Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!

venerdì 13 giugno 2014

Rossana Rossanda: Tutte le ombre del voto europeo

Fonte: sbilanciamoci | Autore: Rossana Rossanda                    
 
Lo spostamento a destra del Parlamento europeo ha di fatto annullato lo spazio politico per la candidatura di Tsipras a guidare la Commissione Ue. Mentre in Italia è fallito l'obiettivo della Lista Tsipras di utilizzare la campagna elettorale come un cantiere per tentare una riunificazione di tutti i frammenti delle sinistre radicali

Il mio giudizio negativo dell’esito delle elezioni europee ha suscitato una serie di cortesi contestazioni che mi obbligano a riflettere e precisare. Ingenerosa è apparsa soprattutto la mia critica alla gestione della Lista Tsipras, che ha mobilitato molte forze da tempo paralizzate o anche nuove, fino a superare lo sbarramento del 4 per cento, pur nel silenzio opposto da tutti i media.
Tuttavia mantengo un giudizio sfumato. Il primo obiettivo che la Lista si era posta era di svolgere un ruolo nell’elezione del presidente della Commissione europea; per questo occorreva un successo politico assai più ampio, raccolto in diversi paesi, lavoro che non è stato neanche cominciato. Fuori dalla Grecia e dall’Italia le forze delle sinistre radicali hanno continuato a presentarsi ognuno con la propria sigla, impegnando semplicemente i propri eletti a far votare Alexis Tsipras come presidente, quando sarà venuto il momento. Di più, la previsione di un testa a testa fra Juncker e Schulz è caduta per l’avanzata delle forze di centrodestra e di destra estrema nell’intero parlamento, e siamo già a una diversa interpretazione dei trattati perché il Parlamento europeo vuole essere non solo l’elettore (a maggioranza qualificata), ma l’organismo che propone gli eleggibili, mentre la Germania esige che questo sia il Consiglio degli stati europei.
E qui gioca la mia convinzione, sviluppata dopo le elezioni cui concorremmo come Manifesto nel 1972, senza ottenere nessun seggio e disperdendo circa seicentomila voti: è utile partecipare alle elezioni in un sistema rappresentativo solo dopo aver bene calcolato il rapporto fra le forze in campo. La sinistra partiva dalla premessa che il candidato del centrodestra, Juncker, sarebbe stato superato da quello socialista, ma Schultz è stato abbattuto dallo spostamento a destra del Parlamento europeo. Lo spazio politico per la candidatura di Tsipras a guidare la Commissione europea si è così annullato. Sul fronte italiano, il secondo obiettivo che si poneva la Lista Tsipras era di utilizzare la campagna elettorale come un cantiere per ricostruire attorno a una nostra Syriza una unificazione dei frammenti delle sinistre radicali. Questo secondo obiettivo avrebbe presupposto una discussione responsabile ma aperta dei maggiori punti di consenso e dissenso nell’arcipelago a sinistra del Pd, ma questo non è stato nemmeno tentato, ogni discussione essendo giudicata pericolosa ai fini della raccolta dei voti. Per cui a elezioni concluse il quadro italiano è rimasto quello di prima. Perdipiù ostacolato dal clima diffuso dai grillini, per cui la Lista Tsipras doveva essere indenne da qualsiasi residuo della vecchia politica, inclusi i moltissimi consiglieri comunali, anche dei comuni minuscoli. Con il risultato di aver disperso un grande serbatoio di esperienze, difficile da accusare di formare la famosa “classe politica privilegiata e separata dalla gente”. E lasciamo perdere l’orientamento dei dirigenti più noti di sottrarsi esplicitamente a un’elezione per cui chiedevano il voto, una scelta dovuta allo scrupolo di abbattere ogni sospetto di essersi dati da fare per sé – salvo poi cambiare idea a voto avvenuto - dando all’elettore l’ennesima prova di non contare nulla.
Alle “larghe intese” in arrivo al parlamento di Bruxelles si opporranno anche i Verdi europei, ma non si vedono ancora tentativi di convergenza tra loro e la sinistra.
Mantengo anche il rifiuto di considerare Matteo Renzi un candidato di sinistra. La sinistra non si misura se non nei contenuti e nel metodo. Non hanno nulla a che fare con la sinistra la propensione del giovane segretario del Pd di essere un uomo solo al comando assieme ai suoi fidi, né il merito delle sue proposte, sempre ultimative. Così è quella di avere rapidamente una legge elettorale, l’Italicum avendo difficoltà a passare, anche di fronte alle indicazioni della Corte costituzionale, così sono le riforme del mercato del lavoro delineate nel Jobs Act, che liquidano fin dall’inizio il contratto a tempo indeterminato in un mare di precariato, più volte ripetibile, così è l’intenzione di passare la formazione del Senato dalla elettività alla designazione da parte delle maggioranze regionali. “Tutto e subito”, dichiara Renzi, “ci metto la faccia”, ma non per caso quel che egli propone non si realizza nei tempi previsti, poiché implica di fatto delle modifiche nello spirito e nella lettera della Costituzione. La confusione non è poca e finirà col rafforzare la diffidenza verso la politica, non meno che del curioso argomento “non sono d’accordo con Renzi ma auguriamoci che non fallisca nei suoi intenti, perché non c’è alternativa”.
Cosi’ il “trionfo” sventolato in Italia dalle forze che si autodefiniscono di sinistra non ha avuto alcun effetto sugli equilibri europei, ha semmai rafforzato l’importanza tedesca e quella della Nato. Lasciando irrisolti tutti i problemi di quale Europa si sarebbe dovuta ottenere: oggi come oggi non si vede come invertire la scelta dell’austerità, che pure fa soffrire non solo i paesi dell’Europa del sud. Le sole voci che moderatamente gli si oppongono sono quelle, appunto, di una Syriza forte in Grecia ma isolata e quelle, non senza ambiguità, del governatore della Bce, Draghi.
E non parliamo delle irresponsabili nostalgie di guerra fredda, a direzione americana, tedesca e polacca, emerse dal nodo ucraino, proprio nei giorni in cui si celebra lo sbarco in Normandia.

martedì 10 giugno 2014

Al Bilderberg si è deciso il futuro dell'Ucraina

    
The Guardian riferisce di come al vertice segreto militari, fabbricanti d'armi, banchieri, mercenari e vertici della Nato abbiano pianificato le future mosse della guerra.
I quattro italiani che hanno partecipato all'ultimo vertice segreto del Bilderberg. Da sinistra: Monica Maggioni, Mario Monti, Franco Bernabè e John Elkann.

I quattro italiani che hanno partecipato all'ultimo vertice segreto del Bilderberg. Da sinistra: Monica Maggioni, Mario Monti, Franco Bernabè e John Elkann.
 
    http://popoff.globalist.it/Detail_News_Display?ID=104725&typeb=0&Al-Bilderberg-si-e-deciso-il-futuro-dell-Ucraina
Il Club Bilderberg si è riunito lo scorso fine settimana all'Hotel Marriott di Copenaghen. Come ogni anno hanno partecipato i vertici delle maggiori aziende del pianeta, capi di Stato e di governo, ministri, generali, banchieri, giornalisti e personalità in grado di influenzare la politica dei rispettivi Paesi. Una riunione tenuta a porte chiuse, a cui hanno partecipato quattro italiani: Franco Bernabè, John Elkann, Mario Monti e Monica Maggioni, direttrice di Rainews24.

Ogni anno durante questo vertice segreto si decide parte dei destini del pianeta. Quest'anno, a quanto riferisce l'inviato del quotidiano britannico The Guardian (Charlie Skelton), si è parlato molto di Ucraina.

Popoff ha deciso di pubblicare l'articolo di Skelton, in modo che vi rendiate conto di come la guerra civile ucraina abbia solo in parte a che fare con gli affari interni di Kiev e i rapporti russo-ucraini.



di Charlie Skelton (traduzione di SKONCERTATA63 per comedonchisciotte.org)

Poco prima del pranzo, venerdì scorso, due auto hanno lasciato una dopo l'altra l'hotel Marriott a Copenaghen. La prima portava un carico superdecorato: il comandante supremo statunitense delle forze alleate in Europa, il generale Philip Breedlove con i suoi assistenti.

Quattro stelle sul berretto e uno sguardo cupo in volto. Ovviamente è molto seccato per dover saltare il buffet. Ancora sente il profumo di quelle polpettine danesi. La cosa lo sta uccidendo.

Il comandante supremo delle forze alleate statunitensi in Europa, il generale Philip Breedlove lascia l'Hotel Marriott a Copenhagen dopo aver discusso di Ucraina.

Il generale Philip Breedlove arriva l'Hotel Marriott a Copenhagen.

Il generale non è certo da solo a Bilderberg. Discutere la situazione in Ucraina con tutte queste alte personalità di governo è una questione di altissimo livello militare. È, infatti, molto ben accompagnato.

Pochi minuti dopo la partenza dell'affamato generale, ecco che spunta fuori il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, soprannominato "Nebbie di Guerra".

Il segretario generale della Nato Anders Fogh Rasmussen esce scortato dall'Hotel Marriott.

Rasmussen mi fa sempre ridere, perché in ogni sua foto appare così incredibilmente vanesio. Come un Fonzie in miniatura. Rasmussen viaggia con della bella gente: uno di loro, svolazzandogli per un momento la giacca, ha mostrato la sua bella arma da fuoco.

Tutte le guardie del corpo di Rasmussen sono ovviamente lì con lui, per difenderlo dalle insidie dei capi di Airbus e Saab che si sarebbero certamente gettati su di lui implorando una nuova guerra da fare. Spero siano riusciti a proteggerlo. Lui è piuttosto minuto, mentre l'amministratore delegato di Airbus, Thomas Enders, è un tipo alto, robusto e allampanato. Il capo di Saab, Håkan Buskhe, invece, ha il baricentro spostato verso il basso: insieme fanno una coppia inarrestabile, soprattutto con Kissinger che spinge da dietro di loro.

Håkan Buskhe amministratore delegato di Saab, al telefono, mentre sta probabilmente dando ordine alle sue fabbriche di accelerare la produzione. Il modo in cui si stanno mettendo le cose farà presto a partire un altro ordine extra di caccia da consegnare in poco tempo.

Ora, sappiamo dall'ordine del giorno reso pubblico, che l'argomento Ucraina è uno dei temi della conferenza di quest'anno, e sappiamo anche che la sessione di Venerdì era dedicata a questo tema, perché così ci ha detto uno dei partecipanti, il politico olandese Diederik Samsom.

Venerdì, poco prima dell'ora di pranzo, escono dall'Hotel due capi delle forze alleate in Europa. In quel momento Samsom, leader del partito laburista del suo Paese, sta sorseggiano nel patio un bicchiere di champagne. Balls continua ad arrancare in giro con quell'enorme faldone di carte sotto il braccio (ma le ha mai lasciate durante tutto il tempo che è stato qui?). A un certo punto Samson si alza e va verso la barriera di sicurezza.

Fa un respiro profondo e si butta nella folla di giornalisti, blogger, fotografi e attivisti. «Mi ricordo com'era prima», dice, sorseggiando il suo champagne. «Anche io ero un attivista di Greenpeace». Gli abbiamo chiesto se si sentiva onorato di essere tra gli invitati. «Sono un politico. Devo sentirmi lusingato per tutto il tempo», dice ridendo.

Samsom ha confermato che la sessione del mattino era dedicata all'Ucraina, il che spiega perché Rasmussen e Breedlove se n'erano appena andati. Il loro lavoro l'avevano fatto. O meglio, era appena iniziato.

E non ti puoi sbagliare: Bilderberg fa parte del loro lavoro. Questa non è stata un'improvvisata casuale: qui ci sono stati comunicati ufficiali, uniformi e addetti militari. Qui ci sono Land Rover piene di guardie del corpo militari. Qui vengono a fare affari quelli della Nato, gli Stati Uniti e gli altri Governi.

Questa Nato è business. Il complesso militare americano è business. Il governi sono business. Il governo spagnolo, ad esempio, è qui rappresentato dal suo ministro degli Esteri, José Manuel García- Margallo. Il suo arrivo era previsto per giovedì sera.

Il ministro degli Esteri spagnolo José Manuel García- Margallo.

E poiché qui si trattano questioni ufficiali in cui lui è personalmente impegnato, García-Margallo è arrivato in compagnia di un membro del suo ministero, il diplomatico spagnolo ed esperto di Balcani Mercedes Millán Rajoy.

La diplomatica spagnola Mercedes Millán Rajoy.

Eccola qui, con sotto il braccio i suoi appunti sui Balcani. Appare molto pensosa. Sta forse cercando d'immaginare il rombo della macchina da guerra mentre si avvia verso oriente. Oppure è pentita di aver scelto un completo in pantalone.

