeismo in termini di economia sociale di mercato.
Il governo dell’Unione Europea, della sua politica economica in primo luogo, è stato appannaggio di una linea politica conservatrice. Anche indipendentemente dagli equilibri politici nei vari paesi, che sono mutati e continuano a mutare nel tempo, la sintesi emersa in ambito europeo è stata più affine al liberismo che al riformismo. Il prevalere della visione liberista ha condotto alla affermazione del rigore nel campo economico, alla supremazia dei mercati rispetto al mantenimento del welfare state che invece viene ridimensionato ed in qualche misura anche privatizzato, alla introduzione di vincoli sempre più stringenti nel campo delle politiche fiscali, alla deregolamentazione soprattutto del mercato del lavoro. In questa visione la competitività è soprattutto una carta da giocare sui mercati esteri ridimensionando i mercati interni, e deve essere realizzata utilizzando tutti gli strumenti di flessibilità possibili per accrescere la capacità di esportazione, svalutazione salariale anzitutto in presenza della moneta unica.
Non potendo più utilizzare lo strumento della svalutazione, alcuni paesi, Italia compresa, ne hanno sofferto più di altri, mentre la stabilità della moneta unica ha consentito di evitare ad altri ancora, Germania anzitutto, quella rivalutazione della moneta nazionale che certamente sarebbe avvenuta a seguito di avanzi sempre più cospicui dei loro scambi commerciali. Che ciò implichi una crescita contenuta, bassa e cattiva occupazione, crescita delle disuguaglianze, è in un certo senso un effetto collaterale, che può essere affrontato da un sistema di welfare minimale e da mercati che si preoccupano di sostituire al welfare pubblico quello privato dei sistemi assicurativi. Così avviene che la via suggerita dal liberismo moderno è quella che viene presentata come true progressivism, per distinguersi da quello errato a cui sarebbero ancora ancorati coloro che vogliono mantenere intatto, anche se riformato, il welfare state pubblico universalistico, tacciati quindi di conservatorismo.
È evidente che chi sostiene una visione europeista centrata sulla economia sociale di mercato, tra cui la socialdemocrazia europea, si muove oggi in un contesto molto angusto; e se rifugge da una facile quanto inefficace contrapposizione rispetto alla introduzione dell’euro, non può che procedere su strade che sono delimitate da vincoli e paletti, oltre che dalla dimensione della globalizzazione. Infatti, la internazionalizzazione dei mercati finanziari e le resistenze alla regolamentazione su scala globale contribuiscono alla adozione delle politiche di rigore per gli stati nazionali in ambito europeo in presenza della moneta unica. È cambiato il contesto nel quale le politiche di crescita possono operare.
Tuttavia, proprio nel presente contesto europeo sono possibili altre opzioni di politica economica, alternative a quelle del binomio liberista che associa rigore economico e riduzione del welfare. Lo dimostra il dibattito aperto dalla redazione di Sbilanciamoci.info con La Rotta d’Italia. Vincere per cambiare1, con i contributi di Gnesutta, Pianta (2013) sulla politica economica europea, di Pizzuti (2013) sulle priorità dell’economia italiana, di Bogliacino (2013) sull’Europa centrale e periferica, di Baranes (2013a) sul sistema finanziario, di Andreis (2013) sull’economia verde, tra i vari sin qui pubblicati.
Il dibattito in Europa è aperto, ed in Italia non possiamo «consumarci» nelle discussioni post-elettorali, quando proprio in Europa i partiti e movimenti democratici e socialisti (iAGS, 2012, EuroMemoGroup, 2012) indicano che un’altra Rotta è possibile. Partendo dalla dimensione europea possono essere individuate almeno sette azioni cardine su cui come sostenitori della visione di una Europa economica e politica, sociale di mercato dobbiamo lavorare. Queste consentirebbero all’Europa, e quindi all’Italia, di riprendere quel sentiero di crescita che ha come obiettivo principe la piena occupazione ed il benessere collettivo. Solo nell’ambito di queste azioni cardine si aprono le possibilità di intraprendere specifiche politiche dal lato della domanda ed anche dell’offerta per conseguire crescita e occupazione.
1) Occorre estendere competenze, poteri e strumenti della Bce in modo che questa operi come effettiva Banca Centrale che ha il precipuo compito non solo di controllare la dinamica delle variabili monetarie che influenzano la dinamica dei tassi di interesse ma anche quella di garantire condizioni di robustezza e solidità della moneta unica sui mercati internazionali ponendo al riparo le politiche fiscali, garantendone l’efficacia, dalla speculazione sui mercati finanziari. In altri termini la Bce deve essere posta nelle condizioni di operare come «prestatore di ultima istanza» non avendo come unico obiettivo la stabilità dei prezzi.
2) Occorre che a livello comunitario gli investimenti pubblici finanziati sui bilanci nazionali, anche in funzione anticiclica, siano consentiti e non vincolati dalle regole poste dal Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria del marzo 2012 (Patto di Bilancio Europeo/Fiscal Compact), al fine di poter utilizzare la politica fiscale per contrastare la crisi e favorire la crescita.
3) Occorre realizzare l’emissione di eurobonds, secondo le diverse tipologie. Alcune di queste sono dedicate a finanziare progetti europei di ampia dimensione che possano innescare crescita quantitativa e qualitativa delle economie europee, quali quelli per sostenere l’economia digitale, l’economia verde, l’economia della conoscenza. Altre tipologie di eurobonds devono essere utilizzate per stabilizzare la gestione dei debiti pubblici nazionali e creare un mercato ampio di titoli pubblici europei basati su garanzie reali, come molti economisti hanno da tempo suggerito.
4) Occorre ampliare la dimensione del bilancio pluriennale pubblico europeo che ora pesa solo l’1% del prodotto interno lordo dell’insieme degli Stati membri, su cui la negoziazione è ancora in corso tra Commissione, Consiglio, e Parlamento europei. L’innalzamento del budget a disposizione della Commissione Europea, contrastando le politiche di quanti invece vogliono ridurlo, consentirebbe di supportare interventi più robusti sia per il riequilibrio strutturale tra i paesi dell’Unione, sia per progetti infrastrutturali nel capitale fisico e nel capitale intangibile.
5) Occorre accelerare la realizzazione dell’armonizzazione fiscale in ambito comunitario volta a rendere omogenei i regimi fiscali applicati in ciascun paese membro dell’Unione. La presenza di sistemi fiscali molto differenti costituisce un evidente incentivo a praticare politiche nazionali competitive e non cooperative tra gli Stati membri dell’Unione, e riducono evidentemente l’efficacia delle politiche fiscali, di quelle industriali e delle politiche del lavoro.
6) Occorre finalizzare le iniziative di coordinamento delle politiche economiche degli Stati membri non solo sugli obiettivi di consolidamento dei debiti nazionali, il cui timing deve essere rivisto, ma anche sulla riduzione degli squilibri dei flussi commerciali tra gli Stati membri. Gli squilibri dei flussi commerciali costituiscono una delle principali cause all’origine delle tensioni sulla moneta unica. Le politiche di coordinamento devono operare non solo sui paesi con deficit strutturali, chiedendo a questi di realizzare riforme strutturali dei loro mercati interni, ma soprattutto sui paesi con avanzi strutturali delle loro bilance commerciali, per indurli a sostenere la loro domanda interna e non affidare la crescita solo all’espansione dei mercati esteri.
7) Occorre intervenire sul sistema bancario, accrescendone il controllo, al fine di ridurre il rischio sistemico con strumenti sia di tipo fiscale (tassando specifici strumenti finanziari e transazioni) che di tipo regolativo (vietando specifiche attività e transazioni), facendo molto meno affidamento sugli strumenti della «ponderazione del rischio» e della «capitalizzazione» che si sono dimostrati in gran parte inefficaci se non anche controproducenti (introdotti con Basilea 2 e Basilea 3). Il sistema bancario ha perso le sue funzioni complementari all’economia reale, per il sostegno delle imprese e delle famiglie, ed è diventato pressoché autoreferenziale, una sorta di un casinò globale, essendo venuta meno da decenni la separazione tra attività bancaria di deposito e l’attività bancaria di rischio che era stata introdotta a seguito delle crisi bancarie di inizio secolo scorso. Perché il credito ritorni ad essere funzione dell’economia reale, occorre ripristinare, nelle nuove condizioni odierne, quella separazione.
Conclusioni
Crediamo che ogni progetto di politica economica nazionale, per quanto ambizioso esso sia, debba misurarsi con le due visioni dell’Europa e con le sette azioni cardine di cui sopra, e misurarsi con la necessità di intervenire per cambiare l’Europa che abbiamo. Gli Stati Uniti d’Europa rimangono e devono rimanere la meta verso la quale indirizzare la politica e l’economia. L’Europa che abbiamo è però purtroppo quella nella quale la moneta unica, per gli errori intrinseci nella sua nascita, impone vincoli e regole che devono essere cambiati quanto prima.
L’Italia che esce dalle elezioni dovrà lavorare molto in Europa perché si realizzino tali cambiamenti. Poche opzioni politiche oggi presenti nella campagna elettorale offrono tale prospettiva. Il centro-destra, con quel poco di centro che è rimasto, offre solo una prospettiva confusa e di deriva populista, i cui rischi sono cresciuti con il «patto di convenienza» tra berlusconiani e leghisti, attestato dalla proposta, tanto vincolante per l’alleanza quanto strampalata per l’Italia, del 75% delle imposte che devono rimanere nelle regioni del nord. Il montismo ha dato prova nell’ultimo anno di offrire una ricetta neppure tanto liberista, essendo intervenuto molto sulle tasse (alzandole in modo diseguale), poco sulle spese (proseguendo spesso nella pratica dei tagli lineari), quasi per nulla sulla concorrenza dei mercati (dove in alcuni casi ha garantito il mantenimento di posizioni di rendita), per non menzionare i temi «crescita», «disuguaglianza», «diritti e tutele» che non sono mai stati all’ordine del giorno e sono relegati ai margini dell’Agenda Monti. Il centro-sinistra è l’offerta che potenzialmente lascia intravvedere prospettive nazionali di cambiamento in una Europa che deve essere riformata, e che potrebbe avere il peso e la forza per realizzarle, se premiata dagli elettori. Dobbiamo solo sperare che, in caso di successo, abbia anche la coerenza per farlo. Sappiamo bene, purtroppo, che negli ultimi 20 anni non sempre ciò è avvenuto. Anzi!

