Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!

mercoledì 19 marzo 2014

"Matteo Renzi? E' una caricatura"

Intervista

Emanuele Macaluso dà il voto ai leader

Lo storico dirigente del Pci e giornalista compie 90 anni e racconta i vertici della sinistra, da Togliatti in poi. E sul presidente del Consiglio dice: "E' il prevalere dell'immagine mediatica sul progetto. Ma dopo di lui cosa c'è?"


 
 
 
 
 
Matteo Renzi? E' una caricatura 
Emanuele Macaluso dà il voto ai leader
Il primo giorno di primavera, il 21 marzo, saranno novanta, Emanuele Macaluso li festeggerà al Senato con l’amico di sempre, Giorgio Napolitano. Dirigente del Pci, capo della destra interna (i miglioristi), disciplinato ma libertario, fedele al partito ma con il gusto dell’anti-conformismo e dell’autonomia di pensiero, polemista fulminante, nella casa romana di Testaccio Em.Ma. ripercorre decenni di vita politica. Memoria di ferro, giudizi sferzanti: «Matteo Renzi? Vuole dare il cioccolatino a tutti, ma farà il botto». E previsioni: «Napolitano se ne andrà e questo Parlamento dovrà eleggere il suo successore: lì ti voglio».

L’infanzia a Caltanissetta, la famiglia operaia, l’Istituto minerario, il ricovero per tubercolosi, l’amicizia con Leonardo Sciascia, l’adesione al Pci nel 1941 («a convincermi fu un ragazzo più grande di me, Gino Giannone, mi venne a trovare nel sanatorio, tranne i miei genitori nessuno lo faceva, e mi disse: se vuoi fare una battaglia vera l’unica organizzazione è il Pci. Non conoscevo né Gramsci né Togliatti, divenni comunista per ribellione»), la Cgil («Con trentasei sindacalisti uccisi, la lotta alla mafia allora non si faceva a chiacchiere, dopo la strage di Portella della Ginestra del 1947 toccò a me il primo comizio, avevo 23 anni»). Infine, l’arrivo a Botteghe Oscure: «Nel 1956, in mezzo ai fatti di Ungheria, passai dalla Cgil al Pci. Mi trovai tra due fuochi, tra Giuseppe Di Vittorio e Palmiro Togliatti. Leggendo anni dopo i verbali della direzione in cui ci fu il loro durissimo scontro sull’invasione sovietica ho scoperto che nella stessa riunione Di Vittorio protestò perché ero stato spostato dal sindacato al partito. Nel ’62 entrai nella segreteria».

Da chi era composta?
«Togliatti, Longo, Berlinguer, Amendola, Pajetta, Alicata, Natta e Ingrao. E poi c’ero io, il più giovane della compagnia».

Uno squadrone. Tipo l’Inter di Herrera.
«Longo era il numero due, Berlinguer era il responsabile dell’ufficio di segreteria, la gestione interna toccava a lui. Nasce lì il mio rapporto forte con Enrico, per quattro anni non c’è stato giorno in cui non siamo stati insieme, il nostro rapporto di amicizia e di fiducia andava oltre la politica. Raccontò solo a me e alla famiglia di aver subito un attentato in Bulgaria nel 1973. E anche quando fui in dissenso con lui mi chiese di fare il direttore dell’“Unità”. Napolitano era il presidente dei deputati, Gerardo Chiaromonte il capogruppo del Senato, anche loro avevano contrastato la sua ultima svolta. C’era un modo di concepire la lotta politica interna al partito che non è paragonabile a oggi».

Il Pci è stato un partito o una religione?
«Anni fa ebbi un bellissimo scambio con Montanelli. Il Pci è stato una Chiesa, mi scrisse, e anche tu sei stato un chierico. In parte era vero, più che una chiesa la consideravo una comunità, una mezza chiesa, in cui si facevano i conti sul piano politico e sui comportamenti privati».

Aveva trasgredito qualche precetto?
«Da giovane ero stato in carcere, condannato a sei mesi e mezzo per adulterio con la mia compagna Lina che era già sposata e con cui ho avuto i miei due figli. Una storia che non finì li. Anni dopo, ero deputato regionale, ebbi uno scontro violentissimo con la Dc sulla giunta Milazzo. I carabinieri dei servizi fecero un’inchiesta sulla mia famiglia, scoprirono che avevo registrato i miei bambini all’anagrafe come “figli di Emanuele Macaluso e di donna che non vuole essere riconosciuta”, allora non c’era il divorzio. Mi volevano condannare per alterazione dello stato civile, da otto a dodici anni di carcere, un giovane magistrato, Emanuele Curti Giardina, mi mise in guardia. Mi salvai perché la Cassazione con una sentenza che fece epoca annullò il reato. La Dc voleva liquidarmi con questi metodi. Quando sento parlare con nostalgia della Prima Repubblica ricordo che c’era una guerra politica che si svolgeva con armi proprie e armi improprie».

Nel Pci come fu presa la sua irregolarità?
«Nel primo caso fui accusato di avere una condotta non confacente, mi vietarono di partecipare al primo corso politico di formazione nazionale del Pci. Nel secondo, invece, fui difeso. Andai latitante a Modena, in Emilia, a casa di un contadino, Giorgio Amendola mi portò dall’avvocato Battaglia».

Nel Pci erano tutti con le carte in regola?
«Macchè! Togliatti fu costretto a chiedere al partito una commissione per decidere sulla sua convivenza con Nilde Jotti, Longo aveva lasciato Teresa Noce, quasi tutti i dirigenti erano nella stessa situazione, tranne Amendola che era molto intransigente. E il mio maestro Girolamo Li Causi: lui era stato mollato dalla moglie che si era messa con Riccardo Lombardi. Pertini s’indignava con me: “Come fai a essere amico di Lombardi che si è messo con la moglie di Li Causi mentre lui era in carcere?”. Io replicavo che Li Causi riteneva la cosa chiusa e aveva trovato al suo posto una ragazza bellissima... Ma nessuno nel gruppo dirigente faceva una battaglia aperta contro questo moralismo. Era lo specchio di un partito che era una comunità, una famiglia».

Cinquant’anni fa fu lei a organizzare i grandiosi funerali di Togliatti. Il Pd di Renzi dovrebbe celebrare il capo del Pci?
«Dovrebbero celebrarlo tutti quelli che difendono la Costituzione. Dovrebbe saperlo il professor Gustavo Zagrebelsky: non si può alzare quella bandiera e poi sputare su Togliatti. Senza Togliatti quella Costituzione non ci sarebbe stata».

Ci sarebbe stato il Pci?
«Sì, ci sarebbe stato un partito comunista in Italia, come in tutti i Paesi europei, ma che comunismo sarebbe stato? Con la svolta di Salerno Togliatti salvò l’Italia. Cambiò tutto: dalle occupazioni delle terre contro la legge alla lotta per l’applicazione della legge, dal ribellismo alla politica. Togliatti ha costruito una sinistra che pensa al governo».

I suoi eredi lo hanno esaudito...
«Eh, già... tranne il povero Occhetto sono tutti andati al governo, tutti ministri: D’Alema, Veltroni, Fassino, Livia Turco, Bassolino, Bersani, Mussi... ma senza un progetto, senza un orizzonte politico. La crisi della sinistra nasce da qui: quando il Pci era all’opposizione aveva un progetto di governo, quando il Pds-Ds-Pd è andato al governo non ha avuto più un progetto, una direzione. Togliatti voleva andare democraticamente e gradualmente verso il socialismo, sarà stato sbagliato, ma ora verso cosa si va? Verso niente! L’obiettivo di stare al governo è scisso totalmente da un’idea di società».

Quando è finito il Pci?
«Nel 1984, dopo la morte di Berlinguer, il Pci alle elezioni europee diventò il primo partito, io ero in tv a commentare, allora la Rai faceva sedere gli ospiti politici in ordine di grandezza, spostai la sedia e mi misi prima del dc Giovanni Galloni, feci io il sorpasso... Però è vero che in quel momento il Pci cominciò a declinare. Cambiò il gruppo dirigente, Natta promosse gli elementi più anti-socialisti della nuova generazione, i riformisti furono esclusi. Anche se fummo Napolitano, io e altri, nell’86, a inserire nelle tesi del congresso di Firenze la frase sul Pci “parte integrante della sinistra europea”».

Che effetto le fa vedere che il processo di adesione al Pse è stato concluso da Renzi?
«Alcuni amici mi dicono che Occhetto è incazzatissimo perché rivendica di essere lui tra i fondatori del Pse. Forse avete ragione, ho risposto, ma se non me ne sono accorto io, figuriamoci gli altri!».

Chi è Renzi nella storia della sinistra? Un intruso? Un invasore? O il risultato più compiuto della svolta dell’89, la Bolognina?
«Quando nel 2007 è nato il Pd con la Margherita dissi che eravamo al capolinea. Il Pd è stata un’operazione rovesciata rispetto alla storia complessa della sinistra europea. E ora Renzi è l’espressione più radicale dei tratti distintivi della Seconda Repubblica: il prevalere dell’immagine mediatica e della comunicazione sul progetto. Mi sono stropicciato gli occhi quando ho visto Renzi baciarsi e abbracciarsi con Landini dopo averlo fatto con i finanzieri della City. Mi è venuto in mente Alcide De Gasperi che governava con il sindacato e con la Confindustria, l’interclassismo...».

Gli fa un complimento enorme!
«Ma no! Quello di Renzi è una caricatura, è l’interclassismo del cioccolatino: uno a Landini e uno a Squinzi. Arrivato a novant’anni, confesso, ho un’angoscia: se fallisce Renzi dopo di lui cosa c’è?».

Angoscia condivisa. Cosa si risponde?
«Che non c’è niente. La mia preoccupazione è che Renzi andrà a fare il botto, come si dice in Sicilia. Fa un grande gioco, sta con Landini e con Squinzi, con Berlusconi e con Alfano e con la sinistra del Pd. Ritiene che il suo carisma gli consentirà una manovra a maglie così larghe da portargli rapidamente i risultati. Perché appena dovesse mostrarsi una difficoltà lui andrà alle elezioni. Dirà: non mi fanno fare le cose, con questi non posso lavorare, andiamo al voto. Per questo ha cominciato con la legge elettorale».

Su cui si sono già aperte le prime crepe...
«Renzi si sta già accorgendo che le cose sono più complicate. Il voto sulle quote rosa sull’Italicum è stato un segnale. Ma il punto nodale della legge elettorale è la preferenza. La preferenza è la rivoluzione che rompe il berlusconismo, il grillismo. E anche il renzismo».