Tanto più preoccupante quando vediamo che dei vertici militari sono qui insieme a capi di industrie di armamenti - e parlano in privato dei loro sogni e aspettative sull'Ucraina. Ma sono qui con loro anche dei miliardari speculatori e capi di grandi società di fondi azionari. È gente pronta a portare la morte senza sapere dove e quando cadranno le bombe, o quante bombe cadranno e su chi.

Gente come David Petraeus, ex direttore della Cia, e ora a capo del Kkr Global Institute, organo consultivo di una grossa società multimiliardaria di fondi azionari.

David Petraeus, amministratore delegato della società di mercenari Kkr Global Institute all'Hotel Marriott di Copenaghen.

Il Kkr Global Institute si vanta di «essere in grado di dare rapide risposte ai nuovi andamenti geopolitici e macroeconomici», che comportano «investimenti oculati, gestioni di portafogli e abbattimento del rischio», in altre parole fare gli affari migliori. E una volta dentro il Bilderberg, uno è in grado di conoscere gli ultimi andamenti geopolitici e macroeconomici direttamente dalle labbra del segretario generale della Nato. Ottimi affari davvero, ne sono certo.

La conferenza del Bilderberg è come un autoscontro a cinque stelle tra i settori pubblico e privato. Assisti a scene come questa: il capo di MI6, sir John Sawers, che si fa una chiacchierata occhi negli occhi con Carl-Henric Svanberg, presidente della British Petroleum.

Il capo del servizio segreto britannico sir John Sawers mentre parla con il presidente della Bp Carl-Henric Svanberg.

Potrebbe non essere una cosa importante, se non fosse che pochi minuti prima il capo della Nato aveva parlato a loro e ai capi di Hsbc (colosso bancario svizzero), Shell (petrolio e gas) e di Deutsche Bank della situazione in Ucraina. Sawers è responsabile dell'intelligence britannica all'estero. Di che stanno parlando? Chi dà istruzioni a chi e su cosa? Fortunatamente, da bravo pubblico funzionario quale egli è, Sir John è allergico ad ogni minima forma di corruzione.

Quindi, non c'è niente di cui preoccuparsi, qui. Va tutto bene. Se volete preoccuparvi di qualcosa, preoccupatevi dell'Ucraina.

A meno che non siate i capi di Airbus o di Saab o del Kkr Global Institute, nel qual caso non dovete preoccuparvi proprio di niente. Ad eccezione di dove piazzare il vostro prossimo miliardo.

Avrei io un'idea su dove piazzarlo, al Kkr Global Institute: offre degli ottimi ritorni sugli investimenti di capitali. Chiedete a Petraeus. Anche se, quando chiedete, state attenti a non guardarlo negli occhi. Potrebbe perforarvi la retina.

lunedì 9 giugno 2014

LETTERA DI BARBARA SPINELLI – 7 giugno 2014

 
 

Cari tutti, cari elet­tori, cari can­di­dati e garanti della Lista “L’Altra Europa con Tsipras”,

ho molto medi­tato quel che dovevo fare, in con­si­de­ra­zione della domanda sem­pre più insi­stente che veniva dagli elet­tori e da un gran numero di can­di­dati, e ritorno sulle mie deci­sioni: accet­terò l’elezione al Par­la­mento euro­peo, dove andrò nel gruppo GUE-Sinistra Euro­pea, ripro­met­ten­domi di garan­tire la fedeltà al primo mani­fe­sto della Lista ita­liana «L’Altra Europa con Tsi­pras» e ai 10 punti di pro­gramma che abbiamo pro­po­sto agli elet­tori. Sin dalla con­fe­renza stampa del 26 mag­gio avevo lasciato in sospeso la mia deci­sione: e non solo per­ché sor­presa dalla quan­tità di pre­fe­renze ma anche in con­si­de­ra­zione del fatto che la situa­zione politico-elettorale stava pre­ci­pi­to­sa­mente cambiando.

La linea mae­stra alla quale intendo atte­nermi è di ope­rare nel Par­la­mento euro­peo – e anche nella comu­ni­ca­zione scritta, come rap­pre­sen­tante degli elet­tori euro­pei – per una poli­tica di lotta vera all’ideologia dell’austerità e della cosid­detta «pre­ca­rietà espan­siva», alla cor­ru­zione e alle minacce mafiose in Ita­lia; per i diritti dei cit­ta­dini; per la rea­liz­za­zione di un’Europa fede­rale dotata di poteri auten­tici e demo­cra­tici: quell’Europa che sinora, gestita dai soli governi in un mici­diale equi­li­brio di forze tra potenti e impo­tenti, è man­cata ai suoi com­piti. Il Par­la­mento in cui intendo entrare dovrà, su spinta della nostra Lista e delle pres­sioni che essa eser­ci­terà in Europa e in Ita­lia, essere costi­tuente. Dovrà lot­tare acca­ni­ta­mente con­tro lo svuo­ta­mento delle demo­cra­zie e delle nostre Costi­tu­zioni, a comin­ciare da quelle ita­liane e dal vuoto demo­cra­tico che si è creato in un’Unione che non merita, oggi, il nome che ha.

Mi ha con­vinto a cam­biare opi­nione anche la let­tera di Ale­xis Tsi­pras. La domanda che mi rivolge di accet­tare il risul­tato delle ele­zioni è per me deci­siva e – ne sono certa – lo sarà per la Lista nel suo com­plesso. Alle innu­me­re­voli sol­le­ci­ta­zioni rice­vute dall’interno (garanti, elet­tori, comi­tati, can­di­dati) si aggiun­gono infine sol­le­ci­ta­zioni dall’esterno (depu­tati del GUE e non solo).

So che molti sono delusi: il pro­po­sito espresso all’inizio di non andare al Par­la­mento euro­peo sarebbe disat­teso, e que­sto equi­var­rebbe a una sorta di tra­di­mento. Non sento tut­ta­via di aver tra­dito una pro­messa. I patti si per­fe­zio­nano per volontà di almeno due parti e gli elet­tori il patto non l’hanno accet­tato, accor­dan­domi oltre 78.000 pre­fe­renze. Mi sono resa conto, il giorno in cui abbiamo cono­sciuto i risul­tati, che sono vera­mente molti coloro che mi hanno scelto nep­pure sapendo quel che avevo annun­ciato: anche loro si sen­ti­reb­bero tra­diti se non tenessi conto della loro volontà. Inol­tre, come garante della Lista, ho il dovere di pro­teg­gerla: le logi­che di parte non pos­sono com­pro­met­terne la natura ori­gi­na­ria. Pro­prio le divi­sioni iden­ti­ta­rie che si sono create sul mio nome mi indu­cono a pen­sare che la mia pre­senza a Bru­xel­les garan­ti­rebbe al meglio la voca­zione, che va asso­lu­ta­mente sal­va­guar­data, del pro­getto – inclu­sivo, sopra le parti – che si sta costruendo.

Per quanto riguarda la scelta che sono chia­mata uffi­cial­mente a com­piere, annun­cio che essa sarà in favore del Col­le­gio Cen­tro: è il mio col­le­gio natu­rale, la mia città è Roma. È qui che ho rice­vuto il mag­gior numero di voti. A Sud non ero capo­li­sta ma seconda dopo Ermanno Rea, e da molti ver­rei per­ce­pita come «para­ca­du­tata» dall’alto. Mi assumo l’intera respon­sa­bi­lità di quest’opzione, che mi pare la più giu­sta, nella piena con­sa­pe­vo­lezza dei prezzi e dei sacri­fici che essa comporterà.

La mia più grande gra­ti­tu­dine va a Marco Fur­faro per la gene­ro­sità che ha messo nella cam­pa­gna e che spero dedi­cherà ancora all’avventura Tsi­pras. Sono certa che i tanti elet­tori di SEL, bat­tu­tisi con forza per la nostra Lista, appro­ve­ranno e comun­que accet­te­ranno una scelta che è stata molto sof­ferta, visti i costi che saranno sop­por­tati dal can­di­dato del Cen­tro desi­gnato come il primo dei non eletti. Conto non solo sulla loro fedeltà alla Lista ma sulla loro par­te­ci­pa­zione immu­tata al pro­getto ini­ziale, che ha come pro­spet­tiva un’aggregazione di forze (di sini­stra, di delusi dalla pre­sente demo­cra­zia rap­pre­sen­ta­tiva, di emi­grati nell’astensione) alter­na­tiva all’odierno centro-sinistra e alle grandi intese.

Augu­rando a tutti voi e noi il pro­se­gui­mento di una bat­ta­glia uni­ta­ria e inclu­siva al mas­simo, vi saluto con grande affetto e gratitudine.

Barbara Spinelli


pubblicata su il manifesto in edicola l’8 giugno 2014

mercoledì 4 giugno 2014

Alexis Tsipras scrive a Barbara Spinelli

Atene, 2/6/2014
http://www.controlacrisi.org/notizia/Politica/2014/6/2/40968-alexis-tsipras-scrive-a-barbara-spinelli/
Cara Barbara,
vorrei che Tu comunicassi a tutte le compagne e a tutti i compagni dell’Altra Europa la mia commozione profonda per l’impegno profuso nella lotta, e la mia grande gioia per il vostro successo nell’aver superato il limite del 4%, nonostante la vostra esclusione dai media e l’aggressione subita da parte del regime poltico del vostro paese.
E’ un risultato ottenuto grazie a una scelta responsabile, che nello stesso tempo dà speranza.
Il popolo italiano, e in particolare il popolo della Sinistra, ci offre l’opportunità di proseguire. Ci mette però anche alla prova. Ci indica che se questa volta non ripeteremo gli stessi errori, e se andremo avanti tutti uniti, potremo arricchire le nostre potenzialità. Se lo deluderemo di nuovo, non ci sarà possibilità di tornare indietro.
E’ per questo che penso che il prossimo periodo sarà decisivo, e che voglio richiamare la Tua attenzione.
Tutto ciò che con fatica abbiamo costruito, dobbiamo custodirlo con tutte le nostre forze. Dobbiamo dargli la possibilità di essere messo alla prova, di conquistare la fiducia del popolo italiano, e in particolare dei lavoratori e dei giovani, delusi dalla politica. Dobbiamo dar loro l’opportunità di aprire le proprie ali.
Questo significa, mia cara Barbara, che il Tuo ruolo e la Tua presenza sono più importanti e decisivi in questo momento che non nel periodo della nascita della Lista.
Capisco che ciò che Ti chiedo forse vada oltre i Tuoi progetti personali, e tuttavia sono costretto a chiedertelo, considerando il tuo ruolo fortemente garante per la continuazione del progetto.
Questo peraltro è stato riconosciuto dagli stessi elettori di sinistra, che Ti hanno onorata con il loro voto e la loro fiducia, eleggendoTi in due distretti.
Nel prossimo periodo, nel Parlamento europeo ci aspetta una battaglia difficile e dura contro l’austerity, il neoliberalismo, il neonazismo, il razzismo e la xenofobia.
Porteremo avanti tutti insieme questa lotta per la ricostruzione dell’Europa, coerenti con il nostro programma e con gli impegni che abbiamo preso con i cittadini che ci hanno onorato affidandoci il proprio voto.
Allo stesso tempo, è importante che in Italia questo progetto di unità e di speranza vada avanti, accogliendo la gente nuova che è entrata nelle nostre file, e lasciandoci alle spalle le logiche di divisione del passato, che ci hanno portato sull’orlo del precipizio.
Per potercela fare considero necessario, almeno fino al momento in cui vi sia la certezza che le cose seguano la strada giusta, che Tu non insista nella Tua decisione iniziale di dimmetterTi dal posto di europarlamentare dell’Altra Europa.
Di certo la decisione finale sarà una Tua scelta personale. Vorrei però che Tu considerassi sia il fatto che la Tua presenza nel Parlamento europeo è molto importante, particolarmente nel periodo iniziale, sia l’ansia di tutti noi di mantenere l’unità e la continuazione del nostro magnifico lavoro nel Tuo paese.
Ti assicuro che, in ogni caso, sia io personalmente, sia i nostri compagni in Italia e in Grecia, rispetteremo la Tua decisione, sapendo che sarai sempre in prima linea nella nostra lotta comune nel ricostruire dal basso le nostre vite, i nostri paesi e il nostro continente.
Saluti dal Tuo compagno
Alexis Tsipras