(1) http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/alter/La-rotta-d-Italia-16276.
Il testo pubblicato costituisce l'introduzione del libro di Paolo Pini, "Lavoro, contrattazione, Europa. Per un cambio di rotta" (Ediesse Edizioni, pagine 256, 13 euro)

Ma che cos'è questa crisi

di Marcello De Cecco - sbilanciamoci -
 
Da dove origina e dove rischia di condurci la crisi che da sei anni affligge i principali paesi sviluppati? Che cosa accadrà dell'Europa e dell'euro? Pubblichiamo l'introduzione dell'ultimo libro di Marcello De Cecco, Ma che cos'è questa crisi, edito da Donzelli
La crisi affligge da sei anni i principali paesi sviluppati. Essa ha colpito il cuore dell’economia mondiale dopo avere investito, nel 1997-98, i paesi emergenti, specie quelli asiatici. Ora, secondo tradizione, pare voler abbracciare nella sua stretta mortale anche loro, che nell’attuale convulsione sembravano essere stati risparmiati e mostrare anzi un’invidiabile capacità di crescere e prosperare, malgrado le traversie del centro.
Da questa enorme convulsione l’economia ma anche gli assetti politici mondiali usciranno completamente cambiati. Non sappiamo cosa accadrà dell’Europa e dell’euro e nemmeno sappiamo quanto del cosiddetto modello europeo di organizzazione economica e politica sopravvivrà. Sappiamo che gli equilibri mondiali ne usciranno profondamente mutati, con l’ascesa che sembra inarrestabile della Cina e con il certo declino relativo dei paesi del centro: Europa, Stati Uniti e Giappone.
Che una grande crisi si stesse scatenando si poteva prevedere certamente nel 2007. Affermai che eravamo alla vigilia di un enorme sommovimento mondiale, nel maggio di quell’anno, a conclusione di una lezione che tenni all’Università di Waterloo, in Canada. C’era già stata qualche avvisaglia nelle difficoltà annunciate in febbraio da un paio di istituzioni finanziarie americane, che dichiaravano di avere problemi nel settore dei mutui subprime, una categoria della quale tutti sarebbero venuti a conoscenza di lì a qualche mese, ma che suonava ancora assolutamente sconosciuta ai non addetti ai lavori e anche a parecchi degli addetti.
Nella mia lezione canadese feci notare come la situazione odierna avesse molte analogie con quella degli anni che precedettero la prima guerra mondiale. Allora la sterlina era la moneta internazionale, di un sistema che si basava ancora sull’oro. Ma la Gran Bretagna era un paese in declino. Le due superpotenze emergenti erano Stati Uniti e Germania, sebbene nessuno dei due ambisse a rimpiazzare la sterlina con la propria moneta come centro del sistema monetario internazionale. Ambizione che invece nutriva la Francia, la quale, nei suoi tentativi di sostituire il franco alla sterlina, dava instabilità al sistema, talvolta di proposito (nel periodo 1907-14 ci furono numerosi episodi che videro la Francia rimpatriare fondi dalla Germania per motivi politici, forzando quest’ultima a procurarsi l’oro e a impedirne l’uscita). Il dollaro sarebbe divenuto la moneta mondiale solo dopo la fine del secondo conflitto mondiale.
Nei primi quarant’anni del XX secolo, quindi, il sistema monetario internazionale era divenuto policentrico, il che ne accentuava l’instabilità e favoriva anche lo sviluppo di mercati e transazioni finanziarie basati sull’arbitraggio e la speculazione. In quei decenni si vide pure la fioritura di «innovazioni finanziarie» in parte basate su effettive innovazioni tecnologiche, come i cavi telefonici transoceanici e la radio, ma per la maggior parte frutto di invenzioni che avevano lo scopo di favorire la speculazione e aggirare i controlli finanziari e quelli fiscali.
Quella presente è una crisi che viene da lontano, certamente dai primi anni novanta, e che porta la firma delle autorità economiche e della grande finanza degli Stati Uniti. Anche gli europei e i cinesi ne hanno in qualche misura la responsabilità. Ma la massima colpa va addossata certamente alla determinazione americana di finanziare le proprie guerre al costo minore possibile in termini di interessi sul debito pubblico, tramite una politica monetaria estremamente espansiva e la dinamica abnorme delle istituzioni finanziarie private che essa permette, per non sopportare penose misure correttive di quella particolare gestione economica e politica. I comportamenti americani sono indotti anche dalla necessità di regolare l’economia privata per prolungare le fasi di crescita e di massima occupazione, cercando di contrastare i cicli che si formano nel sistema produttivo. Essi creano gli enormi deficit nei conti esteri degli Stati Uniti, cui corrispondono gli altrettanto grandi surplus nei conti esteri di paesi come quelli europei, la Cina e i paesi emergenti, le cui economie sono trainate in misura crescente dalle esportazioni. Anche questi paesi dividono la responsabilità della crisi con gli Stati Uniti, ma la vera variabile indipendente del sistema restano i comportamenti americani, che inducono tutti gli altri.
La crisi attuale è squisitamente finanziaria. La crescita abnorme delle sovrastrutture bancarie e delle altre istituzioni e mercati finanziari è assai difficile da sottovalutare, tanto essa è stata chiara, specie negli Stati Uniti ma anche altrove, a partire dai primi anni novanta. Era una tendenza assai presente anche nei decenni precedenti, ma negli ultimi due il settore finanziario è divenuto in tutti i paesi, specie quelli del centro, il Primum Mobile dell’intera economia, dotato di energia e volontà indipendenti e capace di sfruttare meglio degli altri settori tutte le innovazioni, specie nel campo dell’elettronica e delle comunicazioni, che si sono rese disponibili a velocità sempre maggiore.
Quando la crisi è scoppiata, tuttavia, propagandosi dagli Stati Uniti al resto del mondo sviluppato, ma coinvolgendo anche aree che avevano a malapena iniziato un percorso di sviluppo come l’Africa, l’economia reale è stata investita con vero furore, come si rileva dai dati della produzione e dell’occupazione. A risentirne sono stati gli strati meno protetti della popolazione, in particolare la cosiddetta classe media, che è entrata in sofferenza dopo quella dei lavoratori dell’industria, e che deve considerarsi, insieme ad essa, la vera sconfitta dalla crisi. Il guaio è che la classe media è la protagonista del «capitalismo dal volto umano», il capitalismo del welfare pubblico, e la sua nuova debolezza fa presagire quindi tempi di ferro per i rapporti sociali al centro del sistema economico mondiale. La sofferenza della classe media comporta quella dei settori di consumo che dalla sua domanda dipendono, i settori costruiti nell’applicazione del principio delle economie di scala: automobili ed elettrodomestici, ad esempio, mentre vengono esaltate le produzioni dei beni di grande lusso, riservati alla minuta categoria dei ricchi e degli straricchi, che ha visto le proprie sorti addirittura migliorate dalla crisi attuale.
Altra grande vittima della crisi è stata l’integrazione europea, che è chiaramente in ritirata dal 2007, mentre sembrava aver colto, con l’introduzione dell’euro, un successo importante e duraturo. La crisi ha spaccato l’Europa in tre: ci sono i paesi del centro, come Germania, Finlandia, Austria e (seppur pencolante) l’Olanda; c’è poi un’area appena fuori del centro, che comprende essenzialmente la Francia, secondo paese d’Europa; e poi c’è la periferia, una categoria nuova e sofferente, alla quale appartengono Italia, Grecia, Irlanda, Spagna e Portogallo.
Immediatamente prima dello scoppio della crisi, anche per il rifluire del surplus tedesco sotto forma di investimenti nell’area periferica, si era sperato in una maggiore, anziché minore, omogeneità nelle condizioni economiche dell’intera area europea. La crisi ha mandato a fondo tali speranze, costringendo l’Europa a prendere misure di emergenza, secondo il peggiore stile europeo negoziate con mille lungaggini ed esitazioni, e assunte come olio di ricino dai paesi in surplus.
Nelle pagine che seguono, che riproducono alcuni degli articoli da me pubblicati sulla «Repubblica» in questo periodo1, ho cercato di toccare tutti questi temi, poiché essi si sono presentati con una urgenza e una drammaticità cui non eravamo abituati dalla fine della seconda guerra mondiale. Ad essi non si poteva sfuggire. Anche quelli che hanno cercato di farlo, creandosi, come gli economisti ortodossi, un proprio mondo virtuale, lo hanno visto mandato in frantumi dalla crisi e sono dovuti tornare a usare modelli di pensiero meno rarefatti. Ma, ogni volta che il clima dell’economia mondiale sembra indicare il ritorno a un qualche stato di maggior quiete, ecco gli economisti ortodossi tornare verso il loro mondo virtuale, cercando di ricostruirlo. Il che è sommamente pericoloso, perché è stata proprio l’autorevolezza dell’economia ortodossa a suggerire soluzioni errate alle classi dirigenti dei paesi del centro, con drammatiche conseguenze che hanno reso più grave la crisi.
Di fronte al perdurare della crisi più grave degli ultimi centoventi anni, in mancanza di soluzioni innovative suggerite dai teorici agli attori politici, la tendenza più forte sembra purtroppo essere quella a ricorrere a vecchie soluzioni che, a lungo tempo screditate, tornano a un tratto di moda e suggeriscono misure affrettate e pesanti perché prese in ritardo e senza accordo anche tra paesi appartenenti a unioni di Stati, come i paesi europei. Nazionalismo, protezionismo, regolamentazione dei mercati sono i nomi di queste soluzioni. Averle screditate e messe da parte per più di un cinquantennio come se si trattasse di pulsioni peccaminose e indegne di una nuova e superiore organizzazione internazionale è stato colpevole e persino stupido, perché in forma blanda esse dovevano rimanere in voga, persino il nazionalismo, mentre ora ci si trova a prenderle velocemente e in dosi assai maggiori, senza usufruire dei vantaggi che sarebbero derivati da dosi moderate, e correndo in pieno il pericolo di precipitare il mondo intero in un nuovo disordine internazionale con conseguenze economiche e politiche simili a quelle che indussero le due guerre mondiali e il marasma degli anni venti e trenta del Novecento.
La sgradevole sensazione di trovarsi in un periodo di profondo riflusso verso il nazionalismo e il razzismo è difficile da evitare, in Europa così come altrove. Appena liberati dall’autorità sovietica i paesi dell’Europa orientale, ad esempio, si sono dedicati a una vera e propria orgia di nazionalismo, infettando, a causa della loro forzosa integrazione nell’Unione europea, anche i vecchi membri di questa, che ne avevano assai poco bisogno, avendo iniziato un percorso meno esplicito ma altrettanto univoco nella stes- sa direzione.
Una nuova classe politica emergerà dalla necessità di questa netta virata nei paesi che dovranno effettuarla o anche solo subirla. Se dobbiamo basarci sulle esperienze degli ultimi cento anni, le previsioni sono necessariamente nefaste. Come ho detto sopra, stiamo tornando a tempi di ferro, come quelli che i miei coetanei hanno vissuto nella loro infanzia.
(1) Ringrazio il gruppo editoriale L’Espresso per avermi permesso di ripubblicare gli articoli usciti su «la Repubblica».
(Copyright Donzelli)
Il testo pubblicato costituisce l'introduzione dell'ultimo libro dell'economista Marcello De Cecco Ma cos'è questa crisi. L'Italia, l'Europa e la seconda globalizzazione (2007-2013) (Donzelli, 2013 pp. XVI-288, 18,50 euro)