Rino Formica scrive che è in corso un golpe della coppia Br (Berlusconi-Renzi) per stravolgere la Costituzione e sostituire Napolitano al Quirinale. Fantapolitica?
«Formica non dice mai fantasie. Quando denuncia l’abolizione di organi costituzionali con l’articolo 138 fa una critica intelligente, ha ragione. Vogliono abolire il Senato? E allora perché non anche la Camera? E perché non sottrarre, almeno in linea teorica, la sovranità popolare?».

Lei è uno dei più cari amici di Napolitano: firmerà questa legge elettorale?
«Come ha detto lui, la valuterà con attenzione».

Cosa è cambiato per Napolitano con Renzi al governo?
«Dopo la crisi del berlusconismo il presidente ha puntato su Mario Monti per ristabilire il rapporto con l’Europa. Ma con le elezioni Monti ha fatto la coglionata più colossale che la storia politica repubblicana ricordi, invece di fare l’uomo delle istituzioni è andato a fare un partitino con alcuni residuati bellici. Poi c’è stata la rielezione, con Bersani e Berlusconi che andarono a chiedere in ginocchio al presidente di restare. Lui aveva già organizzato il suo ufficio in Senato, la sua casa nel quartiere Monti, aveva perfino scelto i suoi collaboratori. E invece è stato costretto a restare e ha scelto Enrico Letta per la guida del governo. Letta si è dimostrato un po’ lento, ma è una delle poche personalità che ha il senso della complessità del governo. E dopo le primarie è scattata l’opposizione vera, non era quella di Berlusconi ma di Renzi. La crisi è stata decisa dalla guerriglia nel Pd. Napolitano ha preso atto delle dimissioni obbligate di Letta, non poteva fare altro. Con Monti e Letta c’erano governi originati da una crisi in cui il presidente era stato obbligato ad avere un ruolo. Con Renzi non è più così. Cambia la ragione sociale per cui rimane al suo posto».

Fino a quando resterà?
«Resta al Quirinale perché vuole che si faccia la riforma elettorale. Ma ritengo che manterrà fede a quello che ha detto in Parlamento al momento della rielezione. Approvata la legge elettorale Napolitano farà un ragionamento, ricorderà che a tutto pensava tranne che a un secondo mandato, che ha cercato di sanare una situazione di crisi e di paralisi istituzionale, che c’era un tempo di diciotto mesi per fare le riforme. Se ne andrà prima. E questo Parlamento dovrà eleggere il suo successore: lì ti voglio».

Di Amendola, citando Sciascia, lei ha scritto: «Contraddisse, e si contraddì». Si può dire anche di lei?
«La contraddizione è nella persona. Chi ritiene di essere sempre stato coerente lo considero un ipocrita. E io mi sono contraddetto più volte».

mercoledì 12 marzo 2014

L'impossibile trinità dell'Italia

di Agenor                                  
10/03/2014
 
Siamo tra i primi in Europa – sopra a Francia, Germania e Olanda – per liberalizzazione e flessibilità del mercato del lavoro ma per ridurre l'alto debito pubblico dovremo applicare la stessa medicina di riforme strutturali adottate in Grecia e Spagna. L'analisi approfondita (e le ricette sbagliate) della Commissione europea
È uscita lo scorso 5 marzo la “Analisi approfondita" (1) della Commissione europea sull'Italia, documento chiave della procedura per monitorare gli “squilibri macroeconomici” introdotta di recente assieme al fiscal compact. Quest'anno l'Italia è salita sul podio per "squilibri eccessivi" assieme a Slovenia e Croazia, rischiando dunque un'ammenda (che può arrivare fino allo 0.5% del Prodotto Interno Lordo) se non saranno adottate misure correttive sufficienti.
I principali giornali italiani hanno accolto con strisciante giubilo la notizia, riportando per lo più solo il riassuntino iniziale del documento e costernandosi per un "mercato del lavoro asfittico" e una tassazione insopportabile. Leggendo attentamente il rapporto in realtà si capisce come il nostro Paese si trovi di fronte ad un'impossibile trinità: ritornare a crescere, ridurre il debito pubblico e fare riforme.
I principali squilibri identificati per l'Italia sono due: l'alto rapporto debito /Pil e la perdita di competitività sui mercati esteri. Per ridurre leggermente il debito appena sotto il 115% del Pil entro il 2020, l'Italia dovrebbe mantenere a lungo un surplus primario, al netto cioè della spesa per interessi, pari a cinque punti Pil. Si noti che il surplus primario è stato nel 2012 del 2.5% e quello stimato per il 2013 è del 4.5%. A prescindere dalla fattibilità dell'impresa, tale richiesta limiterà ulteriormente lo spazio per qualsiasi tipo di politica fiscale espansiva per anni a venire.
Sulla competitività, invece, si nota finalmente che a livello aggregato i salari nominali italiani sono cresciuti in linea con l'area euro. Si smentisce addirittura che l'Italia non abbia fatto riforme strutturali. Il nostro Paese si piazza davanti a molti altri paesi Europei sia per liberalizzazioni del mercato sia per "flessibilità" del lavoro (dove fa "meglio" fra gli altri di Germania, Olanda, Francia). Si punta il dito sul cuneo fiscale ma si riconosce che, data la riforma delle pensioni in senso contributivo, non vi è molto spazio per ridurlo senza compromettere le pensioni future.
Il rapporto affronta poi problematiche forse meno 'ortodosse', ma non per questo meno note: la scarsa efficacia degli investimenti fatti e la conseguente bassa qualità dei prodotti del nostro export, la difficoltà di accesso al credito, i bassi investimenti in istruzione, ricerca e sviluppo, il sottodimensionamento delle nostre imprese, etc… Non mancano i riferimenti alle inefficienze amministrative e alla corruzione. Infine, e soprattutto, nel rapporto vengono esplicitamente menzionati i limiti strutturali della zona euro: la mancanza di un aggiustamento simmetrico, la bassa inflazione e l'apprezzamento dell'euro.
La conclusione del rapporto è tuttavia sorprendente. Per far fronte ad una "allocazione delle risorse" considerata inefficiente e "in anticipazione dei benefici che le riforme porteranno" è necessario applicare la stessa medicina di riforme strutturali (tagli dei salari e riduzione ulteriore delle protezioni dei lavoratori) adottata negli ultimi anni da Grecia, Spagna e Portogallo. La strada maestra rimane l'eliminazione delle "rigidità" del mercato del lavoro e la deregolamentazione dei mercati di prodotti, capitali e servizi, confidando nell'efficienza dei mercati. Questi ultimi, una volta liberi dalle distorsioni dell’intervento pubblico, tenderanno verso la più efficiente allocazione delle risorse.
Se nella parte analitica si riconosce di fatto che per risolvere i problemi del Paese sarebbe necessaria una nuova politica industriale, un rilancio degli investimenti, l'apertura di nuove fonti di credito per le imprese ed un impegno consistente per migliorare le infrastrutture, la Commissione in qualche modo implicitamente conclude riconoscendo che l'Italia non ha i margini per poter attuare queste riforme. Non resta che tagliare i salari per diventare più competitivi.
È nella frattura tra analisi e conclusioni, dunque, che il rapporto rivela come la periferia europea e, ancora peggio, le istituzioni siano da tempo sotto scacco. La metamorfosi di un'analisi sugli squilibri macroeconomici nell'ennesimo strumento di vuota retorica sulla svalutazione interna rivela la grottesca svolta kafkiana del processo stesso di integrazione Europea.
Come forse meglio di tutti ha riassunto il grande economista americano Hyman Minsky, il capitale finanziario sempre più libero da vincoli regolamentari tende a muoversi accumulandosi laddove i ritorni sono (o sembrano) i più alti e i più facili. Da qui nascono le bolle, che dal 1700 in poi ricorrono nella storia del capitalismo con frequenza maggiore laddove è minore il controllo istituzionale. In secondo luogo, le bolle quasi sempre si originano in un settore dell'economia (borsa, edilizia, debito estero) ma poi lo shock travolge tutti gli agenti economici in misura diversa: i più esposti, i meno protetti, ne pagano le conseguenza maggiori, indipendentemente dal fatto di avere molta, poca o nessuna responsabilità.
La presenza delle cosiddette "rigidità" e un ruolo importante e proattivo del governo impediscono che un effetto domino simile a quello del 1929 prevalga a seguito di una crisi, ovvero che fallimenti in sequenza travolgano anche imprese e settori altrimenti del tutto sani, riducendo i costi non solo sociali ma anche economici di tali crisi. Le cosiddetta "svalutazione interna", al contrario, amplifica – e non limita - gli effetti delle crisi, trasmettendo il contagio al resto dell'economia, provocando caduta d'occupazione ad aumento del peso reale del debito.
Ciò non significa che l'Italia non abbia bisogno di riforme. Ma per fare le riforme davvero necessarie servirebbero margini di manovra che non possono esistere nel contesto istituzionale che ci siamo dati, a causa della concomitante richiesta di ridurre a tappe forzate il debito pubblico e la mancanza di qualunque tipo di capacità fiscale a livello federale. Se si aggiunge l'ostinazione della Banca Centrale Europea nel perseguire politiche fortemente inadeguate, ecco riassunta l'impossibile trinità dell'Italia: ciò che dovremmo fare è impossibile e ciò che stiamo facendo non funzionerà.
(1) http://ec.europa.eu/economy_finance/economic_governance/macroeconomic_imbalance_procedure/index_en.htm


lunedì 10 marzo 2014

Ecco tutti i nazisti del neogoverno ucraino

Da megachip.info

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I nostalgici di Hitler occupano alcune poltrone chiave
dell'esecutivo, come il ministero della Difesa e quello
dell'Istruzione. Legami anche con Al-Qa'ida.

domenica 9 marzo popoff.globalist.it *di Franco Fracassi*

Vice primo ministro, ministro della Difesa, segretario e vice
segretario del Consiglio nazionale di Sicurezza e Difesa, ministro
dell'Istruzione, ministro dell'Ambiente, ministro dell'Agricoltura,
ministro della Gioventù e dello Sport, procuratore generale
dell'Ucraina, presidente della commissione Anticorruzione. I nazisti
nostalgici di Hitler hanno preso possesso del nuovo governo ucraino,
occupando molti dei posti chiave. È la prima volta dalla seconda
guerra mondiale che dei politici che si rifanno espressamente al Terzo
Reich salgono al potere in Europa.