Paolo Ciofi: Renzi, Tsipras e il futuro della sinistra

Fonte: paolociofi.it | Autore: Paolo Ciofi       
Con la vittoria sonante di Renzi cambiano radicalmente non solo i rapporti di forza tra i partiti ma anche i modi di intendere e di praticare la politica, in particolare nella distinzione dei ruoli tra destra e sinistra. È sconvolto il sistema politico che ha attraversato il ventennio berlusconiano, e il cambiamento in atto deve essere attentamente valutato. Non si tratta solo della crisi evidente dell'assetto bipolare, bensì di un processo più ampio e profondo, sebbene non consolidato, che attiene alle forme e ai contenuti della democrazia, alla funzione dei partiti e dei corpi intermedi, e quindi alla concreta possibilità di esercitare i diritti individuali e sociali costituzionalmente garantiti. A cominciare dal diritto al lavoro, che in Italia e in Europa ha segnato un passaggio storico.
Nel voto che ha portato al comando l'homo novus di Firenze si combinano fattori diversi, motivazioni e sentimenti contrastanti. Sicuramente il bisogno di cambiamento contro una politica nazionale vecchia e immobile, logora e corrotta, drammaticamente lontana dalla vita reale delle persone. E contro un'Europa vista come causa di tutti i mali, che alimenta rancorose chiusure nazionaliste e fascistiche sotto la spinta di una politica economica depressiva imposta a vantaggio della Germania. Dunque, una voglia diffusa quanto indistinta di cambiamento. E insieme la paura del salto nel buio, moltiplicata dalla avventurosa e distruttiva campagna di Grillo, amplificata e diffusa dal sistema dei media. Infine l'appello a votare un «avventuriero» come il segretario fiorentino (anche turandosi il naso) perché «non c'è alternativa», il cui promotore instancabile è stato Scalfari.
Il "fenomeno" Renzi diventa vincente perché si situa nel punto saliente di una doppia crisi, che aveva già generato l'insorgenza dei 5 Stelle a loro volta oggi in difficoltà. Quella di Forza Italia come partito coalizzante del centro-destra, dopo il depotenziamento di Berlusconi e il vuoto politico prodotto da Monti. Quella del Pd come partito dell'alternanza, dopo il fallimento di Bersani, mesto approdo della "discontinuità" della Bolognina: non per caso Occhetto, nella massima confusione delle lingue, ha dichiarato che il suo erede è Renzi. È in queste condizioni che si è formato un blocco elettorale diverso dal passato diffuso su tutto il territorio nazionale, in cui, sotto i colpi di maglio di una crisi economica e sociale drammatica, convivono motivazioni opposte di destra e di sinistra, insieme ai più disparati interessi, ceti e classi.
Ciò non vuol dire che si è costituto un nuovo blocco sociale, e tanto meno un blocco storico in senso gramsciano, in grado di produrre egemonia secondo una visione strategica nazionale ed europea. Ma è la dimostrazione che il partito di cui oggi Renzi è il dominus ha compiuto l'ultimo stadio della sua evoluzione genetica. Giacché, come ha scritto il Corriere della sera, «è votabile da chi non solo non è di sinistra ma è anche contro la sinistra (o il sindacato)». Se nei quindici mesi che ci separano dalle elezioni politiche del 2013 Grillo ha perso 2.882.096 voti, Berlusconi 2.718.608, e Renzi ne ha guadagnati 2.558.708, tanti da portarsi al di sopra del 40 per cento dei votanti, ciò significa che l'intero sistema politico è caratterizzato da una forte mobilità, e che i partiti esistenti sono ormai entità fluide, instabili e di incerta identità.
In questa situazione, in cui risulta vincente il voto occasionale che si accompagna a una accentuazione del distacco tra politica e società e tra istituzioni e popolo sovrano (di fronte agli 11.172.861 voti raccolti del partito renziano si erge la muraglia dei 20.348.165 di italiani non partecipanti al voto), ci si deve interrogare sul tipo di democrazia e di società che è in gestazione, e dunque sulle tendenze e sugli orientamenti che l'uomo solo al comando esprime. La tesi di Repubblica, secondo cui con Renzi vince finalmente una «sinistra riformista» «moderna perché già post-ideologica», è proprio una dimostrazione evidente dell'oscuramento ideologico della realtà, poiché non è difficile constatare come dal renzismo emanino a vista d'occhio tutti gli umori del liberismo. Qualcuno nel Pd si è pentito per aver confuso il liberismo con il riformismo, sebbene si sia accorto troppo tardi che la cosiddetta post-ideologia non è altro che l'ideologia dominante del mercato e delle sue "leggi naturali". Anche se assumere come ideologo Oscar Farinetti al posto di Enrico Berlinguer non sembra una grande conquista.
D'altra parte non si può neanche sostenere con fondatezza che il renzismo si identifichi con il centrismo democristiano. Troppo grande è la diversità nella conformazione dei sistemi politici, per non parlare dell'enorme differenza che passa tra l'Italia di allora (in ascesa) e l'Italia di oggi (in declino). Resta il fatto che il segretario fiorentino va ben al di là dello spartiacque dell'interclassismo democristiano e della dottrina sociale della Chiesa: non è un paradosso sostenere, come ha fatto Marco Politi, che Renzi non è un cattolico ma un liberista che va a messa. In altre parole, non media tra capitale e lavoro, decide secondo le convenienze del momento ispirandosi alla sua cultura di riferimento.
Centralità del lavoro? No, centralità del mercato e dell'impresa, in cui il lavoro (la persona che lavora, la classe dei lavoratori dipendenti) è un fattore subalterno che ha valore in quanto avvalora il capitale. Questa impostazione si vede benissimo nel cosiddetto Jobs Act, che non è un piano per l'occupazione, e nel decreto Poletti, in cui la precarietà del lavoro è un'offerta gratuita all'impresa senza neanche la contropartita dell'investimento. Dove è evidente che un classismo primitivo ha preso il posto di un pur blando interclassismo. Gli stessi 80 euro, che indubbiamente sono un beneficio per chi ha il problema di arrivare alla fine del mese, non stanno dentro una strategia di riforma complessiva del sistema fiscale e di lotta all'evasione, tanto meno di redistribuzione della ricchezza dalla rendita e dal profitto verso i redditi da lavoro. Concessi alla vigilia del voto con il piglio con cui ai sudditi si rivolge il sovrano, sono finalizzati non all'obiettivo di sollevare i lavoratori dallo stato di subalternità in cui sono ripiegati, di renderli protagonisti di una svolta politica e di farli assurgere a classe dirigente come la Costituzione prevede, bensì allo scopo di rendere più stabile il potere della classe dominante della finanza e del denaro.
Viva Renzi! È il coro dei Marchionne, degli Elkann e degli Agnelli, dei Tronchetti Provera, dei Barilla, Benetton, Pesenti... E chi più ne più ne metta. Non c'è da stupirsi. Finalmente la grande borghesia, la finanza internazionale e i mercati hanno trovato il partito che cercavano dopo aver liquidato il Cavaliere ormai inaffidabile. Finalmente va in porto l'opera che un altro ex sindaco aveva iniziato, e che il quotidiano della Confindustria, come già a suo tempo ho avuto modo di rilevare, descriveva lucidamente sotto il titolo «Veltroni e le virtù dei ricchi». La rivalutazione della ricchezza con la quale «si completa la svolta borghese» di un partito che non fa più riferimento alla classe operaia e al mondo del lavoro «è stata un'operazione di metabolismo politico di ingredienti che finora erano stati parte del sogno berlusconiano. È come se Veltroni avesse intercettato all'origine le spore di questo mito e le avesse sistemate in un ordine diverso».
Oggi, come allora, l'intento è di estendere la basi di massa e di consenso del capitalismo nostrano, di modernizzarlo adeguando a questo fine l'assetto istituzionale e costituzionale del Paese, e di ringiovanirlo cancellando vecchie consorterie che ormai vivono solo di rendita. È un disegno non da poco. Ma dopo anni e anni di una crisi globale che con le nostre aggravanti nazionali ci sta mettendo in ginocchio, il verso nuovista di Renzi ci propina in realtà una improbabile vecchia mistura: lo schema del liberismo à la Blair, che azzerando ogni differenza tra destra e sinistra, e assumendo con un linguaggio di sinistra i principi della destra, è stato una delle cause del diffondersi e dell'acuirsi della crisi. Qui sta la contraddizione e la debolezza del renzismo: un homo totus novus che con idee vecchie corre veloce verso esperienze già consumate, di cui paghiamo le conseguenze.
In Europa non basta denunciare l'insostenibilità della politiche cosiddette di austerità, costruite e portate avanti congiuntamente dalla destra e dalla sinistra neoliberiste. Occorre prendere atto che siamo di fronte a una crisi della socialdemocrazia di portata storica, come dimostra anche l'adesione del partito di Renzi al Partito socialista europeo. Ormai, dopo le esperienze neo centriste di Blair e di Schröder fino ai recenti risultati elettorali nel continente, pochi dubbi possono sussistere sul fatto che è arrivato a conclusione un ciclo plurisecolare del movimento operaio e della socialdemocrazia europea. Perciò è urgente ripensare e innalzare su altre basi i fondamenti di un nuovo socialismo. Un'opera da affrontare con il coraggio di aprire vie inesplorate e di disegnare mappe non scritte nella storia, secondo i principi di uguaglianza e di libertà, di solidarietà e di partecipazione democratica.
Per invertire la rotta e incominciare a uscire davvero dalla crisi il primo passo da compiere è aprire una fase di lotta per mettere sotto controllo i mercati e la grande finanza, costruendo un'effettiva sovranità popolare e ponendo al centro di un'altra Europa il lavoro: come piena occupazione, come forza produttiva del benessere reale e di liberazione dal bisogno, come fattore costitutivo della personalità, come diritto inalienabile di una civiltà più avanzata. In questa direzione è orientato il programma della lista capeggiata da Tsipras, la vera novità di queste elezioni, che ha ottenuto un significativo successo in quasi tutti i Paesi in cui si è votato, battendosi contro le forze neofasciste e neonaziste per aprire la strada a un'Europa democratica, solidale, di giustizia sociale e di pace.
E' incoraggiante che in Italia, pur con grandi difficoltà, si sia superata la soglia del 4 per cento. In una condizione nella quale la direzione del cambiamento di Renzi al momento è ben visibile, ma il blocco elettorale che gli ha dato la vittoria è liquido e non consolidato in un blocco sociale, è stato raggiunto un traguardo importante da cui muovere per costruire la sinistra. Dopo anni di settarismi, di divisioni e di personalismi oggi è possibile aprire un nuovo corso. In un momento per molti versi cruciale come questo ogni ricaduta in vecchie abitudini spartitorie, correntizie e leaderistiche deve essere apertamente denunciata e fermamente contrastata con la forza delle idee e con la pratica della democrazia. Dalla rotta dell'unità non si può deviare. E la spinta che viene dal basso va raccolta e moltiplicata fino a farla diventare una valanga.

giovedì 29 maggio 2014

L'assolutismo renziano

di Christian Raimo

Dagli 80 euro al "disastro Berlusconi", passando per l'apocalisse di Monti. Il successo di Matteo Renzi spiegato in undici punti

