Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!

martedì 28 gennaio 2014

LA RIVINCITA DI MARX

Milioni di lavoratori sono stati licenziati o si sono impoveriti a causa della crisi.
Per il settimanale statunitense Time è la conferma che le critiche
di Karl Marx al capitalismo erano giuste
 
di Michael Schuman, Time, Stati Uniti 25 marzo 2013
 
Tutti pensavano che Karl Marx fosse morto e sepolto. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica e il grande balzo in avanti della Cina verso il capitalismo, il comunismo era diventato una specie di sfondo pittoresco, buono per i film di James Bond o per gli slogan deliranti di Kim Jongun. Il conflitto di classe, che secondo la dottrina di Marx determina il corso della storia, sembrava essersi dissolto di fronte al benessere prodotto dal libero scambio e dalla libera impresa. La forza onnipresente della globalizzazione, capace di collegare gli angoli più remoti del pianeta attraverso lucrosi rapporti finanziari, esternalizzazioni e imprese senza confini, offriva a chiunque l’opportunità di diventare ricco: dai guru della Silicon valley alle contadine cinesi. Negli ultimi vent’anni del novecento l’Asia ha assistito a quello che forse è il più grande fenomeno di superamento della povertà nella storia umana. Tutto questo è stato possibile grazie agli strumenti capitalistici del commercio, dell’imprenditorialità e degli investimenti esteri. Il capitalismo sembrava aver mantenuto la promessa di portare tutti a un livello più alto di ricchezza e benessere.
O almeno così pensavamo. Con l’economia globale in crisi prolungata e i lavoratori di tutto il mondo alle prese con la disoccupazione, i debiti e la stagnazione dei redditi, la feroce critica di Marx sulla natura intrinsecamente ingiusta e autodistruttiva del capitalismo non può più essere liquidata facilmente. Marx teorizzò che il sistema capitalistico avrebbe inevitabilmente impoverito le masse e concentrato tutta la ricchezza nelle avide mani di pochi, provocando crisi a catena e un’esasperazione del conflitto tra i ricchi e la classe operaia. “L’accumulazione di ricchezza all’uno dei poli è dunque al tempo stesso accumulazione di miseria, tormento di lavoro, schiavitù, ignoranza, brutalizzazione e degradazione mentale al polo opposto”, scriveva Marx.
Un dossier sempre più nutrito di prove empiriche alimenta il sospetto che avesse ragione. È tristemente facile imbattersi in statistiche secondo cui i ricchi stanno diventando sempre più ricchi mentre la classe media e i poveri stanno a guardare. Secondo uno studio pubblicato nel 2012 dall’Economic policy institute, nel 2011 il reddito mediano annuo di un lavoratore maschio a tempo pieno negli Stati Uniti era di 48.202 dollari, meno che nel 1973. Tra il 1983 e il 2010 il 74 per cento dell’aumento di ricchezza negli Stati Uniti è finito nelle mani del 5 per cento più ricco della popolazione, mentre i redditi della fascia più bassa, che comprende il 60 per cento della popolazione, sono diminuiti. Non c’è da stupirsi, quindi, che qualcuno abbia rispolverato il filosofo tedesco. In Cina, il paese marxista che ha voltato le spalle a Marx, Yu Rongjun ha scritto un musical basato su Il capitale, ispirandosi ai recenti avvenimenti mondiali. “È evidente che la realtà coincide con le descrizioni fatte nel libro”, osserva il commediografo.
Sempre più arrabbiati
Non che Marx le avesse azzeccate tutte. La sua “dittatura del proletariato” non ha funzionato secondo i piani. Ma le conseguenze di questa crescente disuguaglianza sono esattamente quelle previste da Marx: la lotta di classe è tornata. I lavoratori di tutto il mondo sono sempre più arrabbiati e pretendono la loro fetta dell’economia globale. Dal congresso statunitense alle piazze di Atene ino alle catene di montaggio in Cina, i fatti della politica e dell’economia sono sempre più influenzati dalle tensioni tra capitale e lavoro. L’esito di questo scontro influenzerà la politica economica globale, il futuro del welfare, la stabilità politica in Cina e i governi, da Washington a Roma. Cosa direbbe oggi Marx? “Più o meno ‘ve l’avevo detto’”, afferma Richard Wolf, economista marxista della New school a New York. “La disparità di reddito sta producendo un livello di tensione che non avevo mai visto in tutta la mia vita”.
Negli Stati Uniti le tensioni sociali sono in aumento. C’è la percezione diffusa di una società divisa tra il 99 per cento (la gente comune che fatica ad arrivare alla fine del mese) e l’1 per cento (i super-ricchi che diventano sempre più ricchi). In un sondaggio realizzato nel 2012 dal Pew research center, due terzi degli interpellati (il 19 per cento in più rispetto al 2009) hanno risposto che negli Stati Uniti c’è un conflitto “forte” o “molto forte” tra ricchi e poveri.
L’inasprimento del conflitto ha dominato la politica statunitense. Lo scontro tra i partiti sul problema del deficit di bilancio è stato, in larga misura, uno scontro di classe. Ogni volta che il presidente Barack Obama parla di aumentare le tasse ai più ricchi per risanare il bilancio, i conservatori gridano alla “guerra di classe” contro i ricchi. Ma anche loro stanno facendo una lotta di classe. Il piano di risanamento fiscale dell’amministrazione colpisce la classe media e i poveri con i tagli ai servizi sociali.
Ci sono segnali che questo nuovo classismo stia spostando il dibattito sulla politica economica statunitense. Nel centro del mirino c’è la teoria del trickle down, secondo cui il successo dell’1 per cento porta dei benefici anche al 99 per cento. Secondo David Madland, direttore della commissione di esperti Center for american progress, la campagna per le presidenziali del 2012 ha riportato all’attenzione la necessità di ricostruire la classe media secondo una nuova scala di priorità politiche. “Il modo di pensare l’economia è stato stravolto”, dice Madland. “Ma sembra che stia avvenendo un cambiamento radicale”.
La campagna di Hollande
La ferocia di questa nuova lotta di classe è ancora più evidente in Francia. Nel maggio del 2012 il divario tra ricchi e poveri, accentuato dalla crisi, è apparso sempre più intollerabile ai cittadini, che hanno eletto presidente il socialista François Hollande, famoso per la frase “i ricchi non mi piacciono”. La chiave della sua vittoria in campagna elettorale è stata la promessa di aumentare le tasse ai più ricchi per mantenere il welfare. Per evitare i drastici tagli alla spesa pubblica introdotti in altri paesi europei, Hollande ha proposto di aumentare l’aliquota massima dell’imposta sui redditi addirittura al 75 per cento. La proposta è stata bocciata dalla corte costituzionale, ma il presidente sta cercando il sistema per introdurre una misura equivalente. Ribaltando una decisione particolarmente impopolare del suo predecessore, Hollande ha riportato l’età pensionabile a sessant’anni per alcune categorie di lavoratori. Molti in Francia vorrebbero che si spingesse addirittura oltre. “La proposta sulle tasse dev’essere il primo passo di una presa d’atto da parte del governo che il capitalismo, nella sua forma attuale, è diventato così iniquo e malato che senza riforme profonde rischia di implodere”, dice Charlotte Boulanger, esperta che si occupa di ong.
Le mosse di Hollande hanno scatenato la controffensiva dei capitalisti. “Il potere politico nasce dalla canna del fucile”, diceva Mao Zedong, ma in un mondo dove das Kapital è sempre più mobile le armi della lotta di classe sono cambiate. Piuttosto che darla vinta a Hollande, molti ricchi francesi si stanno spostando all’estero, portando con sé preziosi posti di lavoro e investimenti. Jean-Émile Rosenblum, fondatore del sito di ecommerce Pixmania, si è trasferito negli Stati Uniti, dove spera di trovare un clima più accogliente per gli imprenditori. “Il conflitto di classe è una normale conseguenza della crisi, ma la strumentalizzazione politica che se n’è fatta è demagogica e discriminatoria”, dice Rosenblum. “Invece di affidarsi agli imprenditori per creare le imprese e i posti di lavoro di cui abbiamo bisogno, la Francia li caccia via”.
Il divario tra ricchi e poveri rischia di diventare esplosivo anche in Cina. Nei mercati emergenti lo scontro tra ricchi e poveri sta diventando un motivo di preoccupazione per la politica. Contrariamente a quanto pensano molti statunitensi ed europei, la Cina non è il paradiso dei lavoratori. La “ciotola di ferro per il riso” – un’espressione dell’epoca di Mao che indicava un posto di lavoro per tutta la vita – è scomparsa insieme al maoismo, e le riforme hanno lasciato ai lavoratori pochi diritti. Anche se i salari nelle città cinesi stanno crescendo in modo significativo, il divario tra ricchi e poveri è ancora molto ampio. Un altro sondaggio del Pew center ha rivelato che quasi la metà dei cinesi considera la distanza tra ricchi e poveri un problema molto grave, mentre l’80 per cento concorda con l’affermazione che in Cina “i ricchi si arricchiscono e i poveri stanno sempre peggio”.
Nelle città industriali cinesi il risentimento sta arrivando al punto di ebollizione. “La gente pensa che facciamo la bella vita, ma la realtà della fabbrica è molto diversa”, dice Peng Ming, operaio nell’enclave industriale di Shenzhen, nel sud della Cina. Alle prese con orari interminabili, costi sempre più alti, manager indifferenti e frequenti ritardi nei pagamenti, i lavoratori cominciano davvero a somigliare al proletariato. “Il modo in cui i ricchi fanno i soldi è sfruttare i lavoratori”, dice Guan Guohau, un altro operaio di Shenzhen. “Il comunismo è la nostra speranza”. Se il governo non interverrà per migliorare le loro condizioni, dicono gli operai, i lavoratori saranno sempre più motivati a prendere in mano la situazione. “I lavoratori si organizzeranno”, prevede Peng. “I lavoratori devono essere uniti”.
Probabilmente sta già succedendo. Misurare il malcontento dei lavoratori in Cina è difficile, ma secondo gli esperti è in aumento. Una nuova generazione di operai delle fabbriche – più informati dei genitori grazie a internet – è diventata più esplicita nel richiedere migliori condizioni salariali e lavorative. Per il momento la risposta è stata contraddittoria. Il governo ha alzato i salari minimi per sostenere i redditi, ha inasprito le leggi sul lavoro per dare maggiori tutele ai lavoratori. In alcuni casi ha concesso il diritto di sciopero. Ma le iniziative di mobilitazione da parte dei lavoratori sono ancora fortemente scoraggiate, spesso con la forza. Ecco perché il proletariato cinese crede poco alla sua “dittatura”. “Il governo pensa più alle aziende che a noi”, afferma Guan. Se Xi Jinping non riformerà l’economia ridistribuendo una parte dei frutti della crescita alla gente comune, si rischia di alimentare il malcontento sociale.
È proprio quello che avrebbe previsto Marx. Una volta che il proletariato avesse preso coscienza dei suoi interessi di classe, avrebbe rovesciato l’iniquo sistema capitalistico rimpiazzandolo con un nuovo paradiso socialista. I comunisti “dichiarano apertamente che i loro ini possono essere raggiunti solo con il rovesciamento violento di tutto l’ordinamento sociale inora esistente. I proletari non hanno da perdervi che le loro catene”, scriveva Marx.
Sistemi da rivedere
In tutto il mondo l’insofferenza dei lavoratori sta crescendo. Decine di migliaia di persone sono scese in piazza in città come Madrid e Atene, protestando contro la paurosa disoccupazione e contro le misure di austerità che stanno ulteriormente peggiorando la situazione. Per ora, però, la rivoluzione marxista non si è ancora materializzata. I lavoratori avranno anche problemi comuni, ma non si coalizzano tra di loro per risolverli. Negli Stati Uniti, per esempio, durante la crisi le iscrizioni al sindacato hanno continuato a diminuire, mentre il movimento Occupy Wall street ha esaurito la sua spinta. Chi protesta, spiega Jacques Rancière, esperto di marxismo dell’università di Parigi, non punta a scalzare il capitalismo, come aveva previsto Marx, ma semplicemente a riformarlo. “Tra i manifestanti non si sente invocare il rovesciamento o la distruzione dei sistemi socioeconomici esistenti”, dice Rancière. “Oggi il conflitto di classe chiede una revisione di questi sistemi per far sì che diventino più praticabili e sostenibili nel lungo termine attraverso una ridistribuzione della ricchezza”.
Nonostante le rivendicazioni, le politiche economiche attuali continuano ad alimentare le tensioni di classe. In Cina i vertici del partito hanno promesso di ridurre le disparità di reddito, ma in pratica hanno evitato di fare tutte quelle riforme (lotta alla corruzione, liberalizzazione del settore finanziario) che servirebbero a raggiungere l’obiettivo. I governi europei, oppressi dai debiti, hanno tagliato i programmi di welfare nonostante la disoccupazione in aumento e la crescita stagnante. Nella maggior parte dei casi la soluzione scelta per rimediare al capitalismo è stata introdurre ancora più capitalismo. I creditori di Roma, Madrid e Atene spingono per smantellare le tutele dei lavoratori e per deregolamentare i mercati interni. Lo scrittore britannico Owen Jones, autore di Chavs: the demonization of the working class (Coatti: la demonizzazione della classe operaia) l’ha definita “una guerra di classe dall’alto”.
Sono rimasti in pochi a contrastarla. Il formarsi di un mercato del lavoro globale ha spuntato le armi dei sindacati in tutto il mondo industrializzato. La sinistra, trascinata a destra dall’offensiva liberista di Margaret Thatcher e Ronald Reagan, non è riuscita a trovare un’alternativa credibile. “Praticamente tutti i partiti progressisti o di sinistra, chi prima e chi dopo, hanno contribuito all’ascesa e all’allargamento dei mercati finanziari e allo smantellamento dei sistemi di welfare per dimostrare di essere capaci di fare le riforme”, osserva Rancière. “Direi che la possibilità che un partito o un governo laburista o socialista, in qualsiasi paese del mondo, possa ripensare in modo significativo – figuriamoci rivoluzionare – il sistema economico esistente è molto esile”. Questo lascia aperta una possibilità inquietante: che Marx abbia diagnosticato non solo le imperfezioni del capitalismo, ma anche gli esiti di queste imperfezioni. Se la politica non troverà il modo di concedere più opportunità a tutti, i lavoratori di tutto il mondo potrebbero unirsi davvero. E Marx si prenderebbe la sua rivincita.
Michael Schuman
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mercoledì 22 gennaio 2014