E non è tutto. Due di queste persone sono legate a Doku Khamatovich
Umarov (conosciuto col nome islamico di Dokka Abu Usman), uno dei più
feroci comandanti dei ribelli ceceni, nonché autoproclamatosi ex
Emiro dell'Emirato del Caucaso. Abu Usman ha rivendicato sia
l'attentato del 29 marzo 2010 alla metropolitana di Mosca (quarantuno
morti), sia quelo all'aeroporto di Mosca del 2011 (trentasette morti).
L'Emirato islamico del Caucaso è iscritto dalle Nazioni Unite come
organizzazione appartenente alla galassia di Al-Qa'ida. Uno di questi
due politici ha anche personalmente combattuto in Cecenia contro i
russi.

In Ucraina esistono diversi partiti che si rifanno alla tradizione
nazista e a Stepan Bandera, capo della divisione Ss Galizien,
responsabile dell'eccidio di centinaia migliaia di persone e della
deportazione di un numero equivalente di ebrei, comunisti e zingari
verso i campi di sterminio nazisti. In alcune zone dell'Ovest,
epicentro della rivolta anti Yanukovich, alle ultime elezioni la
galassia di estrema destra ha superato il quaranta per cento dei voti.
Oggi, tutti questi partiti sono entrati a far parte del governo.

L'Unione Pan-Ucraina "Libertà", meglio conosciuto come Svoboda, è
il più importante partito neonazista. Nato nel 1991 col nome
esplicito di Partito nazionalsocialista dell'Ucraina, oggi è guidato
da Oleg Tiaghnibok, che a piazza Maidan indossava un casco e uno scudo
con una croce celtica in bella evidenza, insieme al numero 1488, che
è l'emblema del neonazismo suprematista bianco.

Il programma politico di Svoboda prevede l'abolizione del diritto
d'aborto e la criminalizzazione di chi anche solo si dichiara a favore
dell'aborto, la messa al bando di tutti i partiti comunisti, il
diritto di possedere armi, l'indacazione sui passaporti
dell'appartenenza etnica e religiosa, la creazione di un arsenale
nucleare ucraino, l'entrata nell'Unione Europea e l'adesione alla
Nato.

Il deputato di Svoboda Ihor Miroshnychenko ha dichiarato:
«L'omosessualità andrà bandita da questo Paese, perché è una
malattia che aiuta a diffondere l'Aids». Miroshnychenko ha scritto un
libro ("Nazionalsocialismo") per spiegare l'ideologia che è alla base
del suo partito. Tra i riferimenti ideologici più ricorrenti figurano
il capo delle camicie brune Ernst Röhm, il gerarca nazista Gregor
Strasser e il vice di Hitler Joseph Goebbels. Lo stesso deputato,
sulla sua pagina Facebook, ha definito l'attrice Mila Kunis «una
scrofa», perché è nata sì in Ucraina, ma da padre russo e madre
ebrea.

Svoboda è stato definito dal Centro Simon Wiesenthal: «Uno dei
cinque partiti più anti semiti del pianeta».

I camerati del Tridente (Trizub in ucraino) sono quelli che durante
la battaglia di Kiev hanno occupato le caserme e i depositi d'armi. Il
loro leader, Dmitrij Jarosh, viene considerata la figura più
minacciosa e pericolosa tra i leader di estrema destra.

Il partito Karpatskaja Sech prende il nome da una lingua inventata
dai nazisti ucraini durante la seconda guerra mondiale quando, sotto
l'occupazione hitleriana, venne abolito il russo. Secondo i
collaborazionisti la karpatskaja rus era la mitologica lingua che si
parlava in Ucraina prima della nascita del regno russo, la Rus di
Kiev.

Una-Unso, acronimo di Assemblea nazionale ucraina-Auto difesa del
popolo ucraino, è un partito di estrama destra i cui militanti si
organizzarono in brigate volontarie che andarono a combattere al
fianco dei guerriglieri ceceni. La sua idealogia si basa sul
fondamentalismo ortodosso, sul nazionalismo ucraino, sull'anti
semitismo e sulla «necessità di un governo autoritario».

Ministro per ministro, Popoff è in grado di raccontarvi chi sono i
politici che hanno preso il potere a Kiev, coloro che avranno un ruolo
chiave nell'approviggionamento energetico dell'Europa e che forse in
futuro siederanno nella Commissione europea.

*Andriy Parubiy*

Segretario del Consiglio nazionale sicurezza e difesa (corpo ombrello
del ministero della Difesa e delle Forze Armate).
Cofondatore di
Svoboda.

*Dmitriy Jarosh*

Vicesegretario del Consiglio nazionale Sicurezza e Difesa.
Capo del
Trizub Stepan Bandera e di Fazione destra. Jarosh ha combattuto
con
gli islamisti ceceni.

*Oleksandr Sych*

Vicepremier e membro di Svoboda.
Attivista antiaborto, anche in
caso di stupro.

*Igor Tenjukh*

Ministro della Difesa. Anche se la sua adesione formale a Svoboda non
è certa, ha partecipato alle sue riunioni.

*Sergej Kvit*

Ministro della Pubblica Istruzione.
Membro di Svoboda.

*Andriy Mokhnik*

Ministro dell'Ambiente. Membro di Svoboda.

*Igor Shvajka*

Ministro dell'Agricoltura. Membro di Svoboda.

*Dmitry Bulatov*

Ministro della Gioventù e dello Sport. Membro di Una-Unso.

*Oleg Makhnitskiy*

Procuratore generale dell'Ucraina.
Membro di Svoboda.

*Tatyana Chornovol*

Presidente della commissione Anticorruzione nazionale.
Membro di
Una-Unso.

Fonte:
http://popoff.globalist.it/Detail_News_Display?ID=99020&typeb=0&Uno-per-uno-i-nazisti-nel-nuovo-governo-ucraino

Oltre i fondamentalismi

Fonte: il manifesto | Autore: Giuliana Sgrena                                                       
 
Ho seguito la nascita della lista Altra Europa con Tsi­pras con grande tre­pi­da­zione, col timore che potesse fal­lire. Ho cono­sciuto Ale­xis Tsi­pras al mani­fe­sto e ho pen­sato che tanto entu­sia­smo e attac­ca­mento alla realtà non poteva non con­ta­giarci, che la Gre­cia non poteva essere lasciata sola a sfi­dare quell’Europa che l’aveva con­dan­nata alla mise­ria. Sfi­darla non per abban­do­narla ai nazio­na­li­smi, ma per cam­biarla dall’interno per­ché la poli­tica dell’austerità è una con­danna anche per noi.
La sfida per un’altra Europa parte dal Medi­ter­ra­neo, innan­zi­tutto per eli­mi­nare il muro costi­tuito da Fron­tex. Ho pen­sato di dovermi spen­dere per un sogno che vuole andare al di là dell’Italia, ma per sal­vare anche il nostro paese. Sono rima­sta al di fuori del dibat­tito sulle can­di­da­ture, visto che compagne/i — mili­tanti e non — del Pie­monte e della zona di Como hanno rac­colto le firme per pro­porre la mia, soste­nuta anche da per­so­na­lità di rile­vanza nazio­nale, che rin­gra­zio. Non sono stata can­di­data da un par­tito anche se fac­cio parte di un par­tito, che a sua volta ha pro­po­sto anche can­di­da­ture esterne. Penso che non sia con­sueto nella poli­tica. Que­sto mi ha fatto ben spe­rare nel pro­cesso in corso, con tutti i suoi limiti, ine­vi­ta­bili per un’operazione che aveva tempi brevi e molte pres­sioni e sollecitazioni.
Ci sono stati errori? Sicu­ra­mente. Non si dove­vano can­di­dare espo­nenti di par­titi, che pure non hanno rico­perto cari­che isti­tu­zio­nali negli ultimi dieci anni? Si è scelto di farlo, per allar­gare il fronte e non esclu­dere nes­suno. Mi dispiace molto per il ritiro dalla lista di Anto­nia Bat­ta­glia, impe­gnata nella con­tro­in­for­ma­zione sull’Ilva di Taranto, io penso che avrebbe dovuto con­ti­nuare la sua atti­vità anche, se lo ritiene cor­retto, con­tro il pre­si­dente Ven­dola, che non è can­di­dato. Sarà lui a difen­dere il suo ope­rato davanti alla magi­stra­tura. Senza dimen­ti­care che ora il livello di inqui­na­mento è noto pro­prio gra­zie all’introduzione da parte della regione degli stru­menti per misu­rarlo. In una situa­zione lace­rata com’è quella di Taranto, divisa tra la difesa della salute e la difesa del lavoro, non si può sot­to­va­lu­tare la com­ples­sità e direi quasi l’aporia di una tale que­stione. E poi, si può con­dan­nare una lista per­ché den­tro c’è Sel e il pre­si­dente di Sel è Ven­dola? Se Bat­ta­glia aveva da rim­pro­ve­rare qual­cosa ai can­di­dati di Sel lo doveva fare, ma senza ritirarsi.
Oppure si può con­dan­nare una lista per­ché den­tro c’è Vale­ria Grasso che ha par­te­ci­pato a una mani­fe­sta­zione anti­ma­fia con i Fra­telli d’Italia (ma meno di un mese fa ha pre­sen­tato anche la mani­fe­sta­zione nazio­nale con­tro la Fini-Giovanardi insieme ai cen­tri sociali)? Nes­suno credo l’abbia costretta a can­di­darsi e met­tersi in gioco con scarse pos­si­bi­lità di essere eletta, come stiamo facendo quasi tutti noi. Natu­ral­mente spe­riamo che la lista abbia un grande suc­cesso e ci impe­gniamo per rea­liz­zarlo, ma senza nascon­derci la realtà. Quella di Grasso può appa­rire una scelta con­trad­dit­to­ria ma credo pos­siamo accet­tare la sua spie­ga­zione, il suo dichia­rarsi al di fuori di qual­siasi appar­te­nenza poli­tica. In quanto a Anto­nio Maz­zeo, che invece cono­sco per aver con­dotto bat­ta­glie comuni e che vuole riti­rarsi, spero che non perda la pos­si­bi­lità di dare una dimen­sione euro­pea alla bat­ta­glia anti-Mous.
Chi di noi non ha mai com­messo errori? Chi di noi ha in tasca la verità? Non pos­siamo farci irre­tire da posi­zioni fon­da­men­ta­li­ste che del resto abbiamo sem­pre com­bat­tuto. Dovremmo pro­vare a guar­dare oltre i con­tra­sti locali per dare un oriz­zonte più ampio alle que­stioni che difen­diamo: stiamo par­lando di Europa. Nelle liste Altra Europa con Tsi­pras ci sono diverse posi­zioni, diverse sen­si­bi­lità, per­ché non pro­viamo a con­ta­mi­nare e con­ta­mi­narci? Il cam­mino in seguito sarà più ricco.