Nessuno si aspettava un risultato così clamoroso per il Pd. Figuriamoci io, che scrivevo due giorni fa un articolo in cui dicevo che era spompato. Nessuno tranne Matteo Renzi stesso che nel 2012, nella corsa alle primarie contro Bersani, dichiarava: il mio Pd può arrivare al 40 per cento, il loro al massimo al 25. Ha avuto ragione, e altri - molti, mi ci metto nel mucchio - hanno avuto torto. Ma i motivi (i meriti e le fortune, del resto occorre essere golpe et lione) per cui Renzi ha stravinto sono molteplici, proviamo a elencarne solo i primi che saltano all'occhio.
Gli 80 euro
Mossa elettorale? Elemosina? Primo timido tentativo di una redistribuzione economica dalle rendite al reddito? Fatto sta che a me venerdì, ossia due giorni prima del voto, nella scuola dove lavoro mi hanno fatto firmare un foglio su cui dovevo autocertificare se ero nelle condizioni di beneficiare del bonus. Credo di non essere stato il solo. Non ci vuole molto per ricordare come la campagna elettorale di Forza Italia per le politiche 2013 si sia retta esclusivamente su una serie di finte lettere in cui si "restituiva l'Imu". Ha avuto ragione Renzi nel dire che quegli 80 euro sono uno stimolo ai consumi di quel ceto medio che è la sua base elettorale (una pizza, due libri, un concerto, una bolletta). Almeno per maggio.
(Perchè, per dire, il giorno stesso, sempre venerdì, mi è stato comunicato che probabilmente il lavoro di consulenza storica che faccio da due anni per Rai Storia non mi verrà prorogato l'anno prossimo, perchè i 150 milioni di tagli - necessari per recuperare i miei 80 euro - si abbatterranno sulle reti tematiche - Rai Edu, in primis - e sulla radio.)
Le amministrative
Il voto delle europee coincideva in due regioni e molti comuni con le amministrative. Che sono storicamente elezioni che favoriscono il centrosinistra. E in questo caso molti dei candidati del Pd locali erano molto più forti degli altri, vedi Chiamparino in Piemonte, o Nardella a Firenze. In più il voto contemporaneo delle amministrative ha limitato molto l'astensionismo.
Il disastro Berlusconi
Quella di Berlusconi è stata la peggiore campagna elettorale dal 1993. Bolso, stonato, in uno stato di pre-Alzheimer conclamato, non ha creduto nemmeno lui alla tenuta di Forza Italia. Marina!, deve aver pensato con una specie di esprit de escalier quando ieri ha visto il successo di Front National in Francia. Quando poche settimane fa sparava un obiettivo del 25% sembrava farlo per motivi d'ufficio, un piazzista che appena si spegne la telecamera vende sottocosto. Nel frattempo il terreno intorno a lui franava come nelle pagine finali di una copia fallata dell'Autunno del patriarca: Bonaiuti e Bondi l'avevano abbandonato come due vecchi compari che non gli regge più, Scajola riceveva l'ennesimo e forse definitivo colpo alla sua credibilità politica gangsteristica, Dell'Utri borbottava singulti da satrapo in declino piantonato in un ospedale a Beirut. Per un partito d'opinione, un partito leggero, che si è retto per vent'anni sull'immagine, non è stato il massimo. A tener su la baracca sono rimasti Santanchè, Brunetta e Toti - ossia tre figure repulsive. A prendere voti, alla fine, sono stati quelli che hanno le loro clientele locali, tipo Fitto.
L'apocalisse Monti
Mario Monti è stato una delle meteore che ha bruciato più in fretta della Seconda Repubblica. Più rapido di Lamberto Dini, di Mario Segni, di Gianfranco Fini, il suo disegno moderato - si è capito subito - era uno spin-off di una serie che doveva essere solo messa in produzione. Che bisogno c'era di Monti se lo stesso tipo di passaggio politico poteva essere gestito da Renzi? Le parole di Andrea Romano, capogruppo alla Camera, sul sito di Scelta Civica o sulla sua pagina Facebook sono il segno non di consapevolezza, ma di resa ("Da oggi si apre una riflessione sul futuro di Scelta Civica che dovrà essere libera e priva di qualunque inibizione"). I commenti non gli concedono nemmeno l'onore delle armi. È molto probabile che Romano, Giannini e gli altri - sempre meno - sciolgano il loro gruppo parlamentare nel Pd. I loro elettori li hanno semplicemente preceduti.
Il voto cattolico
Matteo Renzi va a messa, Beppe Grillo no. I tentativi in chiusura di campagna di accattivarsi l'elettorato cattolico da parte dei Cinque Stelle sono stati scomposti. Papa Francesco segue il mio blog (Grillo dixit), Date una carezza a chi non vota 5 Stelle e dite che questa è la carezza del MoVimento (Casaleggio dixit). I due si sono accorti fuori tempo massimo che l'Italia non è un paese luterano, e che i processi di massa non sono ancora così popolari in un Paese abituato ancora a formare la sua etica sul sacramento della confessione.
La fatica di Tsipras
Con tutti gli auguri che si possono fare ai tre neo-eletti per l'Altra Europa, non si possono però, ex-post, risparmiare le critiche a un movimento che è riuscito a centrare il quorum per un pelo per colpa dei media certo che l'hanno ignorato ma anche dell'inesperienza e dell'innata litigiosità non solo caratteriale ma ideologica. Viale non era d'accordo con Flores D'Arcais, Sel non condivideva le cose che diceva Spinelli. Sentire i comizi italiani di Tsipras e le dichiarazioni d'intenti di Barbara Spinelli danno conto di un equivoco di fondo che, ottenuto il riconoscimento elettorale (un milione e centomila elettori non sono pochi) va risolto. Il molto buono che c'è in quest'esperienza si è visto nella capacità di nuova partecipazione che ha saputo creare nel vuoto pneumatico che si è creato a sinistra tra partiti e movimenti dopo le fiammate di Fabbriche di Nichi, movimenti per l'acqua, movimenti degli studenti, militanza di movimento in generale... Speriamo che le responsabilità vengano affidate a persone capaci e generose tipo Marco Furfaro (uno dei tre neoeletti) o Claudio Riccio, per evitare di aver bisogno la prossima volta di candidature-bandierine.
La comunicazione di Renzi
Renzi sa usare i mezzi di comunicazione e i giornalisti gli vogliono bene. Mi piacerebbe fare un'intervista a Filippo Sensi (responsabile ufficio stampa Pd) sul backstage di questa campagna elettorale, sono sicuro che avrebbe l'intelligenza per trarre fuori un ritratto di un valore simile a quello di David Foster Wallace al seguito di John McCain. Gli va dato merito di aver saputo - in pochi mesi - rinnovare completamente il brand Pd. Il fatto che D'Alema, Cuperlo, Fassino, Bersani siano scomparsi in campagna elettorale, è stato, alla luce del risultato, un bene. C'è una vecchia classe dirigente del Pd che è stata trattata bad company, ma, c'è da dire, come ci sia stata della scaltrezza al tempo stesso, se io mi sono ritrovato sulla scheda elettorale gente come Gasbarra o Bettini.
L'assolutismo renziano
Il Pd è Renzi. La decisione di non portare al governo nessuno che gli potesse fare ombra è risultata una scelta premiante. Il Pd è riuscito a vincere identificandosi totalmente con il leader. È riuscito a vincere non grazie a ma nonostante la Bonafè e la Picierno. I suoi uomini e le sue donne vivono della sua luce riflessa che riesce a occultare le molte ombre. La lotta contro la Kasta di Beppe Grillo non ha trovato gli obiettivi a cui mirare. Chiamare "ebetino" Renzi non è stato efficace quanto chiamare Bersani Gargamella.
Il ritardo della crisi
È vero che la crisi italiana è pervasiva, ma evidentemente non ancora strutturale. Il risparmio famigliare continua a dare ossigeno a molti disoccupati. Il fatto che il nostro paese sia veramente too big to fail ha permesso di aver un minimo di dilazione nell'assoggettamento ai dettami tedeschi. E quindi ha concesso a Renzi la possibilità di mostrare, almeno mostrare, una possibile inversione di rotta. La contrattazione con la Merkel sul Fiscal Compact, ora che i laburisti britannici sono un argomento di storia del Novecento e Hollande è solo uno che ha una tresca con Julie Gayet, sarà il vero banco di prova e del suo peso politico e della presenza di tracce di socialismo nel suo programma.
L'inerzia italiana
Ida Dominijanni ha scritto sul suo blog un bel post che così conclude: "Si parla adesso, per questo, di nuova Dc, ma è bene sapere che il Pd non è la Dc, è un animale nuovo figlio della seconda repubblica e non della prima, della società forgiata dal berlusconismo e non di quella plasmata dal dopoguerra. L'effetto di ritorno segnala al contempo quanto sia stata fragile la costruzione della seconda repubblica sul piano istituzionale, e quanto sia stata forte sul piano della trasformazione antropologica, sociale e delle identità politiche. Sono i miracoli delle rivoluzioni passive, che restano la caratteristica più singolare di questo singolare paese". Sembra inconfutabile, da Vincenzo Cuoco in poi, che in Italia non possa darsi una vera trasformazione sociale: non solo una rivoluzione dal basso - la retorica grillina ha incenerito per almeno un bel po' questa possibilità - ma nemmeno un rinnovamento dei dispositivi di fare politica. L'idea di partito di Fabrizio Barca o di Giuseppe Civati vengono purtroppo molto ridimensionate da quest'idea di partito-Stato che esce da questo plebiscito.
I brogli
Ci sono stati in molti seggi dei falsi di migliaia di schede con il simbolo del MoVi.... (ok, un pentastellato si è impossessato della mia tastiera per qualche secondo).

Elezioni europee, una crisi di valori

di Donatella della Porta

I risultati elettorali danno un forte segnale alle istituzioni europee, riflettendo la loro crisi di efficacia e di valori. Ma con questa nuova composizione del Parlamento, le critiche da sinistra a una Europa neoliberista possono trovare un nuovo spazio

Pur con diverse nuances interpretative, un’impressione ampiamente condivisa sui risultati elettorali è che essi riflettano una profonda crisi di efficacia, ma ancora di più di valori, delle istituzioni europee nel loro complesso (e non solo del parlamento europeo). L’elettorato ha innanzitutto penalizzato i conservatori del PPE, considerati come principali responsabili delle politiche di austerity. A prescindere dal loro sostanzioso declino in voti e in seggi, i Popolari europei si trovano a gestire un gruppo parlamentare sempre più eterogeneo e, in parte, per loro stessa ammissione, imbarazzante, sia nelle prese di posizione euroscettiche, che in termini di problemi di etica politica. Basti pensare che il partito di Berlusconi, seppure in caduta libera, diventa fondamentale per vantare quella superiorità numerica rispetto ai socialisti che permette a Juncker di vantarsi di essere arrivato primo.
Se il PSE si mantiene complessivamente stabile, i socialisti europei non possono però non preoccuparsi del profondo indebolimento dei loro partiti di riferimento non solo in Grecia o in Spagna, ma anche in Francia, dove Hollande porta il PS al peggiore risultato elettorale di sempre. Non solo il PSE non è riuscito ad avvantaggiarsi della crisi del PPE, ma anch’esso si presenta con un gruppo parlamentare trasformato, con un ruolo rilevante per quei partiti nazionali che, come quelli di Italia e Portogallo, hanno fatto campagne elettorali aggressive rispetto all’Europa che c’è e che chiedono un cambio di rotta.
Con i liberali che stentano, il PSE è anche costretto a riflettere sui successi elettorali di partiti alla sua sinistra che, seppure in modo territorialmente eterogeneo, ottengono clamorose vittorie, come Syriza in Grecia, ma anche significative affermazioni (come in Spagna, dove le varie formazioni della sinistra risultano competitive rispetto al PSOE). Se in generale la sinistra-sinistra ha scontato, in paesi come l’Italia, la forte sfiducia nelle istituzioni europee di almeno una parte del suo bacino elettorale – con oltre la metà dei cittadini europei che hanno scelto un’astensione in buona parte di protesta – essa porta comunque nel Parlamento Europeo un grande potenziale di idee per un’altra Europa. Quando le polemiche si saranno placate, sarà utile anche riflettere sulle domande, spesso di sinistra, che quel sempre consistente 21% di elettori del Movimento 5 Stelle avanza all’Europa.
Infine, a sinistra, e non solo, c’è da riflettere su quell’euroscetticismo populista di destra che esce vincitore da queste elezioni non solo nella periferia dell’Europa, ma anche nei paesi più ricchi e apparentemente meno sconvolti dalla crisi – come in Francia, in Austria o nel Nord Europa. Nella loro eterogeneità, anche gli elettori di questi partiti riflettono l’insoddisfazione diffusa per la politica e le politiche delle istituzioni europee.
Insomma, i risultati elettorali sembrano dare un forte segnale alle istituzioni della UE, che appaiono sempre meno capaci di sostenere sia le loro pretese di legittimazione regolatrice (di efficacia) che quelle di tipo simbolico (di valori e identità). Che prospettive, dunque? Con questa nuova composizione del Parlamento europeo, le critiche a una Europa neoliberista possono diventare più ascoltate e trovare risonanza. Non solo: esse potrebbero anche diventare anche efficaci di fronte agli errori, già manifesti, delle élites europee. In particolare, mentre Juncker, a fronte di una sonora batosta elettorale, del sostegno di un quarto scarso degli elettori (e di meno di un ottavo dei cittadini), con un gruppo parlamentare eterogeneo, già reclama la presidenza della Commissione europea, il PSE sembra consapevole dei rischi profondi che un’alleanza con il partito considerato come responsabile della crisi può portare ai destini del partito. Se non c’è da sperare che questo porti a maggioranze alternative, le richieste di discontinuità rispetto al passato potrebbero però ottenere qualche successo.

mercoledì 28 maggio 2014

Farisei con le mani sporche.