No Renzi? No Civati? No Grillo? Allora sei un disadattato politico

ALESSANDRO ROBECCHI –

arobecchiCome dicono sui banchi delle migliori istituzioni italiane, “prendo la parola per fatto personale”. Scusate lo sfogo. L’altarino a cui chiedo illuminazione ogni tanto, quello con le fotine di Flaiano e Beppe Viola, non basta più e mi sa che il prossimo passo sarà l’esorcismo. Qualcuno deve fare qualcosa per noi disadattati politici, prima o poi. Dunque ecco i fatti.
Scrivo che non mi piace Renzi. Sei cuperliano. Cuperlo non mi convince. Sei civatiano. Mah, avrei da ridire. Allora sei grillino. Ma manco per niente. E dillo, stai con Nichi. Ma veramente… Ah, sei per le larghe intese! Non offendiamo. Non mi piace il cool, il glamour, il frou frou. Allora sei vecchio. Mi piace la parola “diritti”. Uh, come sei vetero! Non mi piace il populismo. Ah, allora sei kasta! Zombie. Morto. Ma naturalmente non mi piacciono nemmeno il furto e lo spreco di denaro pubblico. Ah, sei anti-politica, dunque! O vuoi le privatizzazioni? No. Ah, vile statalista! Non mi piace quello che ha fatto la Cancellieri. Ah, quindi sei giustizialista. O renziano? Non mi piace nemmeno il sindaco di Salerno De Luca, si può dire? Ah, lo dici per attaccare Renzi! Allora stai con D’Alema…
Potrei andare avanti ore e sono sicuro che molti di voi hanno lo stesso problema, specie quelli che si collocano a sinistra e frequentano i social media. Quando in un giorno solo ti senti dare del vetero-comunista, del grillino, del cuperliano, del renziano, del garantista (dai giustizialisti) e del giustizialista (dai garantisti), spesso a distanza di pochi minuti e a volte persino dalle stesse persone, finisce che rivaluti la psicoanalisi. Una volta ho detto che Renzi viene dai Popolari e dalla scuola democristiana. Una mi ha risposto che è meglio che venire “dai ghiacci sovietici” come me. Va bene sentirsi politicamente non rappresentato, succede, ma sentirsi orso polare fa un certo effetto. Uno mi ha detto “turigliattiano”, che non sapevo se cercare su Wikipedia o buttarmi dal balcone. Poi dicono che uno si dà all’alcol. Se dici Keynes ti chiedono: dove gioca? Preferisco Cristiano Ronaldo.
La spasmodica necessità di definirsi (e di definire gli altri) sotto una o l’altra bandiera, senza dubbi, senza se e senza ma, crea smottamenti di senso, testacoda e derapate improvvise. Per i renziani è inconcepibile che uno sano di mente non sia renziano. Per i grillini è nemico o in malafede, o pagato da qualcuno chi non è grillino. Non ti piace il governo Letta, allora sei la morte nera. Uno, nell’infuriare della polemica è sbottato: “Ma insomma, cosa sei?”. Come dire, ehi, amico, mettiti una divisa o almeno una medaglietta, altrimenti non saprò come scovarti, o contraddirti o provocarti o polemizzare con te.
Come si vede, è un bel problema. Prima, per anni, si deplorano le ideologie, si implora di superarle. Poi si formano alcune decine di microideologie, quasi sempre con pochissime idee, peraltro, a cui sarebbe meglio adeguarsi, almeno per comodità di dibattito. Nel frattempo, i ricchi diventano più ricchi, i poveri diventano più poveri, i giovani sono disoccupati, la Biancofiore si ostina a parlare in pubblico, mister Agrama fa ridere tutti e le galere sono strapiene di gente che potrebbe stare fuori. Ecco sei demagogico. O ideologico. O pittelliano (eh?). O populista. O induista ascendente interista. Stai con D’Alema, anzi no, bersaniano con la luna in Sagittario. Anzi civatiano del settimo giorno, anzi… renziano del dissenso, anzi, lettiano del consenso, e vieni dai ghiacci sovietici e ti sei anche, un filino, rotto i coglioni.
Alessandro Robecchi
(27 novembre 2013)

mercoledì 27 novembre 2013

Vent’anni ci sono voluti.

No, non mi cambia la vita la decadenza del satrapo lombardo. Non brindo, non rido, non festeggio. Ha rubato i miei venti e i miei trent’anni e vorreste che vi dicessimo bravi, voi burocratini del Partito democratico col sedere al caldo. Ha smantellato pezzo per pezzo la nostra democrazia, ha corrotto persone e costumi, manipolato coscienze. Ha comprato corpi e portato in alto i peggiori, spacciandolo per merito.

No, non sono contento e non vi dico bravi per aver fatto il minimo sindacale. Decade oggi ma non è mai stato eleggibile. Vent’anni ci sono voluti. Non dovevate farcelo entrare in Parlamento, quindi non sono contento che oggi ne esca. Era ineleggibile e non vi siete opposti. C’era un enorme conflitto d’interesse e avete trattato. Ci avete mangiato la crostata insieme e ancora dovete spiegare perché. Gli avete lasciato fare la grande porcata perché conveniva anche a voi autonominarvi invece che farvi eleggere. L’avete usato come foglia di fico per non dire mai, neanche per sbaglio, cose di sinistra. Ci avete fatto un governo insieme.

Vorreste che vi dicessimo bravi per avergli lasciato ridurre in macerie la nostra democrazia e il nostro paese. Costernato e rabbioso, non brindo, vorrei solo vedere scompariste anche voi, complici di regime. Simul stabunt simul cadent. Ma non succederà.

Gennaro Carotenuto
Fonte: http://www.gennarocarotenuto.it/
Link: http://www.gennarocarotenuto.it/27299-perche-non-brindo-alla-decadenza-di-silvio-berlusconi/
27.11.2013

Silvio Berlusconi è fuori dal Parlamento. Lui in strada: "E' un giorno di lutto"

Ore 17.42: il presidente del Senato Pietro Grasso ha dichiarato la decadenza da senatore di Silvio Berlusconi. Il Senato in precedenza aveva bocciato 9 ordini del giorno contro la decadenza

 
Roma, 27 novembre 2013 - Ore 17.42: il presidente del Senato Pietro Grasso ha dichiarato la decadenza da senatore di Silvio Berlusconi. Il Senato in precedenza aveva bocciato 9 ordini del giorno contro la decadenza. Con nove distinte votazioni sono stati respinti altrettanti odg contari alla presa d’atto della decadenza proposta dalla Giunta per le immunità e le elezioni di palazzo Madama, a seguito della condanna defintiva di Berlusocni per frode fiscale al processo Mediaset che la sentenza della Corte di Cassazione la scorsa estate ha reso defintiva. Silenzio al termine delle votazioni degli ordini del giorno. Solo i senatori di M5s hanno salutato con un applauso l’esito delle votazioni, mentre i parlamentari degli altri gruppi sono defluiti in silenzio dall’aula.
Berlusconi era entrato in Parlamento poco meno di vent’anni fa: nel marzo del 1994. Quando scese in campo creando Forza Italia e vinse le elezioni, entrando alla Camera per la prima volta da Presidente del Consiglio. Da allora Berlusconi è sempre stato rieletto a Montecitorio fino alle elezioni di questa primavera che lo hanno visto per la prima volta farsi eleggere al Senato. Che oggi lo ha congedato dal Parlamento. Con il voto odierno Berlusconi perde anche l’immunità parlamentare a cui più volte è ricorso in questi vent’anni.
SUBENTRA UN MOLISANO - Decaduto Silvio Berlusconi, per la mancata convalida della sua elezione nella regione Molise, gli subentra il primo dei non eletti nella stessa circoscrizione, ovvero Ulisse Di Giacomo, già assessore alla Sanità della terza giunta di Michele Iorio.
SILVIO IN PIAZZA - Nel giorno x della decadenza Silvio Berlusconi non partecipa alla seduta che lo espellerà dallo scranno senatoriale. Ma tenta comunque di ‘oscurare' il voto sulla decadenza previsto per le 17 parlando di fronte alla sua gente radunata a via del Plebiscito, come già era accaduto il 4 agosto all’indomani della condanna definitiva per il processo Mediaset: "E' un giorno amaro e di lutto". Berlusconi, dal palco, ribadisce l’accusa rivolta a Magistratura Democratica di aver avuto “legami con le Brigate Rosse”. Poi parla della sentenza sui diritti tv che, dice "grida vendetta davanti a dio e agli uomini’’: così Silvio Berlusconi nel suo comizio a via del Plebiscito. Quella sentenza, ha aggiunto, ‘’e’ basata solo su teoremi e congetture e su nessun fatto o documento o testimone’’. Da ore intanto è altissima la tensione davanti a Palazzo Grazioli per la manifestazione dei sostenitori del Cavaliere.

Per il papa il liberismo è una “tirannia” che svuota di potere gli stati

Pubblicato da keynesblog il in Economia, Global, ibt

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I media italiani ne hanno parlato poco, ma la nuova “esortazione apostolica” di papa Francesco, “Evangelii Gaudium” (La gioia del vangelo), contiene una potente critica al capitalismo finanziario. Cosa più rilevante, come vedremo, è che il nuovo pontefice non si limita ad un discorso generalmente moralistico, sebbene parta da considerazioni etiche la cui valenza che non può essere derubricata alla “predica” di un vecchio prete.

