Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!

venerdì 12 luglio 2013

Grecia, Cipro e Siria : messe ko per rubargli il gas


     
Cosa c'è lì sotto, nel fondale marino dell'Est Mediterraneo? Uno smisurato giacimento di gas. Ecco perché vogliono radere al suolo la sovranità di più stati vicini.


da Libreidee.

Grecia, Cipro, Siria. Tre crisi ben distinte, secondo la narrazione mainstream: il debito pubblico non più tollerato dall'Europa del rigore, la fragilità del sistema bancario dell'isola mediterranea, la rivolta armata contro il regime di Assad.

Peccato che nessuno veda cosa c'è sotto: ma proprio in fondo, là in basso, nel fondale marino dell'Egeo. Tecnicamente: uno smisurato giacimento di gas. Un tesoro inestimabile, a cui avrebbero accesso - per diritto internazionale - sia i greci massacrati dalla Troika, sia i ciprioti strapazzati da Bruxelles, sia i siriani assediati dai miliziani Nato travestiti da ribelli.

Quel tesoro lo vogliono per intero, e a prezzi stracciati, le Sette Sorelle.

E' questo il vero motivo per cui si sta cercando di radere al suolo la sovranità della Grecia, di Cipro e della Siria.

Non si tratta di una tesi, ma di fatti che il mondo diplomatico conosce. Parola di Agostino Chiesa Alciator, già console italiano in Francia. Che avverte: il disastro che ci sta rovinando addosso - crisi economica, catastrofe finanziaria, focolai di guerra permanente in ogni angolo del pianeta- ha una precisa di data d'inizio: 11 settembre. Non quello del 2001, le Torri Gemelle. Si tratta di undici anni prima: la caduta del Muro di Berlino. Quel giorno del 1990, George Bush - il padre, già direttore della Cia - tenne un discorso storico: annunciò l'avvento di un Nuovo Ordine Mondiale, diretto da Washington e Londra.

Era il punto di partenza di un processo inesorabile: dalla trasformazione radicale della Nato - da struttura difensiva ad organo offensivo, per il dominio del pianeta - fino alla neutralizzazione dell'Onu per aprire agli Usa la via della "guerra preventiva", con un unico movente: procacciarsi l'accesso incondizionato al petrolio, come unico valore reale a sostegno dell'architrave dell'economia americana, il dollaro.

Quello, spiega Alciator, è il momento in cui si incrina l'equilibrio del mondo, caduta l'Unione Sovietica. Il Progetto per un Nuovo Secolo Americano, formalizzato alla fine degli anni '90 da George W. Bush, ne è un semplice sviluppo: «Gli Stati Uniti si arrogano il diritto di intervenire in tutto il mondo laddove i loro interessi siano considerati messi in gioco.

Questa è, di fatto, l'esautorazione completa delle Nazioni Unite e del loro ruolo, fino ad allora gestito - bene o male - nella legalità internazionale, da un Consiglio di Sicurezza che rispecchiava equilibri di potenza».

Dalla geopolitica all'economia, il passo è breve: «L'altro pilastro del dominio globale è il dollaro, la sua circolazione forzosa internazionale»,spiega Alciator.

«Di qui tutti gli accordi, più o meno segreti, coi paesi produttori di petrolio, per i quali il petrolio è obbligatoriamente negoziato in dollari». Il problema nasce con la fine del rapporto tra dollaro e oro, il 16 luglio 1971:«Da un giorno all'altro, Nixon decide che non c'è più il cambio fisso tra 36 dollari e un'oncia d'oro: a quel punto, il dollaro non ha più un punto di riferimento stabile sul quale basare tutte le transazioni e le negoziazioni valutarie in tutto il mondo, e diventa una valuta negoziabile in quanto tale, senza più alcun riferimento».

Prospettive economiche per i nostri (pro)nipoti?

di Giorgio Gattei

Nell'era della "disoccupazione tecnologica", il reddito di cittadinanza dovrebbe essere quella parte di profitto a cui il capitale rinuncia per garantirsi la domanda di merci

Piuttosto che intervenire sulle condizioni di fattibilità pratica del reddito di cittadinanza, su cui non ho competenza, vorrei interrogarmi sul significato storico che può assumere il dibatterne oggi. Infatti io lo giudico un argomento economico cruciale posto dalla mutazione radicale che sta subendo la “maniera capitalistica del produrre”.
Finalmente, dopo un anno di passione sulla tenuta dei conti pubblici, si è arrivati a discutere della disoccupazione, di cui però si possono dare due tipi. C’è la disoccupazione provocata dalla “insufficienza di domanda effettiva” (ossia dalla domanda assistita da moneta): essendo necessaria manodopera per produrre le merci, se queste non trovano domanda adeguata, l’occupazione necessariamente calerà. Da qui il rimedio a simile disoccupazione - che è detta “keynesiana” perchè riconosciuta magistralmente da J. M. Keynes - che consiste nel rilancio della domanda tramite aumento dei consumi delle famiglie e/o dello Stato.
C’è però anche un altro tipo di disoccupazione, di cui poco si parla e di cui aveva ben detto Giorgio Lunghini oltre un decennio fa quando ha osservato che «la relazione biunivoca e stabile tra produzione di merci e occupazione di lavoro vivo è mutata: è ancora vero che, se la produzione cala l’occupazione cala, ma non è più vero l’inverso, che se la produzione riprende anche l’occupazione riprende» (1). È questa la disoccupazione tecnologica – o “ricardiana” perchè individuata da D. Ricardo fin dal 1821 – che è provocata dalla “sostituzione di macchine a lavoro”, così che anche a rilanciare gli investimenti i disoccupati crescono invece di diminuire perchè i posti di lavoro che si guadagnano dove si producono le “macchine” non compensano quelli che si perdono dove s’introducono le “macchine”.
Per come la giudico io, la disoccupazione attuale è soprattutto “ricardiana”, essendo dovuta al trapasso dal fordismo ad una “maniera post-fordista” del produrre che, se qualcosa vuol dire, può significare soltanto “sostituzione d’informatica al lavoro”. Ne risulta un eccesso di manodopera che viene espulsa dalla produzione e che, non sapendo come gestirla, resta lì (almeno finché sopporta la propria esclusione). Questa disoccupazione ha però origini lontane essendosi presentata in Italia fin dagli scorsi anni ’90, ma allora era stata recuperata mediante la “precarizzazione” del mercato del lavoro giudicandosi che, a salari stracciati, le imprese avrebbero assunto quei lavoratori “usa e getta”. In effetti così è stato, come documentano le statistiche, ma con la brutta conseguenza di un calo storico della produttività del lavoro perchè, se si possono costringere i precari a lavorare di più, non gli si può però imporre di lavorare meglio. Da qui la comparsa di una occupazione flessibile a bassa produttività di cui tutti hanno finito per lamentarsi (2) e contro la quale ha provato a muoversi la cosiddetta “riforma Fornero” imponendo alle imprese l’obbligo di trasformare, dopo un certo tempo, le occupazioni a tempo determinato in posti fissi, così che, gravate da un maggior onere salariale, si decidessero a cavalcare anche la via dello sviluppo tecnologico. Ma le imprese, dovendo passare alle “macchine”, hanno preferito licenziare i precari piuttosto che stabilizzarli e così quella disoccupazione “ricardiana” è tornata sulla scena. E ora come recuperarla?
Non tutti sanno che anche Keynes ha parlato della disoccupazione “ricardiana” in uno scritto del 1930 che, a leggerlo oggi, appare del tutto consono al momento: «l’efficienza tecnica è andata intensificandosi con ritmo più rapido di quello con cui riusciamo a risolvere il problema dell’assorbimento della manodopera ed il sistema bancario e monetario del mondo ha impedito che il tasso d’interesse cadesse con la velocità necessaria al riequilibrio». La conseguenza è «una nuova malattia di cui alcuni lettori possono non conoscere ancora il nome, ma di cui sentiranno molto parlare nei prossimi anni: vale a dire la “disoccupazione tecnologica”. Il che significa che la disoccupazione dovuta alla scoperta di strumenti economizzatori di manodopera procede con ritmo più rapido di quello con cui riusciamo a trovare nuovi impieghi per la stessa manodopera». A rimedio di questa disoccupazione Keynes proponeva di lavorare meno per lavorare tutti: «turni giornalieri di tre ore e settimana lavorativa di quindici ore» potrebbero essere la soluzione «affinché il poco lavoro che ancora rimane sia distribuito fra quanta più gente possibile» (3).

Gli USA blindano i segreti su Osama Bin Laden


      - megachip -
L'America colpita dalla defezione del dissidente Snowden blinda i suoi segreti. Uno di essi è l'operazione con cui nel 2011 fu liquidata la pratica Bin Laden.


di Pino Cabras.