domenica 9 marzo 2014

Moneta e crisi

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Andrea Fumagalli
Siamo in un momento di stallo. Con l’avvento del sistema di produzione capitalista, la moneta diventa espressione del capitale e del rapporto sociale di sfruttamento del lavoro. Con il passaggio dal capitalismo taylorista-fordista al bio-capitalismo cognitivo finanziarizzato, la funzione principale della moneta si modifica. La funzione di credito, tipica di un sistema D-M-D’ (economia monetaria di produzione), dove l’attività di investimento nella produzione di beni richiede una anticipazione monetaria e l’indebitamento degli attori economici (siano essi imprese private o lo Stato), lascia sempre più spazio alla moneta- finanza (economia finanziaria di produzione). La moneta finanza, non a caso, coincide con la dematerializzazione totale di denaro, essendo pura moneta-segno.
È importante sottolineare che tale passaggio dalla moneta-credito alla moneta-finanza implica un cambio di governance monetaria: la prima veniva e viene tuttora emessa sotto il controllo delle istituzioni monetarie (banche centrali), mentre la seconda, invece, dipende dalle dinamiche del mercato finanziario. Fino alla crisi del fordismo, infatti, l’istituzione della Banca Centrale aveva il compito di esercitare un controllo diretto e preciso sulla quantità di moneta (M1) emessa dalle zecche nazionali (fiat money). Ma oltre il 90% della massa monetaria è ora fornito da banche private e investitori finanziari, sotto forma di prestiti o attività speculative, sulla cui quota la Banca centrale ha solo un controllo molto indiretto. Ciò significa che, nonostante la Banca centrale possa unilateralmente e autonomamente fissare i tassi di interesse e di imporre riserve obbligatorie alle banche, la quantità di denaro in circolazione è meno controllabile dalla stessa Banca Centrale.
In un sistema capitalistico che si basa su una economia finanziaria di produzione, la quantità di moneta è endogeneamente determinata dal livello di attività economica e dall’evoluzione delle convenzioni finanziarie (in termini keynesiani) che governano il mercato finanziario internazionale. La Banca centrale può solo cercare di aumentare o diminuire l’offerta di moneta in circolazione, ma niente di più, inseguendo e assecondando le dinamiche degli stessi indici finanziari. Questa possibilità viene ora ulteriormente ridotta dal nuovo ruolo svolto dai mercati finanziari nel processo di finanziamento dell’attività di investimento, tramite le plusvalenze e la creazione di titoli altamente liquidi (definiti near money, quasi moneta) .
Ne consegue paradossalmente che i poteri discrezionali delle Banche centrali sono tanto più ridotti quanto più esse stesse sono diventati istituzioni politicamente indipendenti. Come conseguenza, i poteri di controllo e vigilanza della Banca centrale sul settore bancario e, attraverso la variazione dei tassi di interesse, sull’intero sistema economico sono sempre più funzionali alle dinamiche in atto nei mercati finanziari e sempre più dipendenti dalle oligarchie che li dominano.
Ciò significa che, nel bio-capitalismo cognitivo, la moneta e la determinazione del suo valore non sono più sotto il controllo della Banca centrale. Nel momento stesso in cui la moneta è puro segno sfugge a qualsiasi controllo pubblico, perdendo lo status di “bene di controllo pubblico”. Il suo valore è determinato di volta in volta dall’operare delle attività speculative sui mercati finanziari. Le sue funzioni di mezzi di pagamento e unità di conto (misura del valore ), così come di riserva di valore e dei mezzi di finanziamento della accumulazione /sviluppo, diventano fuori controllo. Nel momento in cui la sua quantità e la modalità di circolazione sono determinati dalle convenzioni che dominano mercati finanziari sempre più concentrati, la moneta diviene ostaggio delle aspettative che l’oligarchia (o meglio, la dittatura dell’oligarchia ) dei mercati finanziari è in grado di esercitare.
Oggi, possiamo dire che la creazione di moneta finanza è l’espressione (distorta) del comunismo libertario del capitale. Lo conferma la dipendenza della politica monetaria dalle dinamiche finanziarie. La moneta diventa espressione del bio-potere finanziario, esito dell’espropriazione del comune, come nuova forma di sfruttamento del lavoro nel bio-capitalismo cognitivo. In questo contesto, tuttavia, si possono aprire spazi nuovi e inesplorati. Non è più possibile agire una “resistenza”: il biopotere dell’oligarchia finanziaria è, al riguardo, troppo forte per pensare a qualche politica di controllo e di riforma degli stessi mercati finanziari in senso più equo. Ma vi è la possibilità e lo spazio per agire forme di esodo all’interno di questo stesso sistema.
Un esodo, si badi bene, che non è fuga verso un “altrove” che non c’è, ma realistica praxis dell’eccedenza presente: forma di contropotere finanziario. Proprio perché la moneta è puro segno, non più soggetta ad un monopolio di emissione (se non per la parte cartacea, una parte irrisoria della liquidità circolante) e quindi non più controllabile dalle istituzioni monetarie oggi esistenti (siano essi Fmi o le varie Banche Centrali, dalla Federal Reserve, alla Bce, alla Bank of China), oggi, la tecnologia ci permette di creare denaro in forma digitale. Una creazione autonoma di moneta che, se indirizzata a incidere sul rapporto di sfruttamento capitale – lavoro, può essere funzionale a creare le premesse per pensare un processo di produzione e di valorizzazione a misura dell’essere umano, antagonista alla mercificazione della vita che oggi impera da Est a Ovest.
Esistono già sperimentazioni di “moneta autonoma”, dalle monete complementari alle cripto-monete (Bitcoin, Litecoin, Freecoin…). Esse però svolgono ancora solo la funzione di mezzo di pagamento e unità di conto: sono funzionali, cioè, all’attività di puro scambio. E, poiché sono prodotte in regime di scarsità, possono essere soggette a attività speculative (come è successo con il Bitcoin) e quindi svolgere la funzione di riserva di valore, per speculare al rialzo sul rapporto di cambio con le monete tradizionali (dollaro, in primis). Da questo punto di vista, vengono “sussunte” nella logica del biopotere finanziario.
Ma se vogliamo creare un’”Autonomia monetaria”, essa deve coniugarsi con un’ “Autonomia precaria e di vita”, se è vero che oggi la condizione precaria, strutturale, esistenziale, generalizzata, moderna forma del rapporto di sfruttamento “capitale-lavoro”, è la modalità su cui si fonda il processo di espropriazione della cooperazione sociale e di creazione di ricchezza. Ecco allora che una moneta alternativa, per definirsi tale, deve in primo luogo essere strumento di remunerazione di quella vita produttiva e di quell’attività lavorativa che oggi viene costantemente svalorizzata: deve essere dunque strumento monetario per finanziare il salario minimo, un reddito di base incondizionato, l’accesso (libero e gratuito) ai servizi sociali di base per tutte/i, a prescindere dallo status giuridico di cittadinanza. Non solo mezzo di pagamento, ma strumento di autodeterminazione della propria vita e di libertà di scelta del lavoro.