Scrive Bergoglio (enfasi nostra):
Così come il comandamento “non uccidere” pone un limite chiaro per assicurare il valore della vita umana, oggi dobbiamo dire “no a un’economia dell’esclusione e della inequità”. Questa economia uccide. Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa. [...] Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita. [...] Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive [...]
Papa Francesco passa poi a criticare la dottrina della “ricaduta favorevole” (trickle-down) secondo la quale il mercato è capace da solo di redistribuire le ricchezze, facendole “ricadere” dai ricchi verso i meno abbienti. Secondo i sostenitori di queste teorie, che andavano particolarmente di moda durante l’era Reagan-Thatcher e che hanno dato una copertura ideologica alle “riforme”, l’arricchimento di pochi è a beneficio di tutti. Bergoglio rifiuta questa impostazione liberista:
In questo contesto, alcuni ancora difendono le teorie della “ricaduta favorevole”, che presuppongono che ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo. Questa opinione, che non è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante.
Da qui Bergoglio parte per un poderoso attacco alla finanziarizzazione dell’economia che individua l’origine della disuguaglianza nella negazione del controllo degli Stati sull’economia e sui mercati finanziari, accusati di essere una nuova “tirannia” che agisce tramite “il debito e i suoi interessi”:
Mentre i guadagni di pochi crescono esponenzialmente, quelli della maggioranza si collocano sempre più distanti dal benessere di questa minoranza felice. Tale squilibrio procede da ideologie che difendono l’autonomia assoluta dei mercati e la speculazione finanziaria. Perciò negano il diritto di controllo degli Stati, incaricati di vigilare per la tutela del bene comune. Si instaura una nuova tirannia invisibile, a volte virtuale, che impone, in modo unilaterale e implacabile, le sue leggi e le sue regole. Inoltre, il debito e i suoi interessi allontanano i Paesi dalle possibilità praticabili della loro economia e i cittadini dal loro reale potere d’acquisto.
Sul lato delle politiche, il testo sembra spesso limitarsi all’invocazione dei buoni sentimenti su base volontaristica: “i ricchi devono aiutare i poveri, rispettarli e promuoverli. Vi esorto alla solidarietà disinteressata”. Ma l’impressione dura poco e Bergoglio diventa subito “politico”:
Non possiamo più confidare nelle forze cieche e nella mano invisibile del mercato. La crescita in equità esige qualcosa di più della crescita economica, benché la presupponga, richiede decisioni, programmi, meccanismi e processi specificamente orientati a una migliore distribuzione delle entrate, alla creazione di opportunità di lavoro, a una promozione integrale dei poveri che superi il mero assistenzialismo. Lungi da me il proporre un populismo irresponsabile, ma l’economia non può più ricorrere a rimedi che sono un nuovo veleno, come quando si pretende di aumentare la redditività riducendo il mercato del lavoro e creando in tal modo nuovi esclusi.[...]
Bergoglio infine invoca la rimozione delle ineguaglianze come “riforma strutturale” del capitalismo, sottolineando ancora che senza di ciò arriveranno nuove crisi (come del resto una parte considerevole della professione economica sostiene da tempo):
La necessità di risolvere le cause strutturali della povertà non può attendere, non solo per una esigenza pragmatica di ottenere risultati e di ordinare la società, ma per guarirla da una malattia che la rende fragile e indegna e che potrà solo portarla a nuove crisi. I piani assistenziali, che fanno fronte ad alcune urgenze, si dovrebbero considerare solo come risposte provvisorie. Finché non si risolveranno radicalmente i problemi dei poveri, rinunciando all’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria e aggredendo le cause strutturali della inequità, non si risolveranno i problemi del mondo e in definitiva nessun problema. L’inequità è la radice dei mali sociali.
Non si tratta, è evidente, di iscrivere Francesco alla “sinistra”, tanto meno a quella “anticapitalista”. Piuttosto l’Evangelii Gaudium dovrebbe far riflettere quanti, nominalmente a sinistra e magari provenienti dal PCI, sono stati scavalcati a sinistra dal papa.
Il testo dell’esortazione “Evangelii Gaudium” di papa Francesco.

martedì 26 novembre 2013

Seattle: L'incredibile vittoria di Kshama Sawant


| Fonte: Counterpunch | Autore: TOM BARNARD

 

Dal sito di sinistra radicale americano Conterpunch vi proponiamo la traduzione di un articolo che racconta e commenta l'elezione a Seattle di una consigliera comunale dichiaratamente socialista.

COME HA FATTO

L'incredibile vittoria di Kshama Sawant

Quella di domenica è stata una festa per la vittoria meritata. Il suo sfidante, Richard Conlin, quattro volte in carica e con tutti gli appoggi dell'1% dietro di lui, aveva ufficialmente ammesso la sconfitta. Per celebrare la clamorosa vittoria in rimonta, più di 300 fra i più fedeli volontari della campagna elettorale, attivisti, veterani dei movimenti contro la guerra e di altre lotte passate hanno rumorosamente festeggiato in una sede locale del sindacato la vittoria della nostra candidata, Kshama Sawant, una socialista con una piattaforma a favore del 99%. E lei si è assicurata di rimarcare il risultato. “Il potere ora è nelle nostre mani – oggi abbiamo portato il cambiamento”. La folla ha risposto con ovazioni, brindisi, urla di gioia. Perchè la maggior parte di loro aveva capito che con questa elezione avevano rovesciato il modello elettorale di Seattle, con compiacenti sgherri delle corporazioni che si presentavano come sorridenti liberal.

Seattle è una città dominata da un solo partito come poche ce ne sono in America, il centro blu dello Stato di Washington. Ci sono alcuni infallibili metodi per essere eletti qui, che consistono tutti nel rendersi utili ai potenti stanno bene attenti a pronunciare, nello stesso tempo, banalità progressiste. Ci sono un paio di coerenti esponenti liberal del consiglio, ma il modello di votazioni per consenso utilizzato all'interno del consiglio fa si che essi si mantengano garbati nei confronti del potere delle corporazioni. Una raccomandazione qui, un voto contestato lì, e gli affari proseguono come sempre – fino ad oggi.

Oggi noi abbiamo una socialista come consigliera cittadina, e non è in debito con nessuno dei soliti noti. Non con Paul Allen e la sua Vulcan, non con la Burlington Northern Santa Fe, l'impresa ferroviaria che promette l'arrivo di diciotto treni carichi di carbone al giorno, non con giganti dell'industria edilizia come Wright Runstad, tutti i principali contribuenti di Conlin. No, le uniche persone con cui Kshama Sawant è in debito sono i sottopagati, gli esclusi, i disoccupati, gli indebitati. Ovvero tutti coloro che l'hanno aiutata a infrangere le regole convenzionali della politica di Seattle e a guadagnare un posto nel Consiglio Cittadino di Seattle con un risultato finale del 51% contro il 49 dell'avversario, nonostante le proiezioni notturne che la davano per sconfitta e le previsioni della stampa di regime.

Ma allora, come ha fatto, e cosa possiamo imparare da questa impresa? Ecco alcuni degli insegnamenti migliori:

In una città dominata dal Partito Democratico, è possibile scendere in campo con successo contro i Democratici.

Una cosa del genere sembra bislacca, quasi controintuitiva. Poiché è una città dominata da un solo partito, uno ne dovrebbe dedurre che quel partito è più forte, non più debole. Eppure Kshama ha demolito questo assunto non una volta, ma due. E come ha potuto riuscirci? Semplicemente sottolineando come in una città dominata da un solo partito questo partito deve per sua natura servire gli interessi delle élite corporative che controllano la città, e poi dimostrandolo. Lei ha affermato: “La macchina dei democratici governa questa città completamente nell'interesse dei ricchi e dei potenti”, notando come Conlin fosse “un politico-zerbino delle corporazioni”. Cosa che infatti, con il procedere della campagna elettorale, è diventata sempre più evidente. Conlin ha raccolto donazioni da ogni singola corporazione possibile e immaginabile, grandi uffici immobiliari, agenzie legali del centro, magnati delle costruzioni, proprietari delle ferrovie e così via. E più soldi raccoglieva da loro, più l'argomento centrale contro di lui diventava concreto. Nel mese finale della campagna, con l'esaurimento dei fondi messi a disposizione dalle corporazioni e la crescita dei piccoli donatori in favore di Kshama, lei ha raccolto più donazioni di lui. Cosa che ci porta alla seconda lezione:

La difesa fa vincere le battaglie. L'attacco fa vincere le guerre.

Altri candidati hanno basato la propria campagna elettorale sui temi della giustizia sociale, alcuni anche abbastanza bene. Ma per la maggior parte, essi si muovevano all'interno del terren politico prestabilito. Più soldi per gli aiuti ai senzatetto. Esenzioni delle tasse ai costruttori, in modo che essi potessero costruire case un pochino più economiche. Un bilancio pubblico che non tagliasse troppo le spese per i servizi sociali. Una politica ambientale un po' migliore, rinforzata con carote e non con bastoni. Rendendo le attuali realtà politiche ed economiche un po' più vivibili attraverso una politica realistica.

Kshama ha oltrepassato questa concezione impostando per proprio conto la sua agenda politica, e quindi andando all'offensiva giocandosi tutte le sue carte. Un salario minimo orario di 15 dollari. Una tassa sui redditi alti. L'istituzione dell'equo canone. Una piattaforma che veniva giudicata “irrealistica” e “troppo di sinistra per Seattle”. Lei non ha badato troppo a queste obiezioni, non ha ammorbidito la sua piattaforma e ogni dibattito che ha avuto con Conlin, ogni discorso, ogni articolo pubblicato sui giornali era incentrato su quel programma, specialmente sul punto del salario minimo. La strategia ha funzionato. Alla fine della campagna, Conlin è stato costretto quantomeno a fingere di essere in favore di questa, e, incredibilmente, entrambi i candidati sindaco hanno dovuto anch'essi sottoscriverla.

Gli endorsements tradizionali non fanno più la differenza.

Conlin ha ricevuto tutti i tradizionali endorsements che i candidati abitualmente ricevono: le sezioni locali del Partito Democratico, il Seattle Times, diversi sindacati, grandi organizzazioni ecologiste come i Washington Conservation Voters, assieme con una raffica di appoggi da altri politici che ricoprivano cariche ufficiali. Kshama ha ottenuto solamente quelli di un paio di sezioni locali del sindacato e dello Stranger, un giornale locale letto dai giovani, dai radicali e dai gay. Ma, come una fortezza logorata, più la campagna andava avanti, più il supporto tradizionale veniva minato. Prima è arrivata la defezione di alcuni importanti esponenti democratici, persone che avevano passato decenni appoggiando e supportando la macchina democratica a livello locale. E che non si sono intimoriti quando gli alleati di Conlin li hanno chiamati traditori. Quindi, il voto per l'endorsement del King County Labor Council, normalmente una passerella per i candidati liberal, è finito 28-21 per Kshama, non abbastanza per l'endorsement dei 2/3, ma sufficiente per causare una serie di titoloni sui giornali e per provare l'impotenza di Conlin. La notte dello scrutinio, nessuno si aspettava altro da una competizione all'ultimo voto.

Coi soldi si vince solo fino a un certo punto.

Nonostante Conlin abbia comunque speso più di Kshama per la campagna elettorale, il suo vantaggio è svanito quando lei è stata in grado di sfruttare la combinazione fra il bottino di donazioni da 120 dollari fatte dai piccoli donatori e la persistente attenzione dei media per portare avanti una campagna aggressiva, e costringere Conlin sulla difensiva. Se tu sei stato additato come un servo delle corporazioni, a un certo punto, pagare per un altro massiccio invio di materiale pubblicitario ricorda solo ulteriormente alle persone chi sei.

Occupy è morta; lunga vita a Occupy!

Ricordiamo tutti che quando le accampate finirono i politici e la stampa esultarono sostenendo che gli attivisti di Occupy non avevano avuto alcun impatto durevole, scomparendo come nebbia al sole del mattino. Parrebbe non sia stato così. A Seattle, quelle sono state le persone che hanno formato la base non solo per la campagna della Sawant, ma anche per altre questioni come le lotte contro i treni che trasportano carbone e contro la disoccupazione. Sono impegnati su diversi fronti in contemporanea, ma sono continuamente attivi.

L'organizzazione partitica combinata all'entusiasmo delle masse genera risultati.

Con l'infiammarsi della campagna, diversi analisti hanno provato a sostenere che il suo forte e crescente supporto non avesse nulla a che fare con la sua organizzazione, Alternativa Socialista, o addirittura che lei fosse popolare nonostante quella. La realtà è però più complessa. Da una parte, la Sawant ha corso con una piattaforma con cui ogni lavoratore può identificarsi – certamente non c'è bisogno di essere socialisti per supportare un salario minimo di 15 dollari orari, l'equo canone o una tassa sui ricchi. E lei ha sfruttato questo fatto più che poteva per guadagnarsi il favore di ampi ranghi di liberal, normali sindacalisti e giovani.