L'America colpita dalla defezione del dissidente Edward Snowden vuole blindare i suoi segreti più imbarazzanti. Uno di questi è l'operazione con cui nel 2011 venne liquidata la pratica Osama Bin Laden. La storia dell'operazione della Delta Force ad Abbottabad era apparsa sin dall'inizio poco credibile, e prima o poi gli scettici avrebbero potuto ottenere documenti diversi dalle patacchefin qui rifilate al grande pubblico con la sonnecchiante complicità dei principali organi di informazione. I militari coinvolti nel blitz sono quasi tutti morti nel giro di due anni (la maggior parte dopo pochi mesi), ma i segreti a volte trovano una strada. Meglio non rischiare, se ti chiami William McRaven e sei l'ammiraglio che comanda le operazioni speciali delle più potenti forze armate della Storia. Così McRaven ha ordinato che i file concernenti l'intervento sul presunto covo di Bin Laden siano rimossi dai computer del Pentagono e messi al sicuro presso quelli più impenetrabili della CIA. Più impenetrabili non tanto nei confronti di ipotetiche incursioni di pirati informatici, quanto verso qualche ficcanaso che osasse acquisire i documenti in forza della legge USA sull'accesso agli atti non ancora diffusi dal governo, il FOIA(Freedom Of Information Act).
Anche sul segreto doveva esserci un segreto: un metasegreto. Nessuno doveva sapere che si trasferivano i documenti. Ma un breve riferimento all'operazione contenuto in una relazione dell'ispettore generale del Pentagono ha indirettamente portato a galla la storia. Il viaggetto dei file alla chetichella dal Pentagono alla CIA eludeva più leggi federali, tra cui il FOIA, ma l'Amministrazione Obama non ha avuto nulla da obiettare. Non ci sorprende, perché da tempo osserviamo le gesta di Barack Obush.
Continuano così a espandersi - ancora nel 2013 - gli effetti del 2001, quando il doppio shock dei mega-attentati dell'11 settembre e delle lettere all'antraceprovenienti dai laboratori militari USA costrinse i parlamentari ad approvare a scatola chiusa il PATRIOT Act, la legge che ha alterato definitivamente l'equilibrio dei poteri a Washington, con effetti globali.
I presidenti passano, ma rimane un nucleo più importante dello "Stato profondo" che non accetta limiti. Questo nucleo del potere non ammette più nessuna normale procedura investigativa, tanto meno nelle forme processuali del diritto occidentale. Ma non è solo questione di giudici: si riducono le possibilità di scrutinio da parte della cosiddetta "pubblica opinione" così come l'abbiamo conosciuta, con alti e bassi, negli ultimi secoli.
Con lo scudo dei segreti, un provvedimento amministrativo dopo l'altro, l'America sta cambiando forma di Stato. Il nuovo potere costituito non può accettare che si vedano le carte legate all'atto fondativo della nuova costituzione materiale: l'11/9 e dintorni.

giovedì 11 luglio 2013

La congiura degli eguali, l’editoriale di Travaglio


zzzzx

 

In un paese civile non ci sarebbe nemmeno discussione: un politico che per giunta sostiene il governo dopo averlo presieduto tre volte, imputato per frode fiscale, rinuncerebbe alla prescrizione per essere assolto nel merito, sempreché – si capisce – fosse innocente. Perché, se dovesse mai incassare una prescrizione dopo due condanne, dovrebbe subito dimettersi da ogni incarico pubblico in base all’articolo 54 della Costituzione: “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”. E, se non gli fossero chiari i concetti di “disciplina e onore”, provvederebbero i compagni di partito e gli alleati di maggioranza, scaricandolo su due piedi per evitare l’imbarazzo di sedergli accanto. E il capo dello Stato rifiuterebbe di riceverlo al Quirinale, per motivi igienici. Ma, siccome siamo in Italia, dov’è reato dire “paese di merda” ma è lecito far di tutto perché i cittadini onesti lo pensino, ecco il coro delle prefiche, dei servi e dei venduti contro la Cassazione che – horribile dictu – tenta di evitare che il processo Mediaset venga ancora falcidiato dall’ennesima prescrizione. I fatti sono chiari: quando i reati – falso in bilancio, frode fiscale e appropriazione indebita – furono scoperti (era il 2004), la frode ammontava a 368 milioni di dollari di costi gonfiati tramite società offshore per non pagare le tasse (fatti commessi nel 1995-’98, con effetti fiscali fino al 2003). Nel 2005 B. scoprì di essere indagato e impose subito l’ex-Cirielli, che tagliava la prescrizione da 10 anni a 7 e mezzo, e una raffica di condoni e scudi fiscali. Così ogni anno vide evaporare un pezzo del suo monumentale delitto e nel maggio scorso, quando arrivò la condanna d’appello, restavano 4,9 milioni di euro evasi nel 2002 e 2,4 nel 2003. Ma a metà settembre si estingueranno anche quelli del 2002. Dunque, se la Cassazione non sentenzia prima, la pena di 4 anni scenderà, probabilmente sotto i 3, con due conseguenze: il processo tornerà in Corte d’appello per rideterminarla; e sparirà la pena accessoria del-l’interdizione di 5 anni dai pubblici uffici, prevista solo per le pene sopra i 3 anni.Insomma B., che già non rischia il carcere perché ha più di 70 anni (grazie al regalo di compleanno contenuto nell’ex Cirielli) e perché 3 dei 4 anni sono coperti da indulto (gentile omaggio del centrosinistra), potrebbe restare tranquillamente in Parlamento. Almeno per un altro anno, fino a quando la Corte d’appello rideterminerà la sua pena. O per sempre, se poi la pena scendesse sotto i 3 anni. Peccato però che la Cassazione abbia l’obbligo di esaminare subito i processi a rischio di prescrizione o di decorrenza dei termini di custodia cautelare. Per evitare che i delitti restino impuniti (con grave danno per le vittime: in questo caso l’Erario) e che soggetti pericolosi escano dal carcere e spariscano dalla circolazione prima della condanna. La Sezione Feriale della Cassazione (che resta aperta durante le ferie estive, da luglio a settembre) è lì apposta: per trattare i processi che, diversamente da quelli normali rinviabili a dopo le vacanze, sono urgenti: quelli con imputati detenuti in scadenza e quelli – vedi decreto del primo presidente Ernesto Lupo del 24-6-2011 – “per i quali la prescrizione maturi durante la sospensione o nei successivi 45 giorni”. Proprio il caso del processo Mediaset, che a metà settembre sarebbe dimezzato dalla prescrizione. Perciò è stato assegnato alla Sezione Feriale per il 30 luglio. E gli alti lai del Pdl & company sulla “fretta sospetta” (figuriamoci: per un processo nato 9 anni fa!) della Cassazione per eliminare B. dalla vita politica sono pura propaganda, e di bassissima lega: come se la prescrizione fosse un diritto del-l’imputato, o addirittura il fine ultimo del processo penale. Anche stavolta, la Cassazione ha trattato B. come qualunque imputato nelle sue condizioni, perché la legge è uguale per tutti. Ed è proprio questo lo scandalo.
Marco Travaglio sul Fatto

Grillo: "Italia sta saltando, governo si balocca"

Il leader di M5S dopo l'incontro con il capo dello Stato: "Ho ringraziato Napolitano per la sollecitudine. Gli ho espresso la mia preoccupazione per la condizione economica, sociale e politica del Paese. Gli ho chiesto di tornare alle urne se necessario". Al vertice anche Casaleggio


Grillo: "Italia sta saltando, governo si balocca" Beppe Grillo
ROMA - "Caro Presidente, ho chiesto questo incontro, di cui la ringrazio per la sollecitudine, per esprimerle direttamente le mie preoccupazioni sulla situazione economica, sociale e politica del Paese convinto che misure urgenti e straordinarie pari a quelle di un’economia di guerra, non possano più aspettare oltre, neppure un giorno". Questo ha detto Beppe Grillo nell’incontro con il Presidente Napolitano aggiungendo che l’Italia si avvia verso la catastrofe e che la classe politica è responsabile di questo sfacelo.Il movimento 5 stelle chiede di ritornare alle urne prima possibile, critica il ricorso alla legiferazione per decreto e senza programmazione con un parlamento esautorato. non siamo più una repubblica parlamentare , aggiunge Grillo, e forse non esiste più la democrazia.
La conferenza stampa fiume di Beppe Grillo senza Gianroberto Casaleggio, presente solo da Napolitano, è stata una occasione per riproporre tutti i temi caldi del Movimento 5 Stelle e per criticare aspramente, come di consueto per questa formazione politica, l’immobilismo sui tagli agli sprechi e alla vita politica italiana. In conclusione, prima delle domande di routine, la richiesta più forte è di abrogare la legge elettorale, definita incostituzionale, e di sciogliere le camere, ma anche di abolire il finanziamento pubblico ai partiti, eliminare ogni grande opera inutile e fermare l’acquisto degli F35. Mentre Grillo parla ai giornalisti in conferenza stampa, criticando duramente il loro operato nei riguardi con i parlamentari del movimento 5 stelle, gli stessi parlamentari si riuniscono in piazza Montecitorio per protestare contro il governo.

SIAMO GIOVANI MA DETERMINATI – Grillo ha continuato a descrivere la situazione di sofferenza del paese giustificando gli errori dei 5 Stelle con la giovane età della nuova formazione politica che tuttavia, ha aggiunto, ha le idee chiare e una serie di proposte concrete come gli aiuti alle imprese, il reddito di cittadinanza, l’impignorabilità della prima casa, l’abolizione delle province e di tutti i privilegi e gli sprechi delle figure istituzionali. E ancora Grillo ha parlato del finanziamento pubblico ai giornali e del debito della Rai, che continua a commissionare all’esterno quello che potrebbe realizzare con i suoi oltre 12 mila dipendenti, una azienda pubblica ora sotto osservazione del nuovo Presidente della Vigilanza targato 5 Stelle. La critica più forte alla classe politica attuale, la stessa che ha permesso questa situazione disperata, con una disoccupazione record mai vista dal 1977, la continua crescita del debito pubblico 110 mila miliardi l’anno e le imprese che chiudono al ritmo di una al minuto. Secondo Grillo si può rimanere nell’euro ma rinegoziando le condizioni o attraverso l’emissione di Eurobond. Infine il leader del movimento 5 Stelle ha minacciato l’uscita dal Parlamento nel caso che le sue parole non vengano ascoltate.