Di fronte al massacro di Donetsk e di Slaviansk, effettuato dall'alto, con la superiorità aerea, con caccia bombardieri, con elicotteri da combattimento (oltre che con mortai, cannoni, carri armati), mi viene in mente cosa accadde in Libia. L'intero Occidente strillò all'unisono chiedendo la "no fly zone" per l'aviazione di Gheddafi. E, con l'avallo delle Nazioni Disunite, fu stabilito che nessun aereo libico avrebbe più dovuto alzarsi in volo.
Oggi l'aviazione di Kiev bombarda la capitale del Donbass, uccide più di 200 persone, molte delle quali civili, e l'intera Europa (non parlo più del paese del nuovo nazismo, che si chiama Stati Uniti d'America) applaude all'arrivo degli oligarchi direttamente al potere a Kiev. Dico da mesi che la democrazia europea e occidentale è finita. Qui ne abbiamo la prova. Farisei con le mani sporche di sangue, Merkel, Cameron, Renzi, Hollande, e tutti gli altri a seguire.

martedì 20 maggio 2014

Dal no al liberismo all'anti-austerity

di Donatella Della Porta - sbilanciamoci -
17/05/2014
Eureka!/Dai social forum agli Indignados, la protesta si è spostata nelle piazze. Ma i movimenti soffrono la mancanza di un coordinamento europeo
Le elezioni europee saranno le prime ad avere luogo nel pieno della Grande Recessione. I sondaggi - inclusi quelli promossi dalla Commissione Europea per mezzo di Eurobarometer - mostrano chiaramente gli effetti che la crisi finanziaria ha avuto sulla fiducia dei cittadini europei nei confronti delle istituzioni europee. Fiducia che ha subìto un calo drammatico, passando dal 57% della primavera del 2007 al 31% dell'autunno dell'anno scorso.
La crescente sfiducia nell'Ue va di pari passo con un aumento drammatico nella percentuale di cittadini nei quali l'Ue suscita un'immagine negativa, che è addirittura raddoppiata (dal 15 al 28%), mentre la percentuale di coloro nei quali suscita un'immagine positiva è crollata (passando dal 52 al 31%). Nel frattempo, la porzione della popolazione che si dichiara ottimista nei confronti degli sviluppi futuri dell'Ue è scesa da 2/3 alla metà del totale, mentre la porzione che si dichiara pessimista ha raggiunto i 2/3 del totale in Portogallo, Grecia e Cipro. I sondaggi ci rivelano anche quanto il tracollo di legittimità politica delle istituzioni sia legato alla crisi finanziaria e in particolare alle politiche di austerità. La metà degli intervistati (e i 2/3 in Spagna, Grecia, Portogallo, Irlanda e Cipro) pone la disoccupazione in cima alle proprie preoccupazioni, seguita dalla situazione economica. Solo il 14% considera il debito pubblico un problema. Il calo di fiducia va di paro passo col mutato giudizio nei confronti della situazione economica nazionale, che registra un aumento significativo nella percentuale - pari quasi al 100% nei paesi del Sud Europa - di coloro che la considerano totalmente negativa. È in rapido aumento anche la percentuale di intervistati (2/3) che ritiene di non avere voce in capitolo in merito alle decisioni prese dall'Ue; percentuale che aumenta drammaticamente (fino a 4/5) nei paesi dell'Est e del Sud Europa.
L'impatto degenerativo dell'«Europa del mercato» in termini di benessere economico e dell'«Europeizzazione dall'alto» in termini di consenso politico è oggetto di dibattitto tra i movimenti sin dai tempi del primo Forum Social Europeo, tenutosi a Firenze nel 2002. La speranza di riuscire a contribuire alla creazione di un'Europa più giusta e inclusiva è però andata in frantumi nel corso di quel decennio, in cui la crisi finanziaria ha dimostrato sia il radicamento delle idee neoliberiste all'interno delle istituzioni Ue che la l'incapacità di queste ultime di tenere fede alle loro promesse. La crisi finanziaria globale ha infatti accentuato gli effetti divergenti della moneta unica in termini di disuguaglianze territoriali. L'assenza di investimenti finalizzati al miglioramento delle loro infrastrutture socioeconomiche ha reso le periferie dell'Ue non solo più vulnerabili alla crisi, ma anche più dipendenti. Le politiche monetarie (del tutto insufficienti) messe in atto in seguito alla crisi finanziaria hanno dimostrato l'influenza dell'ideologia neoliberista sull'Ue in generale, e sulla Bce in particolare. L'illusione della federazione, e del riconoscimento dei diritti degli stati più deboli, è svanita di fronte alle pesanti conditionalities imposte ai paesi più colpiti dalla crisi economica, che sono stati costretti a sacrificare quel poco di sovranità nazionale rimasta in cambio di aiuti materiali. Questi mutamenti nelle istituzioni dell'Ue si riflettono nell'atteggiamento assunto dai movimenti progressisti nei loro confronti.
Laddove all'inizio del millennio il lavoro dei movimenti per la giustizia globale si era concentrato sull'elaborazione di una visione critica dell'Europa, oggi le proteste anti- austerity sembrano improntate alla difesa di ciò che è rimasto delle sovranità nazionali, perlomeno nelle economie più deboli. L'europeismo critico esiste ancora, ma la fiducia nella riformabilità delle istituzioni europee, e nella possibilità di influenzare le politiche europee per mezzo delle attività di lobbying e di consultazione, è stata messa a dura prova. Alla base di molte delle proteste anti- austerity, infatti, soggiace l'idea che la democrazia rappresentativa sia stata irrimediabilmente corrotta dall'intreccio tra potere economico e politico. Il fatto che le istituzioni sono considerate non-rappresentative si riflette negli studi che indicano che coloro che partecipano alle proteste hanno sempre meno fiducia nelle istituzioni democratiche, a tutti i livelli territoriali.
Se compariamo, per esempio, le risposte date al questionario sottoposto ai partecipanti del Forum Sociale Europeo del 2002 con quelle date allo stesso questionario dieci anni dopo, in occasione del forum Firenze 10+10, notiamo un calo drammatico nella percentuale di coloro che dichiarano di avere fiducia nei parlamenti, nei partiti e nei sindacati nazionale, ma anche nell'Ue e nelle Nazioni Unite. Allo stesso tempo, notiamo un aumento nella percentuale di persone che ritengono che, per raggiungere gli obiettivi del movimento, sia necessario aumentare i poteri dei governi nazionali. Questa sembra essere una reazione diffusa all'usurpamento di sovranità nazionale prodotto dalla crisi, in particolare nei paesi della periferia europea. Le modalità di mobilitazione e di azione dei movimenti anti- austerity riflettono questo cambiamento. I contro-summit e i Forum sociali europei sono stati rimpiazzati dalle occupazioni delle piazze pubbliche, in cui gli occupanti puntano a ricostruire i processi democratici - dal basso e a livello locale. Le acampadas degli indignados e dei movimenti Occupy possono essere considerate una forma di politica prefigurativa, orientata a incarnare i processi democratici in prima persona piuttosto che a relazionarsi con un sistema considerato ormai incapace di implementare la democrazia. Se compariamo i forum sociali con le più recenti proteste contro le politiche di austerità, possiamo cogliere delle similitudini nella critica della visione neoliberista della democrazia rappresentativa, ma anche delle differenze. In particolare, le tensioni nel rapporto con i partiti politici (e le istituzioni democratiche in generale), che erano già presenti nei forum, nelle ondate successive di protesta si sono fortemente radicalizzate, caratterizzandosi per un rifiuto diffuso di stringere alleanze con i partiti e persino con le associazioni politiche, considerati strumenti (corrotti) di dominio. Parallelamente, se è vero che gli appelli per un'altra Europa sono ancora udibili, le crescenti disuguaglianze territoriali, e l'asimmetria degli impatti della crisi globale, rendono più difficile il coordinamento a livello europeo. I tentativi di stringere alleanze di movimento a livello transnazionale rimangono sporadici e soffrono della mancanza di eventi catalizzatori, quali summit anti-Ue e Forum sociali europei.
Il nuovo contesto politico ci costringe a ripensare molte delle strategie per lo sviluppo democratico delle istituzioni dell'Ue e pone l'accento sulla necessità di elaborare una strategia di lotta multilivello se vogliamo incidere su un piano istituzionale che si è dimostrato sempre più impermeabile alle forme di pressione sperimentate in passato.

Un progetto per l'altra Europa

di Chantal Mouffe - sbilanciamoci.info -
17/05/2014
Le prossime elezioni europee dovrebbero essere considerate l'occasione per una competizione agonistica sul futuro dell'Unione. Una competizione, che oggi è assolutamente fondamentale. Molti a sinistra cominciano a dubitare che si possa realizzare, all'interno dell'attuale costruzione europea, un'alternativa al modello neoliberale di globalizzazione. E l'Unione europea è sempre più percepita come un progetto intrinsecamente neoliberale che non può essere riformato. In tal senso, appare inutile provare a trasformare le sue istituzioni, e l'unica strada possibile è quella dell'uscita.
Ma questa visione pessimistica deriva indubbiamente dal fatto che tutti i tentativi di contrastare le regole neoliberali dominanti vengano sistematicamente presentati come la mera espressione di attacchi anti-europei contro l'esistenza stessa dell'Unione. Non può certo sorprendere che un numero crescente di cittadini, privati della possibilità di avanzare legittime critiche alle politiche neoliberali, sia diventato euroscettico. Essi credono che il progetto europeo sia proprio la causa della condizione di emergenza che stiamo vivendo e temono che una maggiore integrazione comunitaria porti soltanto al rafforzamento dell'egemonia neoliberale.
Questa posizione minaccia la sopravvivenza del progetto europeo e l'unico modo per arrestare la sua diffusione consiste nel creare le condizioni per una contestazione democratica all'interno dell'Unione europea. Dal mio punto di vista, alla base della disaffezione nei confronti della Ue vi è la mancanza di un progetto che favorisca una forte identificazione tra i suoi cittadini e fornisca un obiettivo per mobilitare democraticamente le loro passioni politiche. La Ue è formata da consumatori, non da cittadini: è stata costruita essenzialmente intorno a un mercato comune e non ha mai creato una volontà comune. Nessuna sorpresa, quindi, se in tempi di crisi economica e di politiche di austerità più di qualcuno inizi a mettere in dubbio la sua utilità, dimenticando che l'Unione europea ha contribuito in modo decisivo alla pacificazione del continente. Ciò che serve in questa congiuntura è rafforzare il consenso popolare nei confronti dell'Unione grazie all'elaborazione di un progetto socio-politico finalizzato ad offrire un'alternativa al modello neoliberale che ha prevalso negli ultimi decenni: quel modello è ora in crisi, ma un altro ancora non esiste. Si potrebbe dire, sulle orme di Gramsci, che stiamo assistendo a una «crisi organica» in cui il vecchio modello non può più durare, mentre il nuovo modello non è ancora nato.
Purtroppo la sinistra non è in grado di trarre vantaggi da questa situazione, perché ha accettato per troppo tempo l'idea che alla globalizzazione neoliberale non vi sia alternativa. In molti paesi, i governi di centro-sinistra hanno giocato un ruolo fondamentale nel processo di deregolamentazione e privatizzazione che ha contribuito a consolidare l'egemonia neoliberale. E non si può negare che le istituzioni europee abbiano la loro parte di responsabilità nella crisi attuale. È un errore, però, concepire questa crisi come una crisi del progetto europeo. Si tratta piuttosto di una crisi della sua incarnazione neoliberale, ed è per questo che i tentativi di risolverla somministrando una dose ancora più forte di politiche neoliberali non può avere alcun successo. Per combattere il dilagare di sentimenti anti-europei e fermare la crescita dei partiti della destra populista che eccitano tali sentimenti, è urgente offrire ai cittadini europei un progetto politico che possa dar loro la speranza di un futuro diverso, più democratico.
Fortunatamente in molti paesi d'Europa sono nati partiti che si pongono a sinistra delle socialdemocrazie e che sfidano il loro centrismo. Organizzati nel Partito della Sinistra europea, lavorano per un'alternativa all'egemonia neoliberale e hanno deciso di lanciare un'offensiva a livello continentale. Così, in occasione del quarto Congresso che si è tenuto a Madrid dal 13 al 15 dicembre 2013, hanno scelto di candidare il leader di Syriza in Grecia, Alexis Tsipras, alla presidenza della Commissione europea con l'obiettivo di proporre un altro modello per l'Unione. Syriza è una coalizione di partiti e movimenti sociali, e da questo connubio può istituirsi lo spazio per mobilitare la vasta costellazione di forze sociali che si oppongono alle attuali politiche della Ue. In molti paesi i movimenti sociali hanno risposto positivamente all'appello del Partito della Sinistra europea a sostegno della candidatura di Tsipras, e sono ora impegnati a organizzare la loro partecipazione alla campagna politica. In Italia, per esempio, hanno dato vita a una Lista Tsipras per sostenere il programma che Tsipras ha presentato accettando la sua candidatura alle elezioni europee. Si tratta di uno sviluppo molto promettente, perché soltanto sulla base di una sinergia a livello europeo tra partiti della sinistra e movimenti sociali è possibile costruire una soggettività in grado di portare a una trasformazione radicale dell'attuale ordine neoliberale.