Allo stesso tempo, l'avere un partito dietro di lei le ha permesso di condurre una campagna ben organizzata e disciplinata nel suo nucleo. Membri chiave di Alternativa Socialista hanno svolto importanti funzioni durante la campagna, fin da quando, all'inizio, appareva nient'altro che una bislacca contendente senza speranze, radunando volontari, utilizzando strategicamente i mezzi informatici e raccogliendo le prime donazioni. Questo nucleo divenne di 50, poi 100, e infine di più di 200 attivisti di ogni provenienza. Ma il nucleo primario di militanti di Alternativa Socialista ha avuto almeno una parte del merito di ciò.

La lotta continua.

E ora? Bene, ecco cosa non succederà. Il nuovo Sindaco ha detto che prenderà provvedimenti per domandare un salario minimo di 15 dollari orari entro la fine del suo mandato quadriennale. Nessuno ci spera, specialmente dato che la sua squadra ha dietro di sé l'1% di Seattle. Kshama ha detto loro che lei sarebbe felice di scrivere l'ordinanza per questo provvedimento. Loro hanno risposto che hanno in programma lo studio della questione. Si, grazie.
Quello che sta veramente per succedere è una storica campagna di massa per l'ottenimento del salario minimo orario a Seattle. Che inizierà con una manifestazione la prossima primavera che rappresenterà l'inizio della lotta, approvata a Novembre di quest'anno tramite il voto popolare. Questo richiederà molto lavoro da parte di molte persone. Per quanto fantastici siano stati i volontari che hanno contribuito a far eleggere Kshama, ora ne abbiamo bisogno di dieci volte tanti. Le persone che governano questa città useranno contro di noi qualsiasi cosa potranno usare. Dagli attacchi personali a Kshama, a contro-iniziative, all'agitare lo spettro della bancarotta nei confronti di ogni piccolo risparmiatore che riusciranno a convincere. Perché hanno capito quale è la posta in gioco. Che non è solo quella di fornire alle migliaia di lavoratori sottopagati di questa città qualcosa di simile ad un salario di sopravvivenza. È qualcosa addirittura di più importante. Che è quella di far decidere ai lavoratori cosa succederà, e quando. Ci vediamo alla manifestazione.

[traduzione di Federico Vernarelli]

Welfare e pensioni, i problemi rimossi

    
Welfare e pensioni, i problemi rimossi

Pubblicato il 26 nov 2013 - rifondazione -

di Angelo Marano – sbilanciamoci.info
In un precedente intervento su Sbilanciamoci.info ho esaminato la posizione di Renzi su pensioni e welfare, esposta dallo stesso nel corso di una puntata di Servizio Pubblico. Il sindaco di Firenze ha proposto di ridurre la spesa pensionistica per finanziare gli altri istituti del welfare; a tal fine, vorrebbe ridurre le prestazioni a coloro che percepiscono trattamenti più elevati, o sono andati in pensione più giovani, o percepiscono una pensione calcolata in parte col sistema retributivo; ulteriori risparmi dovrebbero derivare dal forte restringimento del diritto alla pensione di reversibilità. Nel mio articolo ho argomentato che tali proposte sono in parte velleitarie e in parte fondate su un’analisi scorretta e non aggiornata degli andamenti del sistema pensionistico (http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/italie/Welfare-il-vecchio-Renzi-che-avanza-20909).
In questo secondo intervento proverò a mettere a fuoco alcuni problemi pensionistici che sarebbe auspicabile venissero affrontati con un’ottica “nuova”, ma a cui sembra Renzi (invero, in buona compagnia) non abbia finora dedicato attenzione. In particolare, porrò cinque domande: 1) è giusto che la legge obblighi i poveri a lavorare più dei ricchi? 2) l’età di pensionamento in Italia è troppo alta? 3) come evitare che le pensioni che si matureranno col sistema contributivo siano troppo basse? 4) le pensioni integrative non sono tassate troppo leggermente? 5) un investimento sul welfare non costituirebbe un autonomo fattore di sviluppo e competitività per il sistema Italia?
1) Innanzitutto: è giusto e legittimo che la legge italiana, come modificata dalla riforma Fornero, imponga ai poveri di lavorare più dei ricchi? Perché questo fa la riforma: chi matura una pensione sufficientemente elevata (almeno 2,8 volte l’assegno sociale) può andare in pensione anticipata (63 anni più l’aumento della speranza di vita), gli altri a 66 anni (più aumento della speranza di vita), ma i più poveri, che non raggiungono una pensione pari almeno a 1,5 volte l’assegno sociale, devono lavorare altri 4 anni, fino a 70 anni (più aumento della speranza di vita). Raggiunta tale età, anche i poveri maturano il diritto ad una pensione lavorativa… uguale, però, all’assegno sociale più la maggiorazione concessa agli ultrasettantenni, come se non avessero mai lavorato. Siamo dunque un paese dove i poveri devono, per legge, lavorare 7 anni più dei ricchi e non ottengono dai propri contributi pensionistici nulla di più rispetto a chi non ha mai contribuito. Non sarebbe il caso di intervenire, almeno per salvare l’apparenza dell’uguaglianza di tutti davanti alla legge ed evitare incentivi troppo forti al sommerso?
2) Non è che abbiamo aumentato troppo e troppo velocemente l’età di pensionamento? Sembra paradossale, visto che dell’aumento andiamo fieri in Europa, tanto che lo stesso Renzi ha detto che non intende modificare quanto già stabilito in proposito dalla riforma Fornero. Eppure, siamo sicuri che costringere a rimanere al lavoro per quattro, cinque anni in più generazioni anziane che in Italia, a differenza di altri paesi, si caratterizzano per il basso titolo di studio, sia stata la cosa migliore da fare in un paese a bassa produttività qual è oggi il nostro e in un contesto di elevatissima disoccupazione anche fra i giovani laureati? Certo, l’aumento dell’età di pensionamento apparentemente mette a posto i conti interni al sistema pensionistico, ma rischia di peggiorare ulteriormente la stessa produttività e di minare le basi della crescita economica, sulla quale, alla fine, si fonda la solvibilità dello stesso sistema pensionistico. Più in generale, dalla riforma Fornero emerge che l’età media di pensionamento in Italia dovrebbe superare 64 anni già entro i prossimi cinque anni ed arrivare attorno a 69 anni nel 2050. Un aumento fortissimo, che pone l’Italia all’”avanguardia” nel mondo e che richiederebbe però, da un lato una capacità di assorbimento del mercato del lavoro di là da venire (per riportare l’attuale tasso di disoccupazione del 12% a livelli “fisiologici” servirebbe almeno un quindicennio di crescita sostenuta), dall’altro politiche della formazione permanente che l’Italia non considera, né ha mai considerato, seriamente. Salvo non si pensi che l’Italia debba basare la sua competitività sul basso costo del lavoro e l’abbondanza di manodopera generica, è evidente che quella che può essere una politica vincente in altri paesi, nel nostro rischia di trasformarsi in un boomerang.
3) È ormai acclarato che il sistema contributivo, per come è stato costruito, porterà ad una significativa riduzione dell’ammontare medio delle prestazioni pensionistiche; peraltro, tale riduzione non sarà graduale, perché quelli che nel 1995 avevano meno di 18 anni di contributi, quando inizieranno ad andare in pensione (e ormai ci siamo), si troveranno con benefici già molto più bassi delle coorti immediatamente precedenti. D’altra parte, se il numero di anziani aumenta e l’ammontare della spesa pensionistica prevista si riduce, da qualche parte i risparmi dovranno pur venire! In proposito, finora sono state individuate due “soluzioni”, ambedue inadeguate. La prima è la previdenza integrativa. Essa, però, oltre a una serie di pesanti controindicazioni, richiede contributi aggiuntivi, ovvero che i lavoratori (quelli che ce l’hanno) rinuncino al Tfr; dunque, in un modo o nell’altro, si ha un impoverimento dei lavoratori (per estremizzare: mi faccio la pensione integrativa ma non posso più comprare casa). L’altra soluzione, apparentemente l’uovo di Colombo, è posporre il pensionamento; in effetti, se uno lavora di più matura una pensione più alta, e la cosa avrebbe anche senso, dato che nel tempo aumenta anche la speranza di vita. Ma se aumenta l’età di pensionamento ma non l’occupazione totale (e in questo momento non si vede perché dovrebbe), in media aumenteranno solo i periodi di disoccupazione, non gli anni di contribuzione. In proposito, vi sono alcune proposte sul tavolo (ad esempio io ho ipotizzato l’introduzione di una pensione base universalistica finanziata fiscalmente, con contestuale riduzione dei contributi sociali, mentre Michele Raitano la piena valorizzazione di tutti i periodi di attività, con garanzia di adeguato rendimento), che però tutte richiedono di uscire in qualche modo da una interpretazione estremistica e troppo rigida del principio contributivo.
4) Tornando alle previdenza integrativa, è giusto che le pensioni private, già fortemente incentivate in fase di contribuzione, siano tassate di meno delle pensioni pubbliche? Sulle pensioni pubbliche, infatti, si paga la normale imposta sul reddito personale (con aliquota minima del 23% e massima del 43%), mentre sulle pensioni private si paga un’aliquota del 15%, che può essere ridotta fino al 9% a seconda degli anni di contribuzione e che, per giunta, tocca solo una parte della pensione: la parte derivante dai rendimenti sui contributi è infatti esente, perché si considera già tassata con l’imposizione dell’11% sui rendimenti finanziari del fondo pensione. Per fare un esempio, un pensionato pubblico paga sugli incrementi della propria pensione dovuti all’inflazione la propria aliquota marginale, così come un lavoratore sugli aumenti del proprio reddito, mentre un individuo che abbia una rendita pensionistica privata paga su di essa un terzo o un quarto di quanto dovrebbe pagare se rientrasse nell’imponibile Irpef.
5) Infine, allargando lo sguardo al sistema di welfare, l’arretratezza del sistema italiano, soprattutto per quanto riguarda i servizi sociali, è palese. Eppure, i servizi sociali, quando funzionano, oltre a creare occupazione e a generare inclusione, permettono anche risparmi e migliorano l’efficienza economica. Il recupero dei minori in difficoltà, il reinserimento degli adulti in condizioni di disagio, la garanzia della mobilità ai diversamente abili, gli asili nido, la tutela della famiglia, l’assistenza domiciliare aumentano la disponibilità, la qualità e la flessibilità della forza lavoro e inducono risparmi sulla spesa sanitaria e per la giustizia. Inoltre, disporre di un’adeguata rete di protezione stimola l’innovazione e l’assunzione del rischio. In effetti, a parole l’importanza dei servizi è continuamente riconosciuta; si pensi al Ministro della giustizia, che pretenderebbe di svuotare le carceri mediante l’affido ai servizi sociali, o al Ministero del lavoro, che in un recente rapporto dichiara l’intenzione di condizionare il potenziamento della social card ad un attento monitoraggio da parte degli stessi servizi. Tutte iniziative lodevoli, se non fosse che i fondi statali alle politiche sociali sono oggi un quarto rispetto al 2008, mentre Regioni e Comuni, in grave crisi finanziaria, stanno ulteriormente tagliando i servizi erogati, spesso abbandonando a se stessi individui e famiglie in stato di bisogno. Ma, se si ritiene che i servizi sociali sono fondamentali e la loro attuale inconsistenza costituisce un’emergenza nazionale, allora bisognerebbe essere consequenziali: il livello dell’assistenza fornito e il relativo finanziamento deve essere ricondotto nell’ambito delle priorità complessive delle politiche di bilancio. Non c’è nessun collegamento fra la necessità di assistere un bambino maltrattato, o un anziano bisognoso di assistenza domiciliare, e i tagli alle pensioni; a meno che non si pensi di scaricare sui pensionati una “colpa” che invece è del politico, che non ritiene sufficientemente importante offrire adeguati servizi sociali. Da questo punto di vista, il fatto che un sindaco come Renzi, che dovrebbe avere toccato con mano le difficoltà che devono fronteggiare i servizi, condizioni le risorse al taglio delle pensioni e che, per esemplificare la problematica, non sappia andare oltre il solitorefrain sulla necessità di aumentare l’offerta di asili nido, sulla quale tutti i politici si sono già ampiamente esercitati, genera qualche perplessità circa le sue effettive priorità.
Non sono, le questioni che ho illustrato, necessariamente le uniche che ci si deve porre sul sistema pensionistico e di welfare italiano. Ognuno può privilegiare alcuni aspetti su altri ed ha le proprie, legittime, sensibilità politiche e generazionali. Tuttavia, bisognerebbe evitare di utilizzare il welfare nella tattica spicciola, di riproporre allarmismi o analisi sorpassate, di indulgere nel populismo sulla pelle di quanti, giovani, lavoratori, pensionati, famiglie devono trovare nel welfare una risposta credibile, stabile e sicura a quei bisogni e rischi, tradizionali e nuovi, di natura sociale, in mancanza della quale non è possibile un pieno esercizio della cittadinanza e una piena inclusione sociale.