Rodotà sostiene la lista Tsipras: L’importanza dell’Altra Europa

Fonte: il manifesto | Autore: Roberto Ciccarelli
                                
                                                Intervista a Stefano Rodotà . I problemi e le risorse dell’«Altra Europa con Tsipras». Per il giurista «non esprime un soggetto sociale stabilizzato, ma può avere un ruolo importante nel coniugare diritti sociali e costituzionali» in una prospettiva anti-austerity. «Vogliamo proporre anche un referendum sul pareggio di bilancio»
«Per eli­mi­nare ogni equi­voco dico subito che sosterrò la lista Tsi­pras e la voterò». Ste­fano Rodotà chia­ri­sce la natura delle osser­va­zioni pub­bli­cate in un recente arti­colo da «La Repub­blica» che hanno sca­te­nato una ridda di inter­pre­ta­zioni «in base ad un titolo che non era mio – afferma – In realtà ho cer­cato di fare un ten­ta­tivo di ana­lisi poli­tica. Ci viene detto che siamo in emer­genza, che i numeri non ci sono e che Renzi è l’ultima spiag­gia. Que­sto è un modo per blin­dare il suo governo. Una cosa inam­mis­si­bile. Io ritengo invece che il ruolo della poli­tica stia pro­prio nel pro­get­tare vie d’uscita dalle situa­zioni pre­sen­tate come emer­gen­ziali. E non credo, come invece fanno alcune inter­pre­ta­zioni die­tro­lo­gi­che, che la lista Tsi­pras, i tran­sfu­ghi del Movi­mento 5 Stelle, i depu­tati di Civati o Sel pos­sano dive­nire una stam­pella per il Pd. È un ragio­na­mento poli­ti­ci­stico che fran­ca­mente non mi interessa».
Ha comun­que espresso alcune per­ples­sità sulla lista Tsipras…
Con­si­de­rata l’importanza della situa­zione, non voglio dare rile­vanza a quelli che pos­sono essere sbri­ga­ti­va­mente con­si­de­rati i rischi che corre que­sta lista, ma ai pro­blemi veri che stanno emer­gendo. Non mi sono affatto ignote le dif­fi­coltà legate alla com­po­si­zione delle liste elet­to­rali, in que­sti casi ci sono sem­pre con­flitti e con­tra­sti. Non si può tut­ta­via tra­scu­rare la dif­fe­renza che c’è tra una valu­ta­zione e la scelta delle per­sone. Que­sto pro­blema si può riflet­tere sulla cam­pa­gna elet­to­rale. I pro­blemi ci sono e biso­gna affron­tarli adesso. Anche per evi­tare che ven­gano stru­men­ta­liz­zati in seguito.
Qual è il primo pro­blema che vede?
Que­sta lista di cit­ta­di­nanza sarà un taxi che por­terà, come mi auguro, dei par­la­men­tari a Bru­xel­les, ma che in seguito si ripar­ti­ranno in gruppi diversi? È un’ipotesi, certo, che secondo me non dovrebbe essere con­fusa con il neces­sa­rio plu­ra­li­smo che una lista simile deve espri­mere. Ma se que­sta ope­ra­zione, che è impor­tan­tis­sima per l’Italia, dovesse dis­sol­versi subito dopo il voto, sarebbe cer­ta­mente un problema.
Si rife­ri­sce al rap­porto tra il gruppo dei socia­li­sti di Schultz e quello della sini­stra euro­pea che ha can­di­dato Tsi­pras alla pre­si­denza della Com­mis­sione Ue?
Mi pare che si vada mate­ria­liz­zando que­sto pro­blema, anche se i pro­mo­tori della lista riten­gono che sia pos­si­bile risol­verlo. Biso­gna averne con­sa­pe­vo­lezza evi­tando di pen­sare che ogni pro­ble­ma­tiz­za­zione leda la mae­sta della lista Tsi­pras. Per me que­sto è un pas­sag­gio dif­fi­cile, ma essen­ziale, da affrontare.
La sug­ge­stione dell’esperienza di Siryza è molto forte, ma sem­bra fuori dalla por­tata delle sini­stre ita­liane. Un per­corso simile potrebbe nascere da que­sta lista?
L’Altra Europa con Tsi­pras non esprime un sog­getto sociale già costruito e sta­bi­liz­zato. Il rife­ri­mento a Syriza potrebbe essere d’aiuto per evi­tare di rin­chiu­derla in un con­te­sto auto­re­fe­ren­ziale. Ma il lavoro da fare è tan­tis­simo. Siryza si è for­mata dopo un’operazione poli­tica e di inse­dia­mento sociale impor­tante. Que­sta cam­pa­gna elet­to­rale euro­pea non può costruire un sog­getto sociale, ma dovrebbe essere capace di tro­vare un modo per fare espri­mere que­ste esi­genze in maniera com­pren­si­bile e coerente.
Sono state sol­le­vate per­ples­sità sulla scelta di per­sone note come Bar­bara Spi­nelli, Adriano Pro­speri o Moni Ova­dia di dimet­tersi dopo l’eventuale ele­zione. Non crede che biso­gne­rebbe evi­tare i «can­di­dati civetta»?
Hanno giu­sti­fi­cato que­sta deci­sione per un fatto di one­stà e di tra­spa­renza per gli elet­tori. Così facendo vogliono dare il mas­simo soste­gno e respon­sa­bi­lità a chi par­te­cipa alla lista. Ho apprez­zato molto le loro ragioni. Altri, a comin­ciare da Ber­lu­sconi, si sono fatti eleg­gere per trai­nare una lista e poi non sono mai andati a Bru­xel­les. La mia non è un obie­zione, e non intendo cal­va­care chi la sta facendo. Si tratta però di un tema già sol­le­vato nei mondi a cui fa rife­ri­mento la lista Tsi­pras e rischia di essere ripro­po­sto. Non voglio fare l’elogio dell’importanza della comu­ni­ca­zione, ma biso­gna usare il lin­guag­gio più adeguato.
È stato dato rilievo alla con­trap­po­si­zione tra le can­di­da­ture di Sonia Alfano e Luca Casa­rini, un con­flitto impro­prio con­si­de­rate le regole poste dagli stessi «garanti» della lista per i quali Alfano era già in par­tenza incan­di­da­bile per avere rico­perto inca­ri­chi poli­tici pre­ce­denti. Un epi­so­dio che sem­bra tra­durre due idee di sini­stra: la prima incen­trata sulla lega­lità e la società civile, la seconda sui diritti sociali e i movi­menti. Potranno mai coesistere?
Di certo non sono incom­pa­ti­bili. Tra l’altro, que­sto sta già avve­nendo da tempo, ad esem­pio con «Libera» di Don Luigi Ciotti. Ma il discorso è senz’altro più ampio e riguarda la grande que­stione dell’unione tra diritti civili e sociali, tra i diritti delle per­sone e quelli del lavoro. Il pro­blema riguarda il modo in cui è pos­si­bile sal­dare diritti costi­tu­zio­nali e diritti sociali. È la pro­spet­tiva sol­le­vata da Gustavo Zagre­bel­sky in una recente inter­vi­sta su Il Mani­fe­sto , una per­sona che non mi sem­bra affatto insen­si­bile al rispetto della logica della lega­lità. Su que­sto punto nem­meno io sono reti­cente. La lega­lità richiede un’idea forte di mora­lità pub­blica, non c’è alcun dubbio.
In cosa si distin­gue que­sto approc­cio dai discorsi pre­va­lenti sulla «cul­tura» della legalità?
Risponde ad una pro­spet­tiva poli­tica che ha solide basi cul­tu­rali. Io ci credo molto e vedo cre­scere la con­sa­pe­vo­lezza dal refe­ren­dum sull’acqua bene comune dal 2011 in poi. Per que­sto vado a Parma da Piz­za­rotti (5 Stelle) che ha pre­sen­tato un pac­chetto di sette deli­bere dalle unione civili al garante dei dete­nuti alla cit­ta­di­nanza civica ai bam­bini degli immi­grati. Per la stessa ragione appog­gio la Fiom di Lan­dini e gli auto­con­vo­cati che hanno il merito di non essersi accon­ten­tati degli stru­menti sto­rici dell’azione sin­da­cale, come lo scio­pero, e hanno con­dotto una bat­ta­glia costi­tu­zio­nale sulla riam­mis­sione dei rap­pre­sen­tanti sin­da­cali nelle fab­bri­che. Per affron­tare l’asimmetria con il potere oggi biso­gna costruire una cul­tura poli­tica e giu­ri­dica alta, non limi­tan­dosi a solu­zioni emer­gen­ziali o fram­men­tate. La lista Tsi­pras, alla quale par­te­cipa anche il movi­mento per l’acqua, potrebbe avere un ruolo impor­tante pro­muo­vendo una coa­li­zione sociale, esat­ta­mente quello che cerco di fare a par­tire dalla mani­fe­sta­zione del 12 otto­bre. Con Spi­nelli, Pro­speri o Ova­dia, la lista esprime que­sta aspi­ra­zione e una grande aper­tura cul­tu­rale. Esat­ta­mente il con­tra­rio di chiu­sure iden­ti­ta­rie o il ripie­ga­mento sulle ideo­lo­gie del Novecento.
Par­lare di coa­li­zioni sociali signi­fica anche inter­lo­quire con i movi­menti della casa e per il red­dito. In occa­sione della mani­fe­sta­zione sulla «Via mae­stra» del 12 otto­bre e di quella del 19 otto­bre è emersa una certa con­trap­po­si­zione che sem­bra tor­nare oggi nella cri­tica dell’elitarismo dei pro­mo­tori della lista e i loro rife­ri­menti alla «società civile». Si riu­scirà mai ad impo­stare un lavoro comune?
Me lo auguro, anche per­ché in que­sti casi il rife­ri­mento ai diritti fon­da­men­tali, la casa o il red­dito, è for­tis­simo, come altrove. Se que­sta lista andrà oltre la soglia del 4% si apri­ranno oppor­tu­nità per tutti. Chia­marsi fuori va benis­simo, ma vor­rei rove­sciare l’accusa.
In quali termini?
Chi oggi si chiama fuori lo fa in modo eli­ta­rio per sal­va­guar­dare la legit­ti­ma­zione di movi­menti legati a bat­ta­glie con­crete. Ma que­sto nes­suno lo mette in discus­sione. Dico solo che in un momento come que­sto si potrebbe otte­nere anche il soste­gno di chi va nella tua stessa dire­zione. È una vec­chia sto­ria dei movi­menti. Il con­tatto con le isti­tu­zioni sem­bra minac­ciare la capa­cità di azione sociale e impone com­pro­messi. Ma in poli­tica biso­gna anche pren­dersi il rischio dell’innovazione quando que­sta è neces­sa­ria. Secondo me que­ste cri­ti­che non sono giustificate.
La mani­fe­sta­zione a difesa della Costi­tu­zione del 12 otto­bre non ha pro­dotto un seguito. In che modo pen­sate di riav­viarne il per­corso, visto che Pd, Forza Ita­lia e Ncd con­ti­nuano a pro­pore nuove e rischiose riforme?
Ci stiamo rior­ga­niz­zando e pen­siamo di insi­stere su una serie di pro­po­ste di leggi popo­lari sulla par­te­ci­pa­zione, sull’iniziativa legi­sla­tiva popo­lare, sul red­dito di cit­ta­di­nanza anche se decli­nato oggi nella forma più sem­plice del red­dito minimo. Stiamo stu­diando le pos­si­bi­lità di un refe­ren­dum che riguardi il pareg­gio di bilan­cio intro­dotto nell’articolo 81 della Costi­tu­zione in maniera fret­to­losa e senza alcuna discus­sione. Non era obbli­ga­to­rio, altri paesi come la Fran­cia non l’hanno fatto. Ma è una misura ter­ri­bile che schiac­cerà que­sto paese sotto il peso dell’austerità. Visto che oggi esi­ste la lista Tsi­pras non ho dubbi che que­sta pro­spet­tiva possa essere inte­res­sante poli­ti­ca­mente anche per loro.