sabato 17 maggio 2014


Le nazioni contro la democrazia

Fonte: Il Manifesto | Autore: Marco Bascetta
 
Li vedremo, que­sta sera, con­fron­tarsi secondo le regole e i canoni dei grandi duelli poli­tici in cui in palio è il governo elet­tivo ed effet­tivo di una nazione. Sono i can­di­dati alla pre­si­denza della Com­mis­sione euro­pea, l’esecutivo dell’Unione, espressi dai diversi schie­ra­menti poli­tici del Par­la­mento di Stra­sburgo: Socia­li­sti, Popo­lari, Libe­rali, Sini­stra e Verdi (gli euro­scet­tici sono di fatto esclusi dal gioco). Li chia­mano, «fami­glie», que­sti schie­ra­menti, a indi­care un legame più obbli­gato che scelto, dove la dimen­sione e l’interesse nazio­nale restano in larga misura domi­nanti. Quanto agli anti­eu­ro­pei­sti non rie­scono, appunto, a «fare famiglia».
Ora i can­di­dati, Schulz, Junc­ker, Verhof­stadt, Kel­ler e Tsi­pras dovranno par­lare a tutti i cit­ta­dini dell’Unione per con­vin­cerli della loro «visione». Almeno nella forma non è una cosa di poco conto. Fino a oggi i can­di­dati all’Europarlamento si sono rivolti esclu­si­va­mente alle rispet­tive opi­nioni pub­bli­che e soprat­tutto per con­vin­cere gli elet­tori di quanto effi­ca­ce­mente avreb­bero difeso nelle sedi euro­pee gli inte­ressi del paese di pro­ve­nienza. Ora biso­gna cimen­tarsi con un’argomentazione effi­cace su scala con­ti­nen­tale e non si tratta solo di cele­brare l’Unione o di deni­grarla, ma di indi­care quale possa e debba esserne il futuro.
Tutto que­sto non amplierà di molto i poteri effet­tivi del Par­la­mento, né l’autonomia dell’Unione nei con­fronti di quel Con­si­glio euro­peo attra­verso il quale le sovra­nità nazio­nali con­trat­tano tra loro e ten­gono sotto scacco le poli­ti­che dell’Unione. Secondo i rap­porti di forze che tra que­ste sovra­nità inter­cor­rono. E non è un caso che sia stata la più forte tra que­ste a met­tere le mani avanti. Circa una set­ti­mana fa la can­cel­liera Angela Mer­kel, in una inter­vi­sta alla Rhei­ni­sche Post , faceva pre­sente, Trat­tato di Lisbona alla mano, che è il Con­si­glio dei capi di governo a con­fe­rire l’incarico di pre­si­dente della Com­mis­sione, «tenendo benin­teso conto del responso delle urne» e rico­no­scendo «un ruolo» ai can­di­dati dei par­titi euro­pei. Ma non vi sarebbe alcun auto­ma­ti­smo tra il suc­cesso elet­to­rale e il con­fe­ri­mento della carica. Non è detto, insomma, che chi otte­nesse la mag­gio­ranza nel Par­la­mento si vedrà garan­tita la Pre­si­denza della Commissione.
Se, per assurdo, Ale­xis Tsi­pras con­qui­stasse que­sta mag­gio­ranza è quasi certo che non andrebbe a occu­pare la pre­si­denza di Bru­xel­les. Il potere inter­go­ver­na­tivo glielo impe­di­rebbe. Detto in altre parole le sovra­nità nazio­nali non vedono di buon occhio la demo­cra­tiz­za­zione delle isti­tu­zioni euro­pee lad­dove que­sta rischiasse di sot­trarre loro (e non potrebbe darsi in nes­sun altro modo) quote di potere. In que­sto senso l’esistenza di can­di­dati che non sono di nomina gover­na­tiva o inter­go­ver­na­tiva dovrebbe andare incon­tro alla domanda di demo­cra­zia dei cit­ta­dini del vec­chio con­ti­nente senza avere, tut­ta­via, l’obbligo di esau­dirla. Il rap­porto diretto dei cit­ta­dini euro­pei con un potere sovra­na­zio­nale (che comun­que esi­ste da un pezzo ed ese­gue con zelo i dik­tat dei governi forti) è visto come una pro­ba­bile minac­cia dalle éli­tes nazio­nali. Le quali non sono dispo­ste a rinun­ciare allo schema con­sueto dei rap­porti inter­na­zio­nali: il cit­ta­dino rap­pre­sen­tato nello stato, lo stato rap­pre­sen­tato in Europa. È esat­ta­mente con que­sto schema che l’elezione par­la­men­tare del Pre­si­dente dell’esecutivo di Bru­xel­les entra in un attrito poten­zial­mente forte. E deci­sa­mente pro­met­tente, almeno per quanti non si cul­lano nell’illusione che la «que­stione sociale» possa rice­vere una rispo­sta nazio­nale e che lo spa­zio delle sovra­nità sta­tali costi­tui­sca l’unica dimen­sione pos­si­bile della demo­cra­zia pas­sata pre­sente e futura.

mercoledì 30 aprile 2014

Barbara Spinelli: i re dormienti d'Europa


eu-usadi Barbara Spinelli - 25 aprile 2014
I governi europei si atteggiano a sovrani, ma han scordato cosa siano una corona e uno scettro. Gli USA ci impongono Guerra Fredda, NATO Economica e Spionaggio Totale.
Raggruppati in un'Unione che non ha niente da dire in politica estera - né sulle proprie marche di confine a Est o nel Mediterraneo, né sull'alleanza con gli Stati Uniti, né sulla democrazia che intendono rappresentare - i governi europei s'aggirano sul palcoscenico del mondo come inebetiti, lo sguardo svogliato, le idee sparpagliate e soprattutto incostanti. Si atteggiano a sovrani, ma hanno dimenticato cosa sia una corona, e cosa uno scettro.
L'ossessione è fare affari, e dei mercati continuano a ignorare le incapacità, pur avendole toccate con mano.
S'aggrappano a un'Alleanza atlantica per nulla paritaria, dominata da una superpotenza che è in declino e che proprio per questo tende a riprodurre in Europa il vecchio ordine bipolare, russo-americano, lascito della guerra fredda.
Sono anni che gli Europei dormono, ignari di un mondo che attorno a loro muta.
Non c'è evento, non c'è trattativa internazionale che li veda protagonisti, pronti a unirsi per dire quello che vogliono fare. A volte alzano la voce per difendere posizioni autonome, ma la voce presto scema, s'insabbia.
Lo si vede in Ucraina: marca di confine incandescente sia per l'Unione, sia per la Russia.
Lo si vede nel negoziato euro-americano che darà vita a un patto economico destinato ad affiancare quello militare: il Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti (Ttip).
Lo si vede nella battaglia indolente, e infruttuosa, contro i piani di sorveglianza dell'Agenzia Usa per la sicurezza nazionale (Nsa), disvelati da Edward Snowden nel 2013. Sono tre prove essenziali, e l'Unione le sta fallendo tutte.
Le sta fallendo in Ucraina, perché l'Europa non ha ancora ripensato i rapporti con la Russia. Non sa nulla di quel che si muove e bolle in quel mondo enorme e opaco. Non sa valutare le paure e gli interessi moscoviti, né i pericoli della riaccesa volontà di potenza che Putin incarna. Non capisce come mai Putin sia popolare in patria, e anche in tante regioni ex sovietiche che appartengono ormai a altri Stati e includono vaste e declassate comunità russe. Non sapendo parlare con Mosca, gli Europei lasciano che siano gli Stati Uniti, ancora una volta, a fronteggiare il caos inasprendolo. È Washington a promettere garanzie al governo ucraino, a diffidare Mosca da annessioni, ad allarmarla minacciando di spostare il perimetro Nato a est.
L'Europa sta a guardare, persuasa che bastino i piani di austerità proposti da Fondo Monetario e Commissione europea, se Kiev entrerà nella sua orbita. Questo è infatti lo scettro, l'unico che l'Unione sappia oggi impugnare: non una politica estera, ma un ricettario economico liberista misto a formule moraleggianti sul debito, scrive lo storico russo Dmitri Trenin che dirige a Mosca il Carnegie Endowment for International Peace. Quasi che il dramma degli Stati fallimentari, nel mondo, fosse soltanto finanziario.
La risposta politica a tali fallimenti è affidata a Obama, e per forza gli sbagli commessi dagli Europei si ripetono (basti ricordare l'errore madornale di Kohl, quando disse negli anni '90 che la Slovenia "meritava l'indipendenza", essendo "etnicamente omogenea").
Depoliticizzata, l'Europa subisce il ritorno anacronistico del duopolio russo-americano. È Washington a decidere se Kiev debba essere il nuovo scudo orientale della Nato, nonostante il popolo ucraino preferisca evidentemente la neutralità. Per quasi mezzo secolo l'avamposto fu la Germania Ovest, poi sostituita dalla Polonia: ora Varsavia spera che al proprio posto s'erga un'Ucraina occidentalizzata d'imperio, frantumabile come lo fu la Jugoslavia. Mosca chiede che il paese diventi una Federazione, anziché un agglomerato babelico di risentimenti nazionalisti. Strano che non sia l'Europa, con le sue esperienze, a domandarlo.
La seconda prova è il patto commerciale con gli Usa: una trattativa colma di agguati, perché molte conquiste normative dell'Europa rischiano d'esser spazzate via. Non a caso le multinazionali negoziano in segreto, lontano da controlli democratici.
Sono sotto attacco leggi sedimentate, diritti per cui l'Unione s'è battuta per decenni: tra questi il diritto alla salute, la cura dell'ambiente, le multe a imprese inquinanti. I sistemi sanitari saranno aperti al libero mercato, che sulle esigenze sociali farà prevalere il profitto. Emblematico: l'assalto delle grandi case farmaceutiche ai medicinali generici low cost.
Sono in pericolo anche tasse cui l'Europa pare tenere, sia per aumentare il magro bilancio comune sia per frenare operazioni speculative e degrado climatico: la tassa sulle transazioni finanziarie, e sulle emissioni di anidride carbonica. Una controffensiva UE contro il trattato commerciale ancora non c'è. Nell'incontro a Roma con Obama, Renzi ha auspicato l'accelerazione del negoziato senza chiedere alcunché, né per noi né per l'Europa.
Numerose mezze verità circolano sul patto. Alcuni assicurano che quando sarà pienamente in funzione, nel 2027, il reddito degli europei crescerà sensibilmente (545 euro all'anno per una famiglia di quattro persone), con un beneficio di 120 miliardi annui per l'Unione e di 95 per gli Usa. Altri calcoli sono meno ottimisti. L'istituto Prometeia, pur favorevole all'accordo, sostiene che i guadagni non supererebbero lo 0,5% di Pil in caso di liberalizzazione totale. L'istituto austriaco Öfse (Ricerca per lo sviluppo internazionale) prevede addirittura un aumento dei disoccupati nel periodo di transizione, a causa della riorganizzazione dei mercati di lavoro imposta dal Partenariato. Non meno grave: le controversie commerciali si risolverebbero non attraverso giudizi in tribunali ordinari, ma in speciali corti extraterritoriali.
Saranno le multinazionali a trascinare in giudizio governi, aziende, servizi pubblici ritenuti non competitivi, e a esigere compensazioni per i mancati guadagni dovuti a diritti del lavoro troppo vincolanti, a leggi ambientali o costituzionali troppo severe.
Tutto questo in nome della "semplificazione burocratica": parola d'ordine che Renzi predilige, virtuosa e al tempo stesso insidiosa. Nel contesto del Partenariato transatlantico, semplificare vuol dire abbattere le cosiddette "barriere non tariffarie", un termine criptico che indica parametri europei faticosamente elaborati: regole sanitarie a tutela della salute, canoni di sicurezza delle automobili, procedure di approvazione dei farmaci, e molto altro ancora.
Non per ultimo, la terza prova: il caso Snowden, l'informatico dei servizi Usa che portò alla luce un sistema di sorveglianza tentacolare, predisposto dai servizi americani con la scusa di prevenire attentati terroristici. Grazie a Snowden si è saputo che erano intercettati perfino i cellulari di leader europei (tra cui Angela Merkel), non si sa per quali ragioni di sicurezza. I governi dell'Unione hanno protestato, ma ciascuno per conto suo e sempre più flebilmente. In un messaggio al Parlamento europeo, il 7 marzo, Snowden ha ironizzato sulle sovranità presunte dei singoli Stati, spiegando come sia assurdo il compiacimento di governi che immaginano di poter fermare il Datagate senza mobilitare l'Unione intera.
La vicenda Snowden è anche questione di civiltà democratica. L'esistenza di smascheratori di misfatti - non spie ma whistleblower, denunziatori di reati commessi dalla propria organizzazione - potenzia la democrazia. È un bruttissimo segno e paradossale che i giornalisti implicati nel Datagate a fianco di Snowden abbiano ricevuto il Premio Pulitzer (uno schiaffo per Obama), e che lui stesso, il soffiatore di fischietto, abbia trovato riparo non in un'Europa che promette nella sua Carta la "libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera", ma nella Russia di Putin.
Fonte: La Repubblica, 23 aprile 2014.