A Firenze sappiamo chi è Renzi.

- altracitta -
Pubblichiamo grazie a minimumfax il discorso tenuto da Tomaso Montanari all’assemblea pubblica su «Firenze non è una merce. Renzi, il governo della città e la Costituzione» tenutasi a Firenze il 25 novembre con la presenza, tra gli altri, di Salvatore Settis e Ornella De Zordo.
Tra meno di due settimane il Partito Democratico affiderà se stesso, quel che resta della Sinistra e soprattutto del Paese a Matteo Renzi. Lo farà senza convinzione: per mancanza di meglio. Ed è forse per questo motivo che nessuno si chiede veramente chi sia e che cosa rappresenti Matteo Renzi. Come uno struzzo, l’Italia mette la testa sotto la sabbia: preferisce non sapere. Si parla del clan di Renzi, dei poteri fortissimi che lo sostengono e ne tirano i fili, perfino dei suoi abiti firmati: ma non delle sue idee, del suo programma, dell’Italia che vuole. Ma noi fiorentini sappiamo chi è Matteo Renzi. E non possiamo, non dobbiamo tacere. Con il suo quinquennale non-governo Firenze si è trovata in una posizione del tutto singolare: da una parte è stata abbandonata a se stessa da un’amministrazione rinunciataria, latitante e ben decisa a non sostituire, ma semmai ad affiancare, i preesistenti centri di potere; dall’altra si è vista trasformare in un laboratorio politico in cui è stato possibile conoscere in anteprima i connotati dell’Italia del prossimo futuro. Se i frutti della inettitudine amministrativa di Renzi sono sotto gli occhi di tutti i fiorentini, i rischi insiti nella sua visione politica ultraliberista e programmaticamente anticostituzionale non appaiono chiari né alla base del Partito Democratico né all’opinione pubblica nazionale. Salvatore Settis Ma a noi sì: a noi fiorentini quei rischi appaiono ben chiari. Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia nel 2001, ha descritto nel suo ultimo libro (Il prezzo della disuguaglianza, 2013), un mondo in cui «i ricchi vivono in comunità recintate, assediate da masse di lavoratori a basso reddito». Matteo Renzi questo mondo spaccato lo ha voluto rappresentare, legittimare, celebrare la sera che ha noleggiato Ponte Vecchio alla Ferrari, facendo letteralmente carte false e lasciando i cittadini comuni ad assediare il banchetto dei ricchi. Usando il patrimonio artistico di Firenze non per includere, integrare, rimuovere gli ostacoli all’eguaglianza (come vuole la Costituzione), ma per escludere, separare, incrementare la disuguaglianza, Renzi non ha inventato nulla di nuovo. In questa città, la Biblioteca Nazionale trasforma le sale di lettura in campi da golf, la Curia affitta le chiese sconsacrate per sfilate di biancheria intima, la Soprintendenza noleggia gli Uffizi per kermesse di moda con evidenti implicazioni razziste (ricordate i Masai esibiti in galleria?), l’Università progetta di affittare le aule a chi offre di più. Sono ormai secoli che il peggio di Firenze vive di sciacallaggio alle spalle di un passato glorioso, che ormai davvero non ci meritiamo più. Matteo Renzi, conservatore per vocazione e per istinto, non fa dunque nulla di nuovo: si limita a seguire la corrente. Si adegua ad un sistema di potere che non vuole rovesciare, ma occupare. Accentua e approfondisce il solco tra la città dei poveri e la città dei ricchi. Dice, non sapendo quello che dice, che gli Uffizi devono diventare una macchina da soldi. E intanto costruisce il clima politico perché questo accada davvero. Usando il patrimonio storico e artistico della sua città come arma di distrazione di massa ad alto impatto mediatico, il sindaco di Firenze è assai rapidamente diventato il politico professionista più a proprio agio nel violare il significato civile dell’arte del passato, clamorosamente ridotta ad alienante fabbrica di clienti (e, in particolare, di acquirenti di un format politico). Ma se tutto questo riguardasse solo il patrimonio artistico, ebbene potrebbe impensierire me, Salvatore Settis e purtroppo non molti altri. Ma questo riguarda qualcosa di ancora più profondo, e vitale. Riguarda il futuro della democrazia in Italia. Matteo Renzi è l’ultimo epigono del provinciale ma aggressivo neoliberismo italiano. Egli confessa apertamente che il suo modello è Tony Blair: l’ultimo erede della stagione di Ronald Reagan e Margaret Thatcher. È un modello culturale che, per dirlo con le parole dello storico anglo-americano Tony Judt «ha cresciuto una generazione ossessionata dalla ricerca della ricchezza materiale e indifferente a quasi tutto il resto».Dal suo vago programma per le primarie, si capisce che anche Matteo Renzi vuole cambiare la Costituzione. La nomina solo quattro volte: e sempre negativamente. Cito un passaggio: «Ma spesso la Costituzione si cita in piazza e si dimentica nella quotidianità. Si difende la Costituzione, solo se si attacca la rendita. Pensiamo che l’uguaglianza sostanziale di cui all’articolo 3 sia attuabile solo se rimuoviamo gli ostacoli. Ma l’uguaglianza non significa ugualitarismo».La strada prospettata è chiarissima: è quella invocata dalle grandi banche d’affari. Pochi mesi fa JP Morgan ha scritto che la ripresa è frenata dall’ugualitarismo delle costituzioni dell’Europa meridionale, nate dalla Resistenza: e che è l’ora di cambiarle. È quello che farà Matteo Renzi: l’erede naturale delle Larghe Intese, che ora finge di criticare. Erede naturale, naturalissimo: perché la ideologia-non-ideologia di Renzi trova nella cosiddetta modernizzazione alla Blair la sintesi perfetta tra Pdl e Pd, tra Berlusconi e D’Alema. Un segnale concreto? L’indecente alleanza con Vincenzo De Luca, il sindaco di Salerno supercementificatore, superindagato, cumulatore di cariche e violento. Un’alleanza col peggio di questo paese, per la distruzione dell’ambiente e la violazione della legge. Al tradizionalissimo, usurato marketing della rendita, alla retorica del patrimonio artistico come petrolio di Firenze che ora si è reincarnata in Matteo Renzi è tempo di opporre un’idea di comunità, un progetto di città intesa come luogo e strumento della vita di una collettività. Io non so se ci sono le condizioni politiche per una proposta alternativa: per una lista che sfidi Renzi alle prossime amministrative. So, è vero, che la maggior parte dei fiorentini non sono felici di come Renzi li ha governati, e so che non si riconoscono in questa grottesca parabola personale. Il mio dovere di studioso, di storico dell’arte è quello di dare l’allarme. George Orwell ha scritto che «per vedere ciò che abbiamo di fronte al naso serve uno sforzo costante»: ecco, io credo che chi ha il privilegio di fare il mio mestiere debba cercare di rendersi utile proprio in questo modo, favorendo e promuovendo in ogni momento questo sforzo. Lo sforzo per vedere ciò che abbiamo di fronte al naso. E di fronte al naso abbiamo un piccolo, mediocre replicante di ciò che ha devastato l’Europa e l’Italia negli ultimi 30 anni. Non c’è niente di nuovo: ma nuova sarà la rovina del Paese, imboccando questa strada. In questo momento appare vitale riunire tutti coloro che pensano che Firenze possa tornare ad essere la forma e l’alimento di una vita civile la cui missione principale dev’essere, oggi, quella di fornire un modello culturale alternativo al mercato, di favorire l’integrazione tra italiani e immigrati, di permettere la frequentazione reciproca di classi diverse ormai chiuse in luoghi e vite nettamente separati. L’arte e la storia della nostra città non servono a trasformarci in turisti, in clienti a pagamento, in spettatori lobotomizzati del Leonardo che non c’è: ma servono a farci cittadini sovrani, e a farci tutti eguali. È da qua che è urgente ripartire. Michael Sandel, filosofo della politica e professore di Teoria del Governo ad Harvard, ha scritto che la grande domanda a cui oggi la politica deve rispondere è se abbiamo un’economia di mercato o siamo una società di mercato. Una società in cui tutto è in vendita, in cui tutto è merce: dalla salute al lavoro, dall’arte all’ambiente, dai diritti della persona alle virtù civili. Il governo di Matteo Renzi ha proclamato forte e chiaro che Firenze è una merce, che la nostra città è una società di mercato in cui tutto è in vendita. Ma la risposta della sinistra italiana, la risposta della Costituzione italiana è una risposta diversa. E spero che anche la risposta della mia città sarà diversa. Una risposta opposta: la sovranità non appartiene ai mercati internazionali, appartiene al popolo. Ad ognuno di noi. È per questo che stasera siamo qua. Ed è da qua che bisogna ripartire. - See more at: http://altracitta.org/2013/11/26/a-firenze-sappiamo-chi-e-renzi-costruiamo-insieme-una-proposta-alternativa/#sthash.yi4qoqKa.dpuf

lunedì 25 novembre 2013

L’azienda rimane pubblica.