Beppe Grillo

dal Blog di Beppe Grillo
Il Paese è in ostaggio a causa di un condannato per evasione fiscale a quattro anni di carcere in secondo grado. Ieri, per il suo processo, si è fermato per solidarietà persino il Parlamento. Hanno votato a favore gli impiegati del pdl nominati alle Camere dal Padrone e una parte degli impiegati del pdmenoelle nominati per corrispondenza, sempre dallo stesso Padrone. Il Partito Unico dell'Impunità che strepita contro la corruzione e l'evasione e si indigna per il mancato scontrino di un bar, ha per simbolo e Lord protettore (soprattutto di sé stesso) un evasore conclamato. Berlusconi, novello Sansone con il parrucchino al posto della chioma, minaccia di far morire con sé tutti i Filistei. Con la condanna definitiva da parte della Cassazione i suoi lacchè in Parlamento e i fedeli alleati del pdmenoelle, più fedeli del cane più affezionato, scomparirebbero come neve d'agosto. Presidenti, consiglieri, direttori piazzati un po' ovunque negli enti pubblici e parapubblici farebbero le valige. Uno sconvolgimento mai visto dalla fine della guerra. Siamo al punto da non capire più se è lui a non voler farsi processare o se sono invece i suoi sodali senza arte né parte come Gasparri, Alfano, Santanchè, Brunetta, Bersani, D'Alema, Epifani (pdl o pdmenoelle non fa differenza) a trattenerlo ad ogni costo, imbalsamato come la mummia di Lenin al Cremlino, in esposizione per gli elettori rimbambiti dalle televisioni di regime. Votate l'evasore, votate per voi. Se Berlusconi evade e può fare strame dell'Italia, allora perché un cittadino dovrebbe pagare le tasse o le cartelle di Equitalia? Se il pesce puzza dalla testa e nessun partito (Rigor Montis che volevi tassare anche l'aria dove ti sei nascosto?) o istituzione si tura il naso, anzi tollera e invita a respirare a pieni polmoni il lezzo di impunità, perché il contribuente dovrebbe svenarsi tra tributi, balzelli e dichiarazioni dei redditi? In uno Stato democratico se impunità deve essere, sia per tutti, se evasione deve essere, sia per ognuno. Il Berlusconi che è in noi deve trovare l'uscita per i paradisi fiscali, il lavoro nero, la ricevuta mai data. Ogni evasore che si rispetti, meglio se totale, deve poter avere l'assistenza gratuita di pdl e pdmenoelle. Telefonare per informazioni a Brunetta o a Franceschini, numero verde di Arcore.

mercoledì 10 luglio 2013

Un reddito di base come reddito primario

di Andrea Fumagalli , Carlo Vercellone

 

Più che di un reddito di cittadinanza si dovrebbe parlare di un reddito di base incondizionato: un salario sociale legato ad un contributo produttivo oggi non riconosciuto
Sia sul sito di Sbilanciamoci che su il manifesto sono apparsi alcuni articoli critici in materia di reddito di cittadinanza (vedi, tra gli altri, gli articoli di Pennacchi, Lavoro, e non reddito, di cittadinanza, e Lunghini, Reddito sì, ma da lavoro). In questa sede, vorremmo chiarire alcuni principi di fondo per meglio far comprendere che cosa, a nostro avviso, si debba intendere quando in modo assai confuso e ambiguo si parla di “reddito di cittadinanza”. Noi preferiamo chiamarlo reddito di base incondizionato (Rbi) ed è su questa concezione che vorremmo si sviluppasse un serio dibattito (con le eventuali critiche). Le note che seguono sono una parte di una più lunga riflessione che apparirà sul n. 5 dei Quaderni di San Precario.
La proposta di un Rbi di un livello sostanziale e indipendente dall’impiego, elaborata nel quadro della tesi del capitalismo cognitivo, poggia su due pilastri fondamentali.
Il primo pilastro riguarda il ruolo di un Rbi in relazione alla condizione della forza lavoro in un’economia capitalista. La disoccupazione e la precarietà sono qui intese come il risultato della posizione subalterna del salariato (diretto e eterodiretto) all’interno di un’economia monetaria di produzione: si tratta della costrizione monetaria che fa del lavoro salariato la condizione d’accesso alla moneta, cioè a un reddito dipendente dalle anticipazioni dei capitalisti concernenti il volume della produzione e quindi del lavoro impiegabile con profitto. In questa prospettiva, il ruolo del Rbi consiste nel rinforzare la libertà effettiva di scelta della forza lavoro incidendo sulle condizioni in virtù delle quali, come sottolineava ironicamente Marx, il “suo proprietario non è solo libero di venderla, ma si trova anche e soprattutto nell’obbligo di farlo”. Inoltre, il carattere incondizionato e individuale del Rbi – in quanto strumento e non fine a e stesso (spesso si fa confusione al riguardo) – aumenterebbe il grado di autonomia rispetto ai dispositivi tradizionali di protezione sociale ancora incentrati sulla famiglia patriarcale e su una figura del lavoro stabile che oggi ha perso la sua centralità storica.
Da questa concezione derivano due corollari essenziali.
In primo luogo, l’importo monetario del Rbi deve essere sufficientemente elevato (almeno la metà se non il 60% del salario mediano – non medio) per permettere di opporsi all’attuale degradazione delle condizioni di lavoro e favorire la mobilità scelta a discapito della mobilità subita sotto la forma di precarietà. In questa prospettiva, il Rbi permetterebbe inoltre un effettiva diminuzione del tempo di lavoro. La garanzia di continuità del reddito permetterebbe infatti a ognuno di gestire i passaggi tra diverse forme di lavoro e di attività riducendo il tempo di lavoro sull’insieme del tempo di vita in modo più efficace che attraverso una riduzione uniforme del tempo di lavoro sulla settimana lavorativa, in un contesto in cui per una parte crescente della forza-lavoro l’orario settimanale di lavoro non è più oggi quantificabile, né misurabile.
In secondo luogo, la proposta di Rbi si iscrive in un progetto più ampio di rafforzamento della logica di demercificazione dell’economia all’origine del sistema di protezione sociale che si propone di completare salvaguardando le garanzie legate alle istituzioni del Welfare (pensioni, sistema sanitario, indennità di disoccupazione, ecc.) e adeguandole alle nuove forme di lavoro, che oggi ne sono escluse (la maggior parte dei precari non riesce ad accedere a nessun ammortizzatore sociale oggi in vigore)
Il secondo pilastro della nostra concezione del Rbi consiste nel considerarlo come un reddito primario, vale a dire un salario sociale legato ad una contribuzione produttiva oggi non remunerata e non riconosciuta.

martedì 9 luglio 2013

Guerra e capitalismo

L'ipocrisia del dibattito sulle spese militari

di Giovanna Cracco - sinistrainrete -

Il Conflict Barometer, la pubblicazione annuale dell’Heidelberg Institute for International Conflict Research, per il 2012 registra 396 confitti in corso nell’intero pianeta, nove in più rispetto al 2011 – occorre sottolineare che secondo la metodologia utilizzata per la classificazione, all’interno di un Paese o fra Paesi diversi possono esistere più confitti contemporaneamente, a seconda degli attori (Stati, gruppi, fazioni) coinvolti. 188 sono classificati “confitti non violenti” (105 controversie e 83 crisi), 43 “guerre altamente violente” e 165 “crisi violente”, per un totale quindi di 208 confitti armati, il numero più alto mai registrato dall’istituto a partire dal 1945. I principali teatri sono l’Africa sub-sahariana (19 guerre e 37 confitti violenti), la zona dell’Asia e dell’Oceania (10 guerre e 55 confitti), il Medio-riente e l’area del Maghreb (9 guerre e 36 confitti). Angola, Chad, Congo, Etiopia, Niger, Sudan, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria le guerre maggiormente note all’opinione pubblica, ma nulla rende più l’idea della localizzazione dei confitti dello sguardo d’insieme che può offrire una mappa (vedi figura 1).

Il Rapporto Sipri 2013 (Stockholm International Peace Research Institute), relativo all’anno 2012 e pubblicato ad aprile scorso, denuncia una spesa militare globale di 1.753 miliardi di dollari, pari al 2,5% del pil mondiale. Nel conteggio sono inclusi acquisti di armamenti, spese per il personale civile, militare e paramilitare, spese di ricerca, spese per le missioni, comprese quelle definite di peacekeeping, e le spese a vario titolo contenute nei bilanci dei ministeri della Difesa dei diversi Stati.

Figura 1. Fonte: Conflict Barometer 2012, Heidelberg Institute for International Conflict Research

Enormità della cifra a parte, gli aspetti rilevanti sono due: appena 15 Paesi hanno speso, complessivamente, l’82% della spesa mondiale (vedi figura 2); il 58%, sempre della spesa mondiale, è stata effettuata dagli Stati del nord America (40%) e dell’Europa occidentale (18%), ossia da Paesi appartenenti a quell’area in cui non si registrano confitti armati in corso (vedi figura 3). Dal 2001, sottolinea il Rapporto, anno di avvio della “guerra globale al terrorismo”, a oggi, gli Usa hanno incrementato la propria spesa militare del 69%, arrivando a spendere, nel 2012, 682 miliardi di dollari; tuttavia la crisi economica inizia ora a pesare anche sul bilancio della Difesa americano, che registra un decremento del 8% rispetto al picco del 2010. Nell’area dell’Europa occidentale la punta massima di spesa si è avuta nel 2009 (+9% rispetto al 2001), per poi registrare un forte calo, anch’esso dovuto alla spending review dei vari conti pubblici, che ha portato a una riduzione complessiva del 1,5% nel periodo 2001-2012.



Figura 2. Fonte: Sipri 2013, Quote di spesa militare mondiale 2012 dei 15 Stati con la spesa più alta




Figura 3. Fonte: Sipri 2013, Quote regionali di spesa militare mondiale 2012


Nel 2012 l’Onu ha gestito 29 missioni internazionali, 14 delle quali nell’Africa sub-sahariana e 8 fra Medioriente e Ma-ghreb; l’Unione europea ne ha comandate 14, tra Europa, Medioriente, Asia e Africa sub-sahariana; la Nato è in Afghanistan ormai da dodici anni, poi è in Kosovo, in Somalia, nel mar Mediterraneo, nel mare del Corno d’Africa e nel Golfo di Aden, e dal dicembre scorso sul con-fine Turchia-Siria; nel 2011 ha condotto il confitto in Libia e lasciato l’Iraq, dopo la guerra avviata nel 2003.

domenica 7 luglio 2013

La geografia delle rivolte sociali

Scritto da Sergio Cararo - sinistrainrete -

Dai Pigs ai Brics. L’esplosione delle rivolte sociali coinvolge soprattutto i paesi emergenti. Il cambio di passo nell’economia mondiale aumenta le aspettative lì dove si cresce ma congela il conflitto dove è aumentata la paura di perdere tutto. E’ ipotizzabile un punto di convergenza della rivolta sociale?

Le rivolte popolari che hanno squassato prima il Medio Oriente e adesso paesi emergenti come Brasile, Turchia, Sudafrica, interrogano in modo decisivo sulle prospettive della lotta nel classe nel mondo contemporaneo.