Tratto da:
megachip.globalist.it

martedì 29 aprile 2014

L’elenco delle leggi ad personam



Ecco i più significati provvedimenti ad personam varati dal 1994, cioè dall’entrata in politica di Silvio Berlusconi, contando soltanto quelli di cui si sono giovati personalmente il premier o una delle sue aziende.
  1. Decreto Biondi (1994). Approvato il 13 luglio 1994 dal governo Berlusconi I, vieta la custodia cautelare in carcere (trasformata al massimo in arresti domiciliari) per i reati contro la Pubblica amministrazione e quelli finanziari, comprese la corruzione e la concussione, proprio mentre alcuni ufficiali della Guardia di Finanza confessano di essere stati corrotti da quattro società del gruppo Fininvest (Mediolanum, Videotime, Mondadori e Tele+) e sono pronte le richieste di arresto per i manager che hanno pagato le tangenti. Il decreto impedisce cioè di arrestare i responsabili e provoca la scarcerazione immediata di 2764 detenuti, dei quali 350 sono colletti bianchi coinvolti in Tangentopoli (compresi la signora Pierr Poggiolini, l’ex ministro Francesco De Lorenzo e Antonino Cinà, il medico di Totò Riina). Il pool di Milano si autoscioglie. Le proteste di piazza contro il “Salvaladri” inducono la Lega e An a ritirare il consenso al decreto e a costringere Berlusconi a lasciarlo decadere in Parlamento per manifesta incostituzionalità. Subito dopo vengono arrestati Paolo Berlusconi, il capo dei servizi fiscali della Fininvest Salvatore Sciascia e il consulente del gruppo Massimo Maria Berruti, accusato di aver depistato le indagini subito dopo un colloquio con Berlusconi.
  2. Legge Tremonti (1994). Il decreto n.357 approvato dal Berlusconi I il 10 giugno 1994 detassa del 50% gli utili reinvestiti dalle imprese, purchè riguardino l’acquisto di “beni strumentali nuovi”.La neonata società Mediaset (che contiene le tv Fininvest scorporate dal resto del gruppo in vista della quotazione in Borsa) utilizza la legge per risparmiare 243 miliardi di lire di imposte sull’acquisto di diritti cinematografici per film d’annata: che non sono beni strumentali, ma immateriali, e non sono nuovi, ma vecchi. A sanare l’illegalità interviene il 27 ottobre 1994 una circolare “interpretativa” Tremonti che fa dire alla legge Tremonti il contrario di ciò che diceva, estendendo il concetto di beni strumentali a quelli immateriali e il concetto di beni nuovi a quelli vecchi già usati all’estero.
  3. Legge Maccanico (1997). In base alla sentenza della Consulta del 7 dicembre 1994, la legge Mammì che consente alla Fininvest di possedere tre reti tv sull’analogico terrestre è incostituzionale: la terza, presumibilmente Rete4, dev’essere spenta ed eventualmente passare sul satellite, entro il 28 agosto 1996. Ma il ministro delle Poste e telecomunicazioni del governo Prodi I, Antonio Maccanico, concede una proroga fino al 31 dicembre 1996 in attesa della legge “di sistema”. A fine anno, nulla di fatto per la riforma e nuova proroga di altri sei mesi. Il 24 luglio 1997, ecco finalmente la legge Maccanico: gli editori di tv, come stabilito dalla Consulta, non potranno detenere più del 20% delle frequenze nazionali disponibili, dunque una rete Mediaset è di troppo. Ma a far rispettare il tetto dovrà provvedere la nuova Authority per le comunicazioni (Agcom), che potrà entrare in azione solo quando esisterà in Italia “un congruo sviluppo dell’utenza dei programmi televisivi via satellite o via cavo”. Che significhi “congruo sviluppo” nessuno lo sa, così Rete4 potrà seguitare a trasmettere sine die in barba alla Consulta.
  4. D’Alema salva-Rete4 (1999). La neonata Agcom si mette all’opera solo nel 1998, presenta il nuovo piano per le frequenze tv e bandisce la gara per rilasciare le 8 concessioni televisive nazionali. Rete4, essendo “eccedente” rispetto alla Maccanico, perde la concessione; al suo posto la vince Europa7 di Francesco Di Stefano. Ma il governo D’Alema, nel 1999, concede a Rete4 una “abilitazione provvisoria” a seguitare a trasmettere senza concessione, così per dieci anni Europa7 si vedrà negare le frequenze a cui ha diritto per legge.
  5. Gip-Gup (1999). Berlusconi e Previti, imputati per corruzione di giudici romani (processi Mondadori, Sme-Ariosto e Imi-Sir), vogliono liberarsi del gip milanese Alessandro Rossa-to, che ha firmato gli arresti dei magistrati corrotti e degli avvocati Fininvest Pacifico e Acampora, ma ha pure disposto l’arresto di Previti (arresto bloccato dalla Camera, a maggioranza Ulivo). Ora spetta a Rossato, in veste di Gup, condurre le udienze preliminari dei tre processi e decidere sulle richieste di rinvio a giudizio avanzate dalla procura di Milano. Udienze che iniziano nel 1999. Su proposta dell’on. avv. Guido Calvi, legale di Massimo D’Alema, il centrosinistra approva una legge che rende incompatibile la figura del gip con quella del gup: il giudice che ha seguito le indagini preliminari non potrà più seguire l’udienza preliminare e dovrà passarla a un collega, che ovviamente non conosce la carte e perderà un sacco di tempo. Così le udienze preliminari Imi-Sir e Sme, già iniziate dinanzi a Rossato, proseguono sotto la sua gestione e si chiuderanno a fine anno con i rinvii a giudizio degli imputati. Invece quella per Mondadori, non ancora iniziata, passa subito a un altro giudice, Rosario Lupo, che proscioglie tutti gli imputati per insufficienza di prove (poi, su ricorso della Procura, la Corte d’appello li rinvierà a giudizio tutti, tranne uno: Silvio Berlusconi, dichiarato prescritto grazie alle attenuanti generiche).
  6. Rogatorie (2001). Nel 2001 Berlusconi torna a Palazzo Chigi e fa subito approvare una legge che cancella le prove giunte dall’estero per rogatoria ai magistrati italiani, comprese ovviamente quelle che dimostrano le corruzioni dei giudici romani da parte di Previti & C. Da mesi i legali suoi e di Previti chiedono al tribunale di Milano di cestinare quei bonifici bancari svizzeri perché mancano i numeri di pagina, o perché si tratta di fotocopie senza timbro di conformità,o perchè sono stati inoltrati direttamente dai giudici elvetici a quelli italiani senza passare per il ministero della Giustizia. Il Tribunale ha sempre respinto quelle istanze. Che ora diventano legge dello Stato. Con la scusa di ratificare la convenzione italo-svizzera del 1998 per la reciproca assistenza giudiziaria (dimenticata dal centrosinistra per tre anni), il 3 ottobre 2001 la Cdl vara la legge 367 che stabilisce l’inutilizzabilità di tutti gli atti trasmessi da giudici stranieri che non siano “in originale” o “autenticati” con apposito timbro, che siano giunti via fax, o via mail o brevi manu o in fotocopia o con qualche vizio di forma. Anche se l’imputato non ha mai eccepito sulla loro autenticità, vanno cestinati. Poi, per fortuna, i tribunali scoprono che la legge contraddice tutte le convenzioni internazionali ratificate dall’Italia e tutte le prassi seguite da decenni in tutta Europa. E, siccome quelle prevalgono sulle leggi nazionali, disapplicano la legge sulle rogatorie, che resterà lettera morta.
  7. Falso in bilancio (2002). Siccome Berlusconi ha cinque processi in corso per falso in bilancio, il 28 settembre 2001 la sua maggioranza approva la legge-delega numero 61 che incarica il governo di riformare i reati societari. Il che avverrà all’inizio del 2002 con i decreti delegati che: abbassano le pene da 5 a 4 anni per le società quotate e addirittura a 3 per le non quotate (prescrizione più breve, massimo 7 anni e mezzo per le quotate e 4 e mezzo per le non quotate; e niente più custodia cautelare né intercettazioni); rendono il falso per le non quotate perseguibile solo a querela del socio o del creditore; depenalizzano alcune fattispecie di reato (come il falso nel bilancio presentato alle banche); fissano amplissime soglie di non punibilità (per essere reato, il falso in bilancio dovrà superare il 5% del risultato d’esercizio, l’1% del patrimonio netto, il 10% delle valutazioni. Così tutti i processi al Cavaliere per falso in bilancio vengono cancellati: o perché manca la querela dell’azionista (B. non ha denunciato B.), o perché i falsi non superano le soglie (“il fatto non è più previsto dalla legge come reato), o perché il reato è ormai estinto grazie alla nuova prescrizione-lampo.
  8. Mandato di cattura europeo (2001). Unico fra quelli dell’Unione europea, il governo Berlusconi II rifiuta di ratificare il “mandato di cattura europeo”, ma solo relativamente ai reati finanziari e contro la Pubblica amministrazione . Secondo “Newsweek”, Berlusconi “teme di essere arrestato dai giudici spagnoli” per l’inchiesta su Telecinco. L’Italia otterrà di poter recepire la norma comunitaria soltanto dal 2004.
  9. Il governo sposta il giudice (2001). Il 31 dicembre, mentre gli italiani festeggiano il Capodanno, il ministro della Giustizia Roberto Castelli, su richiesta dei difensori di Previti, nega contro ogni prassi la proroga in Tribunale al giudice Guido Brambilla, membro del collegio che conduce il processo Sme-Ariosto, e dispone la sua “immediata presa di possesso” presso il Tribunale di sorveglianza dov’è stato trasferito da qualche mese, senza poter completare i dibattimenti già avviati. Così il processo Sme dovrebbe ripartire da zero dinanzi a un nuovo collegio. Ma poi interviene il presidente della Corte d’appello con una nuova “applicazione” di Brambilla in Tribunale fino a fine anno.
  10. Cirami (2002). I difensori di Previti e Berlusconi chiedono alla Cassazione di spostare i loro processi a Brescia perché, sostengono, a Milano l’intero Tribunale è viziato da inguaribile prevenzione contro di loro. E, per oliare meglio il meccanismo, reintroducono il vecchio concetto di “legittima suspicione” per motivi di ordine pubblico , vigente un tempo, quando i processi scomodi traslocavano nei “porti delle nebbie” per riposarvi in pace. E’ la legge Ci-rami n. 248, approvata definitivamente il 5 novembre 2002. Ma nemmeno questa funziona: la Cassazione, nel gennaio 2003, respinge la richiesta di trasloco: il Tribunale di Milano è sereno e imparziale.
  11. Lodo Maccanico-Schifani (2003). Le sentenze Sme e Mondadori si avvicinano. Su proposta del senatore della Margherita Antonio Maccanico, il 18 giugno 2003 la Cdl approva la legge 140, primo firmatario Renato Schifani, che sospende sine die i processi ai presidenti della Repubblica, della Camera, del senato, del Consiglio e della Corte costituzionale. I processi a Berlusconi si bloccano in attesa che la Consulta esamini le eccezioni di incostituzionalità sollevate dal Tribunale di Milano. E ripartono nel gennaio 2004, quando la Corte boccia il “lodo”.
  12. Ex Cirielli (2005). Il 29 novembre 2005 la Cdl vara la legge ex Cirielli (misconosciuta dal suo stesso proponente), che riduce la prescrizione per gli in-censurati e trasforma in arresti domiciliari la detenzione per gli ultrasettantenni (Previti ha appena compiuto 70 anni, Berlusconi sta per compierli). La legge porta i reati prescritti da 100 a 150 mila all’anno, decima i capi di imputazione del processo Mediaset (la frode fiscale passa da 15 a 7 anni e mezzo) e annienta il processo Mills (la corruzione anche giudiziaria si prescrive non più in 15, ma in 10 anni).
  13. Condono fiscale (2002). La legge finanziaria 2003 varata nel dicembre 2002 contiene il condono tombale. Berlusconi giura che non ne faranno uso né lui né le sue aziende. Invece Mediaset ne approfitta subito per sanare le evasioni di 197 milioni di euro contestate dall’Agenzia delle entrate pagandone appena 35. Anche Berlusconi usa il condono per cancellare con appena 1800 euro un’evasione di 301 miliardi di lire contestata dai pm di Milano.
  14. Condono per i coimputati (2003). Col decreto 143 del 24 giugno 2003, presunta “interpretazione autentica” del condono, il governo ci infila anche coloro che hanno “concorso a commettere i reati”, anche se non hanno firmato la dichiarazione fraudolenta. Cioè il governo Berlusconi salva anche i 9 coimputati del premier, accusati nel processo Mediaset di averlo aiutato a evadere con fatture false o gonfiate.