A Genova i lavoratori fermano la privatizzazione e danno il segnale: basta con le privatizzazioni, difendiamo i beni comuni

A Genova i lavoratori fermano la privatizzazione e danno il segnale: basta con le privatizzazioni, difendiamo i beni comuni

I lavoratori e le lavoratrici autoferrotranvieri di Genova hanno approvato a maggioranza l’accordo firmato dal sindacato dopo 5 giorni di sciopero. Innanzitutto questo accordo significa che la lotta paga, con 5 giorni di sciopero si è ottenuto un risultato che all’inizio pareva impensabile: l’azienda rimane pubblica e vengono fatti consistenti investimenti per il rinnovo del parco mezzi. Si tratta di una netta inversione di tendenza rispetto a quanto è successo nel settore – e non solo – in questi anni. Vi sono certo punti negativi come l’esternalizzazione di alcune linee periferiche e le risorse da risparmiare nel contesto aziendale, ma il punto di fondo contro la privatizzazione è stato ottenuto. L’esito dell’assemblea è stata però molto controverso, con una quota molto importante di lavoratori – il 40% – che ha votato contro l’accordo. Molti sono i motivi, tra questi mi pare di poter sottolineare la completa sfiducia nei confronti delle istituzioni: i lavoratori non credono che le istituzioni che hanno firmato l’accordo alla fine lo rispetteranno. La sfiducia nel livello politico è altissima. Io penso che questi lavoratori vadano ascoltati, vedendo sia il successo della lotta, sia la sfiducia generalizzata verso il fatto che un accordo venga poi rispettato.
Per questo dobbiamo operare per aprire una vertenza nazionale sul trasporto pubblico locale che ponga il tema della sua piena ripubblicizzazione – a partire dalle città come Firenze dove i sindaci come Renzi hanno privatizzato il servizio – e del suo finanziamento. Con una consapevolezza chiara: i soldi ci sono, basta smetterla di sprecarli con la TAV.
Dobbiamo far ripartire da Genova una battaglia generale contro le privatizzazioni e per la difesa dei beni comuni. Dobbiamo intrecciare la questione dei trasporti c on la questione dell’acqua e con la lotta alle privatizzazioni che vuole fare il governo letta. Da Genova viene un segnale, non lasciamolo cadere.
Paolo Ferrero

Il surplus tedesco e gli squilibri europei

di Domenico Mario Nuti - sbilanciamoci -

I paesi debitori sono stati forzati ad adottare misure di austerità, mentre i surplus tedeschi hanno contribuito a tenere depressa l’economia mondiale

Il 30 ottobre l’Office of International Affairs del Tesoro statunitense ha pubblicato il suo solito semestrale Report to Congress on “International Economic and Exchange Rate Policies”, in consultazione con il Board of Governors della Fed e la direzione e funzionari dell’Imf. Di solito il Report è un’occasione per attaccare la Cina sulla sottovalutazione del renmimbi, e questa volta non fa eccezione: “Il RMB è andato apprezzandosi su una base ponderata con le quote commerciali [del 6,6% su base effettiva reale], ma non così rapidamente e così tanto come occorrerebbe [un 5-10% addizionale]”. Ma il Report contiene inoltre una critica vigorosa della Germania per il suo surplus commerciale a livelli record, che viene considerato un freno per la ripresa dei paesi dell’Eurozona che fronteggiano un corrispondente deficit commerciale, e per lo sviluppo mondiale.
Fra i Key Findings del Rapporto (p.3): “Nell’ambito dell’Eurozona, paesi con surplus commerciali ampi e persistenti devono agire per stimolare lo sviluppo della domanda interna e ridurre i loro surplus. La Germania ha mantenuto un ampio surplus di conto corrente durante tutta la crisi finanziaria dell’area dell’euro, e nel 2012 il surplus nominale di conto corrente della Germania era maggiore di quello della Cina. Il ritmo anemico di sviluppo della domanda interna della Germania e la sua dipendenza dalle esportazioni hanno impedito il riequilibrio in un momento in cui molti altri paesi dell’Eurozona sono stati sotto una severa pressione per tagliare la domanda e comprimere le importazioni allo scopo di promuovere un aggiustamento. Il risultato netto è stata una tendenza deflazionistica per l’area dell’euro come pure per l’economia globale.”
Il testo del rapporto sviluppa ulteriormente questa proposizione: molto del declino degli squilibri globali di conto corrente che si sono verificati in anni recenti riflette una contrazione della domanda nei paesi in deficit piuttosto che un forte sviluppo della domanda interna nei paesi con un surplus di conto corrente. La Germania in particolare ha continuato a registrare un surplus molto ampio e persistente, facendo aumentare il conto corrente dell’eurozona, che nel 2009-2011 era vicino all’equilibrio, a un surplus del 2,3% del Pil nella prima metà del 2013. “Il surplus di conto corrente della Germania saliva oltre il 7 per cento nella prima metà del 2013, mentre il surplus di conto corrente dell’Olanda era di quasi il 10 per cento. Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna sono ora tutti in surplus di conto corrente a causa del declino della domanda di importazioni in questi paesi. Pertanto il peso dell’aggiustamento è caduto in maniera sproporzionata nei paesi della periferia europea, esacerbando la disoccupazione estremamente elevata di questi paesi, soprattutto fra i giovani, mentre l’aggiustamento complessivo dell’Europa è basato sulla domanda che proviene da fuori dell’Europa anzichè dalla risoluzione della mancanza di domanda esistente all’interno dell’Europa.”
La sezione sull’Eurozona sottolinea questo punto: “L’espansione è stata promossa dallo sviluppo della domanda interna tedesca – anche se lo sviluppo tedesco continua a basarsi su esportazioni nette positive, che continua a ritardare il processo di aggiustamento esterno dell’Eurozona – e dalla domanda interna della Francia.”
Nessuno può obiettare a queste proposizioni, che sono basate su una corretta interpretazione di fatti ormai bene accertati, e che non sono affatto nuove. L’adozione da parte della Germania di politiche più espansive è stata raccomandata da molti economisti, da Martin Wolf (FT) a Paul Krugman (Those Depressing Germans, NYT 3/11/2013), da Jean Pisani-Ferry (Bruegel) a Mario Seminerio (La Cura Letale, Rome, 2012), al Managing director del Fmi Christine Lagarde come pure da vari documenti del Fondo. La cosa straordinaria è che la critica debba provenire dal governo degli Usa e da ambienti di ricerca prima che venga sollevata dalla Commissione Europea.
Le procedure dell’Ec soffrono di una asimmetria totalmente arbitraria e ingiustificata nel trattamento di paesi con un surplus o un deficit nella loro bilancia commerciale di conto corrente: un deficit del 4% del Pil fa scattare un procedimento disciplinare per il paese che lo registri, mentre un surplus del 6% nella media di tre anni è necessario prima che la Commissione europea prenda nota di quello squilibrio, per di più in modo puramente simbolico. Nel 2012 la Germania registrava un surplus record del 7% ma la media triennale era appena sotto il 6% e nessuno disse niente.
Questo è un problema generale che Maynard Keynes aveva cercato di risolvere alla Conferenza di Bretton Woods (1944). Il suo Piano assegnava ad ogni paese un overdraft in termini di “bancor” – la moneta internazionale che avrebbe dovuto sostituire il dollaro – pari al volume del suo commercio internazionale medio su cinque anni; un tasso di interesse penale del 10% si sarebbe applicato ai paesi in deficit al di sopra di quel limite, come pure ai paesi in surplus sull’eccedenza sopra al 50% del massimo overdraft consentito, in questo modo forzando aggiustamenti compensativi del tasso di cambio o flussi di capitale, sotto la pena di confisca alla fine dell’anno di ogni riserva in eccesso del massimo surplus consentito. “Niente di così originale ed ambizioso era mai stato discusso", commentava Lionel Robbins. Ma gli Usa erano all’epoca il maggiore creditore al mondo, e il Piano del rappresentante Usa Harry Webster White veniva preferito dai 42 paesi che partecipavano alla Conferenza. L’onere di bilanciare il commercio internazionale veniva imposto ai paesi in deficit, mentre nessun limite veniva imposto ai paesi in surplus, quindi imprimendo necessariamente una tendenza deflazionistica alla natura degli aggiustamenti commerciali. La replica di questo approccio nell’Unione Europea è uno dei molti peccati originali dell’Eu.
C’è un ben noto principio di economia Keynesiana, derivante dalle identità di contabilità nazionale e totalmente indipendente dalla validità della politica economica keynesiana, e quindi universalmente accettata: l’eccesso delle esportazioni X sulle importazioni M, più l’eccesso della spesa pubblica E sul gettito delle imposte T, più l’eccesso dell’investimento I sul risparmio S privati, deve necessariamente avere un totale uguale a zero. Quindi un paese che registri un deficit commerciale deve necessariamente incorrere in un deficit nel bilancio pubblico e/o un eccesso di investimento sui risparmi privati (difficile da ottenere di fronte a una domanda in diminuzione) a compensare quel deficit commerciale. In altre parole, il surplus commerciale tedesco rende corrispondentemente più difficile bilanciare i conti pubblici dei suoi partners in deficit commerciale.
Il 2 novembre la rubrica dell’Economist Charlemagne, sotto il titolo Fawlty Europe, commentava sulla “ossessione tedesca per la competitivita’”… “Per la Germania il boom delle esportazioni è un simbolo di virilità economica.” È vero che la Germania sta cogliendo i benefici di riduzioni di salari e di prezzi (la svalutazione interna) intraprese prima della crisi; un paese che adottasse la stessa politica oggi nel mezzo di una crisi pagherebbe il prezzo di aggravare la crisi. La Germania inoltre beneficia di precedenti riforme strutturali che sono politicamente difficili da replicare, e della domanda relativamente inelastica per le sue esportazioni ad alta tecnologia. Ma i paesi in surplus come la Germania, l’Olanda e l’Austria traggono vantaggio anche di un tasso di cambio artificialmente debole, rispetto al tasso elevato e crescente che si avrebbe se questi paesi usassero una propria moneta invece dell’euro. E in ogni caso mantenendo bassi i salari, gli investimenti e lo sviluppo essi hanno reso deflazionistico l’aggiustamento commerciale che si è avuto in Italia, Spagna, Irlanda, Portogallo e Grecia. I paesi debitori sono stati forzati, soprattutto dalle pressioni tedesche, ad adottare misure di austerità che hanno eliminato i deficit commerciali al costo di aumentare perversamente i rapporto fra debito pubblico e Pil (vedasi il nostro post sull’argomento) mentre i surplus tedeschi persistevano e la loro mancanza di aggiustamento magnificava i costi dell’austerità e contribuiva a tenere depressa l’economia mondiale.
Charlemagne osserva che la Germania ha beneficiato anche del suo protezionismo, avendo mancato di liberalizzare le costruzioni e i servizi. Mentre questi settori non rappresentano una quota significativa delle esportazioni tedesche, un recente studio dell’Ocse sottolinea che in generale essi hanno un impatto all’incirca doppio sul commercio e sulla competitività commerciale se si considerano i loro inputs effettivamente incorporati nelle esportazioni, ossia adottando un approccio di contabilità commerciale basata sul valore aggiunto. Infine Charlemagne raccomanda alla Germania di investire di più in infrastrutture ed educazione, e di provvedere alla cura dei bambini per le donne che lavorano.
Per di più i produttori tedeschi ad alta intensità di energia beneficiano di un sussidio implicito sul loro consumo di elettricità, attraverso l’esenzione dal costoso surcharge usato per finanziare l’Energiewende, ossia l’accelerata introduzione di energie rinnovabili che dovrebbero raggiungere il 35% per il 2020 e l’80% per il 2050. Il Commissario europeo per l’Energia Günther Oettinger in un incontro di quest’anno con i leaders industriali affermava che le concessioni di prezzo per le imprese ad alto uso di energia in Germania rappresentava un livello di sussidio “inammissible”. Le imprese tedesche temono di dover restituire centinaia di milioni di euro al governo tedesco.
Soltanto il 13 novembre scorso il Presidente dell’Eu, Josè Manuel Barroso, annunciava “un’analisi approfondita dell’elevato surplus commerciale tedesco”, allo scopo di verificare se la Germania possa dare un contributo maggiore al ri-equilibrio dell’economia Europea”. Nel 2013 si prospetta un surplus commerciale continuato al 7%, e la revisione al rialzo del surplus commerciale del 2012 già fa salire al di sopra del 6% la media triennale del 2010-2012. Anzi, “in seguito a revisioni statistiche, l’indicatore ha ecceduto la soglia [del 6%] ogni anno a partire dal 2007” e “ci si attende che il surplus rimanga al di sopra della soglia indicativa per tutto l’orizzonte previsionale, suggerendo quindi che non si tratta di un fenomeno ciclico di breve durata (EC 2013). I risparmi tedeschi eccedono l’investimento, e nonostante che la quota del debito del settore privato (famiglie e imprese) sul Pil sia al penultimo posto nell’Eurozona, e i bassi tassi di interesse, il de-leveraging del settore privato è continuato, mancando di promuovere la crescita della domanda; l’anno scorso la formazione di capitale è diminuita.
Ciò richiede delle misure non fosse altro per ridurre la pressione sulla rivalutazione dell’euro. Ma la conclusione del documento dell’EC è semplicemente che “nel complesso la Commissione trova utile condurre un’analisi approfondita per stabilire se esistono squilibri” corsivo nell’originale). Si tratta di un grottesco problema esistenziale: quali altre prove sono necessarie a stabilire che uno squilibrio esiste, oltre allo squilibrio stesso?
La stampa e i politici tedeschi hanno reagito alle accuse del Tesoro statunitense e all’iniziativa della Commissione Europea con una combinazione di smentite, hubris e lamentele di vittimizzazione. Il Ministero tedesco dell’economia pubblicava una dichiarazione con parole forti, dicendo che il surplus tedesco è “un segno della competitività dell’economia tedesca e della domanda globale di prodotti di qualità dalla Germania”; respingeva le accuse come “incomprensibili” e sfidava gli Usa ad "analizzare la propria situazione economica." In un memorandum per il Ministro delle Finanze Schäuble si legge: "Il surplus tedesco di conto corrente non fornisce alcun motivo di preoccupazione per la Germania, l’eurozona o l’economia mondiale"; Berlino sta seguendo un corso di “consolidamento favorevole allo sviluppo” e non ci sono squilibri “che possano richiedere una correzione della nostra politica economica e fiscale". Si vedano anche “Complaints about German Exports Unfounded”, di Jung-Reiermann-Schmitz, Spiegel.de 5 November, e “Raw Nerve: Germany Seethes at US Economic Criticism” di Alessi,Spiegel, 31 October.
È stato detto che la prospettiva nuova Grande coalizione fra il Cdu, la sua consorella Bavarese, l’Unione Cristiano-Sociale (Csu), e il partito Social Democratico (Spd), ha già in programma di aumentare l’investimento pubblico e il salario minimo, ambedue misure che dovrebbero stimolare la domanda interna. Ma la formazione di quel governo, e in particolare il suo programma, sono ancora in corso di negoziazione.
Il vero problema è il deficit di governance dell’Unione Europea. La cosa peggiore che potrebbe accadere alla Germania nel caso di una “analisi approfondita” avversa da parte della Commissione è una ramanzina da parte di Marco Buti, del Direttorato Generale per gli Affari Economici e Finanziari. Ogni commento ci pare superfluo.