Liberismo, l'ultima frontiera è la borsa degli organi umani

Autore: fabio sebastiani
                   
E’ il commercio degli organi l’ultima frontiera del liberismo. Si stenta a crederlo ma la proposta di arrivare a una sorta di borsa del corpo umano arriva da un premio Nobel per l’economia, Gary Becker. L'unico modo per aumentare la disponibilita' di reni per i trapianti e' permettere alle persone interessate di vendere un proprio rene, in un vero e proprio mercato con prezzi fissati dall'autorita' pubblica. Il massimo premio scientifico Becker lo ottenne, pensate, per aver dimostrato come le leggi del mercato si applichino anche ad altri campi della vita quotidiana. Il sistema, scrive un editoriale sul Wall Street Journal insieme al collega argentino Julio Elias, sarebbe applicabile anche ad altri trapianti, con pagamenti anche a chi acconsente a farsi espiantare gli organi dopo la morte.

L'articolo parte dalla considerazione che negli Usa la lista di attesa per i trapianti dura 4,5 anni, il doppio rispetto ad appena dieci anni fa, e che le politiche per incentivare i trapianti da consanguinei o i cosiddetti 'trapianti domino', con lo scambio di organi tra membri di famiglie diverse compatibili, non riescono a ridurre le attese e i costi connessi. Nessuno dei metodi in uso oggi e' in grado di eliminare la carenza di reni”, scrivono gli autori. I due si sono anche sbizzarriti a fare qualche calcolo ed hanno scoperto che con un prezzo intorno ai 15mila dollari (11mila euro) il numero di organi disponibili crescerebbe molto senza incidere eccessivamente sul costo del trapianto''.

Gli scettici: "Il mercato non ridurrà le liste di attesa"
Un identico ragionamento, scrivono gli autori, dovrebbe essere fatto per gli altri organi. ''La presunta immoralita' di un mercato degli organi andrebbe confrontata con la possibilita' di evitare la morte dei pazienti in lista d'attesa''. Quelli ricchi, ovviamente. Non e' d'accordo con l'analisi degli economisti Alessandro Nanni Costa, presidente del Centro Nazionale Trapianti. ''Da noi il principio e' totalmente diverso - sottolinea Costa -. Per noi la donazione degli organi deve essere un atto 'libero e gratuito'. Una parte del corpo umano non andrebbe mai venduta, non solo per i principi cristiani ma per qualunque etica. Inoltre, dal punto di vista della sicurezza un mercato sarebbe pericolosissimo, perche' chi vende lo fa sempre per necessita', e questa porta a nascondere eventuali problemi di salute''. Costa e' scettico anche sulla possibilita' che un mercato riduca effettivamente le liste d'attesa. ''C'e' anche un possibile problema di discriminazione, perche' se si mettono in vendita gli organi vengono meno l'universalita' e la gratuita', tra i principali pregi del Sistema Sanitario Nazionale. Il mercato - conclude il presidente del Cnt - non e' la soluzione al problema delle liste d'attesa, che vanno ridotte rendendo consapevoli le famiglie e creando negli ospedali un ambiente che favorisca le donazioni''.

Il traffico illegale
L’Organizzazione mondiale della sanita' stima che almeno il 10% di tutti i trapianti di rene a livello mondiale sarebbe stato frutto di un traffico illegale.
Sono Asia e Sud America, secondo gli esperti, i paesi dove il fenomeno del traffico illegale di organi raggiunge i livelli piu' preoccupanti. Dopo che alcuni paesi come Cinae India hanno introdotto alcuni provvedimenti per arginare il fenomeno le traiettorie si sarebbero spostate verso nuovi paesi come la Colombia, ma anche il Pakistan e le Filippine. Oltre alla Colombia, anche in India la compravendita di organi viaggia sempre di piu' via Internet. Secondo dati recenti, sfruttando le comunita' virtuali di incontro, molto popolari in India e tra gli indiani all'estero, migliaia di persone alimentano il traffico di organi. Negli anni scorsi, e' stato ad esempio calcolato che nel social network Orkut fossero almeno 35 le comunita' nelle quali cercare e vendere soprattutto un rene. I gestori di Orkut precisarono pero' di aver cambiato le regole e cancellato quelle microcomunita' dove esplicitamente si poteva verificare la vendita di organi, che pero', secondo alcuni osservatori, continuerebbe sottobanco.

Tutto quel che (non) ci ha insegnato la crisi

di Vincenzo Comito

 