sabato 8 marzo 2014

La doppia sfida di Tsipras: cambiare l’Europa e la sinistra

       
La doppia sfida di Tsipras: cambiare l’Europa e la sinistra
         

Pubblicato il 7 mar 2014

di Teresa Pullano – il manifesto
Il leader greco è l’erede dell’eurocomunismo. La sua scommessa è quella di un’Europa antiliberista. La posta in gioco è la conquista dello spazio continentale. Superando l’euroscetticismo nazionalista di una parte delle sinistre
Ale­xis Tsi­pras, can­di­dan­dosi a pre­si­dente della Com­mis­sione euro­pea, fa una scom­messa: non ci sarà Europa se non sarà espres­sione di una sini­stra anti­li­be­ri­sta. Vice­versa, non c’è futuro per un pro­getto di demo­cra­zia radi­cale al di fuori dello spa­zio euro­peo. Per dimo­strare la vali­dità di que­sto assunto, Tsi­pras deve affron­tare due sco­gli: la dif­fi­coltà di un’azione poli­tica su scala con­ti­nen­tale e l’assenza di un popolo euro­peo. Se le forze riu­nite intorno a Syriza saranno capaci di ridare il potere di deci­dere ai cit­ta­dini, e di farlo su scala con­ti­nen­tale, allora si potrà chiu­dere una fase sto­rica comin­ciata nel 1989: quella del pen­siero unico neo­li­be­rale.
Defi­nire l’Europa come ter­reno di lotta non va da sé. Le isti­tu­zioni euro­pee sono viste come stru­menti al ser­vi­zio delle éli­tes libe­ri­ste. Lo si è visto al con­gresso della Linke, a metà feb­braio: la prima ver­sione del pro­gramma per le ele­zioni euro­pee indi­cava nella Ue del dopo Maa­stri­cht la causa di una delle «mag­giori crisi eco­no­mi­che degli ultimi 100 anni». Dopo le accuse di anti­eu­ro­pei­smo la frase incri­mi­nata è stata rimossa. Ma la spac­ca­tura, pro­fonda, rimane intatta, in Ger­ma­nia e nel resto delle sini­stre euro­pee. In Gre­cia, i comu­ni­sti del Kke hanno una posi­zione anti­eu­ro­pei­sta. A Roma il 12 aprile si terrà una mani­fe­sta­zione dei movi­menti con­tro le poli­ti­che di auste­rità. Alcune delle orga­niz­za­zioni che vi par­te­ci­pe­ranno, come Ross@, chie­dono la «rot­tura dell’Unione euro­pea», altre la fine dell’euro. Un esito affatto mal­vi­sto da un eco­no­mi­sta come Emi­liano Bran­cac­cio, che ne ha scritto sullo scorso numero di Sbi­lan­ciamo l’Europa.
La posi­zione di Tsi­pras è all’opposto. Nel suo pro­gramma si legge che la zona euro è lo spa­zio più appro­priato per rea­liz­zare poli­ti­che redi­stri­bu­tive e di pieno impiego. Que­sto per­ché «l’unione mone­ta­ria, come entità uni­ta­ria, ha mag­giore libertà nelle deci­sioni poli­ti­che rispetto ai sin­goli stati mem­bri presi sepa­ra­ta­mente». È il primo punto chiave: lo scon­tro a sini­stra è sul livello geo­gra­fico, eco­no­mico e poli­tico, sul quale porsi. Tsi­pras si tro­verà di fronte a una duplice sfida: riu­scire a unire i lavo­ra­tori, fram­men­tati a livello nazio­nale, e iden­ti­fi­care i con­torni dello spa­zio euro­peo, che è com­po­sito e ben diverso dall’omogeneità sia della nazione che dell’orizzonte glo­bale dell’internazionalismo clas­sico. Non si può dar torto a chi sostiene, come gli autori del libro En finir avec l’Europe (La Fabri­que edi­zioni, Parigi, 2013), a cura di Cedric Durand, che i lavo­ra­tori non sono orga­niz­zati a livello euro­peo: men­tre le classi domi­nanti sono potenti e coor­di­nate su scala con­ti­nen­tale e inter­na­zio­nale, i movi­menti sociali e le orga­niz­za­zioni della sini­stra sono anco­rati ai ritmi e agli spazi nazio­nali. Per Durand e i suoi co-autori i lavo­ra­tori non influen­zano il pro­cesso di inte­gra­zione e non dispon­gono dei mezzi per farlo. Il livello nazio­nale è dun­que l’unico al quale tor­nare. Si potrebbe obiet­tare che c’è un errore di pro­spet­tiva: come la nazione è stata il piano delle lotte di classe per gli ultimi due secoli, e i primi ad accor­ger­sene, e ad usarla in que­sto senso, furono pro­prio gli inte­ressi della bor­ghe­sia, allo stesso modo oggi que­sta fun­zione è svolta dallo spa­zio euro­peo. Nulla impe­di­sce di appro­priarsi di que­sta nuova forma dello stato e di tra­sfor­marla, com’è acca­duto per le nazioni. Nello stesso tempo, Tsi­pras deve riu­scire a coor­di­nare le lotte dei lavo­ra­tori in Europa. Deve costruire luo­ghi d’incontro e stru­menti di lotta che cam­bino le poli­ti­che euro­pee di cir­co­la­zione dei lavo­ra­tori e dei ser­vizi.
La seconda sfida è come ridare potere deci­sio­nale ai cit­ta­dini in man­canza di un popolo euro­peo. L’Europa sarà demo­cra­tica o non sarà. L’obiettivo poli­tico per eccel­lenza, scrive Tsi­pras, è la rior­ga­niz­za­zione demo­cra­tica dell’Unione euro­pea, che si declina in ter­mini di diritti sociali e poli­tici. Per garan­tirli biso­gnerà raf­for­zare il bud­get comune, dare potere ai par­la­menti nazio­nali di stan­ziare le risorse neces­sa­rie e rin­for­zare il ruolo del Par­la­mento euro­peo. Que­sto però non basta: un’Europa demo­cra­tica, nella quale i cit­ta­dini ricon­qui­stano un potere deci­sio­nale, si potrà avere solo se le masse popo­lari, e le loro lotte, rie­scono a inter­ve­nire sulla forma che lo Stato sta pren­dendo su scala euro­pea. Solo se i par­titi, i movi­menti, i cit­ta­dini riu­sci­ranno a fare pro­prio lo spa­zio euro­peo, a pro­durlo loro stessi, e non a subirlo o ad igno­rarlo ripie­gan­dosi sulla falsa que­stione dell’identità nazio­nale, allora si potrà avere una demo­cra­zia euro­pea in assenza di un popolo, nel senso moderno del ter­mine. Il popolo emer­gerà dalle lotte poli­ti­che, costi­tuenti sia dello spa­zio che del sog­getto demo­cra­tico. Il filo­sofo greco Nicos Pou­lan­tzas, che Tsi­pras ha citato non a caso nel suo tour ita­liano e nella visita al mani­fe­sto, la chia­mava «la via demo­cra­tica al socia­li­smo». Una visione che non ha nulla a che vedere con il socia­li­smo libe­rale: signi­fica che l’oggetto della lotta è la tra­sfor­ma­zione radi­cale dello spa­zio statuale.

venerdì 7 marzo 2014

Marco Travaglio: “La grande vuotezza”

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Toni_Servillo_La_grande_bellezza_foto_di_Gianni_Fiorito(Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano) – Dopo gli Oscar per i migliori film, ci vorrebbe un Oscaretto per i migliori commenti italiani agli Oscar. Provinciali, retorici, cialtroni, pizzaemandolineschi. Un po’ come dopo le partite dei Mondiali quando vince l’Italia: il patriottismo ritrovato, l’orgoglio tricolore, il riscatto nazionale, l’ottimismo della volontà, la metafora del Paese che rinasce, il sole sui colli fatali di Roma. Questa volta però, con l’Oscar a La grande bellezza, c’è un di più: l’esultanza di chi s’è fermato al titolo, senza capire che è paradossale come tutto il film. Ecco: quello di Sorrentino è il miglior film straniero anche e soprattutto in Italia. Il Corriere fa dire al regista che “con me vince l’Italia”, ma è altamente improbabile che l’abbia solo pensato: infatti ha dedicato l’Oscar alla famiglia reale e artistica, al Cinema e agli idoli adolescenziali (compreso – che Dio lo perdoni – Maradona, inteso però come il fantasista del calcio, non del fisco). Eppure Johnny Riotta, sulla Stampa, vede nel film addirittura “un monito” e spera “che la vittoria riporti un po’ di ottimismo in giro da noi”. E perché mai? Pier Silvio B., poveretto, compra pagine di giornali per salutare l’“avventura meravigliosa” sotto il marchio Mediaset. Sallusti vede nell’Oscar a un film coprodotto e distribuito da Medusa la rivincita giudiziaria del padrone pregiudicato (per una storia di creste su film stranieri): “Ci son voluti gli americani, direi il mondo intero, per riconoscere che Mediaset non è l’associazione a delinquere immaginata dai magistrati”. Ora magari Ghedini e Coppi allegheranno l’Oscar all’istanza di revisione del processo al Cainano. “Oggi – scrive su Repubblica Daniela D’Antonio, moglie giornalista di Sorrentino – ho scoperto di avere tantissimi amici”. Infatti Renzi invita “Paolo per una chiacchierata a tutto campo”. Napolitano sente “l’orgoglio di un certo patriottismo” per un “film che intriga per la rappresentazione dell’oggi”. Contento lui. Alemanno, erede diretto dei Vandali, Visigoti e Lanzichenecchi, vaneggia di “investire nella bellezza di Roma e nel suo immenso patrimonio artistico”. Franceschini, ex ministro del governo Letta che diede un’altra sforbiciata al tax credit del cinema, sproloquia di un “Paese che vince quando crede nei suoi talenti” e di “iniezione di fiducia nell’Italia”. Fazio, reduce da un Sanremo di rara bruttezza dedicato alla bellezza, con raccapricciante scenografia color caco marcio, vuole “restituire” e “riparare la grande bellezza”. Il sindaco Marino rende noto di aver “detto a Paolo che lo aspetto a Roma a braccia aperte per festeggiare lui e il film, per il prestigio che ha donato alla nostra città e al nostro Paese”. Ma che film ha visto? È così difficile distinguere un film da una guida turistica della proloco?
In realtà, come scrive Stenio Solinas sul Giornale, quello di Sorrentino “è il film più malinconico, decadente e reazionario degli ultimi anni, epitaffio a ciglio asciutto sulla modernità e i suoi disastri”. Il referto medico-legale in forma artistica di un Paese morto di futilità e inutilità, con una classe dirigente di scrittori che non scrivono, intellettuali che non pensano, poeti muti, giornalisti nani, imprenditori da buoncostume, chirurghi da botox, donne di professione “ricche”, cardinali debolucci sulla fede ma fortissimi in culinaria, mafiosi 2.0 che sembrano brave persone, politici inesistenti (infatti non si vedono proprio). Una fauna umanoide disperata e disperante che non crede e non serve a nulla, nessuno fa il suo mestiere, tutti parlano da soli anche in compagnia e passano da una festa all’altra per nascondersi il proprio funerale. Si salva solo chi muore, o fugge in campagna. È un mondo pieno di vuoto che non può permettersi neppure il registro del tragico: infatti rimane nel grottesco. Scambiare il film per un inno al rinascimento di Roma (peraltro sfuggito ai più) o dell’Italia significa non averlo visto o, peggio, non averci capito una mazza. Come se la Romania promuovesse Dracula a eroe nazionale e i film su Nosferatu a spot della rinascita transilvana.

Guido Viale

La nostra lista nata dal basso e dei territori
risposta di Guido Viale alla lettera di Carlo Formenti su Alfabeta
C’è ovviamente una vena di disprezzo per gli “intellettuali” – da contrapporre alla “rude razza pagana” o alle “mani callose” degli operai - nell’appellativo “partito dei professori” che Carlo Formenti, in una “Lettera aperta ai compagni della sinistra radicale sulle elezioni europee”, pubblicata da Alfabeta, affibbia alla lista “L’altra Europa per Tsipras”.
 