La fortissima polarizzazione tra i centri imperialisti e i paesi emergenti, provoca effetti rilevanti nelle periferie interne come i paesi europei Pigs, dove le istituzioni del capitalismo finanziario e multinazionale impongono un brusco arretramento delle condizioni sociali e delle aspettative generali. Aspettative che, al contrario, non potevano che crescere nei paesi emergenti che vedono aumentare la loro quota nell’economia mondiale e i ritmi di crescita. Il problema è che le classi dominanti dei Brics non si sottraggono al dominio del capitalismo e della egemonia della finanziarizzazione, frustrando così le aspettative accresciute delle classi sociali che sono venute affermandosi dentro i nuovi livelli economici. Lo conferma il Brasile dove il PT (Partito de los Trabahladores) diventato partito di governo non si è sottratto ad una certa marcescenza e corruzione che viene denunciata nelle manifestazioni e dai movimenti sociali.



Da questa tabella mancano paesi importanti come Turchia e Sudafrica che possiamo ben considerare come economie emergenti.

La prima ha guadagnato diversi posti nella collocazione nelle filiere mondiali di produzione. Era tredicesima nel 1995 per valore aggiunto dei beni finali nelle esportazioni nell’area euro ed è salita all’ottavo posto nel 2009 (Bollettino mensile della Bce, maggio 2013). I turchi per anni hanno lavorato fino a 50 ore a settimana in previsione di una redistribuzione di reddito, diritti e qualità della vita che però non è arrivata (o è arrivata solo in piccola parte) e che ora è assai improbabile che arrivi di fronte alla crisi per ora ancora parziale di una bolla speculativa incentrata su edilizia e grandi opere.

Il secondo, Sudafrica, pur con tutte le sue arretratezze, rimane la maggiore potenza economica del continente africano (52 milioni di abitanti e un Pil di 408 miliardi di dollari nel 2011), insidiato dalla Nigeria ricca di petrolio e con il doppio degli abitanti ma priva di una struttura industriale come quella sudafricana. Le aspettative del dopo apartheid sono state ampiamente disattese sul piano economico-sociale con i programmi di crescita di ispirazione liberista del periodo M'Beki. L'attuale leadership di Zuma non ha avviato controtendenze ed anzi ha accentuato lo scontro sociale ad esempio con i minatori ma anche per i proletariato urbano delle baraccopoli. La morte di Mandela potrebbe togliere l'ultimo elemento "unificante" per la tenuta sociale, almeno sul piano dell'immagine e della memoria storica.

Sinistre e unità della sinistra

Giuliano Cappellini - sinistrainrete -

Miglioristi e antimiglioristi
Dopo quasi un quarto di secolo non ci pare che né i “miglioristi”, né i loro epigoni avanzino alcun bilancio del “migliorismo”, il movimento ideale e politico che allora ebbe successo nella sinistra italiana. Ciò non stupisce, perché oltre che liquidare il PCI, nessuna altra parte del programma “migliorista” è stato realizzato. Infatti, dal punto di vista “sociale e democratico” il capitalismo è stato “migliorato” solo in peggio e il “migliorismo” sembra svanito nel nulla.
Eppure il successo fu innegabile: con la rinuncia all’obiettivo del socialismo esso sanciva la resa della sinistra italiana al dominio senza vincoli del capitale su ogni aspetto della società, la soggezione ai modelli socio-economici ed alla propaganda dell’imperialismo nordamericano. Ma anche se si capiva che questa resa sarebbe stata pagata amaramente dalle masse lavoratrici del nostro paese, qualcuno si convinse che questo era il prezzo per non distruggere, in una drammatica contingenza della storia, il movimento operaio e la democrazia in Italia.
I “miglioristi”, però, non cercarono giustificazioni.
Essi semplicemente sfruttarono le circostanze per sdoganarsi come forza di governo e si arruolarono nelle schiere della Controriforma che il capitale guidò a livello internazionale sfruttando la caduta dell’Unione Sovietica. Si gettarono nell’azzardo della trasformazione strutturale dell’economia italiana senza alcuna precauzione1. Iniziarono lo smantellamento della Costituzione (un processo non ancora terminato), modificarono le leggi elettorali per assicurare l’alternanza al governo a due sole forze politiche relativamente omogenee, il centro-destra ed il centro-sinistra, in modo da sterilizzare prima ed eliminare poi, la rappresentanza nelle istituzioni nazionali di un’opposizione radicale al sistema, delle istanze sociali e dei comunisti. Oltre che garantire in Italia gli interessi presenti e futuri del grande capitale nazionale ed internazionale e lo sviluppo di legami condizionanti con l’Europa dei poteri forti e con gli Stati Uniti, si lavorò per definire un quadro istituzionale che negasse anche l’ipotesi di una trasformazione sociale del Paese per via democratica. Il connubio migliorismo-imperialismo fu rapido e totale. Si concluse che la “normalità” per il nostro paese non poteva che essere quella della partecipazione senza remore alle guerre di rapina decise dalla Nato anche fuori dai suoi confini e indipendentemente dal fatto che alcuni dei paesi colpiti fossero in ottime relazioni col nostro paese – era la volta dell’Yugoslavia –, mentre con altri le relazioni non fossero affatto ostili.
Miglioristi ed epigoni, dopo aver tollerato e favorito l’aggressione ai diritti dei lavoratori, dopo aver svenduto parti essenziali della sovranità nazionale a chi controlla l’Europa, dopo aver compromesso il Paese in guerre senza fine in tante parti del mondo, al termine di un’ingloriosa parabola, tramano oggi con la destra per riscrivere la Costituzione e ridurre la repubblica parlamentare a repubblica presidenziale. Né li ferma la crescente disaffezione popolare verso “la politica” (in realtà, “i loro pasticci”), che, se pure colpisce più la destra che il centro-sinistra, ha portato ai minimi storici l’elettorato del PD. Infatti, il punto fermo delle loro elaborazioni istituzionali sono leggi elettorali con soglie di sbarramento sempre più alte e, naturalmente, premi di maggioranza.
Ma allora, chi si oppose al “migliorismo” non riuscì a contrastare la scelta che i liquidatori imposero a tutto il movimento operaio. I “miglioristi” controllavano le nervature delle organizzazioni di massa ereditate dal PCI e gli “oppositori del migliorismo” che non avevano altra esperienza politica che quella, si sentirono presto come pesci fuori dall’acqua. Si cercò, allora, di sostenere, l’ascesa politica dei dirigenti sindacali che si collocavano alla sinistra dei “miglioristi” ma, sopiti i movimenti rivendicativi della classe operaia delle grandi industrie del nord, spenti i movimenti ribellistici 68ini, ci si accorse presto che il movimento sindacale non esprimeva più quadri di lotta carismatici ma “tattici” delle lotte interna alla CGIL, spesso logorati. Anche per questo l’“anti-migliorismo” fu incapace di intendere la dimensione globale dello scontro di classe e trattò con sufficienza ogni rapporto coi processi e le tensioni internazionali. Così, seguendo la deriva dei gruppi dirigenti dell’ultimo PCI, anche la maggioranza di chi si oppose al migliorismo perse progressivamente ogni capacità di analisi della situazione internazionale in rapporto alle vicende interne del paese2. Quadri e dirigenti miglioristi ed anti-miglioristi esprimevano un inedito provincialismo, senza capire che chi li aveva preceduti alla guida del movimento operaio e progressista italiano si era guadagnato la fiducia del popolo nella vittoriosa epopea della lotta antifascista, la grande esperienza internazionale indispensabile al riscatto nazionale.

Gli aiuti alla Grecia? Alle banche

Fonte: il manifesto | Autore: Marco Bersani
                   
A partire dal marzo 2010, Unione Europea e Fondo Monetario Internazionale hanno “salvato” la Grecia con ben 23 tranches di finanziamento, pari ad un totale di 206,9 miliardi di euro. Senza naturalmente fornire alcuna informazione sull’utilizzo di queste enormi cifre provenienti da fondi pubblici. È solo grazie ad uno studio condotto da Attac Austria che siamo in grado di affermare come il 77% di questi fondi siano andati a beneficio diretto o indiretto del settore bancario e finanziario. Infatti 58,2 miliardi (28,13%) sono serviti a ricapitalizzare le banche greche; 101,33 miliardi (48,98%) sono andati ai creditori dello Stato (fra questi 55,44 miliardi per rimborsare i buoni del Tesoro in scadenza, 34,6 miliardi come incentivo per ottenere l’accordo dei creditori sulla ristrutturazione del debito nel marzo 2012); 11,3 miliardi (5,4%) sono stati destinati al riscatto del debito nel dicembre 2012; 0,9 miliardi (0,43%) hanno rappresentato il contributo della Grecia al finanziamento del fondo di salvataggio europeo (Mes). Dell’intera somma di “aiuti” solo 43,7 miliardi (22,46%) hanno alimentato il bilancio statale e questa cifra va ulteriormente rapportata a quella parte di uscite che nel medesimo periodo lo Stato greco ha avuto per il pagamento degli interessi sul debito (34,6 miliardi) e per il bilancio della difesa (10,2 miliardi), mai ridotto su diretta pressione dell’industria d’armi di Francia e Germania. Un pacchetto di “salvataggio” con saldo negativo per la popolazione greca che, oltre a non aver ricevuto alcun aiuto diretto, si è trovata a pagare, con draconiane misure di austerità, l’intero costo del salvataggio di un sistema bancario speculativo e corrotto. Secondo un rapporto della Reuters del 2012, molte delle banche greche salvate utilizzavano una sorta di “schema di Ponzi” (truffatore di inizio ’900, che, partendo da due dollari, riuscì a racimolarne 15 milioni, coinvolgendo 40.000 persone) basato su società offshore per tirare la volata a prestiti non garantiti dall’una all’altra e dare l’impressione di essere in grado di attrarre capitali, rispondendo così ai requisiti per accedere al salvataggio di Stato. Ma tra i salvati figura anche il clan multimiliardario Latsis, una delle più ricche famiglie greche, proprietaria della maggioranza di Eurobank Ergasias; e perfino il fondo speculativo Third Point, che nel dicembre 2012 si è intascato 500 milioni di fondi pubblici europei.