La crisi scoppiata ufficialmente nel 2007-2008 ci ha insegnato molte cose.
Tra l’altro, essa ci ha svelato chiaramente la reale struttura del potere esistente nelle società occidentali, che è apparso molto concentrato in una ristretta oligarchia politico-industrial-finanziaria; ci ha mostrato anche, altrettanto chiaramente, le crescenti differenziazioni di reddito e di ricchezza che tale struttura genera nei vari paesi. Essa ci ha anche indicato i meccanismi finanziari attraverso i quali cresce e si riproduce in maniera allargata nel tempo.
Si poteva pensare, e molti lo hanno fatto, che la stessa crisi avrebbe spinto le classi dirigenti dei paesi ricchi ad apportare dei mutamenti rilevanti nei meccanismi di funzionamento della macchina finanziaria, che non apparivano chiaramente più adeguati ad una marcia ordinata delle cose; ma tali mutamenti, che pure non sono mancati, sono indubbiamente risultati, almeno sino ad oggi, pochi, tardivi e modesti. Sino a questo momento viene così smentita la indubbia capacità del sistema capitalistico, sempre manifestatasi in passato, di rispondere alle crisi e alle difficoltà con rinnovata energia e mettendo comunque in campo tutte le innovazioni necessarie ad innescare nuovi cicli di accumulazione.
E è forse anche per tale stato delle cose che, negli ultimi tempi, si è sviluppato un dibattito tra gli economisti occidentali, avviato da Larry Summers e sul quale abbiamo a suo tempo fornito qualche informazione su questo stesso sito, sul cosa fare davanti alla stagnazione di lungo periodo che sembra caratterizzare ormai le economie occidentali, al di là di qualche oscillazione congiunturale più o meno favorevole che si manifesta qua e la.
Una serie di notizie molto recenti sul fronte finanziario che vengono dai due lati dell’Atlantico confermano le preoccupazioni; esse vanno dal ritorno in forze dei processi di cartolarizzazione, all’approvazione delle nuove deboli disposizioni in materia di separazione delle attività di banca ordinaria da quelle di banca di investimento, agli altrettanto deboli orientamenti sulla struttura finanziaria delle banche che stanno avanzando in sede di Basilea III, alle stesse astronomiche cifre pagate dalle grandi banche internazionali a fronte della recente ondata di scandali, notizia solo apparentemente positiva.
Il ritorno delle cartolarizzazioni
Per quanto riguarda la prima questione, molti ricorderanno che, all’origine della crisi del sub-prime, stava, tra l’altro, questo meccanismo di prestiti immobiliari fatti irresponsabilmente a chi non avrebbe potuto restituirli e poi però ceduti dalle banche, attraverso le tecniche della cartolarizzazione (incorporazione di tali diritti in titoli negoziabili sul mercato), ad altri investitori. Questo processo provocava, tra l’altro, una totale irresponsabilità in chi concedeva il prestito, perché, sapendo che esso avrebbe potuto essere ceduto facilmente del mercato, la banca che emetteva il titolo non si preoccupava molto della qualità dello stesso. È così che sono proliferati i vari Cdo, Clo, Abs, Mbs e prodotti collegati, di cui tanto male e tanto a lungo si è parlato.
Ora, come ci informa la stampa economica (si veda, ad esempio, The Economist, 2014), i vari strumenti sopra citati stanno tornando in forze sul mercato e tutti, o quasi, ne gioiscono. La stessa Bce e i regolatori bancari di tutto il mondo, come ci informa lo stesso settimanale, appaiono molto contenti.
Alcuni ritocchi migliorativi portati nel frattempo dagli stessi regolatori alle normative in proposito e una maggiore auspicabile attenzione degli investitori, che dovrebbero ricordare le negative esperienze passate ed essere più cauti nelle loro operazioni, non avrebbero però dovuto, a nostro parere, essere sufficienti a provocare tali entusiasmi. Né avrebbero dovuto esserlo le speranze che, con l’aumento delle operazioni di cartolarizzazione, si dia anche una mano alla ripresa dei flussi di credito delle banche verso gli operatori economici.
Va peraltro sottolineato che, nonostante la ripresa dell’attività nel settore, siamo ancora oggi lontani dal raggiungere i livelli di scambio degli anni d’oro, dal 2005 al 2007.
Come è andata a finire con il rapporto Liikanen
Su un altro fronte, in un recente articolo pubblicato su questo stesso sito, in data 7 gennaio 2014, avevamo analizzato il varo definitivo della cosiddetta Volckler rule negli Stati Uniti e avevamo sottolineato i molti problemi che la formulazione della nuova normativa comportava. Ma qualche tempo fa (Barker, 2014) sono stati anticipati sui media i contorni del progetto equivalente messo a punto dall’Unione Europea e siamo quasi sconcertati per la pochezza dello stesso, ancora più riduttivo delle norme statunitensi.
Tutto era cominciato da noi qualche tempo fa, nel 2012, con la presentazione del Liikanen Report, dal nome del governatore della banca centrale finlandese che era stato nominato presidente della commissione che doveva studiare la questione. Il rapporto finale si sforzava, sia pure con qualche limitazione, di suggerire il perseguimento del principio della netta separazione tra attività di banca commerciale e attività di speculazione in proprio con i soldi dei correntisti.
Ma alle conclusioni del rapporto si sono a suo tempo opposte non solo molte banche, ciò che era del resto prevedibile, ma anche la Germania e la Francia. Va sottolineato come, in generale, sin dall’inizio la presidenza Hollande si sia caratterizzata come molto sensibile ai desideri del mondo della finanza.
Così le lobbies finanziarie hanno avuto un gioco facile nel riuscire a far modificare in peggio il primitivo rapporto Liikanen.
In sintesi, con la riforma le banche europee non saranno automaticamente obbligate a separare le operazioni di prestito da quelle di trading. Tra l’altro viene concessa ampia discrezione alle autorità di controllo nazionali nell’applicazione delle normative.
In ogni caso viene fornita nel progetto una definizione molto restrittiva sul tipo di operazioni di proprietary trading che verrebbero proibite.
Come ha correttamente commentato un parlamentare verde tedesco, le nuove regole rischiano di non avere nessun effetto sul settore bancario, se non quello di aggiungere ulteriore burocrazia alla gestione delle operazioni.
E lasciamo da parte le nuove, inaccettabili regole sugli hedge fund e sui fondi di private equity su cui ha scritto in data 7 gennaio 2014 Andrea Baranes su questo stesso sito.
Le nuove regole di Basilea
È noto come da tempo il comitato di Basilea stia approntando le nuove normative in tema di struttura finanziaria delle banche, in particolare per quanto riguarda i capital ratio ( rapporto tra i mezzi propri e il totale delle attività ponderate per il rischio), i leverage ratio (rapporto tra mezzi propri e totale attività), i liquidity ratio (che misurano la capacità di un istituto di far fronte ai suoi impegni finanziari di breve termine). È noto peraltro che i nuovi orientamenti entreranno in vigore solo fra parecchi anni.
È pronto ora un rapporto sulle modalità di calcolo dei leverage ratio. Intanto non sappiamo ancora a quale livello preciso sarà fissato lo stesso indice, ma si presume che esso verrà determinato nella misura del 3,0 per cento delle attività, misura sicuramente troppo bassa. Un tale rapporto significherebbe infatti che le banche potrebbero finanziarsi con 3 euro di capitale ogni 97 euro di debiti. Gli americani, che stanno come al solito lavorando al problema per conto loro, dovrebbero in realtà fissarlo ad un livello abbastanza più elevato, mentre da varie parti si chiede che esso lo sia ad un valore di almeno il 10%.
Ma sono pronte le misure per definire i criteri di calcolo dell’indice ed esse, come veniamo informati (Fleming, Chon, 2014), appaiono deludenti. Le lobbies bancarie hanno fatto ancora una volta un buon lavoro. In effetti, vengono molto allentati i criteri per calcolare il peso dei derivati e di altre operazioni finanziarie sul totale delle attività; da notare che tali voci costituiscono una parte quantitativamente molto importante dei bilanci bancari.
Gli accordi tra autorità statunitensi e grandi banche
L’ultima notizia fa riferimento agli accordi in via di definizione tra le autorità statunitensi ed una serie di grandi banche per far sì che queste ultime rispondano finanziariamente delle pratiche scorrette a suo tempo portate avanti sul fronte delle operazioni sub-prime. Già la JPMorgan ha accettato di pagare oltre 13 miliardi di dollari per chiudere l’affare. Ora altri grandi istituti, secondo notizie di stampa, si apprestano a dare il loro contributo ed alla fine le penalità complessive che le banche presenti nel paese dovrebbero pagare potrebbero arrivare alla somma astronomica di 50 miliardi di dollari.
Tutto bene allora? Certamente no. Ci sono almeno due osservazioni da fare. La prima è quella che le somme citate verranno facilmente assorbite nei bilanci delle grandi banche, che negli ultimi anni hanno ripreso a fare grandi profitti e comunque esse saranno al massimo a carico degli azionisti degli istituti e non dei responsabili in prima persona dei fatti. La seconda è quella che i grandi manager degli stessi, che hanno a suo tempo sviluppato le operazioni incriminate, restano per la gran parte al loro posto, vedono i loro bonus crescere nel tempo e non sono chiamati sostanzialmente a pagare penalmente per le loro azioni.
Alla fine ha pagato solo Harry Madoff, che gestiva soltanto una piccola boutique finanziaria.


Testi citati nell’articolo
-Barker A., Europe set to soften bank split reform, Financial Times, 6 gennaio 2014
-Fleming S., Chon, G., Banks win Basel concessions on debt rules, www.ft.com, 12 gennaio 2014
-The Economist, The return of securitisation, 11 gennaio 2014

martedì 21 gennaio 2014

Cuperlo


Ho scritto al segretario Matteo Renzi. Per comunicargli che mi dimetto da presidente dell'assemblea nazionale del PD. Ecco il testo della lettera:

Caro Segretario, dal primo minuto successivo alle primarie ho detto due cose: che quel risultato, così netto nelle sue dimensioni e nel messaggio, andava colto e rispettato, e che da parte mia vi sarebbe stato un atteggiamento leale e collaborativo senza venir meno alla chiarezza di posizioni e principi che, assieme a tante e tanti, abbiamo messo a base della nostra proposta congressuale. Ho accettato la presidenza dell’Assemblea nazionale con questo spirito e ho cercato di comportarmi in modo conseguente. Prendendo parola e posizione quando mi è sembrato necessario, ma sempre nel rispetto degli altri a cominciare da chi si è assunto l’onere e la responsabilità di guidare questa nuova fase. Nella direzione di ieri sono intervenuto sul merito delle riforme e sul metodo che abbiamo seguito. Ho espresso apprezzamento per l’accelerazione che hai impresso al confronto e condiviso il traguardo di una riforma decisiva per la tenuta del nostro assetto democratico e istituzionale. Non c’era alcun pregiudizio verso il lavoro che hai svolto nei giorni e nelle settimane passate. Lavoro utile e prezioso, non per una parte ma per il Paese tutto. Ho anche manifestato alcuni dubbi – insisto, di merito – sulla proposta di nuova legge elettorale. In particolare gli effetti di una soglia troppo bassa – il 35 per cento – per lo scatto di un premio di maggioranza. Di una soglia troppo alta – l’8 per cento – per le forze non coalizzate e di un limite serio nel non consentire ancora una volta ai cittadini la scelta diretta del loro rappresentante. Dubbi che, per altro, ritrovo autorevolmente illustrati stamane sulle pagine dei principali quotidiani da personalità e studiosi ben più autorevoli di me. Infine ho espresso una valutazione politica sul metodo seguito nella costruzione della proposta e ho chiuso con un richiamo a non considerare la discussione tra noi come una parentesi irrilevante ai fini di un miglioramento delle soluzioni. Nella tua replica ho ascoltato la conferma che le riforme in discussione rappresentano un pacchetto chiuso e dunque – traduco io – non emendabile o migliorabile pena l’arresto del processo, almeno nelle modalità che ha assunto. Sino ad un riferimento diretto a me e al fatto che avrei sollevato strumentalmente il tema delle preferenze con tutta la scarsa credibilità di uno che quell’argomento si è ben guardato dal porre all’atto del suo (cioè mio) ingresso alla Camera in un listino bloccato. E’ vero. Per il poco che possano valere dei cenni personali, sono entrato per la prima volta in Parlamento nel giugno del 2006 subentrando al collega Budin che si era dimesso. Vi sono rientrato da “nominato” nel 2008 e nuovamente nel listino da te rammentato a febbraio di un anno fa. La mia intera esperienza parlamentare è coincisa con la peggiore legge elettorale mai concepita nella storia repubblicana. Sarebbe per altro noioso per te che io ti raccontassi quali siano stati la mia esperienza e il mio impegno politico prima di questa parentesi istituzionale. Però la conosco io, e tanto può bastare. Quanto al consenso non so dire se in una competizione con preferenze ne avrei raccolte molte o poche. So che alcuni mesi fa, usando qualche violenza al mio carattere, mi sono candidato alla guida del nostro partito. Ho perso quella sfida raccogliendo però attorno a quella nostra proposta un volume di consensi che io considero non banali. Comunque non è questo il punto. Il punto è che ancora ieri, e non per la prima volta, tu hai risposto a delle obiezioni politiche e di merito con un attacco di tipo personale. Il punto è che ritengo non possano funzionare un organismo dirigente e una comunità politica – e un partito è in primo luogo una comunità politica – dove le riunioni si convocano, si svolgono, ma dove lo spazio e l’espressione delle differenze finiscono in una irritazione della maggioranza e, con qualche frequenza, in una conseguente delegittimazione dell’interlocutore. Non credo sia un metodo giusto, saggio, adeguato alle ambizioni di un partito come il Pd e alle speranze che questa nuova stagione, e il tuo personale successo, hanno attivato. Tra i moltissimi difetti che mi riconosco non credo di avere mai sofferto dell’ansia di una collocazione. Ieri sera, a fine dei nostri lavori, esponenti della tua maggioranza hanno chiesto le mie dimissioni da presidente per il “livore” che avrei manifestato nel corso del mio intervento. Leggo da un dizionario on line che la definizione del termine corrisponde più o meno a “sentimento di invidia e rancore”. Ecco, caro Segretario, non è così. Non nutro alcun sentimento di invidia e tanto meno di rancore. Non ne avrei ragione dal momento che la politica, quando vissuta con passione, ti insegna a misurarti con la forza dei processi. E io questo realismo lo considero un segno della maturità. Non mi dimetto, quindi, per “livore”. E neppure per l’assenza di un cenno di solidarietà di fronte alla richiesta di dimissioni avanzata con motivazioni alquanto discutibili. Non mi dimetto neppure per una battuta scivolata via o il gusto gratuito di un’offesa. Anche se alle spalle abbiamo anni durante i quali il linguaggio della politica si è spinto fin dove mai avrebbe dovuto spingersi, e tutto era sempre e solo rubricato come “una battuta”. Mi dimetto perché sono colpito e allarmato da una concezione del partito e del confronto al suo interno che non può piegare verso l’omologazione, di linguaggio e pensiero. Mi dimetto perché voglio bene al Pd e voglio impegnarmi a rafforzare al suo interno idee e valori di quella sinistra ripensata senza la quale questo partito semplicemente cesserebbe di essere. Mi dimetto perché voglio avere la libertà di dire sempre quello che penso. Voglio poter applaudire, criticare, dissentire, senza che ciò appaia a nessuno come un abuso della carica che per qualche settimana ho cercato di ricoprire al meglio delle mie capacità. Auguro buon lavoro a te e a tutti noi. Gianni

domenica 19 gennaio 2014

Intervista a Marx

Lo storico Donald Sassoon ha provato a contattare nell’aldilà l’autore del “Capitale”. Il risultato è uno sguardo sull’oggi: ironico, ma non solo


di DONALD SASSOON
- larepubblica -
Allora, dottor Marx, lei è davvero messo in soffitta adesso, o no? Quindici anni fa le sue teorie dominavano mezzo mondo. Adesso cosa rimane? Cuba? La Corea del Nord?

«Le mie “teorie”, come le chiama lei, non hanno mai “dominato”. Ho avuto dei seguaci che non mi sono scelto o cercato, e per i quali ho meno responsabilità di quante ne abbiano Gesù per Torquemada o Maometto per Osama bin Laden. I seguaci che si nominano da soli sono il prezzo del successo. La maggior parte dei miei contemporanei ci metterebbe la firma per essere “in soffitta” come lei pensa io sia. Scrissi che la questione era non di spiegare il mondo, ma di cambiarlo. E quanti eminenti vittoriani hanno fatto altrettanto?».
Ok. Nessuno sottovaluta la sua fama. Ma su questo deve essere d’accordo: il marxismo non è più quello di un tempo…
«In realtà il mio lavoro non è mai stato importante come adesso. Negli ultimi cinquant’anni ha conquistato le università dei Paesi più avanzati del mondo. Storici, economisti, politologi e anche, con mia grande sorpresa, alcuni critici letterari si sono tutti dati alla concezione materialista. La storia più interessante prodotta attualmente in Europa e negli Stati Uniti è più “marxistica” che mai. Basta andare alle convention della American Social Science History Association, che io visito regolarmente da spettro. Lì si esamina attentamente l’interconnessione di strutture istituzionali e politiche e del mondo della produzione. Parlano tutti di classi, strutture, determinismo economico, rapporti di potere, oppressi e oppressori. E fanno tutti finta di avermi letto – un chiaro segno di successo».
Calma. Andiamo avanti. Devo chiederle questo: l’Unione Sovietica, i gulag, il terrore comunista.
«Me l’aspettavo. Devo ammettere di essere vanitoso come chiunque altro e che tutto questo culto della personalità e venerazione di Marx mi ha toccato. Mi solleticava il vedere la mia faccia sulle banconote della vecchia DDR e una Marxplatz in ogni città prussiana. Certo, grazie alle abilità di marketing di Engels, gli sforzi di Bernstein e di quel noiosone di Kautsky, subito dopo la mia morte divenni il grande guru del movimento socialista. Di conseguenza gli occidentalizzatori russi mi presero sul serio come l’elettricità. Così non mi sorpresi quando Lenin decise di trasformarmi nella Bibbia. Lenin era un politico intelligente con un buon istinto. Ma era anche un fondamentalista determinato a trovare nel mio lavoro la giustificazione per qualunque cosa volesse fare. Inventò il “marxismo” man mano che andava avanti. Questa detestabile abitudine, tipica delle religioni da tempo immemorabile, si sparse ovunque. Cominciai ad avere la sensazione che anche le mie liste della spesa fossero arruolate al servizio di questa o quella fazione del movimento. Prenda il concetto di “dittatura del proletariato”. Era una formula che avevo escogitato per suggerire, seguendo l’antico uso dei Romani, un governo eccezionale in tempo di crisi. Avrò usato quest’espressione non più di una decina di volte in vita mia. Non le sto a dire la sorpresa quando la vidi riemergere come idea centrale del marxismo, usata per giustificare il regime a partito unico. Che posso dire? E fui abbastanza sorpreso quando la prima cosiddetta rivoluzione socialista, tra tutti i popoli, avvenne in un Paese così profondamente primitivo e governato da slavi. Quello che stavano facendo i bolscevichi era compiere la rivoluzione borghese che la borghesia russa era troppo esigua e stupida per compiere. I comunisti usarono lo Stato per creare un sistema industriale moderno. Se questa è “dittatura del proletariato”…».
E a proposito dei suoi primi scritti sull’alienazione? I manoscritti del 1844 erano famosi negli anni Sessanta. Vi si vedeva un’attinenza col mondo contemporaneo.
«Sciocchezze. La ragione per cui non li pubblicai era perché erano sproloqui irrilevanti. È ovvio che l’intellighenzia piccolo borghese disillusa ci sarebbe andata a nozze. Sono una perdita di tempo».
Dunque non pensa che il suo rapporto con Hegel…
«Oddio, Hegel! Le dirò un segreto. Non ho mai veramente letto se non nel modo più superficiale, la
Fenomenologia dello spirito di Hegel o la sua Logica. La vita è troppo breve».
Che ne pensa del socialismo di oggi?
«È stato in coma per molto tempo. Ha raggiunto il suo scopo: civilizzare il capitalismo nella sua terra d’origine. Non gli si poteva chiedere di più. Adesso si sta estinguendo serenamente. Anche il comunismo è crollato, ora che ha raggiunto il suo, di scopo: la costruzione del capitalismo. Lo hanno capito bene in Cina, dove si giocherà il prossimo secolo. In Russia, dove stiamo assistendo alla transizione da lumpen- comunismo a lumpen-capitalismo, è un altro discorso. Ma cosa vuole mai costruire con i russi? Uno deve leggere i loro romanzi, ascoltare la loro musica, ma per quel che riguarda un’economia solida…».
E Blair, la terza via?
«Davvero devo esprimermi su gente del genere? Dire che la storia li dimenticherà è troppo. Non se ne accorgerà nemmeno. E questo mostra quanto siete scesi in basso. Ai miei tempi ce la vedevamo con Bismarck, Lincoln, Gladstone e Disraeli… Veri nemici ».
E l’America?
«Mi sono sempre piaciuti gli yankee: niente feudalesimo, niente tradizioni imbelli. Un sacco di ipocrisia e religione, certo. Ma escono in qualche modo più forti da ogni crisi capitalista. Un fantastico sistema di governo: democrazia truccata, elezioni truccate, sistema politico truccato, circondato da impostori e gretti avvocati. Questo consente al business di svolgere il proprio compito, comprare i candidati, una tangente qui, una tangente là. La gente non è coinvolta. La metà se ne frega di votare. Per l’altra metà la politica è un innocuo divertimento, come guardare Chi vuole essere milionario?».
E lei? Come passa il tempo?«Io? Mi diverto. Con Friedrich giochiamo su internet. Lo sapeva che “Karl Marx” dà più di quattro milioni di risultati su Google? Abbiamo entrambi molti amici su Facebook e molti che ci seguono su Twitter».
Traduzione di Leonardo Clausi © 2014 Lit Edizioni Srl

sabato 18 gennaio 2014

La distruzione della Grecia: un modello europeo

- micromega -


Pubblichiamo la prefazione di Alexis Tsipras al volume di Slavoj Žižek e Srećko Horvat, “Cosa vuole l’Europa?”, in questi giorni in libreria per Ombre corte.

di Alexis Tsipras

Dalla metà degli anni Novanta, e per quasi tutto il decennio del 2000, la Grecia era in piena crescita. Questa espansione economica aveva due caratteristiche principali: un gigantesco aumento dei profitti non tassabili per i ricchi, un sovraindebitamento e un aumento della disoccupazione per i poveri. Il denaro pubblico è stato depredato in molti modi diversi, e il sistema economico si è limitato essenzialmente a favorire il consumo di beni importati dai paesi europei ricchi. Il modello “denaro a buon mercato, manodopera a basso costo” è stato presentato dalle agenzie di rating come un esempio da seguire per ogni economia emergente dinamica.