  15. Pecorella (2006). Salvato dalla prescrizione nel processo Sme, grazie alle attenuanti generiche, Berlusconi teme che in appello gli vengano revocate, con conseguente condanna. Così il suo avvocato Gaetano Pecorella, presidente della commissione Giustizia della Camera, fa approvare nel dicembre 2005 la legge che abolisce l’appello, ma solo quando lo interpone il pm contro assoluzioni o prescrizioni. In caso di condanna in primo grado, invece, l’imputato potrà ancora appellare. Il presidente Ciampi respinge la Pecorella in quanto incostituzionale. Berlusconi allunga di un mese la scadenza della legislatura per ripresentarla uguale e la fa riapprovare (legge n.46) nel gennaio 2006. Ciampi stavolta è costretto a firmarla. Ma poi la Consulta la boccia in quanto incostituzionale.
  16. Frattini (2002). Il 28 febbraio 2002 la Cdl approva la legge Frattini sul conflitto d’interessi: chi possiede aziende e va al governo, ma di quelle aziende è soltanto il “mero proprietario”, non è in conflitto d’interessi e non è costretto a cederle. Unica conseguenza per il premier:deve lasciare la presidenza del Milan
  17. Gasparri-1(2003). In base alla nuova sentenza della Consulta del 2002, entro il 31 dicembre 2003 Rete4 deve essere spenta e passare sul satellite. Il 5 dicembre la Cdl approva la legge Gasparri sulle tv: Rete4 può seguitare a trasmettere “ancorchè priva di titolo abilitativo”, cioè anche se non ha più la concessione dal 1999; il tetto antitrust del 20% sul totale delle reti non va più calcolato sulle 10 emittenti nazionali, ma su 15 (compresa Telemarket). Dunque Mediaset può tenersi le sue tre tv. Quanto al tetto pubblicitario del 20%, viene addirittura alzato grazie al trucco del “Sic”, che include un panel talmente ampio di situazioni da sfiorare l’infinito. Confalonieri calcola che Mediaset potrà espandere i ricavi di 1-2 miliardi di euro l’anno. Ma il 16 dicembre Ciampi rispedisce la legge al mittente: è incostituzionale.
  18. Berlusconi salva-Rete4 (2003). Mancano due settimane allo spegnimento di Rete4. Alla vigilia di Natale, Berlusconi firma un decreto salva-Rete4 (n.352) che concede alla sua tv l’ennesima proroga semestrale, in attesa della nuova Gasparri.
  19. Gasparri-2 (2004). La nuova legge approvata il 29 aprile 2004, molto simile a quella bocciata dal Quirinale, assicura che Rete4 non sfora il tetto antitrust perché entro il 30 aprile il 50% degli italiani capteranno il segnale del digitale terrestre, che garantirà loro centinaia di nuovi canali. Poi però si scopre che, a quella data, solo il 18% della popolazione riceve il segnale digitale. Ma poi l’Agcom dà un’interpretazione estensiva della norma: basta che in un certo luogo arrivi il segnale digitale di una sola emittente, per considerare quel luogo totalmente digitalizzato. Rete4 è salva, Europa 7 è ancora senza frequenze.
  20. Decoder di Stato (2004). Per gonfiare l’area del digitale, la finnaziaria per il 2005 varata nel dicembre 2004 prevede un contributo pubblico di 150 euro nel 2004 e di 70 nel 2005 per chi acquista il decoder per la nuova tecnologia televisiva. Fra i principali distributori di decoder c’è Paolo Berlusconi, fratello di Silvio,titolare di Solaris (che commercializza decoder Amstrad).
  21. Salva-decoder (2003). Il digitale terrestre è un affarone per Mediaset, che vi trasmette partite di calcio a pagamento, ma teme il mercato nero delle tassere taroccate: prontamente, il 15 gennaio 2003, il governo che ha depenalizzato il falso in bilancio porta fino a 3 anni con 30 milioni di multa la pena massima per smart card fasulle per le pay tv.
  22. Salva-Milan (2002). Col decreto 282/2002, convertito in legge il 18 febbraio, il governo Berlusconi consente alle società di calcio, quasi tutte indebitatissime, diammortizzare sui bilanci 2002 e spalmare nei dieci anni successivi la svalutazione dei cartellini dei giocatori. Il Milan risparmia 242 milioni di euro.
  23. Salva-diritti tv (2006). Forza Italia blocca il ddl, appoggiato da tutti gli altri partiti di destra e di sinistra, per modificare il sistema di vendita dei diritti tv del calcio in senso “collettivo” per non penalizzare le società minori privilegiando le maggiori. Il sistema resta dunque “soggettivo” , a tutto vantaggio dei maggiori club: Juventus, Inter e naturalmente Milan.
  24. Tassa di successione (2001). Il 28 giugno 2001 il governo Berlusconi abolisce la tassa di successione per i patrimoni superiori ai 350 milioni di lire (fino a quella cifra l’imposta era già stata abrogata dall’Ulivo). Per combinazione, il premier ha cinque figli e beni stimati in 25mila miliardi di lire.
  25. Autoriduzione fiscale (2004). Nel 2003, secondo “Forbes”, Berlusconi è il 45° uomo più ricco del mondo con un patrimonio personale di 5,9 miliardi di dollari. Nel 2005 balza al 25° posto con 12 miliardi. Così, quando a fine 2004 il suo governo abbassa le aliquote fiscali per i redditi dei più abbienti, “L’espresso” calcola che Berlusconi risparmierà 764.154 euro all’anno.
  26. Plusvalenze esentasse (2003). Nel 2003 Tremonti vara una riforma fiscale che detassa le plusvalenze da partecipazione. La riforma viene subito utilizzata dal premier nell’aprile 2005 quando cede il 16,88% di Mediaset detenuto da Fininvest per 2,2 miliardi di euro, risparmiando 340 milioni di tasse.
  27. Villa abusiva con condono (2004). Il 6 maggio 2004, mentre «La Nuova Sardegna» svela gli abusi edilizi a Villa Certosa, Berlusconi fa approvare due decreti. Il primo stabilisce l’approvazione del piano nazionale anti-terrorismo e contiene anche un piano (segretato) per la sicurezza di Villa La Certosa. Il secondo individua la residenza di Berlusconi in Sardegna come «sede alternativa di massima sicurezza per l’incolumità del presidente del Consiglio e per la continuità dell’azione di governo». Ed estende il beneficio anche a tutte le altre residenze del premier e famiglia sparse per l’Italia. Così si bloccano le indagini sugli abusi edilizi nella sua villa in Costa Smeralda. Poi nel 2005 il ministro dell’Interno Pisanu toglie il segreto. Ma ormai è tardi. La legge n. 208 del 2004, varata in tutta fretta dal governo Berlusconi, estende il condono edilizio del 2003 anche alle zone pro-tette: come quella in cui sorge la sua villa. Prontamente la Idra Immobiliare, proprietaria delle residenze private del Cavaliere, presenta dieci diverse richieste di condono edilizio. E riesce a sanare tutto per la modica cifra di 300mila euro. Nel 2008 il Tribunale di Tempio Pausania chiude il procedimento per gli abusi edilizi perchè in gran parte condonati grazie a un decreto voluto dal mero proprietario della villa.
  28. Ad Mediolanum (2005). Nonostante le resistenze del ministro del Welfare, Roberto Maroni, Forza Italia impone una serie di norme favorevoli alle compagnie assicurative nella riforma della previdenza integrativa e complementare (dl 252/2005), fra cui lo spostamento di 14 miliardi di euro verso le assicurazioni, alcune norme che forniscono fiscalmente la previdenza integrativa individuale (a beneficio anche di Mediolanum, di proprietà di Berlusconi e Doris) e soprattutto lo slittamento della normativa al 2008 per assecondare gli interessi della potente lobby degli assicuratori (di cui Mediolanum è una delle capofila). Intanto, nel gennaio del 2004, le Poste Italiane con un appalto senza gara hanno concesso a Mediolanum l’utilizzo dei 16mila sportelli postali sparsi in tutta Italia.
  29. Ad Mondadori-1 (2005). Il 9 giugno 2005 il ministro dell’Istruzione Letizia Moratti stipula un accordo con le Poste Spa per il servizio «Postescuola»: consegna e ordinazione – per telefono e on line – dei libri di testo destinati agli alunni della scuola secondaria. Le case editrici non consegneranno i loro volumi direttamente, ma tramite la Mondolibri Bol, una società posseduta al 50 per cento da Arnoldo Mondadori Editore Spa, di cui è mero proprietario Berlusconi. L’Antitrust esamina il caso, ma pur accertando l’indubbio vantaggio per le casse Mondadori, non può censurare l’iniziativa perché a firmare l’accordo non è stato il premier, ma la Moratti.
  30. Ad Mondadori-2 (2005). L’8 febbraio 2005 scatta l’operazione “E-book”, per il cui avvio il governo stanzia 3 milioni. E a chi affidano la sperimentazione i ministri Moratti (Istruzione) e Stanca (Innovazione)? A Monda-dori e Ibm: la prima è di Berlusconi, la seconda ha avuto come vicepresidente Stanca fino al 2001.
  31. Indulto (2006). Nel luglio 2006 centrosinistra e centrodestra approvano l’indulto Mastella (contrari Idv, An, Lega, astenuto il Pdci): 3 anni di sconto di pena a chi ha commesso reati prima del 2 maggio di quell’anno. Lo sconto vale anche per i reati contro la Pubblica amministrazione (che sul sovraffollamento della carceri non incidono per nulla), compresa la corruzione giudiziaria, altrimenti Previti resterebbe agli arresti domiciliari. Una nuova legge ad personam che regala anche al Cavaliere un “bonus” di tre anni da spendere nel caso in cui fosse condannato in via definitiva.
  32. Lodo Alfano (2008). Nel luglio 2008, alla vigilia della sentenza nel processo Berlusconi-Mills, il Pdl tornato al governo approva il lodo Alfano che sospende sine die i processi ai presidenti della Repubblica, della Camera, del Senato e del Consiglio. Soprattutto del Consiglio. Nell’ottobre 2009 la Consulta boccerà anche quello in quanto incostituzionale.
  33. Più Iva per Sky (2008). Il 28 novembre 2008 il governo raddoppia l’Iva a Sky, la pay-tv di Rupert Murdoch, principale concorrente di Mediaset, portandola dal 10 al 20%.
  34. Meno spot per Sky (2009). Il 17 dicembre 2009 il governo Berlusconi vara il decreto Romani che obbliga Sky a scendere entro il 2013 dal 18 al 12% di affollamento orario di spot.
  35. Più azioni proprie (2009). La maggioranza aumento dal 10 al 20% la quota di azioni proprie che ogni società può acquistare e detenere in portafoglio. La norma viene subito utilizzata dalla Fininvest per aumentare il controllo su Mediaset.
  36. Ad listam (2010). Visto che le liste del Pdl sono state presentate fuori tempo massimo nel Lazio e senza timbri di autenticazione a Milano, il governo vara un decreto “interpretativo” che stravolge la legge elettorale, sanando ex post le illegalità commesse per costringere il Tar a riammetterle. Ma non si accorge che, nel Lazio, la legge elettorale è regionale e non può essere modificata da un decreto del governo centrale. Così il Tar ribadisce che la lista è fuorilegge, dunque esclusa.
  37. Illegittimo impedimento (2010). Non sapendo più come bloccare i processi Mediaset e Mills, Berlusconi fa approvare il 10 marzo 2010 una legge che rende automatico il “legittimo impedimento” a comparire nelle udienze per sé stesso e per i suoi ministri, il tutto per una durata di 6 mesi, prorogabili fino a 18. Basterà una certificazione della Presidenza del Consiglio e i giudici dovranno fermarsi, senza poter controllare se l’impedimento sia effettivo e legittimo. Il tutto in attesa della soluzione finale, cioè delle nuove leggi ad personam che porteranno il totale a quota 40: “processo breve”, anti-intercettazioni e lodo Alfano-bis costituzionale. Cioè incostituzionale.
  38. La legge contro Veronica (2011). Si tratta della modifica della norma sulla quota legittima che regola la gestione delle eredità, inserita nel decreto sviluppo. La misura voluta da Berlusconi, e non ancora approvata, prevede, che la metà della quota di 2/3 destinata ai figli dovrà essere divisa in parti uguali e l’altra metà potrà invece essere destinata dal genitore a uno o più figli a scelta. L’obiettivo del Cavaliere è quello di evitare che, ripartendo in quote uguali le azioni Fininvest tra Barbara, Eleonora e Luigi, pargoli di Veronica, questi possano unirsi e mettere in minoranza Marina e Piersilvio

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