Uno studio accurato, quello condotto da Attac Austria, e tuttavia semplice, perché fatto con dati disponibili per tutti, ma che governi e mass-media tengono rigorosamente nascosti per continuare a mantenere viva la religione del mercato, l’ineluttabilità delle politiche di austerità, precarizzazione del lavoro e privatizzazione dei servizi pubblici. Si dimostra ancora una volta come la crisi sia l’alibi per un gigantesco travaso della ricchezza sociale dalle fasce deboli della popolazione ai grandi capitali finanziari: una crisi del sistema bancario trasferita agli Stati come debito pubblico e da questi scaricata sui cittadini sotto i colpi dell’austerità. Quando il presidente della Commissione Europea nel 2010 ha qualificato il piano di salvataggio della Grecia come «un atto di solidarietà» non ha detto una bugia, ha solo omesso di precisare a chi tale solidarietà fosse rivolta: la drammatica condizione del popolo greco si è incaricata di rivelarcelo. Di fronte a questo quadro, vedere il premier Letta esultare per un piccolo allentamento della catena concesso dalla Commissione Europea (a deficit invariato, ca va sans dire) fa quasi sorridere se non fosse che è delle nostre vite che stanno parlando.

"Negare lo spazio aereo a Morales, un atto di pirateria internazionale". Intervento di Fabio Amato

Autore: fabio amato - controlacrisi -                          
 
Con quali parole si può definire il vergognoso rifiuto dei paesi europei di accogliere l’aereo presidenziale boliviano, con a bordo Evo Morales, nel proprio territorio e il divieto di sorvolo da essi emanato nei suoi confronti? L’unica definizione possibile è quella di un atto di pirateria internazionale, un sequestro di persona di fatto, agito nei confronti di un legittimo capo di stato di uno stato sovrano ad opera di paesi che ancora oggi non hanno dato spiegazione alcuna sull’inaudita decisione.
Per negare l’utilizzo dello spazio aereo per sorvolo ed atterraggio, deve esserci una ragione plausibile. Qualcosa che giustifichi una misura prevista solo in situazioni estreme e di emergenza. Ovvero nel caso venisse ravvisato un pericolo per la sicurezza nazionale degli stati in questione. La bugia inoltrata dagli Stati Uniti secondo cui a bordo dell’aereo presidenziale boliviano si trovasse Snowden, l’ex agente Cia che ha rivelato come gli Usa spiino tutto il mondo, non è in alcun modo ragione sufficiente a negare ad un aereo presidenziale di sorvolare il proprio spazio aereo. Addirittura di negare la possibilità di un atterraggio necessario per questioni tecniche, ovvero il rifornimento , senza il quale l’aeromobile sarebbe rimasto senza carburante, schiantandosi. Il comportamento degli stati europei non è stato né di prudenza, né difensivo, ma un vero e proprio attentato alla sovranità di uno stato e all'incolumità del suo Presidente, per il solo sospetto di trasportare a bordo un richiedente asilo politico. Un atto vigliacco, di sudditanza agli Usa e alla Nato, di vergognosa e supina subordinazione agli Stati Uniti, paese che ci comanda e che ci spia.
La gravità dell’accaduto dipende anche da un’altra questione , su cui si fino ad oggi si è fatta poca chiarezza, e su cui sarebbe bene che qualcuno , nel Parlamento italiano, oltre ad occuparsi dei destini di Daniela Santanchè o delle beghe interne al PD, chiedesse conto al governo bipartisan. Chi e perché ha deciso in Italia di negare l’autorizzazione al sorvolo? Come mai tutti i paesi Nato si sono allineati? Hanno deciso i governi o è stata la Nato a suggerire alle autorità dei paesi in questione di mettere in atto questa sconsiderata azione , che lo ricordiamo, ha messo in pericolo di vita Morales e tutti coloro che erano a bordo.
Lo chiediamo e continueremo a farlo. Quale livello politico del governo italiano è stato avvisato e ha avallato la decisione: il Ministero della difesa, quello degli esteri, la presidenza del consiglio, oppure è stata direttamente la Nato a dare l’ordine a cui si sono allineati i suoi membri?
Perché sarebbe quanto mai curioso che una decisione di questa portata sia stata presa da qualche oscuro o anonimo funzionario, senza che il governo italiano ne fosse al corrente. Noi crediamo che quanto sia accaduto non possa essere lasciato passare come un problema di secondo piano. E’ una questione che ha a che fare con la nostra sovranità, o meglio con quel poco che ne rimane.
Chi ha preso questa decisione, Letta, Bonino, oppure Mauro? Se non loro chi? Questo governo è, lo sappiamo, il garante di poteri prima di tutto sovranazionali. Prima che rispondere al popolo italiano, risponde alle oligarchie finanziarie internazionali e al potere euro atlantico. Prima se ne va e meglio sarà per l’Italia. Ma nel frattempo, se qualche deputato di buona volontà ponesse queste questioni nelle dovute sedi, aiuterebbe a chiarire come veramente sono andate le cose e qual è il livello di sudditanza del nostro paese e dei suoi governanti.

sabato 6 luglio 2013

La Grecia è un comune destino

Fonte - Rossland -
Entro 3 giorni la Grecia dovrà dare risposta alle richieste avanzate dalla Troika come conditio sine qua non per ottenere la nuova tranche di aiuti.
La maggior parte dei tagli riguarderà dai 4000 ai 7000 dipendenti nel settore pubblico.
Intanto, il Ministro della Salute, Adonis Gheordiadis, conferma ufficialmente la volontà di chiudere gli ospedali del Paese.
La Troika avrebbe poi chiesto di trovare le coperture che mancano ai numeri greci in un ritocco alla normativa sul lavoro, abbassando il salario minimo nel Paese a 350€.
Che non è uno stipendio, ma l'argent de poche concesso al servo volonteroso e fedele.

Leggevo stamattina un pezzo sulla situazione in Grecia, pubblicato il 20 giugno su un sito francese e riportato tradotto su Come Don Chisciotte, dal quale riporto alcuni paragrafi che, se compresi, dovrebbero farci scendere tutti in piazza a sostegno dei greci e contro l'ulteriore proseguimento delle politiche di austerità, ovunque uguali, in Europa:
Benvenuto in Grecia, laboratorio europeo del « capitalismo del disastro» ! Milton Friedman descrive come dei cambiamenti economici improvvisi e di grande ampiezza provochino delle reazioni psicologiche « facilitanti la risoluzione » . Una risoluzione che si traduce per degli attacchi sistematici contro la sfera pubblica. Un approccio simile alla dottrina militare degli Stati Uniti in Irak, Shock and Awe (Choc e spavento), descrive l'autrice canadese Naomi Klein, che aveva lo scopo di « controllare la volontà, le percezioni e la comprensione dell'avversario e di privarlo di ogni capacità di agire e reagire .» Per meglio riuscire, infine, la terapia dello choc economico.
« Non siamo più nel capitalismo, ma nel suo prolungamento, una sorta di meta-capitalismo »prosegue. Il trauma collettivo. Una situazione che ricorda stranamente la strategia dello choc, definita da Milton Friedman, teorico del liberismo economico : « Aspettarsi una crisi su ampia scala, poi, mentre i cittadini sono ancora sotto choc, vendere lo Stato pezzo per pezzo, a degli interessi privati prima di trovare il modo di rendere eterne le « riforme » varate sotto il segno della fretta » (10)
Perché i greci hanno accettato queste misure di austerità in cambio di un piano di salvataggio che non ha risolto niente? « Abbiamo perso un milione di posti di lavoro nel settore privato. E' come se, in Francia, si sopprimessero d'un colpo 6 o 7 milioni di posti di lavoro. Si ricevono più volte al giorno delle cattive notizie. Come può un cervello umano sopportare questa cadenza (ravvicinata di cattive notizie)? » si interroga Panagiotis Grigoriou, storico e etnologo, autore del blog Greek Crisis. « Più di 8000 manifestazioni e scioperi hanno avuto luogo in tre anni, i greci si sono rassegnati. Cosa si può fare di più? Ogni linea del memorandum (lista delle misure di austerità imposte dalla Troika, ndr) è stata votata. Si annullano delle leggi in vigore da decenni. La Costituzione è stata violata. A cosa serve il Parlamento? »
Poco fa, su Il Fatto Quotidiano, la notizia che chiarisce, a chi ancora non lo avesse compreso, l'obiettivo della dottrina Shock and Awe applicata ai Pigs, paesi guarda caso sul Mediterraneo, dalla Troika:
Al via la cinesizzazione della Grecia. Una piccola Dubai nascerà nell’Egeo

Avevate dubbi?

Riflettevo poco fa che è la paura lo strumento più efficace della terapia a base di Shock and Awe di cui si serve la Troika per ottenere ciò che vuole, esige, comanda, pretende.
Allora, forse dovremmo iniziare a chiederci se non sia la paura, il nostro peggior nemico.

Paura sottile, che mimetizziamo fingendo che sia tutto normale e che si infiltra intanto ovunque.
Paura che paralizza ogni nostra capacità di giudizio, anziché farci urlare di dolore come di norma si fa quando si ha paura.
Che ci fa remissivi anche mentre abbiamo davanti agli occhi la forca che ci impiccherà e neutralizza in noi ogni reazione fin oltre il buon senso (o l'istinto di sopravvivenza nudo e crudo, se volete), anche quando siamo fin troppo consapevoli che quanto ci accade è opera o di folli o di criminali.
Noi non reagiamo più.
Al più twittiamo o commentiamo o scriviamo post (come faccio impotente anch'io, peraltro).
Qualche volta ci uniamo a qualche comitato, a qualche associazione, quasi a farci coraggio nelle nostre intenzioni di ribellione, ma sempre agendo poi con tempi e modi "civili".
Perché l'altra cosa singolare è questa: protestare è consentito solo se la protesta è "civile".
Altrimenti è illegale, cioè i criminali diventiamo noi.

Ciò che succede in Grecia scuote la nostra attenzione ogni volta per quel paio di minuti in cui leggiamo la notizia prima di scordarcela passando alla successiva, come si trattasse di qualcosa che non ci riguarda, che non ci toccherà mai, che ci dispiace ma forse la Grecia "se lo merita" perché, come ci propinano da almeno un paio d'anni, la Grecia ha "vissuto al di sopra delle proprie possibilità".
E noi italiani? E gli spagnoli?
Non sono forse le stesse cose che dicono a noi nell'imporci l'Imu o l'aumento dei ticket o quando riducono i diritti nel mondo del lavoro perché bisogna ridurre il debito ma anche pensare alla ripresa dell'economia?
E che economia si riprende, se non quella a cui siamo nel frattempo stati riadattati?