Ma la crisi del 2008 ha cambiato tutto. Le banche, dopo le loro scommesse speculative, si sono trovate pericolosamente indebitate, e hanno potuto salvarsi solo grazie al denaro pubblico; ma è sulle loro società che gli Stati hanno poi scaricato il peso del salvataggio di queste banche. Il distorto modello di sviluppo della Grecia è crollato e il paese, non potendo più chiedere prestiti sul mercato, si è trovato a dipendere dai prestiti del Fondo monetario internazionale e della Banca centrale europea, accompagnati da misure draconiane.

Tale programma, che i governi greci hanno adottato senza battere ciglio, è composto di due parti: quella della “stabilizzazione” e quella delle “riforme”. Termini la cui connotazione positiva è destinata a mascherare la catastrofe sociale che essi producono. Così, la parte della “stabilizzazione” prevede una fiscalità indiretta devastante, tagli alla spesa pubblica senza precedenti, smantellamento dello stato sociale, in particolare nel campo della sanità, dell’istruzione e della sicurezza sociale, così come numerose privatizzazioni, comprese quelle di beni pubblici di base come l’acqua e l’energia. La parte delle “riforme”, invece, invoca la liberalizzazione dei licenziamenti, l’eliminazione dei contratti collettivi, la creazione di “zone economiche speciali” e, in generale, l’istituzione di regolamenti che dovrebbero permettere a potenti interessi economici di investire in Grecia in modo propriamente coloniale, degno del Sud Sudan. Tutto questo è solo una piccola parte di ciò che prevede il “memorandum” greco, vale a dire l’accordo firmato dalla Grecia con il Fondo monetario internazionale, l’Unione europea e la Banca centrale europea.

Queste misure avrebbero dovuto aprire la strada a un’uscita dalla crisi. Il rigoroso programma di “stabilizzazione” doveva condurre a un avanzo di bilancio – consentendo alla Grecia non solo di non aver bisogno di chiedere prestiti, ma anche di ripagare il proprio debito pubblico; mentre le “riforme” dovevano permettere di riconquistare la fiducia dei mercati che, vedendo smantellato lo stato sociale e il mercato del lavoro riempito di lavoratori a basso costo, disperati e senza protezione, si sarebbero precipitati a investire i loro capitali in Grecia. Così si sarebbe determinata una nuova “crescita” – quella che non esiste da nessuna parte, se non nei libri sacri e nelle menti più perverse del neoliberismo globale.

Questo programma doveva essere applicato in modo rapido e immediato, per permettere alla Grecia di ritrovare velocemente la strada della crescita. Ma tre anni dopo la firma del memorandum, la situazione va di male in peggio. L’economia sprofonda nella crisi e, naturalmente, le tasse non vengono pagate – semplicemente perché le persone non hanno i soldi per farlo. I tagli di spesa hanno raggiunto il cuore stesso della coesione sociale, creando le condizioni per una vera e propria crisi umanitaria. Per essere chiari, stiamo parlando di persone che rovistano tra i rifiuti per mangiare e che dormono sui marciapiedi, di pensionati che non possono nemmeno comprare il pane, di famiglie senza elettricità, di pazienti che non hanno accesso né ai farmaci né alle cure. E tutto questo, all’interno dell’eurozona.

Gli investitori, evidentemente, non si sono visti, dal momento che un “default disordinato” del paese rimane ancora possibile. E gli autori di questo memorandum, di fronte a ogni tragico fallimento, tornano a imporre sempre più tasse e tagli alle spese. L’economia greca è entrata in un circolo vizioso di recessione incontrollata, che non porta a nulla se non al completo disastro.

Il piano di “salvataggio” greco (un altro bel termine per descrivere la devastazione in corso) ignora un principio fondamentale: l’economia è come una mucca. Si nutre di erba e produce latte. È impossibile ridurre la sua razione d’erba di tre quarti e pretendere che produca quattro volte più latte. Essa ne morirebbe, semplicemente. E questo è esattamente ciò che accade oggi all’economia greca.

La sinistra in Grecia ha capito fin dall’inizio che l’austerità avrebbe peggiorato la crisi, invece di curarla. Quando qualcuno sta annegando, gli si lancia un salvagente, non dei pesi. Quanto ai talebani del neoliberismo, insistono nel dire, ancora oggi, che tutto andrà bene. Mentono, e lo sanno – tranne i più stupidi di loro, naturalmente. Ma non si tratta di stupidità o di dogmatismo. Alti dirigenti dello stesso fmi hanno parlato di “errore” nel concepimento del programma di rigore greco: non può portare da nessuna parte, dal momento che la recessione che esso genera è semplicemente incontrollabile. Eppure si continua ad applicare quel programma con una tenacia e una caparbietà che non ha precedenti, e si inasprisce sempre di più. È dunque d’altro che si tratta.

La realtà è che la crisi dell’economia greca non è ciò che interessa all’Europa, né al fmi. Il loro obiettivo principale è di fare del programma imposto alla Grecia il modello da seguire per tutte le economie europee in crisi. Questo programma mette definitivamente fine a ciò che, nell’Europa del dopo guerra, era conosciuto come “contratto sociale”. Non importa se la Grecia alla fine fallisce e sprofonda nella miseria. Ciò che conta è che, in un paese della zona euro, ora si discuta apertamente di salari alla cinese, di abolizione del diritto del lavoro, di dissoluzione della sicurezza sociale e dello stato sociale, e di completa privatizzazione dei beni pubblici. Con il pretesto di combattere la crisi, il sogno neoliberista delle menti più perverse – che, dopo gli anni Novanta, ha dovuto affrontare una forte resistenza da parte delle società europee – diventa finalmente realtà.

La Grecia, comunque, è solo il primo passo. Già la crisi del debito si è estesa ad altri paesi dell’Europa meridionale e penetra sempre più in profondità nel cuore dell’Ue. Ecco dunque cosa significa il grande esempio greco: l’unica cosa di cui sono capaci coloro che fanno fronte agli attacchi speculativi dei mercati è di distruggere completamente ogni traccia dello stato sociale, come è oggi il caso della Grecia. In Spagna e in Portogallo, i rispettivi memorandum già stanno promuovendo cambiamenti di questo tipo. Ma è nel “Trattato europeo di stabilità”, che la Germania vorrebbe vedere applicato all’intera Ue, che questa strategia si rivela in tutta la sua portata: gli Stati membri non sono più liberi di scegliere la loro politica economica, le principali istituzioni dell’Unione hanno ora il diritto di intervenire nelle scelte di bilancio e di imporre drastiche misure fiscali per ridurre i deficit pubblici. Tanto peggio per le scuole, gli asili, le università, gli ospedali pubblici, i programmi sociali. E se i popoli usano la democrazia come uno scudo contro l’austerità, come recentemente in Italia, tanto peggio per la stessa democrazia.

Cerchiamo di essere chiari. Questo modello europeo generalizzato non è il salvataggio della Grecia, ma la sua distruzione. Il futuro europeo, fatto di banchieri felici e di società infelici, è già programmato. In questo modello di sviluppo, il capitale è il cavaliere e le società il cavallo. Si tratta di un progetto ambizioso – ma che non andrà molto lontano, perché nessun progetto può essere realizzato senza il consenso della società e le garanzie per i più deboli. Questo, l’attuale classe dirigente europea sembra averlo dimenticato. Essa tuttavia vi si scontrerà prima di quanto non pensi.

La fine del “capitalismo neoliberale reale” – vale a dire del capitalismo più aggressivo che abbia mai conosciuto l’umanità, e che trionfa da due decenni – è già iniziata. Dopo il naufragio di Lehman Brothers, due strategie opposte di uscita dalla crisi offrono due approcci diversi all’economia globale: la strategia dell’espansione finanziaria, dell’aumento della massa monetaria, della nazionalizzazione delle banche e dell’aumento delle tasse ai ricchi; e quella dell’austerità, del trasferimento del peso del debito bancario agli Stati – e sulle spalle delle classi medie e popolari, sovratassate per consentire ai più ricchi di eludere il fisco. I leader europei hanno scelto la seconda strategia, ma sono già di fronte ai vicoli ciechi ai quali essa conduce, e al conflitto storico che essa provoca in Europa. Questo scontro assume una parvenza geografica – Nord contro Sud – ma è fondamentalmente uno scontro di classe, che si riferisce alle due strategie opposte sopra descritte. La seconda strategia, infatti, difende il dominio assoluto, incondizionato, del capitale, senza preoccuparsi della coesione e del benessere sociale; la prima difende l’Europa della democrazia e dei bisogni sociali. Lo scontro è già iniziato.

Di fronte alla crisi, vi è dunque un’alternativa: le società europee devono proteggersi contro la speculazione del capitale finanziario, l’economia reale deve emanciparsi dall’imperativo del profitto, il monetarismo e la politica fiscale autoritaria debbono finire, la crescita deve essere ripensata secondo il criterio dall’interesse sociale, va inventato un nuovo modello di produzione basato su un lavoro dignitoso, sull’espansione dei beni pubblici e sulla protezione dell’ambiente. Questa prospettiva, ovviamente, non è all’ordine del giorno delle discussioni dei leader europei. Spetta ai popoli, ai lavoratori europei, ai movimenti degli “indignati” imprimere il loro marchio al corso della storia, e impedire il saccheggio e la distruzione su larga scala.

L’esperienza degli anni precedenti porta alla seguente conclusione: c’è un’etica della politica, e un’etica dell’economia. Dopo il 1989, l’etica dell’economia ha cominciato a dominare l’etica della politica e della democrazia. Tutto ciò che era nell’interesse di due, cinque, dieci gruppi economici potenti è stato considerato come legittimo, anche se si dimostrava contrario ai più elementari diritti umani. Oggi, il nostro dovere è di ripristinare l’egemonia dei principi etici politici e sociali, contro la logica del profitto.