La cosa curiosa è che tra i sette garanti della lista solo due sono professori, gli altri no. Lo è invece l’autore di quell’articolo. È un approccio al problema del lavoro intellettuale ancora diffuso negli ambiti più tradizionalisti di una sinistra ormai defunta, che può anche essere la manifestazione di una sana diffidenza. Ma quando è alimentato dall’alto mi ricorda l’intervento di un operaio (senza mani callose) che nel corso di una recente assemblea aveva così esordito: “Gli intellettuali, scusate la parola, ecc…”.
Conosco Carlo Formenti soprattutto attraverso i libri (scusate la parola…) che ha scritto, ma stavolta questo professore in incognito ha fatto cilecca. Non sa niente e crede di sapere tutto. Non sa niente perché nella fase della sua costituzione, della lista “L’altra Europa” non si può sapere quasi niente, se non parlando, ma Formenti non lo fa, del contesto in cui è nata o della domanda sociale, politica e culturale a cui cerca di dare risposta. Una risposta in gran parte da definire attraverso il concorso dei movimenti a cui la lista fa appello, mettendo a frutto la loro esperienza, le loro buone pratiche e anche, ovviamente, il contributo degli “intellettuali” che hanno dato la loro adesione.
Invece Formenti sembra già sapere che in quella lista, o verso quella lista, convergono Vendola, che ha appena affrontato – e perso - un congresso in cui proponeva esattamente il contrario, Civati e i cinque stelle dissidenti, che per ora stanno facendo tutt’altre operazioni, Toni Negri che ha detto che appoggia Tsipras ma le lezioni non gli interessano, Bifo che gli ha inviato un assist alla propria candidatura “di puro marchio democristiano”, Casarini (ma l’ha imbroccata per puro caso), ecc. E sbaglia persino sostenendo che Paolo Flores e Barbara Spinelli (che scrive su la Repubblica) fanno capo al Fatto Quotidiano.
Ma le critiche sostanziali di Formenti riguardano due questioni: l’idea di cercare una “terza via” tra mercatismo ed euroscetticismo e le modalità di scelta dei candidati. A Formenti non piace l’espressione “terza via” che gli ricorda Blair; ma è una questione nominalistica, perché la terza via di Blair e dei suoi epigoni rientra a pieno titolo nel mercatismo - o liberismo - mentre la strada proposta da Tsipras e dalla lista “L’altra Europa” respinge tanto il liberismo imperante nella governance europea, e non solo, quanto l’idea di salvarsi attraverso un recupero delle sovranità nazionali in campo monetario, fiscale, tariffario, ecc.
Formenti non dice se condivide o no questa “seconda via” (ben riassunta nella proposta di “uscire dall’euro”) e liquida la questione affermando che “questa Europa può solo essere distrutta per costruirne dal basso un’altra sulle sue ceneri”. Non si capisce però se per distruzione e ricostruzione “sulle ceneri” Formenti intende che dobbiamo passare anche noi per un disastro come quello della Grecia (“ceneri”); oppure sciogliere il vincolo europeo per tornare alle sovranità nazionali (“quest’Europa può solo essere distrutta”); però sa già che “i professori” di queste cose non vogliono parlare. E perché? Di che altro si dovrebbe parlare in questa campagna elettorale per definire un percorso che eviti sia il mercatismo imperante che l’euroscetticismo (e il fascismo) in ascesa?
In realtà, mettendo insieme l’appello dei “professori”, cioè dei promotori della lista e la dichiarazione programmatica di Tsipras, che i promotori (ora garanti) hanno condiviso, abbiamo un programma politico quasi completo, certamente da articolare, integrare, approfondire e correggere, con cui però Formenti non si confronta. In quelle dichiarazioni si parte proprio dal presupposto che oggi “gli Stati [europei] da soli non sono in grado di esercitare sovranità” e che per questo solo l’Europa può e deve cambiare fondamentalmente.
Deve darsi una nuova Costituzione, i mezzi finanziari per creare lavoro, con una politica ambientale adeguata alle dimensioni della crisi planetaria, con una riconversione del sistema produttivo dove si indicano anche i settori di più urgente intervento; deve respingere il fiscal compact, mettere al centro il superamento delle diseguaglianze e lo stato di diritto, promuovere la ricerca, l’istruzione e la cultura, affrontare mafia e criminalità organizzata e invertire rotta nelle politiche adottate contro i migranti.
Nella sua Dichiarazione programmatica, a sua volta, Tsipras precisa tre principi che impegneranno i parlamentari eletti nelle liste che lo appoggiano per offrire un punto di riferimento concreto alle lotte sociali sempre più intense contro le politiche liberiste adottate dall’UE. I tre principi riguardano la fine dell’austerità, attraverso misure che includono anche la rinegoziazione del debito e la messa in mora del suo rimborso; la trasformazione ecologica della produzione e una politica di inclusione, diretta innanzitutto ai migranti e ai diritti civili dei cittadini. Il tutto articolato in ben dieci punti che nel loro insieme costituiscono una ricostituzione dalle radici dell’Unione europea. Forse proprio quella che anche Formenti auspica, anche se, al di là del suo furore distruttivo, non ci dice che Europa vorrebbe e nemmeno se anche per lui è l’Europa il terreno fondamentale dove si decidono gli esiti di un conflitto che ancora non si è dispiegato pienamente, ma di cui si moltiplicano i focolai e che il nostro progetto cerca di consolidare in un fronte unitario.
Quanto alla scelta dei candidati, sfiderei Formenti a trovare un sistema più democratico di quello adottato per formare la lista L’altra Europa con Tsipras. Associazioni, comitati e organizzazioni varie, compresi i partiti che sostengono la lista, hanno presentato le loro proposte, dopo averle discusse al loro interno, a un comitato allargato a cui tutti gli interessati hanno potuto partecipare. Questo comitato ha sottoposto quelle proposte a uno screening per ricomporle secondo criteri di buon senso. In cui ha certamente un posto di riguardo la “visibilità” dei candidati per far parlare di una lista e di un programma su cui è calato il più assoluto silenzio di stampa e media. Ma i criteri sostanziali sono il rispetto di un equilibrio tra generi, di età, provenienza territoriale e appartenenza a mondi politico-culturali differenti (la lista si propone esattamente questo). Una serie di criteri che non lascia molto spazio alla discrezionalità.
D’altronde le elezioni europee consentono ben tre voti di preferenza, che possono ribaltare molte delle scelte compiute. Quanto ai “professori”, cioè ai garanti, non sono stati loro a formare le liste; il loro ruolo era quello di proporre al comitato alcune (poche) candidature di rilievo e di dirimere le questioni controverse. Formenti, ergendosi a paladino della selezione dei candidati in assemblea o tramite un voto on-line sembra aver dimenticato come si sono svolte e concluse le assemblee che hanno preceduto solo un anno fa il disastro di Rivoluzione Civile (le assemblee occupate per imporre i candidati di uno o dell’altro partito, che è quello che si voleva evitare), o come si svolgono i periodici voti on line del movimento cinque stelle, con cui, in questo caso, non si vuole avere niente da condividere.
In una non-organizzazione come la lista L’altra Europa, nata praticamente dal nulla per supplire alle carenze o rimediare alle divisioni di chi per anni si è autonominato rappresentante della sinistra, riuscendo a lasciare milioni di cittadine e cittadini senza alcuna rappresentanza e consegnandoli all’astensione, al movimento cinque stelle o a un voto al PD dato controvoglia, non credo che si potesse trovare un modo di scegliere i candidati migliore di questo.

Renzi??

Da megachip.info

**Renzi? Voluto dagli USA per svendere l'Italia**

Giulietto Chiesa: Renzi? il più adatto per una politica filo-USA. Lo
ha rivelato lui stesso quando si è paragonato a Tony Blair, un servo
degli Stati Uniti

mercoledì 5 marzo 2014 ilsussidiario.net

*Intervista di Fabio Franchini a Giulietto Chiesa*

/"È tutto spettacolo"/. Così Giulietto Chiesa, giornalista e
politico storicamente di sinistra, commenta l'operazione Renzi, spinto
a Palazzo Chigi dalla mano degli States per rispondere agli interessi
di Wall Street e per amicarsi Italia, preziosa pedina, nello
scacchiere che vede contrapposti gli Usa alla Germania della Merkel.
/"Io credo che Renzi sia la persona più adatta per fare una politica
filoamericana. D'altronde lo ha rivelato lui stesso quando si è
paragonato a Tony Blair, che è stato un servo degli Stati Uniti"/
continua Chiesa.

Dietro l'ascesa di Matteo Renzi a Palazzo Chigi non c'è solo De
Benedetti. Pare che una spinta importante sia arrivata anche dagli
States, direttamente dalla Casa Bianca.

Io credo che Renzi sia la persona più adatta per fare una politica
filoamericana. D'altronde lo ha rivelato lui stesso, senza esitazioni,
quando si è paragonato a Tony Blair, che è stato un servo degli
Stati Uniti: se lo vuole imitare vuol dire che ha questa intenzione.
Del resto il personaggio, per come si presenta, punta molto in alto e
siccome i padroni universali stanno là, dalle parti di Wall Street,
immagino che voglia puntare proprio verso quella direzione. È dunque
facile capire perché Obama è ben felice che Renzi sia al potere (e
che possibilmente vi rimanga).

Prima c'era Letta che è sempre stato etichettato come l'uomo delle
banche; a un certo punto non è più andato bene. Perché?

Enrico Letta era un uomo della vecchia guardia. Bisogna fare
attenzione ai particolari: Letta, a differenza di Obama, è andato a
Sochi. Queste cose, per chi ha il comando, sono molto interessanti; si
misurano tra di loro con i dettagli. Letta ha fatto un errore a
partecipare alle Olimpiadi invernali in Russia: ma come? Cosa ci è
andato a fare? Non si devono fare queste cose... Renzi non ci sarebbe
mai andato, ecco la differenza. Da queste piccole cose si possono
capire le preferenze dei padroni del vapore, che un tempo erano più
duttili e civili e adesso, invece, stanno diventando sempre più
prepotenti, pretendendo servitori molto più fedeli.

Renzi, come uomo "scelto" dagli Stati Uniti, va collocato nel puzzle
dello scontro politico economico Germania-Usa? Obama, più volte, ha
criticato la linea Merkel.

Io penso che lo scontro Germania-Stati Uniti sia in corso da tempo ed
entrambi i Paesi fanno i propri rispettivi interessi. Siccome la
Germania è molto forte in Europa, se io fossi al posto di Obama
cercherei di accerchiarla, togliendole ogni aiutante di campo,
isolandola. È un'operazione, ripeto, in corso da tempo. Per
esempio...

Prego.

La guerra di Libia è stato un episodio in cui i grandi alleati
americani, Francia e Gran Bretagna, si sono messi in campo, mentre la
Merkel non è andata in Libia a combattere al fianco degli Usa e della
Nato. Il terzo protagonista europeo - di un certo peso economico e
storico - è l'Italia. Conquistare pienamente l'Italia in una visione
esclusivamente atlantica è una mossa che può avere un grande
significato per il futuro. E io credo che a Washington stiano pensando
proprio a questo.

Dunque Renzi come pedina fondamentale in questo scacchiere di
rapporti di forza?

Io non ho un solo documento a sostegno di questa tesi - sono cose
che rimangono all'interno di colloqui segretissimi -, ma la mia
impressione generale è che se Enrico Letta fosse uguale a Renzi non
lo avrebbero certo cambiato; lo hanno fatto perché Renzi è molto
più filo-americano.