Dobbiamo imparare a sentire che la Grecia è ognuno di noi, perché inizino a invertirsi quei rapporti di forza che consentono oggi alla Troika di imporre in Grecia salari da 350€ così da poter felicemente consegnarla alla Cina affinché ne faccia una nuova Dubai.
Un paese svenduto chiavi in mano, fornito di schiavi pronti all'uso.
E non mi si venga a dire che non sanno quel che fanno.
Lo sanno.
Shock and Awe funziona perché siamo vittime della paura di aver compreso fin troppo bene, cosa ci stanno facendo.
E funziona perché siamo vittime di un'idea di noi stessi che ci fa allontanare da noi perfino il pensiero, che sia tempo di smetterla con la generosità di giudizio verso chi ci sta spingendo a forza la testa sotto la mannaia.

La reinvenzione del fascismo

di Johan Galtung

Se la libertà è quella di utilizzare denaro per guadagnare più denaro, la sicurezza è la possibilità di uccidere i nemici, la democrazia è ridotta al rito delle elezioni, qualcosa di grave sta accadendo. È la reinvenzione del fascismo, il potere che passa nelle mani del nuovo “complesso militare-finanziario”

Le atrocità della Seconda guerra mondiale hanno lasciato dietro di sé danni permanenti, abbassando i nostri standard su quello che è accettabile. La guerra è male; ma se non è una guerra nucleare, non siamo oltre il limite. Il fascismo è male; ma se non è accompagnato dalla dittatura e dall’eliminazione di un’intera categoria di persone, non siamo oltre il limite. Hiroshima, Hitler e Auschwitz sono profondamente radicati nelle nostre menti, deformandole.
La bomba di Hiroshima ci porta a trascurare il terrorismo di stato contro le città tedesche e giapponesi, che ha ucciso cittadini di ogni età e genere. Hitler e Auschwitz ci fanno trascurare il fascismo, inteso come il perseguimento di obiettivi politici attraverso la violenza e la minaccia della violenza. Ci vogliono due soggetti per fare la guerra, di qualunque tipo. Ma ne basta uno per realizzare il fascismo, contro il proprio popolo e/o contro gli altri.
Qual è l’essenza del fascismo? La definizione è il connubio tra il perseguimento di obiettivi politici e l’uso di una violenza smisurata. Proprio per evitare questo abbiamo la democrazia, un gioco politico in cui si perseguono obiettivi politici attraverso mezzi nonviolenti, in particolare attraverso l’ottenimento della maggioranza da parte di un soggetto politico, in elezioni libere e giuste o nei referendum. Un’innovazione meravigliosa, con una conseguenza logica: l’utilizzo della nonviolenza quando la stessa maggioranza oltrepassa i limiti, come è ad esempio scritto nei codici dei diritti umani.
Lo Stato forte, capace e disposto a mostrare la sua forza, anche nella forma della pena di morte, appartiene all’essenza del fascismo. Questo vuol dire un monopolio assoluto del potere, anche quello che non viene dalle armi, incluso il potere nonviolento. E vuol dire una visione della guerra come un’attività ordinaria dello Stato, rendendola normale, eterna addirittura. Vuol dire una profonda contrapposizione con un nemico onnipresente, come gli ariani contro i non ariani, la cristianità contro l’Islam, glorificando il primo e demonizzando il secondo. Ovunque, il fascismo fa del dualismo, del manicheismo e di Armageddon – la battaglia finale – un tutt’uno.
Va da sé che tutto questo vuol dire una sorveglianza illimitata sul proprio popolo e sugli altri; la tecnologia postmoderna rende tutto ciò possibile, o almeno plausibile. Quello che conta è la paura; conta che le persone abbiano timore e si astengano dalla protesta e da azioni nonviolente, per la minaccia di essere individuate per la punizione estrema: l’esecuzione extragiudiziale. Che ci sia davvero un controllo su e-mail, attività su internet e telefonate, è meno importante rispetto al fatto che le persone credano che ciò stia accadendo sul serio.
Il trucco è farlo in maniera indiscriminata, non concentrandosi solo sugli individui sospetti, ma facendo sentire ciascuno un potenziale sospetto; spingendoli a stare al sicuro per la paura, trasformando i potenziali attivisti in cittadini passivi sottomessi al governo. E lasciando così la politica nelle mani dei Big Boys – gli uomini di potere con i muscoli, sia in patria che all’estero.
Il trucco più semplice è rendere il fascismo compatibile con la democrazia. Una recente notizia colpisce: “Ammettendo che le forze inglesi torturarono i kenyoti che combatterono contro il dominio coloniale negli anni ’50, il governo risarcirà 5.228 vittime” (International Herald Tribune, 7 giugno 2013). Un numero drammatico, più di 5.000 – ma sicuramente il numero delle vittime è maggiore. Dov’era la “Madre dei Parlamenti” durante una simile manifestazione di fascismo? Si avverte una formula: “era per la sicurezza degli inglesi in Kenya”, dove sicurezza è la parola-ponte tra fascismo e democrazia, sostenuta da quella paranoia istituzionalizzata a livello accademico che sono gli “studi sulla sicurezza”.

Crisi del debito: Il Portogallo fa tremare la zona euro

Il primo ministro Pedro Passos Coelho

Il primo ministro Pedro Passos Coelho
Rodrigo
La crisi politica che scuote il Portogallo apre un nuovo periodo di turbolenze per l’Ue. Mentre qualcuno si affrettava ad annunciare la fine della crisi, ci si pone adesso la questione della crescita. A che serve un rigore senza ripresa? Soprattutto in paesi politicamente deboli.
Alcuni ministri si dimettono, un governo vacilla e i mercati si mostrano molto preoccupati. Chi avrebbe immaginato solo qualche settimana fa che il Portogallo avrebbe provocato tutti questi problemi? Dopo lo sblocco del piano di salvataggio da 78 miliardi di euro, il paese era additato come esempio.
In effetti Lisbona non ha risparmiato gli sforzi per risanare le sue finanze, mettendo a dieta l’amministrazione pubblica e avviando con coraggio le riforme richieste dai suoi creditori.
Ma dietro l’aria da studente modello della zona euro, le ferite sono rimaste aperte. Il piano di risanamento finanziario ha provocato una forte recessione e la coalizione di governo ha perso il sostegno dell’opinione pubblica. La fatica del rigore ha investito il paese e adesso minaccia di portare a elezioni anticipate e a una rinegoziazione del programma di aiuti internazionali, con il pericolo di una ristrutturazione forzata del debito, se non addirittura dell’abbandono dell’euro.
In questo modo il Portogallo ha risvegliato nella zona euro i fantasmi dell’autunno 2011, quando gli investitori vedevano la Grecia avviarsi verso un’inesorabile bancarotta, seguita dalla Spagna e dall’Italia, mentre le banche europee perdevano la fiducia dei suoi finanziatori.
E per di più il Portogallo ridesta questi timori nel momento peggiore: il nervosismo è molto alto da quando gli investitori si sono resi conto che non potranno continuare a contare sulle banche centrali e sulla loro generosa iniezione di liquidità per ammortizzare lo shock recessivo e contrastare le debolezze politiche. Che cosa può fare oggi la Bce se non spingere i dirigenti europei ad accelerare le riforme?
In questi ultimi dodici mesi i mercati hanno apprezzato l’azione energica di Mario Draghi per sostenere le banche – con la concessione di prestiti per miliardi di euro – e gli stati – con lo scudo costituito dal programma di acquisto di obbligazioni di stato. Ma avevano dimenticato una cosa essenziale: la poca vivacità della crescita e del credito nei paesi “periferici”, il peso sempre insopportabile dei loro debiti, l’alta disoccupazione e l’instabilità dei loro governi.
I mercati hanno continuato a ignorare le disparità fra i paesi della zona euro, che rimangono considerevoli, o che addirittura sono in aumento, e che sul lungo periodo non sono sostenibili; per poi dirsi disponibili a nuove mutualizzazioni delle risorse e a nuovi trasferimenti di sovranità. Molto probabilmente la Germania non farà nulla prima delle elezioni politiche di settembre e prima del verdetto della corte di Karlsruhe sulla legalità dello scudo della Bce. E di conseguenza l’estate promette di essere ancora molto agitata.
Traduzione di Andrea De Ritis

mercoledì 3 luglio 2013

Libero scambio Usa-Ue, un accordo a perdere

di Anna Maria Merlo - sbilanciamoci -

L’Europa, che arriva al negoziato con gli Usa divisa, rischia di immolare sull’altare della competitività i propri servizi pubblici. Salute, scuola e acqua rischiano di finire nel tritacarne