Come ci arriveremo? Grazie alla dinamica delle lotte sociali. In primo luogo, spezzando una volta per tutte le catene della passività sociale sulle quali si è fondata la costruzione europea dopo il 1989. Il coinvolgimento attivo delle masse in politica è proprio ciò che temono le élite al potere in Europa e nel resto del mondo. Facciamo in modo allora che le loro paure diventino realtà.

La direzione scelta dagli ambienti economici dominanti è chiara; elaboriamo dunque il nostro orientamento politico e sociale. E difendiamolo con tutti i mezzi, sia a livello centrale sia a livello locale. Dai luoghi di lavoro, dalle università, dai quartieri, fino all’azione congiunta e coordinata in tutti i paesi europei. È una lotta di resistenza, che avrà successo solo se porterà a un programma alternativo per l’Europa. Oggi l’opposizione non è tra paesi in deficit e paesi in surplus, né tra popoli disciplinati e popoli ansiosi. L’opposizione è tra gli interessi delle società europee e l’esigenza del capitale di realizzare costantemente profitti.

Dobbiamo difendere l’interesse sociale europeo. In caso contrario, il futuro, per noi e per i nostri figli, si rivelerà infausto, incerto, e supererà tutte le nostre paure dei decenni precedenti. Il modello di sviluppo costruito sulla “libertà dei mercati” è fallito. Ora le forze dominanti attaccano la società, le sue conquiste e la sua coesione. Questo è ciò che sta accadendo in questo momento in Grecia, e questo è il piano voluto per il resto dell’Europa. Cerchiamo quindi di difenderci con tutti i mezzi necessari. E trasformiamo le resistenze sociali che continuano a emergere e a crescere in una occasione di solidarietà e di strategia collettiva per tutti i popoli d’Europa.

Il futuro non appartiene al neoliberismo, né ai banchieri, né a qualche dozzina di potenti multinazionali. Il futuro appartiene ai popoli e alle società. E il momento di aprire la strada a una Europa democratica, sociale e libera. Perché questa è l’unica soluzione sostenibile, realistica e realizzabile per uscire dalla crisi attuale.

(13 gennaio 2014)

giovedì 16 gennaio 2014

La legge elettorale c'è. Ed è proporzionale

- controlacrisi -
Democrazia alterata, premio irragionevole, discriminazioni geografiche. Contrariamente al detto popolare, del Porcellum la Consulta butta via quasi tutto. Sono finalmente state rese note le motivazioni della sentenza con la quale la Corte Costituzionale ha bocciato ciò che rendeva una porcata la legge elettorale in vigore. Ventisei pagine, depositate dopo quattro ore di camera di consiglio dai 15 giudici costituzionali che spiegano perché quel sistema elettorale va riformato. Storture per altro che per esempio Rifondazione comunista ha denunciato, inascoltata, fin da prima della sua approvazione e che avevano l'unico scopo non certo di garantire il libero e democratico confronto tra partiti ad "armi pari", ma, al contrario, quello di costruire un bipolarismo coatto e artificiale (che oltretutto non ha nemmeno garantito la governabilità): o dentro, diluendo ogni differenza; o fuori.Dunque, per la Consulta, il primo ad essere sul banco degli imputati è il premio di maggioranza del Porcellum, che «è foriero di una eccessiva sovra-rappresentazione» e può produrre «una oggettiva e grave alterazione della rappresentanza democratica» (ma va?), perché non prevede «il raggiungimento di una soglia minima di voti alla lista».

Quindi, dice la Corte Costituzionale, il Porcellum delinea «un meccanismo premiale manifestamente irragionevole, il quale, da un lato, incentivando il raggiungimento di accordi tra le liste al fine di accedere al premio, si porrebbe in contraddizione con l'esigenza di assicurare la governabilità, stante la possibilità che, anche immediatamente dopo le elezioni, la coalizione beneficiaria del premio si sciolga o uno o più partiti che ne facevano parte ne escano; dall'altro, provocherebbe una alterazione degli equilibri istituzionali, tenuto conto che la maggioranza beneficiaria del premio sarebbe in grado di eleggere gli organi di garanzia che, tra l'altro, restano in carica per un tempo più lungo della legislatura». Persino peggio, insomma, della Legge Truffa del 1953.

Ma non basta, perché la legge cisì come congeniata contrasta con gli articoli 3 e 48 secondo comma della Costituzione «in quanto, posto che l’entità del premio, in favore della lista o coalizione che ha ottenuto più voti, varia da Regione a Regione ed è maggiore nelle Regioni più grandi e popolose, il peso del voto (che dovrebbe essere uguale e contare allo stesso modo ai fini della traduzione in seggi) sarebbe diverso a seconda della collocazione geografica dei cittadini elettori». Non fa una piega.

Poi c'è la questione delle liste bloccate, anche questa censurata dalla Consulta, che mette delle condizioni. Così come previste dal Porcellum, sono tali da alterare per l'intero complesso dei parlamentari il rapporto di rappresentanza tra elettori ed eletti e coartano la libertà degli elettori nell'elezione dei propri rappresentanti in Parlamento, pertanto queste condizioni «rendono la disciplina in esame non comparabile né con altri sistemi caratterizzati da liste bloccate solo per una parte dei seggi, né con altri caratterizzati da circoscrizioni elettorali di dimensioni territorialmente ridotte, nelle quali il numero dei candidati da eleggere sia talmente esiguo da garantire l'effettiva conoscibilità degli stessi e con essa l'effettività della scelta e la libertà del voto (al pari di quanto accade nel caso dei collegi uninominali)». Dunque, se bloccate devono essere, almeno le liste siano corte.

La Consulta spiega che con questa sentenza il paese non resta senza legge elettorale, perché essa è autoapplicativa: una volta cancellato il vecchio sistema elettorale, resta in vigore un proporzionale puro, quindi senza premio di maggioranza e con la possibilità per l'elettore di esprimere una sola preferenza. Un sistema perfettamente legittimato, dunque, con il quale si potrebbe votare anche domani nel pieno rispetto della Costituzione e che non ha bisogno necessariamente di alcuna riforma (qualcuno lo dica a Napolitano).

A Grillo, comunque, la Consulta manda a dire la sentenza non è retroattiva e pertanto non esiste un problema di legittimità del Parlamento eletto: «Il principio fondamentale della continuità dello Stato - si legge nelle motivazioni - non è un'astrazione e dunque si realizza in concreto attraverso la continuità in particolare dei suoi organi costituzionali: di tutti gli organi costituzionali, a cominciare dal Parlamento» e tale principio prevale. La sentenza «pertanto - precisa ancora la Consulta - non tocca in alcun modo gli atti posti in essere in conseguenza di quanto stabilito durante il vigore delle norme annullate, compresi gli esiti delle elezioni svoltesi e gli atti adottati dal Parlamento eletto».

mercoledì 15 gennaio 2014

Appello intellettuali italiani: "Il greco Tsipras presidente Ue per una nuova Europa"

Fonte: La Repubblica | Autore: Carmine Saviano                                 
Da Camilleri a Spinelli, il leader di Syriza è il candidato ideale per riunire la sinistra e per dire basta alle soluzioni neoliberiste per uscire dalla crisi

Una speranza, un'occasione, una possibilità. Non solo per ricompattare la sinistra italiana, ma per tradurre in Europa le ragioni di chi non crede nelle ricette neo-liberiste per uscire dalla crisi economica. E tutto passa attraverso la persona di Alexis Tsipras, presidente trentanovenne del partito greco Syriza. Da qualche settimana, infatti, intellettuali ed esponenti della società civile italiana, da Andrea Camilleri a Barbara Spinelli chiedono la costituzione di una lista che appoggi la candidatura del capo della sinistra greca alla presidenza della Commissione Europea. La proposta alimenta la discussione aperta anche sui siti di Micromega e di Alba.
L'ultimo intervento, in ordine di tempo, è quello del creatore del Commissario Montalbano. In un'intervista rilasciata oggi al quotidiano greco Avgi, Camilleri afferma che la la composizione di una lista transnazionale per Tsipras sarebbe "una cosa meravigliosa, un modo per celebrare di nuovo l'Europa unita". Le parole di Camilleri partono da un'analisi della situazione politica italiana, che "vive una fase di stallo", con un sistema del tutto "bloccato". Al centro della critica, le politiche economiche del governo guidato da Enrico Letta. Sostiene Camilleri: "Dobbiamo fermarli. Perché i libri dei contabili parlano solo di un dare e avere. Non ci sono altre voci. Manca la voce: società. L'Europa non può continuare a vivere ricattata solo dal valore dell'euro". L'obiettivo è una nuova Europa, "diversa, un'Europa che appartenga ai suoi popoli e che si prenda cura dei loro interessi".
L'intervento di Andrea Camilleri era stato preceduto da analoghe dichiarazioni di Barbara Spinelli e di Paolo Flores D'Arcais. Proprio il direttore di Micromega, spiegando le motivazione della richiesta al leader di Syriza, aveva affrontato il tema del declino "a livello politico organizzato" della sinistra italiana. Con il Pd "non più di sinistra" e con Sel e gli altri piccoli partiti che "non contano più nulla".
Il tema è come convogliare su un obiettivo comune le forze di sinistra presenti nella società italiana. Qui entra in gioco il modello greco: "Per tutti noi che abbiamo partecipato negli ultimi quindici anni a tutti i movimenti possibili di lotta della società civile - scrive Flore D'Arcais - , c'è oggi una sola forza politica di sinistra in Europa e si chiama Syriza. Per questo pensiamo che una lista rigorosamente della società civile con Tsipras potrebbe avere un buon risultato". Un'avventura difficile, "perché dal punto di vista mediatico tutto ciò che non è contro l'establishment è focalizzato sul nuovo segretario del Pd e tutto ciò che è opposizione dal punto di vista mediatico è focalizzato su Beppe Grillo e il suo movimento".
Un percorso in salita, insomma. Tra Grillo e Renzi. Ma ricco di speranze per il rilancio della sinistra italiana. Scrisse Barbara Spinelli, il 22 dicembre: "Vorremmo che in Italia ci fosse una lista civica, di cittadini attivi, una lista di persone della società civile che scelgono Tsipras come candidato alla presidenza della Commissione Europea. Non è semplice, perché abbiamo pochissimo tempo per creare qualcosa. Per farlo ci vorrà tutta l'intelligenza di Alexis Tsipras, come quella che gli ha permesso di formare una coalizione tra le anime della sinistra radicale greca". Una coalizione con paletti ben definiti. Ancora: "E' chiaro che non dovrebbe essere una coalizione dei vecchi partiti della sinistra radicale, perché non avrebbe alcuna possibilità di successo. Abbiamo bisogno di qualcosa di più grande, qualcosa per scuotere la coscienza della società, superando i margini molto stretti delle formazioni politiche della sinistra radicale. Con l'obiettivo di unire le forze della società colpite dalla crisi".
E, in questi giorni, l'ipotesi Tsipras fa discutere proprio gli esponenti dei partiti della sinistra italiana. Quella di Nichi Vendola è quasi una terza via. Il presidente di Sel, infatti, ha più volte dichiarato che compito di Sinistra e Libertà è "presidiare il terreno che va da Schulz a Tsipras" per rimescolare le famiglie della sinistra europea. Per Vendola, Tsipras ha "il fascino del più coerente critico nei confronti del sadismo della tecnocrazia europea, ma sempre ha cercato di emanciparsi dal minoritarismo e dall'estremismo". Una totale apertura di credito, e l'eventuale appoggio elettorale, arriva da Rifondazione Comunista. Per Paolo Ferrero è necessario puntare "alla massima unità di movimenti, associazioni e forze politiche per rovesciare le politiche di austerità" e per promuovere "la ricostruzione dell'Europa in nuove basi".