Dovrà dare qualcosa in cambio?

È al potere con tutti i vantaggi del caso. Lo scambio è: /"tu stai
al potere e noi facciamo quello che vogliamo fare"/. In questi casi
non è mai questione di gratitudine: quanto dai, tanto avrai.

Qualche settimana fa il Financial Times e il Wall Street Journal
hanno speso belle parole per Renzi. Ultimamente il fondo (americano)
Blackstone ha acquistato partecipazioni in Versace e Intesa San Paolo
e il magnate (americano) George Soros il 5% di Immobiliare grande
distribuzione. È un caso?

Mi sembra che, appunto, siano tutti elementi che vadano in questa
direzione. I grandi proprietari universali - come li chiama Luciano
Gallino - si consultano, si parlano e si danno segnali. Ecco, questi
sono tutti segnali in questo senso: maggiore simpatia e sicurezza
verso un governo (meno tedesco e più americano) che dà garanzie più
precise e complete.

Quello degli Stati Uniti potrebbe essere una sorta di nuovo "Piano
Marshall"?

Ma qui non c'è alcuna politica di investimenti a difesa della
libertà. Adesso si devono fare le privatizzazioni, a questo starà
pensando il nostro premier. Si deve vendere l'Italia: questo è il
progetto. I grossi pescecani della finanza aspettano proprio questo. A
dire il vero, lo aveva detto anche Letta, ma siamo al discorso di
prima: ci sono quelli che eseguono gli ordini senza tirare le briglie
e chi - poco gradito - le tira. Semmai...

Dica.

L'unico Piano Marshall possibile in questo momento sarebbe cambiare
le regole della finanza internazionale: mettere fuori legge gli
off-shore, congelare per i prossimi 50 anni un'ingente massa di
derivati e così via. Insomma, tutta una serie di medicine -
inevitabili e inesorabili - che naturalmente modificherebbero il
quadro degli equilibri finanziari a svantaggio di Wall Street, motivo
per il quale non si faranno mai.

Cosa si farà invece?

All'ordine del giorno, ribadisco, ci sono le immediate
privatizzazioni di quasi tutto il patrimonio industriale (e anche
immobiliare e artistico-culturale) italiano: è questo che ci dobbiamo
aspettare secondo la strategia dei 50 miliardi del Fiscal Compact. Gli
orizzonti sono questi. Renzi è qui per eseguire i compiti che furono
assegnati a Mario Monti.

È un bene o un male per l'Italia?

Se ci si riferisce alla finanza internazionale è un bene, ma se ci
si riferisce alla condizione umana e materiale del popolo italiano è
un male. Non può essere un fatto positivo, la gente si aspetta
tutt'altro. Naturalmente molti non hanno ancora capito, perché le
dinamiche mediatiche con le quali si promuovono queste operazioni
convincono milioni di persone che questo sia un uomo nuovo, giovane e
affascinante che mette otto donne del governo. Figuriamoci...

Il suo giudizio è dunque negativo.

È tutto uno spettacolo, e la gente, che non ne conosce le regole, ci
casca. Poi piange, a danno fatto. Nell'immediato Renzi prenderà un
sacco di voti, tutti dovuti alla speranza disperata della gente di
cavarsela. Una volta per svelare gli altarini ci volevano 5 o 6 anni,
oggi in molto meno tempo: fra un anno saremo già lì a fare i conti.
L'accelerazione della crisi rende il tutto molto trasparente...

Fonte:
http://www.ilsussidiario.net/News/Politica/2014/3/5/RETROSCENA-Giulietto-Chiesa-Renzi-lo-hanno-voluto-gli-Usa-per-vendere-l-Italia/475958/

mercoledì 5 marzo 2014

Syriza, lezioni greche

Fonte: micromega | Autore: Matteo Pucciarelli, Giacomo Russo Spena               
                        
po spesso la sinistra italiana si perde in futili polemiche e tende a frazionarsi. Mentre da Atene ci arriva un altro esempio. I contenuti prima di tutto: "Non conta cosa ci conviene. Conta quel che è giusto".

A un certo punto dell'intervista, che in realtà si è trasformata in una discussione sulla sinistra e sul futuro, ci sorge un sospetto rivolto verso noi stessi però: ma davvero ci siamo ridotti così male, in Italia? A valutare sempre tutto col metro della convenienza, del sospetto, senza una visione che vada oltre il proprio piccolo recinto di dubbi o certezze. Nikos Karadillion, sindacalista e segretario di Syriza ad Atene, a volte risponde così, un po' stupefatto: ok, e quindi? Non capisce, non può capire il senso di certe domande. Qui - nel bene e nel male - si professa la semplicità: nelle idee e nella pratica politica.

Un esempio? La legge elettorale. Karadillion si infervora: "Il principio della rappresentanza proporzionale per noi non deve essere relegato ad una norma. Deve essere inserito nella Costituzione". Allora ribattiamo: "Ma Syriza è prima nei sondaggi, in questo momento non vi conviene, con l'attuale maggioritario governereste senza problemi". Risposta, senza esitazione: "Conviene alla democrazia, quindi è giusto così".

Il viaggio dentro Syriza, alla ricerca dell'alchimia perfetta per la sinistra del domani, è fatto di molte sorprese. Un mito assoluto da queste parti è Pietro Ingrao. Ma in generale le vicende e le intelligenze dei vari Lucio Magri, Luigi Pintor, Rossana Rossanda e più recentemente Fausto Bertinotti sono tenute in grande considerazione. "Ci fa un po' di tristezza vedervi adesso, così divisi", ammettono e sembra un dispiacere vero. Sono ancora (quasi) tutti comunisti e non se ne vergognano affatto, "però cambiano le stagioni e il modo di affrontare i problemi, nulla resta immutabile e non ci si può fossilizzare sulle identità".

Ci sono le elezioni europee, gli iscritti si sono votati le liste con un referendum interno ed è stata la prima volta. Chiediamo con una certa malizia del perché un ex esponente del Pasok (i socialisti, ora praticamente spariti dopo quasi 40 anni di strapotere) è stato candidato con Syriza alla carica di governatore del Peloponneso. "Perché è una persona di valore. E ha ammesso di aver fatto delle valutazioni sbagliate. Nella vita si cambia idea. Che male c'è?". Ma siccome non ci basta, allora la buttiamo lì: "Non è che siccome i consensi aumentano cercate sponde al centro?". Siamo pur sempre italiani no? Noi parliamo del centro sin dalla culla. Ci risponde di nuovo Karadillion, perentorio: "Di fronte a una crisi del genere, economica e culturale, moderare la radicalità nella richiesta di cambiamento può solo essere perdente".

martedì 4 marzo 2014

Elezioni europee

Pubblicato il · in alfapiù, società · 15 Commenti
claire fontaine, change3Andrea Fumagalli
Sul fatto che queste elezioni Europee non modificheranno nulla non è difficile immaginarlo. Basta una semplice analisi della struttura del biopotere oggi esistente. L’Euro di Maastricht – così come è stato costruito – è come un manganello che ti pesta violentemente quando vai in piazza. Prendersela con il manganello, senza pensare a chi lo usa, e perorare la causa di vietare il manganello (ovvero, fuor di metafora, uscire dall’Euro) non solo è inutile ma potrebbe dare adito a soluzioni peggiori (l’uso della pistola?).
Ma prendersela con il poliziotto che usa il manganello non risolve comunque il problema. Draghi e la Bce, insieme alla troika, non sono altro che fedeli esecutori (come lo è il poliziotto zelante, che sempre più spesso, a Genova 2001 come in Grecia oggi, va anche al di là del suo mandato). Il cuore del problema è l’oligarchia finanziaria a livello globale. Èa questo livello, sfuggevole, non definibile, non immedesimabile in un “nemico” in carne ed ossa (il padrone) o in una istituzione pseudo-sovrana (lo Stato o l’UE) che occorre porsi e dal quale occorre partire per poter immaginare scenari diversi e alternative future. Come scalfire, ridurre, combattere questo potere finanziario, moderno Golia di fronte a tanti piccoli potenziali David ma impossibilitati nell’agire?
Sono possibili circuiti finanziari alternativi in grado di fare “esodo” all’interno e contro i dispositivi di comando, controllo e ricatto che oggi vengono agiti contro le popolazioni e le varie moltitudini dell’Europa e del Mondo? Sul blog di Effimera, è iniziata una discussione su questo tema e sulla possibilità di pensare, come strumento di contro-potere all’oligarchia finanziaria, un’Istituzione finanziaria del comune e una moneta del comune, per la cui analisi si rimanda a: http://quaderni.sanprecario.info/category/effimera/comune-reddito-moneta/. Qui si gioca la partita e da qui si comincia a discutere, come premessa e analisi prepolitica dal cui esito dipende poi lo sviluppo di forme organizzative, di modelli di comunicazioni e di rappresentanza che siano adeguate alla posta in gioco e non semplici retaggi di un passato che oggi non c’è più.
È facile criticare il tentativo della Lista Tsipras da chi si fregia di fare il purista (come Formenti) senza preoccuparsi di individuare alcuna alternativa, perché troppo impegnato a criticare tutto e tutti. Stare seduto sulla collinetta della purezza potrà pure permettere di osservare le tristi vicissitudini umane di questi anni, i singulti di reazione, le meschine operazioni di repressione sociale, l’opportunismo culturale e politico, ecc., ma finché non si avrà il coraggio di scendere nell’agone, sporcarsi le mani, tentare e sbagliare, ritentare e risbagliare, nulla cambierà.
La Lista Tsipras è uno di questi tentativi, probabilmente il meno adeguato per noi in Italia, probabilmente importante per la Grecia dove gli equilibri politici sono diversi, ma credo che sia un tentativo che possa essere laicamente fatto. Purché non sia l’unica proposta in campo e non sia a sua volta il prodotto della triste nomenklatura che ha portato alla morte la sinistra radicale italiana.
Ciò che conta, infatti, a partire dalla critica del presente, è la ricerca di una prospettiva per il futuro. Questo obiettivo – qui da noi (può essere diverso in altre parti del mondo) – non può essere solo pensato all’interno dell’istituzionalizzazione (elettorale) della necessità di trasformazione radicale che il presente ci impone (in quanto si sviluppa su un terreno, quello istituzionale, che non lo consente), ma non lo è neanche all’interno di una ideologia pura sganciata dalla praxis e autoreferenziale.
Leggi anche
Franco Berardi Bifo, Perché voteremo per la lista Tsipras
Carlo Formenti, Lettera aperta ai compagni della sinistra radicale sulle elezioni europee

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