Le stupefacenti rivelazioni sullo spionaggio statunitense nelle ambasciate, missioni diplomatiche e istituzioni europee potrebbero ritardare l’avvio del negoziato sul libero scambio Ue-Usa, approvato da parte europea al consiglio dei ministri del commercio del 13 giugno scorso. Viviane Reding, commissaria alla Giustizia, si è dichiarata a favore di un blocco del negoziato, nell’attesa di spiegazioni. “I partner non si spiano a vicenda”, ha affermato. L’eurodeputato verde Daniel Cohn-Bendit sostiene che “ci vuole prima un accordo sulla protezione dei dati dei cittadini e delle istituzioni europee, e fino a che un accordo in questo senso non sarà firmato non ci sarà accordo nel negoziato di libero scambio”. Reazioni indignate in particolare dalla Germania e dalla Francia, due tra i principali bersagli dello spionaggio della Nsa. Invece, colpisce il silenzio del presidente della Commissione, l’ultra-atlantista José Manuel Barroso, che mira ad avere un incarico internazionale alla fine del suo mandato a Bruxelles e punta alla Nato.
Una pausa di riflessione sul trattato di libero scambio può rivelarsi molto utile. La Transatlantic Trade and Investment Partnership (Ttip) ha l’obiettivo di fondare una “Nato del commercio” tra le due grandi potenze economiche, che concentrano il 40% degli scambi mondiali. Sotto la pressione della Francia, che ha minacciato il veto, è stato tolto dal tavolo dei negoziati il settore culturale, anche se la Commissione ha poi attenuato questa eccezione, con il commissario Karel De Gucht che ha parlato di possibile reinserimento del settore dell’audiovisivo nel corso delle discussioni. Il negoziato dovrebbe dare vita a un mercato interno transatlantico, che attraverso l’abbattimento delle barriere non tariffarie (omologazione delle norme) servirà come arma dell’occidente contro l’emergenza della Cina.
Il Parlamento europeo ha chiesto anch’esso di preservare l’eccezione culturale, ma ha comunque votato a maggioranza a favore dell’apertura della trattativa bilaterale (la sinistra della Gue e i Verdi hanno però votato contro, dei francesi del gruppo S&D si sono astenuti). Malgrado la breve discussione all’europarlamento i cittadini europei sono stati tenuti praticamente all’oscuro su un futuro trattato che, se verrà concluso, è destinato a influire su molti aspetti della vita economica e sociale degli europei, dai diritti del lavoro alla salute, alla scuola, ai beni comuni.
Trionfo della liberalizzazione competitiva
Gli Usa vogliono che tutto venga messo sul tavolo della trattativa. La Commissione, che per i Trattati europei ha il potere di negoziare a nome dei 27, è sulla stessa posizione. “Tutto” significa ogni settore dell’economia suscettibile di creare profitto. Per far fronte alla crisi economica, Usa e Ue hanno scelto la strada del bilateralismo, dopo anni di blocco del Doha Round alla Wto e il conseguente progressivo abbandono del multilateralismo nel commercio internazionale. La Commissione europea preme per rispondere positivamente alla proposta di Obama, affermando che aumentando gli scambi transatlantici ci sarà una spinta alla crescita: Bruxelles è arrivata addirittura a calcolare 545 euro in più l’anno per famiglia europea, grazie a un tasso addizionale di crescita generato dal Ttip tra lo 0,5 e l’1% del pil della Ue e la creazione di almeno un milione di posti di lavoro. L’Europa spera di aumentare l’export in Usa, paese più protezionista (l’80% del mercato europeo è aperto, solo il 30% negli Usa, dove per esempio il 23% degli appalti pubblici sono riservati alle imprese nazionali, protette anche dal “buy american”). Ma già su queste prospettive rosee ci sono forti perplessità. Intanto, l’impatto non sarà eguale in tutti i 27 e con la liberalizzazione si rischia di accentuare le divergenze tra il nord prospero e il sud e la periferia della Ue in crisi.

martedì 2 luglio 2013

Noam Chomsky:

Pennivendolo imperiale. La Libia e la fabbrica del consenso

Ripulendo i ribelli libici e demonizzando il regime di Gheddafi, il leader intellettuale statunitense Noam Chomsky contribuisce all’invasione imperialista? In una lunga intervista con Chomsky, Dan Glazebrook se lo chiede.
noamÈ stato un colloquio difficile per me. Fu Noam Chomsky che per primo mi aprì gli occhi sulla struttura neo-coloniale del mondo e sul ruolo dei media aziendali nel mascherare e legittimare questa struttura. Chomsky ha costantemente dimostrato come, fin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, i regimi militari furono imposti al Terzo Mondo dagli Stati Uniti e dai loro alleati europei, con lo scopo riconosciuto di tenere bassi i salari (e quindi alte le opportunità di investimento) con l’annientamento di comunisti, sindacalisti e chiunque altro fosse considerato una potenziale minaccia all’impero. Fu in prima linea nel svelare le menzogne e le motivazioni reali dietro l’aggressione contro l’Iraq, l’Afghanistan e la Serbia negli ultimi anni, e contro l’America Centrale e il Sud-Est asiatico prima. Ma sulla Libia, a mio parere, è stato terribile. Non fraintendetemi: ora la campagna è quasi finita, Chomsky può essere molto schietto nella sua denuncia, come spiega nell’intervista. “In questo momento, la NATO bombarda la più grande tribù della Libia“, mi dice. “Non viene sempre detto, ma se si leggono i rapporti della Croce Rossa descrivono una crisi umanitaria terribile nella città sotto attacco, con gli ospedali al collasso, senza farmaci e persone che muoiono, fuggono a piedi nel deserto per cercare di allontanarsi, e così via. Ciò accade sotto il mandato alla NATO di proteggere i civili“. Ciò che mi preoccupa è che questo era esattamente il mandato che Chomsky ha sostenuto.
Il generale statunitense Wesley Clark, comandante della NATO durante i bombardamenti della Serbia, aveva rivelato alla televisione statunitense sette anni fa che il Pentagono, nel 2001, elaborò una “lista” di sette Stati da eliminare entro cinque anni: Iraq, Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e Iran. Grazie alla resistenza irachena e afgana, il piano è in ritardo, ma chiaramente non è stato abbandonato. Dovevamo, quindi, aspettarci pienamente l’invasione della Libia. Dato il fallimento dell’ex presidente degli Stati Uniti George Bush, nell’ottenere con la prepotenza il supporto globale nella guerra all’Iraq, con l’impegno dichiarato di Obama al multilateralismo e al “soft power”, avremmo dovuto aspettarci che questa invasione venisse meticolosamente pianificata per darle una patina di legittimità. Data la crescente predilezione della CIA nell’istigare “rivoluzioni colorate” per colpire i governi che non gli piacciono, avremmo dovuto aspettarci qualcosa di simile nell’ambito dell’invasione della Libia. E data la stretta collaborazione di Obama con i Clinton, ci si sarebbe dovuti aspettare che questa invasione seguisse il modello di grande successo istituito dall’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton in Kosovo: supportare i movimenti ribelli a terra per condurre provocazioni violente contro uno Stato, per poi urlare al genocidio per la risposta dello Stato, al fine di terrorizzare l’opinione pubblica mondiale per farle supportare l’intervento. In altre parole, avremmo dovuto vedere intellettuali di spicco e ampiamente rispettati, come Chomsky, adoperarsi per pubblicizzare le rivelazioni di Clark, avvertire dell’imminente aggressione e attirare l’attenzione sulla natura razzista e settaria dei “movimenti ribelli” che i governi di Stati Uniti e Gran Bretagna hanno tradizionalmente impiegato per rovesciare governi non conformi. Chomsky non ha certo bisogno di ricordare le atrocità sgangherate dell’Esercito di liberazione del Kosovo, dei Contras del Nicaragua, o dell’Alleanza del Nord afghana. Anzi, fu lui che allertò il mondo su molti di essi. Ma Chomsky non si è adoperato per chiarire questi punti.
Invece, in un’intervista con la BBC, a un mese dall’inizio della ribellione e, soprattutto, appena quattro giorni prima del voto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite della risoluzione 1973 e l’inizio della guerra lampo della NATO, ha preferito definire la ribellione “meravigliosa”. Altrove, l’occupazione della città orientale di Bengasi da parte di bande razziste, come “liberazione”, e la ribellione come “inizialmente non violenta”. In un’intervista con la BBC, aveva anche affermato che “la Libia è l’unico posto [in Nord Africa], dove c’è stata una reazione molto violenta dello Stato nel reprimere le rivolte popolari“, una rivendicazione così lontana dalla verità che è difficile sapere da dove iniziare. L’ex presidente egiziano Hosni Mubaraq, attualmente è sotto processo per l’uccisione di 850 manifestanti, mentre secondo Amnesty International, solo 110 morti possono essere confermati a Bengasi prima dell’avvio delle operazioni della NATO, compresi i filo-governativi uccisi dalle milizie ribelli. Ciò che rende davvero eccezionale la Libia nella Primavera araba del Nord Africa, è che sia l’unico Paese in cui la ribellione era armata, violenta e apertamente volta a facilitare l’invasione straniera. Ora che Amnesty ha confermato che i ribelli libici hanno compiuto violenze fin dall’inizio, torturando e giustiziando in massa libici neri e migranti africani fin da allora, ho iniziato l’intervista chiedendo a Chomsky se oggi si rammarica per il suo sostegno verso di loro. Lui alza le spalle. “No. Sono sicuro che Amnesty International ha ragione. Vi erano elementi armati tra di loro, ma noto che non ha detto che la ribellione fosse armata, infatti, la grande maggioranza è formata probabilmente da persone come noi [sic], oppositori borghesi di Gheddafi. Era quasi una rivolta senza armi. Si è trasformata in una rivolta violenta, e gli omicidi che vengono descritti in effetti avvengono, ma non è cominciata così. Appena è diventata una guerra civile, è successo.” Tuttavia, in realtà è iniziata proprio così.

lunedì 1 luglio 2013

Più realisti Del re e i bombardieri della TINA.