Prendiamo esempio dalla Svizzera

Fonte: Il Manifesto | Autore: Paolo Favilli
Oggi metterò nell'urna elettorale la mia prima scheda come cittadino svizzero. «Cuore, settimanale di resistenza umana» avrebbe inserito questa affermazione nella rubrica del giornale intitolata: «E chi se ne frega». In effetti per quel che riguarda il fatto in sé si tratta di una notizia del tutto trascurabile, una non notizia. Diverso interesse, invece, per l'oggetto su cui tutti i cittadini svizzeri sono chiamati ad esprimersi il 24 novembre, cioè l'iniziativa popolare federale denominata 1:12.

Tale iniziativa propone di inserire nella Costituzione Federale un nuovo articolo sotto il titolo specifico di «Politica salariale». Questo il testo dell'articolo proposto: «Il salario massimo versato da un'impresa non può superare di oltre dodici volte il salario minimo versato dalla stessa impresa. Per salario si intende la somma delle prestazioni (denaro e valore delle prestazioni in natura o servizi) che sono corrisposte in relazione a un'attività lucrativa». In caso di approvazione gli effetti dell'articolo si estendono a tutte le imprese, pubbliche e private, che operano su territorio svizzero.

La formulazione, chiara e netta, già in prima lettura evidenzia una problematica del tutto estranea alla discussione politica italiana (e non solo). Sarebbe però un errore fermare la nostra attenzione al livello della «giustizia retributiva» mettendo l'accento soprattutto sull'aspetto etico dell'iniziativa, aspetto, peraltro, tutt'altro che secondario.

«Di che cosa parliamo quando parliamo dell'iniziativa 1:12», si chiede in questi giorni un «mensile progressista» svizzero. «Parliamo davvero solo della Svizzera? Parliamo soltanto dei nostri salari? Oppure parliamo di un aspetto assai più ampio, che trascende i nostri confini e si estende in Europa, negli Stati Uniti, nei Paesi emergenti... e di fatto ovunque nel mondo? Parliamo della disuguaglianza, frutto di un capitalismo (...) unico motore del mondo per il pensiero unico dominante» (Confronti, 30 ottobre 2013). Parliamo cioè, si può aggiungere, della sostanza della democrazia, quindi dei fondamenti di un confronto politico degno di questo nome.

Proprio a partire da questi fondamenti ha acquistato particolare spessore la discussione che si è svolta, e che ancora si sta svolgendo sui media svizzeri.

I «partiti borghesi», in difficoltà a difendere le enormi disuguaglianze dei redditi sulla base di tutte le possibili declinazioni dell'etica, sono stati costretti ad articolare le proprie argomentazioni ricorrendo alle categorie «naturalistiche» del «mercato che lo vuole».

Dunque anche i socialisti (l'iniziativa è stata promossa dai giovani socialisti e il partito l'ha accettata), che pure non possono essere accusati di scarso realismo e moderazione, hanno dovuto provarsi a mettere in discussione tale «fondamento» e quindi ad allargare i propri riferimenti in direzione delle teorie critiche. In sostanza elementi di un discorso finora interno a gruppi di élites intellettuali sono diventati aspetti non secondari del discorso pubblico.

Ho usato l'espressione «partiti borghesi». Qualche lettore potrebbe interpretare tale uso linguistico come spia della nostalgia di un comunista impenitente. Invece si tratta di un uso del tutto comune nella pubblicistica e nel linguaggio politico svizzeri. A tale espressione lo Historiches Lexikon der Schweitz, pubblicazione di alto prestigio scientifico, ha dedicato ampio spazio argomentando il percorso continuativo dell'espressione a partire dall'ultimo quarto del XIX secolo, cioè dal momento della solidificazione dell'antitesi socialismo-movimento operaio. Ebbene, per quanto riguarda i «partiti borghesi», la voce dello Historiches Lexikon si conclude con queste righe: «All'inizio del XXI sec. il loro ruolo preminente (...) non appare in pericolo: nelle elezioni essi si sostengono a vicenda, mentre nelle votazioni popolari dispongono tuttora di più elevate risorse finanziarie e del sostegno maggioritario della stampa e possono in larga parte attuare la loro politica». Dunque l'iniziativa 1:12 è un ostacolo strutturale della politica dei «partiti borghesi», e questo nonostante la consolidata moderazione della grade maggioranza del socialismo svizzero.

Ho provato a trovare qualche traccia di analisi strutturale, per lo meno della crisi in atto, nei documenti congressuali dei quattro candidati alla segreteria del Pd. Compito arduo, pressoché impossibile, proprio perché il rifiuto di quel tipo di analisi è di per sé già una caratteristica strutturale della cultura politica quei partiti che, sia pure con differenti sfumature, si pongono l'obiettivo primario di rivolgersi a tutti.

I quattro documenti presentati dai candidati sono composti da circa ottantamila parole. Il termine capitalismo, indicatore fondamentale per qualsiasi analisi di fase che non coincida con la pura descrizione, ricorre 7 volte. Più interessante vedere in quale accezione il termine viene usato. Il candidato supposto vincente si limita a una sola citazione per prendere le distanze dal «capitalismo all'italiana più basato sulle relazioni che sui capitali». Il suo avversario principale, quello che viene dal Pci, cita il termine due volte, per dichiararsi contrario al «capitalismo pubblico invasivo», per lamentarsi di un «capitalismo privato» che è stato «incapace di occupare lo spazio libero dallo Stato». Parole in assenza di qualsiasi dimensione analitica.
L'iniziativa popolare 1:12, invece, ha costretto il discorso pubblico a fare i conti con tutto lo spessore di quella parola a partire da un appuntamento elettorale.

Nel maggio 2014 l'Italia è attesa dall'importante appuntamento delle elezioni europee. È possibile arrivarci con uno schieramento politico che si provi ad imporre al discorso pubblico lo stesso spessore che l'iniziativa 1:12 è riuscita a promuovere?
Il movimento per la difesa della Costituzione, anzi, come dice opportunamente Landini, per l'applicazione della Costituzione, se vuol essere davvero coerente, non può che prendere atto che il suo obiettivo presuppone un radicale rifiuto del discorso politico corrente e degli schieramenti politici dell'establishment. Non si può stare con chi ha votato la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio e contemporaneamente essere per la difesa e l'applicazione della Costituzione.

Per coloro che si sono ritrovati nella manifestazione del 19 ottobre la cosa è del tutto ovvia. Nei prossimi giorni prenderà avvio la discussione ed il confronto sul «Piano del Lavoro» elaborato dal Prc. È possibile che tutto questo lievito non possa solidificarsi nel pane di una costruzione anche politico-elettorale? Di una forza capace di portare il discorso sui fondamenti anche nelle istituzioni europee?

Da cittadino italiano vorrei votare nelle elezioni del maggio 2014 con quella stessa convinzione con cui, da cittadino svizzero, tra pochi giorni deporrò nell'urna il mio sì all'iniziativa 1:12.

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