domenica 12 gennaio 2014

"Tsipras è la risposta unitaria per fermare l'Europa dell'austerità". Intervista ad Andrea Camilleri

Fonte: micromega on line | Autore: Argiris Panagopoulos              

 
Come vede la situazione politica in Italia?
Sembra che l'Italia stia vivendo una fase di stallo e il sistema politico è bloccato da troppo tempo. Possiamo dire che si possono fare pochissime cose. Le elezioni hanno portato tre partiti ad avere quasi la stessa percentuale ed è difficile costruire una maggioranza veramente solida. Oggi la maggioranza è formata da residui di dissidenti del Popolo della Libertà di Berlusconi che permettono al governo di continuare ad esistere, ma senza essere in grado di governare e di fare cose importanti.
Il governo Letta continua ad applicare una ingiusta austerità?
Il problema dell’austerità è un problema che riguarda l’Europa in generale. Per questo motivo alcuni di noi stanno cercando di creare una lista sovranazionale e transnazionale per affrontare le elezioni europee. Da un lato stiamo cercando di combattere il riflusso antieuropeo che sembra che sarà espresso nelle prossime elezioni. Ritengo fondamentale proteggere il nostro essere europei, nonostante le evidenti mancanze della macchina europea che durante questa lunga e tragica crisi, ha continuato a lavorare facendo pagare un prezzo altissimo, un prezzo che non possiamo nemmeno immaginare, a decine di milioni di cittadini. C’è bisogno di una radicale revisione di tutti gli accordi europei di questa macchina. Una revisione che non può basarsi solamente e ancora una volta sui libri di contabilità. I ragionieri distruggono l'Europa. Dobbiamo fermarli. Perché i libri dei contabili parlano solo di un dare e avere. Non ci sono altre voci. Manca la voce: società. L'Europa non può continuare a vivere ricattata solo dal valore dell'euro. L'Europa deve condividere gli stessi ideali per essere unita. Ideali a cui devono partecipare la stragrande maggioranza dei suoi cittadini. In caso contrario non sarà in grado di continuare ad esistere. La prossima guerra, perché questa crisi è stata una guerra, lascerà sul campo molto più che paesi come la Grecia o altri colpiti mortalmente dalla crisi attuale. Per questo motivo dobbiamo dare una risposta europea unitaria a questa crisi sostenendo Alexis Tsipras per la presidenza della Commissione Europea. Per dire che vogliamo un'Europa diversa, un’Europa che appartenga ai suoi popoli e che prenda cura dei loro interessi.
Una volta in Italia c’era la più grande sinistra in Occidente, mentre oggi si fa fatica a trovare il giusto passo. Per molto tempo l’Italia è stata sinonimo di idee progressite.
La sinistra italiana era forte quando c’ era il vecchio Partito Comunista. Poi è arrivato il centro-sinistra, che non ha potuto mantenere nulla dai grandi valori che aveva ereditato. E’ stato creato il partito di Rifondazione Comunista, ma si è sempre fermato ad un piccolo consenso. Ci siamo trovati in questa situazione perché abbiamo assistito ad un periodo di conflitto all'interno di questi piccoli partiti della sinistra. Mancano persone che traccino insieme un denominatore comune tra questi partiti frammentati, il popolo della sinistra e della disobbedienza, per unificare queste forze ed avere una sinistra sana. Per questo insisto su una lista per le elezioni europee, perché può portarci a qualcosa di buono. Questi partiti così come sono oggi non hanno peso, non hanno le percentuali per entrare in parlamento. Abbiamo bisogno di far rivivere la speranza del popolo della sinistra e delle forze vive della società nella prospettiva di cambiare la nostra vita quotidiana. L'esempio della sinistra greca è molto importante.
Lei è un uomo di cultura, un intellettuale. Cosa l’ha spinto ad avere una posizione cosi chiara contro la crisi e ad unirsi con altri nel tentativo di ricomporre la sinistra?
Ho sempre preso una posizione. La cultura è soprattutto un modo di vita e di prendere posizione. Ancor più di fronte ad una crisi come questa che distrugge la società e i suoi valori. Una cultura che vive ai margini e guarda solo ai fatti è una cultura sterile. Io sono un uomo che scrive romanzi, un raccontastorie. Ma io sono anche un cittadino italiano e un cittadino europeo. Devo partecipare obbligatoriamente a tutto ciò che accade nel mio paese, l'Italia e l'Europa.
Lei è anche un siciliano di Porto Empedocle, di Agrigento e della valle dei templi greci. Ha vissuto nella sua vita quotidiana una parte importante della Magna Grecia. Qual è l'idea che ha su quanto accaduto in Grecia?
Ritengo che quello che è successo in Grecia sia il termometro degli errori europei. Inizialmente hanno cercato di creare un’unione attraverso le nostre comuni radici ebraiche e cristiane. Questo non può funzionare. Quello che abbiamo in comune è la nostra cultura. Una cultura che nasce in Grecia, su cui abbiamo speculato e che ancora sfruttiamo. Il modo in cui l’Europa ha trattato la Grecia è come se avesse maltrattato le sue stesse radici. È come se non avessimo tratto insegnamento da queste migliaia di anni. L’Europa ha dimostrato di non capire nulla di ciò che è nella realtà l'Europa. L'Europa è il Partenone. L’Europa sono i templi di Agrigento. L'Europa è la cultura e la civiltà. La culla della cultura e della civiltà in questo mondo.In questo senso l'Europa ancora oggi può essere un motore trainante per correre nelle gare e non una macchina stanca che trascina solo un fardello, come è stato fatto fino ad oggi. Con le elezioni europee dobbiamo coltivare la speranza del cambiamento. L'Europa della contabilità uccide ogni iniziativa e qualsiasi cosa che trova nel suo cammino. L'Europa è stata il regno della fantasia e della creatività. Il regno dell'arte. Se ci fosse anche un po' di questo estro anche all’interno della politica europea le cose sarebbero diverse. Non possiamo fondarci solo sui principi economici. Dobbiamo costruire ideali e valori, dobbiamo riconoscere la nostra cultura. Oggi alcuni pensano che queste siano cose inutili. Al contrario sono un elemento chiave per qualsiasi idea di Europa. Dobbiamo aprire la strada ad un'Europa più vicina a noi. Un'Europa che è sempre più consapevole dei problemi che l’hanno circondata. 
Io mi auguro di essere ancora vivo il giorno in cui dovranno scusarsi con la Grecia per il modo in cui si sono comportati. Perché è come se avessero maltrattato la loro stessa madre e l’avessero buttata per strada. La Grecia è la culla della civiltà, alla quale io appartengo. Ci sono le basi dell'Europa. Tutto il resto è superfluo.
A volte l'Europa ha avuto tendenze autodistruttive ...
Stiamo cercando di evitarle. L'Europa di oggi è uscita da una guerra che abbiamo vinto pagando un prezzo pesante per ottenere la libertà, per vivere in società democratiche e con sistemi di protezione sociale. Non dobbiamo permettere il ritorno ad un periodo di insicurezza e di annullamento dei nostri diritti. A maggio dobbiamo scegliere il futuro, la ricostruzione dell'Europa sulla base della giustizia, la solidarietà e i fondamenti democratici. Per questo motivo dobbiamo fare tutti noi uno sforzo congiunto con Alexis Tsipras.
Perché sostiene la creazione di una lista transnazionale in Italia con capolista un greco?
Mi sembra qualcosa di meraviglioso. E’ un modo per celebrare di nuovo l’Europa unita. Dobbiamo uscire dagli stretti confini nazionali e dai loro limiti. Se in Italia e in Grecia ci sono persone che hanno ideali comuni è completamente inutile continuare a parlare di Grecia e Italia. Parliamo di Europa e di questi ideali comuni, che rappresentano una vera e propria forza di cambiamento. Dopo tutti questi anni in questo mondo non abbiamo ancora capito che non siamo divisi da confini e lingue, ma che ci unisce una civiltà comune?
In Grecia il suo lavoro è molto noto e ha molti ammiratori. Molti si chiederanno cosa farebbe in questo caso il commissario Montalbano…
Ma Montalbano è stato accusato di comunismo perché è onesto e giusto! E’ un poliziotto che si distingue dagli altri per la qualità del suo carattere. Anche quando è stato costretto a mandare la polizia contro i lavoratori ha chiesto che andassero i carabinieri e non la polizia. Montalbano non colpisce la società. Esce fuori dalla stretta concezione che possiamo avere di un commissario di polizia, ed è sopra tutto un cittadino. Per questo sono sicuro che oggi sarebbe al nostro fianco.