 

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- militantduquotidien -
Quando si diceva, subito dopo l’elezione del Presidente della Repubblica, “peggio del Pasok“, l’eufemismo non era affatto tra gli invitati. Parecchio tempo fa qualcuno sostenne che la storia si ripete prima come tragedia poi come farsa. Aveva ragione, come su molto altro del resto. La tragedia, come risaputo, è quella greca, la commedia tutta nostra.
Non servirebbe nemmeno una memoria troppo ferrea per ricordare come in una Grecia sull’orlo del collasso economico le spese per fregate, sottomarini e aviazione lievitarono fino al 3% del Pil (secondo paese Nato dietro gli Usa per spese militari). Sponsor degli arsenali, il cuore dell’Europa, Parigi e Berlino che come contropartita dell’approvazione del piano di salvataggio pretesero l’acquisto di sottomarini ThyssenKrupp, fregate ed elicotteri française e carri armati Leopard (223). Era solo il 2011 ma pare che da questo saccheggio, chiamato strategicamente crisi, non vi sia nulla da imparare.
A chiunque capitasse di attraversare la Tracia in treno, in direzione Istanbul, il panorama dal finestrino potrebbe riservare delle sorprese. In prossimità del confine con la Turchia, infatti, è possibile scorgere file e file di blindati in bella mostra, monumento ridicolo all’acciaio novecentesco e monito ad un confine considerato tuttora “caldo” a dispetto della comune alleanza in ambito Nato. La distesa sonnolenta di ferraglia inanimata (era il 2009), carri armati e carri armati, poteva forse stridere con la carenza cronica di mezzi civili. Nell’estate di quello stesso anno le colline intorno ad Atene andavano a fuoco in un incendio che sembrava minacciare la stessa capitale, mentre i cannoni dormivano lungo il confine, lo Stato greco non possedeva sufficienti Candair per spegnere gli incendi e fu costretto a a chiederne in prestito ai paesei vicini, forse anche alla stessa Turchia. Difficile che un sommergibile, una fregata o un Leopard possano svolgere lo stesso compito.
bocciaChecché ne dica Boccia (uno che voleva cedere gli acquedotti pugliesi a Caltagirone) o chi per lui anche gli F-35 di cui la Camera ha discusso mercoledì non servono a spegnere gli incendi. Servono più che altro a fare la guerra e ad alimentare un mercato che non ha mai cessato di produrre profitti in barba al buco nero senza fondo nel quale versano le “finanze civili”. La farsa italiana sugli F-35 (questione che andrebbe osservata nella giusta prospettiva come scritto giustamente qui) tuttavia non si riduce di certo a qualche dichiarazione memorabile, vedi Boccia o il Ministro ciellino Mauro che riesce a pronunciare robe di questo calibro “Per amare la pace, armare la pace” perché le ombre sul prodotto da acquistare superano addirittura quelle sulla loro utilità. Pare, infatti, che gli F-35 siano un costosissimo “bidone” con le ali tant’è che anche altri paesi dalla indiscutibile fede atlantica: Canada, Olanda e Danimarca si sono già ritirati dal progetto mentre nei titolari dello stesso, gli Usa, iniziano i dubbi e le inquietanti prospettive.
Così mentre le nostre similitudini con la Grecia non si riducono alla follia della spesa militare (vedere questo articolo di guido Viale), alla Camera, Pd e Pdl affondano assieme il ritiro dell’Italia dal programma Joint Strike Fighter-F35 bocciando la mozione di Sel e M5s.
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domenica 30 giugno 2013

Titoli tossici, noi come la Grecia

    
Titoli tossici, noi come la Grecia

 

di Guido Viale - Il Manifesto –

Chi o che cosa ha autorizzato i nostri governi a giocare al casinò dei derivati con il denaro degli italiani? Quale regolamento interno, quale legge, quale norma della Costituzione? E perché non se ne può sapere quasi niente? Secondo quanto riferito da la Repubblica (e dal Financial Times) del 26 giugno, il Tesoro italiano è esposto per 160 miliardi di euro (più di un decimo del Pil italiano) con operazioni sui derivati la cui data di stipulazione non è nota. Il governo Monti ne ha rinegoziati nel corso dell’anno scorso per un importo di 31 miliardi, registrando su queste operazioni una perdita potenziale, non ancora giunta a scadenza, di circa 8 miliardi (poco meno dell’importo con cui la ministra Gelmini e, dopo di lei, il ministro Profumo sono riusciti a distruggere sia la scuola che le università italiane). Naturalmente il ministro del Tesoro ha subito smentito ogni rischio, ma quella smentita vale zero. Infatti solo un anno fa su un’altra partita di derivati del Tesoro si era già registrata una perdita di 3 miliardi, saldata dal governo Monti. Su di essa c’era stata una interrogazione parlamentare dell’Idv e una elusiva risposta – «si tratta di un caso unico e irripetibile» – del sottosegretario Rossi Doria; designato a rispondere non si sa perché, dato che si occupa di scuola e non di finanza, materia sui cui è lecito supporre una sua totale incompetenza. Ma se tanto dà tanto, sui 160 miliardi di derivati in essere, le perdite «a futura memoria», che verranno cioè caricate sul bilancio dello stato nel corso degli anni, per poi dire che gli italiani sono vissuti «al di sopra delle loro possibilità», potrebbero ammontare a molte decine di miliardi di lire.Ma facciamo un passo indietro: da tre anni ci ripetono che la Grecia ha fatto il suo ingresso nell’euro truccando i conti perché, in base al suo indebitamento, non ne avrebbe avuto titolo; di qui i guai – e che guai! – in cui è incorsa successivamente. Successivamente. Perché all’epoca del suo ingresso nell’euro nessuno si era accorto di quei trucchi. Poi si è scoperto che a organizzarli era stata la banca Goldman Sachs, allora diretta, per tutto il settore europeo, da Mario Draghi, nel frattempo assurto alla carica di presidente della Bce, cioè dell’organo preposto a garantire la riscossione di quei debiti contratti in modo truffaldino. E di quei trucchi non si è più parlato. Ma lo stratagemma a cui il governo greco e Goldman Sachs erano ricorsi per truccare i conti era proprio quello di nascondere un indebitamento eccessivo (secondo i parametri di Maastricht) dietro a derivati da saldare in futuro. Nello stesso periodo – o poco prima, cioè con maggiore preveggenza – il governo italiano sembra essere ricorso esattamente allo stesso stratagemma: ufficialmente per coprire il debito italiano dai rischi del cambio (allora c’era ancora la lira) e dalle variazioni dei tassi di interesse: i derivati sono stati infatti introdotti nel mondo della finanza come forma di assicurazione contro la volatilità dei cosiddetti mercati; ma, come si vede, la funzione che svolgono è esattamente il contrario. E’ comunque del tutto evidente che lo scopo effettivo di quelle operazioni era quello di “truccare” i conti e garantire così anche all’Italia l’ingresso nell’euro. Qui la presenza ricorrente dello stesso personaggio è ancora più dirompente; perché nel periodo che intercorre tra la probabile – non se ne sa ancora molto – sottoscrizione di quei derivati e l’emersione dei primi debiti che essi comportano Mario Draghi è stato direttore generale del Tesoro (l’organismo contraente) dal 1991 al 2001; poi, utilizzando in modo spregiudicato il cosiddetto sistema delle “porte girevoli”, responsabile per l’Europa di Goldman Sachs (una delle banche sicuramente coinvolta in queste operazioni), poi Governatore della Banca d’Italia e poi presidente della Bce e in questo ruolo uno degli attori più decisi a far pagare agli italiani – e agli altri infelici popoli vittime degli stessi raggiri – la colpa (in tedesco schuld, che, come ci ricordano i ben informati, vuol dire anche debito) di essere vissuti “al di sopra delle proprie possibilità”.
Non basta: ogni sei mesi, ci informa sempre Repubblica, il Tesoro è tenuto a trasmettere una relazione sullo stato delle finanze pubbliche, comprensivo anche dei dati sull’esposizione in derivati, alla Corte dei Conti. Ma in venti anni o quasi, questa si è accorta solo ora dei rischi connessi a queste operazioni e, per saperne di più, ha inviato la Guardia di Finanza nelle stanze del Tesoro; che però si sarebbe rifiutato di esibire la relativa documentazione. Ci ricorda qualcosa tutto ciò? Si ci ricorda da vicinissimo le recenti vicende del Monte dei Paschi di Siena i cui dirigenti – oggi in carcere o sotto inchiesta perché considerati dalle procure di Siena e Roma degli autentici delinquenti – sono riusciti a nascondere alla vigilanza della Banca d’Italia (che combinazione!) una esposizione debitoria incompatibile con il regolare funzionamento di una banca, nascondendola sotto degli onerosissimi derivati, che hanno tenuto rigorosamente nascosti per anni.
Il casinò dei derivati accomuna così le istituzioni di governo del paese alle banche truffaldine (per ora MPS; ma chissà quante altre si trovano nelle stesse condizioni, e non solo in Italia. Mario Draghi al vertice della Bce non ispira certo tranquillità). Per saperne di più, cioè per capire in che mani siamo finiti, in che mani ci hanno messo i governi che si sono succeduti negli ultimi 30 anni (da quando la teoria liberista e il pensiero unico la fanno da padroni e, in termini pratici, da quando è stato portato a termine il famigerato divorzio tra Tesoro e Banca centrale che ha messo le politiche dei governi in balia della finanza: leggi degli speculatori internazionali), basta leggere la sinossi di come funziona il casinò dei derivati che ne fa Luciano Gallino (Repubblica, 26 giugno).
«Nel mondo – spiega Gallino – circolano oltre 700 trilioni di dollari (in valore nominale) di derivati cioè 700mila miliardi, oltre 10 volte il valore presunto del prodotto lordo mondiale, nota mia], di cui soltanto il 10 per cento, e forse meno, passa attraverso le borse. Il resto è scambiato tra privati, come si dice, “al banco”, per cui nessun indice può rilevarne il valore». Ma aggiunge, anche di quel dieci per cento scambiato nelle borse, a definirne il valore concorre solo il 40 per cento cioè il 4 per cento degli scambi complessivi, nota mia]. «Di quel 40 per cento, almeno quattro quinti hanno finalità puramente speculative a breve termine…Di tali transazione a breve, circa il 35-40 per cento nell’eurozone e il 75-80 per cento nel Regno Unito e in USA si svolgono mediante computer governati da algoritmi…che operano a una velocità anche di 22mila operazioni al secondo…Ne segue che chi parla di “giudizio dei mercati” praticamente tutti gli esponenti del mondo politico, imprenditoriale, manageriale e accademico europei, nota mia] dovrebbe piuttosto parlare di “giudizio dei computer”. «Macchine cieche e irresponsabili – aggiunge Gallino – opache agli stessi operatori e ancor più ai regolatori. E per di più, inefficienti». Ma molto efficienti però, aggiungo io, nel trasferire ricchezza dai redditi da lavoro e dalla spesa sociale ai profitti e alla rendita, compito che nel corso degli ultimi trent’anni hanno svolto egregiamente. E non senza che gli addetti alla “regolazione” dei mercati, siano essi manager o politici, o entrambe le cose grazie al sistema delle “porte girevoli”, ci abbiano messo tutta la loro scienza e il loro potere per portare questo trasferimento fino alle estreme conseguenze, quelle che oggi possiamo vedere esposte in vetrina nella catastrofe della Grecia. Ma allora, perché continuare a rimaner sottomessi a un sistema simile? Non è ora di trovare la strada per tirarsene fuori al più presto?
 

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