venerdì 10 gennaio 2014

La Grecia sotto tutela «comanda» l’Unione

    
La Grecia sotto tutela «comanda» l’Unione
 

Di Anna Maria Merlo – il manifesto

Consiglio europeo. In un’Atene blindata, i grossi papaveri della Ue celebrano l’inizio del mini-semestre di presidenza greca del Consiglio europeo. Alexis Tsipras non partecipa alla cerimonia per protestare contro l’austerità imposta. La Grecia resta a rischio default: a metà anno, non avrà più soldi. Verso un terzo piano di aiuti?
In un’Atene con il cen­tro blin­dato, con la cir­co­la­zione bloc­cata, l’Unione euro­pea ha cele­brato ieri in un edi­fi­cio tutto nuovo l’inizio del seme­stre di pre­si­denza del Con­si­glio euro­peo da parte della Gre­cia, paese sotto tutela della troika. Una situa­zione sim­bo­lica, con gli alti papa­veri della Ue pro­tetti da cor­doni di poli­zia, per paura delle rea­zioni dei cit­ta­dini: “pre­si­denza, povertà, memo­ran­dum”, ha tito­lato un quo­ti­diano, con la vera agenda di un seme­stre di pre­si­denza dimez­zato – sarà in effetti di tre mesi, visto che a mag­gio ci sono le ele­zioni euro­pee, che rimet­te­ranno tutto in gioco – che sarà fatta di disoc­cu­pa­zione, dif­fi­cile uscita dalla reces­sione e incer­tezza sul futuro. Ale­xis Tsi­pras, di Syriza, ha rifiu­tato di par­te­ci­pare alla ceri­mo­nia, per pro­te­stare con­tro l’austerità impo­sta ad Atene ormai da sei anni e che ha por­tato a un calo del pil del 25% e una caduta del red­dito medio del 30%, con una disoc­cu­pa­zione che rimane tra le più ele­vate in Europa. Ma la Ue mostra sod­di­sfa­zione, visto che le pre­vi­sioni par­lano di una “ripresa” dello 0,6% in Gre­cia per il 2014. La Gre­cia spen­derà poco per la pre­si­denza – 50 milioni di euro (a titolo di para­gone, nel 2008, il seme­stre era costato alla Fran­cia 170 milioni). Per rispar­miare, tutte le riu­nioni di mini­stri avranno luogo ad Atene e il sot­to­se­gre­ta­rio agli affari euro­pei, Dimi­tri Kour­kou­las, ha tenuto a pre­ci­sare che la pre­si­denza sarà “sotto il segno dell’austerità”.
Il primo mini­stro greco, Anto­nis Sama­ras, spera che la Gre­cia diventi “un paese come gli altri” gra­zie a que­sta pre­si­denza, che non evi­terà pero’ nuovi dik­tat della troika (Ue, Bce e Fmi), che a metà gen­naio sbar­cherà di nuovo ad Atene, per deci­dere se ci sarà biso­gno di un terzo piano di aiuti. La pre­vi­sta visita di una dele­ga­zione del par­la­mento euro­peo que­sta set­ti­mana, desti­nata ad inda­gare sull’attività della troika, è stata riman­data sine die. Mal­grado il titolo sim­bo­lico di “pre­si­denza del Con­si­glio seme­strale”, il rischio di default della Gre­cia non è escluso: a metà anno, il paese man­cherà di finan­zia­menti, dovrà tro­vare 11 miliardi di euro per non fare fal­li­mento. Sulla Gre­cia pesa il debito, che è salito al 175% del pil e i pre­stiti che ha otte­nuto a caro prezzo sociale, 260 miliardi dal 2010, da rim­bor­sare (mal­grado la can­cel­la­zione di 107 miliardi di debito di inve­sti­tori pri­vati, vale a dire la più grande ristrut­tu­ra­zione della sto­ria). Ad aprile sono pre­vi­ste discus­sioni sul debito. Il mini­stro delle finanze, Yan­nis Stur­na­ras, esclude un hair cut, men­tre spera di poter otte­nere tempi più lun­ghi per rim­bor­sare, a tassi di inte­resse meno elevati.
La Gre­cia punta sulla pre­si­denza per miglio­rare la pro­pria posi­zione di paria d’Europa, il paese che ha rischiato l’esclusione dall’euro. Il mini­stro degli esteri, Evan­ge­los Veni­ze­los, ha assi­cu­rato che la Gre­cia assi­cu­rerà la pre­si­denza con “un senso acuto delle pro­prie respon­sa­bi­lità”. Veni­ze­los intende met­tere l’accento soprat­tutto sul patto per la cre­scita, in par­ti­co­lare sull’occupazione gio­va­nile (i miseri 6 miliardi stan­ziati l’anno scorso) e sull’Unione ban­ca­ria. Atene insi­ste anche sui tassi di inte­resse, che, mal­grado la dimi­nu­zione dello spread di que­sti giorni, restano per la Gre­cia più del dop­pio di quelli tede­schi. Infine, la pre­si­denza greca, che su que­sto fronte sarà seguita dall’Italia che suc­ce­derà ad Atene nella rota­zione seme­strale alla testa del Con­si­glio, si inte­res­serà in par­ti­co­lare alla gestione dei flussi migra­tori, in un’Europa dove la repres­sione resta il solo abbozzo di poli­tica comune (Fron­tex e Euro­sur), senza pro­getti né soli­da­rietà di fronte al dramma degli sbarchi.
Le ele­zioni euro­pee avranno luogo (tra il 22 e il 25 mag­gio), durante la pre­si­denza greca. E la minac­cia di un grosso risul­tato di Alba Dorata in Gre­cia, dove avranno con­tem­po­ra­nea­mente luogo anche le muni­ci­pali, getta un’ombra pesante non solo su Atene, ma su tutta l’Europa, in preda alla delu­sione e al rigetto dell’Unione euro­pea, che rischia di tra­dursi un po’ dap­per­tutto nelle urne con un’impennata dell’estrema destra.

Il premier Samaras: «Syriza è terrorista»

Fonte: il manifesto | Autore: Argiris Panagopoulos                                   
Sem­brava ieri che la pre­si­denza greca avesse blin­dato tutta Atene per far fronte ad un «ter­ro­ri­sta», «estre­mi­sta e mar­gi­nale»: Toni Negri. Pro­prio nel giorno in cui la Gre­cia è diven­tata pre­si­dente di turno del Con­si­glio euro­peo e ad Atene è arri­vato il Com­mis­sa­rio capo della troika, Bar­roso. Non si sa se il man­dato di cat­tura sia stato già emesso dal pre­mier Anto­nis Sama­ras e dal suo «scan­da­liz­zato» por­ta­voce Simos Kedi­ko­glou. Di sicuro però la Nuova Demo­cra­zia di Sama­ras ha usato l’editoriale di Toni Negri e San­dro Mez­za­dra apparso sul sito «Euro­No­made», con il titolo «Rom­pere l’incanto neo­li­be­rale: Europa, ter­reno di lotta», che è stato pub­bli­cato dal gior­nale di Syriza Avgi , per creare uno nuovo «teo­rema Calo­gero» alla greca, tanto da attac­care, final­mente insieme, Syriza, Negri e tutti i «ter­ro­ri­sti» possibili.
Com’è andata? «Sono note le rela­zioni di Syriza con il ter­ro­ri­smo», ha avver­tito subito con un comu­ni­cato stampa il par­tito di Sama­ras Nuova Demo­cra­zia, denun­ciando che il quo­ti­diano di Syriza Avgi aveva pub­bli­cato ieri l’editoriale di Toni Negri e San­dro Mez­za­dra apparso su «Euro­no­made», che aveva un com­mento posi­tivo per la can­di­da­tura di Tsi­pras alla pre­si­denza della Com­mis­sione Euro­pea. «La can­di­da­tura di Ale­xis Tsi­pras, lea­der di Syriza, a pre­si­dente della Com­mis­sione euro­pea rive­ste in que­sto qua­dro un indub­bio signi­fi­cato, e ha deter­mi­nato in molti Paesi una posi­tiva aper­tura di dibat­tito a sini­stra», ave­vano scritto Negri e Mez­za­dra ignari delle ten­denze per­se­cu­to­rie di Kedi­ko­glou. «Oggi è il giorno dell’inizio della pre­si­denza greca in Europa. L’organo uffi­ciale di Syriza — accusa Nuva Demo­cra­zia -, per l’occasione ha scelto di met­tere bene in evi­denza gli alleati del signor Tsi­pras in Europa. Senza ver­go­gna, ha così pre­sen­tato tra i soste­ni­tori di Tsi­pras Anto­nio Negri, che è stato con­dan­nato a 30 anni di pri­gione dalla magi­stra­tura ita­liana, che alla fine sono stati com­mu­tati in 13, per isti­ga­zione e par­te­ci­pa­zione a vio­lenza armata. Sospet­tiamo che Syriza sia orgo­glioso di otte­nere il soste­gno di un’altra per­so­na­lità noto­ria­mente estre­mi­sta e mar­gi­nale. Ma sono note le posi­zioni (e le rela­zioni) di Syriza con il ter­ro­ri­smo». Nuova Demo­cra­zia, non con­tenta, dichiara di stare ancora aspet­tando «una con­vinta con­danna sia di Anto­nio Negri sia dei mili­tanti del par­tito e di Avgi , che in ogni occa­sione difen­dono i ter­ro­ri­sti». E come se non bastasse più tardi sono addi­rit­tura arri­vate le richie­ste di dimis­sioni della dire­zione del gior­nale e niente di meno anche l’arresto del «terrorista».
Alle accuse di Nuova Demo­cra­zia ha rispo­sto il por­ta­voce di Syriza Panos Skour­le­tis dagli schermi di Sky, soste­nendo che il par­tito di cen­tro­de­stra «ha detto la prima bar­zel­letta dell’anno»: «Prima denun­ciano tutto il per­so­nale poli­tico e i mili­tanti di Syriza come amici e pro­tet­tori di ter­ro­ri­sti, ora pro­pon­gono di arre­stare anche Toni Negri in Ita­lia. Imma­gino che ora l’Italia sia attra­ver­sata da una grave crisi poli­tica dopo que­sto chias­soso comu­ni­cato stampa di Nuova Demo­cra­zia. L’ auto­ri­di­co­liz­za­zione di que­sto governo non ha limiti. Il primo giorno della assun­zione della pre­si­denza euro­pea, denun­ciano Syriza come orga­niz­za­zione ter­ro­ri­sta e nello stesso momento proi­bi­scono le mani­fe­sta­zioni in tutta la Grecia».
Intanto nel sito di Avgi è apparsa un’intervista di Toni Negri al gior­nale filo­go­ver­na­tivo Vima del lon­tano 2003, quando il «ter­ro­ri­sta» Negri aveva par­te­ci­pato ad una con­fe­renza di movi­menti a Salo­nicco. Ben prima dei memo­ran­dum, di Sama­ras, di Kedi­ko­glou e del sov­ver­sivo Syriza.

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